Le finali ripetute: un viaggio allucinante

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Le finali ripetute: un viaggio allucinante

Nella storia del tennis è accaduto oltre un centinaio di volte. Ovviamente, più che a tutti, è successo a Federer e Nadal: ritrovarsi di fronte in finale di un torneo per due anni di fila

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Centotrenta, se l’aritmetica non inganna e se non ci siamo persi troppi tornei. La metà esatta, sessantacinque, nell’Era Open. Sono le ‘finali ripetute’, ovvero tutte le volte in cui un torneo maschile si è risolto con la stessa finale per (almeno) due anni di fila. Dati emersi da un ‘viaggio allucinante’, ispirato come il libro di Isaac Asimov dalla sceneggiatura di un film – quello del tennis, in questo caso – e più precisamente dall’edizione 2018 del BB&T Atlanta Open, vinto da John Isner contro lo stesso avversario – Ryan Harrison – battuto in finale dodici mesi prima. Al torneo statunitense era già capitato di poter riciclare i biglietti della finale nell’edizione 2011, quando lo stesso Isner aveva raccolto la seconda targhetta da runner-up consecutiva al cospetto di Mardy Fish.

Quante altre manifestazioni condividono con il torneo di Atlanta questa particolarità? Quarantanove, sebbene in diciannove casi si tratti di tornei dismessi. Nell’elenco dei trenta tornei ancora in vita compaiono tutti gli Slam e tutti i Masters 1000 – presenti e passati – ad esclusione di Shanghai, creatura giovane che avrà probabilmente tempo di mettersi al passo, e del vecchio Eurocard Open di Essen/Stoccarda, che ha fatto parte appena per sette stagioni del novero degli ATP Super 9 (gli antenati dei mille).

 

La presenza di tutti gli eventi più prestigiosi non sembra affatto una casualità. Per quanto sia necessario l’incastro di diverse circostanze perché un torneo riproponga la stessa finale in due edizioni consecutive, il trend è evidente e i nomi degli eventi che guidano questa speciale graduatoria sono esattamente quelli che ci si aspetterebbe. Nessun torneo può vantare tante ‘finali ripetute’ quante le 14 di Wimbledon (6 in Era Open), statistica certo agevolata dalla presenza del Challenge Round che è rimasto in vigore fino al 1922. Di queste quattordici sfide, quattro si sono addirittura ripetute più di due volte. W. Renshaw-Lawford dal 1884 al 1886 e Baddeley-Pim per quattro volte dal 1891 al 1894, in regime di challenge round; da quando i campioni in carica hanno cominciato a disputare il torneo per intero come gli altri sfidanti, è accaduto ancora tra il 1988 e il 1990 (le tre finali tra Edberg e Becker, con due successi dello svedese) e nel triennio 2006-2008, quello dominato quasi ad ogni latitudine da Federer e Nadal.

Rafael Nadal of Spain (L) climbs up towards the audience after defeating Roger Federer of Switzerland in their finals match at the Wimbledon tennis championships in London July 6, 2008. REUTERS/Alessia Pierdomenico (BRITAIN)

Nelle tre stagioni i due monopolizzarono anche le finali del Roland Garros e di Montecarlo (impietoso 6-0 in favore di Nadal), e sarebbe probabilmente finita nello stesso modo anche ad Amburgo se nel 2006 non avessero entrambi disertato il torneo, prima di spartirsi i titoli del 2007 e del 2008. Aggiungendo le finali del biennio 2009-2010 a Madrid (bilancio 1-1), si arriva a cinque tornei in cui la finale Federer-Nadal si è ripetuta per almeno due anni di fila: ça va sans dire, nessuna coppia di sfidanti ha saputo fare tanto ad eccezione di Rosewall-Laver (anche loro a 5 finali ripetute), rivalità agevolata in modo consistente dalle sfide nel circuito professionistico.

