Torna il tennis 'pro' a Firenze, 24 anni dopo

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Torna il tennis ‘pro’ a Firenze, 24 anni dopo

I ricordi di un torneo che fu… Questo è il challenger (64.000 euro) Toscana Aeroporti. “Quali” nel weekend. Lorenzo Sonego uno dei 3 top100 in gara con Djere, Carballes Baena. Ma anche Tommy Robredo, ex n.5, Bolelli, Quinzi, Travaglia, Andujar, Gimeno Traver, Moroni, Virgili…

Ubaldo Scanagatta

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Da questo sabato con le gare di qualificazione del challenger ATP “Firenze Cup-Toscana Aeroporti da 64.000 euro di premi, il Circolo Tennis Firenze che proprio quest’anno celebra il suo 120mo compleanno – vedi video straordinario che ripercorre la sua storia con immagini uniche – riapre i campi delle Cascine ai tennisti professionisti. Sarà la prima di almeno tre edizioni, a quanto ha assicurato il direttore organizzativo Carlo Alagna, nel corso di una suggestiva presentazione effettuata nella prestigiosa Sala d’Arme di Palazzo Vecchio corredata dalle immagini del video montato con la consulenza del direttore del CT Firenze Flavio Benvenuti e del membro di consiglio Barbara Anzillotti. Gli onori di casa li hanno fatti il presidente del CT Firenze Giorgio Giovannardi (ex seconda categoria) e l’assessore allo sport del comune di Firenze Andrea Vannucci, grande appassionato di tennis, oltre al presidente del consiglio regionale della Toscana Eugenio Giani. Ovviamente presenti anche i responsabili di Aeroporti Toscana, il presidente Marco Carrai in testa, nonché Federcio Barraco quale responsabile della comunicazione.

 

Ci saranno Lorenzo Sonego, vittorioso nel challenger di Genova  e avendo appena festeggiato il fresco ingresso nei top 100, ma anche Djere, che ha vinto il challenger milanese all’Harbour Club organizzato dalla stessa società (Makers Milano) Carballes Baena. Ma anche Tommy Robredo, ex n.5, Bolelli, Quinzi, Travaglia, Gimeno Traver, e un nutrito gruppo di italiani, ivi incluse le wild card federali, da Filippo Baldi a Julian Ocleppo (figlio dell’ex davisman Gianni), a Giovanni Fonio che viene considerato un interessante prospect, così come Edoardo Lovagno.

Ma consentitemi, prima di addentrarmi su quella che si prospetta di essere a livelli di partecipazione la Firenze Cup di quest’anno, ripercorrere un po’ della storia organizzativa, a livello internazionale, del circolo di tennis fiorentino, visto che pochi possono dire di conoscerla come il sottoscritto che l’ha vissuta fin da bambino e da figlio di un ex presidente del circolo.

È passato tanto tempo da quando su questi stessi campi si sono esibiti fin dal 1953  – e non erano esibizioni ma tornei – fra una Coppa Davis e l’altra (cinque in tutto, contro  India 1958, Sud Africa ’59, Russia ‘62, Polonia ’76, Australia ’93; le ricordo bene: nel primo e nel secondo fui raccattapalle, nel terzo fui “promosso” al tabellone segnapunti con i numeri stampati su piastrelle di ferro da attaccare sui chiodi, nel quarto feci il programma e fui capufficio stampa…), grandi campioni come Budge Patty, Sven Davidson, Drobny, Roche e Newcombe diciottenni alla vigilia del loro primo trionfo a Wimbledon, Rose, Nielsen, Ayala, Morea, Osuna, Cooper e fra le donne Maureen Connolly e Althea Gibson, Marie Esther Bueno. C’erano ovviamente anche i  migliori italiani dell’epoca, Merlo (che mi avrebbe impostato il rovescio a due mani mentre bambino giocavo al muretto del circolo!), Gardini, Pietrangeli e Sirola che vinsero il doppio nel 1955. Attrarre i migliori tennisti del mondo divenne col tempo uno sforzo superiore alle possibilità di un circolo privato, i cui soci non se la sentivano di esporsi a troppi rischi finanziari, ma il torneo internazionale riusciva sempre ad allineare ai nastri di partenza ottimi giocatori. Nel 1969 vinse l’egiziano El Shafei, che da junior aveva vinto l’Orange Bowl e Wimbledon, nel 1970 un rumeno baffuto che, più volte finalista in Davis,  si sarebbe poi imposto come “primo manager” dei tennisti, di Nastase e Vilas, poi di Becker e Ivanisevic prima di diventare proprietario e organizzatore di grandissimi tornei (Stoccarda, Madrid) nonché uno degli uomini più ricchi del mondo: Ion Tiriac. A quei tempi doveva sbarcare il lunario in qualche modo e io ricordo bene come Ion, pur di raggranellare qualche soldino, fosse capace di improvvisare spettacoli nei quali trangugiava… bicchieri di vetro!

