Berrettini e uno US Open non poi così importante

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Berrettini e uno US Open non poi così importante

“Pazienza è la parola d’ordine. È il primo anno”, dice coach Vincenzo Santopadre. “I tennisti si costruiscono per la maratona, non per i 100 metri”

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La prima parte dell’intervista – Santopadre: “Berrettini qui è stato più grande”

Come ormai sapete Matteo Berrettini ha battuto, per la seconda volta, anche il settimo avversario che si è parato dinanzi alla sua strada… di montagna. Prima Gstaad e poi Kitzbuhel. Il giorno che organizzeranno un ATP 250 a Cortina d’Ampezzo sarà uno dei favoriti. Stanco come l’ho visto contro Albot, dopo 11 incontri in 8 giorni, non sono troppo ottimista per il suo match con Jarry, che più alto di cinque centimetri serve più o meno come lui. Potrebbe essere stanchino anche il cileno, reduce da due battaglie di tre set con Carballes Baena e Verdasco.

Vincenzo Santopadre è il coach che lo segue da quando Matteo aveva 14 anni con santa pazienza: “Ma neppure troppa pazienza in verità, anche se vivere fianco a fianco con un ragazzo di una generazione diversa per 100 giorni non è la cosa più semplice di questo mondo se devi continuamente trasmettere qualcosa. Però lui è un ragazzo speciale, è intelligente, educato, ascolta, segue, è disponibile a lavorare duro”.

 

Al collega della Gazzetta Riccardo Crivelli Santopadre aveva detto diverse cose interessanti: “La costruzione di un giocatore è come una maratona, e invece in giro vedo troppi centometristi. Se a 14/15 anni vinci con un certo tipo di gioco, è difficile convincerti che devi cambiarlo per migliorare. La mia parola d’ordine è proprio pazienza”. È stato forse perché da altri ragazzi del ’95 e del ’96 (Quinzi, Baldi, Dinati, Napolitano) tutti, anche in ambito federale, si aspettavano di più, che tutto sommato Matteo ha potuto crescere un po’ più sottotraccia, più nell’ombra: “Beh sì, c’è stata meno pressione di fare subito risultati e questo non lo ha gravato di aspettative, ha potuto lavorare pensando al lungo periodo. Non abbiamo avuto fretta e non gliene ha mai messa la sua famiglia”.

C’è un altro concetto di Santopadre da tenere presente: “Troppi genitori si fermano alle apparenze, si arrabbiano per una mancata convocazione al campionato regionale o fidandosi delle classifiche, che da junior sono deleterie”.

Vincenzo Santopadre – Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

L’INTERVISTA

Vincenzo tanti aspettavano a gloria di vederlo partecipare ai prossimi Masters 1000, magari senza sapere che ancora la sua classifica non gli avrebbe permesso di entrare in tabellone. Capisco che non sia il caso di sfibrarlo con le qualificazioni, prima dell’US Open, ma se per esempio arrivasse una (improbabile) wild card da Cincinnati?
No, guarda, non ci interessa una wild card. Avevamo deciso in partenza di non giocare quei due tornei ancora prima dell’exploit di Gstaad e di questo buon inizio a Kitzbuhel. Sta già facendo tante esperienze nuove quest’anno. Non volevo sovraccaricarlo. Questa è la sua prima vera stagione da giocatore (fino a quest’anno non aveva ancora mai vinto un match del circuito maggiore ATP; n.d. ubs), tanti viaggi, l’Australia, l’America, la trasferta sull’erba, poi questi tornei sulla terra battuta, e poi andremo a Winston-Salem prima dell’US Open, poi chissà se l’Asia… insomma tanta roba davvero. Matteo è un ragazzo che spende tanto negli allenamenti, si applica, anche negli ultimi cinque minuti lui ci dà dentro. Non spreca nulla del tempo che dedica al tennis.

Capisco rinunciare ai Masters 1000, ma andare a Winston-Salem che finisce giusto alla vigilia dell’US Open non è un rischio? Se Matteo perde al primo o al secondo turno del primo torneo sul cemento rischia di arrivare a New York un po’ sfiduciato; se invece arriva in fondo… rischia di arrivare cotto a Flushing dove se capiti nella parte del tabellone che gioca al lunedì ti mettono in campo di lunedì, infischiandosene se hai appena finito di giocare anche una finale a Winston-Salem…
Avresti ragione al 300×100 per un giocatore che punta forte a far bene all’US Open, ma per Matteo al primo anno non è ancora così, c’è tempo. Te lo dicevo, ci vuole pazienza.

Matteo Berrettini – Indian Wells 2018

Quindi non riusciremo a seguire Matteo sui campi in cemento fino a quando giocherà nella “Twin City”, la città di 212.000 abitanti del North Carolina che ha riunito due quartieri gemelli, Winston e Salem (più antica) fin dal 1913. Qualcuno la chiama anche Camel City, per essere la sede della grande industria di tabacco R. J. Reynolds Tobacco Company, che commercializza i suoi prodotti con il marchio Camel.