Vi si sono avvicinati Federer e Djokovic, capaci di darsi appuntamento e ritrovarsi dodici mesi dopo in quattro tornei: Indian Wells, Wimbledon e Finals nel biennio 2014-2015, quando il serbo si è sempre riconfermato, in aggiunta alle due finali di Basilea nel 2009 e nel 2010. A quota quattro figura anche la coppia Lendl-McEnroe, mentre a tre ci sono Borg-McEnroe e Becker-Edberg. Non è un caso che compaiano praticamente tutte le rivalità più significative della storia del tennis, a testimonianza del fatto che una statistica che a prima vista può apparire casuale, in realtà depone tanto in favore della competitività del torneo quanto di chi se lo va a contendere (e ri-contendere) in finale. Il fanalino di coda tra le rivalità più famose è Sampras-Agassi, edita – e riedita – solo a Key Biscane tra 1994 e 1995.

50 i tornei incriminati, sono 23 quelli in cui le finali ripetute sono più d’una. Tutti gli Slam, ma anche tornei di grande tradizione come Barcellona, Queen’s e Amburgo, sebbene quest’ultimo non se la stia passando benissimo: sembra evidente che laddove un torneo eserciti grande attrattiva sui tennisti, è più facile che due avversari si ritrovino dai lati opposti della rete a distanza di un anno per contendersi il titolo. Il Torneo Godó di Barcellona è anche l’unico, in Era Open, nel quale una stessa finale sia stata replicata in due bienni non consecutivi: Nadal-Ferrer, andata in scena nel 2008 e nel 2009 e poi ancora nel 2011 e nel 2012, con il valenciano capace di vincere appena un set.

Tra i tornei con finali pluri-ripetute c’è spazio anche per l’angolo nostalgia, con otto tornei scomparsi. Il SAP Open, o Pacific Coast Championships, quello di maggior tradizione: parliamo del secondo torneo più vecchio degli Stati Uniti dopo l’US Open, con ultima sede a San José – dove è ricomparso ora un evento femminile – sino al 2013. Tutti e tre i vecchi ‘Major’ del circuito professionistico, sfaldatosi nel 1968: l’U.S. Pro Tennis Championships di Boston, teatro della tripla sfida tra i Pancho (Segura e Gonzales) nel triennio 1955-57, il French Pro Championship di Parigi, dove Rosewall e Laver si sfidarono quattro volte di fila dal ’64 al ’66, e il Wembley Championship, che si disputava sull’indoor di un arena londinese – l’Empire Pool.

Rosewall e Laver, nella prima finale dell’Era Open a Bournemouth (1968)

Tornando all’attualità e detto del primato di Wimbledon (14), segue l’Australian Open a 9 lunghezze. La prima finale a ripetersi fu Crawford-Hopman nelle stagioni 1931 e 1932, quando ancora il torneo era un affare esclusivo per autoctoni, l’ultima è stata Djokovic-Murray nel biennio 2015-2016. Al Roland Garros è accaduto 7 volte, solo due delle quali in Era Open, mentre l’US Open è fermo a 6 finali ripetute ma tutte abbastanza significative. Tilden-Johnston si è giocata ben quattro volte di fila tra il 1922 e il 1925 con il medesimo esito (4-o Tilden), Parker-Talbert è stata a tutti gli effetti l’unica finale vista in un Major nel biennio 1944-1945, con il tennis europeo cristallizzato dagli orrori della guerra. Le altre quattro finali sono tra le pièce teatrali più viste della storia di questo sport: Emerson-Laver (1961-1962), McEnroe-Borg (1980-1981, gemelle delle due finali di Wimbledon), Connors-Lendl (1982-1983) e Djokovic-Nadal (2010-2011), la partita più giocata di sempre.

