Umago Stories – parte 2: tutto tranne che Cecchinato – Ubitennis

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Umago Stories – parte 2: tutto tranne che Cecchinato

C’è stato il secondo trionfo ATP di Marco. Ma tutto intorno era una sequela di altri eventi…

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Umago Stories – Parte 1

Stranger Than Fiction

Sei quasi arrivato al Tennis Center di Umago. Entri in una piccola rotatoria di cui non ricordavi l’esistenza. Compi un paio di giri e decidi che un anno fa non esisteva. I cambiamenti ti preoccupano: un giorno, questo nerd del Neolitico inventa la ruota e, in men che non si dica, devi districarti fra emissioni inquinanti e targhe alterne. Esci dalla rotonda con visibile sollievo degli altri automobilisti e, guardando alla tua sinistra, scopri sgomento che, dove c’era campagna a perdita d’occhio, ora sorge una città. Di case mobili. “Mobili”… Credi che nemmeno con l’aiuto di alcuni energumeni riusciresti a spostarne una – tentativo che, peraltro, potrebbe provocare l’intervento della policija. Ma non è questo il punto. Il punto, no, la tragedia è che il tuo parcheggio prediletto, a base di ombra gratis, è stato sventrato e reso pressoché inutilizzabile. Non ci saranno più ricerche dell’auto a notte fonda allucinate da birra e stanchezza, senza contare che dovrai ripiegare sull’assolato parcheggio a pagamento. Non un gran affare. Pensi che, se non fosse per una nota fiction, a nessuno verrebbe in mente di (far) pagare per un posto al sole.

 

Deliciano è altrove

Incontri colei che, in quell’estate al tempo del punk o poco dopo, era la ragazzina dai capelli rossi che ti piaceva. All’epoca, come Charlie Brown, indossavi i pantaloni corti ed eri imbranato. Le cose sono cambiate. La saluti chiamandola per nome con un notevole effetto sorpresa. Lei ovviamente non si ricorda di te. Meglio così, a ben pensarci. Con lo scopo di far notare il badge che porti al collo e che ti identifica generosamente come membro della stampa accreditato, ti lanci in una battuta divertente che la lascia inspiegabilmente perplessa. Spiazzato, bofonchi un altro paio di cose senza senso e, con la scusa di dover andare a seguire l’incontro di Feliciano Lopez, ti allontani nei tuoi pantaloni corti prima di peggiorare ulteriormente la situazione. E sì, Lopez non gioca questa settimana.

Prison break

Mentre aspetti che, davanti a te, Rogerio Dutra Silva finisca la sua operazione all’ATM per prelevare qualche centinaio di kune, noti che l’ingresso della banca sembra avere tutti i requisiti di sicurezza antirapina. Ma non era così fino a pochi anni fa. Da quella stessa filiale, avevi visto l’impiegata che usciva per la pausa pranzo chiudere la porta in legno e vetro (dall’aspetto anche meno solido di quella che dava sul balcone della tua casa d’infanzia) con due giri a una serratura identica a quella della porta del tuo bagno. Mentre valutavi se chiamare un fabbro per proteggere la tua privacy, avresti voluto domandarle: “Ci fidiamo, eh?”. Qualcuno ti aveva suggerito l’idea che nessuno sarebbe voluto finire in un prigione croata e quella che ti era subito parsa una verità incontrovertibile garantiva la sicurezza necessaria. Deduci compiaciuto che l’attuale tecnologia che ha sostituito quella vecchia porta non possa che riflettere un netto miglioramento delle condizioni delle carceri locali. Ciò non significa che, nottetempo, scavalcherai la recinzione del tuo defunto parcheggio per tentare di spostare una casa mobile.

Presunzioni

Dopo dieci partecipazioni consecutive, un bilancio di 20 vittorie, 9 sconfitte e il titolo del 2016, Fabio Fognini non sarà a Umago: l’azzurro ha deciso di giocare il torneo di Bastad questa settimana (che finirà con il vincere). Le ipotesi sui motivi di tale scelta che raccogli in giro per il complesso Stella Maris sono le più disparate: ingaggio migliore, perché no?, Flavia voleva vedere un posto nuovo, e allora?, così non deve sprecare energie con voi di Ubitennis. L’ultima non è male, forse ovvia ma simpatica. Poi, un lampo ti riaccende la memoria. Lo scorso anno, a Kitzbühel, Fognini ti aveva promesso un’intervista e, come dicevano i latini registratore digitale alla mano, verba manent. Potrebbe davvero aver cambiato destinazione solo per evitare quello che lui forse considererebbe uno spiacevole incontro? No.

