I primi dati sullo shot clock sorprendono: i match sono più lunghi – Ubitennis

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I primi dati sullo shot clock sorprendono: i match sono più lunghi

Le prime giornate degli US Open 2018 consentono un’analisi sull’impatto dell’innovazione tecnologica introdotta un mese fa dalla USTA, tra pareri favorevoli e contrari

Ferruccio Roberti

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La grande novità regolamentare dell’estate nord americana è stata senza dubbio la decisione della federazione tennis statunitense, in collaborazione con ATP e WTA, di introdurre nei tornei estivi nordamericani (Washington, San Jose, Toronto, Montreal, Cincinnati, New Haven Winston Salem e US Open) lo shot clock. Questa innovazione tecnologica, studiata per permettere il rispetto della regola dei 25 secondi a disposizione del giocatore al servizio tra un punto e l’altro, ha già avuto un iniziale impatto anche nel primo Slam della storia nel quale è stata utilizzata.

Su Tennis.com Steve Tignor ha raccolto a tal proposito alcune dichiarazioni dei grandi protagonisti del torneo. La più intelligente è stata probabilmente quella di Sloane Stephens, la quale ha centrato un aspetto che va oltre i pareri favorevoli (Svitolina: “Credo sia una novità positiva!”, Kvitova: “Tutto sommato, non è male“) e negativi (Djokovic: “Semplicemente non mi piace“, Serena: “La odio“) raccolti in queste settimane. La campionessa degli US Open 2017 ha infatti sottolineato: “Lo shot clock non è una vera vittoria della tecnologia: alla fine, la decisione di farlo partire, metterlo in pausa e fermarlo, spetta pur sempre a un essere umano, l’arbitro di sedia“. Detta cosi, sembrerebbe in effetti cambiar poco. Tuttavia, quel che certamente è cambiato con questo ulteriore ingresso della tecnologia nel tennis professionistico, è la reazione dei giocatori in campo. Con lo shot clock possono finalmente leggere su un monitor quanto tempo hanno a disposizione prima di dover nuovamente servire e regolarsi di conseguenza.

Un aspetto sottolineato proprio da Svitolina: “Mi piace perché sono sempre così veloce tra un punto e l’altro e adesso posso finalmente sapere che. ad esempio. ho ancora 15 secondi a disposizione. Ho la chance di prendere tempo e pensare meglio a dove servire e cosa provare a fare nel punto“. Sebbene cinque settimane siano davvero poche per giungere a conclusioni sensate, Jeff Sackmann sul sito Tennis Abstract ha analizzato i dati provenienti dai tornei già giocati con lo shot clock, giungendo alla conclusione che mediamente il tempo tra un punto e un altro è aumentato di un secondo.

 

In ogni caso, quel che conta è che non sembra si sia affatto condizionato il precedente ordine dei valori in campo: i due tornei più importanti tra gli uomini già giocati con questa innovazione, Toronto e Cincinnati, sono stati vinti da due dominatori dell’ultimo decennio, Nadal e Djokovic (entrambi mai entusiasti riguardo a questa introduzione). Quel che è certo è che la decisione del giudice di sedia far partire lo shot clock dipende da tante variabili (ad esempio, la temperatura atmosferica in campo, il numero di scambi del punto precedente, la durata dell’applauso, particolari situazioni di punteggio come il tie-break e il relativo passaggio delle palle da una parte all’altra del campo ogni due punti) che ancora non permettono di eliminare in alcun modo la centralità del fattore umano.

Tuttavia, in un tennis che cerca in ogni modo di velocizzzare i match per venire incontro alle esigenze di tv e spettatori, in un mondo che corre sempre di più, lo shot clock, che fu già utilizzato con esiti positivi nelle quali degli US Open 2017, sicuramente migliora l’esperienza del pubblico. Con questa innovazione lo spettatore può meglio intuire, a differenza del passato, se un giocatore stia “rubando” secondi e accertarsi che non ci siano perdite di tempo. Le prime partite degli US Open 2018 confermano l’impressione di questo mese di tornei: così come è regolamentato adesso, lo shot clock incide ben poco nel ridurre la durata dei match (basti pensare al primo turno tra Anderson e Harrison, durato 4 ore e 15 minuti) e va studiato altro, magari tornando alla regola che nei Major prevedeva soli 20 secondi tra un punto e l’altro.

