Serena è di un altro pianeta in tutti i sensi

Editoriali del Direttore

Serena è di un altro pianeta in tutti i sensi

LONDRA – L’imprevedibilità del tennis femminile ha tante spiegazioni. Può piacere, a volte, più di quello maschile. L’ignoranza e la presunzione diffusa. Djokovic-Nadal: un’incognita per uno

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da Londra, il Direttore

 

Sulle semifinali femminili non so più che scrivere. Sono state prive di ogni suspence. La Ostapenko ha colpi esplosivi ma sbaglia davvero troppo, la Goerges è una piacevole realtà di questi ultimi tempi, ha fatto progressi enormi,. È in testa agli aces e ai dritti vincenti (lei 89 e Serena 39!), ma come è arrivata vicina a Serena, 5-4 nel secondo set, si è sciola come neve al sole, quasi si fosse spaventata di cotanto ardire. Sulle due partite AGF e Luca Baldissera hanno già scritto tutto e di più. Il momento più interessante della giornata è stato il fuoco di fila di domande cui è stata sottoposta Serena Williams che è indubbiamente, oltre che una straordinaria campionessa, anche una donna davvero straordinaria e lo ha dimostrato anche con le sue risposte che abbiamo raccolto e tradotto per filo e per segno. Le trovate sul sito. È intelligente, spiritosa, acuta,  sensibile e – per quanto lo può essere una campionessa che deve rispondere a minimo 100 giornalisti dopo ogni partita – sincera, diretta.

Tennisticamente rispetto a tutte le altre tenniste è di un’altra categoria. Altrimenti non avrebbe vinto tutto quel che ha vinto – inutile qui che io vi stia a snocciolare tutti i 72 trionfi –  e non continuerebbe a dominare le sue avversarie anche ora che ha quasi 37 anni e che ha avuto tutti i problemi fisici che ha avuto, embolie prima e dopo il travagliatissimo parto cesareo.  Non ricordo di aver sentito una sola sua risposta stupida, almeno in tempi recenti. Con le ragazzine, si sa, bisogna essere più indulgenti. Ma certe interviste ti fanno venire il latte alle ginocchia. Sono di una banalità e talvolta di una stupidità disarmante. Di uomini e donne. Spesso gente che non ha letto un libro, che non sa nulla di quel accade nel mondo extratennistico, ma spesso è imbarazzante scoprire chi ignora tutto perfino del mondo nel quale vive, chi non ha nessuno curiosità di apprendere, di studiare. Va detto, a contrario, che i famosi Fab Four sono invece tutti personaggi straordinari anche fuori dal rettangolo di gioco dove sono stati i migliori per una decade e più.

Le semifinali maschili saranno certamente più avvincenti di quelle femminili, ci vuole poco a prevederlo. Ma il mio non è un commento maschilista. Spesso in altri Slam, anche recenti, è avvenuto il contrario ed è stato il torneo femminile a risultare molto più interessante nelle fasi finali. Il tennis femminile è spesso imprevedibile per tanti motivi, anche perché le donne hanno obiettivamente dei giorni in cui non possono essere al massimo, e questo torneo di Wimbledon con la prematura uscita di scena delle prime dieci teste di serie ha battuto tutti i record… ma, come accennavo nei giorni scorsi, se poi il torneo viene vinto per l’ottava volta da Serena Williams nessuno lo ricorderà più come il torneo delle sorprese. A volte il tennis femminile è anche più piacevole da seguire per il fatto che sembra più facilmente imitabile, abbordabile, per i cosiddetti tennisti della domenica. Però può essere anche irritante quando si vedono errori incredibili o rovesciamenti inspiegabili di situazioni, così come certe carenze tecniche che ti fanno riflettere sulle qualità di certi presunti coach. Devo dire che più frequento l’ambiente del tennis, nazionale e internazionale, ormai da 40 anni, e più riscontro una generale presunzione e anche una diffusa ignoranza all’ennesima potenza.

C’è ancora molta improvvisazione, ad esempio, nel circuito femminile che pure distribuisce premi e prebende interessanti ed è sport professionistico dacché Billie Jean King ha dato una bella scossa a tutto il movimento (lasciamo stare la pioniera Lenglen eh, perché li era preistoria). Per questo è molto più facile emergere in quello femminile che non in quello maschile. Ci sono tenniste costantemente presenti fra le prime 100 che hanno limiti fisici e tecnici paurosi. E che ti fanno domandare: ma com’è possibile, ad esempio, che dopo le 4 azzurre che hanno fatto irruzione fra le top-ten, ci sia questo vuoto abissale? Forse è conseguenza di una mentalità italica. Il genitore medio italiano appassionato di tennis, se ha un figlio e una figlia, è più naturalmente propenso a stimolare il maschio che la femmina perché si avvicini al tennis agonistico. Anche se ha – e lo scopre dopo pochissimo – molte meno probabilità di raggiungere lo scopo che vorrebbe – forse eh – raggiungere per il suo erede.

