Berrettini e uno US Open non poi così importante

Interviste

Berrettini e uno US Open non poi così importante

“Pazienza è la parola d’ordine. È il primo anno”, dice coach Vincenzo Santopadre. “I tennisti si costruiscono per la maratona, non per i 100 metri”

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La prima parte dell’intervista – Santopadre: “Berrettini qui è stato più grande”

Come ormai sapete Matteo Berrettini ha battuto, per la seconda volta, anche il settimo avversario che si è parato dinanzi alla sua strada… di montagna. Prima Gstaad e poi Kitzbuhel. Il giorno che organizzeranno un ATP 250 a Cortina d’Ampezzo sarà uno dei favoriti. Stanco come l’ho visto contro Albot, dopo 11 incontri in 8 giorni, non sono troppo ottimista per il suo match con Jarry, che più alto di cinque centimetri serve più o meno come lui. Potrebbe essere stanchino anche il cileno, reduce da due battaglie di tre set con Carballes Baena e Verdasco.

Vincenzo Santopadre è il coach che lo segue da quando Matteo aveva 14 anni con santa pazienza: “Ma neppure troppa pazienza in verità, anche se vivere fianco a fianco con un ragazzo di una generazione diversa per 100 giorni non è la cosa più semplice di questo mondo se devi continuamente trasmettere qualcosa. Però lui è un ragazzo speciale, è intelligente, educato, ascolta, segue, è disponibile a lavorare duro”.

 

Al collega della Gazzetta Riccardo Crivelli Santopadre aveva detto diverse cose interessanti: “La costruzione di un giocatore è come una maratona, e invece in giro vedo troppi centometristi. Se a 14/15 anni vinci con un certo tipo di gioco, è difficile convincerti che devi cambiarlo per migliorare. La mia parola d’ordine è proprio pazienza”. È stato forse perché da altri ragazzi del ’95 e del ’96 (Quinzi, Baldi, Dinati, Napolitano) tutti, anche in ambito federale, si aspettavano di più, che tutto sommato Matteo ha potuto crescere un po’ più sottotraccia, più nell’ombra: “Beh sì, c’è stata meno pressione di fare subito risultati e questo non lo ha gravato di aspettative, ha potuto lavorare pensando al lungo periodo. Non abbiamo avuto fretta e non gliene ha mai messa la sua famiglia”.

C’è un altro concetto di Santopadre da tenere presente: “Troppi genitori si fermano alle apparenze, si arrabbiano per una mancata convocazione al campionato regionale o fidandosi delle classifiche, che da junior sono deleterie”.

Vincenzo Santopadre – Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

L’INTERVISTA

Vincenzo tanti aspettavano a gloria di vederlo partecipare ai prossimi Masters 1000, magari senza sapere che ancora la sua classifica non gli avrebbe permesso di entrare in tabellone. Capisco che non sia il caso di sfibrarlo con le qualificazioni, prima dell’US Open, ma se per esempio arrivasse una (improbabile) wild card da Cincinnati?
No, guarda, non ci interessa una wild card. Avevamo deciso in partenza di non giocare quei due tornei ancora prima dell’exploit di Gstaad e di questo buon inizio a Kitzbuhel. Sta già facendo tante esperienze nuove quest’anno. Non volevo sovraccaricarlo. Questa è la sua prima vera stagione da giocatore (fino a quest’anno non aveva ancora mai vinto un match del circuito maggiore ATP; n.d. ubs), tanti viaggi, l’Australia, l’America, la trasferta sull’erba, poi questi tornei sulla terra battuta, e poi andremo a Winston-Salem prima dell’US Open, poi chissà se l’Asia… insomma tanta roba davvero. Matteo è un ragazzo che spende tanto negli allenamenti, si applica, anche negli ultimi cinque minuti lui ci dà dentro. Non spreca nulla del tempo che dedica al tennis.

Capisco rinunciare ai Masters 1000, ma andare a Winston-Salem che finisce giusto alla vigilia dell’US Open non è un rischio? Se Matteo perde al primo o al secondo turno del primo torneo sul cemento rischia di arrivare a New York un po’ sfiduciato; se invece arriva in fondo… rischia di arrivare cotto a Flushing dove se capiti nella parte del tabellone che gioca al lunedì ti mettono in campo di lunedì, infischiandosene se hai appena finito di giocare anche una finale a Winston-Salem…
Avresti ragione al 300×100 per un giocatore che punta forte a far bene all’US Open, ma per Matteo al primo anno non è ancora così, c’è tempo. Te lo dicevo, ci vuole pazienza.