Esaurito l’argomento dei grandi tornei e delle grandi rivalità, la raccolta delle finali ripetute non è esente da bizzarrie più difficilmente spiegabili. Come quel Moya-Srichapan andato in scena nel 2004 e poi ancora nel 2005 a Chennai, con identico esito in favore dello spagnolo, numero di set e addirittura punteggio del tie-break decisivo (sette punti a cinque); senza trascurare Schalken-Clément che ha deciso il torneo di ‘s-Hertogenbosch nel 2002 e nel 2003 (doppietta del primo, olandese) e più di recente il bis regalato da Cilic e Bautista Agut nelle edizioni 2014 e 2015 della Kremlin Cup di Mosca, anche qui con stesso esito (vittoria di Cilic) e stesso punteggio (6-4 6-4). Non saranno Lendl e McEnroe ma provateci voi a rifarla uguale (ma proprio uguale!), una finale.

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Gol di Torino! È una delle 4 città scelte dall’ATP

Tokio favorita n.1 a sostituire Londra per 5 anni di Masters ATP dal 2021. Torino se la batte alla pari con Singapore. Più di Manchester? Le chances

Ubaldo Scanagatta

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Il Pala Alpitour di Torino (foto palaalpitour.it)

Fa certo piacere, e inorgoglisce certamente il sindaco Appendino – che ne aveva bisogno dopo che la sua città e il suo partito sono sembrati spesso più pronti a dire di no che di sì alle varie proposte di investimenti nello sport (ogni riferimento al no di Raggi alle Olimpiadi di Roma non è casuale) – che Torino sia rientrata nello stretto giro delle città candidate a sostituire Londra. Significa che anche la presentazione fatta dalla Federtennis, insieme ai meriti acquisiti per aver ospitato a Milano le Next Gen, è stata efficace. Onore al merito. La struttura del Pala Alpitour ha ospitato i mondiali di volley, tiene 15.000 spettatori, e se di per sé non vale la 02 Arena, è però meglio integrata con la cittadella olimpica e il resto della splendida città, molto più di quanto non lo sia la struttura londinese di North Greenwich che, tranne che per Canary Wharf e il distretto finanziario, è lontana da tutto e tutti.

Segnalato che due delle città di cui si era molto parlato come ipotetiche candidate, San Pietroburgo e Abu Dhabi, sono finite fuori gioco – la prima perché non avrebbe rispettato le scadenze imposte dall’ATP, la seconda perché forse i presunti 700 milioni di budget erano una bufala, molto più di una presunta cattiva immagine di quell’Emirato – Torino è in pratica l’unica città europea in lista. Sì, perché mi parrebbe davvero inconcepibile che dopo 12 anni a Londra le finali ATP possano andare a Manchester e restare in Inghilterra. Anche se Manchester si era candidata a ospitare le finali WTA ed è stata battuta sul rettilineo finale da Shenzhen che si è aggiudicata le finali per 10 anni. Secondo me però una scelta Manchester verrebbe considerata da tutti come uno schiaffo del CEO britannico Chris Kermode a tutti gli altri Paesi. L’aver inserito Manchester – che proprio per via della candidatura WTA era più pronta si tutte le altre città – rappresenta probabilmente un contentino all’orgoglio del Regno Unito in… Brexit e un segno del potere quasi assoluto di mister Kermode.

 

Premesso che, appunto, essere nella short list dell’ATP è già un successo anche se dovesse tramutarsi in altri sopportabili costi magari vani per un ulteriore sforzo in vista della decisione finale che verrà annunciata a marzo nel corso del torneo di Indian Wells, quali sono le vere chances di Torino per ospitare cinque anni di Finals? A questo punto se dovessi immaginare un ranking previsionale, direi che Tokyo è in cima. E Manchester, come detto, in fondo. Fra Torino e Singapore c’è equilibrio, perché il capoluogo piemontese può far valere la sua europeità, l’essere davvero facilmente raggiungibile da tutta Europa – con e senza TAV – e quando dico questo non mi riferisco tanto ai giocatori che pur essendo oggi in massima parte europei si muovono ovunque e dovunque con grande facilità e privilegiano sempre i soldi a tutto il resto. Mi riferisco agli spettatori. Londra è stato anche un successo di pubblico. Perché è facilmente raggiungibile e perché la formula del Masters consente a chiunque voglia vedere per tre giorni i migliori tennisti dell’anno di programmare un anno prima il viaggio.