Una curiosità Vincenzo: di cosa ha sofferto esattamente Matteo al ginocchio sinistro al punto da perdere quasi tutto il 2016 e scendere al n.883 in classifica ATP? È stato per via di una crescita troppo accelerata? Ricordo bene che Richard Krajicek nel ’90 era cresciuto di 23 cm in un solo anno e aveva un sacco di problemi alle ginocchia (poi l’avrebbero anche preso un po’ in giro: “L’olandese di vetro” anziché “L’olandese volante”, ma questa apparente fragilità non gli impedì di vincere Wimbledon nel ’96 e di battere Sampras 6 volte su 10!). Nel ’91 lo vidi perdere in Australia dal nostro Caratti: all’epoca Krajicek di rovescio la prendeva davvero poco, era solo servizio (dall’alto di un metro e 96) e dritto…
Eh proprio un po’ come Matteo – se la ride Vincenzo – se ricordo bene anche Krajicek aveva le gambe fini, magre come Matteo, e un po’ arcuate, e poi invece era grosso sopra, busto, spalle. A Matteo fu riscontrata una osteocondrite dissecante – nota da Wikipedia: è un disturbo piuttosto comune, che prevede la formazione di necrosi, di lesioni e vere e proprie crepe nella cartilagine articolare (osteocondrosi), con infiammazione. Solitamente questo tipo di disturbo si manifesta con dolore e gonfiore dell’articolazione interessata – insomma c’era una zona d’ombra laddove lui sentiva male, non tantissimo ma abbastanza. Era in Asia per giocare dei challenger a inizio anno, tornò a Roma, si fece visitare e si fermò fino a quando il dolore passò e gli furono date certe rassicurazioni. Sia ai polsi sia alle gambe Matteo aveva ancora le cartilagini di un ragazzino e avrebbe potuto danneggiarle seriamente. Fu prudente fermarsi.

È sempre una questione di pazienza insomma. Senti, il rapporto con la Lotto che lo sponsorizza com’è? Scommetto che lo ha avviato Veso Matijas che il manager dell’azienda di Montebelluna che lo deve aver scoperto e deve aver creduto in lui più di altri… Matteo ha un contratto per più anni immagino?
Eh sì, credo per almeno tre o quattro. Ha rinnovato non molto tempo fa, mi pare. Veso lo vediamo sempre nei tornei dello Slam, mi pare di averlo visto anche in America. È una persona molto a modo, uno che non si occupa solo dell’aspetto professionale, ha un’umanità che davvero non guasta. Lo conosco da una vita, viene a vedere le partite dei suoi ragazzi, ma non perché lo deve fare… perché ha passione, perché quasi si innamora di quelli che scopre, va a vedere tornei giovanili perché cerca di capire, e capisce, quelli che hanno più chance di andare avanti anche se sul momento non sono i più forti. Una grande persona.

È Lotto anche Jacopo, il fratello di Matteo?
No, lui no, è con Mizuno, perché Corrado Tschabushnig (il manager dei Berrettini), ha un buon rapporto con quell’azienda. Beh, e poi Jacopo è ancora giovane, ha tempo davanti a sé. La parola d’ordine, anche per lui, è sempre la stessa: pazienza.


Qui riporto una pagina del libro che ho scritto nel 2011, “Roma 2011: gli 80 azzurri agli Internazionali d’Italia” e che dovevo presentare al Foro Italico a Roma durante il torneo, ma di cui il presidente FIT mi fece interdire la presentazione che doveva avvenire nello stand della Ford. Uno degli 80 tennisti che nell’era Open avevano giocato al Foro (anche un solo match, ma lui in 4 anni ne giocò 6) fu Vincenzo Santopadre. Perse 76 62 da Berasategui al primo turno del ’96, battè Karol Kucera 64 63 e perse da Haas 62 61 nel ’98, perse da Sanguinetti 16 62 63 nel ’99, battè Magnus Norman 64 63 e perse da Vinciguerra 36 75 63 nel 2001.

VINCENZO SANTOPADRE – Mancino d’attacco, serve&volley, tennis in via d’estinzione, potrà raccontare a Matteo e Giulia, 7 e 5 anni, i figli che gli ha dato la bellissima Karolina Boniek (figlia del calciatore polacco che con Platini faceva brillare la Juventus di notte in tutt’Europa), d’essere stato un top 100. Proprio n.100 per l’appunto. Fermarsi a n.101 sarebbe stata una beffa. A Roma Vincenzo… “Giocavo al 200 per 100. Altrimenti non avrei battuto il n.10 e il n.5 Atp, Kucera e Norman. La prima vittoria la devo un po’ a te, Ubaldo. Avevi commentato il torneo di Monaco e notato un suo problema alla caviglia. Mi cercasti per dirmi che Kucera correva male in avanti e che aveva problemi con il dritto… Quando battei Norman, campione uscente al Foro, fu doppia soddisfazione: avevo avuto una wild card criticata perché non data a chi aveva rifiutato di giocare la Davis in Finlandia. Si protestava contro la FIT per le nomine dall’alto dei rappresentanti di noi giocatori in consiglio e per aver scelto Barazzutti capitano di Davis senza consultare i Davisman d’allora. Con Navarra avevamo dato 3 set a 0 a Nieminen-Ketola: dimostrai che non ero così scarso come si leggeva sui giornali. Scaramucce sugli spalti fra i miei tanti tifosi del Parioli – sono stato lì dai 13 ai 33 anni prima di passare all’Aniene di Malagò – e quelli di Sanguinetti c’erano state invece l’anno prima…

