Numeri: le prime volte di Matteo e il destino radioso di Olga – Ubitennis

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Numeri: le prime volte di Matteo e il destino radioso di Olga

Una settimana che ha regalato spunti e speranze. Dai 22 anni di Berrettini, quinto italiano più giovane a vincere un titolo, agli appena 17 di Danilovic, che già sembra una predestinata

Ferruccio Roberti

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0 – le vittorie raccolte in carriera nei tabelloni principali del circuito WTA da Deborah Chiesa, 22 anni e 159 WTA, e Martina Trevisan, 24 anni e 190 WTA. Le due azzurre, rispettivamente numero 3 e 5 italiane (considerando anche la squalificata Errani, destinata entro qualche mese a perdere i suoi punti) la scorsa settimana sono state brave a qualificarsi alla prima edizione del torneo di Mosca. Nel main draw Deborah ha però poi ceduto (6-4 6-0) a Vikhlyantseva, 103 WTA; mentre Martina è stata fermata (6-3 6-4) da Kozlova. In un momento molto positivo del settore maschile, preoccupa non poco la situazione di quello femminile, sempre più a tinte fosche. Camila Giorgi a parte, non solo non vi sono le eredi delle campionesse degli ultimi anni, ma nemmeno si intravedono a breve tenniste capaci di entrare stabilmente nella top 100. Chiesa ha avuto a febbraio l’exploit in Fed Cup contro la Arrabuarena, 82 WTA ma poi non si è saputa ripetere; Trevisan, invece, solo una volta in carriera ha sin qui sconfitto una top 100 (Parmentier in un ITF nel 2016). Lo scenario cambia pochissimo anche considerando Jasmine Paolini, numero 4 azzurra e 182 WTA: la 22 enne lucchese ha avuto una grande picco di rendimento lo scorso aprile a Praga, quando ha sconfitto Kasatkina e Schmiedlova, ma anche in questo caso il suo è rimasto un episodio isolato.

1 – i match point sprecati da Jozef Kovalik (sul 6-5 del tie-break del set decisivo) contro Leonardo Mayer nella semifinale dell’ATP 500 di Amburgo. Un’occasione sfumata davvero grande per il 26enne slovacco, sinora un carneade a questi livelli – una sola semifinale (quest’anno all’ATP 250 di Sofia) e appena due quarti (Monaco di Baviera 2016 e Chennai 2017) a livello ATP. Dopo aver iniziato l’anno quasi fuori dalla top 200 (era 187 ATP), e dopo la semi di Sofia, era riuscito a giocare nel main draw di soli due eventi del circuito maggiore (Barcellona e Roland Garros, fermandosi al primo turno). Sulla sua superficie preferita, la terra, a livello Challenger nell’ultimo mese aveva ottenuto un titolo e una finale, mostrando di essere nel pieno della forma e avvicinandosi di molto al suo best career ranking (109, nel gennaio 2017). È riuscito a migliorarsi grazie alla semifinale raggiunta ad Amburgo partendo dalle qualificazioni: da oggi è infatti numero 82 del ranking ATP.

2 – appena le finali raggiunte da John Isner in Europa (sulla terra di Belgrado nel 2010 e sul tappeto indoor di Bercy nel 2016), una piccolissima porzione delle ventisei (con quella vinta ad Atlanta poche ore fa) totalizzate sin qui in carriera. Se si escludono anche le due conquistate ad Auckland (nel 2010 e 2014) si nota facilmente che ventidue (circa l’85 %) sono state ottenute negli Stati Uniti, nelle più svariate condizioni di gioco: due sulla terra di Houston, tre sull’erba di Newport, una sull’indoor di Memphis, le restanti nelle condizioni che maggiormente preferisce (cemento all’aperto). Tornato in quello che è il torneo maggiormente capace di dargli soddisfazioni (cinque successi e tre finali), Isner ha sconfitto De Minaur (6-3 6-2), 68 ATP; Misha Zverev (7-5 4-6 6-1), 45 ATP; Ebden (6-4 6-7 6-1), 55 ATP per poi battere ancora Ryan Harrison, nella mancata rivincita della finale del 2017. La prova provata che giocare in casa aiuta anche nel tennis.

 

4- le partite vinte da Ryan Harryson dopo aver perso il primo set in quest’ultima edizione dell’ATP 250 di Atlanta. Vittorie in rimonta che gli hanno permesso di conquistare la seconda finale consecutiva nella capitale dello stato della Georgia e la quarta in assoluto nel circuito maggiore (dopo Memphis, Atlanta l’anno scorso e Brisbane lo scorso gennaio). Il 26enne statunitense, in questa edizione 2018 del BB&T Atlanta Open, ha eliminato Duckworth (4-6 7-6 6-1), 660 Atp; Lacko (2-6 6-2 6-3) 71 ATP; Chung (6-7 6-2 7-6) 23 ATP e, in semifinale, Norrie (2-6 6-3 6-2) 73 ATP. Harrison non era reduce da un buon periodo di forma: aveva vinto una sola partita negli ultimi sei tornei ai quali aveva partecipato e non vinceva due match di fila addirittura da fine febbraio ad Acapulco, dove arrivò ai quarti. Il ritorno sul cemento all’aperto lo ha rivitalizzato e, pur con difficoltà (sebbene non abbia mai dovuto annullare match point), ha interrotto il black-out di risultati e dato vita alla rivincita della finale 2017 contro Isner, purtroppo per lui con esito ancora sfavorevole.

