Il futuro di Federer: terra nel 2019 e Laver Cup anche dopo il ritiro?

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Il futuro di Federer: terra nel 2019 e Laver Cup anche dopo il ritiro?

Lo svizzero rilascia dichiarazioni interessanti sul suo futuro. Sta meditando un ritorno sulla terra battuta e potrebbe giocare la Laver Cup anche dopo aver lasciato il tennis

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Quando Federer pronuncia una qualsiasi parola sul suo futuro, com’è logico che sia, l’attenzione diventa massima. Da Chicago lo svizzero sembra si stia divertendo a dare materiale per la costruzione di una serie di ipotesi sulla sua programmazione nei prossimi mesi, e persino anni.

Innanzitutto come si approccerà alla Laver Cup quando nei prossimi anni, inevitabilmente, si materializzerà lo spettro del ritiro. Lo svizzero non è stato soltanto il promotore della manifestazione ma è anche direttamente coinvolto nell’organizzazione del torneo tramite l’agenzia che ha aperto con il suo manager, la Team8. La prossima edizione si svolgerà a Ginevra, a casa sua, ed è molto probabile che lo rivedremo in campo. Poi, pero? Spero di qualificarmi ancora a lungo e se non dovessi riuscirci, spero di essere scelto dal mio coach con cui sono sempre stato gentile“, ha esordito lo svizzero, con il sorriso, nel corso della prima conferenza da Chicago. “Sarei felice di concedere il mio posto a qualcuno se dovesse meritarlo più di me. Ovviamente quando mi ritirerò le cose cambieranno. Onestamente, non so quale diventerà il mio rapporto con la Laver Cup: se potrò essere coinvolto in qualche modo, sarò molto onorato“.

 

Un Federer che dovesse aver appeso la racchetta al chiodo sarebbe ancora troppo giovane per prendere il posto di Borg come capitano del Team Europa, ma probabilmente ancora in grado di dire la sua sul campo da gioco. Ammesso che l’evoluzione della competizione non vada, come molti ipotizzano qualora il successo dovesse confermarsi nelle prossime edizioni, nella direzione di un inquadramento ‘ufficiale’ all’interno del calendario ATP. Allo stato attuale delle cose, non sembra impossibile immaginare Federer uomo copertina della manifestazione anche dopo il suo addio alle competizioni.

Si tratta comunque di discorsi ancora prematuri per un giocatore che occupa la seconda piazza del ranking ATP. Molto più interessanti e legate, queste sì, all’immediato futuro sono le parole dello svizzero sulla sua programmazione nel 2019, che potrebbe riservare una grande sorpresa. Roger Federer sta infatti considerando un ritorno sulla terra battuta.

La stagione su terra battuta è in fase di valutazione, non è affatto fuori dalle alternative“, ha confessato lo svizzero ai microfoni di ESPN. “Prenderò una decisione entro la fine dell’anno“. Poche parole ma utili ad alimentare una marea di speculazioni: è soltanto voglia di competere su una superficie che negli ultimi tempi ha dovuto trascurare per salvaguardare il fisico, nonostante si sia egli stesso definito un giocatore ‘da terra battuta’? Oppure è un più ambizioso progetto di provare a competere un ultima volta per la vittoria del Roland Garros? A tal proposito un’indicazione arriva: “Lo farei solo per il gusto di farlo, è una questione di passione”. Lo svizzero ha spiegato di essere interessato a scegliere il prima possibile per poter programmare al meglio la sua preparazione a partire dall’off-season, che potrebbe essere ritoccata qualora decidesse davvero di puntare (anche) sul mattone tritato per la prossima stagione. Federer non gioca un torneo su terra battuta dal 2016: a Roma, unico Masters 1000 assieme a Montecarlo che non ha mai vinto, venne sconfitto agli ottavi di finale da Thiem.

