Le chiavi del rompicapo serbo

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Le chiavi del rompicapo serbo

Cosa non ha funzionato nel gioco di Federer a Cincinnati e Bercy, in occasione delle ultime due sconfitte con Djokovic? Nadal è stato ‘tatticamente’ risolto da Federer, ma il serbo rimane un rebus… proviamo a capire perché

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La più lunga sfida due set su tre fra il serbo e lo svizzero ha regalato al pubblico di Bercy tre ore di emozioni e spettacolo. Se Roger negli ultimi due anni ha trovato le contromisure – rosso a parte – per mettere il guinzaglio alla sua nemesi storica, alias Rafa Nadal, le cose con RoboNole da un po’ di tempo a questa parte si stanno mettendo male. Negli ultimi tre anni il bilancio è di 7-3 per il serbo, con l’ultima vittoria di un certo peso di Federer risalente a Cincinnati 2015. Per capire allora quali sono le chiavi tattiche che potrebbero permettere a Federer di riportare le cose in parità, esaminiamo anche con l’aiuto dei dati hawk-eye quattro match peculiari:

  • Federer vs Djokovic – Bercy 2018
  • Federer vs Djokovic – Cincinnati 2018
  • Federer vs Nadal – Miami 2017
  • Federer vs Nadal – Shanghai 2017

Abbiamo quindi a disposizione due incontri ben giocati da Federer (Bercy 2018 e Miami 2017), uno perso malamente (Cincinnati 2018) e uno in cui Roger ha probabilmente espresso un picco assoluto di rendimento indoor (Shanghai 2017).

RENDIMENTO AL SERVIZIO (FEDERER)

 
Bercy18 Cinci18 Shanghai17 Miami17
First serve % 67% 58% 68% 63%
Point won 1st serve 74% 67% 83% 87%
Point won 2nd serve 54% 47% 79% 48%

Sotto il profilo della continuità al servizio la partita di Bercy è stata di assoluto spessore, con una percentuale di prime che ha sfiorato il 70% come a Shanghai, la prestazione di riferimento per determinare probabilmente il picco di rendimento a disposizione di Roger. Confrontando anche i dati con la prestazione di Cincinnati, la soglia di sopravvivenza per il campione di Basilea si attesta su una percentuale di prime palle del 65%.

Bercy18 Cinci18 Shanghai17 Miami17

SERVES UNRETURNED

33% 38% 48% 26%

1ST SERVES UNRETURNED

43% 49% 56% 31%

2ND SERVES UNRETURNED

13% 22% 29%

17%

AVERAGE 1ST SERVE NET CLEARANCE 23 CM 20 cm 21 CM

24 CM

AVERAGE 2ND SERVE NET CLEARANCE 31 CM 30 cm 24 CM

27 CM

Se a Shanghai sembra essere stata una giornata di grazia al servizio, è curioso notare come Bercy e Cincinnati siano state in termini di resa pura al servizio migliori rispetto a Miami 2017. In quell’occasione i punti ottenuti direttamente con il servizio erano stati decisamente inferiori rispetto a Cincinnati e Bercy. Il problema di Federer sta nel fatto che quando Nole è riuscito ad avviare lo scambio in maniera sufficiente, poi sono stati quasi sempre dolori. Nel match di Miami contro Nadal, invece, lo svizzero era riuscito ad ottenere buoni risultati anche nelle situazioni di scambio mediamente prolungato (tra cinque e nove colpi). Risulta vitale quindi per Federer contro Djokovic poter disporre di un servizio che assicuri un flusso importante di punti diretti. Condizioni più lente come quelle di Miami sembrano di base proibitive e il target minimo che Roger dovrebbe assicurarsi con questo fondamentale sembra quindi nell’ordine del 45% con la prima e del 15% con la seconda in termini di punti diretti.

Come nota a margine va rilevato che a Bercy la seconda era molto lavorata e ben alta sopra la rete. Considerando la capacità di Djokovic di gestire questo tipo di rotazioni, allo svizzero potrebbe essere utile considerare un approccio meno conservativo sulla seconda, anche a costo di commettere qualche doppio fallo in più.

