50 anni fa Arthur Ashe scriveva la storia a Forest Hills. Il ricordo

Focus

50 anni fa Arthur Ashe scriveva la storia a Forest Hills. Il ricordo

Nel 1968 Arthur Ashe trionfava a Forrest Hills, divenendo il prima tennista di colore a vincere uno Slam. A 50 anni da quel successo ricordiamo cosa resta di un campione dentro e soprattutto fuori dal campo

Pubblicato

il

Cinquanta anni fa Arthur Ashe vinceva gli US Open per la prima ed unica volta: una ricorrenza speciale, alla quale la stampa statunitense non poteva non dare la giusta attenzione in occasione del cinquantesimo anniversario di quel successo. Ricordare alle nuove generazioni di appassionati chi fosse questo campione e gentiluomo, che tanto ha fatto e rappresentato anche fuori dal campo di tennis per la comunità afroamericana, è un dovere assolto da tanti media statunitensi in questi primi giorni di torneo. Particolarmente bella è stata la rievocazione compiuta da Bruce Jenkins sul Chronicle. Ashe fu capace nel 1968 di vincere sui campi in erba di Forrest Hills in finale su Tom Okker, dopo una battaglia di cinque set, dando una spinta in alto definitiva alla sua carriera. Arthur, che poi avrebbe anche vinto gli Australian Open nel 1970 e Wimbledon nel 1975, divenne il primo tennista di colore – e ancora oggi è l’unico afroamericano ad aver vinto ciascuno dei tre Slam suddetti – a trionfare in un Major. Tra le donne, prima di lui, vi era riuscita Althea Gibson, vincitrice al Roland Garros nel ’56 e agli US Open nel ’57 e ’58, anni in cui i tornei erano aperti ai soli tennisti non professionisti.

Era un tennis totalmente diverso da quello dei nostri giorni: basti pensare che in quella edizione del 1968, la prima nella quale fu permesso ai professionisti di giocare, tornarono a partecipare campioni come Laver, Rosewall, Hoad e Gonzales, precedentemente interdetti per sei anni, a causa della loro scelta di non essere più amateur. Ancora in quella edizione, i tennisti al cambio campo non avevano a disposizione il minuto per riposarsi: le sedie sul campo non erano nemmeno presenti. Il premio di 14.000 dollari riservato al vincitore, poiché Ashe era ancora dilettante, andò ad Okker e Arthur dovette accontentarsi del rimborso di 28 dollari giornalieri, per un totale di 280 complessivi.

 

Ma non è certamente per i soldi che giocava un uomo come Ashe, divenuto in quegli anni esempio e stimolo per gli altri afroamericani a praticare il tennis. Non va dimenticato come il campione di tre Major fosse nato a Richmond, in Virginia, dove era frequente leggere cartelli con su scritto, fuori i circoli da tennis (e non solo), “solo bianchi, accesso vietato ai Colored” o, ancora, gli altrettanto vergognosi “no Negroes. Era davvero difficile, per i ragazzi di colore che lo volessero, intraprendere la carriera tennistica. Lo stesso Ashe ha ricordato come fossero difficili quei decenni, raccontando la situazione che si viveva e ha più volte meritoriamente ricordato l’importanza rivestta nella sua formazione tennistica dal suo mentore tennistico (che aveva già scoperto e lanciato Althea Gibson), il dottor Robert Walter Johnson.

Specie nel Sud segregato, – ha ricordato Ashe dopo aver concluso la sua carriera – se qualcuno dei direttori dei tornei poteva trovare la minima scusa per cacciar fuori i ragazzi di colore, era praticamente certo che l’avrebbe usata. Johnson cercava ragazzi che potessero sopportare la pressione mentale e non esplodere in campo, imparando ad approcciarsi con moderazione sia alla vittoria che alla sconfitta. Quando giocavamo non avevamo giudici di linea, ma solo quello di sedia. Ciascun tennista chiamava le palle vicine alla propria linea e ogni palla vicino alle righe già si sapeva sarebbe andata al nostro avversario. Non ci rimaneva che giocare senza innervosirci il punto successivo, tenendo dentro la frustrazione“.