Matteo Berrettini – Indian Wells 2018

Quindi non riusciremo a seguire Matteo sui campi in cemento fino a quando giocherà nella “Twin City”, la città di 212.000 abitanti del North Carolina che ha riunito due quartieri gemelli, Winston e Salem (più antica) fin dal 1913. Qualcuno la chiama anche Camel City, per essere la sede della grande industria di tabacco R. J. Reynolds Tobacco Company, che commercializza i suoi prodotti con il marchio Camel.

Una curiosità Vincenzo: di cosa ha sofferto esattamente Matteo al ginocchio sinistro al punto da perdere quasi tutto il 2016 e scendere al n.883 in classifica ATP? È stato per via di una crescita troppo accelerata? Ricordo bene che Richard Krajicek nel ’90 era cresciuto di 23 cm in un solo anno e aveva un sacco di problemi alle ginocchia (poi l’avrebbero anche preso un po’ in giro: “L’olandese di vetro” anziché “L’olandese volante”, ma questa apparente fragilità non gli impedì di vincere Wimbledon nel ’96 e di battere Sampras 6 volte su 10!). Nel ’91 lo vidi perdere in Australia dal nostro Caratti: all’epoca Krajicek di rovescio la prendeva davvero poco, era solo servizio (dall’alto di un metro e 96) e dritto…
Eh proprio un po’ come Matteo – se la ride Vincenzo – se ricordo bene anche Krajicek aveva le gambe fini, magre come Matteo, e un po’ arcuate, e poi invece era grosso sopra, busto, spalle. A Matteo fu riscontrata una osteocondrite dissecante – nota da Wikipedia: è un disturbo piuttosto comune, che prevede la formazione di necrosi, di lesioni e vere e proprie crepe nella cartilagine articolare (osteocondrosi), con infiammazione. Solitamente questo tipo di disturbo si manifesta con dolore e gonfiore dell’articolazione interessata – insomma c’era una zona d’ombra laddove lui sentiva male, non tantissimo ma abbastanza. Era in Asia per giocare dei challenger a inizio anno, tornò a Roma, si fece visitare e si fermò fino a quando il dolore passò e gli furono date certe rassicurazioni. Sia ai polsi sia alle gambe Matteo aveva ancora le cartilagini di un ragazzino e avrebbe potuto danneggiarle seriamente. Fu prudente fermarsi.

È sempre una questione di pazienza insomma. Senti, il rapporto con la Lotto che lo sponsorizza com’è? Scommetto che lo ha avviato Veso Matijas che il manager dell’azienda di Montebelluna che lo deve aver scoperto e deve aver creduto in lui più di altri… Matteo ha un contratto per più anni immagino?
Eh sì, credo per almeno tre o quattro. Ha rinnovato non molto tempo fa, mi pare. Veso lo vediamo sempre nei tornei dello Slam, mi pare di averlo visto anche in America. È una persona molto a modo, uno che non si occupa solo dell’aspetto professionale, ha un’umanità che davvero non guasta. Lo conosco da una vita, viene a vedere le partite dei suoi ragazzi, ma non perché lo deve fare… perché ha passione, perché quasi si innamora di quelli che scopre, va a vedere tornei giovanili perché cerca di capire, e capisce, quelli che hanno più chance di andare avanti anche se sul momento non sono i più forti. Una grande persona.

È Lotto anche Jacopo, il fratello di Matteo?
No, lui no, è con Mizuno, perché Corrado Tschabushnig (il manager dei Berrettini), ha un buon rapporto con quell’azienda. Beh, e poi Jacopo è ancora giovane, ha tempo davanti a sé. La parola d’ordine, anche per lui, è sempre la stessa: pazienza.


