Umago Stories – parte 2: tutto tranne che Cecchinato

C'è stato il secondo trionfo ATP di Marco. Ma tutto intorno era una sequela di altri eventi...

Umago Stories – parte 2: tutto tranne che Cecchinato
Marco Cecchinato - Umago 2018 (foto via Twitter, @CroatiaOpenUmag)

Umago Stories – Parte 1

Stranger Than Fiction

 

Sei quasi arrivato al Tennis Center di Umago. Entri in una piccola rotatoria di cui non ricordavi l’esistenza. Compi un paio di giri e decidi che un anno fa non esisteva. I cambiamenti ti preoccupano: un giorno, questo nerd del Neolitico inventa la ruota e, in men che non si dica, devi districarti fra emissioni inquinanti e targhe alterne. Esci dalla rotonda con visibile sollievo degli altri automobilisti e, guardando alla tua sinistra, scopri sgomento che, dove c’era campagna a perdita d’occhio, ora sorge una città. Di case mobili. “Mobili”… Credi che nemmeno con l’aiuto di alcuni energumeni riusciresti a spostarne una – tentativo che, peraltro, potrebbe provocare l’intervento della policija. Ma non è questo il punto. Il punto, no, la tragedia è che il tuo parcheggio prediletto, a base di ombra gratis, è stato sventrato e reso pressoché inutilizzabile. Non ci saranno più ricerche dell’auto a notte fonda allucinate da birra e stanchezza, senza contare che dovrai ripiegare sull’assolato parcheggio a pagamento. Non un gran affare. Pensi che, se non fosse per una nota fiction, a nessuno verrebbe in mente di (far) pagare per un posto al sole.

Deliciano è altrove

Incontri colei che, in quell’estate al tempo del punk o poco dopo, era la ragazzina dai capelli rossi che ti piaceva. All’epoca, come Charlie Brown, indossavi i pantaloni corti ed eri imbranato. Le cose sono cambiate. La saluti chiamandola per nome con un notevole effetto sorpresa. Lei ovviamente non si ricorda di te. Meglio così, a ben pensarci. Con lo scopo di far notare il badge che porti al collo e che ti identifica generosamente come membro della stampa accreditato, ti lanci in una battuta divertente che la lascia inspiegabilmente perplessa. Spiazzato, bofonchi un altro paio di cose senza senso e, con la scusa di dover andare a seguire l’incontro di Feliciano Lopez, ti allontani nei tuoi pantaloni corti prima di peggiorare ulteriormente la situazione. E sì, Lopez non gioca questa settimana.

Prison break

Mentre aspetti che, davanti a te, Rogerio Dutra Silva finisca la sua operazione all’ATM per prelevare qualche centinaio di kune, noti che l’ingresso della banca sembra avere tutti i requisiti di sicurezza antirapina. Ma non era così fino a pochi anni fa. Da quella stessa filiale, avevi visto l’impiegata che usciva per la pausa pranzo chiudere la porta in legno e vetro (dall’aspetto anche meno solido di quella che dava sul balcone della tua casa d’infanzia) con due giri a una serratura identica a quella della porta del tuo bagno. Mentre valutavi se chiamare un fabbro per proteggere la tua privacy, avresti voluto domandarle: “Ci fidiamo, eh?”. Qualcuno ti aveva suggerito l’idea che nessuno sarebbe voluto finire in un prigione croata e quella che ti era subito parsa una verità incontrovertibile garantiva la sicurezza necessaria. Deduci compiaciuto che l’attuale tecnologia che ha sostituito quella vecchia porta non possa che riflettere un netto miglioramento delle condizioni delle carceri locali. Ciò non significa che, nottetempo, scavalcherai la recinzione del tuo defunto parcheggio per tentare di spostare una casa mobile.