5 – le sconfitte dovute a ritiro totalizzate da Nick Kyrgios negli ultimi tredici mesi. Dopo quelle al Queens, Wimbledon, Washington e Shanghai dello scorso anno, lo stesso (triste) epilogo si è verificato durante i quarti che la scorsa settimana l’australiano stava giocando ad Atlanta contro Cameron Norrie. Sul punteggio di 7-5 3-0 a favore del britannico, il numero 18 del mondo si è ritirato per un problema all’anca, uscendo dal campo tra i fischi del pubblico deluso. Continua dunque la mancanza di una completa efficienza fisica per Nick, in questo 2018 già costretto a saltare i due mesi sulla terra rossa europea per un problema al gomito. La mancata voglia di concentrarsi totalmente sul tennis e una serie infinita di infortuni (magari dipendenti almeno in parte proprio dalla suddetta indisponibilità di dedicare quasi totalmente la sua vita allo sport) stanno frenando irrimediabilmente l’ascesa di un tennista mai salito oltre la 13° posizione, ma da moltissimi ritenuto un possibile campione.

7 – le sconfitte consecutive rimediate da Nikoloz Basilashvili nella prima parte del 2018. Una serie negativa iniziata col 7-5 al quinto rimediato al terzo turno degli Australian Open contro Kyle Edmund, che ha avuto il momento più buio durante le due mortificanti sconfitte patite in Coppa Davis contro il Marocco rappresentato da Ouahab (591 ATP) e Ahouda (698). Dopo quelle gravi macchie, alle quali erano seguite quattro sconfitte al primo turno tra New York, Delray Beach, Acapulco e Indian Wells si era ufficializzata la crisi, terminata solo a Miami con la vittoria al fotofinish su Fabbiano. Il 2018 aveva portato al 26enne georgiano solo tre quarti di finale (Marrakech e Budapest sulla terra, Antalya sull’erba), facendogli perdere la top 60 con la quale aveva chiuso il 2017. Ad Amburgo, dove ha eliminato Kamke e Jurgen Melzer per qualificarsi al main draw, è arrivata la settimana sin qui più bella della carriera, con la vittoria del primo titolo alla terza finale raggiunta. Un grande torneo, nel quale per la prima volta ha sconfitto nella stessa competizione due top 30, testimonianza di un livello di gioco che gli ha consentito di essere il primo qualificato a vincere un ATP 500 dai tempi di Petzschner a Vienna, ormai dieci anni fa. Nell’ordine, il georgiano classe 92 ha eliminato Kohlshreiber (7-5 1-6 6-4), 25 ATP; Cuevas(7-6 6-4), 72 ATP; Carreno Busta (7-6 6-4), 13 ATP; Jarry (7-5 0-6 6-1), 68 ATP e in finale ha prevalso sul due volte campione del torneo, Leonardo Mayer (6-4 0-6 7-5), 36 ATP.

12 – le prime volte tennistiche di Matteo Berrettini in questo 2018. L’azzurro aveva chiuso la passata stagione alla 135°posizione del ranking, compiendo un balzo di 298 posizioni rispetto a quella, 433 ATP, con la quale aveva iniziato il 2017. Progressi in classifica ragguardevoli, permessi da un successo in un Futures e soprattutto dalla prima vittoria di un torneo Challenger (San Benedetto) e da altre quattro finali, piazzamenti impreziositi dalla prima vittoria su un top 100 (Donskoy). Dopo quello che era stata un’ottima annata in quanto a maturazione e progressi tecnici compiuti, era difficile immaginare si potesse fare in proporzione ancora meglio, anche perché il salto in avanti nel circuito maggiore è sempre il più complesso per un giovane tennista. Invece Matteo ha sorpreso in positivo tutti (forse anche se stesso) e in questo 2018 per la prima volta si è qualificato in un main draw di un torneo ATP (a Doha a gennaio) e ha ottenuto la prima vittoria a quel livello (contro Troicki, sempre in Qatar). Non contento, ha continuato un ottimo mese di gennaio arrivando al terzo turno di quali a Melbourne e, da ripescato, ha giocato il suo primo main draw in un Major.

L’evolversi continuo dei miglioramenti del 22enne romano ha trovato nel corso di questi mesi continui riscontri: a marzo è arrivata la prima vittoria contro un top 50 (al Challenger di Irving contro Sugita, 40 ATP), mentre a maggio sono giunte le vittorie nei tornei di livello superiore. Prima a Roma, con la vittoria su Tiafoe, Matteo otteneva il primo successo in un Masters 1000, poi a Parigi, superando Otte e Gulbis, giungeva per la prima volta in un terzo turno di uno Slam, dove avrebbe perso lottando in quattro set dal futuro finalista, Thiem. A Wimbledon la vittoria in rimonta da due set sotto contro Jack Sock, 15 ATP, aveva una doppia valenza: il primo successo dopo aver perso i primi due parziali e, soprattutto, contro un top 20.