Qui riporto una pagina del libro che ho scritto nel 2011, “Roma 2011: gli 80 azzurri agli Internazionali d’Italia” e che dovevo presentare al Foro Italico a Roma durante il torneo, ma di cui il presidente FIT mi fece interdire la presentazione che doveva avvenire nello stand della Ford. Uno degli 80 tennisti che nell’era Open avevano giocato al Foro (anche un solo match, ma lui in 4 anni ne giocò 6) fu Vincenzo Santopadre. Perse 76 62 da Berasategui al primo turno del ’96, battè Karol Kucera 64 63 e perse da Haas 62 61 nel ’98, perse da Sanguinetti 16 62 63 nel ’99, battè Magnus Norman 64 63 e perse da Vinciguerra 36 75 63 nel 2001.

VINCENZO SANTOPADRE – Mancino d’attacco, serve&volley, tennis in via d’estinzione, potrà raccontare a Matteo e Giulia, 7 e 5 anni, i figli che gli ha dato la bellissima Karolina Boniek (figlia del calciatore polacco che con Platini faceva brillare la Juventus di notte in tutt’Europa), d’essere stato un top 100. Proprio n.100 per l’appunto. Fermarsi a n.101 sarebbe stata una beffa. A Roma Vincenzo… “Giocavo al 200 per 100. Altrimenti non avrei battuto il n.10 e il n.5 Atp, Kucera e Norman. La prima vittoria la devo un po’ a te, Ubaldo. Avevi commentato il torneo di Monaco e notato un suo problema alla caviglia. Mi cercasti per dirmi che Kucera correva male in avanti e che aveva problemi con il dritto… Quando battei Norman, campione uscente al Foro, fu doppia soddisfazione: avevo avuto una wild card criticata perché non data a chi aveva rifiutato di giocare la Davis in Finlandia. Si protestava contro la FIT per le nomine dall’alto dei rappresentanti di noi giocatori in consiglio e per aver scelto Barazzutti capitano di Davis senza consultare i Davisman d’allora. Con Navarra avevamo dato 3 set a 0 a Nieminen-Ketola: dimostrai che non ero così scarso come si leggeva sui giornali. Scaramucce sugli spalti fra i miei tanti tifosi del Parioli – sono stato lì dai 13 ai 33 anni prima di passare all’Aniene di Malagò – e quelli di Sanguinetti c’erano state invece l’anno prima…

Vincenzo è popolarissimo fra i giocatori anche per via del ristorante di famiglia vicino piazza Fiume, Il Santopadre, appunto. Durante gli Internazionali sarebbe tappa obbligata anche se il timido Vincenzo non ne avesse pubblicizzato per scherzo l’indirizzo in conferenza stampa dopo la più bella vittoria! Clienti abituali? Un tempo Andre Agassi. Ora Roger Federer.

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Berrettini a Chris Evert: “Ho veramente paura che la stagione possa essere cancellata”

Matteo e Ajla Tomljanovic hanno conversato con la campionessa americana e parlato del loro isolamento

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Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Chris Evert ha una Academy di successo a Boca Raton, in Florida, e in tempo di Coronavirus ha intrapreso un’iniziativa per rimanere in contatto con dirette Instagram con gli studenti in isolamento, attraverso esercizi fisici e mentali, ma soprattutto attraverso conversazioni con giocatori che ce l’hanno fatta. Gli “ospiti” più recenti della 18 volte campionessa Slam sono stati Matteo Berrettini e Ajla Tomljanovic, che hanno dialogato con Evert per più di un’ora. Tomljanovic ha conosciuto Evert a 13 anni, quando si è trasferita nella sua Academy da Zagabria, tant’è che la sua famiglia vive proprio a Boca Raton, dove riteneva che le prospettive tennistiche fossero migliori per Ajla e per sua sorella Hana (che ha avuto successo giocando per University of Virginia), e dove la coppia si sta allenando in questo momento.

Tanti gli spunti interessanti. I due si sono detti speranzosi che si possa ripartire a New York, con Tomljanovic che ha commentato, “non sopporterei la cancellazione di un altro Slam”, mentre Matteo è stato un po’ più fatalista: “Faccio fatica a pensare che si giochi quest’estate, l’Europa è in una brutta situazione e gli Stati Uniti pure. Ho veramente paura che la stagione possa essere cancellata“.Berrettini si è detto in buone condizioni, visto che ha la possibilità di allenarsi tutti i giorni. Ha detto che Ajla lo sta aiutando sul rovescio, mentre lui sta cercando di restituire il favore sul dritto, ma con risultati alterni, perché, nelle parole di Tomljanovic, “non riesco a fare molto più che mettermi in salvo dalle sue pallate!”.