Ci fu poi un gap di pochi anni fino a che nel ’73 il torneo, che sarebbe diventato poi parte del circuito ATP, fu incluso nel Grand Prix del Mediterraneo e Nastase vinse una spettacolare finale (64 al quinto) su Adriano Panatta, con centinaia di spettatori che rimasero fuori dai cancelli perché i 5.000 posti delle tribune erano stati tutti sold out.

Dall’anno successivo, al ritorno dall’Università negli USA, fui nominato direttore del torneo. Era un’epoca in cui i giocatori erano liberi di iscriversi a questo o quel torneo senza particolari vincoli. C’erano anche più tornei nella stessa settimana. Così c’era una gran lotta per cercare di acquisire i partecipanti di maggior nome e richiamo.  Nonostante un montepremi irrisorio rispetto alla concorrenza (50.000 dollari…quando già i più forti del mondo erano capaci di guadagnarli in un paio di serate di esibizione), escogitando tutte le strategie possibili – organizzando feste e serate nelle discoteche fiorentine per i giocatori, moglie e fidanzate per far sì che il torneo venisse “votato” per più anni, come il torneo più piacevole del circuito europeo, persuadendo la De Beers diamanti a mettere qualche diamantino nei sandwich (!!!) dei cocktail per centinaia di persone, organizzando una mostra fotografica per la signora Ashe,  organizzando visite “private” per le compagne dei tennisti alle sedi delle “firme” fiorentine della moda, Gucci, Ferragamo, Pucci – riuscimmo ad avere giocatori di grandissimo nome, non solo Ashe e Solomon, ma anche Gerulaitis, Clerc, Gomez, Ramirez, i giovanissimi Noah e Lendl, i più anziani Vilas e Kodes, oltre ovviamente ai “nostri” Panatta e Bertolucci che vinsero anche alcune edizioni del torneo. Si arrivò poi, dopo 3 edizioni vinte da Thomas Mustern1991-92-93  (con i soci che, tipicamente fiorentini brontoloni incontentabili,  quasi si lamentavano per il fatto che non ci fosse troppo ricambio , che ci fosse sempre il mancino austriaco  fra i protagonisti! Nel 1995 Muster avrebbe vinto il Roland Garros e sarebbe diventato poi anche n,1 del mondo!) all’ultima edizione del torneo internazionale ATP di Firenze (1994) con ultimo tennista a iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro l’uruguagio Marcelo Filippini. Con il torneo che era stato “appaltato” ad organizzazioni professionistiche extrafiorentine, si era persa quella che in passato era stata l’anima del torneo, la partecipazione del corpo sociale che non sentiva più il torneo internazionale come una cosa propria. Quell’anima che è invece sopravvissuta nel torneo giovanile, lanciato a metà degli anni Settanta, quando presidente del circolo era mio padre Giancarlo Scanagatta e presidente FIT era Paolo Galgani che grande merito ebbe nell’imprinting agonistico ed organizzativo del circolo delle Cascine.

Per 24 anni, e cioè dal 1995 in poi, il lawn tennis club Firenze nato ufficialmente nel 1898 – ma nel 1880 era già sorto un primo campo di tennis! – dove nel 1910 sedici circoli italiani dettero vita alla Federazione Italiana Tennis con primo presidente Piero Antinori, ha dato vita a un torneo internazionale giovanile di notevole prestigio e palmares. Sempre giocato nella settimana di Pasqua.

Quest’anno lo ha vinto Lorenzo Musetti, poi giunto in finale all’US Open junior pur avendo solo 16 anni. 20 anni fa lo vinse un certo Roger Federer. In una quarantina d’anni sono passati sotto Pasqua dal club delle Cascine tanti altri  giovani di grande talento: basti citare qualche n.1 del mondo quali Halep, Hingis, Capriati, Mauresmo, Safina, Clijsters, e fra gli uomini Murray. E ovviamente tutti i migliori tennisti italiani.

Tornando al torneo challenger che da questo sabato mattina vedrà in campo i protagonisti delle qualificazioni e da lunedì il via al tabellone principale, già le quali sono di ottimo livello, il supervisor è Carmelo Di Dio. Il cut off del main draw era al numero 215 con Moroni. Il tabellone di quali è di 32 giocatore, si comincia a giocare su 4 campi fin dalle 10 di sabato mattina. Una wild card è stata data a Adelchi “Bobo” Virgili, un’altra al tesserato del CT Firenze Daniele Capecchi.