Vincenzo è popolarissimo fra i giocatori anche per via del ristorante di famiglia vicino piazza Fiume, Il Santopadre, appunto. Durante gli Internazionali sarebbe tappa obbligata anche se il timido Vincenzo non ne avesse pubblicizzato per scherzo l’indirizzo in conferenza stampa dopo la più bella vittoria! Clienti abituali? Un tempo Andre Agassi. Ora Roger Federer.

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Interviste

Mariano Puerta confessa: “Ho mentito sul doping”

A 15 anni dalla positività all’antidoping durante il Roland Garros, Mariano Puerta ammette a ‘La Nacion’: “Sono stato irresponsabile. Ma non ho avuto alcun vantaggio, non voglio essere considerato come un imbroglione”

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Quella che segue è la traduzione integrale di un articolo pubblicato su ‘La Nacion’. In questa prima parte, l’intervista esclusiva di Sebastian Torok con Mariano Puerta. Nella seconda parte, che pubblicheremo nei prossimi giorni, le versioni dell’allenatore, del preparatore atletico e del manager dello stesso Puerta


Mariano Puerta risultò positivo all’antidoping nella finale del Roland Garros 2005, dopo aver perso contro lo spagnolo Rafael Nadal, diventando il caso di doping più scandaloso nella storia degli sport argentini dopo Diego Maradona ai Mondiali di USA ‘94. 15 anni dopo il processo e la sanzione, l’ex tennista ha rivelato a “La Naciòn” che la teoria usata nel suo appello per ridurre la pena era “una bugia”, ma la sua nuova spiegazione, lungi dal chiarire lo scenario, genera più controversie e ipotesi in una storia per nulla trasparente. Il quotidiano argentino ha contattato tre delle persone più influenti del suo team in quel momento (l’allenatore Andrés Schneiter, il preparatore atletico Darío Lecman e l’allora manager Jorge Brasero), e le loro versioni differiscono da quelle di Puerta.

Puerta è nato in una località della provincia di Cordoba di 62.000 abitanti, San Francisco, nel settembre 1978. Mancino e maratoneta nel gioco, era un talento eccezionale della “Legione”, un gruppo di tennisti argentini nati tra il 1975 e il 1982 che, dal 2000, si era distinto nel circuito rendendo il tennis popolare nel Paese per la prima volta dai tempi di Guillermo Vilas e Batata Clerc. Quella ‘cucciolata’ di giocatori aveva un conto in sospeso: la Coppa Davis. E un lato oscuro: i casi di doping. In totale si registrarono sette casi di positivi, e Puerta fu coinvolto in due di essi. È il primo recidivo nella storia del tennis.

 

Il 5 giugno 2005, Puerta giocò la finale del Roland Garros e perse 6-7(6) 6-3 6-1 7-5, in quella che sarebbe stata la prima delle dodici vittorie di Nadal a Parigi. 48 ore dopo aver lasciato il Bois de Boulogne, tornato a Buenos Aires, andò con la sua famiglia in un ristorante a Costanera e i presenti, dai cuochi ai commensali di turno, lo applaudirono in piedi. Solo quattro mesi dopo, quando si rese noto pubblicamente che era risultato positivo al doping in quella finale del Grande Slam, Puerta disse che si sentiva osservato, giudicato e trattato come un “imbroglione”.

Puerta entrò nella Top 10 il 9 agosto 2005, un privilegio per pochi. Ma tra il ragazzo formato dal padre, Rubén, e quello che smise di passare inosservato sotto occhi stranieri e dovette camminare con la security per i corridoi del Roland Garros nella prima settimana di giugno 2005, intercorse una carriera sconnessa e instabile, fra grandi istantanee e varie tempeste. Fra queste ultime, un intervento chirurgico al polso nel 2001, un rapido ritorno e la depressione; un primo caso di doping, nel 2003, e nove mesi di sospensione per aver consumato un farmaco per l’asma con clenbuterolo, una sostanza proibita considerata “anabolizzante”. Fra le prime, invece, tre titoli ATP e una performance magnifica nel tie di Coppa Davis contro l’Australia a Sydney nel 2005. Soprattutto, però, ci fu quel secondo caso di doping, nella finale contro Nadal, per etilefrina, che produsse ammende economiche e sportive. Ricevette una pena di otto anni ridotta a due (quando è stato stabilito che la quantità che aveva nel suo corpo era 50 volte inferiore a quello di cui avrebbe avuto bisogno per avere un effetto sulla sua prestazione) e dovette restituire i premi in denaro guadagnati per quel semestre, circa 887.000 dollari USA.