RENDIMENTO IN RISPOSTA

Bercy18 Cinci18 Shanghai17 Miami17

1ST SERVE RETURNS MADE

73%

68% 72% 76%
2ND SERVE RETURNS MADE 68% 33% 78%

77%

Per quanto riguarda il rendimento in risposta la prima evidenza è data dalla capacità dello svizzero di far partire lo scambio. È interessante notare come contro Djokovic la percentuale di risposte positive sia stata superiore contro la prima di servizio: ciò è sicuramente dovuto al tentativo dello svizzero di essere incisivo in avvio di scambio. A Cincinnati lo scarto è stato addirittura clamoroso: solo il 33% delle risposte sulla seconda di Djokovic si sono rilevate efficaci, il che ha implicato un totale incapacità di manovrare sui servizi teoricamente meno incisivi del serbo. Tale statistica ha sicuramente avuto il suo peso anche nell’approccio alla partita di Bercy, come si può vedere meglio dall’ulteriore dettaglio dei dati sulla risposta.

Bercy18 Cinci18 Shanghai17 Miami17

AVERAGE RETURN SPEED ON 1ST SERVE

84 KMH 88 KMH 97 KMH 93 KMH

AVERAGE RETURN SPEED ON 2ND SERVE

97 KMH 103 KMH 107 KMH 106 KMH
FOREHAND RETURNS % 36% 42% 53%

62%

BACKHAND RETURNS %

64% 58% 47%

38%

RETURN SPINS – TOPSPIN / SLICE

50% / 50%

63% / 37% 95% / 5%

95% / 5%

La partita di Bercy è quella che registra i colpi di risposta con le velocità più basse fra quelli esaminati. L’indicazione sembra chiara: dopo la batosta di Cincinnati, match nel quale i colpi non sarebbero entrati in campo neanche con una rete da ping pong, Roger ha deciso di sollevare il piede dall’acceleratore e far almeno partire lo scambio, con velocità di crociera più basse e un uso massiccio dello slice. Se nelle sfide con Nadal la chiave di volta era stata la risposta coperta aggressiva, sia di diritto che di rovescio, nella partita di Bercy la tendenza è opposta: risposte in (relativa) sicurezza con lo slice di rovescio. E se il 2017 è stato l’anno della svolta, nel quale Roger ha cominciato a rispondere coperto e aggressivo alle uncinate di Nadal soprattutto dal lato del vantaggio, con Nole siamo ancora in mezzo al guado.

Roger Federer – ATP Parigi-Bercy 2018 (foto via Twitter, @RolexPMasters)

Il servizio kick sul rovescio di Roger è ancora una rompicapo senza soluzione e consente al serbo il vantaggio tattico di iniziare lo scambio su di una palla facilmente aggredibile. L’indicazione tattica pertanto sembra chiara: pur giocando una partita gagliarda, Federer ha raccolto la miseria di due palle break in 18 turni di servizio del serbo. Una performance insufficiente, almeno in risposta, sebbene lo svizzero abbia saputo tenersi a galla in modo mirabile grazie agli altri comparti del gioco. Volendo dare anche in questo caso dei “numeri magici”, ci sembra di poter dire che Roger non può prescindere dal giocare almeno un 65% di risposte coperte sul servizio di Nole, mantenendo però una percentuale di risposte positive non inferiore al 60% sulla seconda.

RENDIMENTO NEL PALLEGGIO

Bercy18

Cinci18 Shanghai17

Miami17

FOREHANDS %

46% 51% 56% 65%

BACKHANDS %

54% 49% 44% 35%

BACKHAND SHOT SPINS – TOPSPIN / SLICE

49% / 51% 66% / 34% 70% / 30%

55% / 45%

Il rovescio sembra decisamente la chiave tattica che può indirizzare la partita. Nadal a Miami, reduce dallo shock del quinto set di Melbourne e dalla scoppola di Indian Wells, tenta di sottrarsi alla solita strategia di attaccare il rovescio dello svizzero sparigliando le carte e attaccando sul diritto, senza però ottenere successo. A Shanghai addirittura si abbatte sul malcapitato maiorchino la tempesta perfetta, con Roger che gioca rovesci coperti in quantità che spazzolano il campo. Roger prova a riproporre il ‘tema’ del rovescio anche a Cincinnati contro Djokovic, ma – come abbiamo visto – con scarsi risultati. E anche qui emerge una certa memoria tattica; nella testa di Federer l’idea sembra quindi: “Non sono riuscito a incidere, anzi, sono andato incontro a una valanga di errori non forzati? Ok, allora applico una tattica più conservativa e cerco di rimanere in partita e trovare ritmo con i colpi, giocando se necessario con le unghie”. Risultato? Un ritorno prepotente del rovescio in back che a Bercy torna a superare il 50% delle esecuzioni dopo il minimo storico di Shanghai.

