Nadal teme l’erba alta, per Zverev è uguale – Ubitennis

Interviste

Nadal teme l’erba alta, per Zverev è uguale

Tre protagonisti a poche ore dall’esordio. Rafa è qui per vincere, ma conosce le insidie. Zverev invece è laconico: “La superficie conta poco”. I mondiali distraggono Murray

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Prima che sia solo bianco, giallo e verde – i tre colori che caratterizzano le divise, le palline il manto erboso – i protagonisti dei Championships sfilano in conferenza stampa per condividere timori, scoprire le carte o scegliere di non farlo, parlare di tutto e a volte anche dei mondiali di calcio.

In attesa di scoprire in che modo Federer cercherà di svicolare dalle morbose aspettative sulla conquista del suo ventunesimo Slam, Rafael Nadal torna a sedere di fronte ai giornalisti d’Albione a 3647 giorni di distanza dalla finale dell’edizione 2008, che tra cinque giorni compirà dieci anni esatti. La partita che ha segnato il suo ingresso definitivo nella storia del tennis. “Mi sento più vecchio, con tanti chilometri nelle gambe” sorride Rafa, che però non ha certo l’aspetto di un’auto vicina alla rottamazione. “Le cose importanti nella vita non cambiano mai” è la via più comoda per spiegare che viene qui a Londra per vincere questo torneo come ogni anno, anche se può diventare sempre più complicato, anche se ha dovuto rinunciare ancora al Queen’s – “mi è dispiaciuto non andarci, ma avevo giocato tanto sulla terra” – e se l’erba comporta delle ulteriori difficoltà di adattamento.

Le aspettative sono alte, sono qui per fare bene. È però vero che si arriva a questo evento senza avere un’idea precisa di come ti senti, come stai giocando. Anche quando ho vinto Wimbledon ho giocato al massimo cinque partite prima sull’erba (nel 2008, al Queen’s, ndr), un’altra volta ne ho giocate tre (nel 2010, sempre al Queen’s, ndr). Arrivi qui e non sai esattamente come stai, è un torneo nel quale la fiducia arriva strada facendo, al massimo negli allenamenti della settimana precedente. Quando arriva il Roland Garros so se sto giocando bene o male, so quante possibilità ho, allo US Open – anche se in misura minore – vale lo stesso“. Oltre a questo, l’erba rimane un microcosmo a parte nel mondo del tennis. Si gioca poco, ma è necessario modificare qualcosa.

 

Per me una delle cose più difficili da fronteggiare è la velocità dei campi, devo giocare e muovermi in modo diverso. Nelle fasi finali del torneo i movimenti diventano più facili perché non rimane molta erba a fondocampo, affiora la terra sulla quale ci si muove più liberamente” dice Rafa, svelando un po’ il segreto di Pulcinella. Del resto i numeri dello spagnolo parlano chiaro: delle dieci sconfitte a Wimbledon sette sono arrivate in uno dei primi quattro incontri, le altre tre tutte in finale, poiché quando Rafa raggiunge i quarti poi arriva sempre in fondo. “So che devo essere pronto sin dall’inizio del torneo” è dichiarazione figlia dell’evidente insidia dei primi turni, a cui potrebbe aggiungersene un’altra.Mi sembra che quest’anno l’erba a Wimbledon sia leggermente più alta del normale, non so se per questioni climatiche“. I più maliziosi parleranno di maniavantismo, ma conosciamo tutti la capacità del maiorchino di rilevare ogni dettaglio. L’ultimo gli è sfuggito probabilmente in culla.

Certo stridono le lungaggini di Rafa sulle insidie dell’erba al cospetto della sicumera ben poco prolissa di Alexander Zverev, che giura di non prestare troppa attenzione al colore e alle caratteristiche del tappeto sul quale gli tocca rincorrere la palla. “Certo, l’erba è una superficie diversa, ma come ho sempre detto per me la superficie non gioca un ruolo così importante. Sta tutto nel mio tennis quando sono in campo, posso adattarmi alle superfici. Ovviamente devi fare qualcosa di diverso rispetto alla terra, usare un po’ di più lo slice, entrare di più in campo, ma sono aggiustamenti che puoi mettere a punto in pochi giorni. Dopo di che devi solo trovare i tuoi colpi”. Parla la metà degli altri Sascha, è fatto così, non riesce a smuoverlo neanche una domanda sulla sua routine pre-partita. “Non sono superstizioso, per me l’unica cosa che conta è la preparazione. Se mi sono allenato bene giocherò bene“. Il pragmatismo tedesco con sprazzi di ‘educazione siberiana’ erompe in tutta la sua efficacia.