Nella sua deposizione davanti ai diversi tribunali (e in seguito davanti ai media), Puerta spiegò che, pochi minuti prima della finale a Parigi, si era seduto nel ristorante dei giocatori insieme all’attrice Sol Estevanez, che poi divenne sua moglie, per poi andare a cambiarsi per giocare la finale. Durante quel periodo, sua moglie beve dell’acqua con alcune gocce di Effortil, un farmaco usato per i dolori mestruali che contiene etilefrina. Poi, mentre la donna si era recata al bagno, Puerta tornò al tavolo e versò dell’acqua da una bottiglia che portava con sé nello stesso bicchiere. Ed è così che, secondo lui, gli entrò in corpo la sostanza in questione, prescritta per trattare la bassa pressione sanguigna ma che ha anche l’effetto di essere un potente stimolante cardiorespiratorio e, per questo motivo, è inclusa nell’elenco delle sostanze proibite.


L’INTERVISTA COMPLETA A PUERTA

Un decennio e mezzo dopo il fatto, Puerta ha confermato che la spiegazione data era falsa e che si trattò di una strategia dei suoi rappresentanti legali, guidata dal compianto Eduardo Moliné O’Connor, ex-vicepresidente della Corte suprema di giustizia, dirigente dell’Associazione argentina di tennis, membro dell’International Tennis Federation e del tribunale arbitrale per lo sport (TAS), tra il 1998 e il 2006.

Undici anni dopo aver dichiarato bancarotta in un tribunale di Buenos Aires, Puerta si è trasferito dal 2014 negli Stati Uniti, dove afferma di essere stato in grado di rialzarsi “finanziariamente”, dividendo le sue giornate tra l’insegnamento del tennis e l’attività nel settore immobiliare, e ha deciso di raccontare una versione sconosciuta. E la sua storia inizia riconoscendo che quella dichiarazione resa davanti al TAS, a Losanna, sul bicchiere della sua (ex) moglie, fu “una bugia” e che fu “irresponsabile” nell’uso delle sue vitamine. La spiegazione che abbiamo usato allora come strategia era una bugia. Ma non ho avuto un vantaggio sportivo e non voglio essere considerato come un imbroglione, ha detto l’ex tennista da Miami, dove ora risiede.

La nuova spiegazione di Puerta sul motivo che avrebbe finito per causare il test positivo al Roland Garros inizia nel dicembre 2004, quando terminò la stagione vincendo il Guadalajara Challenger e chiuse al 133° posto del ranking mondiale.

“Finii il torneo a Guadalajara e cominciai le vacanze viaggiando da lì con mia moglie a Puerto Vallarta – narra Puerta. – Poi andammo a Miami e prima di tornare andai in un locale GNC [General Nutrition Centers; un’azienda di integratori alimentari, ndr] per acquistare le vitamine da usare durante l’anno, come di consueto. Arrivai a Buenos Aires per la pre-season. Prima di andare a un challenger in Cile, dissi a Darío [Lecman, ndr]: ‘Ho dimenticato di comprare o non riesco a trovare la bottiglia di caffeina e ginseng’. Lui mi disse che aveva un amico che lavorava in un laboratorio, al quale poteva chiedere di farle, dato che rimaneva oltre l’orario di lavoro e ci risultava più economico. Dissi di sì e mi sembrava tutto normale. Prima del viaggio in Cile prendo quella bottiglia e parto per iniziare l’anno. Era una pillola che non usavo sempre, dipendeva da come mi sentivo. Se stavo bene e giocavo contro qualcuno che mi dava un po’ di tempo nello scambio, non la prendevo. Non era la stessa cosa giocare contro Agassi o contro Corretja. Contro Agassi mentre stavo terminando il mio swing, ricevevo di nuovo la palla. Contro Corretja avevo più tempo, perché colpiva la pallina in fase discendente”.

Quando Lecman ti ha informato che aveva un amico che produceva integratori vitaminici, ti sei fidato?
Sì, mi fidavo al cento per cento.

Ai Giochi Olimpici di Atene del 2004, Lecman tornò a Buenos Aires poco prima del torneo sostenendo di aver avuto un problema personale, ma si scoprì che l’aveva fatto per eludere un controllo antidoping dopo che un funzionario l’aveva convocato per prelevare un campione. Nonostante ciò, ti fidavi sempre di lui?
Sì, ho sempre avuto fiducia in lui e riponevo una fiducia cieca nella mia squadra. Non avrei mai pensato che potesse qualcosa che mi avrebbe compromesso, perché tutto ciò che fosse risultato nocivo per me sarebbe stato nocivo anche per lui. Non si sarebbe tirato la zappa sui piedi. Dunque, inizio a gareggiare. Perdo la finale a Buenos Aires e mi fanno un primo controllo antidoping. Arrivo in semifinale ad Acapulco ed ecco un altro controllo. Vinco a Casablanca e mi convocano per un altro controllo. Gioco un grande torneo a Montecarlo e mi controllano. Ad Amburgo ancora un altro controllo antidoping. Decido di dormire a Parigi il mercoledì prima dell’inizio del torneo. Avevo un gioco molto solido, dato che avevo vinto buone partite nel corso della stagione di terra battuta. Siamo andati con anticipo a Parigi. Partecipo al Roland Garros essendo, credo numero N.35 del mondo [37, ndr] e non avevo quella posizione di classifica da anni. Ero tornato! Dopo quello che avevo vissuto, potevo fare qualcosa di proposito? Impossibile!