Poiché la firma degli iscritti alle “quali” è fissata per le 21 di venerdì 28… aggiorneremo i nomi degli iscritti dopo quell’ora, o al più tardi domattina presto, insieme al tabellone. Avevano segnalato di voler partecipare tanti nomi interessanti (ma da confermare per le 21, appunto classificati fra il n.219 e il 300: Pavlasek, Taberner, Giustino, Brkic, Giannessi, Tatlot, De Greef, Grigelis, Roca Batalla, Pavic, Oliveira, Masur, Zapata, Krawietz, Benchetrit, Mager, Viola, Safranek, Ojeda, Bellotti, Zekic (306). Ma sono attesi anche Marcora, Bega, Pellegrino e altri.

Sono tanti gli sponsor che hanno creduto al ritorno del tennis professionistico a Firenze – la Toscana, che è l’unica regione ad ospitare tre tornei internazionali junior di grande livello, Santa Croce sull’Arno, Firenze e Prato, è una regione leader a livello organizzativo e con Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Umbria e Lazio all’avanguardia secondo i parametri Google nel campo del tennis – e oltre al main sponsor Aeroporti Toscana che sta combattendo un’annosa battaglia (cominciata 40 anni fa!) per dotarsi di una pista parallela all’Autosole…l’8 novembre si conoscerà l’esito del ricorso presentato al TAR da quei comuni limitrofi a Firenze che non la vogliono (Sesto, Campi, Prato etcetera), ci sono anche Brandini AutoEur, top 5 dei concessionari di automobili in Italia con le sue 16 marche, Fantinel che festeggerà i vincitori con il suo spumante, Unicredit, Babolat, il negozio di biancheria per la casa Mazzoni. So che l’elenco degli sponsor risulta noioso per i lettori – come le frasi dei giocatori premiati che ringraziano gli sponsor “senza i quali questo torneo non avrebbe potuto svolgersi – però è giusto dare una visibilità, sia pur minima, a chi effettivamente contribuisce a farli vivere. Quindi mi par d’obbligo citare anche Levissima, Il Lievito, Dr Farmer, GianMariaAmatori, Destination Florence, Pegaso Systems, Taxi 0554242, Data Management (tutti nomi di cui Ubitennis è disponibile a pubblicare il link al sito aziendale… se si premureranno di farcelo avere). Si ricorda inoltre che le semifinali e la finale del Challenger Aeroporti Toscana saranno trasmesse in diretta da Supertennis sabato 6 e domenica 7 ottobre.

Consentitemi, infine, di dedicare un piccolo ricordo di un ex Presidente del C.T.Firenze, Alessandro Dalgas scomparso soltanto pochi giorni fa e grande amico, compagno e avversario di mille battaglie tennistiche. Campione italiano junior di doppio insieme a Nicola Migone, Sandro era il figlio di quel Fred Dalgas che è stato presidente del CT Firenze prima e dopo la guerra, dal 1935 al 1947 e poi dal 1952 al 1972. Quasi 50 anni nel corso dei quali Fred Dalgas aveva regalato al suo amato circolo la splendida piscina che ancora oggi si può ammirare nel magnifico impianto del CT Firenze. Nel ’67 all’ingegner Dalgas il presidente della Repubblica Saragat aveva consegnato la Stella d’Oro al merito sportivo. A reggere il gagliardetto del CT Firenze al Quirinale, assai emozionato, c’ero io. Ad Alessandro Dalgas – che per il suo fisico esile ai tempi junior e quel suo strano contorcersi all’atto del servizio (uno dei primi dell’epoca a essere provvisto di un grande lift sulla seconda palla…con le racchette di legno lo sapevano fare in pochi alla battuta prima degli anni Settanta) era stato affibbiato il simpatico e curioso soprannome di “Baccello” che lo ha seguito per tutti i suoi giorni – è dovuta la pubblicazione di un magnifico libro stampato con le foto di Alinari nell’anno del centenario del CT Firenze, il 1998. Alcune di quelle foto avete potuto rivederle nel video che da You Tube potete “linkare” in alto. Ma nell’elegantissimo libro curato da Alessandro ci sono 265 fotografie dell’archivio Alinari e non solo, molte delle quali straordinario reperto fotografico.