Dopo queste divagazioni concludo dicendo che spero che Serena-Kerber sia una bella finale. Le premesse ci sono. Per fare il punto alla Kerber occorre farlo sei volte. Difatti la Ostapenko se ne è accorta: dopo quattro missili sbagliava il quinto. La Kerber è formidabile, mi faceva notare in corso di partita AGF, quando tira il dritto lungolinea e il rovescio in cross. Lì ha anche più potenza, incisività. Ma resta soprattutto una tennista fortissima nella difesa. Quindi Serena non potrà permettersi di essere troppo fallosa. Contro Camila lo era stata, soprattutto in risposta e nel primo set. Vedremo. Sono molto curioso di vedere Djokovic-Nadal. Perché le incognite sono due, una per uno. Per Djokovic se davvero è tornato quello che era. Mancano controprove. A Parigi non avrebbe perso da Cecchinato, anche se non giocò male, se fosse stato quello che era. Qui gli sono mancati i veri test. Per quanto concerne Nadal l’ho già detto: a 32 anni quattro ore e 45 minuti di battaglia possono far pagare il dazio, a differenza di quanto accadde con il Nadal che fu costretto a 5,14 ore di lotta da Verdasco in Australia e poi 48 ore dopo battè Roger Federer. Ma era il 2009. Nadal aveva 23 anni. Anche Nadal, come Federer a 37 anni, è umano. Un umano straordinario, ma pur sempre un umano.

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Cori Gauff a 15 anni è già milionaria: contratto con Barilla

Il marchio italiano estende il suo legame con il tennis mettendo sotto contratto la 15enne americana che a Miami ottiene la prima vittoria nel circuito maggiore

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Quindici anni compiuti una settimana fa e già milionaria! L’afroamericana Cori “Coco” Gauff non aveva ancora vinto fino a ieri un match a livello WTA, ma può già vantare contratti stellari. Lei – scriveva su Ubitennis il nostro grande esperto di tennis femminile AGF (guai a perdersi la sua rubrica del martedì!) che andò a vederla sul campo 5 di Wimbledon nel luglio scorso, quando quattordicenne affrontava l’argentina Carle– “non è alta quanto Venus, ma ‘trascina’ i piedi un po’ aperti con la caratteristica andatura della più anziana delle sorelle Williams. Se le guardi solo le gambe sembra letteralmente di vedere Venus e in un biopic sarebbe perfetta per interpretare lei da piccola” .

AGF scrisse molte altre cose interessanti su quel giovanissimo prospetto di cui tanti già dicevano meraviglie: le sue caratteristiche tecniche, la maggior fluidità del rovescio, una grande propensione per l’attacco (68 discese a rete), la varietà di tagli. E tornò a vederla contro la cinese Wang, di tre anni meno giovane.  

Laura Guidobaldi dal Roland Garros raccontò l’impresa della ragazzina campionessa junior fra le tre più giovani  di sempre (dopo Hingis e Capriati) dopo aver battuto per l’appunto proprio la stessa sua avversaria di primo turno a Miami oggi, Catherine McNally.

 

Ma ancora prima, il 10 settembre 2017, un altro nostro grande collaboratore, Luca Baldissera, aveva scritto di lei, finalista tredicenne all’US Open junior e battuta dalla Anisimova e fra le altre cose scriveva: “Cori “Coco” Gauff, nata e cresciuta in Florida, è figlia di un ottimo giocatore di basket a livello universitario (suo padre Corey era playmaker per Georgia Tech), e di un’atleta di talento (la madre Candi è stata 5 volte campionessa studentesca di eptathlon della Florida, e successivamente una stella nella squadra di atletica dell’università di Florida State). La genetica, insomma, è di assoluta qualità. Grande ammiratrice di Serena Williams, che ha già incontrato diverse volte, Cori ha vinto l’Orange Bowl a 12 anni (come Steffi Graf, Monica Seles e Jennifer Capriati), è stata ad allenarsi nell’accademia di Patrick Mouratoglou, e ha rappresentato gli Stati Uniti nelle competizioni internazionali a squadre per categoria di età. La USTA crede molto in lei, e per quello che ho potuto vedere qui a Flushing Meadows, ne ha ben donde”.

Ma i dettagli tecnici individuati da Luca è meglio che li leggiate sul suo pezzo. Io so solo che quando Luca me ne informò mi tornò in mente quando successe a me la stessa cosa al Roland Garros 1982 quando corsi su un campo che oggi non c’è più (mi pare fosse il 3…) per ammirare una tredicenne fenomeno, tale Steffi Graf. Una sola F in fondo al cognome, ma una strana curiosa assonanza con la Gauff!  

A 15 anni appena compiuti Coco Gauff ha ricevuto una wildcard per il torneo di Miami, dove in occasione del suo match d’esordio contro Catherine McNally ha portato addosso una patch del suo nuovo sponsor. Si tratta di Barilla, che si aggiungere agli sponsor tecnici New Balance (che a novembre è riuscito a strappare la giovane promessa alla Nike) e Head. Si stringe quindi il legame tra tennis e Barilla.