Rispetto a quello che si attende dal torneo, Sascha ci tiene però a precisare una cosa. “A Parigi ero un po’ infortunato, lo sanno tutti. Non mi sono allenato molto prima di Halle, quindi sono sceso in campo poco rodato, ma gli allenamenti successivi alla sconfitta di Halle, compresi quelli che ho svolto qui, sono andati alla grande. Sono pronto per cominciare“. Partendo, come ordine tennistico vuole, dal servizio. “È molto semplice: cerco di servire più forte che posso, non c’è molta tattica dietro. A volte sul ritto, altre sul rovescio, altre ancora al corpo“. Alla fine rischia di avere ragione lui. Il tennis può essere una faccenda tanto complicata, ma persino tanto semplice.

Certo, vaglielo a raccontare a Andy Murray. È tornato dopo un anno di stop, dopo i concreti timori di dover appendere la racchetta al chiodo, e in tre partite ha dovuto affrontare Kyrgios, Wawrinka e Edmund. Mica semplice rientrare così, ma lo scozzese ha la scorza dura e a Wimbledon giocherà. “A meno che nei prossimi due giorni non mi svegli e mi senta poco bene. Negli altri sport quando rientri dopo un infortunio non tendi a competere immediatamente con i più forti del mondo, magari per cinque set. Rientri con calma, giochi 15 minuti, poi 30, e via così”. Nel tennis, invece. Confessa poi, con la consueta disponibilità che quasi sempre va ben oltre gli obblighi istituzionali con la stampa, che l’anca ancora qualche problemino glielo dà. “Ci sono alcuni movimenti ancora insidiosi e cose su cui devo lavorare. Però va considerevolmente meglio di qualche mese fa, questo è certo. A volte in allenamento puoi sentirti bene, poi vai in campo per spingere al massimo e noti qualche altro piccolo problema. Si impara molto dalla competizione“. Per questo Andy non ha voluto tirarsi indietro.

Nonostante sia difficile scendere in campo, con due coppe in bacheca, da n.156 del mondo. E da numero due britannico in tabellone, come non gli accadeva da ben undici anni. “In passato credo di aver dato per scontato molte cose“. Essere tra i più forti, competere per gli Slam, diventare numero 1. Poi cerca il termine corretto, e lo trova. “Devo essere consapevole (mindful, ndr) e attento a come mi sento giorno per giorno. Soprattutto devo essere aperto con il mio team e condividere con loro le mie condizioni“.

Il britannico esordirà contro Paire, altro accoppiamento del quale probabilmente avrebbe fatto a meno. “Sono abbastanza sicuro di ricordare che a lui non piaccia giocare sull’erba. Lo scorso anno ha disputato un buon torneo (fu sconfitto proprio da Murray agli ottavi, ndr) e ha avuto un paio di match point contro Roger ad Halle quest’anno. Con le qualità che ha non vedo una ragione per cui non possa giocare bene su questa superficie. Ha una stile poco ortodosso, alti e bassi…“. Qui la conferenza è interrotta da qualche schiamazzo, perché in contemporanea Francia e Argentina stanno disputando uno degli ottavi di finale più emozionanti che si siano visti in un mondiale di calcio. “Non posso credere che ci stiamo perdendo questa partita. Non possiamo andare a vederla?” dice piuttosto seriamente Andy, raccogliendo sorrisi in sala.

Una serenità ritrovata che fa ben sperare. Dal punto di vista della comunicazione Andy è sempre stato un Fab 4 atipico, il più umano. Come dimostrò quella volta in cui, sempre a Wimbledon, qualcuno ebbe l’ardore di chiedere ai tennisti come preferissero gustare le celeberrime fragole dei Championships. “Con la crema“, l’ovvia risposta di Federer e Djokovic. Non quella di Murray, che si affrettò a rispondere “con le dita”. Gli si vuol bene anche per questo.