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Antonio Garofalo

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60 anni di McEnroe, la prima rockstar del tennis

In occasione del 60esimo compleanno di John McEnroe, Ubitennis ripropone un articolo di Antonio Garofalo pubblicato nel 2014


MAC E LA SCONFITTA – “Abituarsi a perdere è dura e a me non è mai riuscito molto bene. Da bambino se perdevo c’era sempre un motivo: o perché il mio avversario era più grande o perché era della California e io del Queens. La mia reazione abituale alla sconfitta erano le lacrime. ‘E ora arriva il diluvio’ commentavano a bordo campo. Dentro di me c’è sempre stato un demone contro cui dover combattere. Quel demone era la paura di perdere. Per me il sollievo di non perdere un match è sempre stato intenso quanto la gioia di vincere, se non di più”.

 

IDOLO ROD E I MUSCOLI – “Il mio idolo da ragazzo era Laver. Proprio come lui usavo la stessa presa per ogni colpo: dritto, rovescio, servizio e volée. Il mio sogno era avere un avambraccio sinistro come quello di Laver, invece per quanto mi allenassi il mio braccio sinistro rimaneva identico al destro. Penso di essere l’unico tennista della storia che sia arrivato ai massimi livelli con le braccia delle stesse dimensioni“.

MODELLO NASTASE – “Mi piaceva moltissimo lo stile di Nastase: era un genio della racchetta ed imprimeva alla partita un’energia formidabile. Giocava contro Pohmann e forse in tribuna c’erano solo quattro persone a tifare per Ilie e uno ero io. Il tedesco correva per fare punti e fingeva di avere  i crampi. Nastase fu incredibile: arrivò perfino a sputargli addosso. Poi cercò di stringere la mano al giudice di sedia che si rifiutò. Mi esaltai! Anni dopo durante un masters nel corso del quale diedi il meglio di me, Nastase dichiarò: ‘Questo è peggio di me e Connors messi insieme’. Ragazzi, che complimento!”.

POVERA JEAN – Alla partenza per la coppa Davis juniores saluta la sua prima fidanzatina che non rivedrà prima di due mesi. Jean: “Non uscirai con altre ragazze mentre sei via, vero?”. John: “Senti, facciamo un patto: uscirò solo con una ragazza a settimana“.

LA VOLÉE E NON SOLO – “Tutti hanno sempre sostenuto che fossi un asso della volée e accetto il complimento però sono convinto che la mia abilità più trascurata dai commentatori fosse la velocità con cui arretravo e colpivo le palle alte, mossa che mi permetteva di andare a rete e sfruttare l’angolazione migliore per la volée senza timore dei lob avversari”.

L’INESPERTO JOHN – Qualificazioni degli US Open, turno decisivo contro Zan Guerry. “Giocavamo da tre ore e mezzo, 57 75 54 per me e match point. Alla fine di uno scambio lunghissimo, Guerry viene a rete e lo passo con un rovescio che finisce sulla riga. Il giudice (nelle quali c’era un solo giudice) gridò: ‘Game, set and match McEnroe’. E io pensai: ‘Sono agli US Open! Ce l’ho fatta!’. Ma Guerry non venne a stringermi la mano. Andò a controllare la linea, rimase li fermo a fissare il segno per un tempo infinito. Volevo chiudere il match e mi sembrava che stringere la mano all’avversario fosse d’obbligo. Un paio di ragazzi della mia squadra juniores mi gridavano: ‘Esci dal campo!’. Dopo un’eternità Guerry obiettò: ‘No, no, no! Quella palla era fuori!’. Il giudice scese dalla sedia, si accovacciò e disse: ‘La palla era dentro, game, set and match McEnroe’. Intanto Guerry non accennava a darmi la mano. Avevano annunciato la mia vittoria due volte ed invece dal nulla arrivò una donna, Anita Suchow, il capo dei giudici la quale era a circa centocinquanta metri da noi che controllò il segno e disse: ‘Se il segno è questo la palla era fuori: parità’. Ovviamente persi le staffe e persi 75. Piansi per giorni”.