Passione, dedizione e fair play sono valori cui Barilla si ispira nel suo modo di lavorare, qualità fondamentali che cerchiamo anche in uno sportivo.” ha affermato Luca Barilla. Diamo un affettuoso benvenuto a Coco, stella emergente del tennis americano con l’augurio che possa continuare a interpretare al meglio questo spirito” conclude Luca Barilla.

Il suo match d’esordio nel circuito WTA si è trasformato anche nella sua prima vittoria: un’affermazione per 6-4 al terzo con McNally, la quale aveva vinto il primo set ed era stata in vantaggio per 4-2 e palla per il 5-2 nella partita finale. Dopo aver perso il primo set Coco aveva inserito il “turbo” ed era volata subito sul 5-0 nel secondo prima di farsi recuperare uno dei due break di vantaggio e chiudere per 6-3. Dopo essersi assentata dal campo per oltre cinque minuti per andare a cambiarsi d’abito, Gauff aveva avuto difendersi da due palle per lo 0-2 prima di andare lei stessa in vantaggio di un break e trovarsi poi sotto per 2-4. Negli ultimi due giochi è stata lei a tremare di meno, nonostante fosse due anni più giovane della sua avversaria, ed ha incassato gli errori gratuiti sulla “diagonale rovescia” per raccogliere la prima vittoria da professionista.

Chissà se anche Cori, come ha raccontato Roger Federer l’altro giorno, un paio d’ore prima di scendere in campo, mangerà spaghetti. Se non fosse stato Federer a dirlo, si sarebbe pensato a una mossa pubblicitaria, ma Roger è troppo serio per inventarsi una cosa non vera e smentibile.

Roger Federer dà il benvenuto a Coco nella squadra Barilla

Dopo aver messo sotto contratto Roger Federer, Cori Gauff diventa la seconda tennista a siglare un accordo con il marchio italiano. Barilla sembra…non sbagliare un colpo. Roger Federer non ha bisogno di presentazioni, credo, ma neppure Mikaela Shiffrin che ancora giovanissima sta dominando il circo della neve al punto che si dice che batterà tutti i record di vittorie di Lindsay Vonn e di Anne Marie Moser-Proll.

Forbes prevede che gli introiti dei suoi contratti le frutteranno almeno un milione di euro. Come è stato possibile tutto ciò? L’agente marketing della ragazza è Alessandro Barel Di Sant Albano, metà italiano e metà svizzero che fa parte di TEAM8, l’azienda di management sportiva fondata da Federer e dal suo agente Tony Godsick che segue oltre allo svizzero segue anche Juan Martin del Potro e il portiere svedese dei New York Rangers di hockey su ghiaccio, Henrik Lundqvist.
Il legame con Barilla ha condotto alla seconda grande sponsorizzazione della giovane carriera di Gauff. Chissà se Roger Federer conosce la Gauff e l’ha magari consigliata a Godsick. Forse i nostri inviati a Miami lo scopriranno. Nel frattempo io ho sentito Patrick Mouratoglou che ha intravisto per primo – a 10 anni! – le grandi qualità della Gauff ed era sul campo della ragazzina afroamericana.

Nonostante il grande rumore mediatico prodotto dalle grandi vittorie ottenute negli anni scorsi (neanche a dirlo, è diventata la più giovane numero uno juniores), la 15enne statunitense deve ancora compiere i primi passi nel Tour WTA. Ha perso da Timea Bacsinszky al primo turno di Indian Wells.

Ma la sua rincorsa all’Olimpo, per molti più che certa, non sarà “libera”. Le regole WTA (age eligibility rule) – effetto di quel che successe all’enfant prodige Jennifer Capriati che a 14 anni esplose e a 17…scoppiò (furto in un grande magazzino, poi droga con necessità di riabilitazione) prevedono delle restrizioni per le minorenni, per evitare che brucino le tappe e finiscano per cedere troppo presto di testa, e con le tasche gonfie di dollari, in palcoscenici troppo grandi, magari preda di amici interessati e senza troppi scrupoli.Una 15enne può disputare massimo dieci tornei in un anno (a 14 tre…) anche se il suo primo scopritore Mouratoglou è furibondo al riguardo. “

Il numero di eventi crescerà di anno in anno e solo a 18 anni si avrà libero accesso a tutti i tornei del calendario. Dunque per quanto riguarda la giovane milionaria Cori Gauff dovrebbe almeno attendere il 2022. Ma la sua strada sembra già segnata.

Hanno collaborato con Ubaldo Scanagatta Antonio Ortu, Luca De Gaspari e da Miami Vanni Gibertini e Luca Baldissera.

