Basilea dolce casa. Federer fatica ma non perde mai. Bertens e Stephens, a voi la semifinale (Crivelli). Wozniacki choc: ”Soffro di artrite reumatoide” (Secolo XIX). Elogio del tie-break, che aumenta lo spettacolo e uccide la noia (Medina). Otto Next Gen per una wild card (Facchinetti)

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Basilea dolce casa. Federer fatica ma non perde mai. Bertens e Stephens, a voi la semifinale (Crivelli). Wozniacki choc: ”Soffro di artrite reumatoide” (Secolo XIX). Elogio del tie-break, che aumenta lo spettacolo e uccide la noia (Medina). Otto Next Gen per una wild card (Facchinetti)

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Basilea dolce casa. Federer fatica ma non perde mai (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Cosa dolce casa: «E’ sempre un piacere giocare qui, solo Wimbledon con la sua storia e con quello che ha rappresentato per me può avvicinarsi». II legame speciale di Roger Federer con Basilea, la città dove è nato e dove ha vissuto fino a 14 anni prima di trasferirsi al centro federale di Ecublens, è testimoniato dalle otto vittorie nel torneo, dai 16 quarti di finale giocati e dalla serie positiva di 18 partite (non perde un match dal 2014), tenuta viva ieri con il successo su Simon. LUCI E OMBRE Insomma, di fronte a papà Robert e mamma Lynette è ancora aperta la caccia a un trofeo che quest’anno manca ormai da Stoccarda a giugno e che sarebbe il numero 99 in carriera, anche se la versione casalinga del Divino fin qui non è stata appassionante se non per l’affetto enorme della gente. Nella nona sfida in carriera contro il francese, 32 del mondo, Roger resta in campo 2 ore e 34 minuti e se ritrova parzialmente il servizio (15 ace e il 71% di punti con la prima, ma anche 5 break subiti), balbetta nei colpi da fondo, in particolare quelli giocati per fare il punto diretto (alla fine saranno ben 60 i gratuiti). E’ vero che per sua stessa ammissione negli ultimi tre mesi è stato tormentato da guai alla mano destra molto abilmente celati, e dunque la routine quotidiana ne ha risentito: la semifinale con Tsitsipas o Medvedev, due fra i giocatori più caldi del momento, sarà rivelatrice delle condizioni attuali dello svizzero, iscritto anche a Bercy (c’erano dubbi, peraltro non ancora dissipati, sulla partecipazione parigina) e sicuramente focalizzato sul Masters di fine anno, una sorta di torneo del giudizio tra lui, Nadal e Djokovic, tornati a dominare come ai bei tempi. ARIA DI FINALS A Londra ci sarà sicuramente Zverev, al solito molto più convincente nelle partite due su tre e chirurgico nel prendersi la vendetta, anche con un punto arrivato dopo 40 colpi, sullo spagnolo Bautista, che nel 2013 lo batté nella sua prima partita sul circuito Atp, a Amburgo, da wild card sedicenne. Per la cronaca, i soli tedeschi a vincere a Basilea sono stati Becker e Stich (93 e `94). In proiezione Atp Finals, però pesa soprattutto Vienna, dove nei quarti erano in corsa quattro pretendenti agli ultimi tre posti rimasti (che poi sono quattro perché Del Potro rinuncerà) e si affrontavano tra di loro. Grande dimostrazione di forza di Nishikori, forse alla miglior partita della stagione contro Thiem, piegato in appena 69 minuti e con appena 10 gratuiti concessi. Con la vittoria il giapponese scavalca Isner al nono posto della Race stagionale, in pratica l’ultimo biglietto utile. Assai vicino al viaggio verso la 02 Arena è anche il sudafricano Anderson, sicuro della qualificazione se vincerà il torneo austriaco. Aveva una sfida delicata con Coric, altro pretendente, ma il croato si è ritirato e adesso deve sperare in un miracolo sulla Senna.


