L'efficienza di Madrid, il fascino di Roma

Focus

L’efficienza di Madrid, il fascino di Roma

Sfida aperta tra i due grandi tornei su terra che puntano all’upgrade: la freddezza della Caja Magica è compensata dai servizi. A favore degli Internazionali gioca lo scenario

Pubblicato

il

Due edizioni come inviato di Ubitennis al Mutua Madrid Open possono far pensare di conoscere abbastanza bene la Caja Magica, l’impianto che dal 2009 ospita il Masters 1000 della capitale madrilena. Un’esperienza che può tornare utile per esprimere un’opinione su un tema che gli appassionati hanno discusso più volte: il paragone tra i due grandi eventi su terra battuta che anticipano il Roland Garros. Da quando nel 2009 è stata costruita la Caja Magica, ed è nato l’antagonismo con Roma e il Foro Italico – soprattutto relativamente alla possibile scelta dell’ATP di premiare uno dei due tornei con un allargamento del tabellone a 96 giocatori – il confronto si è inevitabilmente posto. Tanti hanno detto la loro, magari anche senza aver conosciuto e vissuto in prima persona entrambi i tornei.

A FAVORE DI ROMA 

 

QUESTIONE DI BELLEZZA – Partendo nel confronto tra i due tornei, se si parla di bellezza del contesto in cui l’impianto è inserito, il paragone non si pone nemmeno: così come Roma è molto più bella di Madrid, gli Internazionali si giocano in un impianto incastonato in un quartiere centrale di Roma, mentre la Caja Magica, è situata nella periferia della capitale spagnola. Arrivando al Foro Italico, tra la zona Ponte Milvio e il quartiere Flaminio, con alle spalle Monte Mario, attraversi il Tevere, ti godi il verde di Roma, le strade larghe, l’eterna storia e i magnifici panorami della capitale. Per giungere dal centro madrileno a San Fermin, il quartiere periferico di tradizione operaia e politicamente orientato a sinistra, dove si disputa il Mutua Madrid Open, invece, impieghi almeno 30 minuti e, quando arrivi, intorno non hai che palazzine basse e mal conservate o enormi palazzoni popolari. Di sera, a dire il vero, quando siamo andati a prendere la metro non abbiamo mai avuto problemi, ma la sensazione di sicurezza è stata sempre piuttosto bassa, nei dieci minuti a piedi che occorrono per arrivare alla stazione della metro più vicina.

I CAMPI PRINCIPALI – Il Centrale del Foro Italico non sarà bellissimo – e comunque quelli sono gusti personali – e ha, specie nelle tribune superiori, una seduta non comoda, pensata più per guadagnare file, capienza e incassi Che non per far stare comodo lo spettatore. Tuttavia, da ogni suo angolo, la visibilità verso il terreno di gioco è sicuramente buona. Non si può dire lo stesso del campo principale della Caja Magica: la pianta quadrata dello stadio fa si che per ampie zone delle tribune, situate agli angoli dell’impianto, se ci si siede appoggiando la schiena allo schienale del sediolino, la visuale non ricada sul campo stesso. In questi due anni, abbiamo visto tante persone costrette, sedendosi in maniera scomoda, a guardare la partita sporgendosi verso il campo, invadendo lo spazio di un altro sediolino. A questo, sebbene molto meno fastidioso del risultato che si ha attraverso gli schermi della televisione, si aggiunga l’antipatico effetto luci-ombre, che, durante le ore pomeridiane provoca il tetto rimovibile dello stadio. Gli altri due campi principali madrileni, l’Arantxa Sanchez e il Campo 3, rispettivamente dalla capienza di 3500 e 2500 posti, sono comodi per assistere al tennis e belli – fatto salvo il già citato problema di luci e ombre – ma non possono certamente paragonarsi al fascino unico dello stadio Nicola Pietrangeli. Le tribune in marmo, le statue dei gladiatori che lo circondano, lo rendono unico e affascinante, uno dei più belli al mondo, secondo il parere di tantissimi giocatori.