Arrivare a Singapore è tutta un’altra cosa. Prima di tutto costa una sassata. E difatti per le finali WTA, pur ben organizzate, il vero problema è sempre stato la scarsa affluenza. Ma è certo probabile che Singapore possa attrarre l’ATP – e di riflesso i tennisti – mettendo sul tavolo molti più soldi. Quindi nel caso di un ballottaggio fra Torino e Singapore la scelta sarebbe di tipo… filosofico. Meglio il pubblico e l’Europa rimettendo dei soldi, o meglio i soldi? Ma alla fin fine questo tipo di ballottaggio non avrebbe ragione d’essere se Tokyo giocasse appieno tutte le sue carte. Tutto si gioca in quella parte dell’emisfero nei prossimi anni, a cominciare dalle Olimpiadi. Poi si dice la Laver Cup… e chissà se non anche la fase finale della Davis-Piqué Cup che gode di grandi finanziamenti giapponesi grazie alla Rakuten, l’azienda di commercio elettronico giapponese che ha fatturati pazzeschi.

A Tokyo non manca lo stadio, non mancano i soldi, non sarà difficile trovare gli sponsor (non solo Nitto lo sponsor attuale delle ATP Finals, ma anche Uniqlo, Rakuten, Seiko…), non manca il pubblico, non manca una scelta geopolitica dopo anni e anni di sedi europee. Anche se proprio da Tokyo cominciò l’epopea del Masters nel 1970 (come opportunamente menzionato dal comunicato ATP) prima di spostarsi – sottolinea ancora il comunicato dell’ATP che tende a mostrare come non si siano fatte scelte che privilegiassero un solo continente – in città di tutto il globo terracqueo: New York, Sydney, Shanghai. Se andiamo a contare le edizioni, vediamo però che l’Europa fin qui ha recitato una parte importante. Il Vecchio Continente ha prevalso di una sola edizione… contro tutto il Resto del Mondo: 26 volte a 25 (incluse le due londinesi ancora da disputare) sulle 51 edizioni totali. Mai l’Italia però. E il nostro Paese, con Torino che ha fatto progressi enormi sotto tutti i profili – in passato era una città molto meno attraente rispetto a oggi – e si trova a un tiro di schioppo da Milano per chi volesse fare un turismo di tipo newyorkese a novembre ha indiscutibilmente notevoli pregi turistico-culinari. Da non trascurare anche un dato emerso ieri dopo quanto successo a Strasburgo: ci sono 68 nazioni che hanno subito o rischiato più attentati terroristici rispetto al nostro Paese; non è un particolare di zero rilievo… Incrociamo le dita però.

LE PAROLE DI APPENDINO SU FACEBOOK

“C’è una straordinaria notizia di cui tutte e tutti dobbiamo essere molto orgogliosi: Torino è nella short list delle 5 città candidate per ospitare le ATP finals di tennis dal 2021 al 2025! Hanno mostrato interesse oltre 40 città nel mondo ma hanno superato la prima fase solo TORINO con Tokyo, Singapore, Londra e Manchester. La sfida è ancora lunga e difficile ma questo non ci spaventa. Anzi, ci spinge ad affrontarla con una determinazione ancora maggiore, supportata dalla consapevolezza di possedere tutto ciò che serve per vincerla: un impianto attrezzato perfetto per ospitare manifestazioni sportive internazionali di altissimo livello, le elevate competenze maturate in materia di organizzazione e gestione di grandi eventi sportivi, il sostegno del Governo, di tutte le istituzioni e dei vertici dello sport italiano e della FIT.