Non va dimenticato che Ashe vinceva gli US Open in un anno, il 1968, molto tempestoso per la storia americana e segnato dagli omicidi di Martin Luther King e Bobby Kennedy. Erano molto frequenti le rivolte razziali nel terrritorio statunitense e molti attivisti della causa afroamericana, anche sportivi celebri (basti pensare a John Carlos e Tom Smith alle Olimpiadi di Città del Messico) avevano atteggiamenti pubblicamente nervosi e combattivi verso la società statunitense che segregava le persone di colore. Comportamenti che non appartenevano però all’indole calma e riservata di Ashe, che si trovò criticato da entrambi i fronti della battaglia razziale, come ricorda il campione e collega Stan Smith: “Arthur si ritrovò tra i due estremi, ma lui non cambiò, rimase sempre coerente ai suoi atteggiamenti: rispettoso di tutti e riflessivo prima di parlare“. Nel documentario “Signature Series“, dedicato ad Ashe, si ricorda come proprio nell’anno del successo a Forest Hills, il campione di tennis – nel corso di un meeting di 35 leader neri al quale partecipò – fu invitato da uno dei più influenti, Jesse Jackson, a perorare in maniera diversa la loro causa, usando toni meno pacifici. Arthur, viene ricordato, rispose serafico e impassibile: “Jesse, ma semplicemente io non sono un tipo arrogante come te!“.

Eppure Ashe fece concretamente tanto per la gente di colore, basti pensare a come prese a cuore la causa della segregazione razziale in Sudafrica, nazione nella quale per tre anni gli fu negato l’ingresso. Grazie ai successivi viaggi in quel paese, ebbe una notevole influenza nella sconfitta dell’apartheid nello sport; in Sudafrica è ancora considerato la più grande arma avuta a disposizione dal popolo per raggiungere l’eguaglianza anche in quel settore. Lo stesso Yannick Noah, il cui padre era camerunense, vincendo nel 1983 il Roland Garros ebbe a ricordare come fu introdotto al tennis, grazie alla promozione effettuata in Africa dal contingente statunitense guidato da Ashe.

Come chiosa di quanto fatto da Arthur, stroncato nel 1993 dall’Aids contratto dopo la seconda operazione al cuore alla quale dovette sottoporsi dopo il ritiro dal tennis, forse uno dei più bei ricordi è quello dell’ ex tennista e Hall of famer Charlie Passarel: “Credo che adesso finalmente la gente stia capendo il grandissimo ruolo avuto da Ashe nella lotta per i diritti civili. Ogni cosa da lui fatta è d’esempio, non c’è niente di cui lo si potesse davvero accusare. Ha cambiato le persone, ha cambiato il mondo“.

Continua a leggere
Advertisement
Commenti

Focus

Il favolistico giorno in cui Bye vinse il suo primo incontro

L’incredibile episodio accaduto a Lione è stato però cancellato dall’ordine costituito

Pubblicato

il

In uno scontro fratricida (e anche qualcosa di più, essendo opposto a se stesso), Bye, il più celebre perdente della storia del tennis, vince un incontro, supera finalmente un turno e, come se non bastasse, in un impeto di spavalderia, lo fa addirittura in un main draw ATP. Che questa sia un’epoca di transizione è opinione condivisa; tuttavia, il percorso ora imboccato con questo episodio pare sconfinare in terre il cui solo ventilarne l’esistenza genera tormenti wertheriani o, in subordine, incubi orwelliani.