I GROUND – Un altro paragone che l’impianto romano vince a man basse è quello dei campi dei rispettivi ground: a Roma i terreni di gioco che ospitano allenamenti, singolari non giocati da stelle di prima di grandezza e doppi, sono immersi nel parco del Foro Italico e – almeno per chi non soffre di allergia al polline – assistere allo sport professionistico, circondati dalla natura ha un fascino incredibile. Difficile dire lo stesso dei campi secondari della Caja Magica: le tribune sono comode, tutte dotate di sediolini con schienale – cosa impensabile dalle nostre parti – ma sostanzialmente asettiche: a prescindere dal caldo forte che si soffre quando nelle ore pomeridiane batte il fortissimo sole della capitale spagnola, potremmo stare a Madrid, ma anche in qualunque altra parte del mondo a osservare giocare i campioni scesi sul terreno di gioco.

L’ATMOSFERA – Senza dimenticare che, negli ultimi anni, trascorrere una giornata al Foro Italico è piacevole per l’atmosfera di festa dello sport che vi si respira varcando i suoi cancelli: i viali e gli stand sempre pieni di gente trasmettono allegria. Non si può dire lo stesso della Caja Magica: solo nel primo week-end, grazie ai prezzi popolari, l’abbiamo vista riempirsi davvero. Nei giorni successivi, sempre spazi vuoti hanno fatto da contorno alle partite. A eccezione dei match giocati da Nadal. La bellezza e il piacere di assistere a una partita di tennis sono dunque decisamente a favore del Foro Italico e degli Internazionali d’Italia, ma non si possono trascurare gli elementi a favore della Caja Magica e del Mutua Madrid Open.

A FAVORE DI MADRID

L’ARCHITETTURA – Va innanzitutto precisato che una volta arrivati nell’ l’impianto madrileno, quest’ultimo regali un piacevole impatto visivo. Del resto, il suo autore, l’architetto francese Dominic Perrault, è un professionista dalla fama internazionale e vincitore di importanti premi per i suoi lavori (ha lavorato anche in Italia, progettando la risistemazione di uno degli spazi civici più importanti di Napoli, Piazza Garibaldi). Anche i costi, di certo non indifferenti, occorsi per costruire l’impianto – circa 300 milioni di euro- che nelle previsioni doveva servire a sostenere la candidatura di Madrid alle Olimpiadi del 2016, fanno del resto immaginare che questo impianto – costruito facendo ricorso esclusivamente ad acciaio, cemento e vetro – abbia peculiarità positive. Caja Magica, che in italiano significa “Scatola Magica”, dall’idea progettuale che questo sia un impianto scatolare (le forme dei tre stadi principali le ricordano fortemente). Sfruttando la sua capacità di cambiare aspetto grazie al tetto che, pur pesando svariate tonnellate, è movibile, ci si è avvicinati poi all’effetto “magia” evocato nel nome. Un impianto che non vive solo durante i dieci giorni del torneo di tennis: ha più volte ospitato le gare interne del Real Madrid di basket ed è sede durante l’anno di festival e concerti musicali. Alcuni osservatori hanno sottolineato la pesantezza architettonica della Caja Magica, che pure pero’ presenta vari angoli di comfort e di piacevolezza visiva.

MUJERES – Uno degli aspetti – che il patron del torneo spagnolo, il manager rumeno Ion Tiriac, più volte ha giustamente sottolineato – per i quali il Mutua Madrid Open si fa preferire è sicuramente relativo al suo torneo femminile, di una categoria superiore rispetto a quello romano (a Madrid si gioca un Premier Mandatory, la categoria di torneo più importante dopo quella degli Slam, a Roma un Premier 5). Una differenza che si concretizza per il pubblico spagnolo nella possibilità di vedere otto partite in più con protagoniste le prime otto giocatrici del seeding, in genere tutte top ten, le quali non accedono, come accade agli Internazionali, con un bye direttamente al secondo turno. Avendo vissuto tra il pubblico le prime giornate di entrambi i tornei, avere un numero di partite maggiori con le star del tennis in rosa fa sicuramente la differenza, nella ricchezza dell’offerta che si propone, a favore del torneo madrileno.