WIMBLEDON SCOPRE SUPERBRAT – Quarti dei Championship’s 1977, McEnroe affronta Phil Dent: dopo aver vinto il primo set, John perde al tiebreak il secondo. “Quando stavamo per fare il cambio di campo dopo il tiebreak, mi cacciai la racchetta sotto la scarpa – era una Wilson Pro Staff –  e cercai di curvarla fino a quando si ruppe. La folla di inglese beneducati che incombeva sul campo si mise a fischiarmi. Chi era questo riccioluto parvenu, questo ragazzino petulante, questa nullità che si permetteva di violare le rigide norme di comportamento del Campo Uno? Fu la prima volta che venni fischiato. ‘Molto divertente’ – pensai! Invece di raccogliere la racchetta la presi a calci sull’erba e tornai alla mia sedia. I fischi aumentarono. Avevo fatto arrabbiare gli inglesi, ma lo confesso, in quel momento mi sembrò una scena molto divertente. Tra le chiamate sbagliate e la tenacia di Dent rischiai di perdere il match. Invece vinci 64 al quinto e a 18 anni ero in semifinale a Wimbledon. Mi sembrò la cosa più incredibile ma anche la più naturale del mondo”.

I POLLI DELLA TERRA E IL SERVE&VOLLEY – “A Wimbledon ’77 mi resi conto all’improvviso che il serve and volley era la strategia migliore. Avete presente il tennis che si giocava su terra rossa a metà degli anni settanta: Vilas nel suo incredibile exploit del 1977 e i suoi noiosissimi e interminabili palleggi… Secondo me quel tipo di gioco non era interessante. Appena scoprii che avevo la possibilità di andare avanti e chiudere i punti pensai: ‘Il tennis su terra battuta è per i polli: c’è un modo migliore di guadagnarsi da vivere’”.

QUEL SERVIZIO UN PO’ COSÌ – “Agli US Open del 1978 la mia schiena era dolorante e per qualche ragione, ancora oggi non so perché lo feci, durante un servizio ruotai di fianco. Notai subito la differenza: quel movimento scioglieva la tensione e alleviava il dolore. Non sapevo cosa stesse succedendo al mio corpo e a dire il vero non mi interessava saperlo, ma capì che quello era il movimento giusto per me. Al di là degli effetti positivi per la mia schiena, mi accorsi che gli avversari erano spiazzati da quel mio servizio. All’improvviso mi ritrovai capace di schizzare verso la rete molto più velocemente di prima mettendo a segno molte volée vincenti. La gente si chiedeva: ‘Ma cosa cavolo fa?’ perché nessuno serviva a quel modo!”.

UNA DIVINITÀ VICHINGA DI NOME BORG – “La prima volta che vidi Borg gli feci da raccattapalle durante gli US Open del 1971 o del 1972. Lui avrà avuto sedici anni, io tredici. Pensai che avesse l’aspetto di un divo: i capelli lunghi, la fascia, quell’ombra di barba lunga sul viso, il completo della Fila con la maglietta attillata e pantaloncini cortissimi… adoravo quel look! Per me Borg era magico, una specie di divinità vichinga atterrata su un campo da tennis. Non era tanto la sua personalità ad ammaliarmi: avete presente le interviste di Borg, non aveva molto da dire. Ma solo la sua presenza regalava qualcosa di speciale al gioco”.

LA FINE DEL TENNIS DELLE BUONE MANIERE – Masters 1979, il diciannovenne McEnroe arriva in finale e sfida il trentatreenne Arthur Ashe. Nel terzo e decisivo set Ashe ha due match point sul 54 servizio McEnroe. “ Sul primo match point la sua risposta di rovescio finì a rete. Sul secondo sparò una risposta di rovescio imprendibile. Poi il giudice di sedia decretò che il mio servizio era lungo. Arthur scrollò le spalle: un gesto che per un uomo come lui equivaleva ad una sfuriata di dieci minuti. Andò dall’arbitro e gli chiese se ne era sicuro. Il giudice annuì. So che per il resto della sua vita Arthur rimase convinto che si fosse sbagliato ma la decisione rimase valida. Vinsi il terzo set per 75 conquistando così il mio primo titolo importante. Fu un momento storico di cui di comprende appieno il significato solo a distanza di anni: il tennis aveva assistito ad un vero e proprio cambio della guardia. Ed io avevo maturato una convinzione: per il tennis l’era delle buone maniere era finita”.