Tornando realisti, la litania terra-non terra è stata la stessa nel 2017 e nel 2018, le ipotesi si sono rincorse e lo svizzero ha sempre lasciato aperto uno spiraglio salvo tirarsi indietro poco prima dell’inizio della stagione rossa. La differenza potrebbe farla la reale prossimità con il momento in cui deciderà di lasciare il tennis. Con la Laver Cup a Ginevra e l’ultimo anno di contratto con il torneo di Basilea, il 2019 potrebbe essere una perfetta tornata dei saluti. Allo stesso tempo ci sarebbe il traguardo di Tokyo 2020, il torneo olimpico in cui lo svizzero inseguirebbe una medaglia d’oro in singolare sfuggita nel 2012 in finale contro Murray.

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Gol di Torino! È una delle 4 città scelte dall’ATP

Tokio favorita n.1 a sostituire Londra per 5 anni di Masters ATP dal 2021. Torino se la batte alla pari con Singapore. Più di Manchester? Le chances

Ubaldo Scanagatta

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Il Pala Alpitour di Torino (foto palaalpitour.it)

Fa certo piacere, e inorgoglisce certamente il sindaco Appendino – che ne aveva bisogno dopo che la sua città e il suo partito sono sembrati spesso più pronti a dire di no che di sì alle varie proposte di investimenti nello sport (ogni riferimento al no di Raggi alle Olimpiadi di Roma non è casuale) – che Torino sia rientrata nello stretto giro delle città candidate a sostituire Londra. Significa che anche la presentazione fatta dalla Federtennis, insieme ai meriti acquisiti per aver ospitato a Milano le Next Gen, è stata efficace. Onore al merito. La struttura del Pala Alpitour ha ospitato i mondiali di volley, tiene 15.000 spettatori, e se di per sé non vale la 02 Arena, è però meglio integrata con la cittadella olimpica e il resto della splendida città, molto più di quanto non lo sia la struttura londinese di North Greenwich che, tranne che per Canary Wharf e il distretto finanziario, è lontana da tutto e tutti.

Segnalato che due delle città di cui si era molto parlato come ipotetiche candidate, San Pietroburgo e Abu Dhabi, sono finite fuori gioco – la prima perché non avrebbe rispettato le scadenze imposte dall’ATP, la seconda perché forse i presunti 700 milioni di budget erano una bufala, molto più di una presunta cattiva immagine di quell’Emirato – Torino è in pratica l’unica città europea in lista. Sì, perché mi parrebbe davvero inconcepibile che dopo 12 anni a Londra le finali ATP possano andare a Manchester e restare in Inghilterra. Anche se Manchester si era candidata a ospitare le finali WTA ed è stata battuta sul rettilineo finale da Shenzhen che si è aggiudicata le finali per 10 anni. Secondo me però una scelta Manchester verrebbe considerata da tutti come uno schiaffo del CEO britannico Chris Kermode a tutti gli altri Paesi. L’aver inserito Manchester – che proprio per via della candidatura WTA era più pronta si tutte le altre città – rappresenta probabilmente un contentino all’orgoglio del Regno Unito in… Brexit e un segno del potere quasi assoluto di mister Kermode.

 

Premesso che, appunto, essere nella short list dell’ATP è già un successo anche se dovesse tramutarsi in altri sopportabili costi magari vani per un ulteriore sforzo in vista della decisione finale che verrà annunciata a marzo nel corso del torneo di Indian Wells, quali sono le vere chances di Torino per ospitare cinque anni di Finals? A questo punto se dovessi immaginare un ranking previsionale, direi che Tokyo è in cima. E Manchester, come detto, in fondo. Fra Torino e Singapore c’è equilibrio, perché il capoluogo piemontese può far valere la sua europeità, l’essere davvero facilmente raggiungibile da tutta Europa – con e senza TAV – e quando dico questo non mi riferisco tanto ai giocatori che pur essendo oggi in massima parte europei si muovono ovunque e dovunque con grande facilità e privilegiano sempre i soldi a tutto il resto. Mi riferisco agli spettatori. Londra è stato anche un successo di pubblico. Perché è facilmente raggiungibile e perché la formula del Masters consente a chiunque voglia vedere per tre giorni i migliori tennisti dell’anno di programmare un anno prima il viaggio.