TETTI PROVVIDENZIALI – Un altro comfort importante, non solo per le TV, ma per gli appassionati, specie quelli non residenti in nessuna delle due città, è la garanzia che offre Madrid di svolgere integralmente il programma di gioco sui suoi tre campi principali: è accaduto anche in quest’ultima edizione, quando per ben tre volte i temporali improvvisi –  a Madrid li chiamano “Tormentas“- nel tardo pomeriggio hanno costretto a chiudere il tetto, permettendo però la continuità di gioco. Cosa sarebbe successo a Roma in condizioni analoghe? Quale sarebbe stato il disagio per gli spettatori paganti che aspettano un anno quel giorno e in molti casi pagano un caro biglietto, se si fosse dovuto attendere la fine della pioggia? Ricordiamo l’anno scorso la grande delusione dei tifosi italiani, quando, nel serale del venerdì fu interrotto a fine primo set il quarto di finale tra Del Potro e Djokovic, lasciandoli, tra l’altro, nel caos di una metropoli di notte, paralizzata da acqua e traffico? Un disagio che a Madrid non può mai verificarsi.

LA LOGISTICA – A proposito di caos e disagio nei trasporti, si fa davvero grande, in questo caso, il divario a favore della Caja Magica e di Madrid, specie nel programma serale. Infatti, in quello diurno a Roma, sebbene in maniera non comoda e coi lunghi tempi del traffico romano, preferibilmente col bus 190, a meno di farsi lunghe camminate dalle stazioni della metro più vicine, lo spettatore ha la possibilità di muoversi da e per il Foro Italico. Nel serale, però, iniziano le grosse difficoltà, se non si ha la fortuna di poter arrivare con una propria auto in prossimità dell’impianto. Con la metro romana che chiude alle 23, se si vuole assistere a entrambe le partite del serale, si rischia, specie negli ultimi turni, di vivere una piccola Odissea. Purtroppo, se non si ha la pazienza, la forza e il tempo di voler aspettare il bus della linea notturna, la richiesta di taxi – pubblici e privati – è infinitamente più grande dell’offerta logistica preparata per l’evento. Tra litigi e gente che tenta furbate, si può rischiare di stressarsi e stancarsi almeno un’ora prima di trovare una via notturna per lasciare il Foro Italico. Volontariamente, stendiamo un velo pietoso in questa trattazione sull’eventualità che piova durante il serale, soprattutto dopo le 23. Circostanze scomode che il Mutua Madrid Open non presenta ai suoi ospiti: la capitale madrilena ha un servizio metropolitano che funziona ogni giorno sino alle 2 di notte. La stazione della metro più vicina alla Caja Magica è distante circa 700 metri: si può ben dire che allo spettatore pagante del torneo madrileno, lo stress di non sapere come tornare ai propri alloggi non viene nemmeno posto.

I PREZZI – Una serie di disservizi, siano essi colpa o meno dell’organizzazione, che non vengono nemmeno compensati – anzi è il contrario – da un proporzionale minore politica dei prezzi del torneo romano rispetto a quello madrileno. A prescindere dalle meritorie iniziative del Mutua Madrid Open, che con un biglietto non superiore ai 10 euro, nel corso delle giornate del primo week-end di torneo, consente di entrare in tutti i campi della Caja Magica, ad eccezione del Manolo Santana, un facile confronto dei prezzi nei giorni centrali e finali fa vedere come quelli di Madrid siano circa il 20% meno cari. Se a questa differenza si aggiunge anche quella eventuale del costo della vita mediamente maggiore di Roma rispetto a quello della capitale spagnola, chi vuole pernottare per magari vedere più giornate di tennis, vede aumentare ancora la differenza nell’investimento.