Il tabellone delle qualificazioni

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Gol di Torino! È una delle 4 città scelte dall’ATP

Tokio favorita n.1 a sostituire Londra per 5 anni di Masters ATP dal 2021. Torino se la batte alla pari con Singapore. Più di Manchester? Le chances

Ubaldo Scanagatta

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Il Pala Alpitour di Torino (foto palaalpitour.it)

Fa certo piacere, e inorgoglisce certamente il sindaco Appendino – che ne aveva bisogno dopo che la sua città e il suo partito sono sembrati spesso più pronti a dire di no che di sì alle varie proposte di investimenti nello sport (ogni riferimento al no di Raggi alle Olimpiadi di Roma non è casuale) – che Torino sia rientrata nello stretto giro delle città candidate a sostituire Londra. Significa che anche la presentazione fatta dalla Federtennis, insieme ai meriti acquisiti per aver ospitato a Milano le Next Gen, è stata efficace. Onore al merito. La struttura del Pala Alpitour ha ospitato i mondiali di volley, tiene 15.000 spettatori, e se di per sé non vale la 02 Arena, è però meglio integrata con la cittadella olimpica e il resto della splendida città, molto più di quanto non lo sia la struttura londinese di North Greenwich che, tranne che per Canary Wharf e il distretto finanziario, è lontana da tutto e tutti.

Segnalato che due delle città di cui si era molto parlato come ipotetiche candidate, San Pietroburgo e Abu Dhabi, sono finite fuori gioco – la prima perché non avrebbe rispettato le scadenze imposte dall’ATP, la seconda perché forse i presunti 700 milioni di budget erano una bufala, molto più di una presunta cattiva immagine di quell’Emirato – Torino è in pratica l’unica città europea in lista. Sì, perché mi parrebbe davvero inconcepibile che dopo 12 anni a Londra le finali ATP possano andare a Manchester e restare in Inghilterra. Anche se Manchester si era candidata a ospitare le finali WTA ed è stata battuta sul rettilineo finale da Shenzhen che si è aggiudicata le finali per 10 anni. Secondo me però una scelta Manchester verrebbe considerata da tutti come uno schiaffo del CEO britannico Chris Kermode a tutti gli altri Paesi. L’aver inserito Manchester – che proprio per via della candidatura WTA era più pronta si tutte le altre città – rappresenta probabilmente un contentino all’orgoglio del Regno Unito in… Brexit e un segno del potere quasi assoluto di mister Kermode.

 

Premesso che, appunto, essere nella short list dell’ATP è già un successo anche se dovesse tramutarsi in altri sopportabili costi magari vani per un ulteriore sforzo in vista della decisione finale che verrà annunciata a marzo nel corso del torneo di Indian Wells, quali sono le vere chances di Torino per ospitare cinque anni di Finals? A questo punto se dovessi immaginare un ranking previsionale, direi che Tokyo è in cima. E Manchester, come detto, in fondo. Fra Torino e Singapore c’è equilibrio, perché il capoluogo piemontese può far valere la sua europeità, l’essere davvero facilmente raggiungibile da tutta Europa – con e senza TAV – e quando dico questo non mi riferisco tanto ai giocatori che pur essendo oggi in massima parte europei si muovono ovunque e dovunque con grande facilità e privilegiano sempre i soldi a tutto il resto. Mi riferisco agli spettatori. Londra è stato anche un successo di pubblico. Perché è facilmente raggiungibile e perché la formula del Masters consente a chiunque voglia vedere per tre giorni i migliori tennisti dell’anno di programmare un anno prima il viaggio.

Arrivare a Singapore è tutta un’altra cosa. Prima di tutto costa una sassata. E difatti per le finali WTA, pur ben organizzate, il vero problema è sempre stato la scarsa affluenza. Ma è certo probabile che Singapore possa attrarre l’ATP – e di riflesso i tennisti – mettendo sul tavolo molti più soldi. Quindi nel caso di un ballottaggio fra Torino e Singapore la scelta sarebbe di tipo… filosofico. Meglio il pubblico e l’Europa rimettendo dei soldi, o meglio i soldi? Ma alla fin fine questo tipo di ballottaggio non avrebbe ragione d’essere se Tokyo giocasse appieno tutte le sue carte. Tutto si gioca in quella parte dell’emisfero nei prossimi anni, a cominciare dalle Olimpiadi. Poi si dice la Laver Cup… e chissà se non anche la fase finale della Davis-Piqué Cup che gode di grandi finanziamenti giapponesi grazie alla Rakuten, l’azienda di commercio elettronico giapponese che ha fatturati pazzeschi.