Matteo Berrettini – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

A Gstaad, sulle Alpi svizzere dove l’anno scorso aveva vinto Fognini, è arrivato il primo titolo della giovane carriera del romano, che gli ha permesso di infrangere in un colpo solo ben quattro prime volte (primi quarti, semifinale, finale e successo a livello ATP). Fognini l’anno scorso aveva riportato in Italia un titolo che mancava dal 1963 – quando vinse Nicola Pietrangeli – ed era stato il primo italiano in assoluto nell’Era Open a mettere il proprio nome sul prestigioso albo d’oro della competizione (vanta, andando a ritroso negli ultimi anni, campioni Slam come Gaudio, Federer, Albert Costa, Kafelnikov, Bruguera, Edberg, Vilas, Rosewall, Nastase, Newcombe, Roche, Emerson). Negli ultimi anni, prima di Fognini, i migliori risultati italiani erano state le finali raggiunte da Adriano Panatta nel 1971 e 1972 e Andreas Seppi nel 2007. Matteo ha iscritto sull’albo d’oro un nuovo nome italiano, vincendo cinque partite senza perdere un set e, soprattutto, senza subire un break. Come si vede dai punteggi, Albot (6-4 6-2), 97 ATP; Rublev (duplice 6-3), 46 ATP, Lopez (6-4 6-3), 66 ATP; Zopp (6-4 7-6), 107 ATP; e Bautista Agut (7-6 6-4), 17 ATP, i suoi avversari a Gstaad, sono stati battuti con margine. A ventidue anni e tre mesi, nessuno degli italiani (Fognini, Seppi, Gaudenzi, Furlan e Camporese) arrivati nella top 20 negli ultimi quattro decenni aveva già vinto un titolo e solo il faentino aveva una classifica da top 30 a quell’età. Sono dati che possono voler dire poco, ma sono senz’altro benauguranti per il futuro di Matteo, il quale però ha bisogno di tutto, meno che della grande pressione e delle aspettative sempre crescenti che in queste ore lo stanno circondando. Matteo ha la mentalità, il dritto e il servizio dell’ottimo tennista, ma lasciamolo crescere con calma.

314 – la classifica di Oriol Roca Batalla, il lucky loser capace di sconfiggere a Gstaad Paolo Lorenzi. Il 25enne spagnolo, al suo esordio in carriera in un torneo ATP, dopo essere stato ripescato a seguito del forfait a main draw già compilato di Pella, ha ottenuto la sua prima vittoria nel circuito maggiore, nonché il primo successo su un top 100, sconfiggendo Paolo col punteggio di 6-3 6-7(4) 6-3. Si tratta della terza sconfitta (dopo quelle con Zhang, 495, a Shenzhen e Davidovich Fokina, 393, al Challenger di Caltanissetta) di Lorenzi contro tennisti non compresi nella top 300, dopo gli ottavi da lui raggiunti agli US Open 2017. A queste brutte parentesi della sua splendida carriera, vanno aggiunte altre cinque contro giocatori non tra i primi 100 del ranking, sempre considerando il lasso temporale che va dallo scorso settembre in poi . Numeri più che preoccupanti per il futuro prossimo di un tennista esemplare da tanti punti di vista, ma incapace in questo 2018 – nel quale a livello ATP ha vinto appena cinque partite – di ritrovare la piena efficienza fisica. Non può che andare meglio di adesso, per Paolo.

2001 – l’anno di nascita delle due finaliste della prima edizione del Moscow River Cup, ricco (750.000 dollari di montepremi) International disputatosi sulla terra rossa nella capitale russa. Pur essendo dotato di un buon tabellone, con due top 15 ( Goerges 10 e Kasatkina 13 WTA) e altre cinque top 50, il torneo ha proposto diverse sorprese. Questa edizione verrà ricordata per aver presentato al mondo del grande tennis due molto promettenti, ma sconosciute (ai più) 17 enni, Olga Danilovic e Anastasia Potapova. Le due hanno così dato vita alla prima finale WTA tra atlete nate nel nuovo millennio. A iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro è stata la mancina serba, figlia dell’ex campione di basket Sasha Danilovic (trascorsi a Bologna e nell’Nba), al termine di una battaglia con la wild card locale durata quasi due ore e mezza e terminata col punteggio di 7-5 6-7(1) 6-4. La giovane serba, anche aiutata dalla sempre necessaria fortuna (eliminata nelle quali, è stata poi ripescata dopo il forfait di Petra Martic) ha meritato il titolo grazie al superamento di un cammino irto di ostacoli, in riferimento all’esperienza e alla classifica delle avversarie battute. Olga, prima della finale, ha infatti eliminato Schmiedlova (6-2 6-4), 83 WTA; Kanepi (7-6 7-5), 49 WTA; Goerges (duplice 6-3) e Sasnovich (6-2 5-7 7-5), 42 WTA. L’accesso nella top 100 è molto vicino (da oggi è n.112) così come è quasi certo che non sarà quello l’ultimo traguardo raggiunto da Olga, che aveva iniziato questo 2018 da numero 327 WTA.