La grande truffa

Sul palco sotto la tribuna ovest del Goran Ivanišević Stadion, suona da ormai mezz’ora Prljavo Kazalište, in italiano “il teatro sporco”. Si tratta di una band molto famosa (su questa sponda dell’Adriatico) e il suo rock innocuo come un dritto di Adrian Mannarino sulla terra di Monte Carlo mette un po’ di tristezza pensando che questi ex ragazzi della ex Iugoslavia hanno iniziato nel 1977 con il punk. Qualche incursione nello ska alle soglie degli anni ’80 mentre non rifuggivano il commerciale abbraccio della new wave e adesso fanno roba che si attacca al lavoro del tuo dentista. Che due ballads. Però, il loro suono dal vivo che ti raggiunge in sala stampa non è male rispetto a quello che avevi ascoltato in rete. Non sembrano neanche loro. Forse, è proprio questo il trucco: capire quando è il momento di abbandonare l’insegnamento “it’s OK to be yourself” dei grandi classici cinematografici del 1985 e dintorni (i teen movie di John Hughes) e i retaggi ferradiniani del “cerca di essere quello che sei”. Chissà se Feliciano dà lezioni private.

Preparativi

La tournament press officer, l’impagabile Loreta, è impegnata in un’opera di proselitismo tra i giornalisti perché partecipino alla conferenza stampa con i vincitori della gara di doppio. Chiede anche a te se vuoi andare nella sala interviste tra cinque minuti. Certo che sì. Chi ha vinto?

La tua raccolta di informazioni nel web comincia con l’ascolto ripetuto di Middelkoop che pronuncia il proprio nome, ma non riesci assolutamente a capire, anzi, a sentire, assordato dal volume della festa del sabato sera in cui centinaia di persone – alcune giovani, altre più giovani – si accalcano sotto il palco manifestando un entusiasmo ingiustificato per un tipo che usa una mano per tenere la cuffia appoggiata all’orecchio sinistro e l’altra per premere il tasto play. Ti avvicini il più possibile agli altoparlanti del portatile fino a ritrovarti con la faccia sulla tastiera, spaventando il tuo collega che, vedendoti così, pensa che tu sia collassato, presumibilmente stremato dalla realizzazione dell’ultimo articolo. Lo tranquillizzi dicendo che stai solo cercando di ascoltare Matwe dire (forse) matve e lo sforzo di estrarre dalla borsa gli auricolari ti pareva insostenibile. Ciò pare non rassicurarlo granché, ma ti domanda solo il motivo di tale interesse. “In modo da chiamarlo per nome facendogli una domanda” rispondi saputo. “Ah, e quale sarebbe la domanda?”. Touché.

Incompleto

Dietro il tavolo con il trofeo appena conquistato in bella mostra, ci sono i vincitori del doppio Matwe Middelkoop, tutto sorridente e proteso in avanti nel riassumere l’andamento del match vittorioso, e Robin Haase, sconfitto con rimpianti da Guido Pella nella semifinale di nemmeno quattro ore prima, con la faccia di chi vorrebbe essere altrove mentre litiga con una scarpa: ha alzato la coppa, ma ha l’aria di portarsi in giro un’urna con le ceneri della sua carriera. Lo chiami per nome riportandolo perfidamente alla realtà e sfoderi una domanda che permette a te di dare sfoggio di tutta la conoscenza derivante da tre minuti di internet e a lui di trovare un gancio per sfogarsi riguardo all’incontro di singolare – che, poi, è quello che più ti interessava sentire. Per una volta, esci dalla sala interviste dandoti un paio di figurate pacche sulle spalle. Ovviamente, però, l’ex ragazza dai capelli rossi non era lì ad ammirarti.