A Tokyo non manca lo stadio, non mancano i soldi, non sarà difficile trovare gli sponsor (non solo Nitto lo sponsor attuale delle ATP Finals, ma anche Uniqlo, Rakuten, Seiko…), non manca il pubblico, non manca una scelta geopolitica dopo anni e anni di sedi europee. Anche se proprio da Tokyo cominciò l’epopea del Masters nel 1970 (come opportunamente menzionato dal comunicato ATP) prima di spostarsi – sottolinea ancora il comunicato dell’ATP che tende a mostrare come non si siano fatte scelte che privilegiassero un solo continente – in città di tutto il globo terracqueo: New York, Sydney, Shanghai. Se andiamo a contare le edizioni, vediamo però che l’Europa fin qui ha recitato una parte importante. Il Vecchio Continente ha prevalso di una sola edizione… contro tutto il Resto del Mondo: 26 volte a 25 (incluse le due londinesi ancora da disputare) sulle 51 edizioni totali. Mai l’Italia però. E il nostro Paese, con Torino che ha fatto progressi enormi sotto tutti i profili – in passato era una città molto meno attraente rispetto a oggi – e si trova a un tiro di schioppo da Milano per chi volesse fare un turismo di tipo newyorkese a novembre ha indiscutibilmente notevoli pregi turistico-culinari. Da non trascurare anche un dato emerso ieri dopo quanto successo a Strasburgo: ci sono 68 nazioni che hanno subito o rischiato più attentati terroristici rispetto al nostro Paese; non è un particolare di zero rilievo… Incrociamo le dita però.

LE PAROLE DI APPENDINO SU FACEBOOK

“C’è una straordinaria notizia di cui tutte e tutti dobbiamo essere molto orgogliosi: Torino è nella short list delle 5 città candidate per ospitare le ATP finals di tennis dal 2021 al 2025! Hanno mostrato interesse oltre 40 città nel mondo ma hanno superato la prima fase solo TORINO con Tokyo, Singapore, Londra e Manchester. La sfida è ancora lunga e difficile ma questo non ci spaventa. Anzi, ci spinge ad affrontarla con una determinazione ancora maggiore, supportata dalla consapevolezza di possedere tutto ciò che serve per vincerla: un impianto attrezzato perfetto per ospitare manifestazioni sportive internazionali di altissimo livello, le elevate competenze maturate in materia di organizzazione e gestione di grandi eventi sportivi, il sostegno del Governo, di tutte le istituzioni e dei vertici dello sport italiano e della FIT.

E Torino, soprattutto, è un raro mix tra storia e slancio verso il futuro: da un lato può mettere sul piatto della candidatura un patrimonio ambientale, architettonico e culturale di città d’arte sempre più apprezzata e dall’altro infrastrutture, propensione all’innovazione, tecnologia e sinergie con le realtà produttive di un territorio unico. Le Atp Finals sono uno dei cinque tornei di tennis più importanti al mondo, nonché uno dei più ambiti appuntamenti sportivi internazionali, in grado di portare alla città che le ospita non solo prestigio (un audience medio di 95 milioni di persone), ma anche importanti ricadute di carattere turistico e economico, basta pensare che ogni edizione conta oltre 250.000 spettatori”.

IL COMUNICATO STAMPA DELL’ATP

L’ATP ha annunciato la lista finale delle città candidate ad ospitare le Finals dal 2021 al 2025. Le città di Manchester (Inghilterra), Singapore, Tokyo (Giappone) e Torino (Italia) sono state selezionate dall’ATP e avanzeranno adesso, insieme a Londra, alla fase finale. L’annuncio della short list arriva dopo un processo di selezione iniziato nell’agosto di quest’anno, che ha visto oltre 40 diverse città mondiali interessate ad ospitare il prestigioso evento di fine stagione. Nella fase finale, l’ATP, con la consulenza dell’agenzia esterna Deloitte, condurrà dei sopralluoghi nelle città candidate al fine di valutare ulteriormente i rispettivi progetti. La decisione finale verrà presa non prima di marzo 2019.

Queste le parole di Chris Kermode, CEO ATP: “Il livello di interesse suscitato in giro per il mondo riflette l’immenso patrimonio di questo unico evento, così come il successo ottenuto alla O2 Arena dal 2009. È stato un processo altamente competitivo, e tutte le città incluse nella short list meritano un grande credito per la passione e la visione creativa che hanno dimostrato nei rispettivi piani. Non c’è alcun dubbio che Londra abbia fissato degli standard di riferimento decisamente elevati, ma con l’annuncio odierno della short list crediamo di essere in una posizione favorevole per dar vita ad un nuovo, emozionante, capitolo di un evento che rappresenta ormai l’apice assoluto del tennis maschile”.