E Torino, soprattutto, è un raro mix tra storia e slancio verso il futuro: da un lato può mettere sul piatto della candidatura un patrimonio ambientale, architettonico e culturale di città d’arte sempre più apprezzata e dall’altro infrastrutture, propensione all’innovazione, tecnologia e sinergie con le realtà produttive di un territorio unico. Le Atp Finals sono uno dei cinque tornei di tennis più importanti al mondo, nonché uno dei più ambiti appuntamenti sportivi internazionali, in grado di portare alla città che le ospita non solo prestigio (un audience medio di 95 milioni di persone), ma anche importanti ricadute di carattere turistico e economico, basta pensare che ogni edizione conta oltre 250.000 spettatori”.

IL COMUNICATO STAMPA DELL’ATP

L’ATP ha annunciato la lista finale delle città candidate ad ospitare le Finals dal 2021 al 2025. Le città di Manchester (Inghilterra), Singapore, Tokyo (Giappone) e Torino (Italia) sono state selezionate dall’ATP e avanzeranno adesso, insieme a Londra, alla fase finale. L’annuncio della short list arriva dopo un processo di selezione iniziato nell’agosto di quest’anno, che ha visto oltre 40 diverse città mondiali interessate ad ospitare il prestigioso evento di fine stagione. Nella fase finale, l’ATP, con la consulenza dell’agenzia esterna Deloitte, condurrà dei sopralluoghi nelle città candidate al fine di valutare ulteriormente i rispettivi progetti. La decisione finale verrà presa non prima di marzo 2019.

Queste le parole di Chris Kermode, CEO ATP: “Il livello di interesse suscitato in giro per il mondo riflette l’immenso patrimonio di questo unico evento, così come il successo ottenuto alla O2 Arena dal 2009. È stato un processo altamente competitivo, e tutte le città incluse nella short list meritano un grande credito per la passione e la visione creativa che hanno dimostrato nei rispettivi piani. Non c’è alcun dubbio che Londra abbia fissato degli standard di riferimento decisamente elevati, ma con l’annuncio odierno della short list crediamo di essere in una posizione favorevole per dar vita ad un nuovo, emozionante, capitolo di un evento che rappresenta ormai l’apice assoluto del tennis maschile”.

TUTTE LE CITTÀ CHE HANNO OSPITATO IL MASTERS ATP

  • Tokyo, Giappone 1970
  • Parigi, Francia 1971
  • Barcellona, Spagna 1972
  • Boston, USA 1973
  • Melbourne, Australia 1974
  • Stoccolma, Svezia 1975
  • Houston, USA 1976
  • New York, USA 1977–1989
  • Francoforte, Germania 1990–1995
  • Hannover, Germania 1996–1999
  • Lisbona, Portogallo 2000
  • Sydney, Australia 2001
  • Shanghai, Cina 2002
  • Houston, USA 2003–2004
  • Shanghai, Cina 2005–2008
  • Londra, Regno Unito 2009–2020
  • 2021–2025 ?

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La rivoluzione è adesso: entra in vigore il “Transition Tour”

La riforma del mondo Futures sarà presto realtà: l’ITF si disferà dei “professionisti a metà” e promuoverà la crescita degli juniores

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La stagione 2019 sarà un importante momento di svolta per il tennis mondiale, dal momento che verranno introdotti sostanziali cambiamenti all’interno delle principali organizzazioni. Se alla riforma della Coppa Davis è stato dato ampio spazio negli ultimi mesi, lo stesso non si può dire dell’introduzione del “Transition Tour” da parte dell’ITF. Il provvedimento è stato preso in febbraio con un obiettivo ben preciso: ridurre il numero di giocatori “pro” e aiutare i giovani a entrare gradualmente nel circuito maggiore. Tutto è partito da un’analisi delle due classifiche, ATP e WTA in cui sono risultati professionisti (quindi inseriti nelle classifiche per l’acquisizione di almeno un punto valido) quasi 2000 uomini e circa 1400 donne. All’interno di questo gruppo però, la maggior parte dei tennisti non possono dirsi a tutti gli effetti “professionisti”, dal momento che -secondo l’analisi della Federazione- solo dai giocatori attorno alla 350esima posizione per gli uomini e 250esima per le donne in su si può parlare di professionismo.