IL COMUNICATO UFFICIALE:

UNA NUOVA FUORICLASSE SI AGGIUNGE ALLA SQUADRA BARILLA

Cori Gauff, tennista americana, a soli 15 anni esordisce nel circuito maggiore al Miami Open con il supporto di Barilla.

Parma, giovedì 21 marzo — Il Gruppo Barilla ha siglato un contratto di sponsorizzazione con Cori Gauff, giovane promessa del tennis americano che, a 15 anni appena compiuti, esordisce nel circuito maggiore al Miami Open 2019 in corso in questi giorni.

Classe 2004, Cori ha raggiunto la finale Juniores degli US Open nel 2017, divenendo così a soli 13 anni la più giovane finalista del Grande Slam newyorkese. L’estate scorsa ha vinto il titolo Junior al Roland Garros di Parigi.

Nata a Delray Beach, in Florida, il 13 marzo 2004, Cori, soprannominata “Coco”, inizia a giocare a tennis a soli 6 anni, sport che sceglie come definitivo a 8.

“Passione, dedizione e fair play sono valori cui Barilla si ispira nel suo modo di lavorare, qualità fondamentali che cerchiamo anche in uno sportivo.” ha affermato Luca Barilla. “Diamo un affettuoso benvenuto a Coco, stella emergente del tennis americano con l’augurio che possa continuare a interpretare al meglio questo spirito” conclude Luca Barilla.

Barilla e lo sport: tradizione che continua

A partire dalla storica sponsorizzazione della AS Roma degli anni 80, folta è la rosa di campioni dello sport che, negli anni, Barilla ha accompagnato nel loro cammino di successi: nelle ultime stagioni, su tutti, Roger Federer e Mikaela Shiffrin.

Mikaela è ambasciatrice Barilla da 7 anni, periodo che l’ha vista trionfare ripetutamente sulle piste diventando la campionessa olimpica più giovane nella storia dello Sci Alpino: nel suo palmarès vanta due titoli olimpici, 5 iridati, due Coppe del Mondo generali e 5 Coppe del Mondo di specialità.

Oggi, a 23 anni, è la sciatrice più forte ma, quando iniziò la collaborazione con Barilla, aveva solo 16 anni e tanto ancora da dimostrare.

Nel corso della sua straordinaria carriera, Roger ha raccolto successi come nessun altro: è primatista per numero di settimane in vetta alla classifica dei migliori tennisti del mondo; ha vinto 100 tornei ATP nel singolo di cui 20 tornei del Grande Slam oltre a 2 medaglie Olimpiche.

Mikaela e Roger mangiano pasta ogni giorno e Barilla è la loro preferita per la qualità e la fiducia che gli ha sempre ispirato.

Da oggi nella squadra Barilla ci sono tre fantastici atleti di tre generazioni diverse. Coco è l’ultima arrivata: è una giovane promessa, anche lei cresciuta e diventata forte grazie a duri allenamenti e a una sana alimentazione. Anche Coco si allena e mangia pasta ogni giorno con il sogno di diventare grande come Roger e Mikaela.

La pasta Barilla, come lo sport, è energia buona che accende la vita e nutre le passioni. Per questo non è solo un alimento fondamentale per gli sportivi, ma è un irrinunciabile fonte di carboidrati per tutti coloro che hanno bisogno di vitalità e gusto per continuare a seguire i propri obiettivi.

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Editoriali del Direttore

Cino Marchese, il ricordo del Direttore. “Per un amico scomparso. Le sue storie più belle”

Dall’inimicizia fra Lendl e McEnroe a Borg e i morti sulla strada di Palermo. Dai trucchi per aiutare Panatta alla scoperta di Jennifer Capriati. Lui a Tiriac: “Ivanisevic l’ho visto io per primo…”

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Cino Marchese con Ubaldo Scanagatta durante la presentazione del suo libro sulla storia del torneo di Roma insieme ai dati statistici di Luca Marianantoni (sullo sfondo Paolo Bertolucci e Francesco Ricci Bitti)

In ricordo di un amico scomparso, del caro Cino Marchese (81 anni, era nato il 2 novembre 1937), Silver Fox, la Volpe d’Argento, come lo chiamavano gli americani per via di quella sua chioma bianca argentea che gli ho sempre visto incorniciare il viso fin da quando aveva poco più di 30 anni e veniva a vedere il tennis da super-appassionato alla Canottieri Tanaro Alessandria, perfino quando giocavo io i tornei junior con Robertino Lombardi e quelli di seconda categoria con Ciccio Gorla, Nicola Migone, Francesco d’Alessio, Mantelli, i fratelli De Ambrogio e tanti altri prima dei più giovani Fontana e Canessa. Potrei raccontare mille aneddoti, ma nessuno sarebbe bello come quelli che scriveva lui.

Quelli che mi chiese lui stesso di scrivere, con grande entusiasmo, nei primi mesi di esistenza del mio blog.