Bertens e Stephens a voi la semifinale. È la solita lotteria (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Corne sempre, le Wta Finals sono il torneo più impronosticabile. Perché arrivano alla fine di una stagione massacrante e più delle gambe conta la forza mentale di andare oltre i limiti. E poi c’è il solito refrain del tennis femminile di adesso: tramontata l’era delle dominatrici, Serena Williams in testa, tra le top ten può vincere chiunque. Perciò alle semifinali di Singapore non approda nessuna delle vincitrici Slam del 2018 (a dire il vero la Halep è assente) e si rivede la Svitolina che dopo il trionfo di maggio a Roma ha collezionato appena un’altra semifinale (a Montreal). Oppure la Stephens, unica del quartetto campionessa di un Major (gli Us Open dell’anno scorso) ma reduce da tre eliminazioni al primo turno negli ultimi quattro tornei. Completano la rosa la Bertens, sorpresa relativa, perché è arrivata al Masters sull’abbrivio di un eccellente finale di stagione che le ha regalato la qualificazione proprio nell’ultima settimana e poi la picchiatrice Kvitova, in una delle quelle settimane in cui può diventare ingiocabile. Vinca la migliore.


Wozniacki choc: “Soffro di artrite reumatoide” (Secolo XIX)

Dall’Olimpo del tennis all’incubo di non poter più tenere una racchetta in mano. E il fulmine a ciel sereno che ha colpito la danese Caroline Wozniacki a cui è stata diagnosticata una forma di artrite reumatoide prima degli US Open. La 28enne danese, n° 3 al mondo ed ex n° 1, vincitrice dell’ultimo Australian Open, lo ha rivelato dopo la conclusione della sua stagione, sconfitta dall’ucraina Elina Svitolina nel round robin alle Wta Finals di Singapore. «All’inizio è stato uno choc, visto che ti senti come l’atleta più forte di tutte e all’improvviso ti trovi a dover convivere con questo problema. Devi solo essere positiva e affrontarlo, ci sono comunque modi in cui puoi stare meglio. E stato molto duro, ma sono orgogliosa di come sono stata positiva, non permettendo a tutto ciò di ostacolarmi». Wozniacki ha rivelato d’aver cominciato a sentirsi affaticata dopo Wimbledon, quando una mattina si è svegliata a Montreal incapace di sollevare le braccia sopra la testa, dovendo poi ritirarsi nel match d’esordio a Cincinnati. Gli esami hanno portato alla diagnosi di artrite reumatoide, malattia autoimmune che causa gonfiore delle articolazioni e affaticamento. La danese ha assunto farmaci e ricevuto cure. E si è detta convinta che non avrà un impatto significativo sulla sua carriera. «Ci sono molte persone che stanno combattendo con questa malattia e spero di poter rappresentare per loro qualcuno a cui possono guardare e dire “se può farlo lei, posso farlo anche io”. E, insieme, sostenerci a vicenda.


Elogio del tie-break, che aumenta lo spettacolo e uccide la noia (Giulia Medina, Il Foglio)