Bercy18

Cinci18 Shanghai17

Miami17

POINTS WON UNDER 5 SHOTS as % of TOTAL POINTS PLAYED

30% 27% 41% 32%

POINTS WON BETWEEN 5-9 SHOTS as % of TOTAL POINTS PLAYED

14% 15% 18%

20%

RATIO BREAK POINT FOR/AGAINST

17% 17% Nessun BP affrontato 225%
BREAK POINT SAVED % 100% 50% Nessun BP affrontato

100%

Considerando l’attuale fase della carriera di Federer, i punti giocati sopra i 9 scambi dovrebbero essere una parte residuale e da limitare il più possibile, una strategia per cui optare solo quando il punteggio lo richieda necessariamente. Per non andare troppo in sofferenza, l’obiettivo di Roger dovrebbe essere idealmente un 47-48% di punti vinti sotto i 9 scambi. Nella partita di Bercy tale soglia non è stata raggiunta e infatti la pressione nei turni di servizio è stata spesso enorme, traducendosi in un rapporto break point a favore/contro quasi insostenibile. A Miami le palle break a disposizione di Federer sono state 2,25 volte quelle di Nadal, mentre a Cincinnati e a Bercy sono state in entrambi i casi il 17% di quelle avuti a disposizione di Djokovic. Una delle grandi differenze dell’ultima sfida è stata evidentemente la tigna con cui Roger si è aggrappato al servizio con le unghie e con i denti, azzerando le 12 (!) palle break e salvando il servizio in tutti e 18 i suoi turni di battuta.

Novak Djokovic e Roger Federer – ATP Parigi-Bercy 2018 (foto via Twitter, @RolexPMasters)

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Se siete tifosi di Roger la speranza è quella di vedere queste statistiche a fine match:

London18

First serve %

65%

Point won 1st serve

80%

Point won 2nd serve

55%

SERVES UNRETURNED

35%
1ST SERVE RETURNS MADE

75%

2ND SERVE RETURNS MADE

60%

RETURN SPINS – TOPSPIN / SLICE

65% / 35%
AVERAGE RETURN SPEED ON 2ND SERVE

103 KMH

BACKHAND SHOT SPINS – TOPSPIN / SLICE

65% / 35%

RATIO BREAK POINT FOR/AGAINST

1:1
BREAK POINT SAVED %

80%

POINTS WON UNDER 5 SHOTS as % of TOTAL POINTS PLAYED

33%

POINTS WON BETWEEN 5-9 SHOTS as % of TOTAL POINTS PLAYED

15%

Se poi neanche una cosa del genere fosse sufficiente, allora meglio farsene una ragione e aspettare che RoboNole torni in letargo.

Federico Bertelli

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Wimbledon: queste semifinali sarebbero piaciute a Svevo

Per il secondo anno consecutivo, i quattro semifinalisti dei Championships sono tutti giocatori over 30. Federer, Nadal, Djokovic e Bautista Agut fanno registrare un record: l’età combinata dei quattro è la più vecchia in Era Open

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Senilità: titolo di un romanzo di Italo Svevo o incipit di un articolo di presentazione delle semifinali di Wimbledon edizione 2019? Entrambe le cose. Quelle che si disputeranno venerdì sul Central Court saranno infatti le semifinali più attempate dell’Era Open. Sommando l’età di Bautista Agut (31 anni), Djokovic (32 anni), Nadal (33 anni) e Federer (38 il prossimo mese) si ottiene il numero record di 134 primavere. L’età aggregata e media di tutti i semifinalisti delle edizioni Open dei Championships è riassunta nella seguente tabella:

Edizione Anni semifinalisti  Media
1968 105          26,3
1969 108          27,0
1970 124          31,0
1971 114          28,5
1972 101          25,3
1973 109          27,3
1974 113          28,3
1975 109          27,3
1976 98          24,5
1977 87          21,5
1978 106          26,5
1979 103          25,8
1980 101          25,3
1981 105          26,3
1982 103          25,8
1983 98          24,5
1984 100          25,0
1985 102          25,5
1986 91          22,8
1987 105          26,3
1988 95          23,8
1989 104          26,0
1990 96          24,0
1991 94          23,5
1992 96          24,0
1993 98          24,5
1994 102          25,5
1995 101          25,3
1996 104          26,0
1997 109          27,3
1998 105          26,3
1999 109          27,3
2000 109          27,3
2001 116          29,0
2002 100          25,0
2003 95          23,8
2004 91          22,8
2005 101          25,3
2006 110          27,5
2007 88          22,0
2008 109          27,3
2009 108          27,0
2010 95          23,8
2011 99          24,8
2012 108          27,0
2013 100          25,0
2014 107          26,8
2015 119          29,8
2016 121          30,3
2017 127          31,8
2018 128          32,0
2019 134          33,5


A livello generale osserviamo che:

1- il record di precocità è appannaggio dell’edizione del centenario: 1977. Quell’anno le semifinali videro protagonisti McEnroe-Connors da un lato e Borg-Gerulaitis dall’altro

2- nel 1977 Bjorn Borg – classe ’56 e nel 1977 già detentore di tre titoli dello Slam – e John McEnroe – classe ’59 – avevano i requisiti anagrafici per prendere parte al torneo NextGen

3- in cinque edizioni (1970-2001-2006-2016-2017) due dei protagonisti avevano superato i trent’anni di età

4- nel 2018 tutti i semifinalisti (Isner, Anderson, Djokovic e Nadal) avevano un’età superiore ai 30 anni

5- in 45 occasioni tre semifinalisti avevano meno di trent’anni

A livello individuale:

1- Ken Rosewall è il giocatore più anziano ad essere giunto alle semifinali. Correva l’anno 1974 e “Muscles” era prossimo ai quarant’anni. Per la cronaca l’australiano perse poi la finale contro Jimmy Connors

2- Quattro i teen ager: McEnroe (1977), Cash (1984), Becker (1985 e ’86), Ivanisevic (1990). Becker vinse il torneo sia nell’85, sia nell’86

 

Allargando l’analisi dalle singole annate alle decadi, abbiamo l’ovvia conferma del fatto che l’invecchiamento anagrafico di Federer, Nadal e Djokovic rende l’ultimo decennio quello con la media più alta:

DECADE ETA’ MEDIA
70-79 26,6
80-89 25,1
90-99 25,4
2000-2009 25,7
2010-2019 28,5


Se allargassimo l’analisi ai restanti tornei dello Slam, i risultati risulterebbero molto simili e viene quindi spontaneo chiedersi se la situazione creatasi in questi anni sia maggiormente riconducibile ai meriti dei più forti (e vecchi) o ai demeriti delle nuove leve. Propendiamo per i meriti.

Osservando le partite dei tre principali indiziati di cannibalismo tennistico, si nota che al loro enorme talento tecnico, fisico e mentale si unisce una condizione atletica quasi preternaturale se rapportata all’età. Questa peculiarità è riscontrabile in altri ultratrentenni di vertice che corrono oggi più o meno alla medesima velocità di quanto correvano a inizio carriera e per il medesimo tempo, ed è frutto non solo di grande serietà professionale (talvolta ignota ai più giovani), ma anche della collaborazione non saltuaria con i migliori specialisti al mondo nel campo della cura del corpo lato sensu (medici sportivi, fisioterapisti, preparatori atletici, nutrizionisti).

La scienza, unita alla tecnica, permette loro di fare gesti atletici che un ultratrentenne del passato non era di norma in grado di fare. Prendiamo ad esempio il passante di rovescio giocato da Federer nel quarto set del match contro Nishikori sul punteggio di 2 a 2. Cronometro alla mano abbiamo calcolato che il tennista svizzero (che peraltro è il meno rapido dei tre tenori) ha impiegato circa 2,3 secondi per coprire una distanza approssimativa di 11 metri.

Usain Bolt in occasione del record del mondo stabilito a Berlino sui 100 metri, corse i primi 10 metri in 1 secondo e 75 centesimi al netto del tempo di reazione allo start (146 millesimi). Il giamaicano quel giorno aveva 23 anni e non correva con una racchetta in mano dopo avere già corso per 2 ore e venti minuti. Quindi, cosa può fare di norma e non eccezionalmente contro i personaggi dei quali stiamo parlando un giovane tennista che, a titolo di esempio, ha 5/6 anni di professionismo alle spalle contro 15/20, un bagaglio tecnico ed esperienziale inferiore e una prestanza atletica di poco o per nulla superiore alla loro? Sperare che si ritirino in fretta.