Entrambi hanno commentato i propri grandi risultati (Tomljanovic ha raggiunto il best ranking di N.39 lo scorso anno), con Berrettini che ha detto: Sono stato sorpreso anch’io da quanto in fretta sono migliorato in classifica. Ho deciso di cambiare qualcosa in me stesso dopo la sconfitta al primo turno a Monte-Carlo, dove tanti italiani hanno fatto bene (Fognini ha vinto, Sonego ai quarti, Cecchinato agli ottavi), e ho usato i loro successi per spronarmi, e ho vinto Budapest e fatto finale a Monaco di Baviera giocando il mio miglior tennis. Non mi aspettavo di fare semi a New York, ma non mi aspettavo neanche di fare così bene sull’erba, match con Roger a parte! Federer è il mio idolo, ricordo quando lo vedevo giocare al Foro Italico, è probabilmente il motivo per cui sono diventato un tennista, ma ero troppo emozionato per giocare quel giorno, quindi gli ho solo detto: ‘Grazie per la lezione!’. Per salire di livello devo allenarmi con Ajla! Sono alto quindi non avrò mai una grande mobilità, ma sto cercando di migliorare sul rovescio, e in questo momento il focus è andare più spesso a rete e muoversi meglio lateralmente. Sono tutte cose che sembrano piccole ma non lo sono affatto. Mi sono fatto male alla fine della stagione, addominali e anca, perché non ero pronto a giocare così tanti match. Ora sto bene ma tornare in campo è sempre dura”.

L’australiana ha avuto un percorso un po’ più accidentato fino a questo momento, ma guarda al lato positivo: Ho perso due anni, il 2012 per la mononucleosi e il 2016 per l’operazione alla spalla, quindi è sempre difficile ripartire, ma sono stata fuori così tanto che il mio corpo è quello di una tennista più giovane, e sono molto fiduciosa per il futuro, mi serve solo più continuità. Mio padre è sempre stato decisivo per la mia carriera, per lui il nostro rapporto è sempre stato più importante del tennis. Lui è rilassato e ha sempre voluto un altro coach al suo fianco, è stato un campione di pallamano quindi sa come aiutare un’atleta, non sarei qui se non fosse per lui“.

 

Anche Berrettini ha commentato su quello che lui vede come un secondo padre, vale a dire Vincenzo Santopadre: “L’ho incontrato a 14 anni e passo più tempo con lui che con la mia famiglia. Quando abbiamo iniziato era solo per divertirsi, e questo è il segreto, non mi ha mai messo pressione fino ai 19/20 anni. Sapeva che il tennis non è uno sprint, è una maratona, e mi ha aiutato a mettere su muscoli e a migliorare la preparazione atletica”.

Oltre a chiedergli quale sia il passo successivo per la sua carriera, Evert gli ha anche chiesto un’opinione su Federer, Nadal e Djokovic: “I Big Three sono incredibili, il loro bello è che sono egualmente dominanti ma in modo diverso. Rafa è il migliore fisicamente e mentalmente, gioca allo stesso modo, che sia sopra 5-0 o sotto 5-0, a volte non gioca al meglio ma vince, perché e di un altro livello. Roger è il tennis, può fare quello che vuole facilmente, sembra che sia nato così, anche se ovviamente lavora durissimo, a volte sembra quasi non sudare. Novak invece è una macchina, ed è il peggiore da affrontare per me, a Londra mettevo il 70% di prime e ho perso 6-1 6-2. Legge sempre la tua battuta e ha un rovescio mostruoso. Sono tutti e tre incredibili”.

Ajla Tomljanovic assiste all’allenamento di Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

I due hanno parlato anche della vita in isolamento, e delle possibilità che sta offrendo loro: Siamo felici di passare un po’ di tempo insieme, è anche qualcosa a cui bisogna adattarsi, visto che siamo abituati ai nostri spazi, ma sta andando bene, di solito ci vediamo solo a cena, mentre è bello potersi allenare insieme. Spesso siamo nello stesso posto ma il tennis è la priorità, mentre ora possiamo fare tante cose insieme. Evert ha anche chiesto se le storie fra tennisti giovino alla carriera, facendo l’esempio di Monfils e Svitolina, quesito la cui risposta è stata affermativa, soprattutto secondo Tomljanovic: “Be’ lui è ottavo, quando ci siamo conosciuti era trentesimo! Se trovi qualcuno che capisce cosa vuol dire viaggiare per tutto quel tempo, è un grande bonus, e se sei contento fuori dal campo vai meglio dentro.