Dopo il Roland Garros sei tornato a Buenos Aires e pochi giorni dopo sei tornato a viaggiare e competere. Ancora non avevi ricevuto nessuna notizia del doping?
Nulla! I tornei e i controlli si succedevano e niente. Andai in Australia per disputare la Davis, volai in Olanda per giocare ad Amersfoort, poi Kitzbühel, Sopot, Montreal, Cincinnati e tornai alla fine a Buenos Aires. Mi riposai qualche giorno, mi allenai, decisi di rompere con Schneiter e assumere Guillermo Pérez Roldán. Ero N.9 ATP. Firmai un precontratto milionario con Lotto. Era tutto perfetto con mia moglie e la famiglia. Parlai con il “Gringo” [Schneiter], con Guillermo, e chiudemmo, ma il venerdì di quella settimana [NdR: 8/19] mi chiamò mia madre per dirmi: ‘Hai tante lettere, vuoi che te le mandi?’ Risposi: ‘Sì mamma, mandamele’. Quando ricevetti le lettere, scesi le scale, cominciai ad aprirle, finché non ne vidi una un po’ strana. E quando la aprii… la mia pressione si abbassò di colpo. Cos’è questo!? Presi l’ascensore, entrai nell’appartamento con mia moglie che si stava preparando perché stavamo per partire. Mancavano solo pochi giorni all’inizio del torneo di New York. La lettera diceva che ero risultato positivo al Roland Garros. È stata una grande sorpresa e ha cambiato di nuovo la mia vita. Non avevo idea di cosa stessero parlando. Da lì è stato il caos. Non potevo più sbagliare perché ero recidivo. È iniziato un processo per scoprire da dove proveniva quella sostanza. Dovevo andare agli US Open, il mio manager chiamò Guillermo per informarlo. Gli avevamo dato la possibilità di non partecipare, ma è rimasto con me fino all’ultimo torneo di quell’anno. Caos!

Segue a pagina 2: le pillole contaminate, la strategia difensiva, la squalifica

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Focus

Feliciano Lopez sulla cancellazione di Madrid: “Il tennis senza vaccino non è molto praticabile”

Il direttore del torneo di Madrid: “Non ha senso correre rischi”. E il futuro è buio: “Quest’anno è perso e il 2021 sarà uguale”

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Feliciano Lopez - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Ormai è il secondo anno per Feliciano Lopez da direttore del torneo di Madrid e questo ruolo di responsabilità è diventato ulteriormente difficile in tempi di coronavirus. Sul campo lo spagnolo è sempre stato un giocatore fumantino che senza troppe cerimonie mostra le proprie emozioni, ma in giacca e cravatta è la serietà a prendere il sopravvento e in nessun modo ha potuto evitare la decisione di annullare il Mutua Madrid Open, in programma dal 12 al 20 di settembre (che era programmato inizialmente in maggio, ed è diventato così il primo torneo ‘bi-cancellato’ del tour). Abbiamo fatto tutto il possibile, ma la situazione sanitaria deve essere la priorità ha detto al quotidiano spagnolo ABC.

“Quando abbiamo deciso che il torneo si sarebbe trasferito a settembre, abbiamo avuto dubbi su cosa sarebbe potuto accadere durante l’estate. Avevamo intuito che con la riapertura delle attività il numero di contagi sarebbe aumentato. Ma pensavamo che si sarebbe potuto controllare e che avremmo potuto giocare. Un mese fa l’abbiamo dato per scontato. Abbiamo pensato che fosse molto ragionevole giocare con il 30% del pubblico, credevamo di poterlo fare. Ma nelle ultime due settimane sono cambiate molte cose.. Lo scenario di Madrid è peggiorato e non possiamo correre rischi. Non ha senso” ha spiegato Lopez durante l’intervista.

Attualmente il tennista si trova a Luarca nel nord della Spagna con la sua famiglia, ma è sempre rimasto in contatto con le personalità politiche interessate alla questione. “Con la Comunità di Madrid abbiamo avuto una comunicazione molto fluida e molto sincera” ha fatto sapere Feliciano, che da loro inizialmente aveva ricevuto l’invito ad annullare il torneo. “La Comunità, voglio chiarire questo aspetto, ci ha aiutato in ogni momento. Quando abbiamo consegnato il protocollo, lo hanno apprezzato e ci hanno detto che tutto ciò che avevamo proposto era molto ragionevole. Quando la situazione è peggiorata, abbiamo parlato con Antonio Zapatero (Vice Ministro della Salute, ndr) e il suo team, e ci hanno messo di fronte alla realtà. È stato lì che ci siamo posti la domanda: che senso ha andare avanti visto come stanno le cose a Madrid?”.