BYE OF THE TIGER – È un martedì di maggio decisamente tranquillo all’ATP 250 Open Parc Auvergne-Rhône-Alpes de Lyon. E non può essere altrimenti visto che lo sbadiglio prende il sopravvento già a metà del nome del torneo. Tranne uno, tutti i giocatori che vantano ambizioni importanti per il Roland Garros si sono presi la consueta settimana di riposo. Sul Centrale, “tranne uno”, al secolo Dominic Thiem, è impegnato ma non troppo da Carballes Baena; tanto disinteressato alle perplessità, quando non critiche, di addetti ai lavori e appassionati riguardo alla sua programmazione quanto preoccupato dalla ricerca di un ritmo che sembra perduto da parecchi mesi, l’austriaco scortica feltri gialli sparandoli in direzione nord (oppure sud, dipende dai cambi campo). Durante il riposo alla fine del primo set, Benjamin, uno spettatore felice di godersi dal vivo un top ten a pochi passi da casa alla faccia di chi vorrebbe Dominic in pantofole, estrae lo smartphone per controllare il tabellone del torneo. Se la bella ragazza dai capelli corvini seduta nel posto accanto lo stesse guardando mentre muove la punta dell’indice sullo schermo, lo vedrebbe alzare lievemente un sopracciglio. Di solito, però, le belle ragazze non si soffermano a guardarlo – e neanche quelle meno belle, aggiungerebbe chi si diverte a calpestare la linea tra sincerità e cattiveria gratuita. No, impossibile, sono gli occhi stanchi che giocano scherzi, pensa Ben, incurante del proprio aspetto ordinario. Ma la conferma ricevuta da uno sguardo più attento lo riporta prepotentemente alla realtà. Per non dire alla irrealtà: secondo il sito dell’ATP, Bye deve giocare contro Bye e, ça va sans dire, il mai domo Bye passerà il turno. Fiero della scoperta, Benjamin la condivide con la vicina di posto dopo essersi faticosamente liberato dell’abituale timidezza.

 

AS TIME GOES BYE – Le radici della storia perdente di Bye affondano nientemeno che nell’età vittoriana, lasciandoci il dubbio se l’accostamento dei due aggettivi sia puramente casuale o se, citando un personaggio interpretato da Robin Williams, il destino sia davvero “l’unica forza cosmica con un tragico senso dell’umorismo”. Nato nell’83 (1883) da uno stato di alterazione di By [fonte: Merriam-Webster], si è subito distinto per la sua scarsa propensione a buttare di là una singola palla, tanto che sempre più spesso i suoi avversari evitavano proprio di giocarci passando oltre senza farci caso (passing bye, appunto). Costantemente irriso e protagonista di facili battute, perfino fuori dall’enorme circolo dei suoi detrattori l’idea era che solo un’improbabile serie di bizzarre coincidenze si sarebbe potuta risolvere in un suo successo; tuttavia, com’è noto, è improbabile che non accada mai alcun evento improbabile e si tratta semplicemente di avere abbastanza tempo a disposizione. E chi ha più tempo di qualcuno che frequenta da oltre un secolo i tabelloni dei tornei di tennis senza mai giocare un incontro? Finalmente, sembrava che l’attesa fosse stata ripagata con quell’abbinamento degno della più emozionante narrazione epica.

MANOVRE BASSE AI PIANI ALTI – Nondimeno, ci è stato negato il privilegio di vedere il nome di Bye al secondo turno anche in quella propizia occasione. L’establishment della racchetta non può certo permettersi di tollerare simili lampi fantastici che ne rivelino il grigiore e gli slanci di genialità devono perciò essere contenuti entro determinati schemi perché sia preservata la tradizione, termine alternativamente abusato e minimizzato a seconda delle occasioni. Allora, con un’imbarazzante operazione di insabbiamento, nella riga inferiore Bye è stato prontamente rinominato lucky loser nel maldestro tentativo di farlo passare per qualcuno (il belga Joris De Loore) che avrebbe preso il posto di una presunta testa di serie apparentemente ritirata (Hyeon Chung). Ma è proprio l’epiteto affibbiatogli a tradire in modo freudiano la situazione fortunata avuta dall’ormai ex perdente per antonomasia.

EPILOGO 1 – A dispetto della versione ufficiale, il fato ha finalmente arriso a Bye che, con pieno merito, ha ottenuto la sua prima, eroica vittoria. Goffamente mascherato da errore, nascosto ma non eradicato dalle pieghe della memoria e della rete, è un traguardo romantico che dimostra come, a dispetto di scellerati desideri di riscriverne le regole fondanti per sciocchi timori e vile danaro, il Tennis trovi sempre la via verso eventi e orizzonti che potranno piacevolmente sorprenderci se sapremo semplicemente accoglierli con lo spirito di chi ancora sa nutrirsi di favole.

EPILOGO 2 – Il tramonto di quella giornata lionese colora di rosso il cielo sopra il Parc de la Tête d’Or. Benjamin si ferma sulla riva del lago ad ammirare il riflesso sull’acqua della bella ragazza dai capelli corvini che sorride accanto a lui. Dopo alcuni secondi, l’immagine svanisce e Benjamin, sospirando, riprende la sua passeggiata solitaria.