 

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Eppur si muove (il ranking ATP)

I movimenti di classifica dopo le prime due settimane di tornei: Cecchinato sale e ha margine per migliorarsi ancora. Dimitrov esce dalla top 20

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Il primo Major dell’anno inizia con i seguenti giocatori ai primi venti posti della classifica:

CLASSIFICA GENERALE TOP 20

Classifica

 

Giocatore

Nazione

Punteggio

Classifica al 31/12

Variazione

1

N. Djokovic

Serbia

9135

1

=

2

R. Nadal

Spagna

7480

2

=

3

R. Federer

Svizzera

6420

3

=

4

A. Zverev

Germania

6385

4

=

5

JM del Potro

Argentina

5150

5

=

6

K. Anderson

S. Africa

4810

6

=

7

M. Cilic

Croazia

4160

7

=

8

D. Thiem

Austria

4095

8

=

9

K. Nishikori

Giappone

3750

9

=

10

J. Isner

USA

3155

10

=

11

K. Khachanov

Russia

2835

11

=

12

B. Coric

Croazia

2435

12

=

13

F. Fognini

Italia

2315

13

=

14

K. Edmund

GB

2150

14

=

15

S. Tsitsipas

Grecia

2095

15

=

16

D. Schwartzman

Argentina

1925

17

1

17

M. Raonic

Canada

1900

18

1

18

M. Cecchinato

Italia

1889

20

2

19

D. Medvedev

Russia

1865

16

-3

20

N. Basilashvili

Georgia

1820

21

1

Rispetto al 31 dicembre scorso notiamo che:

  • Nikoloz Basilashvili è entrato per la prima volta nella top 20;
  • Grigor Dimitrov ne è uscito (è ventunesimo);
  • Marco Cecchinato, grazie alla semifinale di Doha, ha ottenuto il suo best ranking. Agli AO del 2018 era 85 gradini più sotto

La tabella che segue mostra i punti conquistati nella scorsa edizione dello Slam australiano dai primi dieci giocatori del ranking:

Classifica

Giocatore

Punti AO 2018

Punti Ranking

1

N. Djokovic

180

9135

2

R. Nadal

360

7480

3

R. Federer

2000

6420

4

A. Zverev

90

6385

5

JM del Potro

90

5150

6

K. Anderson

10

4810

7

M. Cilic

1200

4160

8

D. Thiem

180

4095

9

K. Nishikori

0

3750

10

J. Isner

10

3155

Alcune considerazioni:

  • al netto dei punti conquistati nel 2018, Djokovic ha un vantaggio di 1.835 punti su Nadal; quindi il maiorchino per poter salire sul tetto del mondo (tennistico) deve vincere il torneo e augurarsi che  il serbo non superi i sedicesimi di finale. Difficile. Molto più probabile che alla fine il numero uno del mondo aumenti il gap tra sé e i propri inseguitori;
  • ad Alexander Zverev sarà sufficiente raggiungere gli ottavi di finale per superare Federer indipendentemente da ciò che il Maestro riuscirà a fare;
  • fortemente a rischio la quinta posizione di del Potro e la settima di Cilic che però avrà, a differenza del collega argentino, la possibilità di difenderla sul campo;
  • ottime chance per Nishikori di migliorare ulteriormente la propria classifica e per Khachanov – che difende solo 45 punti- di entrare in top ten alla luce dell’uscita di scena di  Isner sconfitto da Opelka nella Battaglia dei Giganti

La pattuglia italiana si presentava con i seguenti effettivi al primo appuntamento dell’anno:

Classifica

Giocatore

Punti Ranking

Punti AO 2018

13

F. Fognini

2315

180

18

M. Cecchinato

1889

0

35

A. Seppi

1170

180

54

M. Berrettini

920

26

102

T. Fabbiano

573

10

137

S. Travaglia

401

8

163

L. Vanni

325

0

Al momento attuale sappiamo che Fabbiano, Seppi e Travaglia si sono già qualificati per il secondo turno mentre Berrettini ha ceduto con onore a Tsitsipas. Se grazie a questo risultato Fabbiano è pressoché certo di ritornare in top 100, è però Cecchinato il giocatore italiano ad avere le chance più allettanti per un ulteriore progresso in classifica che da un anno a questa parte pare non dover avere (fortunatamente) fine.

Concludiamo il primo commento dell’anno alla classifica ATP con i complimenti ai giocatori che nel 2019 hanno raggiunto per la prima volta il loro best ranking:

Classifica

Giocatore

Nazione

18

M. Cecchinato

Italia

20

N. Basilashvili

Georgia

29

A. de Minaur

Australia

42

M. Jaziri

Tunisia

45

D. Lajovic

Serbo

76

H. Hurkacz

Polonia

77

G. Andreozzi

Argentina

97

R. Opelka

USA

E una domanda per i lettori relativa all’Australian Open: chi è il giocatore italiano ad avere raggiunto il miglior risultato di sempre in questo major nell’era open?

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Verso l’esordio di Federer: le differenze statistiche tra 2017 e 2018

Un’analisi dettagliata del rendimento del campione elvetico al servizio e in risposta nelle ultime due stagioni, in vista del primo turno di Melbourne contro Istomin. C’è qualcosa che ha funzionato meno nel 2018? Forse sì

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A poche ore dall’esordio ufficiale in questa nuova stagione contro Istomin, sebbene Federer sia già sceso in campo per la Hopman Cup, è tempo di stilare un ultimo bilancio. Dopo l’anno di grazia 2017, il 2018 per Roger Federer si è concluso con un sapore agrodolce (come diceva Sampras, un anno concluso con uno Slam portato a casa è sempre da considerarsi positivo). Tuttavia le soddisfazioni sono arrivate subito in Australia e durante l’anno, specie a Wimbledon, l’impressione generale è che qualche occasione sia stata persa. Per avere un’idea più precisa di quella che è stata la performance di Roger nel 2018 comparata con il 2017 andiamo a vedere allora qualche numero ricavato dal sito ufficiale ATP, che per i tornei Masters 1000 e per le ATP Finals offre il dettaglio su servizio e risposta. Andremo quindi a comparare il rendimento della prima e della seconda di servizio, oltre che la performance in risposta sulla seconda di servizio dei propri avversari e vedremo come sono cambiati alcuni pattern di gioco, confrontandolo con le partite giocate contro Djokovic.