 

L’obiettivo principale è sempre stato quello di ridurre i rischi, ma quando è parso evidente che ciò andava oltre le possibilità degli organizzatori, non c’erano soluzioni alternative alla cancellazione. Del resto, va preservata anche l’immagine del torneo. “Non volevamo correre rischi. Nessuno nell’organizzazione voleva che si parlasse del torneo a causa di un contagio o di un focolaio, ma soprattutto nessuno voleva che le persone si trovassero in una situazione pericolosa. Non volevamo apparire sui giornali o fare notizia a causa di qualsiasi contagio, che si trattasse di giocatori, allenatori o arbitri, né di mettere a rischio lo staff. La cosa principale è proteggere la salute di tutti”.

La decisione del resto è stata condivisa anche da Ion Tiriac, proprietario del Mutua Madrid Open, come ha spiegato Feliciano. “La situazione è stata molto sfavorevole per noi. Questo fine settimana sono stato con Ion Tiriac a Nizza e più tardi l’ho incontrato a Madrid e ha detto: ‘Senti, Feli, non metteremo a rischio la salute di nessuno. Per me, è quella la priorità. Ho questa licenza da 50 anni e mi dispiace molto, ma non posso mettere a rischio la salute di nessuno'”.

Al momento il tennis professionistico è proiettato in Nord-America dove dal 22 agosto a New-York dovrebbe andare in scena la doppietta Masters 1000 e Slam, e Lopez sembra cautamente fiducioso. Penso che negli Stati Uniti si giocherà, ma non vedo la cosa con molta chiarezza. Non è facile. È uno Slam e ci sono 3.000 o 4.000 persone che devono arrivare da tutto il mondo. Vediamo cosa succederà… Ci sono molti giocatori che non vogliono andare, e anche questo è un punto di vista da rispettare (in realtà la maggior parte dei top 100 è iscritta, ndr). Altri hanno bisogno di soldi… però disputare uno Slam in quelle circostanze è un dramma. Capisco anche l’organizzazione, in quanto vi sono molte entrate in denaro per la televisione e altri interessi. Un major può sopravvivere con i diritti televisivi.”

La domanda a questo punto viene spontanea: quando si potrà giocare un torneo… normale, se è vero che bisogna accettare il fatto che al momento si può seguire soltanto una ‘nuova mormalità’? E la risposta purtroppo è altrettanto spontanea quanto lapidaria. Il tennis, senza vaccino, non è molto praticabile. Le persone si concentrano su quest’anno, ma quest’anno è perso. E per quello che verrà, sarà la stessa cosa. Il tour australiano inizia il 1 gennaio e siamo nella stessa situazione. Dobbiamo sopravvivere nel 2021 fino all’uscita del vaccino e nel 2022 ripristinare la normalità. Il tennis soffre molto e ci resta ancora molto tempo. Cosa faranno le persone dopo l’Australia? Vai a Rio de Janeiro? In Argentina? Ad Acapulco? A Miami a marzo? Senza vaccino…” .

Questi puntini di sospensione rappresentano un’incertezza sul futuro condivisibile, e per questo ogni tentativo di ripartenza va ben accolto.

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Interviste

Nei dintorni di Djokovic: la lunga strada di Ivo Karlovic. “A volte non bisogna essere realisti”

Rientrato in Croazia dalla Florida, “Dr. Ivo” ha ricordato le difficoltà di inizio carriera. Con un po’ amarezza (“A mio figlio direi che non ne vale la pena”), ma con la consapevolezza di aver fatto qualcosa di non scontato (“Non è stato un percorso normale”). Ovviamente, senza prendersi troppo sul serio (“Non c’era niente che sapessi fare meglio”)

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Ivo Karlovic - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Avevamo lasciato Ivo Karlovic a Melbourne, in gennaio, dove alla sua 17° presenza nello Slam australiano aveva conquistato un altro paio di record di longevità. Era diventato il primo over 40 nel main draw australiano da Ken Rosewall nel 1978 e poi, superando al primo turno Pospisil in tre set, anche il primo over 40 a vincere un match del tabellone principale, quarantadue anni dopo il leggendario “Muscle”. In realtà, il tennista zagabrese era sceso in campo ancora in un paio di ATP 250 e infine al Challenger canadese di Calgary – dove al secondo turno il francese Blancaneaux gli aveva tolto la soddisfazione di festeggiare, il giorno dopo, il suo 41° compleanno in campo – prima che la pandemia fermasse il mondo del tennis (e non solo, purtroppo).

Dopo aver trascorso il periodo del lockdown in Florida, dove vive insieme alla moglie Alsi e ai due figli Jada Valentina e Noah, il gigante croato un paio di settimane fa è rientrato in Croazia, dove è stato intervistato dal quotidiano sportivo “Sportske Novosti”. Prima tappa ovviamente la città natale, Zagabria, per riabbracciare genitori e parenti, prima di passare qualche giorno di vacanza al mare, in attesa di decidere quando riprendere l’attività agonistica. “Non ho ancora deciso se andrò allo US Open, nel caso in cui venga disputato. C’è ancora tempo. Vedremo cosa succede”. Per il momento, Ivo, è nella entry list del torneo.