Non sono mancati momenti autobiografici da parte della “conduttrice” Evert, molto a suo agio nei panni dell’anfitrione. Ha raccontato di un match al Foro Italico (dove ha trionfato cinque volte), in cui il pubblico le gridava “dai, Chrissie!”, interpretato però come “die, Chrissie!”, cosa che la portò a scoppiare in lacrime prima che un giornalista spiegasse il quid pro quo. Un altro aneddoto capitolino riguarda la volta che sua madre le chiese se stesse commettendo doppi falli perché distratta dalle statue di uomini nudi, mentre per la conclusione della chat l’americana ha riservato una grande confessione: Ho sempre avuto una grande cotta per Adriano Panatta!“. Verso la fine della chiacchierata, Evert è però tornata allo scopo principale di queste dirette, vale a dire motivare i suoi protetti in un momento così difficile, un momento in cui degli adolescenti potrebbero non avere una grande comprensione della gravità della situazione. Ha allora chiesto ai due ospiti di lanciare un messaggio agli studenti.

Berrettini ha detto: Dovete divertirvi e avere passione, se andate ad allenarvi sentendovi pesanti la cosa non è sostenibile. Non dico che ogni giorno dev’essere una festa, perché a volte da ragazzino non vuoi allenarti, ma ho sempre avuto quella motivazione interiore che mi spingeva a mettere un mattoncino ogni giorno. Penso che sia anche un buon momento per pianificare ciò che si vorrà fare quando sarà possibile ricominciare ad allenarsi, per lavorare sulle proprie debolezze”. Tomljanovic ha aggiunto, “credo che questi momenti ci mostrino quanto siamo fortunati a poter fare questo di lavoro, quindi ci aiuta a mettere le cose in prospettiva quando ci lamentiamo per le piccole cose, dando tutto per scontato, mentre Chris ha chiosato: “Questa situazione ci mostra che non abbiamo controllo, e dobbiamo imparare a gestire questa cosa”.

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Interviste

Andrea Gaudenzi: “Roland Garros perdonato, basta litigi per raccogliere briciole”

Prima call del neo ATP chairman. Coraggio e ottimismo: “Pensiamo in grande… 1,2% di diritti tv nel mondo, ma un miliardo di fan uguale business da rivedere. Tutto ruota sull’estate americana e US Open. L’obiettivo? Giocare tre Slam e sette Masters 1000”. Roma e Parigi in quattro settimane di terra rossa dopo l’US Open? “Grazie Federer…”

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Non verranno tolti i punti al Roland Garros semmai lo si dovesse giocare a settembre. La speranza e l’obiettivo primario di questa stagione tennistica massacrata dal coronavirus sarebbe riuscire a chiudere l’anno con 3 Slam e 7 Masters 1000 disputati, compresi un paio sulla terra battuta (Roma?) per poter poi ospitare regolarmente le Finals ATP all’02 Arena (15-22 novembre) oppure anche altrove. E poi recuperare qualche altro torneo anche nei mesi off-season: di off-season ce n’è stata fin troppa, ma le finali ATP a Londra hanno una data bloccata.

Fare in modo che i “poteri forti” del tennis collaborino, anziché litigare per raccogliere briciole, per far crescere uno sport di grandissimo potenziale: pur avendo un miliardo di fan (cioè fra i primi cinque sport della terra) equamente distribuiti fra uomini e donne, il risultato economico rispetto ad altri sport è modestissimo: il tennis rappresenta solamente l’1,2% di tutto il mercato dei diritti televisivi.