Andando a vedere l’andamento della prima di servizio notiamo che fra 2017 e 2018 la sintesi è la seguente:

Anno Serve/return Court Serve T-section % Mid-section % Wide-Section % T-section w% Mid-section w% Wide-Section w% T-section Mid-section Wide-section
2018 Serve Deuce 1st 43,3% 4,4% 52,3% 73,9% 68,4% 78,0% 32,0% 3,0% 40,8%
2018 Serve Ad 1st 45,8% 3,7% 50,5% 76,1% 60,0% 78,8% 34,9% 2,2% 39,8%
2017 Serve Deuce 1st 44,4% 5,1% 50,6% 81,1% 78,1% 79,9% 36,0% 4,0% 40,4%
2017 Serve Ad 1st 46,9% 4,3% 48,8% 74,6% 68,2% 79,2% 35,0% 2,9% 38,6%

 

La performance 2018, pur leggermente peggiore rispetto al 2017, non è drammaticamente peggiorata se si eccettua l’efficacia dei servizi down the T (centrale) dal lato del deuce court (da destra, per intenderci). La distribuzione dei punti ottenuti con le diverse tipologie di servizio (centrale, al corpo, e ad uscire) evidenza che il vero problema è dovuto proprio a questa particolare fattispecie, come si può apprezzare anche graficamente.

Il fatto che il totale dei punti ottenuti sia minore è da attribuire in piccola parte ad un effetto volume (-1,7% dei servizi rispetto al 2017) e soprattutto a una perdita di efficacia nel tasso di trasformazione (-7,2%). Evidenziato questo trend, e con tutti i rispetti del caso, ci sentiremmo di ‘consigliare’ a Roger un uso più parsimonioso di questa direzione per il 2019, anche se con il rischio di rendere più leggibile il servizio ad uscire, e magari compensando con un maggior ricorso al servizio al corpo anche sulla prima, la categoria decisamente più negletta.

Passando a considerare il rendimento sulla seconda di servizio il quadro è il seguente:

Anno Serve/return Court Serve T-section % Mid-section % Wide-Section % T-section w% Mid-section w% Wide-Section w% T-section Mid-section Wide-section
2018 Serve Ad 2nd 32,7% 25,2% 42,1% 58,6% 63,0% 58,9% 19,2% 15,9% 24,8%
2018 Serve Deuce 2nd 46,1% 23,5% 30,5% 65,2% 61,4% 62,2% 30,1% 14,4% 19,0%
2017 Serve Ad 2nd 33,1% 24,2% 42,7% 65,2% 61,9% 63,5% 21,6% 15,0% 27,1%
2017 Serve Deuce 2nd 48,0% 21,3% 30,7% 67,7% 56,8% 66,4% 32,5% 12,1% 20,4%

 

In questo caso vi è una generale peggioramento (abbastanza marcato) nella tipologia di servizi al centro e ad uscire, non compensati da un miglioramento nell’uso del servizio al corpo. Anche in questo caso l’indicazione tattica sembrerebbe quella di rivedere alcune scelte nella distribuzione dei servizi e magari continuare sul trend iniziato nel 2018, di privilegiare il servizio al corpo.

LA RISPOSTA DI ROGER

Andiamo ora ad esaminare la performance in risposta sulla seconda di servizio avversaria, partendo sempre dal presupposto che – a parte casi particolari come Nadal, in grado di rispondere sistematicamente anche dai teloni di fondocampo – la risposta alla prima di servizio è più una dote naturale che una componente tecnica “allenabile”, e quindi ha senso concentrarsi sulla risposta alla seconda di servizio.

Anno VS Serve/return Court Serve T-section % Mid-section % Wide-Section % T-section w% Mid-section w% Wide-Section w% T-section Mid-section Wide-section
2018 All Return Deuce 2nd 60,7% 25,7% 13,6% 60,3% 55,10% 46,2% 36,6% 14,1% 6,3%
2018 All Return Ad 2nd 10,6% 39,9% 49,5% 45,0% 42,7% 49,5% 4,8% 17,0% 24,5%
2017 All Return Deuce 2nd 63,8% 21,4% 14,9% 57,9% 56,1% 47,8% 36,9% 12,0% 7,1%
2017 All Return Ad 2nd 14,5% 39,6% 45,9% 52,2% 57,9% 62,3% 7,6% 22,9% 28,6%

Dall’analisi della risposta alla seconda di servizio emerge come il campione svizzero nel 2018 abbia sofferto soprattutto i servizi al corpo a ad uscire dalla parte dell’ad-court (da sinistra, per intenderci). In questo caso, il problema della risposta ad uscire sul rovescio di Roger è tornato inesorabilmente a farsi sentire; una volta perso il timing magico che nel 2017 gli aveva dato grandi soddisfazioni, il 2018 è tornato a mostrare quell’atavico tallone d’achille. Curiosamente invece, sembrerebbe che il ricorso alla risposta slice dalla parte del deuce court (molto più pronunciato nel 2018) gli abbia consentito di contenere i danni. Mentre un full swing è più probabile sia ad uscire, la risposta slice tende ad essere lungolinea. E infatti il piazzamento passa dal 74,1% al 61,9%.