Per uno che non si è ancora stancato di andare in giro per tornei dopo aver iniziato a calcare i campi a livello Challenger al crepuscolo del secolo scorso (era il 29 novembre 1999 quando esordì in India, a Lucknow, battendo il giocatore di casa Mustafa Ghouse, oggi noto per essere l’Amministratore Delegato di JSW Sport, la Divisione sportiva della multinazionale indiana JSW) la risposta alla domanda se il tennis gli è mancato, è stata un pochino  – ma non troppo, conoscendo il gusto per la battuta di Ivosorprendente: “Devo ammettere che il tennis non mi è mancato molto. È bello stare a casa con la famiglia. Abbiamo avuto molto tempo a disposizione e abbiamo potuto fare tante cose che altrimenti non avremmo potuto fare”.

 

Dopo un commento su come siano cambiati i rapporti tra le persone dopo il lockdown (“Dopo qualche tempo, le persone sono tornate a una vita relativamente normale, ma si percepisce l’insicurezza nello stabilire contatti con le altre persone”) al n. 124 del mondo è stata anche chiesta un’opinione sulle varie iniziative a sostegno dei tennisti non di prima fascia, in considerazione delle loro difficoltà economiche a causa dello stop. “Penso che alcuni tennisti abbiano sicuramente bisogno di un aiuto finanziario. E per me, personalmente, è molto bello vedere la solidarietà dei tennisti di vertice nell’aiutare i colleghi meno fortunati”.

Quando si parla di Ivo Karlovic il pensiero va immediatamente al “suo” colpo: il servizio. Logico che sia così, considerato che si tratta del giocatore che ha piazzato più ace di tutti nel circuito ATP –  ben 13.599 in 687 match –  e che sull’efficacia di questo fondamentale ha basato la sua ormai ultraventennale carriera. Ma un best ranking di n. 14 della classifica mondiale, otto tornei ATP vinti e altre undici finali disputate, 369 partite vinte nel circuito maggiore, non sono risultati che si raggiungono solo con il servizio, seppur scagliato da 211 cm di altezza, ma con un impegno e una dedizione al lavoro assoluta. Specie se parliamo di un giocatore che da ragazzo erano veramente in pochissimi a pensare avesse qualche chance di sfondare nel tennis che conta. “Credo che nessuno si aspettasse che raggiungessi la top 100, figuriamoci il 14° posto e vent’anni di carriera professionistica”.

Il famoso servizio di Ivo Karlovic – US Open 2015 (foto: Luca Baldissera)

Chi conosce anche solo un po’ la storia del tennista croato, sa che il percorso di Karlovic per arrivare al tennis che conta non è stato per niente facile. Basterà ricordare come a causa del fallimento dell’attività imprenditoriale del padre il giovane Ivo si trovò a non aver la possibilità di affidarsi ad allenatori costosi o ad accademie e a non poter viaggiare per disputare i tornei in cui avrebbe potuto guadagnare qualcosa, privo anche di un qualsiasi sostegno da parte della Federtennis croata. Persino trovare degli sparring partner era un’impresa: in pochi infatti volevano giocarci assieme, dato che il servizio era già a ottimi livelli mentre gli altri colpi assolutamente no e quindi le sessioni di allenamento con lui erano ritenute poco proficue (una situazione con cui si è ritrovato a convivere anche a livello “pro”).

A queste si aggiungevano le difficoltà nella sfera personale: timido e riservato, Ivo non aveva molte amicizie, anche perché la balbuzie di cui soffriva lo ostacolava nel rapporti con gli altri. E proprio in virtù del suo vissuto, giusto chiedere al gigante croato se abbia dei consigli da dare ad un giovane che desidera diventare un giocatore di tennis (“Beh, molti giovani giocatori con cui mi alleno mi chiedono un consiglio. Soprattutto negli Stati Uniti, dove le persone sono generalmente più disponibili a ricevere consigli”), soprattutto se con lui Madre Natura sembra non essere stata particolarmente generosa quando ha dispensato il talento tennistico. “Nel mio caso hanno giocato un ruolo determinate la mia perseveranza e la mia volontà di allenarmi quando ero giovane. Non ho avuto delle buone condizioni, spesso nemmeno le opportunità, per allenarmi, ma ho lottato in tutti i modi per progredire il più possibile. Nel tennis, a volte, è necessario non essere realisti e perseverare, qualunque cosa accada“.