Continua a leggere

Focus

Forse Grigor Dimitrov preferirebbe essere il vero flop dell’anno

Da numero 3 a 19 per una caduta che sembra non aver fatto rumore. Quest’anno non se l’è passata benissimo neanche lo sconfitto delle Finals 2017, David Goffin

Pubblicato

il

Chiudere il 2017 come terzo giocatore del mondo e dodici mesi dopo ritrovarsi diciannovesimo: cose che capitano a Grigor Dimitrov. Tre del ranking, per di più a fine anno e, come se non bastasse, nell’era dei fab four. Certo, in un contesto lavorativo verrebbe definita una “posizione aperta” perché Djokovic e Murray si erano chiamati fuori dalle competizioni dopo Wimbledon, ma ciò non ha fatto altro che alimentare combattività e speranze in un numero maggiore di candidati e la grandezza del risultato è dimostrata da quanti fossero riusciti nell’impresa durante i dieci anni precedenti: solo Ferrer nel 2013 e Raonic nel 2016. Non è stato quindi il tonfo più clamoroso dell’anno? Senza dimenticare che David chiuse la stagione successiva al decimo posto mentre gli infortuni fecero precipitare Milos al numero 24, lasciamo in sospeso la domanda per ricordare i tre punti salienti della scalata bulgara alla classifica.

COME ERA ARRIVATO SUL PODIO – Il più bello del circuito secondo la maggior parte dei suoi colleghi aveva iniziato il 2017 regalando al pubblico la magnifica semifinale di Melbourne contro Rafa Nadal, anche se di giocare una grande partita e perderla sono capaci (quasi) tutti; poi, il trionfo al Masters 1000 di Cincinnati, la sua vittoria più prestigiosa eppure già superata tre mesi dopo dal titolo alle Finals di Londra. Alla O2 Arena, l’avversario in finale era un Goffin in grande spolvero che il giorno prima aveva battuto Federer e, seppur inutilmente, dominato Tsonga e Pouille nella finale di Coppa Davis a Lille; ciononostante, Dimitrov è riuscito a imporsi sul belga in particolar modo grazie a una prestazione atletica strepitosa che gli ha permesso di vincere punti pesanti in difesa. Insomma, per quanto il dritto abbia indubbiamente fatto la sua parte, è stato un match – e soprattutto un terzo set – in cui ‘Master Grisha’ ha remato che neanche i fratelli Abbagnale nelle cronache di Giampiero Galeazzi. Tuttavia, per vincere in quel modo con continuità, restando imprescindibile la condizione fisica sempre al top, occorrono anche una forza mentale superiore, un’attenzione che faccia capire in anticipo i momenti di svolta del match e la freddezza, oltre che la lucidità, per approfittarne magari con cambi di atteggiamento tattico. Dimitrov ha infine fatto proprie quelle caratteristiche che, storicamente, non lo hanno mai contraddistinto nel circuito se non per la sporadicità con cui le trovava? Si potrebbe mettere momentaneamente da parte anche questa domanda, ma la risposta – che non necessita di un allarme spoiler – è no.

 

COSA NON HA FUNZIONATO – Se l’abuso di difesa e rovescio slice, peraltro inizialmente giustificato dacché si parla delle armi che gli hanno consegnato le Finals, può essere considerato un abbaglio di natura tattica, il primo problema di quest’anno è da ricercarsi nella seconda palla di servizio sia in termini assoluti sia rispetto alla carriera. Grigor ha chiuso al n. 88 la classifica per percentuale di punti vinti con la seconda, seguito a ruota da chi ha avuto problemi alla schiena (Berdych e Rublev) o è sul viale del tramonto (Lopez, Muller, Benneteau), mentre la sua media in carriera lo metterebbe al 43° posto. Per quanto riguarda invece il numero di doppi falli per incontro, solo in quattro hanno fatto peggio di lui nella stagione, laddove, avesse mantenuto il dato medio in carriera, non comparirebbe fra i trenta più fallosi. Ragionando per ipotesi, qualcosa nel meccanismo del servizio potrebbe essersi inceppato, verosimilmente a causa della pressione delle promesse di inizio anno o per l’infortunio alla spalla che lo ha costretto al ritiro dal torneo di Sofia all’inizio di febbraio e forse comparso già in Australia con il picco dei 15 doppi errori nei quattro set contro Andrey Rublev. Un’altra criticità è rappresentata dall’alto numero di gratuiti in cui è frequentemente incorso, un handicap particolarmente grave per un giocatore che vorrebbe riproporre le prestazioni da ribattitore delle “sue” Finals e in ogni caso dotato di colpi non così devastanti.