Michelangelo Sottili

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Australian Open

Australian Open: Sharapova batte la campionessa in carica, ma la ribalta è di Anisimova

MELBOURNE – La siberiana batte Caroline Wozniacki, rimette in palio il trofeo e torna a ruggire. Impressiona la 17enne Anisimova che spazza via dal campo Sabalenka: prima giocatrice nata nel nuovo millennio a giocare un ottavo Slam

Vanni Gibertini

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VIDEO – Ubaldo Scanagatta con il giornalista del New York Times Ben Rothenberg: la sorpresa Anisimova

 

dal nostro inviato a Melbourne

La sfida di terzo turno tra Maria Sharapova e la campionessa uscente Caroline Wozniacki è una di quelle dal sapore antico: due veterane del circuito, ex n.1 con tanti allori alle spalle e alle quali la vita ha riservato più di un ostacolo da superare: una spalla martoriata da infortuni e una lunga squalifica per doping per Sharapova, un fidanzamento interrotto davanti a tutto il mondo con gli inviti già mandati ee una terribile malattia (artrite reumatoide) per Wozniacki. Il primo incontro tra le due negli ultimi tre anni e mezzo ha rappresentato una motivazione in più per Maria che a causa della squalifica e di vari successivi infortuni non ha avuto l’occasione di sfidare molte giocatrici di alta classifica, “e questi sono gli incontri per i quali mi alleno così duramente” ha detto la russa dopo la partita.

Alla fine è stata la potenza di Sharapova ad avere la meglio di Wozniacki, che ha provato a sopperire alla mancanza di “cavalli” con gli angoli e la posizione dei colpi. Sicuro rammarico per Caroline, che cede così lo scettro di campionessa in carica, perché in entrambi i primi due set si era trovata con un vantaggio di un break sia nel primo (4-1) sia nel secondo set (3-0). Tuttavia nel primo parziale Sharapova ha messo a segno una serie di cinque giochi consecutivi e una striscia di 20 punti a 6 (due dei quali sono stati doppi falli) che ha ribaltato l’esito del set, mentre nel parziale successivo Wozniacki, dopo essersi fatta rimontare, ha piazzato la zampata finale nel decimo game grazie ad un doppio fallo di Maria sul 30-30 e un successivo errore gratuito di diritto. Nel set decisivo Sharapova ha infilato quattro giochi consecutivi dal 2-3 facendo finalmente prevalere la sua maggiore spinta da fondocampo e soprattutto la sua aggressività in fase di risposta.

Maria Sharapova e Caroline Wozniacki – Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Agli ottavi di finale Maria affronterà la beniamina di casa Ashleigh Barty, che ha superato al terzo turno Maria Sakkari: la giocatrice greca ha opposto resistenza nel primo set, snaturando anche in parte il suo gioco, ma nel secondo il grande stato di forma di Barty e la qualità del suo tennis hanno prevalso.

FOLGORE AMANDA – Se vogliamo però, ‘l’ooooh‘ di giornata è da legarsi all’affermazione perentoria di una 17enne su una 20enne. Amanda Anisimova ha letteralmente spazzato dal campo Aryna Sabalenka, presentatasi qui a Melbourne addirittura con qualche velleità di titolo. Le speranze di gloria della bielorussa, rimaste intatte dopo le prime due – buone – apparizioni, sono state sbriciolate dai fendenti anticipati della giovane giocatrice statunitense, addirittura impressionante con esecuzioni lungolinea. Ad agevolarla c’è stato l’avvio ad handicap di Sabalenka (finita sotto 3-1 in pochi minuti) che probabilmente né si aspettava un’avversaria centrata sin dal primo punto né che potesse sciorinare un tennis tanto brillante. Fatto sta che Aryna ha sempre dovuto inseguire, e quando nel primo set è riuscita ad avventurarsi sino ai vantaggi sul servizio avversario – una sola volta, nella pancia del set – Anisimova ha gestito la difficoltà con una calma da fare invidia a un tiratore scelto. 6-3 tanto cristallino che puoi guardarci attraverso e scorgere lo sguardo spaesato di Tursunov, coach dell’imponente ragazza di Minsk.