 

Li scriveva di getto, un po’ come gli venivano. Io che li leggevo, li trovavo fantastici, godibilissimi ed ero talmente impaziente, avevo talmente tanta voglia di metterli subito in pagina sull’appena nato “Servizi Vincenti”, il mio blog nato a fine 2006 che all’inizio curavo quasi da solo scrivendo anche 5 articoli al giorno, che non di rado mi sfuggivano correzioni che avrei dovuto invece fare… perché lui scriveva come quando parlava, a volte anche con periodi perfino più contorti dei miei, tanto che mi pareva quasi di udire, nella lettura, la sua voce stentorea, un fiume in piena, sempre incontenibile. E quasi sempre, in quei momenti di… piena, guai a contraddirlo! Di certo non era il tipo che ti mandava a dirle dietro le spalle. E aveva sempre un’opinione, mai da sussurrare. Ma quasi sempre originale, sua.

Nella notizia flash che abbiamo pubblicato ieri, sgomenti alla notizia della sua morte talmente improvvisa se si pensa che appena lunedì scorso era stato a Viareggio a presenziare l’apertura del torneo internazionale di calcio di cui era stato consulente per anni, abbiamo messo poche scarne notizie sulla sua attività di grande manager. E oggi nella nostra quotidiana rassegna stampa – non dimenticate di consultarla solo perché si trova un po’ più in basso! – ne troverete altre scritte da esimi colleghi.

Sotto a quell’articolo ho postato un mio primo commento-ricordo. Scritto in fretta, purtroppo, perché della sua scomparsa sono stato informato dal figlio di Rino Tommasi – di cui Cino era affezionatissimo amico: era una tradizione ritrovarsi a casa di Rino per il festival di Sanremo e fare i pronostici scritti sui vincitori come una sorta di mercante in fiera – in un momento in cui non avevo la possibilità di scrivere.

Rientrato a casa a notte fonda sono ancora in difficoltà, ma io credo che nessun aneddoto che io potrei raccontare sia bello e interessante quanto quelli che aveva cominciato a scrivere lui. E che ho riportato qui sotto, perché sono sempre attuali: si va da Lendl e McEnroe a Roger Federer quando era sembrato entrare in crisi… perché si era affacciato sulla sua strada Rafa Nadal.

Perché ha poi smesso di scrivere Cino, nonostante io lo pregassi invece di continuare? Perché non sopportava i cosiddetti ”leoni da tastiera”, i famosi “web-eti” che neppure Umberto Eco riusciva a mandar giù, quelli che scrivevano commenti impropri, o magari anche offensivi a quel che scriveva o alle opinioni che esprimeva, talvolta non politically correct. Ma Cino non guardava in faccia a nessuno. Io avrei dovuto, allora, trovare il modo di impedire i commenti ai suoi articoli, perché se anche ce n’erano su 20 elogiativi anche due soli ipercritici e secondo lui impreparati e privi di “onestà intellettuale”, lui si infuriava terribilmente. Poi qualche “federale” – che non si firmava – lo aveva preso di mira. Io avrei dovuto fare miglior guardia, individuare i commenti in malafede ( o che lui giudicava tali), ma la natura di un blog non consente interventi censori se non quando si offende in maniera smaccata. E quando il blog cominciò a ricevere centinaia e centinaia di commenti in un giorno divenne pian piano praticamente impossibile anche leggerli tutti dalla prima riga all’ultima.

Inciso: uno dei risultati più incresciosi di questa situazione, oltre alla cessazione degli interessanti aneddoti scritti da Cino, furono un paio di querele – fortunatamente respinte con perdite – del mal consigliato presidente FIT nei confronti di Ubitennis per alcuni commenti scritti non da me ma da alcuni lettori. E ciò sebbene io avessi incaricato di leggere e “moderare” tutti i commenti di natura “politico-federale” scritti dai lettori, dal più filofederale dei miei collaboratori, uno che sarebbe diventato addirittura un dirigente FIT, sia pure a livello locale. Uno scrupolo che si rivelò vano, perché mi si imputò comunque una premeditazione nel filtro ai commenti che assolutamente non c’era. Per mia fortuna, e grazie al mio ottimo avvocato, i giudici mi dettero ragione.

Tuttavia non c’è dubbio che il fastidio che possono determinare, a vari livelli, i commenti dei lettori più cafoni e maleducati, è un problema serissimo e fastidiosissimo per chiunque sia editore di un sito. E per me aver perso gli scritti di Cino Marchese rappresentò un gravissimo dispiacere e un sicuro danno. Ma abbiamo sempre continuato a sentirci. Con grande affetto. Adesso lo piango, mentre abbraccio da lontano l’adorabile compagna di tutta la sua vita, la carissima e dolcissima Lella. E pubblico qui di seguito uno dei suoi aneddoti impareggiabili, scritto ormai una dozzina di anni fa, che riguarda l’acredine e l’antipatia tra Ivan Lendl e John McEnroe. Ma ne ho raccolti tanti altri, e li pubblicheremo nelle prossime settimane: il secondo che abbiamo selezionato ha per titolo “Quando Borg venne a Palermo. I due morti che Bjorn vide sulla strada. “E io che gli avevo promesso che…“.