Arrivare a Singapore è tutta un’altra cosa. Prima di tutto costa una sassata. E difatti per le finali WTA, pur ben organizzate, il vero problema è sempre stato la scarsa affluenza. Ma è certo probabile che Singapore possa attrarre l’ATP – e di riflesso i tennisti – mettendo sul tavolo molti più soldi. Quindi nel caso di un ballottaggio fra Torino e Singapore la scelta sarebbe di tipo… filosofico. Meglio il pubblico e l’Europa rimettendo dei soldi, o meglio i soldi? Ma alla fin fine questo tipo di ballottaggio non avrebbe ragione d’essere se Tokyo giocasse appieno tutte le sue carte. Tutto si gioca in quella parte dell’emisfero nei prossimi anni, a cominciare dalle Olimpiadi. Poi si dice la Laver Cup… e chissà se non anche la fase finale della Davis-Piqué Cup che gode di grandi finanziamenti giapponesi grazie alla Rakuten, l’azienda di commercio elettronico giapponese che ha fatturati pazzeschi.

A Tokyo non manca lo stadio, non mancano i soldi, non sarà difficile trovare gli sponsor (non solo Nitto lo sponsor attuale delle ATP Finals, ma anche Uniqlo, Rakuten, Seiko…), non manca il pubblico, non manca una scelta geopolitica dopo anni e anni di sedi europee. Anche se proprio da Tokyo cominciò l’epopea del Masters nel 1970 (come opportunamente menzionato dal comunicato ATP) prima di spostarsi – sottolinea ancora il comunicato dell’ATP che tende a mostrare come non si siano fatte scelte che privilegiassero un solo continente – in città di tutto il globo terracqueo: New York, Sydney, Shanghai. Se andiamo a contare le edizioni, vediamo però che l’Europa fin qui ha recitato una parte importante. Il Vecchio Continente ha prevalso di una sola edizione… contro tutto il Resto del Mondo: 26 volte a 25 (incluse le due londinesi ancora da disputare) sulle 51 edizioni totali. Mai l’Italia però. E il nostro Paese, con Torino che ha fatto progressi enormi sotto tutti i profili – in passato era una città molto meno attraente rispetto a oggi – e si trova a un tiro di schioppo da Milano per chi volesse fare un turismo di tipo newyorkese a novembre ha indiscutibilmente notevoli pregi turistico-culinari. Da non trascurare anche un dato emerso ieri dopo quanto successo a Strasburgo: ci sono 68 nazioni che hanno subito o rischiato più attentati terroristici rispetto al nostro Paese; non è un particolare di zero rilievo… Incrociamo le dita però.

LE PAROLE DI APPENDINO SU FACEBOOK

“C’è una straordinaria notizia di cui tutte e tutti dobbiamo essere molto orgogliosi: Torino è nella short list delle 5 città candidate per ospitare le ATP finals di tennis dal 2021 al 2025! Hanno mostrato interesse oltre 40 città nel mondo ma hanno superato la prima fase solo TORINO con Tokyo, Singapore, Londra e Manchester. La sfida è ancora lunga e difficile ma questo non ci spaventa. Anzi, ci spinge ad affrontarla con una determinazione ancora maggiore, supportata dalla consapevolezza di possedere tutto ciò che serve per vincerla: un impianto attrezzato perfetto per ospitare manifestazioni sportive internazionali di altissimo livello, le elevate competenze maturate in materia di organizzazione e gestione di grandi eventi sportivi, il sostegno del Governo, di tutte le istituzioni e dei vertici dello sport italiano e della FIT.