Grigor Dimitrov, pensieroso – Australian Open 2018 (via Twitter, @AustralianOpen)

Guardando i risultati di quest’anno, anche quelli migliori non sono esenti da “però”: nei quarti a Melbourne ha perso da favorito contro Kyle Edmund dopo aver rischiato al secondo turno con Mackenzie McDonald (8-6 al quinto set); in finale di Rotterdam è stato annichilito da Roger Federer; dopo la semifinale a Montecarlo, sconfitto nettamente da Nadal, non ha raccolto molto altro sulla terra battuta; malissimo sull’erba, ha terminato con un saldo vittorie-sconfitte negativo la stagione sul duro (sommando indoor e all’aperto). L’ottima performance nella sconfitta contro Novak Djokovic a Cincinnati non fa che confermare l’intermittenza con cui esprime il suo potenziale e sospettare che, spesso, questo non sia comunque abbastanza.

CREDIBILITÀ DELLE ASPETTATIVE – Tornando alla domanda iniziale, vale a dire se sia da ritenersi il vero flop ATP in virtù non solo del risultato raggiunto e perduto, ma anche delle aspettative create dalla prova di forza e dalla convinzione espresse sul campo, la risposta non è affatto scontata e richiede invece la formulazione di un nuovo quesito: si può ancora parlare di promesse non mantenute da parte di Grigor Dimitrov? I dubbi che hanno tenuto banco quest’anno spaziano dai fab tra età, guai fisici e di motivazione (che non hanno comunque impedito ai soliti tre di accaparrarsi tutti i major) ai giovani che forse arrivano e forse no, dal rapporto di Sascha Zverev con gli Slam a quello di Thiem con il cemento; tante e diverse questioni fra le quali il tradimento delle aspettative di Grigor non ha quasi trovato spazio, come del resto il bulgaro non ne ha trovato fra quelli che hanno deluso – non solo per guai fisici ma, in un paio di casi, perché avevano raggiunto posizioni nel ranking obiettivamente superiori al tennis che normalmente possono esprimere. Se la sua caduta non ha fatto rumore nonostante quanto fatto vedere e ottenuto nella stagione precedente, forse significa che le promesse dell’ex “baby Federer” non sono più credibili e ciò è peggio che essere considerato il fiasco dell’anno.

IL LATO POSITIVO – La scarsa continuità di Dimitrov può anche essere vista da un’angolazione favorevole perché dimostra che da sempre è pronto a rialzarsi, non importa quanto rovinosa sia la caduta. All’ottimo 2014 della semifinale a Wimbledon che gli è valsa il primo ingresso in carriera nella top 10, ha fatto seguito un lungo periodo anonimo in cui è scivolato al n.40 del luglio 2016 – il punto più basso in tre anni e mezzo – dal quale ha saputo risalire costantemente fino a diventare il terzo giocatore del mondo. Allora, Grigor, non resta che confermarti con le migliori intenzioni, a dispetto dell’apparente poco clamore suscitato, che sei tu il vero flop ATP del 2018. Ma questo lui già lo sapeva, così come è convinto di poter riproporre quel livello, e l‘inserimento di Andre Agassi nel team ne è la prova. Con il dominio dei fab la cui eternità è altamente improbabile e la nuova generazione che scalpita, il prossimo anno potrebbe passare l’ultimo treno per un’affermazione che lasci davvero il segno. Questa volta, però, deve farsi trovare con in mano il biglietto giusto.