Lendl – McEnroe: la sfida infinita (di Cino Marchese)

Ho chiesto ad Ubaldo se avrebbe potuto crearmi uno spazio dove io possa raccontare tante storie da me vissute in tanti anni spesi ad occuparmi di tennis e come io debba fare per avere un mio angolo tenendo presente l’attualità del blog e quello che lui crede opportuno fare. Con discrezione chiedo a chi mi legge se la cosa possa essergli gradita. (Troverete tutti gli splendidi aneddoti di Cino in Storia e Storie, ubs)

Incomincio oggi con una storia che ricorda la grande antipatia che regnava tra Ivan Lendl e John Mc Enroe. Io ero abbastanza amico di tutti e due e per Lendl in quei tempi lavoravo essendo diventato cliente IMG, John lo conoscevo bene, ma come molti sanno era molto amico di Sergio Palmieri che storicamente non è stato mai molto amico mio anche se abbiamo fatto molte cose insieme o contro e ci conosciamo molto bene.

Spezzone della mitica finale del Roland Garros 1984. E altri cinque incontri fra Mac, Ivan E Connors

Eravamo alla fine degli anni 80 ed in quel periodo le esibizioni o special event erano molto diffusi ed appunto Sergio ed io avevamo organizzato una serie di esibizioni tra cui ce ne era una a Verona, in una piazza che tennisticamente non era mai rientrata nel grande giro e pertanto c’era grande attesa per questo Lendl-Mc Enroe che la settimana prima avevano giocato ad Anversa nel famoso evento della Racchetta di Diamanti. Se non mi ricordo male l’evento era previsto per il martedì successivo ad Anversa e Mc Enroe, che viaggiava in quella occasione con la moglie Tatum O’Neil i due figli ed una nurse, aveva preteso nel suo contratto anche un aereo privato per il trasferimento da Anversa a Verona.

Mi telefona da Cleveland il manager di Lendl e mi chiede che, dal momento che Ivan era venuto a sapere dell’aereo e gli aveva fatto una scenata perché lui non lo aveva in contratto, se con molta diplomazia io avessi chiesto a Sergio se avesse potuto intercedere su John per fargli avere due posti uno per lui e uno per il suo allenatore che in quell’occasione era il neozelandese Jeff Simpson. Sergio che lavorava per i nostri concorrenti di Proserv mi dice che avrebbe provato, ma che dati i rapporti fra i due, era molto scettico. Eravamo in un periodo molto diverso da oggi, i telefonini non esistevano e quindi riuscire a parlare con chi dovevi era molto complicato ed era solo possibile attraverso l’albergo o qualcuno del torneo. Pertanto inizia una vicenda non certo semplice tra Cleveland, Sergio che era a Bologna, io che ero a Milano e Anversa dove erano i due che però rifiutavano di parlarsi, il tutto in mezzo al week-end che complicava ulteriormente le cose.

Dopo alcune telefonate andate a vuoto finalmente arriva la risposta di John che molto poco volentieri era disposto a dare un posto a Lendl, ma si rifiutava categoricamente di caricare anche l’allenatore. Comunico tutto a Peter Johnson, il manager di Lendl, che mi ringrazia del semi-successo e mi dice che mi avrebbe fatto sapere i dettagli per il viaggio. Passano alcune ore e Peter mi telefona sconsolato che Ivan pretendeva anche il trasferimento del suo allenatore ed era stato categorico. A mia volta chiamo Sergio e gli riferisco il tutto e a sua volta dopo avere consultato McEnroe mi dice che lo era stato altrettanto categorico e se continuava a rompere lo avrebbe mandato al diavolo, che gli faceva piacere anche!! A questo punto richiamo Cleveland e riferisco il tutto ed anche che Jeff Simpson, l’allenatore, fratello di Russel che era stato un buon giocatore, mi aveva chiamato e mi aveva detto che per lui era uguale prendere un aereo di linea e se lo andavo a prendere ed insieme saremmo andati a Verona. Il manager di Lendl era esasperato e mi aveva detto che Lendl si era impuntato e lui aveva molte difficoltà nel gestire la cosa. Da parte mia gli dico che aveva la nostra simpatia, anche di Sergio, ma che non potevamo farci nulla. Finisce che Lendl senza dire una parola (e quasi prendendolo per un diritto) sale sull’aereo di Mc Enroe ed arrivano insieme a Verona immaginatevi come.

