Next Gen ATP Finals: ma Liam Caruana non era così scarso?

Editoriali del Direttore

Next Gen ATP Finals: ma Liam Caruana non era così scarso?

Dominato da de Minaur lotta alla pari con Fritz n.47 ATP. Ha qualità. Tira tutto. Solo così si hanno margini di progresso. Un papà coach… discreto. Diverso da tanti (papà Giorgi?)

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Un giorno di tennis e 24 ore scarse possono cambiare mille sensazioni e valutazioni, se non addirittura una vita…

Chi aveva visto Liam Caruana martedì aveva facilmente (troppo facilmente è il… dispositivo della sentenza d’appello che leggerete qui di seguito!) sentenziato che il ragazzo italiano cresciuto fra California e Texas, era – so di andarci pesante, ma ho parlato con un bel po’ di spettatori del martedì… e va tenuto presente, al riguardo, che a vedere i Next Gen è un pubblico mediamente più preparato, sofisticato e ben disposto di chi va a vedere gli Slam – un mezzo brocco piuttosto presuntuoso perché troppo spesso alla ricerca di colpi improbabili. Questa era stata la sentenza più parlata che scritta al termine del suo match perduto 4-1 4-1 4-2 con l’australiano figurativamente “adottato” da Lleyton Hewitt, e il più giovane Next Gen (in soldoni): Ci sono 591 posti di differenza nel ranking ATP fra Alex de Minaur (17 febbraio 1999) n.31 e Liam Caruana, n.622 (22 gennaio ‘1998, quindi un anno di più), e si sono visti tutti!” .

I più benevoli, due amici toscani, mi avevano lasciato uno spiraglino di speranza: “Ma magari con un po’ più d’esperienza… farà figure meno cacine”. Ma oltre non si erano spinti neppur loro. Nella cronaca scritta Ubitennis era stato più… tenero, come si conviene ad un media equilibrato. Pur in un articolo dal titolo deciso. Nelle prime righe si era letto: “Nonostante il punteggio sottolinei la chiara superiorità del talento australiano, Liam ha fatto vedere sprazzi di buon tennis in ogni parziale”. Ciò dopo il match contro de Minaur che ha confermato di attraversare un ottimo periodo di forma e di trovarsi assai bene su questa superficie molto veloce. È ben più veloce dello scorso anno! Forse hanno fretta di farci finire più alla svelta” ha detto Rublev, finalista un anno fa quando perse da Chung e certamente un ragazzo non privo di sense of humour. Comunque sia l’australiano ha battuto anche Rublev in 4 miniset (4-1 3-4 4-1 4-2), ma prima aveva strapazzato l’italiano del Texas lasciandogli appena la miseria di 4 game.

 

Famiglia Caruana (oto @SpazioTennis)

Premesso che la formula di questi incontri con i set a 4 games appiattisce i valori e consente a un giocatore più debole di fare match pari anche con uno molto più forte, resta il fatto che l’altra sera con de Minaur Caruana non era esistito. Eppure la formula era la stessa.

Ora, oltre ad aver già giocato un match di rodaggio, che certo lo ha aiutato, non so se sia stato perché Caruana conosceva Fritz fin da piccolo, e da piccolo lo aveva anche spesso battuto – non più negli anni più recenti però – e di conseguenza abbia sofferto di meno soggezione, fatto sta che contro l’americano che è n.47 del mondo Liam ha giocato alla pari, ha fatto 10 games e non più solo 4, ma soprattutto ha avuto le sue chances di portare a casa il terzo set, nel quale ha mancato tre set point al tiebreak perso soltanto 11-9. In particolare sul secondo set point ha forse commesso un peccato di gioventù ed entusiasmo quando si è buttato a rete seguendo la seconda palla di servizio. Sbagliando di poco una comoda volée.

Però il colpo più bello del match è stato il suo, una volée in tuffo sul lato più difficile – quello del rovescio, e lui che lo fa di solito a due mani si è dovuto allungare quasi in maniera… contro natura (“Non l’avevo mai fatto, me la sono sentita così, ho chiuso gli occhi e sono volato… non so come ho fatto!”) – proprio alla Boris Becker anni ’85-’89 – e poi Liam ha fatto vedere tutto il repertorio di un giovanotto cui non manca né il talento né la fantasia, ma semmai un po’ di equilibrio e continuità: attacchi, bella aggressività, stop-volley, botte senza paura di dritto come di rovescio. E il setpoint che ha deciso il terzo set per poco non lo ha annullato con un tweener alla… Federer (vabbè esagero un po’!). Insomma Liam sa far tutto, anche se non sempre, e nemmeno tanto spesso per ora. E, come potrebbe dire papà Giorgi, che ha sempre voluto che la figlia tirasse sempre tutto, anche la seconda di servizio (e chissenefrega se fa qualche doppio fallo di troppo!)… solo chi si abitua a tirare sempre, anche i colpi più difficili prima o poi li impara. E il giorno che gli stanno dentro sono dolori per tutti. Difatti Camila ha battuto – non per caso – già 9 volte avversarie che erano top-ten.