TUTTE LE CITTÀ CHE HANNO OSPITATO IL MASTERS ATP

  • Tokyo, Giappone 1970
  • Parigi, Francia 1971
  • Barcellona, Spagna 1972
  • Boston, USA 1973
  • Melbourne, Australia 1974
  • Stoccolma, Svezia 1975
  • Houston, USA 1976
  • New York, USA 1977–1989
  • Francoforte, Germania 1990–1995
  • Hannover, Germania 1996–1999
  • Lisbona, Portogallo 2000
  • Sydney, Australia 2001
  • Shanghai, Cina 2002
  • Houston, USA 2003–2004
  • Shanghai, Cina 2005–2008
  • Londra, Regno Unito 2009–2020
  • 2021–2025 ?

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La rivoluzione è adesso: entra in vigore il “Transition Tour”

La riforma del mondo Futures sarà presto realtà: l’ITF si disferà dei “professionisti a metà” e promuoverà la crescita degli juniores

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La stagione 2019 sarà un importante momento di svolta per il tennis mondiale, dal momento che verranno introdotti sostanziali cambiamenti all’interno delle principali organizzazioni. Se alla riforma della Coppa Davis è stato dato ampio spazio negli ultimi mesi, lo stesso non si può dire dell’introduzione del “Transition Tour” da parte dell’ITF. Il provvedimento è stato preso in febbraio con un obiettivo ben preciso: ridurre il numero di giocatori “pro” e aiutare i giovani a entrare gradualmente nel circuito maggiore. Tutto è partito da un’analisi delle due classifiche, ATP e WTA in cui sono risultati professionisti (quindi inseriti nelle classifiche per l’acquisizione di almeno un punto valido) quasi 2000 uomini e circa 1400 donne. All’interno di questo gruppo però, la maggior parte dei tennisti non possono dirsi a tutti gli effetti “professionisti”, dal momento che -secondo l’analisi della Federazione- solo dai giocatori attorno alla 350esima posizione per gli uomini e 250esima per le donne in su si può parlare di professionismo.

Il circuito di transizione, denominato ufficialmente ITF World Tennis Tour, da inizio 2019 dimezzerà il numero di giocatori presenti in classifica secondo i provvedimenti adottati. L’obiettivo è avere circa 750 professionisti per il Tour maggiore, sia in quello maschile che femminile. Verrà creato un nuovo ranking, che terrà conto dei punti dei tornei ITF da 25.000$ e 15.000$ di montepremi e nelle qualificazioni per i tornei Challenger. Se fino alla stagione 2018 i risultati ottenuti nelle categorie davano dei punti validi per le classifiche ATP e WTA, dal 2019 offriranno “ITF Entry Points”. Nel dettaglio:

 
  • i tornei da 15.000$ di montepremi non offriranno più punti ATP o WTA, ma esclusivamente “ITF Entry Points”;
  •  i tornei da 25.000$ distribuiranno punti in entrambe le classifiche per gli uomini solo per semifinali e finali: nei 25k + Hospitality la vittoria del torneo frutterà 5 punti ATP, la finale 3 e la semifinale 1 ;nei 25k ordinari, la vittoria del torneo frutterà 3 punti e la finale 1; i risultati dai quarti di finale in giù daranno “ITF Entry Points”
    tra le donne continueranno a offrire unicamente punti WTA;
  • verranno denominati ITF Wolrd Tennis Tour 25s e ITF Wolrd Tennis Tour 15s.

A breve l’ITF opererà una selezione. Secondo il prospetto indicato sopra, all’inizio della nuova stagione verranno sottratti al ranking ATP o WTA di un giocatore/giocatrice i punti conquistati dal momento in cui il sistema è stato introdotto e dal 2019 saranno invece validi solo per il “Transition Tour”. Sarà comune perciò per un tennista avere due ranking paralleli, uno del Tour maggiore e l’ITF World Tennis Ranking. Il caso più rilevante è quello di Ugo Humbert, attualmente 84esimo nella classifica ATP. Il giocatore francese entrava a pieni titoli nell’entry list dell’Australian Open 2019, ma gli verranno sottratti 88 punti (dei 97 conquistati) ottenuti nei tornei Futures, scivolando così fuori dalla lista, ma primo tra gli “alternates”.

Nella nuova composizione dei tornei Futures 15k ci sarà un occhio di riguardo per i giovani, ai quali la riforma è in gran parte destinata. Nel tabellone -a 32 partecipanti-, saranno garantiti cinque posti per gli juniores presenti tra i primi cento giocatori del ranking ITF. Si tratta di un chiaro tentativo di consegnare al Tour professionistico dei giocatori con maggiore esperienza internazionale e consentire loro un graduale ingresso tra i “pro”, ma non solo. Ciò che spesso non consente ai migliori giovani prospetti di affermarsi sin da subito sono gli ostacoli economici. Con la riforma del “Transition Tour” l’ITF ha garantito una maggiore omogeneità nella distribuzione dei Futures in calendario. In questo modo anche i giovani potranno prendere parte ai tornei senza dover andare in rosso per le spese del trasferimento.