Lendl veniva da un brutto infortunio ad una spalla ed era la prima apparizione che faceva e ad Anversa non aveva fatto granché, ma le vicende dell’aereo lo avevano talmente caricato che non vedeva l’ora di giocare contro il suo grande rivale e John se avesse potuto lo avrebbe triturato tanto lo odiava. Finalmente arriva il match e i due rivali si scambiano sguardi di vero odio ed inizia uno dei più bei set che io abbia mai visto. Il pubblico di Verona penso che ancora ricordi quella partita ed i due dandosele di santa ragione arrivano al tie-break del primo set. Sulla sedia dell’arbitro c’è Vincenzo Bottone letteralmente terrorizzato do così tanto agonismo e cerca di non sbagliare mai e sul 3 a 2 per Mc Enroe giocano un punto pazzesco che finisce con una volée di Lendl molto vicino alla riga. Il palazzo dello sport esplode in un applauso che dura alcuni minuti, i due giocatori cambiano campo e Bottone finalmente annuncia il punteggio 4 a 2 Mc Enroe. Lendl a quel punto impazzisce! Sicuro di avere vinto il punto aspettava l’annuncio del 3 pari e quando sente quello che Bottone aveva detto si scaglia letteralmente contro la sedia e scrolla il malcapitato Bottone che pensa di cadere da un momento all’altro e cerca nel suo stentato inglese di calmare Lendl che schiumava rabbia ed aveva rischiato in quel set di farsi male un altra volta pur di non cedere all’odiato avversario ed alla fine però si deve arrendere ma quella sera grazie a noi il pubblico di Verona aveva assistito in una cosa che non contava niente ad uno spettacolo degno della finale di un grande torneo.

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Editoriali del Direttore

La piccola guerra Europa-America per gestire l’ATP. Finali a Torino?

Djokovic studia da politico. Lui, Federer e Nadal. Le chances di Torino per le finali ATP 2021-2025. Sono ottimista. La lotta è con Tokyo. Il colpo di Stato contro Kermode. Né ostriche né champagne

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Per fortuna noi di Ubitennis abbiamo due inviati a Indian Wells (Vanni Gibertini e Luca Baldissera) che, oltre ai loro quotidiani podcast, dirette Facebook ed eccellenti cronache, possono andare a caccia di indiscrezioni riguardo al prolungato board dell’ATP che si sta svolgendo lì a margine del torneo e che va avanti per giorni. C’era in ballo la leadership dell’ATP e c’è anche la decisione riguardo a chi debba ospitare per 5 anni le prossime ATP Finals (2021-2025). Decisione che, forse anche per via della tardiva comunicazione del Governo Italiano riguardo alla candidatura Torino (ma chi può sapere che non ci fossero anche altre città in ritardo nella presentazione delle dovute garanzie per 78 milioni di euro?) pare sia slittata dal 14 marzo a Indian Wells a data da destinarsi durante il torneo di Miami. Può anche essere che dopo il defenestramento di Chris Kermode (che ha servito l’ATP per due mandati triennali), la stessa ATP si sia trovata un attimo in difficoltà nel prendere una decisione che riguarderà il torneo più importante – sotto tutti i profili, prestigio, economia – per la stessa ATP. Si tratta di assegnare una sede per cinque anni, non per uno.

IL COLPO DI STATO CHE HA FATTO FUORI CHRIS KERMODE

Non potranno aspettare fino a dicembre/gennaio quando il successore di Kermode sarà noto, ma che abbiano avuto bisogno di prendersi un po’ di tempo per un aspetto così importante, è ragionevole. Anche per capire se Kermode avesse in qualche modo – sia pur informalmente – fatto capire di voler appoggiare una qualche candidatura. Giovedì, dopo ore e ore di dibattito e come ha già scritto Vanni Gibertini, si è deciso di “far fuori” Chris Kermode, l’inglese di 54 anni che da sei era il chief executive, colpevole secondo il canadese Pospisil in primis di non aver instaurato un bel braccio di ferro con gli organizzatori degli Slam che “se la cavano distribuendo ai tennisti soltanto il 15% di quanto guadagnano al netto delle spese, mentre negli altri sport americani gli atleti-attori dello show, riscuotono mediamente il 50%”.

 

IL RUOLO DI NOVAK DJOKOVIC

Novak Djokovic, presidente dei giocatori che in passato e non solo in Australia aveva già fatto intendere di non essere per nulla contento della gestione Kermode, a Indian Wells ha cercato di fare un po’ il Ponzio Pilato, di mostrarsi super-partes. Ma penso che il “colpo di Stato” debba essere però imputato in buona parte proprio a lui. Non è certo un Pospisil che può trascinare tutti gli altri. Anche se Novak ha sottolineato il fatto di “essere soltanto uno dei dieci… del Player Council (con Anderson, Haase, Isner, Querrey, Lu, Pospisil, Jamie Murray, Soares, Dowdeswell, Vallverdu… se non è cambiato qualcosa), il mio ruolo non è decisivo…”. Mmmm, io non ne sono convinto.

Novak Djokovic durante il media day al BNP Paribas Open 2019, Indian Wells (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

Nole ha anche sottolineato la necessità di cambiare il peso del CEO, visto che essendo assai spesso d’accordo da una parte i tre giocatori del Pro Council e dall’altra parte i tre direttori dei tornei, andava a finire che il parere del CEO finiva spesso per essere determinante (anche se il CEO di tanti anni, Mark Miles ad esempio, praticamente cercava di non votare mai ma di svolgere principalmente una funzione moderatrice fra le parti).