L’IRA FUNESTA – “Di me si diceva che ero l’unico tennista in grado di migliorare il proprio gioco infuriandosi. Qualcuno riteneva che i miei eccessi d’ira fossero deliberati per sbaragliare i miei avversari. Non è vero, ho sempre pensato che se un avversario non era in grado di sopportare i miei accessi d’ira forse aveva sbagliato mestiere. Prendete Borg, ad esempio. Nel 1979 a New Orleans eravamo  5 pari al terzo ed io cominciai ad andare in escandescenze. Borg mi fece cenno di accostarmi alla rete. Il mio pensiero fu: ‘Dio Mio, cosa ha intenzione di fare adesso? Mi vuole dire che sono lo stronzo più grande che sia mai esistito?’. Invece mi passò un braccio attorno alle spalle mormorando: ‘Va tutto bene, rilassati. È una bellissima partita!’ Ed eravamo 5 pari al terzo! Mi fece sentire molto speciale. Non pensò che il mio atteggiamento avesse lo scopo di turbare lui. Ero fatto così, un po’ picchiatello”.

IL DOPPIO PIÙ FORTE DELLA STORIA CON “CHIUNQUE” FLEMING – “La mia amicizia con Peter Fleming è stata una delle relazioni umane più complicate della mia vita. Fummo compagni di doppio per dodici anni vincendo 4 Wimbledon e 3 US Open. Eravamo una formidabile squadra grazie alle abilità che si completavano a vicenda e alla nostra indefinibile vicinanza di spirito. Però Peter ha detto una cosa che lo perseguiterà per tutta la vita. Quando gli chiesero quale fosse la coppia di doppio più grande della storia rispose:  ‘John McEnroe e chiunque’. Nell’istante in cui rispose mi girai verso di lui dicendo: ‘Ma cosa dici?’. Ero sincero. Ma quella frase è rimasta famosa”.

QUEL TIEBREAK DI WIMBLEDON 1980 – “Dopo i miei accessi d’ira, l’argomento preferito degli intervistatori è la mia prima finale contro Borg a Wimbledon nel 1980, con il tiebreak del quarto set che arrivò a trentaquattro punti. Certo che è strano: in genere pensano tutti che quella partita l’abbia vinta io, anche se persi al quinto set. E a me va bene. In effetti, da un certo punto di vista quella sconfitta ci stava. Avevo vinto il primo set 61 ed ero avanti 54  nel secondo. Ero sconvolto dalla facilità con cui vincevo, ed ero onestamente convinto di vincere 61 64 63, invece all’improvviso mi ritrovai quasi battuto, sotto due set a uno e a servire sul 3-5 del quarto. Poi successe qualcosa di magico. Tenni il servizio, annullai un paio di match point e arrivati al tiebreak ricominciai a credere di poter vincere. In genere ci vuole tempo per valutare la grandezza di un’impresa, ma devo dire che mentre giocavo quel tiebreak sapevo che stavo vivendo qualcosa di speciale. Il tiebreak continuava, continuava, entrambi piazzavamo dei vincenti e nessuno riusciva a battere l’altro.