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Focus

La top 10 dei tennisti più bassi, nessuno come Ampon: un metro e mezzo

Chi era il filippino Felicissimo Ampon, 4 volte in ottavi allo Slam degli Stati Uniti, tre volte al terzo turno a Wimbledon, due quarti a Parigi. Giocò la Davis fino a 48 anni. Batté Budge Patty, ma anche Drobny e Trabert

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Thomas Fabbiano - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Dopo quello di Reilly Opelka lo scorso anno, Thomas Fabbiano a Wimbledon ha colto lo scalpo di un altro avversario alto più di due metri e dieci: Ivo Karlovic. La differenza di statura tra i due più alti giocatori di tutti i tempi e il nostro connazionale è stata messa in risalto da svariati articoli e, soprattutto, fotografie.

Thomas Fabbiano è infatti alto 173 centimetri. Un’altezza normale per un impiegato di banca, ma non per un tennista di alto livello. Dai dati ufficiali pubblicati sul sito dell’ATP risulta infatti che novanta dei primi 100 tennisti del ranking sono alti almeno un metro e ottanta centimetri. Fabbiano è uno dei dieci che non raggiungono questa soglia. Gli altri nove sono:

  • Schwartzman – 170 cm
  • Nishioka – 170
  • Albot – 175
  • Evans – 175
  • Berankis – 175
  • Moutet – 175
  • Dzumhur – 175
  • Fognini – 178
  • Kohlschreiber – 178
Diego Schwartzman – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Corentin Moutet è l’unico “under 180” insieme a Fabbiano ad essere riuscito a battere sia Reilly Opelka, sia Ivo Karlovic. Il genietto transalpino è però due centimetri più alto di Fabbiano e, quindi, qualcuno potrebbe pensare che i 38 centimetri di differenza tra il nostro connazionale e i due colossi da lui battuti rappresentino un record. Ma sarebbe in errore.

Un attento lettore genovese – Claudio B. – ci ha infatti segnalato il nome di un giocatore alto (se così si può dire) un metro e mezzo che in tempi remoti ne sconfisse uno che lo sovrastava di oltre 40 centimetri. Il tennista in questione si chiamava Felicisimo Ampon ed era nato a Manila nel 1920, quando le Filippine erano ancora un protettorato statunitense. Figlio d’arte per lato paterno, il nostro eroe tascabile per coincidenza o per un imperscrutabile disegno del destino, venne al mondo quando il Rappresentante degli Stati Uniti nelle Filippine era il Governatore Dwight Filley Davis, l’ideatore dell’omonima competizione tanto cara a Gerard Piquè.

Coincidenza o meno, il padre gli mise una racchetta in mano sin dalla più tenera età e lui non la posò sino a quasi 48 anni di età. Ampon si dimostrò subito allievo dotatissimo a discapito dei limiti fisici. Già sul finire degli anni ’30 era infatti considerato il miglior giocatore asiatico e tale rimase per almeno due decenni. A livello internazionale il suo curriculum è di tutto rispetto. Limitando l’analisi ai tornei più importanti, scopriamo che Ampon fu capace di raggiungere per tre volte il terzo turno a Wimbledon. Nel 1948 vinse il Wimbledon Plate, ovvero il torneo di consolazione – disputato sino al 1981 in campo maschile – riservato ai giocatori sconfitti al primo oppure al secondo turno dei Championships.

Agli US Open fece ancora meglio arrivando agli ottavi di finale per ben quattro volte. Toccò infine il suo apogeo tennistico al Roland Garros dove in due occasioni disputò i quarti di finale. Proprio negli ottavi di finale dell’edizione 1953 si trovò di fronte un avversario alto più di un metro e novanta. Si trattava dello statunitense Budge Patty che non era soltanto un gigante per gli standard dell’epoca, ma anche un tennista tecnicamente molto dotato, nel cui palmares figurano le vittorie in singolare a Wimbledon e Parigi nel 1950 e in doppio a Wimbledon nel 1957. Ampon lo battè in tre set e fu poi fermato ai quarti dal vincitore dell’edizione: Ken Rosewall.