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Il clown nel tennis

Artisti, prima ancora che professionisti nel mondo della racchetta. E chissà come sarebbe se non ci fossero loro

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Dustin Brown - Wimbledon 2015 (foto @Gianni Ciaccia)

“Sono un clown e faccio collezione di attimi!” (H. Boll)

Attimi non consecutivi, attimi in contraddizione. L’attimo e quello ad esso contrario. Principio di identità e contraddizione. Estemporaneità. Un clown non vuole intrattenere né essere causa di riso o malinconico pianto. Questo è il ruolo che gli è stato assegnato. Un clown non vuole mostrarsi necessariamente bizzarro. Un clown è uno che dà una diversa interpretazione alle cose. Due punti possono essere uniti da una spirale, una linea retta è più breve, ma non necessario. Un clown da un senso a cose che apparentemente non ne hanno ed è quello il suo senso. Spesso le smonta, mutandone il senso ed è anche quello il suo senso. Un clown gioca con l’apparente non senso ed è questo il suo senso.

 

Il tennis non esiste, esiste un’altra cosa di cui il tennis è un mezzo. Dustin Brown non gioca a tennis, fa un’altra cosa. Non ci sono punti, non ci sono games né set, non contano analisi tecniche o tattiche. Nulla di questo è importante, Dustin è un jazzista, un free styler, un improvvisatore. Brown fa rima con clown e l’insieme delle sue improvvisazioni ne attesta l’esistenza. Palle spedite in rete, nei corridoi, nei teloni, nascoste all’avversario, palle che si afflosciano al suolo come goccia o lo bucano come bombe, palle scagliate da una testa di una racchetta che spunta da dietro la schiena, da sotto le gambe o dalla mano nascosta tra lunghi dreads di un uomo volante. Brown non si giudica dai risultati ma dalla collezione di attimi che regala. L’unica vittoria che conta è aver esplicato se stesso, attestato unico di esistenza in quell’opera d’arte che porta il proprio nome.

Il diavolo fa le pentole e prima che riesca a risolvere il problema coperchi arriva Benoit Paire e le distrugge. La palla rimbalza lontano, l’avversario è a rete. Serve passare con un recupero di diritto, Benoit ci arriva, saltello da etoile del balletto classico e via di tweener. Gli viene meglio così. La banalità stressa ed annoia, non è divertente, l’amore e la fantasia si nutrono d’altro. Benoit Paire e la perenne ricerca della fuga dal banale e dalla noia, un match di tennis l’occasione. La palla corta che torna indietro o muore senza rimbalzare, una volée alta di rovescio giocata da terra, tweener seriale, gratuito di diritto seriale, doppio fallo seriale. La serialità della apparente follia il filo logico portante. Mai fidarsi di un barbuto hipster con racchetta, solo gustarsi il piacere di lasciarsi sorprendere.

Gael Monfils – Roland Garros 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

A tennis gioca Gael Monfils, di indole clown e di professione tennista. Qualche misterioso desiderio masochistico o espiatorio, lo porta a svolgere il proprio lavoro da stoico manovale della racchetta. Corre, sbuffa e rema Gael, ogni tanto se ne dimentica dando sfogo alla sua vera natura e vengono fuori cose meravigliose. Tra prodezze fisiche, recuperi impossibili, spaccate, colpi in elevazione o con sforbiciata, tweener, tocchi irridenti, sguardi, atteggiamenti, scenette ed espressioni da attore consumato, simulazioni di malesseri e di abbandono dello scambio, Monfils porta avanti il suo show a sprazzi con il rimpianto che un tennis più propositivo lo avrebbe reso un tennista ed un clown migliore.

Nick Kyrgios fa il clown per non soffrire. Se quel che potrebbe essere devasta, prima che accada lo si può boicottare. Un clown colleziona attimi, lui lo fa per evitare lo stress di collegarli e dare titolo ad una storia. Nell’altrui attesa di divenir Federer, Grigor Dimitrov gioca a Stoccolma e serve il suo game di battuta. Sock che è uno che in un campo da tennis sa divertirsi, risponde forte sui piedi e Grigor chiude il punto giocando un colpo da dietro la schiena. Punto successivo, Sock risponde ancora più forte ed ancora tra i piedi e Dimitrov avendo ancora meno tempo, colpisce da sotto le gambe e fa ancora punto. Tanta fantasia imbrigliata in cambio di niente non gli basterà, qualcuno ha visto arrivare Godot?