E Torino, soprattutto, è un raro mix tra storia e slancio verso il futuro: da un lato può mettere sul piatto della candidatura un patrimonio ambientale, architettonico e culturale di città d’arte sempre più apprezzata e dall’altro infrastrutture, propensione all’innovazione, tecnologia e sinergie con le realtà produttive di un territorio unico. Le Atp Finals sono uno dei cinque tornei di tennis più importanti al mondo, nonché uno dei più ambiti appuntamenti sportivi internazionali, in grado di portare alla città che le ospita non solo prestigio (un audience medio di 95 milioni di persone), ma anche importanti ricadute di carattere turistico e economico, basta pensare che ogni edizione conta oltre 250.000 spettatori”.

IL COMUNICATO STAMPA DELL’ATP

L’ATP ha annunciato la lista finale delle città candidate ad ospitare le Finals dal 2021 al 2025. Le città di Manchester (Inghilterra), Singapore, Tokyo (Giappone) e Torino (Italia) sono state selezionate dall’ATP e avanzeranno adesso, insieme a Londra, alla fase finale. L’annuncio della short list arriva dopo un processo di selezione iniziato nell’agosto di quest’anno, che ha visto oltre 40 diverse città mondiali interessate ad ospitare il prestigioso evento di fine stagione. Nella fase finale, l’ATP, con la consulenza dell’agenzia esterna Deloitte, condurrà dei sopralluoghi nelle città candidate al fine di valutare ulteriormente i rispettivi progetti. La decisione finale verrà presa non prima di marzo 2019.

Queste le parole di Chris Kermode, CEO ATP: “Il livello di interesse suscitato in giro per il mondo riflette l’immenso patrimonio di questo unico evento, così come il successo ottenuto alla O2 Arena dal 2009. È stato un processo altamente competitivo, e tutte le città incluse nella short list meritano un grande credito per la passione e la visione creativa che hanno dimostrato nei rispettivi piani. Non c’è alcun dubbio che Londra abbia fissato degli standard di riferimento decisamente elevati, ma con l’annuncio odierno della short list crediamo di essere in una posizione favorevole per dar vita ad un nuovo, emozionante, capitolo di un evento che rappresenta ormai l’apice assoluto del tennis maschile”.

TUTTE LE CITTÀ CHE HANNO OSPITATO IL MASTERS ATP

  • Tokyo, Giappone 1970
  • Parigi, Francia 1971
  • Barcellona, Spagna 1972
  • Boston, USA 1973
  • Melbourne, Australia 1974
  • Stoccolma, Svezia 1975
  • Houston, USA 1976
  • New York, USA 1977–1989
  • Francoforte, Germania 1990–1995
  • Hannover, Germania 1996–1999
  • Lisbona, Portogallo 2000
  • Sydney, Australia 2001
  • Shanghai, Cina 2002
  • Houston, USA 2003–2004
  • Shanghai, Cina 2005–2008
  • Londra, Regno Unito 2009–2020
  • 2021–2025 ?

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La rivoluzione è adesso: entra in vigore il “Transition Tour”

La riforma del mondo Futures sarà presto realtà: l’ITF si disferà dei “professionisti a metà” e promuoverà la crescita degli juniores

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La stagione 2019 sarà un importante momento di svolta per il tennis mondiale, dal momento che verranno introdotti sostanziali cambiamenti all’interno delle principali organizzazioni. Se alla riforma della Coppa Davis è stato dato ampio spazio negli ultimi mesi, lo stesso non si può dire dell’introduzione del “Transition Tour” da parte dell’ITF. Il provvedimento è stato preso in febbraio con un obiettivo ben preciso: ridurre il numero di giocatori “pro” e aiutare i giovani a entrare gradualmente nel circuito maggiore. Tutto è partito da un’analisi delle due classifiche, ATP e WTA in cui sono risultati professionisti (quindi inseriti nelle classifiche per l’acquisizione di almeno un punto valido) quasi 2000 uomini e circa 1400 donne. All’interno di questo gruppo però, la maggior parte dei tennisti non possono dirsi a tutti gli effetti “professionisti”, dal momento che -secondo l’analisi della Federazione- solo dai giocatori attorno alla 350esima posizione per gli uomini e 250esima per le donne in su si può parlare di professionismo.