Il circuito di transizione, denominato ufficialmente ITF World Tennis Tour, da inizio 2019 dimezzerà il numero di giocatori presenti in classifica secondo i provvedimenti adottati. L’obiettivo è avere circa 750 professionisti per il Tour maggiore, sia in quello maschile che femminile. Verrà creato un nuovo ranking, che terrà conto dei punti dei tornei ITF da 25.000$ e 15.000$ di montepremi e nelle qualificazioni per i tornei Challenger. Se fino alla stagione 2018 i risultati ottenuti nelle categorie davano dei punti validi per le classifiche ATP e WTA, dal 2019 offriranno “ITF Entry Points”. Nel dettaglio:

 
  • i tornei da 15.000$ di montepremi non offriranno più punti ATP o WTA, ma esclusivamente “ITF Entry Points”;
  •  i tornei da 25.000$ distribuiranno punti in entrambe le classifiche per gli uomini solo per semifinali e finali: nei 25k + Hospitality la vittoria del torneo frutterà 5 punti ATP, la finale 3 e la semifinale 1 ;nei 25k ordinari, la vittoria del torneo frutterà 3 punti e la finale 1; i risultati dai quarti di finale in giù daranno “ITF Entry Points”
    tra le donne continueranno a offrire unicamente punti WTA;
  • verranno denominati ITF Wolrd Tennis Tour 25s e ITF Wolrd Tennis Tour 15s.

A breve l’ITF opererà una selezione. Secondo il prospetto indicato sopra, all’inizio della nuova stagione verranno sottratti al ranking ATP o WTA di un giocatore/giocatrice i punti conquistati dal momento in cui il sistema è stato introdotto e dal 2019 saranno invece validi solo per il “Transition Tour”. Sarà comune perciò per un tennista avere due ranking paralleli, uno del Tour maggiore e l’ITF World Tennis Ranking. Il caso più rilevante è quello di Ugo Humbert, attualmente 84esimo nella classifica ATP. Il giocatore francese entrava a pieni titoli nell’entry list dell’Australian Open 2019, ma gli verranno sottratti 88 punti (dei 97 conquistati) ottenuti nei tornei Futures, scivolando così fuori dalla lista, ma primo tra gli “alternates”.

Nella nuova composizione dei tornei Futures 15k ci sarà un occhio di riguardo per i giovani, ai quali la riforma è in gran parte destinata. Nel tabellone -a 32 partecipanti-, saranno garantiti cinque posti per gli juniores presenti tra i primi cento giocatori del ranking ITF. Si tratta di un chiaro tentativo di consegnare al Tour professionistico dei giocatori con maggiore esperienza internazionale e consentire loro un graduale ingresso tra i “pro”, ma non solo. Ciò che spesso non consente ai migliori giovani prospetti di affermarsi sin da subito sono gli ostacoli economici. Con la riforma del “Transition Tour” l’ITF ha garantito una maggiore omogeneità nella distribuzione dei Futures in calendario. In questo modo anche i giovani potranno prendere parte ai tornei senza dover andare in rosso per le spese del trasferimento.

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Il clown nel tennis

Artisti, prima ancora che professionisti nel mondo della racchetta. E chissà come sarebbe se non ci fossero loro

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Dustin Brown - Wimbledon 2015 (foto @Gianni Ciaccia)

“Sono un clown e faccio collezione di attimi!” (H. Boll)

Attimi non consecutivi, attimi in contraddizione. L’attimo e quello ad esso contrario. Principio di identità e contraddizione. Estemporaneità. Un clown non vuole intrattenere né essere causa di riso o malinconico pianto. Questo è il ruolo che gli è stato assegnato. Un clown non vuole mostrarsi necessariamente bizzarro. Un clown è uno che dà una diversa interpretazione alle cose. Due punti possono essere uniti da una spirale, una linea retta è più breve, ma non necessario. Un clown da un senso a cose che apparentemente non ne hanno ed è quello il suo senso. Spesso le smonta, mutandone il senso ed è anche quello il suo senso. Un clown gioca con l’apparente non senso ed è questo il suo senso.