I BILANCILa Federtennis si è molto vantata in questi anni, anche giustamente, del grande successo economico degli Internazionali d’Italia. Si tratta di un merito indiscutibile, visto che gli utili sono reinvestiti per il nostro tennis (in che modo venga effettivamente fatto, è un discorso che esula da questa analisi). Tuttavia, l’evento tennistico più importante in Italia deve essere per la Federtennis non solo una fonte di introiti, ma una grossa (e la migliore) occasione per promuovere il tennis, facendo conoscere dal vivo il grande tennis ai ragazzini. Per riuscirci, per decidere i prezzi si deve rinunciare alla semplice logica della domanda e dell’offerta e invece trovare il modo affinché il Centrale e i vari Nadal, Djokovic, Del Potro siano accessibili agli under 18 e a qualunque tasca, quantomeno sino ai quarti di finale. Se si vuole che un bambino si innamori del tennis e poi lo giochi con assiduità, una cosa è fargli ammirare i suddetti giocatori e vivere il fascino che emanano; un’altra, con tutto il rispetto, è metterlo nel ground a vedere i numeri 30 (o peggio) del mondo. Tiriac non sarà mosso certamente da questi fini promozionali per lo sport (i 12500 seggiolini del Manolo Santana si riempiono davvero soltanto per la finale maschile o se gioca Nadal) ma il suo torneo, nella pratica, può essere molto più facilmente accessibile a tutti, in ogni senso.

I MEDIA – Infine, colpisce come sia molto diverso, rispetto a quello storicamente avuto dal torneo romano, il rapporto che l’organizzazione spagnola assume con i media. Se a Roma il giornalista non solo non viene coccolato, ma nemmeno sempre messo in condizione di lavorare dignitosamente; se agli Internazionali ogni scelta logistica adottata non tiene mai in conto di come essa possa inficiare il lavoro di chi poi racconta alla gente il torneo, a Madrid la storia è ben diversa. La sala delle conferenze stampa dei giocatori è praticamente a fianco della sala stampa e, contemporaneamente, è distante pochissimi minuti dai principali campi di gioco. Ogni corrispondente è certo di poter avere il biglietto per ogni sessione di gioco del Manolo Santana, ha a disposizione due ticket per il pranzo e la cena e ha la facoltà di poter pernottare, a un prezzo convenzionato, in un hotel quattro stelle, con incluso servizio shuttle – in macchine di lusso, le stesse usate per il trasporto dei giocatori – da e per la Caja Magica. Una serie di servizi che fa capire come l’organizzazione ritenga la stampa un veicolo fondamentale per far conoscere al meglio il torneo, un approccio forse comprensibile meglio con un aneddoto. Al termine di un turno serale, siamo stati “costretti” ad attendere una ventina di minuti oltre all’orario stabilito l’arrivo dello shuttle che ci riportasse all’hotel. Il giorno successivo, per questo piccolo inconveniente, assolutamente comprensibile nel caos di un torneo così grande, il responsabile della sala stampa sarà venuto nel corso della giornata almeno una decina di volte a scusarsi per l’accaduto. Come si legge, la differenza nel rispetto per il lavoro del corrispondente è anche qui ben diversa.

Dopo questa lunga panoramica sulle caratteristiche dei due tornei, è difficile trarre una conclusione univoca su quale dei due sia il torneo migliore e la sensibilità di ogni lettore farà assumere a ciascuno le proprie conclusioni. Personalmente, ad esempio, e non per stupido campanilismo,  il fascino della tradizione e la bellezza del Foro Italico, nonostante i disservizi organizzativi romani e la minore offerta al pubblico garantita dal torneo romano, fanno preferire gli Internazionali d’Italia.