Il circuito di transizione, denominato ufficialmente ITF World Tennis Tour, da inizio 2019 dimezzerà il numero di giocatori presenti in classifica secondo i provvedimenti adottati. L’obiettivo è avere circa 750 professionisti per il Tour maggiore, sia in quello maschile che femminile. Verrà creato un nuovo ranking, che terrà conto dei punti dei tornei ITF da 25.000$ e 15.000$ di montepremi e nelle qualificazioni per i tornei Challenger. Se fino alla stagione 2018 i risultati ottenuti nelle categorie davano dei punti validi per le classifiche ATP e WTA, dal 2019 offriranno “ITF Entry Points”. Nel dettaglio:

 
  • i tornei da 15.000$ di montepremi non offriranno più punti ATP o WTA, ma esclusivamente “ITF Entry Points”;
  •  i tornei da 25.000$ distribuiranno punti in entrambe le classifiche per gli uomini solo per semifinali e finali: nei 25k + Hospitality la vittoria del torneo frutterà 5 punti ATP, la finale 3 e la semifinale 1 ;nei 25k ordinari, la vittoria del torneo frutterà 3 punti e la finale 1; i risultati dai quarti di finale in giù daranno “ITF Entry Points”
    tra le donne continueranno a offrire unicamente punti WTA;
  • verranno denominati ITF Wolrd Tennis Tour 25s e ITF Wolrd Tennis Tour 15s.

A breve l’ITF opererà una selezione. Secondo il prospetto indicato sopra, all’inizio della nuova stagione verranno sottratti al ranking ATP o WTA di un giocatore/giocatrice i punti conquistati dal momento in cui il sistema è stato introdotto e dal 2019 saranno invece validi solo per il “Transition Tour”. Sarà comune perciò per un tennista avere due ranking paralleli, uno del Tour maggiore e l’ITF World Tennis Ranking. Il caso più rilevante è quello di Ugo Humbert, attualmente 84esimo nella classifica ATP. Il giocatore francese entrava a pieni titoli nell’entry list dell’Australian Open 2019, ma gli verranno sottratti 88 punti (dei 97 conquistati) ottenuti nei tornei Futures, scivolando così fuori dalla lista, ma primo tra gli “alternates”.

Nella nuova composizione dei tornei Futures 15k ci sarà un occhio di riguardo per i giovani, ai quali la riforma è in gran parte destinata. Nel tabellone -a 32 partecipanti-, saranno garantiti cinque posti per gli juniores presenti tra i primi cento giocatori del ranking ITF. Si tratta di un chiaro tentativo di consegnare al Tour professionistico dei giocatori con maggiore esperienza internazionale e consentire loro un graduale ingresso tra i “pro”, ma non solo. Ciò che spesso non consente ai migliori giovani prospetti di affermarsi sin da subito sono gli ostacoli economici. Con la riforma del “Transition Tour” l’ITF ha garantito una maggiore omogeneità nella distribuzione dei Futures in calendario. In questo modo anche i giovani potranno prendere parte ai tornei senza dover andare in rosso per le spese del trasferimento.

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Il clown nel tennis

Artisti, prima ancora che professionisti nel mondo della racchetta. E chissà come sarebbe se non ci fossero loro

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Dustin Brown - Wimbledon 2015 (foto @Gianni Ciaccia)

“Sono un clown e faccio collezione di attimi!” (H. Boll)

Attimi non consecutivi, attimi in contraddizione. L’attimo e quello ad esso contrario. Principio di identità e contraddizione. Estemporaneità. Un clown non vuole intrattenere né essere causa di riso o malinconico pianto. Questo è il ruolo che gli è stato assegnato. Un clown non vuole mostrarsi necessariamente bizzarro. Un clown è uno che dà una diversa interpretazione alle cose. Due punti possono essere uniti da una spirale, una linea retta è più breve, ma non necessario. Un clown da un senso a cose che apparentemente non ne hanno ed è quello il suo senso. Spesso le smonta, mutandone il senso ed è anche quello il suo senso. Un clown gioca con l’apparente non senso ed è questo il suo senso.