Dalla sua casa di Londra Andrea Gaudenzi ha parlato oggi, verso mezzogiorno, con un gruppo di giornalisti italiani. Un po’ più di tre quarti d’ora in conference call, i cui contenuti sono stati poi condivisi con il portale francese Tennis Actu e quello tedesco Tennisnet, con i quali è in essere una partnership, oltre che tradotti per le versioni inglese e spagnola di Ubitennis. È stato il primo contatto “ufficiale” con la stampa italiana (e credo in assoluto) dell’ex n.18 del mondo dacché il 24 ottobre scorso era stato nominato chairman dell’ATP, e sospetto che probabilmente non avrebbe sentito la necessità di parlarci prima di maggio, in occasione del Masters 1000 di Roma, se non ci fosse stata l’emergenza coronavirus.

 

La mia prima impressione dopo aver frequentato una lunga serie di chairman che tenevano sempre il piede in più staffe e non si capiva mai come la pensassero, è che Andrea Gaudenzi avrebbe battuto tutti i suoi predecessori 6-1 6-1 anche fuori dal campo di tennis. La competenza, la chiarezza degli obiettivi, il modo lungimirante di affrontarli e presentarli mi fanno dire che finalmente, dopo tanti fumosi discorsi assai poco concludenti (mi riferisco agli irrisolti e sempiterni problemi di calendario, alle guerre spicciole fra portatori di frazionati interessi), l’ATP con il Gaudenzi (in piena sintonia con il CEO Massimo Calvelli) sembra avere imboccato la strada giusta pur in questi tempi difficilissimi.

Già solo l’aperta ammissione che il grande tennis debba ripartire dai suoi asset principali, cioè gli Slam, non era mai stata fatta con altrettanta lucidità e chiarezza da un chairman ATP. E la decisione di interrompere l’attività già a Indian Wells, dove pure erano arrivati quasi tutti i giocatori, è stata tempestiva, coraggiosa e in anticipo su come si sono poi regolati gli altri sport, in America e fuori.

La call si apre con una breve introduzione di Gaudenzi: “Noi italiani siamo il Paese che con la Cina ha sofferto più di tutti. L’ATP si è fermata e tutto il tennis. C’è una grande preoccupazione, molte domande – quando riprenderemo? – e poche risposte, nessuno sa quando potremo riprendere. Una cosa è certa: noi abbiamo scelto subito come strategia primaria quella di perseguire salute e sicurezza. Abbiamo cancellato Indian Wells quando la NBA giocava ancora, una strategia rischiosa perché a Indian Wells tutti i giocatori erano già lì, ansiosi di giocare. Abbiamo contemplato l’opzione di giocare a porte chiuse, ma poi abbiamo subito deciso per il no“.

Per quanto riguarda me, dopo tanti anni fuori dal tennis ho visto che il tennis offriva un’opportunità enorme e su questa torneremo a minuti – Andrea intende non per sé ma per lo sviluppo del tennis, ndr – e questo non è certo lo scenario in cui si voleva operare. Il mio mandato è cominciato con gli incendi in Australia ed è proseguito con il coronavirus: ora ci manca solo una terza guerra mondiale… Quindi c’è stata una gestione molto diversa da quella che mi aspettavo. Questo rallenta tutti i piani. Da questa crisi possono nascere opportunità enormi, una delle quali è uno spirito di collaborazione interna che poi faceva parte del mio piano di collaborazione maggiore fra ATP, WTA, ITF e Slam perché alla fine facciamo tutti parte di uno sport solo, ci rivolgiamo agli stessi fan, facciamo parte di una storia che raccontiamo insieme, anche se è uno sport molto frammentato, sia per le diverse competizioni che per i media. L’idea era cercare di aggregare il più possibile. Non dobbiamo preoccuparci dell’oggi, del day to day e di quando torneremo in campo nel momento in cui ci sono nel mondo problemi ben più importanti, con quel che accade a malati e infermieri non è quello il nostro focus. Dobbiamo approfittare per guardarci dentro e guardare più avanti a lungo termine, al futuro del nostro sport. Oggi ci sono problemi più importanti da risolvere“.