Va apprezzato il senso di “appartenenza” di Djokovic alla “mission ATP”. Non è facile per un numero 1 del mondo che deve concentrarsi primariamente sulla propria carriera – che come abbiamo visto per lui e per gli altri top player può essere ricca di alti e bassi – imbarcarsi in vicende che sono alla fine molto “politiche” e che inevitabilmente ti espongono a critiche da una parte e dall’altra. Se scontenti i top player fai magari felici i minor-player, se fai viceversa idem. Idem anche con i tornei: se proteggi i piccoli si lamenteranno i grandi, e viceversa.

DAL LEADER SENIOR FEDERER (CON NADAL), AL LEADER JUNIOR DJOKOVIC. QUANTO DIVERSI!

Prima di Djokovic si erano messi i panni del leader sia Federer sia Nadal. Federer è sempre stato l’incarnazione dell’uomo politically correct. Ho la sensazione che nel cercare di accontentare sempre tutti non sia stato determinante nell’affrontare annosi problemi irrisolti. Nadal è sempre stato un po’ più chiaro in quello che pensava, ma è anche tipo orgoglioso: non gli danno retta? Lascia perdere con l’aria di chi dice “peggio per voi!”. Questa almeno è la sensazione che io, conoscendoli un poco, ho di loro. Credo che Djokovic, per natura, sia più deciso e determinato a dar corso ai propri pensieri. Diplomatico con i media, quando fa lunghi discorsi che spesso si arrotolano su loro stessi e non ti fanno tanto capire dove vuole andare a parare, nella sua testa però le idee le ha chiare e le porta avanti.

Forse anche perché – ma questa è mia “psicanalisi da supermercato” – mentre Federer e Nadal godono di un prestigio e un carisma personale ormai cementato nei secoli, lui un pochino deve ancora costruirselo nel proprio ambiente. O forse sente di doverselo costruire. Lui è un po’… lo junior del trio di dominatori del terzo millennio. Roger il primo leader, la nave scuola e il campione dal talento innato, Rafa il primo rivale con più muscoli e tanta energia straripante, Djokovic colui che fra i due rivali (più amici che litiganti ma pur sempre binomio extraterrestre) è riuscito ad imporsi anche nei loro confronti come il campione che ha trovato il modo di eliminare ogni errore e debolezza. Dimostrandosi pronto a sobbarcarsi anche un ruolo di leadership con tanto di responsabilità “politica” nei confronti di colleghi tennisti e non. Federer ha presieduto il Council dal 2008 al 2014, con Nadal che ha fatto da suo consigliere per 4 anni…

NOVAK STUDIA DA POLITICO PER LA SERBIA?

Novak ha sempre respinto – finora – le ipotesi di occuparsi politicamente del proprio Paese, la Serbia, dove è più popolare del Presidente della Repubblica sebbene abbia scelto la propria residenza a Montecarlo, ma magari sta pensando – chi può saperlo? – di far training da homo politicus nel microcosmo tennistico. Per non essere da meno degli altri due top-star, o magari giusto per apprendere… un nuovo mestiere.

CHI SARÀ L’EREDE DI KERMODE? LA GUERRA IN ATTO

Il prolungato board dell’ATP in corso a Indian Wells ovviamente deve affrontare – innovando… – parecchie situazioni, ora che si sa che Kermode dal 2020 non sarà più il leader. Tutti quei motivi che hanno portato al suo defenestramento dovranno essere rivisti sotto una nuova luce. Vanni Gibertini ha ricordato che Nadal e Hewitt si erano espressi in favore di Kermode, e così altri giocatori grazie anche al fatto che il prize money per l’ATP è cresciuto del 60% nei cinque anni di suo mandato.

Gli alleati di Djokovic nel suo “colpo di Stato” sono il discusso ex tennista americano nonché “player representative” Justin Gimelstob – l’ex doppista e commentatore televisivo (i conflitti di interesse al centro di una questione giudiziaria collegata alla presunta aggressione denunciata dal finanziere Randall Kaplan e anche per presunte vicende sessiste precedenti) – i due tennisti americani Isner e Querrey che sono apparentemente fedelissimi a Gimelstob, l’altro player representative David Egdes (che è nel board di Tennis Channel, network che ha ingaggiato anche Gimelstob…) mentre una posizione più sfumata avrebbe il terzo player representative, il doppista inglese Alex Inglot. Per far capire al lettore di Ubitennis come stanno le cose, il board of directors che avrà fino a fine 2019 il CEO Kermode, ha sette componenti. Insieme ai tre Player Representatives sopracitati anche tre rappresentanti dei tornei: Gavin Forbes, Charles Smith e Herwig Straka.

A pagina 2: la struttura dell’ATP, Torino vs Tokyo per le Finals

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