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Focus

Binaghi a tutto campo: bilanci, prospettive e quella prudenza su Torino

Il punto di inizio stagione del presidente federale ai microfoni Rai: l’entusiasmo per la Davis, il nuovo corso della Fed Cup, le speranze al maschile per un grande risultato nel 2019. Sulle Finals: “Le candidate sono tutte sullo stesso piano”. E la questione può diventare politica

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Angelo Binaghi, presidente FIT

Il presidente della Federtennis Angelo Binaghi è intervenuto ai microfoni RAI di Gr Parlamento, a cavallo dei due weekend di Davis e Fed Cup. L’Italia punta al bottino pieno ed è a metà dell’opera, dopo il convincente successo di Calcutta al debutto nella nuova Davis.

CON FABIO A MADRID -“Contro l’India eravamo più forti nei singolari e li abbiamo vinti agevolmente senza perdere un set – l’analisi del presidente federale – complimenti a Barazzutti e a tutta la squadra. La formula di Madrid si preannuncia divertente (l’Italia pare abbia votato a favore della rivoluzione, ndr), i due set su tre appiattiscono i valori e quindi prevedo grande equilibrio. Puntiamo a conquistare un ottimo risultato, sperando di riavere con noi anche Fognini. Nessun caso sulla sua assenza in India, oltre i 30 anni credo sia anche giusto lasciar libero di tirare il fiato un giocatore che da più di un decennio si esprime su alti livelli in maglia azzurra. Abbiamo utilizzato la stessa politica in passato con Farina, Schiavone, Pennetta e Vinci in Fed“.

CAMILA & SARA ARE BACK– E proprio da Biel, dove le azzurre stanno per sfidare la Svizzera, la nazionale femminile può provare a rilanciare un nuovo ciclo. Il ritorno al sereno con Camila Giorgi (“con lei è tutto a posto – precisa Binaghi – ci attendiamo molto perché può fare risultato su qualsiasi superficie“) e il rientro dalla squalifica di Sara Errani regalano sostanza ed esperienza alle più giovani su cui sta lavorando Tathiana Garbin. Il (recente) passato è ormai distante, ma bisogna guardare avanti. “Abbiamo avuto la fortuna di vivere un’epopea del tennis italiano con delle ragazze straordinarie, un momento però difficilmente ripetibile (quattro Fed in bacheca tra il 2006 e il 2013). Sono molto curioso di rivedere in campo Sara – tiene a precisare Binaghi -, visto che rientra da una squalifica ingiusta per il caso doping. Me la aspetto carica e con una gran voglia di giocare, pur consapevole che star ferma per mesi come è accaduto a lei può essere un problema per una giocatrice professionista di alto livello“.

 

FATTORE MUSETTI – Il numero uno del tennis italiano è tornato anche sul successo di Lorenzo Musetti a Melbourne. “Dopo il grande risultato, segnale di un movimento che funziona – le sue parole -, sarebbe opportuno adesso spegnere i riflettori su questo ragazzo e lasciarlo crescere e lavorare in tranquillità“. L’analisi si è poi estesa in generale al 2019 del nostro tennis maschile, anno per il quale Binaghi ha alzato l’asticella: “Abbiamo una grossa potenza di fuoco, magari in uno Slam o proprio in Davis potrebbe arrivare un risultato importante. Da Marco Cecchinato mi aspetto la stagione della maturità e della continuità, magari  anche senza picchi come la semifinale a Parigi ma con un rendimento costante ai più alti livelli“.