Continua a leggere
Commenti

Italiani

Adriano Panatta, settant’anni di citazioni

“Non voglio insegnare un tipo di gioco frustrante”. Ripercorriamo alcune frasi del campione romano su come vede il tennis e su come vorrebbe insegnarlo

Pubblicato

il

Adriano Panatta, oggi settantenne, è certamente il più grande tennista italiano (uomo) dell’Era Open, l’unico in grado di conquistare uno Slam (o di raggiungerne la finale) e l’unico ad aver procurato frequenti dispiaceri ad uno dei più grandi, vale a dire Bjorn Borg, tanto da essere l’unico ad aver battuto l’Orso a Bois de Boulogne, e per ben due volte.

Anche dopo il ritiro dalle scene, Panatta è riuscito a rimanere una figura familiare alla gran parte del pubblico italiano, non solo per i suoi trascorsi sui campi (e ora pure al cinema…), ma piuttosto per due caratteristiche da sempre molto nette della sua dialettica: da un lato, la schiettezza, che l’ha spesso portato a prendere posizioni controverse su vari temi; dall’altro, la deprecatio temporum dello stile di gioco contemporaneo, un aspetto che l’ha reso il paladino di una vena nostalgica comune a tanti appassionati, e per questo ancora più amato. Il suo gioco (che con espressione vetusta viene sempre definito “dei gesti bianchi”) e il suo approccio al professionismo sono passati, grazie alle sue affermazioni successive, a incarnare un idealismo tennistico fondato sulle sue sfumature più ludiche ed estetizzanti, lontane dal podismo della pressione da fondo e dalla velocità delle racchette moderne.

La combinazione dei due tratti, non comune fra i grandi del tennis, quasi sempre dediti all’encomiastica dello sport in quanto ben consapevoli che la storicizzazione del presente ne consoliderà la genealogia e quindi il loro ruolo all’interno di essa, ha reso le sue affermazioni motivo di interesse e di scalpore, seppur non sempre condivisibili (motivo per cui microfoni ed editori continuano a cercarlo con notevole frequenza), ed è per questo che UbiTennis ha deciso di celebrarlo con una raccolta delle sue migliori frasi, frasi che più di tutto raccontano Adriano Panatta, un uomo che guarda il tennis come l’ha giocato.

 

“A me piace parlare dello sport allegro. Il tennis di Nastase è allegro, il tennis di Noah è allegro. […] Lo sport professionistico non fa bene a nessuno, perché i giocatori sono macchine da corsa portate all’estremo. In più nel tennis sei sempre solo, e giocando tanto inevitabilmente diventi un po’ matterello [sic]”, La7, presentazione di “Il tennis è musica” del 2018 con Gaia Tortora.

“Ah, la veronica non si insegna: viene naturale. Quella per annullare il match point a Pavel Hutka, seguita da una volée in tuffo, al primo turno di Parigi ‘76, è forse la più celebre. Il nome veronica lo inventò il giornalista Rino Tommasi. Forse, per non alimentare la mia falsa fama di seduttore, era meglio chiamarla Filiberto!”, Corriere, 2020.

“Mica ce l’ho con il rovescio a due mani. Ho solo detto che a una mano è più elegante e che, se posso, lo insegno così. Ma se arriva un bimbo che naturalmente attacca l’altra mano e colpisce bene, non sarò certo io a staccargliela, per carità di Dio. Quello che volevo dire è che nella mia scuola vorrei insegnare un tennis facile e voglio che i miei collaboratori la pensino come me, e non come si fa altrove. Perché le cose facili sono per certi versi le più complicate da insegnare, ma anche quelle che rendono felici. Se un ragazzino inizia a giocare, cresce, si diverte e ha tante soluzioni in campo, difficilmente smetterà. Non voglio insegnare un tipo di gioco frustrante, cioè quello che oggi fanno quasi tutti […] non è una questione ideologica, è che per fare quel tennis lì, botte di dritto e botte di rovescio e corse forsennate, servono qualità fisiche e forza mentale straordinarie, e mica tutti ce l’hanno. […] Chi diffonde quel tipo di gioco, secondo me, non fa il bene della maggior parte dei giocatori. Crei molti infelici”, in un’intervista di oggi a Federico Ferrero su Tennis Magazine Italia.