Per ora Liam, che ha 6 anni di meno di Camila, ma già ha dimostrato di saper lottare con tipi come Steve Johnson, 7-5 7-6 e poteva benissimo strappargli un set se non due, e da quel che si è visto, pure con tipi come Fritz – che gli americani considerano uno dei loro migliori prospects anche se ha avuto due anni difficili (forse perché a 19 anni si è già sposato e a 20 ha già un figlio? Beh, lì sì che ci vuole grande entusiasmo… e un pizzico di incoscienza!) – può permettersi di sognare. Anche Fritz ha ammesso di essere un po’ stranito dal fatto di ritrovarsi Liam dall’altra parte della rete:Ero un po’ preoccupato prima di questa partita. Lui mi ha battuto tante volte quando eravamo bambini, mi rifilò un 6-2 6-0 nella semifinale di un National a Claremont. Siamo buoni amici, non so quante volte ci siamo affrontati dai 12 ai 14 anni, quindi ci ho pensato prima del match”. Stavolta l’ha spuntata lui…

Ora però calma e gesso, non sto scrivendo che Caruana diventerà un fenomeno e neppure – magari! – n.26 del mondo come Camila Giorgi battendo nove top-ten prima dei 26 anni. Scrivo però che lui non mi pare uno di quelli che, come Don Abbondio dei Promessi Sposi “se non ha il coraggio non se lo può dare”. Il coraggio e l’intraprendenza ce l’ha. Anche troppo. Si sta occupando di lui Umberto Rianna, un coach e soprattutto un uomo nel quale io personalmente ripongo grande fiducia, come del resto l’intelligente – e coraggioso… vi dirò poi qui sotto perché – papà Max Caruana. Di Caruana si è occupato a lungo (devo verificare se lo fa ancora, negli scarsi ritagli di tempo che gli concede la sua Accademia di Buenos Aires con Mariano Hood), Mariano Monachesi, un validissimo coach argentino, che in 20 ani di lungo corso si è occupato di fior di giocatori, quasi sempre argentini, Coria, Chela, Calleri, Canas, Zabaleta, ma ha lavorato anche in Spagna con Robredo, Almagro e altri. In tempi più recenti si era occupato anche di Gianluigi Quinzi, ma con il marchigiano il matrimonio non ha funzionato (d’altra parte Gianluigi ha già divorziato con più coach che Liz Taylor e Brigitte Bardot messe insieme con i vari mariti).

Dunque poche righe su papà Max Caruana, ex tennista di college in California, dove si è laureato con un Master in economia&business, sposato una prima volta giovanissimo con una moglie americana (che gli ha dato i primi tre figli), poi divorziato, tornato in Italia, altri due figli da una moglie italiana (anche lui, come… Fritz ha avuto certo coraggio e un misto di incoscienza: mettere al mondo cinque figli al giorno d’oggi non è uno scherzo!) fra i quali il piccolo Liam che, nato in Italia, solo a 5 anni si sarebbe trasferito negli States, prima California, poi Texas, ad Austin, città quasi di confine con il Messico (dove mi pare erano finiti anche John Newcombe con il suo ranch e forse anche Andy Roddyck). Per papà Max, che adora l’Italia ma si trova meglio in America, era più ragionevole tenere insieme negli Sates tutta la famiglia vecchia e nuova almeno per i figli. Appena lo incontrerò gli chiederò il perché di quel nome, Liam: perché fan dell’attore Liam Neeson? O del calciatore juventino Liam Brady che vinse tre scudetti di fila da bianconero giocando sempre con grande umiltà? Oppure per niente di tutto questo?