Anno VS Serve/return Court Serve Placement T section- ad court % Placement  T section- Deuce court% Placement mid section- ad court Placement  mid section- Deuce court% Placement wide section- ad court Placement  wide section- Deuce court%
2018 All Return Deuce 2nd 74,1% 25,9% 55,1% 44,9% 57,7% 42,3%
2018 All Return Ad 2nd 65% 35% 72% 28% 71% 29%
2017 All Return Deuce 2nd 61,9% 38,1% 63,6% 36,4% 47,8% 52,2%
2017 All Return Ad 2nd 56,5% 43,5% 70,6% 29,4% 76% 24%

Andando infine ad esaminare in via sintetica com’è andata nelle situazioni di palleggio (distinguendo per superficie), il dato è abbastanza chiaro. Mentre la stagione sull’erba, macchiata dall’inciampo con Anderson, è stata inferiore ma non troppo rispetto al 2017, la stagione sul cemento è stata chiaramente deficitaria in un aspetto concreto: la capacità di incidere sulla seconda di servizio dei propri avversari. Mentre il 2017 è stato salutato un po’ da tutti come un ‘rinascimento’ nella capacità di rispondere aggressivamente da parte dello svizzero, il passo indietro in questo senso è stato chiaro nel 2018, almeno sotto il profilo dei dati. Mentre nel 2017 la percentuale di trasformazione sulle seconde palle servite dall’avversario era prossima al 52%, nel 2018 si è attestata al di sotto del 48%. In uno sport come il tennis in cui spesso la capacità di incidere sulla seconda del proprio avversario è fondamentale, si tratta di un passo indietro non irrilevante.

LE SFIDE CON DJOKOVIC

Se andiamo infine ad analizzare qual è stato la performance del servizio di Federer contro Djokovic nel 2018 e la compariamo con i risultati generali del 2017, possiamo trarre alcune linee di tendenza:

  • Per quanto riguarda la prima di servizio, il peggioramento nel 2018 dell’efficacia del servizio centrale da destra si acuisce contro Djokovic. È significativo in particolare come Roger cerchi con più insistenza il servizio ad uscire e nonostante questo Djokovic sia comunque in grado di risolvere brillantemente le situazioni – più rare – in cui lo svizzero cerca il servizio centrale. In altre parole, sembrerebbe che Roger contro Djokovic estremizzi ancora di più le proprie scelte al servizio, specie dal lato destro. Dal lato sinistro invece non emergono pattern particolarmente significativi: le scelte di direzionamento del servizio fatte contro Djokovic rispecchiano più o meno la media misurata contro gli altri giocatori.
  • Con riferimento alla seconda di servizio anche in questo caso abbiamo una netta divaricazione fra ad-court e deuce court. Mentre nel caso dei servizi da destra il peggioramento delle prestazioni è – cosa abbastanza prevedibile visto che si tratta del miglior ribattitore sul mercato – generalizzato, per quanto attiene ai servizi da sinistra invece emerge un dato abbastanza significativo: se il campione di Belgrado non sembra patire il servizio al corpo e il servizio kick ad uscire, grazie al suo eccezionale rovescio, le cose cambiano quando si parla di servizi centrali che il serbo deve gestire con il proprio dritto. Mentre Nole dal lato destro sembra gradire le risposte sul dritto, soffre quando risponde di dritto da sinistra. Si tratta infatti dell’unico caso in cui la statistica media di Federer nel 2018 contro gli altri giocatori risulta migliore rispetta a quella dei soli match con Djokovic. L’idea insomma potrebbe essere quella – rischiosa, ma sensata – di cercare di mandare fuori giri il serbo dal lato del dritto, evitando di stuzzicare il rovescio, la cui solidità è normalmente rocciosa.

In conclusione, l’analisi dei dati ATP relativi al monitoraggio dei pattern di servizio mostra alcuni risultati sorprendenti e perché no, potrebbe anche dare qualche chiave di lettura tattica non banale. E se Federer deciderà di accogliere qualcuno dei nostri ‘consigli’ già da questo Australian Open, beh, lo scopriremo presto. Quanto a Djokovic lo svizzero può respirare, almeno parzialmente: non c’è modo di incrociarlo prima dell’eventuale finale.

Federico Bertelli

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Focus

Federer, Nadal e Djokovic sotto la lente: chi ha fatto meglio negli ultimi 10 anni?