“Borg e Vilas hanno rovinato una generazione di giocatori. Oggi non c’è più un giocatore d’attacco, capace di ammorbidire la palla. Andre Agassi è stato l’evoluzione di questo tennis. Ha inventato un nuovo modo di giocare, primo attaccante a fondo campo. Oggi trovi degli energumeni che impugnano l’attrezzo. Il tennis è un’altra cosa. Guardo Federer. Lui gioca troppo bene. Lui è un illuso, vorrebbe battere quella belva di Nadal giocando bene a tennis. Impossibile, Panorama, 2006.

“Non l’ho mai detto a nessuno, conservo un’unica cosa: la pallina del match point contro Vilas a Roma, una Pirelli. Se la fece regalare mio padre Ascenzio, custode del Tc Parioli. Quando è mancato, riordinando casa, l’ho trovata. Poi è sparita di nuovo, misteriosamente. L’ha ripescata di recente mia figlia Rubina in un cassetto. È sbiadita, dura come un sasso. E con il tempo si è rimpicciolita, come i vecchi”, Corriere, 2020.

“Al Roland Garros in particolare giocai il miglior tennis della mia vita, dopo aver annullato con un tuffo un match point dell’avversario e surclassato Borg nei quarti di finale. Sessanta secondi di pienezza totale, di felicità, alla fine della finale con Harold Solomon e poi basta. La sera, nella cena di gala, ricordo, ero già molto triste. Un senso di vuoto. Quasi una depressione, che mi è durata tre settimane di seguito, Panorama, 2006.

“[P]er Berlinguer dovevamo andare in Cile. E voleva lo sapessimo. Per il segretario del Pci non sarebbe stato giusto che la Coppa finisse nelle mani del Cile del regime-Pinochet piuttosto che nelle nostre. Da lì in poi la strada verso la partenza si fece in discesa. Fu come un liberatutti. Il governo Andreotti disse che lasciava libero il Coni di decidere, quest’ultimo lasciò libera la Federazione e di fatto ci ritrovammo a Santiago, liberi di vincere. Grazie a Berlinguer. La Repubblica, 2009.


TUTTI GLI ARTICOLI DI UBITENNIS SU ADRIANO PANATTA

Continua a leggere

Racconti

A 4000 miglia da Wimbledon, l’All Iowa Lawn Tennis Club è il regalo di un padre al figlio scomparso

Oggi vi raccontiamo la storia di Mark Kuhn, che con il figlio Alex ha costruito una piccola replica del centrale di Wimbledon in Iowa

Pubblicato

il

Non c’è un appassionato di tennis nel mondo che non apprezzi la perfezione e la cura dei campi di Wimbledon. E anche in un posto apparentemente remoto – lontano ben 4000 miglia dal Centre Court – come l’Iowa c’è un piccolo pezzo di quella tradizione del “verde” che parte da Church Road. Jack Cullen, nell’ultima edizione del “Des Moines Register“, ha parlato della storia di Mark e Alex James Kuhn, padre e figlio, che hanno creato una replica del campo centrale di Wimbledon nei pressi di Charles City, in Iowa.

La storia dell’All Iowa Lawn Tennis Club parte da lontano, nel 1962. Il piccolo Mark ha 11 anni e si è appassionato al tennis ascoltandolo per radio. Un giorno del 1962 porta il pony della sorella ad abbeverarsi e vede un campo di mangimi per bestiame. Arriva l’illuminazione: è il posto perfetto per costruirci un campo da tennis. Il giorno stesso prende le misure del campo ma il progetto resta un sogno per decenni.