Cosa è successo e come pensate di reagire alla mossa sgradita del Roland Garros? La minaccia di togliere punti quest’anno e l’anno prossimo è reale? Si è ricomposto il dialogo?
Quanto è avvenuto ha dimostrato che in fondo questo sport ha bisogno di più regole, di trovare il modo di coesistere non solo nel calendario: al centro di tutti ci sono i nostri fan, chi legge i giornali, chi compra i biglietti, sono loro ai quali dobbiamo rispondere. Il cliente ha sempre ragione, customer centring. Sappiamo per esempio che il tennis ha quattro regole diverse per ogni Slam al quinto set. I media, i dati, i diritti TV vengono tutti venduti separatamente; sì, gli Slam e alcuni Masters 1000 sono combined, ma il tennis resta sport molto frammentato. È comprensibile che il Roland Garros si possa essere mosso così: ho seguito il discorso di Macron piuttosto pesante, i francesi sono andati in panico e hanno pensato di dover piazzare la bandiera francese a settembre e poi vedere cosa succede. Questo ha scatenato una discussione molto aperta e trasparente con tutti i chairmen delle altre sigle, e ci siamo detti che facciamo parte della stessa storia, viviamo nello stesso condominio, non si può andare di prepotenza. Nessuno sa quando potremo tornare a giocare in totale sicurezza: parlare di agosto, settembre, novembre è tutto ipotetico, non battiamo la testa contro il muro per una cosa che magari neanche accadrà perché si potrebbe anche ripartire l’anno prossimo”.

Il Roland Garros ha fatto un passo indietro, ha capito e ha detto parliamone (qui Andrea fa capire che non ci saranno sanzioni di sorta; n.di UBS). Anche l’US Open ha piani per spostare il suo torneo se la situazione non migliora quest’estate (e successivamente Andrea dirà: “Ma se si tratta di due o tre settimane penso che non avrebbe molto senso”). Il principio che ci ispira è molto semplice: cercare di giocare il più alto numero dei tornei possibili con le settimane disponibili, per preservare non solo punti e prize money ma soprattutto per poter offrire lo spettacolo agli spettatori. Io rappresento l’ATP ma gli Slam sono gli Slam, noi abbiamo le Finals ATP a fine anno, ma mi piacerebbe avere lì a Londra i migliori fra chi ha giocato tre Slam e sette Masters 1000. Noi alla fine incoroniamo il n.1 del mondo…”.

I francesi restano su quella data lì… e i giocatori come la pensano?
I giocatori mi hanno seguito molto. Ho parlato con tutti quelli del Player Council, con Roger, Rafa, Djokovic, e tutti sono d’accordo che la filosofia è poter giocare i tornei più importanti. Quindi anche se è tutto teorico ha un senso che il Roland Garros vada a settembre, mentre non lo ha spostare di due o tre settimane l’US Open. Se non si gioca ai primi di settembre dubito che si possa giocare a fine settembre. Qui stiamo parlando del calendario, ma in questi giorni abbiamo fatto 50 versioni che cambiamo giorno dopo giorno. Ci sono anche dei paletti: la 02 Arena per le finali ATP è bloccata, c’è solo quella settimana. E anche la maggior parte delle arene indoor come Vienna e Basilea lo sono, non sarà banale riuscire a spostarle perché sono stadi multiuso e stanno tutti cercando di riprogrammare (gli eventi, ndr). Stiamo collaborando anche con la WTA che ha uno swing asiatico molto importante. Vorremmo idealmente poter contare su due Masters 1000 su terra prima o dopo Roland Garros”.

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Interviste

Ons Jabeur: “La gente mi derideva. Ora vogliono fare le foto con me”

La 25enne tunisina parla al The Guardian: “Qui a New York ci è permesso correre, quindi corro. Ma la casa è piccola”. Il futuro: “Sono confusa sul resto della stagione”. I suoi colpi: “A volte è difficile scegliere perché posso fare tutto”

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Ons Jabeur - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

L’assenza di tennis in questo periodo dà la possibilità agli appassionati di approfondire alcune storie di tennisti che di solito fanno apparizioni solo fugaci in prima pagina. Un esempio è quello della tunisina Ons Jabeur, prima tennista araba a entrare nella top 50, frenata dalla sospensione nel momento migliore della sua carriera: a gennaio aveva infatti raggiunto i quarti di finale dell’Australian Open.