Col passare del game l’elefante nella stanza si fa evidente a tutti: Anisimova sta giocando un tennis migliore sotto ogni profilo, e nel confronto tattico con quello di Sabalenka ha un vantaggio naturale rappresentato dai suoi colpi anticipati. La bielorussa è quasi totalmente incapace, come si rende evidente dalla postura del corpo, di gestire le traiettorie che la statunitense fa partire sistematicamente quando la palla è in fase ascensionale. Risultando lenta e goffa nelle sue rincorse, Sabalenka cerca disperatamente il tempo di gioco che Anisimova le sta sottraendo. E non lo trova mai. Soltanto l’orgoglio le risparmia uno 0-4 immediato anche nel secondo set, ma la partita né c’è né ci sarà mai. In occasione dell’unica palla break che la 17enne offre nel secondo set – e in tutto il match – le basta giocare un dritto negli ultimi centimetri di campo per ricavarne l’ennesimo errore forzato dell’avversaria. Il resto è una marcia inesorabile di Anisimova verso il 6-2 finale. Bilancio finale dei vincenti di Amanda, ventuno: due passanti, una volée, quattro ace e quattordici da fondocampo, equamente divisi tra dritto e rovescio che fanno male praticamente allo stesso modo. Con la prima di servizio ha perso soltanto sette punti, in risposta ha fatto letteralmente sfracelli.

Anisimova è il primo essere umano nato nel nuovo millennio a qualificarsi per gli ottavi di uno Slam. Incontrerà Petra Kvitova, già battuta nettamente a Indian Wells lo scorso anno. Si fanno tanti pronostici nel tennis, i più dei quali ritornano buoni a distanza di anni per farsi delle grasse risate, ma difficilmente ci sarà da sorridere rispetto alle considerazioni che stiamo facendo oggi. Questa ragazzina nata 17 anni fa nel New Jersey può veramente squassare il mondo del tennis.

Amanda Anisimova – Australian Open 2019 (via Twitter, @ESPNStatsInfo)

GLI ALTRI INCONTRI – La disfatta bielorussa si completa con i soli tre game che Sasnovich sa vincere al cospetto di Pavlyuchenkova, che sta disputando un gran torneo sinora e adesso andrà a sbattere sulla sua nuova nemica Sloane Stephens, con la quale le acredini sono nate dopo il litigio di Pechino. La quinta favorita del seeding ha vinto una partita molto piacevole con Petra Martic. Non che stupisca di vedere del bel tennis quando in campo c’è la croata, né di ritrovare la statunitense concentrata quando la posta in gioco si alza: Sloane gestisce in modo perfetto entrambi i tie-break senza concedere alla sua avversaria alcuna occasione di portarsi in vantaggio né di pareggiare i conti. E chiusura di programma in sordina, per un tabellone che tuttavia sta assumendo una conformazione molto interessante. In sordina perché, intenzionate a risparmiare energie in vista dell’intenso rettilineo finale, Petra Kvitova, Danielle Rose Collins e Angie Kerber sono scese al lavoro in stato di massima concentrazione, finendo per lasciare undici giochi complessivi alle ammutolite colleghe Bencic, Garcia e Birrell.

Se i facilissimi successi di ceca e tedesca erano ampiamente prevedibili, vista la forma ancora precaria di Belinda e l’inesperienza a certe latitudini della ventenne wild card australiana, la quale prima dell’infilata dei giorni scorsi aveva vinto due partite di tabellone principale a livello WTA in tutta la (breve) carriera, a sorprendere per la semplicità con cui è arrivata è la vittoria di Collins su Caroline Garcia. Deflagrata lo scorso anno sul suolo di casa facendo semifinale a Miami da novantatré al mondo partendo dalle qualificazioni, la giocatrice da San Pietroburgo di Florida aveva retto fino all’estate, per pagare in seguito lo scotto dell’esposizione ai quattro venti mediatici vincendo due partite in croce dal due agosto fino al termine della stagione. Ricaricate le batterie, la raffinatissima Danielle s’è presentata down under armata di propositi bellicosi, e dopo essersi trovata a meno di un passo dal baratro nell’esordio contro Julia Goerges ora può provare a infastidire un’altra tedesca, ben più tignosa, come la sopracitata Kerber.