A Wimbledon stava calando la sera, l’orologio segnava le 19.20, era il 13 luglio di quest’anno, il sole era andato via da un po’. John Isner a un certo punto del quinto set, dopo sei ore di semifinale, si è rivolto alla giudice arbitro Marija Cicak e l’ha supplicata: “Mi scusi se mi permetto, non è che si potrebbe giocare un tie-break?”. Sembrava l’ultima preghiera di un condannato. Lei ha sorriso e non ha avuto nemmeno bisogno di rispondere. Il tennista statunitense si è alzato ed è tornato in campo rassegnato a ricevere il servizio di Kevin Anderson. Ancora una volta. A Isner era successa la stessa cosa otto anni prima, sempre a Londra, al secondo turno contro il francese Nicolas Mahut. Servizi vincenti contro servizi vincenti, più di cento ace a testa, una partita che non voleva saperne di finire. Quella volta vinse lui 6-4 3-6 6-7 7-6 70-68 dopo tre giorni e 183 game, in totale 11 ore e 5 minuti dentro al campo. L’ultimo set era durato più di 8 ore: il corridore britannico Mohamed Farah nello stesso tempo avrebbe potuto percorrere quattro maratone. Una targa sul campo numero 18 la ricorda come la partita professionistica più lunga della storia del tennis. Era stato bellissimo, era stato troppo. Quest’anno Isner ha perso 6-7, 7-6, 7-6, 4-6, 26-24 dopo un quinto set durato due ore e 55 minuti (la finale tra Djokovie e Anderson, premiazione compresa, in totale è durata dieci minuti in meno).  E finita tra gli applausi e gli sbadigli del pubblico che, gentilmente come al solito, non ne poteva più di vedere tutti quegli ace. John McEnroe, ai microfoni della Bbc, commentò: “Non è giusto, è stata una tortura, un inutile massacro, è ora che cambi qualcosa anche qui dentro”. “Come ti senti?” chiesero a Isner i giornalisti a fine match. “È terribile”, rispose lui, e non aveva nient’altro da aggiungere. Sei ore buttate nel niente. Dopo tutti quei vincenti, palle salvate, vantaggi, break e contro break, se mai c’era stata una ragione per cui aveva amato il tennis, se l’era dimenticata. Dalla parte dei vincitori, la sensazione era più o meno la stessa. Kevin Anderson aveva appena raggiunto la sua seconda finale Slam in carriera e non riusciva a trovare la forza per sorriderne. “Le mie gambe hanno la stessa consistenza della gelatina, posso assicurarvi che non c’è niente di bello nel vincere partite del genere”. Aveva vinto, la sua schiena non se n’era accorta, urlava, gliel’avrebbe fatta pagare; i piedi erano diventati un campo di battaglia. Due giorni dopo avrebbe incontrato Djokovic su quello stesso campo, il solo pensiero gli faceva venire la nausea. Dopo le polemiche nate da quella partita, l’organizzazione di Wimbledon ha deciso di ascoltare le richieste dei giocatori. Dal prossimo anno, sul 12 pari del quinto set verrà introdotto il tie-break (come già succede agli Us Open dal 6 pari). Nel regno del passato e della tradizione hanno deciso di fare un strappo all’etichetta per amore del gioco, del pubblico pagante e della sua pazienza limitata, e soprattutto per rispetto alla salute dei tennisti. La scelta del 12 pari, suggerita anche da Isner, è sembrata la migliore: prima di decidersi tutto in sette punti, i giocatori hanno la possibilità di giocare altri 12 giochi, che equivalgono a un altro set. L’ultima finale finita oltre il 12 pari nella storia dei Championship resterà quella giocata nel 2009 tra Andy Roddick e Roger Federer. Era il 5 luglio, Andy Roddick allora numero 6 del mondo, non ha mai perso il servizio per 37 game consecutivi. Ace, prime di servizio a una media che superava i 200 km/h, dritti vincenti scaraventati sulle righe di fondo, discese a rete, passanti e volée: quel pomeriggio l’americano buttò in campo tutto quello che aveva da offrire allo sport. Poteva bastare? Non proprio. Quando il tabellone del punteggio indicava 2 set pari, 8 pari e 40 pari, cos’altro bisognava dimostrare per capire che quella finale non meritava né vincitori né vinti? Ma qualcuno doveva alzare il trofeo. Roddick aveva l’erba del centrale anche in mezzo ai denti, da circa quattro ore il suo campo visivo era ossessionato da ciò che accadeva dall’altra parte della rete, una prospettiva di circa otto metri gli stava massacrando l’anima e il corpo. Come avrebbe potuto non odiare ciò che stava facendo? Non riusciva a smettere di giocare. È finita 5-7 7-6 7-6 3-6 16-14 per il tennista svizzero, che conquistò il titolo per la sesta volta. Dopo aver stretto la mano all’avversario, Federer ha trovato la forza per saltare un paio di volte e poi si è dovuto aggrappare alla rete, non riusciva a stare in piedi. Roddick ha lanciato la racchetta per aria, ha abbassato la testa e non l’ha rialzata più. “Ci ho provato, ve lo giuro”. Lo avevano capito tutti, ma non era bastato. Il tie-break è stato introdotto per la prima volta agli Us Open nel 1970, Australian Open e Roland Garros lo adottarono rispettivamente nel 1971 e nel 1973. Wimbledon come al solito ci mise più tempo per adeguarsi alla modernità, a malincuore gli organizzatori lo inserirono nel regolamento nel 1979, a esclusione del quinto set. I critici e i reazionari si lamentarono, era una brutta rivoluzione, la morte del tennis e delle sue consuetudini. Ci fecero l’abitudine quasi subito, la nuova invenzione piacque a tutti. Il tie-break aumenta lo spettacolo e la dose di imprevedibilità. Nel tennis basta un punto per spostare gli equilibri, una partita spesso viene decisa da una manciata di secondi. È vero sempre, nel settimo game lo è di più. Sul 6 pari del quarto set non è più soltanto tennis quello che succede dentro il campo. I giocatori si portano dietro tutti i loro fantasmi, il respiro che si strozza in gola, la paura di sbagliare, la fiducia in se stessi che non è mai illimitata. Si portano dietro ciò che rimane del corpo, la capacità di resistere, di stringere i denti e di pensare, ingannandosi, “ancora un punto, poi un altro, tra poco sarà tutto finito”. L’avversario diventa l’ultimo dei problemi. John McEnroe e Björn Borg, nella finale del 1980, hanno giocato cinque set prima di abbandonare il campo. Il quarto parziale si è deciso al tie-break, il secondo della storia di una finale a Wimbledon, il più importante. L’americano entra sul Centrale indossando una fascia rossa sulla fronte, più passa il tempo più diventa pallido in viso, gli occhi scavati. Fa serve and volley da due ore e 40 minuti e l’arbitro lo condanna a continuare. Il tredicesimo game dura 34 punti, finisce 16-14 per McEnroe. Dentro a quei 22 minuti e 18 secondi è contenuto tutto il tennis fino ad allora conosciuto. Meglio di così, a quei tempi, non si poteva giocare. McEnroe, le sue mani sui fianchi e poi subito dopo davanti agli occhi per non guardare il suo passante fuori di niente ma comunque fuori, ha dovuto salvare 4 match point dello svedese. Quando Borg sbaglia, lui non esulta, non ne ha proprio motivo, al massimo tira un sospiro di sollievo: lo spettacolo può continuare, l’agonia anche. Sul 7-6 lo svedese numero uno al mondo cade sull’erba, sbaglia volée e match point. Quel che resta del suo avversario è ancora vivo, ancora in piedi. McEnroe odia il tennis, Wimbledon, l’erba rovinata dal sole e dalle sue scarpe, odia la rete e le linee di fondo campo. Odia anche Borg e fa bene, vince il tie-break ma non ha tempo di pensarci perché il set decisivo è di Borg che con un punteggio di 1-6 7-5 6-3 6-7 8-6 vince il titolo per la quinta volta consecutiva. “Cosa ti ricordi di questo tie-break?”, hanno chiesto alla schiacciatrice Miriam Sylla in un’intervista a Repubblica dopo la semifinale vinta contro la Cina ai Mondiali di pallavolo. “Niente. Assolutamente niente. Non mi ricordo nemmeno di averlo giocato”, ha confessato lei. Roger Federer è sempre stato contrario all’introduzione del tie-break nel set finale di Wimbledon. “Il tennis non è una partita ai calci di rigore, non si può decidere chi vince e chi perde in maniera cosi impietosa e ingiusta”. Si sbaglia, soprattutto lui che è il tennista con più vittorie all’attivo. Il tie-break finale non è uno scandalo, non è solo fortuna e non sono calci di rigore. E anche se fosse il risultato non cambia, lui dovrebbe saperlo: nello sport vince sempre il più bravo.