TORINO, QUESTIONE POLITICA?  – Binaghi non si è tirato indietro nell’esprimere un pieno sostegno alla riforma dello sport italiano firmata dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti, digerita però a fatica nelle stanze del Foro Italico. “La FIT è tra i primi sostenitori di questa riforma che va completata in molti aspetti – va diretto -, a regime le novità porteranno una scossa positiva allo sport italiano. Mi sembra sbagliato definire la nostra posizione agli antipodi rispetto a quella di Malagò. Nessun personalismo, siamo solo favorevoli a una riforma piena di cose giuste pur ridisegnando per il CONI un nuovo ruolo meno importante del precedente“. Lecito chiedersi a questo punto se gli espliciti buoni rapporti tra la Federtennis e il governo renderanno anche più fluida la collaborazione nella corsa alle ATP Finals 2021-2025. Torino è tra le candidate, la decisione arriverà a marzo ma Binaghi sceglie di smarcarsi: “A oggi c’è un equo 20 per cento di possibilità per ciascuna delle cinque contendenti. La nostra candidatura è forte ma combattiamo contro colossi, ci siamo e abbiamo una proposta convincente, vediamo cosa deciderà il board ATP a Indian Wells“. Una prudenza opportuna, che si discosta un po’ dall’ottimismo emerso da altri fronti, e che potrebbe essere in qualche modo collegata con la discussione prevista sul tema in consiglio dei Ministri alla voce “varie ed eventuali”. Secondo la ricostruzione de Il Fatto Quotidiano, sembra non sia così scontato l’ok governativo alla concessione del contributo economico necessario a rispettare i parametri imposti dall’ATP per l’assegnazione dell’evento (78 milioni in cinque anni). Si parla di cifre ben diverse, ma va tenuto presente come la parallela candidatura di Milano-Cortina per le Olimpiadi invernali 2026 stia viaggiando senza il supporto economico di Roma. Per Torino e l’amministrazione pentastellata di Chiara Appendino le Finals rappresentano anche un’occasione di riscatto dopo l’esclusione dalla corsa a cinque cerchi. E l’eventuale sponda governativa – è un rischio – può finire nel più ampio calderone di contrappesi ed equilibri tra Lega e Movimento Cinque Stelle. Se ne saprà di più nei prossimi giorni.

 

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Australian Open

Djokovic: “Partita perfetta, fondamentale cominciare bene”

Il serbo commenta la straordinaria prestazione che gli vale il settimo titolo a Melbourne e il terzo slam consecutivo: “Impensabile 12 mesi fa”

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(foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)


Mats Wilander ha detto che la tua performance è stata la perfezione assoluta. Come la classifichi tu tra tutte le tue finali Slam?
È la prima della lista, date le circostanze: giocare contro Nadal in una partita così importante. È incredibile aver giocato consecutivamente semifinale e finale in cui penso di aver fatto 15 errori non forzati in totale, sorprende piacevolmente anche me, anche se ho sempre pensato di poter giocare a questi livelli, mi sono immaginato me stesso giocare in questa maniera, ma a questo livello e date le circostanze, è stata veramente una partita perfetta.

Sia te che Rafa avete commentato come questo sia il miglior torneo del mondo. Puoi spiegarcelo meglio?
Come ha detto Rafa sul campo, probabilmente non c’è altro torneo al mondo che fa di tutto per migliorare strutture e servizi per i giocatori, per i fan e per i media – spero che anche voi siate d’accordo su questo. È sicuramente un torneo alza molto l’asticella anche per gli altri slam e gli altri tornei. Sono d’accordo con Nadal, senza dubbio, questo è lo slam migliore, almeno per i giocatori.

 

Non hai solo superato Roy Emerson, hai superato Pete per il numero totale di Slam vinti. Cosa significa per te superare il tuo idolo d’infanzia? Quando hai giocato in doppio con lui nel 2013 alla UCLA, ti saresti mai immaginato una simile scenario?
L’ho detto molte volte che nutrivo per lui grande ammirazione. Una delle prime immagini che si sono rimaste impresse quando ho iniziato a giocare a tennis è quella di Sampras che vince il suo primo titolo a Wimbledon che risale al ‘92, credo. Ero un ragazzino a Kopaonik, un resort di montagna nel sud della Serbia. Nessuno aveva mai preso in mano una racchetta da tennis prima di me, non avevo una tradizione tennistica nella mia famiglia, ma avevo una tradizione sportiva. È stato sicuramente un segno del destino iniziare a giocare a tennis, aspirare a essere bravo come Pete. Per il fatto di averlo superato come titoli di Slam, non so cosa dire… Non ho avuto troppo tempo per fermarmi a guardare tutto quello che è successo, ma lo farò.

Hai vinto gli ultimi tre Slam. Il tuo stato di forma in questo momento è forse il migliore della tua carriera. Molti giocatori dicono che potresti eguagliare il record di Roger, e anche superarlo. Come convivi con queste aspettative?
Come ci convivo (risate)?