Contro Steve Johnson, al quale era approdato grazie a tutta una serie di ritiri di altri giocatori, Pella e Edmund fra gli altri, Liam era stato avanti 4-2 nel primo set… poi però si emozionò per l’impresa che stava compiendo e finì sconfitto. Dicevo di papà Caruna che viene presentato a volte come coach di Liam, anche se lui si schermisce e segnala che “no, io l’ho avvicinato al tennis, gli ho insegnato le prime cose, ma poi ho sempre cercato di metterlo nelle mani di chi ne sapesse più di me”. Un comportamento diverso, molto diverso dunque da quello di papà Giorgi… anche se all’inizio a sentir Sergio Giorgi (che a differenza di Max non aveva mai preso una racchetta da tennis in mano): “Io avevo inizialmente cercato la consulenza di qualche coach, ma non ho mai trovato uno che dicesse cose diverse da quelle che dicevo o potevo dire io”.

A questo proposito, e quasi a supporto della teoria – assai discussa e direi discutibile – di papà Giorgi, devo però ricordare di aver conosciuto negli anni tanti genitori che di tennis non sapevano proprio nulla e tuttavia erano riusciti a tirar su veri campioni. Qualcuno li avrebbe poi “trasferiti” alle cure di coach più esperti, ma non tutti per la verità. Che Sergio Giorgi possa avere ragione? Penso forse più a padri di ragazze che di ragazzi, e mi viene in mente, in ordine assai sparso e con qualche differenza che ora non ho il tempo di sottolineare, Karoly Seles, Peter Graf, Stefano Capriati, Damir Dokic, Richard e Oracene Williams, Jim Pearce (cambiò cognome in Pierce quando uscì dal carcere di Sing Sing dove era stato detenuto), Yuri Sharapov, e poi anche qualche signora, Melanie Hingis-Molitor, Judy Murray, Yzenita Mladenovic, Raissa Islanova in Safin (mamma di Marat e Dinara), la signora Istomin (mi sfugge il nome… sto scrivendo di getto), Mike Agassi, il papà dei Bryan e quello dei tre fratelli rhodesiani-zimbabwensi Black, lo zio Toni per Rafa, il fratello Carl Chang per Michael, e chissà quanti non mi sono venuti a mente e li ricorderete magari voi nei vostri post.

Tutto ciò per dire che, evidentemente, la qualità dei coach è certamente importante per aiutare i giovani a progredire… ma manca la controprova che affidandoli ad altri “estranei” al gruppo familiare, i risultati sarebbero stati migliori. Tuttavia anche qui Tsitsipas ha per coach papà Apostopolos, Fritz papà Guy Henry – ed è assente anche Tessa Shapovalov perché suo figlio era… troppo stanco. Apro qui un inciso: ma… mister Chris Kermode e signori responsabili dell’ATP ma come avete potuto permettere a Shapovalov di saltare un evento imperniato sui migliori under 21, promosso e strombazzato da due anni perché… il giocatore più atteso e meglio classificato era un po’ stanco?! Roba davvero poco seria. E annunciata quando? La sera prima del sorteggio? C’è stato il rischio di rovinare una promozione di mesi. E se un altro dei Next Gen si fosse fatto male davvero? O avesse detto di essere stanco anche lui? La FIT avrebbe dovuto far causa… se ad essa non convenisse far buon viso a cattiva sorte per mantenere buoni rapporti con una futura star come Shapovalov e con l’ATP. Milano è fra le tante città, si dice siano 40 ma mi sembra una boutade del CEO ATP Chris Kermode raccontata a Supertennis, che aspirerebbe a ospitare le finali mondiali ATP se e quando Londra dovesse essere abbandonata.

E allora. tornando ab ovo, bisogna convenire che se c’è la giusta alchimia può funzionare anche il rapporto genitore-figlio anche quando il genitore non sa nulla di tennis. Di solito è accaduto che un erede ha mostrato di avere un tale talento che il genitore ha detto (a se stesso e all’erede): “Meglio che me lo gestisca io, e magari lo sciupi io, piuttosto che un altro”. Se a seconda delle circostanze quel genitore abbia pensato che fosse meglio sottrarlo alle grinfie di coach ancora meno preparati, o addirittura della Federtennis del suo Paese o anche di un altro Paese, non è dato sapere perché non tutti i casi, i genitori, le federazioni, sono uguali.

Vorrei chiudere con un sorriso che alleggerisca la pesantezza di quel che ho scritto. Nel ricercare i nomi dei coach dei Next Gen presenti a Milano, anche solo per scoprire se avessero tutti o solo alcuni per coach un genitore o un vero maestro, ho potuto appurare che quel tennista polacco dal nome improbabile, quasi una parolaccia per noi, Hurkacz, ha un coach che si chiama Kanczula. Beh nessuno mi toglierà mai dalla testa che in polacco non debba essere una parolaccia. Un doppio Hurkacz/Kanczula da noi verrebbe interpretato come uno scherzo maleducato e di cattivo gusto.

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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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