Patty non è l’unico giocatore della Hall of Fame ad aver perso contro il filippino. Stessa sorte toccò infatti anche a membri illustri come Jaroslav Drobny e Tony Trabert. Internet, ricca di informazioni su di lui, è purtroppo avara di immagini. Attraverso i filmati disponibili è quindi oggettivamente difficile farsi un’idea compiuta delle sue caratteristiche tecniche, ma è facile ipotizzare che fossero più simili a quelle di Nishioka e Schwartzman che a quelle di Karlovic e Opelka.

Un autorevole testimone che potrebbe darcene o meno conferma è Nicola Pietrangeli che lo affrontò e sconfisse in tre set nel 1958 a Sydney in un incontro valido per la semifinale di Coppa Davis tra l’Italia e le Filippine. La parabola sportiva di Felicisimo Ampon si concluse nel 1968 in Coppa Davis. Ampon è a tutt’oggi l’atleta più anziano ad averla disputata. La sua parabola umana finì il 7 ottobre 1997. In queste due settimane di luglio sacre agli dei del tennis ci piace pensare che Felicisimo stia giocando in doppio sui Campi Elisi a fianco dei 197 centimetri del suo nuovo compagno: Orlando Sirola.

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Wimbledon 2019: diamo i numeri

La striscia di Federer, Nadal e Djokovic. Il giovane Auger-Aliassime, il vecchio Karlovic e il record di Lopez. Il ritorno di Murray, la solita battaglia per il trono WTA. Tutti i numeri dei Championships al via lunedì

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I trofei dei Championships (foto via Twitter, @Wimbledon)

Sta per prendere finalmente il via il 133esimo Wimbledon maschile, la cui prima edizione (vinta dal britannico Spencer Gore contro il connazionale William Marshall per 6-1 6-2 6-4), si giocò nel 1877. Il torneo femminile (al via nel 1884) è giunto invece alla sua 126esima edizione. L’edizione 2019 sarà anche la 52esima di Wimbledon e il 206esimo torneo dello Slam disputato in Era Open.

LA STRISCIA DEI BIG 3Federer, Nadal e Djokovic si sono spartiti gli ultimi 10 Slam giocati (l’ultimo a vincere un Major al di fuori di questi tre giocatori è stato Stan Wawrinka allo US Open 2016). Si tratta della terza striscia più lunga dei Big 3, che diventerebbe la seconda (a pari merito) se a vincere il titolo di SW19 fosse uno tra Nole, Roger e Rafa. La più lunga (18 Slam consecutivi) è stata invece quella iniziata al Roland Garros 2005 (successo di Nadal) e conclusa a Wimbledon 2009 (Federer).

LA DIFESA DEL TITOLO E IL FAVORITO DEL SEEDING – Storicamente (Era Open), i campioni in carica di Wimbledon e Roland Garros hanno avuto più successo nella riconferma del titolo rispetto a quanto avvenuto negli altri due tornei dello Slam. Ci sono riusciti otto giocatori diversi (Laver, Newcombe, Borg, McEnroe, Becker, Sampras, Federer e Djokovic) per diciotto volte in totale (a quota 18 anche il Roland Garros, Australian Open a 13 e US Open a 12). Il primo favorito del seeding Novak Djokovic è riuscito nell’impresa di confermare un titolo Slam per quattro volte nel corso della sua carriera: è successo come detto ai Championships (nel 2015) e tre volte a Melbourne.

Nel 2003, Lleyton Hewitt è diventato invece il primo campione in carica dei Championships in Era Open ad essere sconfitto al primo turno (contro Ivo Karlovic). Inoltre, nelle 51 edizioni disputate sempre in Era Open, in venti occasioni il titolo è stato conquistato dal primo favorito del seeding (l’ultimo è stato Novak Djokovic nel 2015). Nel 2016 proprio Nole fu sconfitto al terzo turno, nel 2017 Andy Murray fu eliminato nei quarti di finale, così come Roger Federer lo scorso anno.

SOLO DOPPIO PER MURRAY – Andy non prenderà parte al torneo di singolare, ma sarà ai nastri di partenza nel doppio maschile (in coppia con Pierre-Hugues Herbert, campione a Wimbledon nel 2016 con Nicolas Mahut) e nel misto (nessuna novità ufficiale sulla possibile compagna di avventura, ma potrebbe trattarsi di Serena Williams). Se dovesse vincere il titolo, Murray diventerebbe il primo giocatore in grado di trionfare a Wimbledon sia in singolare che in doppio dai tempi di Stich (campione in singolo nel 1991 e in doppio nel 1992). Gli unici altri tennisti ad esserci riusciti sono Connors, Laver, McEnroe e Newcombe.