Non so perché me lo ricordi ancora con tanta chiarezza ma ad un certo punto colpii un dritto in corsa che si rivelò vincente lungo linea e quando riuscii a fermarmi finii praticamente in mezzo al pubblico anche se il Campo Centrale di Wimbledon è molto largo! Sentii il delirio di quella gente travolgermi come un’onda. Poi quando finalmente vinsi il tiebreak per 18-16 sapevo di aver vinto il match. Lo sapevo. Pensai che Borg fosse demotivato dopo aver perso quel tiebreak: ma la forza che lo animava era al di là della mia immaginazione. Non solo non si scoraggiò, ma tirò fuori ancora tanta energia. Mi chiesi come fosse possibile. Quando lo vidi apparentemente così tranquillo dopo aver perso il quarto set e sempre più forte nel quinto, qualcosa si spense dentro me. Lui era fresco come una rosa ed io non mi reggevo in piedi. Non potevo crederci: aveva vinto già quattro Wimbledon! Nel cervello mi martellava un pensiero: ‘Non ti bastano?’. L’ultimo set fu una guerra di logoramento, esattamente quello che non volevo. Alla fine ci ritrovammo a rete per stringerci la mano. Sapevo di poter battere Borg, ma Wimbledon era ancora sua”.

YOU CANNOT BE SERIOUS – “Ero tesissimo a Wimbledon 1981 perché dopo aver battuto Borg agli Us Open 1980 sapevo che avrei potuto e dovuto vincerlo. Ero già famoso da qualche anno ma a Wimbledon 1981 la fama si trasformò in infamia. Scommetto che, anche se sarebbe diventato uno dei miei match più famosi, non ricordate neppure quando lo giocai e contro chi. Tom Gullikson, primo turno, campo numero 1. Cominciammo male. Il giudice di sedia, Edward James venne da me prima del match e mi disse una cosa per me senza senso: ‘Sono scozzese, quindi io e lei non avremo problemi, vero?’ Visto che il mio cognome cominciava per Mc pensò che fossimo anime gemelle! ‘Sono irlandese, io’. Risposi a bruciapelo nervosissimo. Da quel momento andò tutto storto. Quando Gullikson si portò 4-3 nel secondo set per una palla chiamata fuori a sproposito scagliai la mia Wilson Pro Staff e James mi ammonì. Più tardi quando un giudice di linea chiamò fuori un servizio profondo, che avevo visto chiaramente sollevare uno sbuffo di gesso, gettai anche la seconda racchetta e lanciai un grido che arrivava dal profondo del Queens ma che da allora ha viaggiato in tutto il mondo: ‘Man, you cannot be serious’. ‘Ho visto il gesso’ – disse James – ‘ Ma era fuori dalla riga’.

Alzai gli occhi al cielo, scossi la testa e tornai a fondo per giocare. Quando sul 1-1 del terzo una palla lunga del mio avversario non venne chiamata fuori urlai un’altra frase tipica del Queens con cui informavo i giudici che erano la feccia dell’umanità. Il signor James evidentemente nel Queens non c’era mai stato e mi diede un punto di penalità. In seguito si seppe che aveva scritto sul suo taccuino piss of the world (piscio del mondo) e non “pits of the world” (feccia del mondo). Ovviamente persi la testa e chiamai il giudice arbitro e gridai guardando James: ‘Non mi faccio prendere un punto perché questo tizio è uno stupido incompetente’. Dopo il match la stampa inglese si scatenò. Un giornale riportò il parere di uno psichiatra secondo il quale ero un esempio classico di isterico introverso. Accetto l’isterico con riserva, ma non sono tanto sicuro dell’introverso”.

BUDGE, LENDL E LA PEGGIORE SCONFITTA – “Dopo aver perso sette match consecutivi con Lendl, alla vigilia della finale di Philadelphia mi telefonò Don Budge per dirmi come battere Lend. ‘Devi attaccarlo al centro! Smettila di tirare negli angoli, ti sta stracciando con quegli angoli’. Era un consiglio semplicissimo ma più ci pensavo più mi sembrava giusto. All’improvviso avevo un’idea tattica di gioco contro Lendl. Vinsi quel match e gli otto successivi contro di lui. Devo riconoscere, per quanto molto a malincuore, che Lendl diventò un grande campione. La mia sconfitta in finale a Parigi con lui resta la peggiore della mia vita. A volte, quando ci ripenso, ancora oggi non riesco a dormire. Oggi per me è un’impresa perfino commentare gli incontri del Roland Garros: per un paio di giorni mi viene da vomitare solo perché sono lì e torno con il pensiero a quella maledetta partita. Non avevo solo vinto i primi due set ero pronto anche ad accaparrarmi il terzo. Poi successe. Un rumore fortissimo si udì, un cameraman si era tolto delle cuffie che gracchiavano. I dubbi si possono scatenare in qualsiasi momento…”.