 

Il tennis non esiste, esiste un’altra cosa di cui il tennis è un mezzo. Dustin Brown non gioca a tennis, fa un’altra cosa. Non ci sono punti, non ci sono games né set, non contano analisi tecniche o tattiche. Nulla di questo è importante, Dustin è un jazzista, un free styler, un improvvisatore. Brown fa rima con clown e l’insieme delle sue improvvisazioni ne attesta l’esistenza. Palle spedite in rete, nei corridoi, nei teloni, nascoste all’avversario, palle che si afflosciano al suolo come goccia o lo bucano come bombe, palle scagliate da una testa di una racchetta che spunta da dietro la schiena, da sotto le gambe o dalla mano nascosta tra lunghi dreads di un uomo volante. Brown non si giudica dai risultati ma dalla collezione di attimi che regala. L’unica vittoria che conta è aver esplicato se stesso, attestato unico di esistenza in quell’opera d’arte che porta il proprio nome.

Il diavolo fa le pentole e prima che riesca a risolvere il problema coperchi arriva Benoit Paire e le distrugge. La palla rimbalza lontano, l’avversario è a rete. Serve passare con un recupero di diritto, Benoit ci arriva, saltello da etoile del balletto classico e via di tweener. Gli viene meglio così. La banalità stressa ed annoia, non è divertente, l’amore e la fantasia si nutrono d’altro. Benoit Paire e la perenne ricerca della fuga dal banale e dalla noia, un match di tennis l’occasione. La palla corta che torna indietro o muore senza rimbalzare, una volée alta di rovescio giocata da terra, tweener seriale, gratuito di diritto seriale, doppio fallo seriale. La serialità della apparente follia il filo logico portante. Mai fidarsi di un barbuto hipster con racchetta, solo gustarsi il piacere di lasciarsi sorprendere.

Gael Monfils – Roland Garros 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

A tennis gioca Gael Monfils, di indole clown e di professione tennista. Qualche misterioso desiderio masochistico o espiatorio, lo porta a svolgere il proprio lavoro da stoico manovale della racchetta. Corre, sbuffa e rema Gael, ogni tanto se ne dimentica dando sfogo alla sua vera natura e vengono fuori cose meravigliose. Tra prodezze fisiche, recuperi impossibili, spaccate, colpi in elevazione o con sforbiciata, tweener, tocchi irridenti, sguardi, atteggiamenti, scenette ed espressioni da attore consumato, simulazioni di malesseri e di abbandono dello scambio, Monfils porta avanti il suo show a sprazzi con il rimpianto che un tennis più propositivo lo avrebbe reso un tennista ed un clown migliore.

Nick Kyrgios fa il clown per non soffrire. Se quel che potrebbe essere devasta, prima che accada lo si può boicottare. Un clown colleziona attimi, lui lo fa per evitare lo stress di collegarli e dare titolo ad una storia. Nell’altrui attesa di divenir Federer, Grigor Dimitrov gioca a Stoccolma e serve il suo game di battuta. Sock che è uno che in un campo da tennis sa divertirsi, risponde forte sui piedi e Grigor chiude il punto giocando un colpo da dietro la schiena. Punto successivo, Sock risponde ancora più forte ed ancora tra i piedi e Dimitrov avendo ancora meno tempo, colpisce da sotto le gambe e fa ancora punto. Tanta fantasia imbrigliata in cambio di niente non gli basterà, qualcuno ha visto arrivare Godot?

Nick Kyrgios – US Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Nastase, Navratilova, McEnroe, Mandlikova, Noah, Mecir, Leconte, Ivanisevic, Rios, Agassi, Sampras, Henin, Federer, Radwanska, dei clown hanno la visionarietà, l’interpretazione dell’attimo, ma mai scollegato dalla visione d’insieme ed infatti chi più, chi molto, chi meno, son stati campioni. Il loro nome lo si può trovare negli albi dei grandi eventi dove ci sarà sicuramente qualcuno qui omesso per fretta e dimenticanza. Di alcuni gli albi e le cronache nemmeno ne portano traccia poiché tennisti dai risultati modesti o dall’attimo singolo che non fa collezione.