Presunzioni

Dopo dieci partecipazioni consecutive, un bilancio di 20 vittorie, 9 sconfitte e il titolo del 2016, Fabio Fognini non sarà a Umago: l’azzurro ha deciso di giocare il torneo di Bastad questa settimana (che finirà con il vincere). Le ipotesi sui motivi di tale scelta che raccogli in giro per il complesso Stella Maris sono le più disparate: ingaggio migliore, perché no?, Flavia voleva vedere un posto nuovo, e allora?, così non deve sprecare energie con voi di Ubitennis. L’ultima non è male, forse ovvia ma simpatica. Poi, un lampo ti riaccende la memoria. Lo scorso anno, a Kitzbühel, Fognini ti aveva promesso un’intervista e, come dicevano i latini registratore digitale alla mano, verba manent. Potrebbe davvero aver cambiato destinazione solo per evitare quello che lui forse considererebbe uno spiacevole incontro? No.

La grande truffa

Sul palco sotto la tribuna ovest del Goran Ivanišević Stadion, suona da ormai mezz’ora Prljavo Kazalište, in italiano “il teatro sporco”. Si tratta di una band molto famosa (su questa sponda dell’Adriatico) e il suo rock innocuo come un dritto di Adrian Mannarino sulla terra di Monte Carlo mette un po’ di tristezza pensando che questi ex ragazzi della ex Iugoslavia hanno iniziato nel 1977 con il punk. Qualche incursione nello ska alle soglie degli anni ’80 mentre non rifuggivano il commerciale abbraccio della new wave e adesso fanno roba che si attacca al lavoro del tuo dentista. Che due ballads. Però, il loro suono dal vivo che ti raggiunge in sala stampa non è male rispetto a quello che avevi ascoltato in rete. Non sembrano neanche loro. Forse, è proprio questo il trucco: capire quando è il momento di abbandonare l’insegnamento “it’s OK to be yourself” dei grandi classici cinematografici del 1985 e dintorni (i teen movie di John Hughes) e i retaggi ferradiniani del “cerca di essere quello che sei”. Chissà se Feliciano dà lezioni private.

Preparativi

La tournament press officer, l’impagabile Loreta, è impegnata in un’opera di proselitismo tra i giornalisti perché partecipino alla conferenza stampa con i vincitori della gara di doppio. Chiede anche a te se vuoi andare nella sala interviste tra cinque minuti. Certo che sì. Chi ha vinto?

La tua raccolta di informazioni nel web comincia con l’ascolto ripetuto di Middelkoop che pronuncia il proprio nome, ma non riesci assolutamente a capire, anzi, a sentire, assordato dal volume della festa del sabato sera in cui centinaia di persone – alcune giovani, altre più giovani – si accalcano sotto il palco manifestando un entusiasmo ingiustificato per un tipo che usa una mano per tenere la cuffia appoggiata all’orecchio sinistro e l’altra per premere il tasto play. Ti avvicini il più possibile agli altoparlanti del portatile fino a ritrovarti con la faccia sulla tastiera, spaventando il tuo collega che, vedendoti così, pensa che tu sia collassato, presumibilmente stremato dalla realizzazione dell’ultimo articolo. Lo tranquillizzi dicendo che stai solo cercando di ascoltare Matwe dire (forse) matve e lo sforzo di estrarre dalla borsa gli auricolari ti pareva insostenibile. Ciò pare non rassicurarlo granché, ma ti domanda solo il motivo di tale interesse. “In modo da chiamarlo per nome facendogli una domanda” rispondi saputo. “Ah, e quale sarebbe la domanda?”. Touché.

Incompleto

Dietro il tavolo con il trofeo appena conquistato in bella mostra, ci sono i vincitori del doppio Matwe Middelkoop, tutto sorridente e proteso in avanti nel riassumere l’andamento del match vittorioso, e Robin Haase, sconfitto con rimpianti da Guido Pella nella semifinale di nemmeno quattro ore prima, con la faccia di chi vorrebbe essere altrove mentre litiga con una scarpa: ha alzato la coppa, ma ha l’aria di portarsi in giro un’urna con le ceneri della sua carriera. Lo chiami per nome riportandolo perfidamente alla realtà e sfoderi una domanda che permette a te di dare sfoggio di tutta la conoscenza derivante da tre minuti di internet e a lui di trovare un gancio per sfogarsi riguardo all’incontro di singolare – che, poi, è quello che più ti interessava sentire. Per una volta, esci dalla sala interviste dandoti un paio di figurate pacche sulle spalle. Ovviamente, però, l’ex ragazza dai capelli rossi non era lì ad ammirarti.

Michelangelo Sottili

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