Una dettagliata analisi statistica per mettere a confronto i tre giocatori più forti del tennis moderno, evidenziare i loro picchi di rendimento… e anche i rimpianti. Per Federer, forse quella finale del 2014

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Alla vigilia dell’Australian Open, mentre ci si interroga sulla possibilità che possa finalmente toccare a un nome nuovo, è facile lasciarsi sedurre dall’idea che alla fine toccherà a uno dei soliti. Da oltre dieci anni il tempo nel mondo del tennis sembra essersi cristallizzato: anche nel 2018 Djokovic, Nadal, Federer (anche se per un pelo, visto che Zverev ha chiuso la stagione a una manciata di punti da King Roger) si sono spartiti il podio della classifica mondiale. Come già ricordato in un precedente articolo, il tennis gira intorno a tre nomi quasi ininterrottamente da un’era geologica. Visto il ritorno di fiamma di Federer e Nadal nel 2017 e di Djokovic nel 2018 si è sentito spesso dire che queste erano le “migliori versioni di Nadal o Federer” o che “Djokovic quest’anno è tornato ai suoi livelli”. Un modo per verificare queste affermazioni è confrontare il rendimento tenuto dei cari mostri sacri di questa era e confrontarlo con performance ottenute negli anni passati. A livello metodologico la scelta è quella di vedere quali sono stati in questi anni i picchi di rendimento e come si sono evolute le rivalità incrociate in questi ultimi 10 anni. Similmente a quanto fatto per le analisi dell’anno 2018, si è cercato di costruire degli indicatori di performance che potessero dare conto sinteticamente dell’andamento per anno e per superficie.

Questa prima tipologia di tabelle ha come scopo quello di evidenziare in termini comparati quale sia stata l’evoluzione dell’indicatore preso in esame di volta in volta. L’idea è quella di darci una linea di tendenza, al fine di capire soprattutto come un giocatore abbia ‘performato’ rispetto a se stesso e quali siano stati i picchi di rendimento in carriera. Il fatto che in un certo anno un indicatore risulti più elevato rispetto a quello dei rivali non necessariamente indica una maggiore probabilità di successo negli scontri diretti (quella verrà riportata più avanti nell’andamento storico degli H2H); resta in ogni caso un’indicazione rilevante in caso di differenziale cospicuo.

CONFRONTO SULLA TERRA BATTUTA

 

Per condurvi all’interno del discorso utilizziamo i numeri e cominciamo dalla terra rossa. L’indicatore prescelto è il seguente:

  • % combinata punti vinti sulla seconda di servizio e sulla risposta alla seconda di servizio
  • % punti servizio vinti con la prima sul totale dei punti giocati al servizio * 0.5

Confronto Djokovic, Federer e Nadal su terra battuta

Per quanto riguarda questa superficie, non verrà preso in esame il numero di partite vinte in quanto a differenza del cemento, dove spesso Nadal ha marcato visita, sulla terra battuta tutti e tre i giocatori hanno quasi sempre mantenuto un sufficiente numero di partite giocate e vinte nel corso degli anni. L’eccezione è ovviamente Federer negli ultimi due anni, ma la sua completa assenza non provoca del ‘rumore’ nel modello; il dato viene semplicemente viene escluso.

Emerge immediatamente come Nadal abbia avuto un picco di rendimento nel 2010, ripetuto incredibilmente nel 2017. Mentre nel 2010 la chiave era la ferocia sulla seconda di servizio (60% dei punti conquistati), nel 2017 il dato incredibile è stata l’efficacia sulla propria seconda di servizio (64%, il più alto in tutto l’arco di riferimento tra tutti e tre i giocatori). Sempre in riferimento a Nadal, i numeri confermano come lo spagnolo abbia dovuto avvalersi di unghia e denti per vincere il Roland Garros nel 2013 e 2014, due stagioni di chiaro calo, in cui il suo livello di performance era stato notevolmente insidiato da Djokovic.

Il serbo, dopo l’anno di grazia 2011, ha fatto registrare un calo generale nel 2012 per poi ritornare gradualmente su livelli di eccellenza nel 2013 e 2014. Nel 2015 Djokovic ha raggiunto il suo picco di rendimento sulla terra battuta ed è infatti stato sconfitto solo da un grandissimo Wawrinka in finale a Parigi, capace quella domenica di scagliare sessanta colpi vincenti. Curiosamente, nei suoi anni migliori, Djokovic ha dovuto fronteggiare a Parigi due veri e propri cigni neri: Federer in semifinale nel 2011 e Wawrinka appunto nel 2015. Non sarà difficile ricordare la maestosa performance dello svizzero nel 2011, quando fermò un Djokovic ancora imbattuto in stagione. Quanto al 2009 di Federer, la stagione in cui ha vinto il suo unico Roland Garros, i numeri suggeriscono come abbia approfittato del calo di Djokovic e dell’inciampo di Nadal, che fino a quel punto della stagione si stava esprimendo ai suoi soliti livelli.

CONFRONTO SULL’ERBA

Passiamo adesso all’erba, il territorio d’elezione per Roger Federer. L’indicatore prescelto è il seguente:

  • % combinata punti vinti sulla seconda di servizio e sulla risposta alla seconda di servizio
  • % punti servizio vinti con la prima sul totale dei punti giocati al servizio * 1,1

Confronto Djokovic, Federer e Nadal su erba

In questo secondo caso saltano subito all’occhio i “buchi” di Nadal, che dopo l’immancabile campagna sulle paludi rosse spesso e volentieri ha dovuto cedere il passo. In questo caso emerge come il toro di Manacor abbia ben capitalizzato le opportunità costruite nel 2008 e nel 2010; è invece un peccato che nel 2017 non si sia potuto assistere a un replay delle finali 2006/2007/2008, perché i presupposti numerici erano veramente ottimi. Djokovic conferma il trend di dominanza del 2015, mentre in rapporto alla rivalità con Federer c’è forse da crucciarsi per la mancata qualificazione dello svizzero alla finale di Wimbledon 2011: dopo la splendida partita di Parigi, con ogni probabilità se ne sarebbe vista una seconda.