COMMENTO AD UN FIGLIO IN ARRIVO – Dopo un anno negativo, la prima moglie di John, Tatum O’Neal gli comunica di essere nuovamente incinta. Il commento di John: “E così ci giochiamo anche il 1987”.

LA TOSSE DI BORIS – “Becker si era fatto la fama di avere degli attacchi di tosse nei momenti cruciali dei match. Durante una partita a Parigi indoor non appena cominciava a tossire io gli facevo il verso con un accesso più forte e più prolungato del suo. Credo di averlo fatto almeno dieci volte in un set. Ovviamente mi inimicai il pubblico. Al cambio campo Becker mi disse: ‘Perché non mi lasci in pace? Non vedi che ho il raffreddore?’. Gli risposi: ‘Il raffreddore ce l’hai da quattro anni’”.

LA MUSICA È SALVA – Dopo aver convinto la seconda moglie Patty Smyth, nota cantante, ad esibirsi con lui. “Una sera a Parigi la convinsi  a salire sul palco con me. E mentre stava cantando scesi tra il pubblico con la chitarra. Non sapevo che non si distoglie mai l’attenzione dal cantante! Patty mi disse: ‘Punto a) non ho mai voluto lavorare con il mio compagno di vita e non lo farò mai più. Punto b) Dio non ti concede il dono di essere uno dei tennisti più grandi della storia e poi anche di essere Keith Richards. Non funziona così’. Mi guardai allo specchio e capii che aveva ragione. I giorni dei concerti finirono lì. Il mondo è diventato un posto più sicuro per le orecchie di tutti”.

QUELLA P… DELLA GRAF – “Nel 1999 la mamma di Steffi Graf mi disse che il sogno di sua figlia era sempre stato quello di giocare il doppio con me a Wimbledon. Bene, le dissi, dille di chiamarmi! Ci parlammo e decidemmo di giocare. Le dissi: ‘Solo a due condizioni: che ce la mettiamo tutta e che finiamo quello che iniziamo’. Il pubblico era eccitatissimo dai nostri match. Ai quarti affrontammo Venus Williams e Justin Gimelstob e li battemmo. Al primo game ero al servizio e Venus si piazzò dentro la riga per rispondere. Piazzai tre servizi imprendibili ed al cambio di campo le dissi: ‘Mi piace la tua posizione, perché non ti avvicini un altro po’ la prossima volta?’. Quelle parole divertirono Steffi. A poche ora dalla semifinale mi chiamò la Graf: ‘John mi dispiace, è troppo faticoso, è troppo tardi, mi ritiro’. Doveva risparmiarsi per la finale del giorno successivo.

Restai immobile per cinque minuti, in silenzio. Poi esplosi. Era la fine della giornata e con me nello spogliatoio c’erano solo due persone. Mi girai verso di loro e ringhiai: ‘Non avete idea di cosa mi ha combinato quella puttana!’. Le due persone erano Brad Gilbert e Andre Agassi. Be’, c’erano alcune cose che non sapevo in qual momento. Scoprii in seguito che non ero stato il primo a sapere della decisione di Steffi e che lei e Andre avevano cominciato a frequentarsi in segreto e per quella sera programmavano una cenetta. Non so se il suo desiderio di vedere Andre fosse più forte di quello di partecipare al match, ma, ora che sono sposati e hanno figli anche loro, li perdono!”.

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60 anni di McEnroe, la prima rockstar del tennis

Auguri all’uomo che ha preso uno sport per pochi e lo ha proiettato nell’immaginario collettivo

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John McEnroe - Roland Garros 2018, torneo delle leggende (foto Roberto Dell'Olivo)

Se si va sulla pagina Wikipedia di John McEnroe si trovano ben pochi record che sono rimasti nella storia del tennis. Quasi tutti riguardano la sua magica stagione 1984, terminata con quasi il 90 per cento di set vinti e undici vittorie consecutive nei tornei dello Slam senza perdere un set. Oltre che l’edizione di Wimbledon più dominata della storia del tennis maschile per percentuale di game vinti. I suoi 7 Major, concentrati tutti tra Londra e New York, impallidiscono se confrontati ai 20 di Federer, ai 17 di Nadal e ai 15 di Djokovic.