Da par suo Kvitova, giunta all’ottavo hurrà consecutivo dopo il torneo vinto a Sydney, sembra la contendente più in palla del lotto, benché gli inopinati capitomboli, quando si parla di Petra, non siano in alcun modo da escludere: lo scontro in ottavi con la detonante teenager Anisimova dirà molto circa il futuro del torneo e probabilmente non solo.

hanno collaborato Emmanuel Marian e Alessandro Stella

Risultati:

[15] A. Barty b. M. Sakkari 7-5 6-1
A. Pavlyuchenkova b. A. Sasnovich 6-0 6-3
A. Anisimova b. [11] A. Sabalenka 6-3 6-2
[5] S. Stephens b. [31] P. Martic 7-6(6) 7-6(5)
[8] P. Kvitova b. B. Bencic 6-1 6-4
D. Collins b. [19] C. Garcia 6-3 6-2
[30] M. Sharapova b. [3] C. Wozniacki 6-4 4-6 6-3
[2] A. Kerber b. [WC] K. Birrell 6-1 6-0

Il tabellone femminile

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Australian Open

Finisce senza rimpianti l’Australian Open di Fabbiano

MELBOURNE – Il pugliese gioca un’ottima partita e impegna Dimitrov, ma purtroppo per lui il bulgaro è in giornata e vince con merito. Rimane un gran torneo per Thomas: un nuovo punto di partenza

Luca Baldissera

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VIDEO – Ubaldo Scanagatta con il giornalista del New York Times Ben Rothenberg: la sorpresa Anisimova

 

[20] G. Dimitrov b. T. Fabbiano 7-6(5) 6-4 6-4 (dal nostro inviato a Melbourne)

La Melbourne Arena, con tetto chiuso a causa della variabilità del meteo, è un gran bel palcoscenico per il terzo turno che vede opposti Thomas Fabbiano e Grigor Dimitrov. Il bulgaro è avversario di livello, ma l’azzurro, sopravvissuto nel match precedente al bombardamento terrificante di Opelka (“Dopo questa, il servizio di Dimitrov mi sembrerà lento!“), non si fa intimorire, e inizia subito a giocare con grinta e attenzione. Per i primi cinque game Thomas regge bene lo scambio, ma purtroppo paga – senza colpe, dato il gap di altezza – una minore efficacia al servizio, la cosa si concretizza in negativo sul 3-2, con un break subìto a zero. La reazione di Fabbiano è immediata e da applausi, fuori tutto in aggressione e a rete, arriva lo 0-40, e alla terza occasione il dritto tradisce Grigor, il set ritorna in equilibrio. Che bravo Thomas.

Gli applausi continuano quando nel primo punto del decimo game l’azzurro tira in sequenza rovescio in controbalzo più dritto strepitoso chiuso sempre in demi-volée dalla riga di fondo, roba da Federer questa, è bello e riempie di orgoglio sentire l’“oooh” dello stadio. Anche Dimitrov spara diversi vincenti dei suoi, bellissimi alcuni rovesci e soprattutto una smorzata di classe su passante basso di Fabbiano, ottimo livello, ci stiamo divertendo tutti.

Il tie-break giusta conclusione del parziale. Agassi, in tribuna a seguire Grigor, non ha proprio una faccia rilassata. Thomas cerca di essere aggressivo appena può, è anche sfortunato quando un passante che sarebbe stato vincente gli viene deviato fuori dal nastro, e sul 5-5 mette uno slice in rete: set point col servizio per Dimitrov, che tira giù una bella botta e chiude. 7-6 e un set a zero per il bulgaro. Non deve avvilirsi l’azzurro, però, è ancora lunga.