Nick Kyrgios – US Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Nastase, Navratilova, McEnroe, Mandlikova, Noah, Mecir, Leconte, Ivanisevic, Rios, Agassi, Sampras, Henin, Federer, Radwanska, dei clown hanno la visionarietà, l’interpretazione dell’attimo, ma mai scollegato dalla visione d’insieme ed infatti chi più, chi molto, chi meno, son stati campioni. Il loro nome lo si può trovare negli albi dei grandi eventi dove ci sarà sicuramente qualcuno qui omesso per fretta e dimenticanza. Di alcuni gli albi e le cronache nemmeno ne portano traccia poiché tennisti dai risultati modesti o dall’attimo singolo che non fa collezione.

Fabrice Santoro lo chiamavano Le Magicienne e non aveva fisico da tennista così come modo di impugnare la racchetta. Ha fatto finire dallo psichiatra molti tennisti con le sue magie per poi passare a divenire una star del senior tour lasciando il suo trono, senza erede. Per dei brevi momenti sembrava dover essere Dolgopolov, ma lo hanno visto scivolare mentre tentava di arrampicarcisi.

Anno del Signore 1988. Boris Becker, il più giovane vincitore della storia di Wimbledon al pieno della sua carriera, incontra sulla terra rossa di Amburgo un tipo strano dagli enormi baffoni e dagli enormi quadricipiti femorali contestualizzati in un fisico da impiegato. Strana è anche la provenienza per un tennista, l’Iran, infatti il tipo vive in Francia da una vita. Mansour Baharami è il suo nome ed è sconosciuto ai più. Si fa notare sin dai primi punti per avere un senso del tennis tutto personale. Colpi bislacchi tirati alla carlona, repertorio di assolute scempiaggini, nessun rudimentale rigore tattico, l’idea di non applicarcisi nemmeno. La gente però si diverte e Becker capisce che quel tipo strano gli porterà via la scena.

Ma cosa può un tennista contro uno show man puro, per la conquista dell’applauso? Becker è uno dei tennisti più presuntuosi e pieni di se mai apparsi e questa cosa lo manda in bestia, ma cosa può fare se non vincere il match a colpi di randellate? Becker sa che l’applauso oggi non sarà per lui. Becker può giocare volée sublimi, drittoni pesantissimi, rovesci da manuale, servire bazookate, ma cosa può contro uno che sulla risposta mima il passo del giaguaro per arrivare a rispondere sulla linea del servizio con una palla corta e vincere il punto? Cosa può un tennista pur superdotato di talento contro uno che ti fa uno scambio di cui due colpi sono tweener o che lobba al volo in controtempo e usa il dropshot come un colpo base? Può giocare a tennis al meglio che può senza lasciarsi condizionare dall’applausometro e da cosa combina l’altro. E questo accade.

Becker si scioglie, si rassegna a lasciare per un giorno la platea all’avversario e i ruoli sembrano essersi pacificamente definiti: uno deve vincere il match, l’altro fare lo show. Il match si chiude con Bahrami che serve non colpendo la palla sopra la testa, ma fa il movimento a vuoto per poi colpirla da sotto, prima che essa caschi a terra. Gioco, partita, incontro Becker, ma quel giorno probabilmente nasce la leggenda di Mansour Bahrami, il clown definitivo del tennis. Bahrami racchetta campo e pallina ha dovuto conquistarseli, l’Iran della Rivoluzione Islamica non vedeva di buon occhio i trastulli degli occidentali, quindi prese la borsa dei giochi e dei trucchi e trasferì i suoi baffoni in Francia. Una volta tennista giullare tendenzialmente doppista, ha deciso di ringraziare il mondo della racchetta donandogli intrattenimento, gioia, divertimento e spensieratezza, specie nel post carriera dove è divenuto star richiestissima per esibizioni, spesso accompagnato dai protagonisti del Senior Tour ed altre ex star del tennis che di volta in volta si prestano a fargli da spalla.

Mansour Bahrami – Australian Open Legends 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Non prendersi troppo sul serio è una delle miglior vie per vivere seriamente la propria esistenza. “La musica non esiste, esiste un’altra cosa di cui la musica è una serva e come tale va trattata e infatti io non suono faccio tutta un’altra cosa” (A. Bonomo). Per un clown le cose esistono, ma sono un’altra cosa. Un clown non è nato per scatenare il riso o un malinconico pianto, è solo uno che da una diversa interpretazione alle cose.

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