CHE DIRE ALLORA DELL’EX VICE-MAESTRO? – Come e più del quasi coetaneo Dimitrov, nel finale del 2017 aveva impressionato David Goffin. Nel suo caso, è stata la cattiva sorte a mettersi di traverso – e comincia a diventare una costante nel fortunoso percorso di Goffin degli ultimi diciotto mesi. Sconfitto inopinatamente al secondo turno dell’Australian Open da Benneteau (e dal caldo), si ritira durante la non-rivincita contro Grisha a Rotterdam quando colpisce male una volée e la palla lo centra all’occhio sinistro. Rientra un mese dopo a Miami e perde 6-0 6-1 da Joao Sousa. Sì, perché il tennista di Rocourt ha bisogno di giocare parecchi incontri prima di ritrovarsi tornando da uno stop per infortunio. Lo stesso era accaduto nel 2017 dopo l’incidente alla caviglia del Roland Garros: a Umago, superato a fatica Attila Balazs (che fa paura solo per il nome), perse da Ivan Dodig il quale, ormai solo doppista, a malapena si ricordava di andare a rispondere a sinistra. E via così fino all’autunno. Quest’anno, invece, dopo due sconfitte e zero vittorie sull’erba, arriva in semifinale a Cincinnati contro Federer e si ritira all’inizio del secondo set per un problema al gomito destro (scoprirà poi essere un edema osseo) che lo costringerà a chiudere in anticipo la stagione. Non è certo il caso di inserire una fattucchiera nel team, ma teniamo le dita incrociate per goderci il suo tennis durante l’intera prossima stagione.

David Goffin – ATP Rotterdam (foto Roberto Dell’Olivo)

Continua a leggere

Focus

Angelique Kerber: maturità e sicurezza per tornare in alto

Dopo un 2017 difficile, Angie ha riportato il titolo più prestigioso in Germania dopo 22 anni. Saprà contendere il trono a Simona Halep nel 2019?

Pubblicato

il

La merita vittoria di Elina Svitolina al Masters di Singapore ha concluso la stagione 2018 del circuito WTA, dimostratasi ancora una volta ricca di grandi cambiamenti al vertice del ranking mondiale, spesso completamente impronosticabili. Ad esempio, è stata un’annata da dimenticare per la spagnola Garbiñe Muguruza. La bi-campionessa Slam, detentrice del titolo del Wimbledon 2017, ha mostrato un’involuzione preoccupante nel suo gioco, afflitto da una mancanza di continuità sia nell’arco della stagione che, ancor di più, all’interno delle singole partite.

Come contraltare a situazioni simili a quella di Garbiñe, alla quale auguriamo di dedicare questo articolo nel 2019, questa stagione ci ha regalato tante storie di rientri ad alti livelli da parte di tenniste dotate di grande talento ma che, per un motivo o per un altro, hanno vissuto un anno di transizione. Le tre che più hanno colpito sono state Serena Williams, rientrata alla posizione numero 16 dopo la maternità e un ranking minimo pari al 491esimo posto, Petra Kvitova, tornata alla posizione numero 4 (7 a fine anno) dopo essere scesa fino alla 29 in seguito al terribile infortunio alla mano sinistra, e Angelique Kerber, ex numero 1 smarritasi nel gioco e nella mente che ha scalato ben 20 posizioni in stagione fino a tornare al numero 2.

 

COMEBACK INASPETTATO – Tutte sarebbero meritevoli di vincere questo titolo, con Serena che in realtà si è già aggiudicata quello ufficiale della WTA. In questo caso però ci sentiamo di premiare la nuova scalata al vertice della tedesca Angie Kerber, tanto inaspettata quanto meritata. Angelique ha infatti stupito tutti questa stagione, soprattutto coloro che vedevano il 2016 COME una stagione irripetibile e straordinaria se paragonata al resto della sua carriera. In quell’anno infatti, la tedesca di Brema riuscì ad aggiudicarsi due titoli dello slam (AO e US Open), consacrandosi a fine stagione con il numero 1 nel ranking. Questi risultati risaltano ancora di più se si pensa che, dopo essere stata un paio di stagioni attorno alla posizione 40, era riuscita ad entrare in top ten per la prima volta a 24 anni (come numero 5, nel 2012), riuscendo però a confermarsi faticosamente nei 3 anni successivi, tutti chiusi attorno alla nona/decima piazza. Il disastroso 2017, che l’aveva fatta nuovamente sprofondare alla posizione numero 22 dopo l’inattesa uscita al primo turno degli US Open, sembrava porre le basi per l’inizio del declino della giocatrice tedesca: a 29 anni e con un gioco molto regolare basato su corsa e solidi colpi da fondo, era difficile pensare che avremmo potuto rivederla al top e che, probabilmente, il meglio era passato. Nessuno aveva fatto i conti con lei e con le sue capacità.