E se a chiedergli un consiglio fosse suo figlio? “Se decidesse di farlo, lo sosterrei. Perché so che per lui la strada sarebbe più semplice rispetto alla mia. Se dovesse passare tutto quello che ho passato io, gli direi che non ne vale la pena.” Dalle parole di Ivo si percepisce che tanta è stata la fatica e tanti sono stati i bocconi amari ingoiati, ma nel chiedergli quali siano state le maggiori difficoltà, la sua ironia e la sua capacità di sdrammatizzare hanno la meglio. “La cosa che mi ha facilitato nel cercare di sfondare nel tennis mondiale è stato il fatto che non c’era niente che sapessi fare meglio. Per me, in quel momento, era una cosa normale. Non ero consapevole di nient’altro se non dei bisogni fondamentali. Oggi, a volte, ripenso a com’è stato il mio percorso: non è stato normale!”. Una risposta più di tutte, seppur sempre tra il serio e il faceto, fa capire quanto “Dr. Ivo” si sia impegnato per arrivare. Quella alla domanda se abbia mai saltato un allenamento perché non aveva voglia, soprattutto all’inizio della carriera. “Mai, quando ero più giovane. Adesso capita sempre più spesso”.

Interessante anche sapere se secondo lui – un giocatore da vent’anni nel circuito professionistico – fosse più facile diventare uno sportivo di alto livello ai suoi tempi o se sia più facile adesso. “Oggi dal punto di vista logistico-organizzativo tutto funziona molto meglio. Dall’organizzazione del viaggio alle tattiche in campo, dove molte informazioni si possono ottenere anche su You Tube. I bambini si allenano meglio. Quindi da un lato oggi è più facile sistemare le cose che non vanno e raggiungere un certo livello nel tennis, ma dall’altro è più facile per tutti e quindi questo crea più competizione, cioè ci sono molti più tennisti di prima”.

E quale sarà il domani di Ivo Karlovic? Ivo si vede ancora nel tennis il giorno che smetterà di impallinare gli avversari con la prima di servizio? ”Penso che rimarrò sicuramente nel tennis. In che modo… Questa è una domanda a cui devo ancora trovare una risposta. Dipende da dove sceglierò di trascorrere la maggior parte del mio tempo al termine della carriera. Naturalmente ho anche altri interessi, che spero quindi di aver il tempo di approfondire”.  Un’ipotesi è quindi anche quella di allenare. Anni addietro, prima di mettere radici in Florida, Ivo aveva manifestato il desiderio di aprire una propria accademia a Zagabria. Un’idea che sembra non del tutto tramontata, magari spostando la sede al di là dell’Atlantico. “Vedremo a fine carriera”. Anche se, come detto, una decisione su dove la famiglia Karlovic si stabilirà definitivamente una volta che il capofamiglia appenderà la racchetta al chiodo non è stata presa. Sebbene un’idea di massima ci sia già. “La Croazia è un paese bellissimo, e indipendentemente da ciò che la gente dice la qualità della vita è buona. Trascorrerò sicuramente parte dell’anno in Croazia. Allo stato attuale, molto probabilmente il rapporto sarà otto mesi negli Stati Uniti e quattro in Croazia”.

Ma quali doti deve avere, secondo Karlovic, un allenatore? “La cosa più importante è adattarsi al singolo giocatore. Cioè capire come il giocatore recepisce le indicazioni più facilmente. Il tennis è uno sport individuale in cui i livelli di stress sono piuttosto elevati e frequenti. Affrontare tante situazioni stressanti tende a far diventare le persone testarde. Di conseguenza non è facile riuscire a relazionarsi con un tennista”.

Di certo senza quella testardaggine, che lo ha aiutato a non mollare quando in molti gli consigliavano di lasciar perdere, quel timido e silenzioso giovane spilungone del quartiere zagabrese di Salata non si sarebbe ritrovato a battere nel 2003, all’esordio in un tabellone Slam, il campione uscente Lleyton Hewitt al primo turno di Wimbledon (era la prima volta nell’Era Open e la seconda nella storia del torneo – nel 1967 Charlie Pasarell batté Manolo Santana – che il defending champion veniva subito eliminato). Fu la vittoria della svolta: il 24enne Karlovic raggiunse poi il terzo turno e due mesi dopo entrò per la prima volta in top 100, lui che prima di quella edizione dei Championships non era mai nemmeno arrivato tra i primi 150.

Wimbledon 2003, I turno: Ivo Karlovic elimina Lleyton Hewitt, campione in carica (Foto: Getty)

Ma a farci percepire quanto lavoro, quanta dedizione e quanti sacrifici c’erano dietro a quel risultato e a tutti quelli che seguirono, è ancora una volta una risposta semi-seria di Ivo ad un’altra domanda, quella del ricordo della sua prima volta a Church Road, ovviamente lo Slam preferito per un battitore di razza come lui. “Uh, è stato tanto tempo fa. Avevo 21 anni. Persi al terzo turno delle qualificazioni (contro l’attuale capitano di Coppa Davis israeliano, Harel Levy, ndr), giocate su un prato a venti minuti da Wimbledon (in realtà i campi del “The Bank of England Tennis Center” di Roehampton, ndr). Ma dopo quella partita andai a Wimbledon a vedere l’allenamento di Goran (Ivanisevic, ndr). Ma più che all’atmosfera di Wimbledon, ero interessato all’allenamento di Goran”.
Ancora convinti che Ivo Karlovic sia arrivato ai vertici solo perché aveva un gran servizio?

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