 

Il tennis non esiste, esiste un’altra cosa di cui il tennis è un mezzo. Dustin Brown non gioca a tennis, fa un’altra cosa. Non ci sono punti, non ci sono games né set, non contano analisi tecniche o tattiche. Nulla di questo è importante, Dustin è un jazzista, un free styler, un improvvisatore. Brown fa rima con clown e l’insieme delle sue improvvisazioni ne attesta l’esistenza. Palle spedite in rete, nei corridoi, nei teloni, nascoste all’avversario, palle che si afflosciano al suolo come goccia o lo bucano come bombe, palle scagliate da una testa di una racchetta che spunta da dietro la schiena, da sotto le gambe o dalla mano nascosta tra lunghi dreads di un uomo volante. Brown non si giudica dai risultati ma dalla collezione di attimi che regala. L’unica vittoria che conta è aver esplicato se stesso, attestato unico di esistenza in quell’opera d’arte che porta il proprio nome.

Il diavolo fa le pentole e prima che riesca a risolvere il problema coperchi arriva Benoit Paire e le distrugge. La palla rimbalza lontano, l’avversario è a rete. Serve passare con un recupero di diritto, Benoit ci arriva, saltello da etoile del balletto classico e via di tweener. Gli viene meglio così. La banalità stressa ed annoia, non è divertente, l’amore e la fantasia si nutrono d’altro. Benoit Paire e la perenne ricerca della fuga dal banale e dalla noia, un match di tennis l’occasione. La palla corta che torna indietro o muore senza rimbalzare, una volée alta di rovescio giocata da terra, tweener seriale, gratuito di diritto seriale, doppio fallo seriale. La serialità della apparente follia il filo logico portante. Mai fidarsi di un barbuto hipster con racchetta, solo gustarsi il piacere di lasciarsi sorprendere.

Gael Monfils – Roland Garros 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

A tennis gioca Gael Monfils, di indole clown e di professione tennista. Qualche misterioso desiderio masochistico o espiatorio, lo porta a svolgere il proprio lavoro da stoico manovale della racchetta. Corre, sbuffa e rema Gael, ogni tanto se ne dimentica dando sfogo alla sua vera natura e vengono fuori cose meravigliose. Tra prodezze fisiche, recuperi impossibili, spaccate, colpi in elevazione o con sforbiciata, tweener, tocchi irridenti, sguardi, atteggiamenti, scenette ed espressioni da attore consumato, simulazioni di malesseri e di abbandono dello scambio, Monfils porta avanti il suo show a sprazzi con il rimpianto che un tennis più propositivo lo avrebbe reso un tennista ed un clown migliore.

Nick Kyrgios fa il clown per non soffrire. Se quel che potrebbe essere devasta, prima che accada lo si può boicottare. Un clown colleziona attimi, lui lo fa per evitare lo stress di collegarli e dare titolo ad una storia. Nell’altrui attesa di divenir Federer, Grigor Dimitrov gioca a Stoccolma e serve il suo game di battuta. Sock che è uno che in un campo da tennis sa divertirsi, risponde forte sui piedi e Grigor chiude il punto giocando un colpo da dietro la schiena. Punto successivo, Sock risponde ancora più forte ed ancora tra i piedi e Dimitrov avendo ancora meno tempo, colpisce da sotto le gambe e fa ancora punto. Tanta fantasia imbrigliata in cambio di niente non gli basterà, qualcuno ha visto arrivare Godot?

Nick Kyrgios – US Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Nastase, Navratilova, McEnroe, Mandlikova, Noah, Mecir, Leconte, Ivanisevic, Rios, Agassi, Sampras, Henin, Federer, Radwanska, dei clown hanno la visionarietà, l’interpretazione dell’attimo, ma mai scollegato dalla visione d’insieme ed infatti chi più, chi molto, chi meno, son stati campioni. Il loro nome lo si può trovare negli albi dei grandi eventi dove ci sarà sicuramente qualcuno qui omesso per fretta e dimenticanza. Di alcuni gli albi e le cronache nemmeno ne portano traccia poiché tennisti dai risultati modesti o dall’attimo singolo che non fa collezione.