Olivia Sun / The Register

40 anni dopo, la morte di un vicino (e amico) agricoltore riporta alla luce il sogno d’infanzia e nel 2002 Mark decide di realizzare quel campo d’erba. La costruzione è da subito complicata: sono necessari 16 camion pieni di suolo sabbioso, sei file di tubi di drenaggio e 15 irrigatori. Mark e suo figlio Alex devono anche rimuovere uno per uno tutti i sassi presenti sul terreno.

 
Il campo prima della lavorazione. Olivia Sun / The Register

Il progetto ‘sfida’ anche le osservazioni degli esperti dell’università dell’Iowa, che sconsigliato di realizzare campo in erba a causa delle rigide temperature invernali. Alla fine Mark riesce nel suo intento: il campo viene inaugurato nel 2006, dopo quattro anni di lavori intensi, e il successo si palesa praticamente subito. L’All Iowa Lawn Tennis Club riceve una caldissima accoglienza dal pubblico, con cento visitatori dall’inaugurazione. Arriva anche il plauso degli addetti ai lavori, come Ryan Knarr, direttore del torneo della Pennsylvania, che l’ha definito “unico nel suo genere“.

Olivia Sun / The Register

Il riconoscimento arriva anche dalla più grande eccellenza nel mondo dei campi da tennis in erba, il torneo di Wimbledon. Dopo anni di lettere mandate da Mark nella speranza di ottenere uno stage con i giardinieri di Wimbledon, la sua richiesta viene accettata nel 2012. L’anno successivo Kuhn riceve i biglietti per il Centrale di Wimbledon come regalo dai giardinieri, e si fa accompagnare dalla moglie Denise e dal figlio Alex. Nel 2016 gli viene addirittura dato il pass di ospite onorario per tutte e due le settimane del torneo, in quello che è il coronamento di un sogno durato una vita.

Come a volte accade, dopo il punto più alto arriva tragicamente quello più basso. Per Mark questo succede proprio durante la sua memorabile esperienza a Wimbledon nel 2016: suo figlio Alex si toglie la vita a 34 anni. Alex Kuhn era reduce da un paio di mesi complicati, nonostante avesse avuto un ruolo importante, come consigliere comunale, nella chiusura di una fabbrica di maiali che minacciava di avere un impatto negativo sull’ecosistema della zona. Stava seguendo delle terapie per combattere l’ansia, e suo papà Mark ne era a conoscenza, ma non avrebbe mai immaginato che sarebbe potuto arrivare a tanto.

Per superare il dolore della sua scomparsa e per onorarne la memoria, Kuhn realizza uno degli ultimi sogni del figlio: sostituire i semi del campo con gli stessi utilizzati per far crescere l’erba del centrale di Wimbledon, i semi del loglio perenne. In più crea la fondazione ‘Alex J. Kuhn’, destinata a raccogliere fondi in favore della lotta contro le malattie mentali e la depressione.

Non è l’unico nuovo inizio per l’AILTC. La tennista statunitense Madison Keys, originaria dell’Iowa, si è interessata alla vicenda e prenderà parte a un torneo di beneficenza (senza spettatori) che si terrà presso il Club il 31 luglio e l’1 agosto.

Olivia Sub / The Register

Vi starete domandando se, passando per Charles City, sia possibile scambiare due colpi sul campo che ‘mima’ il centrale di Wimbledon nel bel mezzo dell’Iowa rurale. La risposta è sì. Kuhn non accetta soldi per la prenotazione dei campi, ma solamente donazioni. Sarà creata a breve la All Iowa Lawn Tennis Foundation, che raccoglierà queste donazioni e si impegnerà nella promozione del tennis su erba e delle iniziative sociali in Iowa.

