Berrettini e uno US Open non poi così importante

"Pazienza è la parola d'ordine. È il primo anno", dice coach Vincenzo Santopadre. "I tennisti si costruiscono per la maratona, non per i 100 metri"

Berrettini e uno US Open non poi così importante
Vincenzo Santopadre e Matteo Berrettini - Australian Open 2018

La prima parte dell’intervista – Santopadre: “Berrettini qui è stato più grande”

Come ormai sapete Matteo Berrettini ha battuto, per la seconda volta, anche il settimo avversario che si è parato dinanzi alla sua strada… di montagna. Prima Gstaad e poi Kitzbuhel. Il giorno che organizzeranno un ATP 250 a Cortina d’Ampezzo sarà uno dei favoriti. Stanco come l’ho visto contro Albot, dopo 11 incontri in 8 giorni, non sono troppo ottimista per il suo match con Jarry, che più alto di cinque centimetri serve più o meno come lui. Potrebbe essere stanchino anche il cileno, reduce da due battaglie di tre set con Carballes Baena e Verdasco.

 

Vincenzo Santopadre è il coach che lo segue da quando Matteo aveva 14 anni con santa pazienza: “Ma neppure troppa pazienza in verità, anche se vivere fianco a fianco con un ragazzo di una generazione diversa per 100 giorni non è la cosa più semplice di questo mondo se devi continuamente trasmettere qualcosa. Però lui è un ragazzo speciale, è intelligente, educato, ascolta, segue, è disponibile a lavorare duro”.

Al collega della Gazzetta Riccardo Crivelli Santopadre aveva detto diverse cose interessanti: “La costruzione di un giocatore è come una maratona, e invece in giro vedo troppi centometristi. Se a 14/15 anni vinci con un certo tipo di gioco, è difficile convincerti che devi cambiarlo per migliorare. La mia parola d’ordine è proprio pazienza”. È stato forse perché da altri ragazzi del ’95 e del ’96 (Quinzi, Baldi, Dinati, Napolitano) tutti, anche in ambito federale, si aspettavano di più, che tutto sommato Matteo ha potuto crescere un po’ più sottotraccia, più nell’ombra: “Beh sì, c’è stata meno pressione di fare subito risultati e questo non lo ha gravato di aspettative, ha potuto lavorare pensando al lungo periodo. Non abbiamo avuto fretta e non gliene ha mai messa la sua famiglia”.

C’è un altro concetto di Santopadre da tenere presente: “Troppi genitori si fermano alle apparenze, si arrabbiano per una mancata convocazione al campionato regionale o fidandosi delle classifiche, che da junior sono deleterie”.

Vincenzo Santopadre – Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

L’INTERVISTA

Vincenzo tanti aspettavano a gloria di vederlo partecipare ai prossimi Masters 1000, magari senza sapere che ancora la sua classifica non gli avrebbe permesso di entrare in tabellone. Capisco che non sia il caso di sfibrarlo con le qualificazioni, prima dell’US Open, ma se per esempio arrivasse una (improbabile) wild card da Cincinnati?
No, guarda, non ci interessa una wild card. Avevamo deciso in partenza di non giocare quei due tornei ancora prima dell’exploit di Gstaad e di questo buon inizio a Kitzbuhel. Sta già facendo tante esperienze nuove quest’anno. Non volevo sovraccaricarlo. Questa è la sua prima vera stagione da giocatore (fino a quest’anno non aveva ancora mai vinto un match del circuito maggiore ATP; n.d. ubs), tanti viaggi, l’Australia, l’America, la trasferta sull’erba, poi questi tornei sulla terra battuta, e poi andremo a Winston-Salem prima dell’US Open, poi chissà se l’Asia… insomma tanta roba davvero. Matteo è un ragazzo che spende tanto negli allenamenti, si applica, anche negli ultimi cinque minuti lui ci dà dentro. Non spreca nulla del tempo che dedica al tennis.

Capisco rinunciare ai Masters 1000, ma andare a Winston-Salem che finisce giusto alla vigilia dell’US Open non è un rischio? Se Matteo perde al primo o al secondo turno del primo torneo sul cemento rischia di arrivare a New York un po’ sfiduciato; se invece arriva in fondo… rischia di arrivare cotto a Flushing dove se capiti nella parte del tabellone che gioca al lunedì ti mettono in campo di lunedì, infischiandosene se hai appena finito di giocare anche una finale a Winston-Salem…
Avresti ragione al 300×100 per un giocatore che punta forte a far bene all’US Open, ma per Matteo al primo anno non è ancora così, c’è tempo. Te lo dicevo, ci vuole pazienza.

Matteo Berrettini – Indian Wells 2018

Quindi non riusciremo a seguire Matteo sui campi in cemento fino a quando giocherà nella “Twin City”, la città di 212.000 abitanti del North Carolina che ha riunito due quartieri gemelli, Winston e Salem (più antica) fin dal 1913. Qualcuno la chiama anche Camel City, per essere la sede della grande industria di tabacco R. J. Reynolds Tobacco Company, che commercializza i suoi prodotti con il marchio Camel.