Otto Next Gen per una wild card (Andrea Facchinetti, Il Giorno)

Il quadro dei partecipanti alla Next Gen Atp Finals 2018 in programma a Milano Fiera-Rho dal 6 al 10 novembre si è ufficialmente delineato con la qualificazione dello spagnolo Jaime Munar che va a fare compagnia a Stefanos Tsitsipas (Gre), Denis Shapovalov (Can), Alex De Minaur (Aus), Francis Tiafoe (Usa), Taylor Fritz (Usa) e Andrey Rublev (Rus). A completare il mosaico del torneo riservato ai migliori under 21 del circuito internazionale manca solo una casella, riservata ad un italiano che uscirà dal torneo di qualificazione al via venerdì 2 novembre sui campi indoor dello Sporting Milano 3, la cui lista ufficiale è stata presentata nel circolo alle porte di Milano. Il ruolo di favorito spetta al romano Gian Marco Moroni, numero 228 Atp, seguito a ruota dal pugliese Andrea Pellegrino, dai laziali Riccardo Balzerani e Liam Caruana (nella foto). Nel ruolo di outsider si calano invece il novarese Giovanni Fonio, il romagnolo Enrico Dalla Valle, del napoletano Raul Brancaccio e il romano Jacopo Berrettini. Due le novità rispetto al 2017. La prima è la superficie, che sarà la stessa utilizzata a Rho per i due gironi e le fasi finali del torneo principale, la seconda è la regola che impone ai giocatori di prendersi da soli l’asciugamano, senza il supporto dei raccattapalle.

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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