Fabrice Santoro lo chiamavano Le Magicienne e non aveva fisico da tennista così come modo di impugnare la racchetta. Ha fatto finire dallo psichiatra molti tennisti con le sue magie per poi passare a divenire una star del senior tour lasciando il suo trono, senza erede. Per dei brevi momenti sembrava dover essere Dolgopolov, ma lo hanno visto scivolare mentre tentava di arrampicarcisi.

Anno del Signore 1988. Boris Becker, il più giovane vincitore della storia di Wimbledon al pieno della sua carriera, incontra sulla terra rossa di Amburgo un tipo strano dagli enormi baffoni e dagli enormi quadricipiti femorali contestualizzati in un fisico da impiegato. Strana è anche la provenienza per un tennista, l’Iran, infatti il tipo vive in Francia da una vita. Mansour Baharami è il suo nome ed è sconosciuto ai più. Si fa notare sin dai primi punti per avere un senso del tennis tutto personale. Colpi bislacchi tirati alla carlona, repertorio di assolute scempiaggini, nessun rudimentale rigore tattico, l’idea di non applicarcisi nemmeno. La gente però si diverte e Becker capisce che quel tipo strano gli porterà via la scena.

Ma cosa può un tennista contro uno show man puro, per la conquista dell’applauso? Becker è uno dei tennisti più presuntuosi e pieni di se mai apparsi e questa cosa lo manda in bestia, ma cosa può fare se non vincere il match a colpi di randellate? Becker sa che l’applauso oggi non sarà per lui. Becker può giocare volée sublimi, drittoni pesantissimi, rovesci da manuale, servire bazookate, ma cosa può contro uno che sulla risposta mima il passo del giaguaro per arrivare a rispondere sulla linea del servizio con una palla corta e vincere il punto? Cosa può un tennista pur superdotato di talento contro uno che ti fa uno scambio di cui due colpi sono tweener o che lobba al volo in controtempo e usa il dropshot come un colpo base? Può giocare a tennis al meglio che può senza lasciarsi condizionare dall’applausometro e da cosa combina l’altro. E questo accade.

Becker si scioglie, si rassegna a lasciare per un giorno la platea all’avversario e i ruoli sembrano essersi pacificamente definiti: uno deve vincere il match, l’altro fare lo show. Il match si chiude con Bahrami che serve non colpendo la palla sopra la testa, ma fa il movimento a vuoto per poi colpirla da sotto, prima che essa caschi a terra. Gioco, partita, incontro Becker, ma quel giorno probabilmente nasce la leggenda di Mansour Bahrami, il clown definitivo del tennis. Bahrami racchetta campo e pallina ha dovuto conquistarseli, l’Iran della Rivoluzione Islamica non vedeva di buon occhio i trastulli degli occidentali, quindi prese la borsa dei giochi e dei trucchi e trasferì i suoi baffoni in Francia. Una volta tennista giullare tendenzialmente doppista, ha deciso di ringraziare il mondo della racchetta donandogli intrattenimento, gioia, divertimento e spensieratezza, specie nel post carriera dove è divenuto star richiestissima per esibizioni, spesso accompagnato dai protagonisti del Senior Tour ed altre ex star del tennis che di volta in volta si prestano a fargli da spalla.

Mansour Bahrami – Australian Open Legends 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Non prendersi troppo sul serio è una delle miglior vie per vivere seriamente la propria esistenza. “La musica non esiste, esiste un’altra cosa di cui la musica è una serva e come tale va trattata e infatti io non suono faccio tutta un’altra cosa” (A. Bonomo). Per un clown le cose esistono, ma sono un’altra cosa. Un clown non è nato per scatenare il riso o un malinconico pianto, è solo uno che da una diversa interpretazione alle cose.

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