Una curiosità Vincenzo: di cosa ha sofferto esattamente Matteo al ginocchio sinistro al punto da perdere quasi tutto il 2016 e scendere al n.883 in classifica ATP? È stato per via di una crescita troppo accelerata? Ricordo bene che Richard Krajicek nel ’90 era cresciuto di 23 cm in un solo anno e aveva un sacco di problemi alle ginocchia (poi l’avrebbero anche preso un po’ in giro: “L’olandese di vetro” anziché “L’olandese volante”, ma questa apparente fragilità non gli impedì di vincere Wimbledon nel ’96 e di battere Sampras 6 volte su 10!). Nel ’91 lo vidi perdere in Australia dal nostro Caratti: all’epoca Krajicek di rovescio la prendeva davvero poco, era solo servizio (dall’alto di un metro e 96) e dritto…
Eh proprio un po’ come Matteo – se la ride Vincenzo – se ricordo bene anche Krajicek aveva le gambe fini, magre come Matteo, e un po’ arcuate, e poi invece era grosso sopra, busto, spalle. A Matteo fu riscontrata una osteocondrite dissecante – nota da Wikipedia: è un disturbo piuttosto comune, che prevede la formazione di necrosi, di lesioni e vere e proprie crepe nella cartilagine articolare (osteocondrosi), con infiammazione. Solitamente questo tipo di disturbo si manifesta con dolore e gonfiore dell’articolazione interessata – insomma c’era una zona d’ombra laddove lui sentiva male, non tantissimo ma abbastanza. Era in Asia per giocare dei challenger a inizio anno, tornò a Roma, si fece visitare e si fermò fino a quando il dolore passò e gli furono date certe rassicurazioni. Sia ai polsi sia alle gambe Matteo aveva ancora le cartilagini di un ragazzino e avrebbe potuto danneggiarle seriamente. Fu prudente fermarsi.

È sempre una questione di pazienza insomma. Senti, il rapporto con la Lotto che lo sponsorizza com’è? Scommetto che lo ha avviato Veso Matijas che il manager dell’azienda di Montebelluna che lo deve aver scoperto e deve aver creduto in lui più di altri… Matteo ha un contratto per più anni immagino?
Eh sì, credo per almeno tre o quattro. Ha rinnovato non molto tempo fa, mi pare. Veso lo vediamo sempre nei tornei dello Slam, mi pare di averlo visto anche in America. È una persona molto a modo, uno che non si occupa solo dell’aspetto professionale, ha un’umanità che davvero non guasta. Lo conosco da una vita, viene a vedere le partite dei suoi ragazzi, ma non perché lo deve fare… perché ha passione, perché quasi si innamora di quelli che scopre, va a vedere tornei giovanili perché cerca di capire, e capisce, quelli che hanno più chance di andare avanti anche se sul momento non sono i più forti. Una grande persona.

È Lotto anche Jacopo, il fratello di Matteo?
No, lui no, è con Mizuno, perché Corrado Tschabushnig (il manager dei Berrettini), ha un buon rapporto con quell’azienda. Beh, e poi Jacopo è ancora giovane, ha tempo davanti a sé. La parola d’ordine, anche per lui, è sempre la stessa: pazienza.


Qui riporto una pagina del libro che ho scritto nel 2011, “Roma 2011: gli 80 azzurri agli Internazionali d’Italia” e che dovevo presentare al Foro Italico a Roma durante il torneo, ma di cui il presidente FIT mi fece interdire la presentazione che doveva avvenire nello stand della Ford. Uno degli 80 tennisti che nell’era Open avevano giocato al Foro (anche un solo match, ma lui in 4 anni ne giocò 6) fu Vincenzo Santopadre. Perse 76 62 da Berasategui al primo turno del ’96, battè Karol Kucera 64 63 e perse da Haas 62 61 nel ’98, perse da Sanguinetti 16 62 63 nel ’99, battè Magnus Norman 64 63 e perse da Vinciguerra 36 75 63 nel 2001.

VINCENZO SANTOPADRE – Mancino d’attacco, serve&volley, tennis in via d’estinzione, potrà raccontare a Matteo e Giulia, 7 e 5 anni, i figli che gli ha dato la bellissima Karolina Boniek (figlia del calciatore polacco che con Platini faceva brillare la Juventus di notte in tutt’Europa), d’essere stato un top 100. Proprio n.100 per l’appunto. Fermarsi a n.101 sarebbe stata una beffa. A Roma Vincenzo… “Giocavo al 200 per 100. Altrimenti non avrei battuto il n.10 e il n.5 Atp, Kucera e Norman. La prima vittoria la devo un po’ a te, Ubaldo. Avevi commentato il torneo di Monaco e notato un suo problema alla caviglia. Mi cercasti per dirmi che Kucera correva male in avanti e che aveva problemi con il dritto… Quando battei Norman, campione uscente al Foro, fu doppia soddisfazione: avevo avuto una wild card criticata perché non data a chi aveva rifiutato di giocare la Davis in Finlandia. Si protestava contro la FIT per le nomine dall’alto dei rappresentanti di noi giocatori in consiglio e per aver scelto Barazzutti capitano di Davis senza consultare i Davisman d’allora. Con Navarra avevamo dato 3 set a 0 a Nieminen-Ketola: dimostrai che non ero così scarso come si leggeva sui giornali. Scaramucce sugli spalti fra i miei tanti tifosi del Parioli – sono stato lì dai 13 ai 33 anni prima di passare all’Aniene di Malagò – e quelli di Sanguinetti c’erano state invece l’anno prima…

Vincenzo è popolarissimo fra i giocatori anche per via del ristorante di famiglia vicino piazza Fiume, Il Santopadre, appunto. Durante gli Internazionali sarebbe tappa obbligata anche se il timido Vincenzo non ne avesse pubblicizzato per scherzo l’indirizzo in conferenza stampa dopo la più bella vittoria! Clienti abituali? Un tempo Andre Agassi. Ora Roger Federer.

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