Ma descrivere la rilevanza di McEnroe nella storia del tennis con i semplici numeri è come pretendere di descrivere Guernica di Picasso guardandolo da un metro di distanza. Impossibile insomma. E la bigger picture, come la chiamano gli americani, racconta tutta un’altra storia. Racconta della prima rockstar del tennis. Forse ancora oggi la più grande di sempre. Fuori dalle regole, fuori dagli schemi, fuori dalle etichette. Un “supermonello” irriverente che all’inizio degli anni ottanta ha fatto irruzione in un club per gentiluomini e lo ha proiettato nell’immaginario collettivo, nella cultura pop.

E così uno sport apparentemente inaccessibile, fatto di freddi dritti, rovesci, servizi e volée ha preso i colori vividi e i contrasti nitidi di una soap opera facilmente comprensibile ad ogni persona. A partire da quelli della rivalità tra lui e Bjorn Borg, per molti versi la più grande del tennis: serve and volley contro gioco da fondocampo, carattere estroverso ed esuberante contro personalità mite e schiva, fascetta sui capelli ricci contro fascetta sui capelli lisci. E non è importante che quella finale di Wimbledon, del quale non c’è nemmeno bisogno di dire l’anno, l’abbia persa. Anzi è persino utile a ricordarci di quanto la sua eredità trascenda dalle vittorie, comunque tantissime.

 

L’importante è che lui fosse lì, in quel preciso momento, con quell’aria un po’ imbronciata e il look da giovane cantante rock che ha fatto troppo tardi la sera precedente, a mostraci qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo. A presentarsi come un personaggio riconoscibile e a rendere tale l’anti-personaggio Borg di riflesso. A lui va dunque il merito di aver spettacolarizzato, nel senso migliore del termine, questo sport, e a portarlo dove non era mai arrivato, nel cuore di tante nuove persone, che si sono trasformati rapidamente in appassionati.

Ci è riuscito più per merito della sua personalità che della sua inimitabile volée. E il carisma non è di certo una qualità che si perde. Tanto che ancora oggi quell’irriverente ragazzo newyorkese nato per caso in Germania, è un amato protagonista della scena tennistica mondiale. Che sia in campo per un match d’esibizione, in cabina di commento o sulla panchina del Team World alla Laver Cup. Perché Mac è ancora lui, ancora provocatorio, ancora pungente, ancora imprevedibile. Ancora capace di avvicinare con ironia il tennis alla gente. E viene da chiedersi se sia lui, quello che non può essere serio, quando qualcuno ci ricorda che oggi debba spegnere ben sessanta candeline.

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De Minaur, l’eterno rimpianto della Federazione spagnola

Il 19enne di Sydney al momento è il cavallo di punta della scuderia australiana, ma la sua storia sarebbe potuta andare molto diversamente. E in Spagna, forse, qualcuno si sta mangiando le mani

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Alex De Minaur - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

L’Australia tennistica sforna giovani promesse a un ritmo sconosciuto alle altre nazioni concorrenti, eppure se in questo momento può guardare con fiducia al futuro prossimo della classifica ATP, probabilmente lo deve a un errore di valutazione dei dirigenti spagnoli.

Non tutti i campioni predestinati, infatti, stanno confermando le attese e il Paese che aspetta un vincitore Slam dai tempi di Lleyton Hewitt deve fare i conti con l’assenza di motivazioni di Bernard Tomic, che ha recuperato un po’ di verve rientrando in top 100 ma appare comunque lontano dall’adolescente di belle speranze che si affacciava ai quarti di finale di Wimbledon nel 2011 e agli ottavi dell’Australian Open dell’anno successivo, e con i tormenti del giovane Kokkinakis, il quale ogni tanto lascia intravedere le potenzialità del tennista che sarebbe potuto diventare e che forse a causa degli infortuni non arriverà mai ad essere. Se Kyrgios, nonostante alcuni atteggiamenti in apparenza ancora distanti da un atleta professionista, sembrava comunque destinato a diventare una realtà del tennis mondiale – con aspettative forse eccessive – il suo attuale 66esimo posto in classifica lascia persino qualche dubbio a riguardo.