Sì.
Benissimo (sorride). Sono consapevole che è molto speciale fare la storia dello sport che amo con tutto il cuore. Mi dà grande motivazione. La mia priorità massima in questa stagione e nelle prossime è giocare gli Slam e i maggiori tornei ATP. Quante stagioni ci saranno ancora? Non lo so. Non sto cercando di pensare troppo in anticipo. Voglio concentrarmi sul fatto di continuare a migliorare il mio gioco e di mantenere il benessere generale di questo momento, mentale, fisico, emotivo, in modo da essere in grado di competere a un livello così alto per gli anni che verranno, e di avere la possibilità di avvicinarmi al record di Roger. È ancora lontano.

Sette Australian Opens, 15 Slam.
Non male (detto con accento italiano). (Risata).

Sei rimasto sorpreso dal fatto che nel primo set Nadal non sia stato in grado di fare un solo punto sul tuo servizio per cinque giochi consecutivi?
Questa è stata sicuramente la chiave, entrare bene in partita fin dall’inizio. Partire con la giusta intensità e cercare di essere aggressivo e coprire il campo e fargli sentire pressione da parte mia, ovviamente questo era il piano. Sono riuscito a ottenere un break cruciale già nel secondo gioco e arrivare sul 3-0 in meno di 10 minuti. È stato importantissimo perché Nadal porta sempre con sé un’enorme intensità in campo, il 100% della sua concentrazione e della sua determinazione. L’energia e la potenza che mette nei suoi colpi ti può intimidire veramente dal primo punto della partita. Ma questo ti rende più vigile. Me lo aspettavo e perciò, sapendolo, ho avuto la spinta per essere ancora più pronto a cominciare bene. Credo che sia stata la svolta cruciale della partita.

Se l’anno scorso qualcuno ti avesse detto che saresti stato seduto qui dopo aver vinto tre Slam di fila, cosa avresti pensato?
Non impossibile, ma altamente improbabile. Non voglio sembrare arrogante, ma credo sempre in me stesso. Penso il più grande segreto del mio successo, o il segreto di qualsiasi altro atleta, è la convinzione in se stessi, il fatto di scavare sempre in fondo a se stessi nei momenti di avversità, scavare nei momenti in cui ti sei fiero di te stesso, creare un’immagine vincente di te stesso, cercare di avere un atteggiamento mentale positivo. Ovviamente è molto più facile a dirsi che a farsi. Sono un vero sostenitore del fatto di creare un’immagine di se sessi, lo faccio tantissimo e penso di averlo dovuto fare come mai nella vita 12 mesi fa dopo l’intervento chirurgico perché non stavo giocando bene, non mi sentivo bene in campo, avevo dubbi su tutto, non sapevo nemmeno se sarei stato in grado di giocare con qualcuno a questo livello perché non sapevo fino a che punto l’operazione al gomito avrebbe influito sul mio gioco. È stata una curva di apprendimento enorme e l’intero processo è stato semplicemente speciale. Ho vissuto intensamente tutto il percorso. Sono molto grato di essere riuscito ad affrontarlo. Non cambierei mai nulla se potessi tornare indietro nel tempo perché le cose sono esattamente come dovrebbero essere. Ma 12 mesi fa era altamente improbabile vincere tre Slam. Devo solo esserne cosciente e capire che sono fortunatissimo.

Ricordiamo tutti la conferenza stampa agli Open di Francia dello scorso anno in quella stanzetta.
Sì.

Sembravi molto esaltato oggi per questa partita. Poi riesci a fare una performance del genere. Pensi di avere più fame di successo negli ultimi anni della tua carriera?
Per la verità ho sempre avuto fame di successo. Se non l’avessi, probabilmente non avrei alcuna necessità di competere a questo livello e di viaggiare perché non sarei onesto con me stesso. Allora probabilmente sarebbe una perdita di tempo. Non si tratta solo del successo. Per me, questa è una scuola di vita o un viaggio di consapevolezza all’interno della vita. L’ho già detto in passato: sul campo da tennis sono nudo, sono esposto ai miei massimi in termini di emozioni e carattere. È sul campo che probabilmente imparo più cose su me stesso, che ho l’opportunità di conoscere me stesso. Qual era la domanda (sorride)?