Grigor Dimitrov – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

EPILOGO Thomas accusa il colpo psicologicamente e va subito sotto 2-0, ma è ancora bravo a scuotersi immediatamente e a rimanere in scia all’avversario. Grigor si rende conto che l’azzurro non è disposto a mollargliela facilmente e cerca di salire il più possibile di livello, lasciando andare i colpi appena può. Fabbiano, encomiabile, stringe i denti, e riesce a piazzare il contro-break del 3-3. Ma la mini-rimonta presenta il conto, ed è il bulgaro a riprendersi il vantaggio brekkando ancora, per poi chiudere 6-3. Per risolvere il secondo set, comunque, ci è voluto il miglior Dimitrov, il che non è poco. Un colpo in particolare testimonia quanto abbia dovuto mettercela tutta Grigor: un lungolinea vincente di dritto da fantascienza, cose che si vedono davvero raramente, e che suscita anche l’ammirato applauso dell’azzurro, tutto molto bello.

Sta di fatto, però, che siamo sotto due set a zero, e la salita da scalare ora appare insormontabile. L’italiano cerca di stare lì, nella speranza di poter approfittare di un eventuale calo dell’avversario, però ora Grigor ha ingranato definitivamente una marcia superiore, e sul 3-3 capitalizza un paio di errori di Thomas per prendersi il break decisivo. Non ci sono altri sussulti, e alla fine il rovescio fallito in risposta da Fabbiano conclude il suo ottimo Australian Open, 6-4 e partita Dimitrov. Il bulgaro giocherà gli ottavi di finale contro Frances Tiafoe, che ha superato Andreas Seppi al quinto, Thomas va a casa, ma deve essere orgoglioso di aver costretto l’ex numero 3 ATP, e vincitore delle Finals poco più di un anno fa, a dare il suo meglio.

“Beh, sì, in effetti il servizio di Grigor mi pareva lento dopo l’altro giorno con Opelka”, sorride Fabbiano, molto sereno e tranquillo nonostante la sconfitta. “Sono stato molto lucido per tutta la partita, che è stata ottima anche se l’ho persa. Me la sono goduta tutta. Quel passante nel tie-break del primo set, oh, io stavo già esultando accidenti… poi lui giocava benissimo. Sì, il drittone pazzesco lo ricordo bene, gli ho fatto l’applauso, ma se avessi dovuto dirgli bravo ogni volta che lui faceva qualcosa di straordinario, mi si sarebbe seccata la gola. Accidenti, ha perso Andreas proprio ora? Uff…

Sì, ho dato uno sguardo sul maxischermo a un certo punto, ho visto una testa pelata nel suo box (Andre Agassi), e ho detto ‘oh, che ca…, c’è qualcuno di interessante a vedere la partita’. Ha dovuto dare il suo meglio, ha dovuto giocare bene, abbiamo espresso entrambi un buon tennis. Mi porto a casa da questo torneo il fatto di essere stato capace di rimanere tranquillo e zitto mentre prendevo 67 ace l’altro ieri, questa ultima partita è stata la migliore anche se l’ho persa. Non so se ora andrò in India con la squadra di Davis, ancora non abbiamo avuto informazioni, in ogni caso giocherò Sofia, Indian Wells e Miami”.

Il tabellone maschile 

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Australian Open

Retroscena Federer: “Da giovane ho rinunciato a giocare troppo”

In conferenza stampa a Melbourne lo svizzero racconta il piano a lungo termine dietro la sua longevità tennistica. La rinuncia agli assegni di ieri per creare il campione di oggi

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Roger Federer - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

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Secondo Novak Djokovic, i favoriti per le grandi coppe saranno i soliti anche nel 2019. Roger Federer, pur noto per una modestia sportiva ma spesso poco realistica, non si è nascosto dietro un dito e ha confermato: “Noi tre sappiamo come si vincono gli Slam, Novak, Rafa e io”. Manca un nome, il quarto, quello che in questi primi giorni di Australian Open è stato al centro dell’attenzione mediatica e di una sorta di lutto collettivo: quello di Andy Murray.