NUOVO COACH, NUOVA VITA  Ad inizio 2018 Kerber è decisa a dare una svolta importante per tornare al top, e si affida a Wim Fissette come nuovo coach. I risultati non tardano ad arrivare: dopo aver chiuso il 2017 con quattro sconfitte consecutive, Angelique infila quattordici successi di fila, vincendo il torneo di Sydney (il primo dopo gli US Open del 2016) e disputando una incredibile semifinale agli Australian Open contro la numero uno del mondo Simona Halep (match che AGF ha inserito nella classifica delle partite più belle dell’anno). Kerber cede solo al terzo set 9-7, vittima oltre che del gioco dell’avversaria anche della stanchezza accumulata nel trionfale inizio di stagione. La tedesca prosegue il resto della primavera con risultati non eclatanti, limitati anche dagli incroci di racchetta con la futura Maestra Elina Svitolina: l’ucraina blocca la corsa della tedesca sia a Dubai (semifinale) che a Roma (quarti). In entrambi i casi poi, Elina vincerà il torneo. La nota positiva per Kerber è che pian piano sta ritrovando sia fiducia nei suoi colpi, sia la brillante condizione atletica che le avevano permesso di issarsi sul tetto del mondo. Una dimostrazione evidente della ritrovata competitività della tedesca arriva al Roland Garros, dove per la prima volta dal 2012 riesce a riportarsi ai quarti di finale, suo miglior risultato. Ancora una volta però è la sfortuna negli accoppiamenti a giocarle un brutto scherzo: perderà nuovamente contro Halep, lanciata verso la conquista del suo primo slam.

APOGEO VERDE E RIENTRO AL VERTICE – È la sua miglior stagione sul verde che ne consacra il ritorno al vertice e certifica definitivamente la ritrovata competitività. La sconfitta in semifinale ad Eastbourne per mano dI Wozniacki (curiosamente di nuovo futura vincitrice del torneo… consigliamo un viaggio a Lourdes per il 2019), è solo il preludio al grandissimo trionfo sui campi dell’All England TenniS Club. 22 anni dopo Steffi Graf infatti è infatti lei, Angelique Kerber, a riportare il trofeo di Wimbledon in Germania, perdendo un solo set durante il torneo e riconquistando il numero 4 in classifica mondiale. Nota di curiosità: Kerber è riuscita a battere quattro giocatrici del 1997 nel suo percorso (Bencic, Kasatkina, Ostapenko e la futura vincitrice degli US Open Osaka), prima di prendersi la rivincita dell’edizione 2016 travolgendo Serena Williams in finale grazie ad un perentorio 6-3 6-3 in appena 65 minuti.

“I miei 30 anni” sono il segreto del suo rientro secondo la tedesca. L’esperienza, chiave di molti suoi colleghi in questo periodo storico del tennis, le ha consentito di ritrovare la lucidità e la sicurezza durante i momenti chiave delle partite, permettendole di ritornare dove si merita di stare. La parte finale di stagione si rivelerà avaro di soddisfazioni per lei: verrà sconfitta al terzo turno degli US Open dalla bestia nera Cibulkova, già sua giustiziera al Masters del 2016, ma riconquisterà il numero 2 del ranking mondiale. Alle Finals di Singapore, dove invece torna da numero 1 del seeding dopo il 2016 a casua del ritiro di Halep, gioca male e viene eliminata nel round robin. Infine, si separa dal coach della resurrezione Fissette, tornato da Azarenka, per iniziare un nuovo percorso con Rainer Schuettler, ex numero 5 ATP. Se riuscirà a mantenere il livello atletico e la tenuta mentale mostrate nel 2018, Angelique potrà seriamente candidarsi a futura numero 1 mondiale, insidiando il trono di Halep ancora alle prese con i postumi dell’infortunio alla schiena.

Lorenzo Fattorini

Continua a leggere