Non sai quanti anni ti sei lasciato alle spalle. Sembra che ti manchino ancora parecchi anni a questi ritmi.
L’hai detto: infuocato.

Più affamato.
Scusa, sono andato fuori strada. La fame c’è sempre, ma oggi per me è più importante organizzarmi meglio la vita, riuscire a essere molto conciso e concreto in quello che faccio e in quello che ho intenzione di fare perché sono un padre e un marito. Non si tratta più solo di tennis. Ecco perché penso di aver spinto al massimo livello la mia professionalità, probabilmente più che mai nella mia carriera.

Hai condiviso un momento carino con quattro leggende australiane. Hai detto qualcosa in particolare all’uomo di cui hai superato il record? Come ci si sente a essere legati alla storia del tennis di questo paese?
Mr. Emerson ha detto che è molto arrabbiato con me perché ho battuto il suo record (sorridendo). È stata l’immagine più preziosa della serata essere vicino a quelle quattro leggende. Lo ricorderò per sempre con immensa gioia.

Quanto sarebbe incredibile sarebbe se potessi vincere l’Open di Francia e vincere tutti e quattro gli Slam uno dopo l’altro? Pensi che un Grande Slam sia fuori questione? Rod Laver pensa che tu abbia il gioco per riuscirci.
Devo portare Rod Laver nella mia squadra per ottenere questo risultato. È l’unico che è riuscito a vincere la sfida impossibile, probabilmente la sfida massima del tennis. Vedremo. Ovviamente è solo l’inizio della stagione. Ci sono molti tornei da giocare prima del Roland Garros, quindi ho un sacco di tempo per migliorare la mia forma poco alla volta, ovviamente prima sul cemento con Indian Wells e Miami, poi iniziando sulla terra. Ovviamente devo lavorare sul mio gioco sulla terra battuta in modo più specifico di quanto abbia fatto nella passata stagione. Devo giocare meglio di quanto abbia fatto la scorsa stagione. Sto già giocando meglio. Ma se voglio vincere il titolo devo lavorare in modo particolare sulla terra. La massima sfida è vincere contro Nadal. Poi contro Thiem e Zverev, Roger probabilmente giocherà. Ci saranno tanti grandi giocatori che sulla terra possono mettere alla prova me o chiunque altro. C’è ancora molto tempo. Ovviamente, per prima cosa mi godrò questa vittoria e la condividerò con la mia famiglia e i miei amici, e poi ripartirò da lì.

Dopo quest’ultima partita hai detto di essere di nuovo in totale concentrazione. Puoi dirci che tipo di perfezione è stata quella di stasera in particolare, il modo di anticipare la palla?
Entrambi abbiamo giocato a un ottimo livello per arrivare in finale. Eravamo entrambi in grande fiducia, sicuri delle nostre possibilità. Come ho detto pochi minuti fa, penso che per me uno degli obiettivi più importanti della partita fosse iniziare con la giusta mentalità e intensità ed essere sicuro che anche lui sentisse la mia presenza. Lui fa sempre in modo che l’avversario al di là della rete, gli spettatori, tutti sentano la sua presenza, perché è fatto così. È così che gioca. È così che si comporta. È così concentrato, porta tanta di quella energia, saltando, scattando. Lo sai fin dal primo punto che ti farà faticare tantissimo. Ho visto le sue partite. Ho visto che ha migliorato il servizio, che è stata la sua nuova arma durante queste settimane, oltre naturalmente a tutte le armi che già ha nel suo arsenale. È stato molto importante cominciare con un break subito all’inizio, è stato lo scenario ideale per me. Avere un set di vantaggio mi ha fatto sentire più rilassato a mi ha dato modo di non preoccuparmi troppo. Poi è andata davvero liscia.

Probabilmente sei l’unica persona che ha risolto la “questione Nadal” Nadal dal punto di vista tattico. Ti senti come se l’avessi “capito”? Che tipo di disciplina tattica richiede?
Non voglio dire che l’ho capito perché non voglio che mi torni indietro in qualche modo in futuro. Posso averlo capito per questa partita, ma non per sempre. Giocheremo tante altre partite su superfici diverse e non vedo l’ora. Lo spero proprio perché questa rivalità è stata la più significativa, quella che ha avuto il maggiore impatto su di me sia a livello personale che professionale. Il suo servizio è migliorato, ma allo stesso tempo ho lavorato anche sul mio servizio. Penso che mi sia stato molto utile, specialmente nelle ultime due partite. Una cosa è certa: entrambi cercheremo di migliorare in futuro, indipendentemente da ciò che succede ora.