 

Purtroppo la lista di Federer è corretta: oggi non ha più senso parlare di Fab Four. Nella più ottimistica delle previsioni, il futuro di Murray rimane appeso a un filo. Tra le lacrime di frustrazione, lo scozzese ha confessato che, potendo tornare indietro, eviterebbe di sovraccaricare il proprio fisico, ascoltandone i segnali e prendendosi più giorni off. L’esperienza di Federer è invece diametralmente opposta, e i risultati si vedono. “Ricordo bene una conversazione avuta con Pierre Paganini, il mio preparatore atletico, nel 2004, proprio qui a Melbourne, quando ero appena diventato numero 1. Mi disse: ‘Per favore, non inseguire ogni gettone di presenza e non giocare tutti i tornei che ti propongono’. Gli risposi che non lo avrei fatto, e che se l’offerta fosse stata esorbitante, o se io avessi avuto desiderio di giocare in un certo posto, ne avremmo parlato in anticipo”.

“Sono molto felice di aver fatto quella scelta” ha proseguito Federer. “All’epoca avevo ventitré anni, non avevo idea di quanto a lungo sarei rimasto al vertice, né di quante altre volte avrei ricevuto offerte come quelle. Semplicemente, non sapevo quando successo avrei ancora avuto”. In effetti, all’epoca in cui lo svizzero iniziava a imporsi nel circuito, le prime posizioni del ranking e le finali dei grandi tornei mostravano una alternanza di facce molto più serrata. I trent’anni inoltre sembravano ancora un limite temporale per molte carriere, mentre Federer ne compirà ormai trentotto il prossimo agosto. Penso che la vita di un tennista sia fatta di piani a breve termine. È un equilibrio difficile: non abbiamo contratti da cinque anni come negli sport di squadra. Dobbiamo condurre vite normali, in un certo senso, cosa che credo ci aiuti tutti a rimanere umili”.

Le rinunce di Federer, che non gioca un match su terra battuta ormai da tre anni proprio dietro consiglio di Paganini, hanno pagato: insieme al suo talento naturale, sono la ragione per la sua longevità ad altissimo livello in un’era di infortuni sempre più frequenti. Al di fuori dell’incidente domestico di inizio 2016, nessun grave infortunio direttamente causato dal tennis ha fermato un corpo da novantanove titoli di singolare. Dal gennaio 1999 per più di diciassette anni, Federer non è mai stato costretto a saltare una singola presenza Slam. Qui emerge il delicato equilibrio di questa ultima fase della carriera dello svizzero: proprio dai risultati nei grandi tornei, oggi, dipendono la riuscita del suo progetto e insieme la sopravvivenza del suo ranking stellare. Anche se non sempre è facile tenere fede alle proprie scelte di gioventù, soprattutto quando il tempo sembra sempre meno.

È dura sottopormi a un blocco di allenamento per cinque, sei settimane durane la stagione mentre gli altri vincono tornei e io penso: ‘Oh, potrei starne vincendo un paio anche io'”. In effetti Federer, scalati i punti del titolo all’Australian Open che difende in queste settimane, si ritrova virtualmente fuori dalla top 5. La stessa situazione si ripeterà in febbraio a Rotterdam, con altri 500 punti da difendere. Per le ragioni già spiegate da lui stesso, il numero di eventi a cui Federer può partecipare nel corso della stagione non può essere aumentato di troppo (e nella maggior parte dei casi la sua programmazione già include quelli che sono i suoi punti di forza, come erba, cemento nordamericano, e i maggiori indoor). Questo fa appunto sì che il suo margine di errore, ogni volta che si ripresenta a Melbourne, a Wimbledon o a Flushing Meadows, sia quasi inesistente.

A proposito di Slam: da quest’anno ogni major avrà il proprio modo di risolvere un eventuale 6-6 al quinto set. L’Australian Open ha adottato una formula intermedia, quella del tie-break ai dieci punti (già felicemente sfruttata dal nostro Thomas Fabbiano). “Penso sia divertente avere quattro finali diversi” ha commentato Federer. Dopo una riflessione romantica sui campioni delle ere passate, in cui il tie-break non era stato ancora inventato per nessuno dei set, e sul non potersi confrontare con loro, lo svizzero è tornato pragmatico. Capisco che il gioco oggi chiede molto di più al nostro fisico. E giocare un tie-break finale, come qui o agli US Open, aumenta le possibilità di proseguire il torneo giocando al meglio. Spero comunque di non trovarmici in prima persona ha concluso con un sorriso. Perché alla fine è sempre meglio giocare di meno, per giocare di più.

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