Fabrice Santoro lo chiamavano Le Magicienne e non aveva fisico da tennista così come modo di impugnare la racchetta. Ha fatto finire dallo psichiatra molti tennisti con le sue magie per poi passare a divenire una star del senior tour lasciando il suo trono, senza erede. Per dei brevi momenti sembrava dover essere Dolgopolov, ma lo hanno visto scivolare mentre tentava di arrampicarcisi.

Anno del Signore 1988. Boris Becker, il più giovane vincitore della storia di Wimbledon al pieno della sua carriera, incontra sulla terra rossa di Amburgo un tipo strano dagli enormi baffoni e dagli enormi quadricipiti femorali contestualizzati in un fisico da impiegato. Strana è anche la provenienza per un tennista, l’Iran, infatti il tipo vive in Francia da una vita. Mansour Baharami è il suo nome ed è sconosciuto ai più. Si fa notare sin dai primi punti per avere un senso del tennis tutto personale. Colpi bislacchi tirati alla carlona, repertorio di assolute scempiaggini, nessun rudimentale rigore tattico, l’idea di non applicarcisi nemmeno. La gente però si diverte e Becker capisce che quel tipo strano gli porterà via la scena.

Ma cosa può un tennista contro uno show man puro, per la conquista dell’applauso? Becker è uno dei tennisti più presuntuosi e pieni di se mai apparsi e questa cosa lo manda in bestia, ma cosa può fare se non vincere il match a colpi di randellate? Becker sa che l’applauso oggi non sarà per lui. Becker può giocare volée sublimi, drittoni pesantissimi, rovesci da manuale, servire bazookate, ma cosa può contro uno che sulla risposta mima il passo del giaguaro per arrivare a rispondere sulla linea del servizio con una palla corta e vincere il punto? Cosa può un tennista pur superdotato di talento contro uno che ti fa uno scambio di cui due colpi sono tweener o che lobba al volo in controtempo e usa il dropshot come un colpo base? Può giocare a tennis al meglio che può senza lasciarsi condizionare dall’applausometro e da cosa combina l’altro. E questo accade.

Becker si scioglie, si rassegna a lasciare per un giorno la platea all’avversario e i ruoli sembrano essersi pacificamente definiti: uno deve vincere il match, l’altro fare lo show. Il match si chiude con Bahrami che serve non colpendo la palla sopra la testa, ma fa il movimento a vuoto per poi colpirla da sotto, prima che essa caschi a terra. Gioco, partita, incontro Becker, ma quel giorno probabilmente nasce la leggenda di Mansour Bahrami, il clown definitivo del tennis. Bahrami racchetta campo e pallina ha dovuto conquistarseli, l’Iran della Rivoluzione Islamica non vedeva di buon occhio i trastulli degli occidentali, quindi prese la borsa dei giochi e dei trucchi e trasferì i suoi baffoni in Francia. Una volta tennista giullare tendenzialmente doppista, ha deciso di ringraziare il mondo della racchetta donandogli intrattenimento, gioia, divertimento e spensieratezza, specie nel post carriera dove è divenuto star richiestissima per esibizioni, spesso accompagnato dai protagonisti del Senior Tour ed altre ex star del tennis che di volta in volta si prestano a fargli da spalla.

Mansour Bahrami – Australian Open Legends 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Non prendersi troppo sul serio è una delle miglior vie per vivere seriamente la propria esistenza. “La musica non esiste, esiste un’altra cosa di cui la musica è una serva e come tale va trattata e infatti io non suono faccio tutta un’altra cosa” (A. Bonomo). Per un clown le cose esistono, ma sono un’altra cosa. Un clown non è nato per scatenare il riso o un malinconico pianto, è solo uno che da una diversa interpretazione alle cose.

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