Pierre-Hugues Herbert e Andy Murray – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

I NUMERI DA SOGNO DI FEDERER: 21 E 9 – Se dovesse trionfare ancora una volta sui prati londinesi (in quello che sarà il 77esimo Major della sua carriera e il suo 21esimo Wimbledon, recordman assoluto davanti a Connor a quota 20) Federer diventerebbe il secondo giocatore nella storia – considerando sia uomini che donne – capace di conquistare il titolo di singolare ai Championships per nove volte (ci è riuscita soltanto Martina Navratilova: 78-79, 82-87, 90) e il quarto a vincere un singolo titolo dello Slam in almeno nove occasioni (oltre alla già citata Navratilova, Rafa Nadal ha vinto 12 volte il Roland Garros e Margaret Court 11 volte l’Australian Open).

IN 4 A CACCIA DEL TRONO DI BARTY – Ashleigh Barty (salita sulla vetta del ranking WTA il 24 giugno in seguito al successo nel Premier di Birmingham) vivrà le due settimane dei Championships da numero 1 del mondo. La seconda australiana della storia a sedersi sul trono (43 anni dopo Evonne Goolagong Cawley), non è però al riparo da eventuali sorpassi. Naomi Osaka (scavalcata proprio da Barty dopo 21 settimane in vetta), Pliskova, Bertens e Kvitova potrebbero infatti superarla a torneo concluso. La giapponese ha bisogno almeno di un terzo turno per sperare mentre Karolina dovrà raggiungere la semifinale, decisamente più complicata la strada per Petra e Kiki, alle quali un trionfo in finale potrebbe comunque non bastare per issarsi al vertice.

 
Naomi Osaka – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

LOPEZ DA RECORD – L’edizione 2019 di Wimbledon segna la 70esima presenza Slam consecutiva di Feliciano Lopez (record in Era Open). Una striscia attiva iniziata nel 2002 al Roland Garros. Segue Roger Federer (striscia chiusa a 65, dall’Australian Open del 2000 a quello del 2016), Fernando Verdasco (striscia aperta di 65) e il nostro Andreas Seppi, alla 57esima partecipazione consecutiva in un Major.

150ESIMO CERCASI, LE PRIME VOLTE – Detto di Murray presente solo in doppio e con Del Potro assente per infortunio, Djokovic, Federer, Nadal, Cilic e Wawrinka sono gli unici campioni Slam presenti in tabellone. Se a trionfare domenica 14 luglio dovesse essere uno giocatore diverso da questi cinque, sarebbe il 150esimo campione Major della storia. In caso successo finale, a 20 anni e 336 giorni (età calcolata al momento della conclusione del torneo), il settimo favorito del seeding Stefanos Tsitsipas diventerebbe invece il più giovane vincitore di Wimbledon dai tempi di Boris Becker (campione nel 1986 all’età di 18 anni e 226 giorni) e il più giovane campione Slam dal successo all’Australian Open 2008 di Novak Djokovic (20 anni e 250 giorni).

La storia del tennis però ci insegna che vincere il primo Slam della carriera sui prati dei Championships è impresa ardua, o almeno è più complicato rispetto agli altri tre tornei Major. In Era Open, soltanto nove giocatori hanno conquistato il primo titolo Slam a Wimbledon (è successo 21 volte al Roland Garros, 13 allo US Open e 11 all’Australian Open). Per chiudere la parentesi su Tsitsipas, segnaliamo che il greco è uno dei 16 giocatori sotto i 21 anni presenti in tabellone (lo scorso anno erano 11): il più giovane in assoluto è Felix-Auger Aliassime (18 anni e 340 giorni), mentre il più vecchio è Ivo Karlovic (40 anni e 136 giorni).

Felix Auger-Aliassime – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

PRIZE MONEY – Il montepremi complessivo del torneo maschile di Wimbledon sarà di £14,245,000, un incremento del 9.25% rispetto al 2018. Al vincitore andranno £2,350,000 e 2000 punti ATP, £1,175,000 al finalista e £45,000 per il primo turno.

Il tabellone maschileIl tabellone femminile

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