L’annus horribilis‘ è stato per tutti e tre il 2016: Federer a mezzo servizio, Nadal assente e Djokovic alle prese con i primi dolori del giovane Novak. Rimpianti? Probabilmente per Federer la finale persa nel 2014, poiché avrebbe potuto rallentare il ritorno di Djokovic che da quel momento ha vissuto un anno e mezzo di grazia quasi ininterrotto.

CONFRONTO SUL CEMENTO

Per concludere andiamo ad esaminare cosa è successo sulle superfici dure; segnaliamo che in questo caso è stato necessario accorpare indoor e outdoor, in quanto le statistiche disponibili sul sito ATP non consentivano questo livello di ‘granularità’ del dato. L’indicatore prescelto quindi è stato il seguente:

  • % combinata punti vinti sulla seconda di servizio e sulla risposta alla seconda di servizio
  • % punti servizio vinti con la prima sul totale dei punti giocati al servizio * 1,05
  • % combinata break point salvati e convertiti *0,5

Il tutto ponderato per un moltiplicatore che tenga conto delle partite vinte nella stagione così costruito:

=SE N. Partite vinte >=52; → fattore di ponderazione = 1,1;

=SE 51<N. Partite vinte>22; → fattore di ponderazione = 1,1;

=SE N. Partite vinte <=22; → fattore di ponderazione = 0,8;

Confronto Djokovic, Federer e Nadal sul cemento

Secondo questa metrica il picco di rendimento lo ritroviamo con Djokovic nel 2015, che in quella stagione si è rivelato effettivamente ingiocabile per chiunque. Il Federer del 2015 era (numeri alla mano) una versione assolutamente competitiva e paragonabile a quella del 2017, che pure ha vinto tanto di più; verrebbe da concludere, forse semplificando, che semplicemente nel 2017 non ha dovuto confrontarsi con la macchina serba. Da notare come negli anni 2012 e 2013 si sia visto in campo un ottimo Djokovic che forse ha raccolto a livello Slam meno di quello che avrebbe potuto: in quei due anni infatti le partite vinte dal serbo su questa superficie sono state rispettivamente 50 e 49. Nel 2013 la sfida ‘hard rock’ con Nadal fu estremamente equilibrata, con Djokovic che nelle situazioni di palleggio (relative agli scambi su seconde di servizio) dimostrava una maggior efficienza, mentre Nadal compensava con il rendimento sulla prima e nel dato combinato saved/converted break point %.

GLI SCONTRI DIRETTI

Queste statistiche sintetizzano con efficacia il rendimento dei singoli giocatori ‘rispetto a se stessi’, ma per un’analisi completa non si può prescindere da un riepilogo degli H2H; altrimenti si perderebbero alcuni fenomeni clamorosi come la distruzione di Nadal ad opera di Djokovic nel 2011 e la rivincita nel 2017 da parte di Federer sul maiorchino.

Djokovic vs Federer

A partire dal 2011, la rivalità tra il serbo e lo svizzero ha visto un netto prevalere di Djokovic con Federer capace di invertire la tendenza soltanto nel 2014, stagione in cui il serbo ha psicologicamente ‘prestato il fianco’ dopo le tante finali perse agli US Open. Probabilmente non se ne avrà mai la controprova, ma per Djokovic sembra essere stata decisiva la vittoria a Wimbledon le 2014: è stato forse stato il punto di svolta di una carriera, che altrimenti avrebbe potuto configurarsi come quella di un ‘fenomeno spuntato’, sempre e comunque in secondo piano rispetto al dinamico duo Roger&Rafa.

Federer vs Nadal

Come tutti sanno, il 2017 è stato l’anno della grande rivincita di Svizzera 1 sull’armada spagnola. È invece meno noto che il 2017 sia stato un anno straordinario per Nadal sul cemento; con un Federer ‘normale’, forse Rafa avrebbe potuto confezionare la migliore stagione dell’intera carriera, superiore anche agli anni di grazia 2010 e 2013. Senza inerpicarci in analisi che sono state fatte sin troppe volte in relazione a questo confronto diretto, si evidenziano come decisive le stagioni 2008 (in cui Rafa mandò Roger al tappeto in finale a Londra e a Parigi) e il 2013 in cui la schiena ha costretto Federer a giocare al di sotto dei suoi standard.

Djokovic vs Nadal

Nella rivalità fra Rafa e Novak, emerge come il serbo abbia saputo capitalizzare meglio le stagioni in cui ha espresso il miglior tennis. In uno degli anni miglior, Nadal è riuscito a cogliere un vantaggio comparato relativamente ridotto (+2), mentre nei suoi anni di grazia (2011 e 2015) Djokovic ha inciso in maniera molto più pesante (+6) e (+4). In generale sembra quindi poter dire che i picchi di rendimento di Djokovic negli ultimi 10 anni sono stati inarrivabili, ma che laddove (come nel triennio 2012-2013-2014) il rendimento dei tre è stato molto vicino, Djokovic è spesso venuto a mancare, non riuscendo a convertire in successi un livello di gioco comunque molto alto. La supremazia è rimasta confinata ai ‘soli’ Masters 1000 e sulla superficie (allora) amica degli Australian Open, che potrebbe tornare a sorridergli tra pochi giorni.

Federico Bertelli

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