Traduzione di Beatrice di Loreto

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Australian Open

Nadal: “Lui ha giocato in maniera fantastica, mia difesa insufficiente”

Dopo la cocente sconfitta in finale a Melbourne lo spagnolo non si nasconde: “La sua miglior partita, mi sarebbe servito difendere bene”

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(foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)


Indjokabile: Djokovic domina Nadal e vince il settimo Australian Open

 

La finale degli Australian Open 2019 non ha avuto storia. Probabilmente nessuno, nemmeno lo stesso Rafael Nadal avrebbe immaginato un dominio del genere da parte di Novak Djokovic. Invece lo spagnolo oggi non è stato in grado di opporsi minimamente allo strapotere del suo avversario, lanciatissimo verso il settimo titolo a Melbourne. È la prima volta in carriera che Rafa non riesce a vincere neanche un set in una finale Slam, altra testimonianza evidente della straordinaria prestazione di Novak. Forse la migliore di sempre contro Nadal? “È difficile da dire. Sicuramente ha giocato in maniera fantastica. Quando gioca così bene, mi serve qualcos’altro e oggi non sono riuscito ad avere quel qualcosa in più”, ha dichiarato il maiorchino, prima di scendere più nello specifico. “Probabilmente non ero pronto fisicamente. Ho giocato alla grande in queste due settimane quando ero in posizione offensiva, mentre non sono stato costretto spesso sulla difensiva e anche in allenamento mi sono esercitato poco su questo aspetto. Oggi contro un giocatore come lui, mi serviva molto la difesa per poter poi avere l’occasione di attaccare a mia volta. Magari non avrei vinto lo stesso, ma ci sarebbe stata più lotta.”

Il responso del campo in effetti è stato piuttosto impietoso nei confronti di Rafa, specialmente alla luce dell’ottimo torneo disputato. Merito senza dubbio di Djokovic che ha disputato il miglior match del suo torneo, parola di Rafael Nadal. “L’ho seguito in queste due settimane e oggi è stata la sua miglior partita. Quando gioca così è difficilissimo per chiunque batterlo, ma se fossi stato in grado di resistere di più, magari avrei trovato un modo. I colpi che sembrano essere facili per lui, diventano più difficili se sei costretto a tirarli sempre una volta in più. Oggi non sono riuscito a fargli giocare sempre una palla in più.”

C’è stato anche chi ha tentato un paragone tra la situazione odierna di Nadal e quella di Tsitsipas dopo la tremenda sconfitta in semifinale. “Stefanos è molto giovane. Non è stato distrutto abbastanza volte da sapere che sono cose che possono capitare su un campo da tennis. Io so che può succedere, anche ai migliori della storia può capitare. Non sto dicendo di essere stato distrutto oggi. Ho giocato contro un giocatore che era al suo massimo livello possibile stasera. È stato migliore di me. Se il tuo avversario riesce a fare quasi tutto meglio di te, non c’è molto di cui lamentarsi.”

A prescindere dall’esito della finale, Nadal può comunque rientrare a Manacor con la valigia piena di buone sensazioni e di soddisfazione per un torneo veramente eccellente. Gli Australian Open sono stati di fatto il suo primo torneo da quando era stato costretto a ritirarsi in semifinale a New York contro Juan Martin del Potro. “Ho avuto due grandi settimane, non posso essere triste. Non sarebbe giusto esserlo. Sono stato mesi senza potermi allenare e competere. Ho solo bisogno di tempo e di più match.Prossima fermata Acapulco, poi Indian Wells e poi…si vedrà. Rafa non vuole affrettare le decisioni e rischiare di giocare troppo. “Ho una certa età. Questo è il mio calendario per ora. A seconda di come andrà deciderò se giocare qualche altro torneo o riposarmi in vista della terra. La stagione è lunga e la mia priorità, più che vincere altri titoli, è essere felice.”

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