Le attenzioni australiane si sono quindi concentrate altrove. La scorsa stagione, e in verità anche l’inizio di 2019, ha visto cominciare a brillare la stella del giovanissimo Alex de Minaur (classe 1999, compie 20 anni il 17 febbraio), che dopo aver fallito l’appuntamento con la vittoria a Sydney e poi ancora a Washington, è riuscito a rompere il tabù proprio nella sua città natale, purtroppo per noi italiani imponendosi su Andreas Seppi. Nella sua giovane carriera ha già avuto occasione di partecipare a tre tie di Coppa Davis con il team australiano, cogliendo la prima vittoria quest’anno contro il bosniaco Basic dopo due sconfitte contro top 10 – Thiem e Zverev – e una meno giustificabile contro l’austriaco Novak. Contro Zverev si era trattato di un esordio molto positivo, poiché da numero 139 del mondo De Minaur aveva costretto al tie-break del quinto set il ben più quotato avversario, già entrato in top 5.

 

IL PASSATO SPAGNOLO – È stato Hewitt a decidere di schierare per la prima volta in nazionale il ragazzino terribile, alimentando l’imbarazzo e i sensi di colpa dei dirigenti spagnoli che qualche anno fa lo spinsero a tornare agli antipodi. De Minaur, infatti, è nato sì a Sidney, ma sua madre Esther è spagnola e il padre è uruguayano e il suo cognome è spagnolissimo: andrebbe scritto, infatti, De Miñaur, con la “eñe” castigliana. Cominciò a giocare a tennis in Australia, a tre anni, e da subito impressionò il suo primo allenatore, che anzi consigliò alla madre di affidarsi a qualcuno di più esperto per portare alla luce le potenzialità del bambino; quando il piccolo Alex aveva solo cinque anni, però, la famiglia si trasferì in Spagna, ad Alicante, dove cominciò ad allenarsi al Club Atlético Montemar con Mariano Martínez e rapidamente diventò il numero 1 di Spagna under 10. Si può dire quindi che la sua formazione tennistica sia effettivamente più spagnola che australiana, anche se il suo idolo d’infanzia è sempre stato Roger Federer: “Nadal mi piace come persona, ma non mi appassiona il suo stile di gioco. Federer è il tennista con più classe al mondo”, ammise una volta in un’intervista.

Che cos’è successo, quindi, per spingere De Miñaur a competere per l’Australia? Semplicemente la famiglia non se la passava bene economicamente, l’attività di lavaggio auto gestita dai genitori non garantiva entrate sufficienti per proseguire l’attività agonistica e la madre si rivolse alla Federazione spagnola e a quella valenciana – Alicante si trova nella Comunità valenciana – per chiedere sovvenzioni che non arrivarono, perché c’erano altri preadolescenti altrettanto promettenti e un Alex non ancora dodicenne sembrava una scommessa un po’ troppo rischiosa su cui investire. La Federazione australiana, invece, fece una valutazione diversa e aprì le porte alla famiglia De Miñaur che nel 2011 tornò a vivere nell’emisfero meridionale: da allora il ragazzo gioca per i colori dell’Australia, passando per i primi successi del 2018 che l’hanno portato appunto in Coppa Davis. “Sono nato in Australia – ha ribadito di recente – e sono australiano. È un Paese con una grande storia nel tennis e sarei felicissimo di entrare a far parte di questa storia”.

È vero che Alex de Minaur ha il doppio passaporto – mantiene infatti quello spagnolo – e il sito ufficiale ATP gli attribuisce la residenza proprio ad Alicante, ma è molto difficile che in futuro possa cambiare idea e arrivi a indossare il rosso della nazionale spagnola, specialmente dopo aver assaporato il sostegno dei tifosi di Sydney, di Melbourne e di Brisbane, che lo hanno già adottato e sognano di vederlo sollevare trofei prestigiosi.

Alessandro Condina

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