Durante lo Slam australiano si era scatenata la Ons-mania, specie in Tunisia dove i bar sono rimasti aperti tutta la notte per trasmettere i suoi match. Ons è tornata sull’argomento descrivendo il suo tennis eclettico in un’intervista telefonica con il The Guardian: “Ho iniziato a giocare colpi folli fin da giovane, non giocavo piatto o in topspin bensì giocavo dei colpi folli che forse riflettono la mia personalità. Mi piacciono le cose divertenti, pazze, mi piacciono le cose originali. Ho così tanti colpi nel mio arsenale che a volte è difficile scegliere quello giusto poiché posso fare tutto. Faccio sempre quello che mi sembra migliore. A volte un allenatore mi dice che faccio troppe palle corte. Io gli dico: ‘Sì, certo!‘. Ma non ascolto mai. Sono contenta di esprimere la mia personalità perché alla fine sono io quella che gioca sul campo, sono io a colpire la palla“.

Attenzione però a farsi un’idea sbagliata di lei: Jabeur è tutt’altro che presuntuosa e la strada che l’ha portata a raggiungere la posizione n.39 a 25 anni è stata tortuosa. Nel suo paese, all’inizio della carriera, veniva spesso derisa. “Trovi queste persone ovunque, ti sottovalutano. Io ero una che parlava troppo e dissi che volevo vincere Slam, e la gente rideva e non credeva in me. Alcune persone però lo hanno fatto. Una volta ho subito un intervento chirurgico al polso e quando sono tornata dopo cinque mesi, i primi giorni non riuscivo a giocare a tennis. Le palle volavano dappertutto, non avevo feeling. La gente mi guardava, mi prendeva in giro e diceva: ‘Sì, deve smettere di giocare a tennis’. Ma queste parole mi hanno resa più forte“.

 

Attualmente però le notizie che arrivano dal mondo del tennis non sono confortanti. Mi sento piuttosto triste per la cancellazione di Wimbledon, insomma si tratta di uno dei miei tornei preferiti e l’erba è una buona superficie per il mio gioco”, ha detto Jabeur a BBC Sport Africa. “Onestamente mi dispiace che abbiano preso questa decisione e sono piuttosto confusa su cosa succederà nel resto della stagione adesso che non va più tenuto conto di Wimbledon. Come sarà possibile giocare solo uno o due Slam ora? Non so come funzionerà. Speriamo che gli altri Slam non vengano cancellati“.

Restare in salute, e per un atleta restare in forma, è la massima priorità ma per lei la situazione non è tanto semplice. Sono a New York in questo momento, diciamo che sono rimasta bloccata qui”, ha detto. Ci è permesso andare a correre, quindi io corro. Faccio principalmente molti esercizi a casa ma è molto piccola, non è facile. Sto solo facendo del mio meglio. Sfortunatamente non posso giocare a tennis adesso. Vediamo come andrà”. In questo momento di distacco forzato, il pensiero si rivolge d’istinto alla sua numerosa famiglia: Parlo con i miei genitori quasi ogni giorno. Sono al sicuro: stanno a casa e fanno quello che deve essere fatto. Mio fratello e mia sorella sono a Parigi e in Germania, quindi sono praticamente bloccati dal momento che le restrizioni sono molto severe in Europa”.

La sensibilità di Jabeur, come si può intuire, non la si ammira solo quando tiene in mano una racchetta. Ons sembra essere perfettamente consapevole del suo ruolo e della sua influenza. Prima donna africana e araba a raggiungere questi risultati nel tennis professionistico, era prevedibile che in molti iniziassero a cercare ispirazione nelle sue imprese sportive, e lei non ha certo intenzione di deluderli. “Per tutti quelli che mi seguono in Africa, in Tunisia o nel mondo arabo, è un peccato che questa stagione si sia per ora fermata dopo la mia prestazione all’Australian Open. Non ho idea di quando torneremo, ma sono davvero contenta che i tifosi mi stiano seguendo. Voglio ringraziarli di cuore per essere con me e per i messaggi che mi mandano. Sono davvero orgogliosa delle mie origini africane e spero di poter fare di più per ispirare le nuove generazioni, inviando loro un messaggio positivo ha detto alla BBC.

Nella succitata intervista al The Guardian, Ons ha aggiunto qualcosa sull’argomento: “A volte quando giochiamo in Fed Cup le avversarie di alcune squadre africane vogliono fare delle foto con me e mi chiedono del mio gioco. È davvero stimolante per me. Quando qualcuno mi dice che li sto ispirando, mi dà più motivazione per allenarmi ed essere più di un esempio. Spero di poter vedere nel Tour più giocatori nati in Africa”.

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