Continua a leggere

Area test

Il profile di Donnay si chiama Formula 100 Unibody e vi aiuterà molto

Il test in campo del nuovo profile di Donnay, la Formula 100 Unibody, potenza e comfort al servizio di tutti.

Pubblicato

il

Classico non vuol dire certo non assecondare le richieste del mercato. Ecco perché nella gamma delle racchette Donnay è presente anche la Formula 100, un telaio profile. Ovviamente, Donnay ha cercato anche in una racchetta del genere ci conservare le caratteristiche chiave dei suoi modelli, e cioè un “contatto” con la palla molto piacevole e confortevole ma capace, allo stesso tempo, di offrire potenza e rotazione. Formula 100 adotta la tecnologia Unibody, la novità Donnay del 2020, e cioè una costruzione del telaio interamente in grafite in tutti e quasi i 70 cm del telaio, questo significa che il manico, un punto troppo spesso ritenuto meno importante del resto, è costruito senza ricorrere a pallets o schiuma poliuretanica. Con questa tecnologia Donnay lo costruisce interamente in grafite, come il resto della racchetta, che diventa così ancora di più un corpo unico, consentendo di avere una resa migliore in termini di feeling con la palla, la priorità quando su un telaio c’è la serigrafia Donnay. Esteticamente, nei lati del piatto corde troviamo in bianco sul nero opaco le scritte Donnay e Formula. Il fusto cambia spessore dai 21 millimetri degli steli ai 26 del cuore, in testa la racchetta è larga 24 millimetri.

Qui la recensione del modello Allwood 102 di Donnay

Caratteristiche

Piatto corde 100 inch2
Peso 300g
Schema corde 16×19
Bilanciamento 320 mm
Rigidità 57 RA
Profilo 21-26-24 mm
Lunghezza 68.6 cm

 
Il manico interamente in grafite: è la tecnologia Unibody

Test in campo

I vantaggi del sistema Unibody si fanno sentire, con un valore di rigidità al di sotto dei 60 punti, Formula Unibody restituisce i vantaggi di un telaio con rigidità maggiore. Specie i colpi piatti escono dalle corde in maniera energica, con il plus però di avere controllo e stabilità frutto grazie all’innovazione delal nuova tecnologia. Che risulta migliore, in termini di feeling e di maggior potenza a disposizione, rispetto a Hexa.  Rispetto alla Allwood o anche alla Pro One stessa, il top di gamma per gli agonisti in casa Donnay, Formula risulta un telaio meno sensibile ma perché è più adatto a cercare la potenza. Si ci gioca bene da fondo campo, chi non ha ancora sbracciate poderose può trovare in questo telaio un compagno ideale per far uscire la pallina con velocità nonostante il poco sforzo avendo in cambio una sensazione di comfort praticamente impareggiabile. Non ci sono vibrazioni, questo anche perché il telaio è molto stabile. Non abbiamo in mano un telaio progettato per generare spin, e di fatto le soluzioni ottimali si ottengono quando imprimiamo giusto un po’ di copertura alla palla, senza esasperare. Questo perché Formula si rivolge a un pubblico magari ancora non di livello agonistico. Il vantaggio nelle esecuzioni dei colpi piatti si percepisce soprattutto al servizio, ma anche a rete dove risulta molto sensibile. Da fondo la palla esce con facilità e velocemente, le caratteristiche che un amatore cerca in un telaio del genere, solo che Donnay aggiunge più feeling e delicatezza di impatto rispetto alla concorrenza.

Conclusione

Formula Unibody è unna racchetta profilata ideata per giocare in maniera classica, cercando precisione e con una buona spinta a disposizione grazie alla massa del telaio, molto reattivo. State riprendendo a giocare da poco o dopo un infortunio? Questa è una delle scelte possibili.

Testata con corde String Project Magic(1,25 tensione 23/24Kg), String Project Hexa Pro (1,25 tensione 23/24 Kg e 1,20 tensione 23/24 Kg)

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement