A scuola dai 'pro': facciamo attenzione. E alleniamola

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A scuola dai ‘pro’: facciamo attenzione. E alleniamola

Torna la rubrica ISMCA. Con ancora più contenuti. Questo mese il preparatore atletico Salvatore Buzzelli ci parla dell’importanza dell’allenamento delle capacità attentive nell’ambito della preparazione funzionale del giocatore di tennis

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La ISMCA (International Sport Mental Coaching Association), nel corso dell’anno ha deciso di ampliare il tuo ambito di attività. Oltre infatti a formare professionisti di livello nel mental coaching la sua mission si è allargata anche alla formazione, sempre in ambito tennistico, nel campo della preparazione fisica. Ad esempio, il corso che si tiene in questi giorni a Milano, in sinergia con il Simposio Internazionale di Tennis e la GPTCA, permetterà di ottenere le qualifiche di mental coach ISMCA di 1° e 2° livello e di pyhsical coach di 1° livello. La rubrica ISMCA ovviamente si allinea a questa evoluzione ed offrirà contributi sia in ambito mental coaching che in quello della preparazione fisica. L’articolo di questo mese in realtà interessa entrambi gli ambiti in questione. A scriverlo è Salvatore Buzzelli, famoso preparatore atletico – in campo tennistico ha lavorato con Camporese, Narducci e Garbin – ma soprattutto ricercatore e metodologo dell’allenamento e della preparazione atletica.


È da quando ho iniziato a frequentare i campi da tennis che sento ripetere il tormentone che recita: “Per vincere, bisogna tirare la palla sopra la rete e mandarla dentro le righe, una volta in più dell’avversario!”. L’ovvietà di questo “adagio” racchiude l’essenza del tennis agonistico! Se di primo acchito la frase può far pensare ad un’operazione semplice e banale da realizzare, in realtà, metterla in pratica è alquanto difficile e complicato. Me ne sono accorto fin da subito e questo pensiero si è andato rafforzando sempre più nell’arco degli ultimi quarant’anni passati ad allenare tennisti di qualsiasi livello, in cui progressivamente si è registrata una evoluzione sempre più “fisica” del tennis giocato. Infatti, attualmente più che nel passato, per primeggiare e vincere non basta saper gestire la tecnica dei vari colpi, ma occorre essere atleti veri. Non a caso il tennista professionista, oggi più che mai, si è dovuto evolvere fino a farsi considerare il paradigma dell’atleta completo: ordinato, disciplinato, organizzato, consapevole, responsabile, impegnato tout court a consolidare le opportune qualità motorie, a studiare nuove strategie vincenti e a rafforzare una robusta e necessaria “forza mentale”.

Quindi, come avviene ormai per tutti gli sport, anche per praticare il tennis agonistico è importantissimo sviluppare, fin dai primi momenti dell’attività motoria organizzata, un serio progetto di allenamento che si attenga ad indicazioni scientifiche ed alcune linee guida di pratica consolidata, che aiutino in ultima analisi a creare o a rendere il gioco più solido e più efficace possibile oltre che a prevenire gli infortuni. Tutto ciò sta alla base concettuale della moderna preparazione atletica funzionale, il cui punto focale è incentrato sul “modello di prestazione”, che suggerisce le indicazioni di tipo motorio, neuromuscolare, cardiorespiratorio, metabolico e quant’altro, necessarie per una decodifica dello sforzo globale indotto dalla pratica di tale sport. Il “modello di prestazione” solitamente emerge da studi scientifici organizzati ad hoc proprio per definire cosa, come e quanto intervengono gli elementi sopracitati, nella prestazione agonistica. Tra questi si annoverano anche due ricerche scientifiche condotte dal mio staff di collaboratori, in cui vengono messe in evidenza l’importanza dell’Attenzione, che si troverebbe a rivestire il ruolo fondamentale nella prestazione agonistica, e di come poterla allenare.

 

Gli ultimi trent’anni anni del mio impegno di ricerca nel campo della preparazione specifica del tennista sono stati dedicati a capire come incidere significativamente nella prestazione di gioco e soprattutto per creare un metodo di lavoro sicuro ed efficace. Dodici anni fa finalmente sono approdato ad una soluzione soddisfacente a questo mio interesse, che la comunità dei preparatori fisici ha accettato e utilizzato su larga scala. Alla base del mio pensiero c’era una riflessione banale. Mi chiedevo come mai, se è vero come afferma la stragrande maggioranza degli addetti ai lavori che il risultato agonistico nel tennis sia determinato dal 50% dalla “testa” intesa come qualità mentali, il 40% dal “fisico” inteso come preparazione atletica, il 10% dalla “tecnica”, nell’allenamento il più delle volte si constata che le proporzioni nell’applicazione pratica, in relazione all’importanza dei predetti settori, non sono esattamente rispettate.

Infatti non è una novità che gli allenamenti siano perlopiù incentrati su ore e ore di tecnica e palleggio, integrati da preparazione atletica ma raramente completati da esercitazioni a carattere mentale. Per aspetto mentale nel tennis, non ci si riferisce solo all’approccio motivazionale, al rilassamento, alla gestione dei momenti topici della partita compresa l’ansia da prestazione ma riguardano anche l’Attenzione e la Concentrazione. Infatti, nell’evento agonistico, le azioni di gioco si sviluppano in un susseguirsi a volte schematico, a volte casuale, di movimenti che ancor prima della efficienza organica, richiedono una considerevole capacità di Attenzione e Concentrazione, aspetti questi che devono rientrare di diritto nel “modello di prestazione” e di conseguenza caratterizzare l’allenamento, che dovrà contemplare questa condizione mentale di fondo.

Ed è proprio questo il nucleo centrale del mio metodo di lavoro: l’allenamento del tennista, per rispondere al principio della funzionalità, deve strutturarsi mirando al miglioramento delle varie qualità fisiche (neuromuscolari, coordinative, condizionali e metaboliche) ma sotto l’egida dell’aspetto attentivo, cioè, le esercitazioni scelte per stimolare il miglioramento dei vari requisiti motori devono svolgersi mentre l’allievo è obbligato stare attento e concentrato, esattamente come si richiede in partita. Infatti il tennista si sposta nel campo perché è stimolato a farlo dal colpo che l’avversario mette in gioco e se provassimo a rappresentare schematicamente quello che avviene durante il gioco, potremmo creare uno schema logico così rappresentato:

L’AVVERSARIO TIRA UN COLPO

IO OSSERVO L’EVENTO

DECODIFICO LA SITUAZIONE

MI ATTIVO PER UNA CONGRUA AZIONE MOTORIA DI RICEZIONE E DI RISPOSTA

Questa successione di azioni dà luogo allo schema metodologico seguente:

EMISSIONE DI UNO STIMOLO

PERCEZIONE SENSORIALE

ELABORAZIONE MENTALE

MOVIMENTO REAZIONALE O DI SCELTA

Partendo da questo modello, che riassume esattamente quello che avviene in campo, si possono proporre esercitazioni realmente specifiche per il gioco del tennis, organizzando gli idonei mezzi allenanti, che richiedano: elevata funzionalità degli analizzatori sensoriali, rapidità di elaborazione mentale, velocità di risposta motoria ed anticipazione motoria, allorquando si manifesta uno stimolo equipollente a quello di natura tennistica, cioè improvviso ma soprattutto visivo e/o anche minimamente di tipo acustico. La reazione motoria che si metterà in atto, sarà determinata dal tempo di reazione, uno degli elementi fondamentali per la prestazione, fortemente influenzato dalle capacità percettive e dalla velocità di elaborazione mentale. Infatti il tempo di reazione, che qualifica anche il livello di un tennista, è dato dal periodo di latenza che intercorre tra il manifestarsi di uno stimolo e la relativa azione di risposta.

Le reazioni motorie di tipo tennistico, si manifestano in relazione alle velocità della palla in ricezione. Potremo avere quindi reazioni semplici di tipo istintivo, come per esempio nella risposta al servizio, in cui le velocità possono essere elevatissime ed il tempo a disposizione per agire poco, fa sì che il tennista reagisca istintivamente alla sollecitazione (mediamente 0,45 secondi per servizi intorno ai 200 Km/h), o risposte complesse di tipo cognitivo-razionale, come avviene negli scambi per la costruzione di un punto, in cui le velocità più ridotte permettono di operare le scelte tattiche.

Dal punto di vista neurologico, ogni tipo di risposta impegna aree motorie differenti dell’encefalo, per l’esattezza: le risposte semplici-istintive sono frutto dell’attivazione sottocorticale e cerebellare (movimenti automatizzati), mentre quelle complesse o cognitive-razionali coinvolgono principalmente la corteccia cerebrale. Tutti questi fenomeni, comunque, dipendono dalla funzionalità dell’insieme – sistema di ricezione dello stimolo (analizzatore sensoriale) e tempo di elaborazione mentale dello stesso – e sono facilitati dall’Attenzione. L’attenzione è la capacità mentale che permette di focalizzarsi su un determinato obiettivo (focus) eliminando la più alta quantità di informazioni estranee alla corretta interpretazione dello stimolo attivante. Essa è strettamente connessa col gioco del tennis e di conseguenza va allenata, alla stregua di tutte le altre qualità evidenziate dal modello di prestazione.

In conclusione ne deriva che l’allenamento del tennista, qualunque voglia essere l’approccio metodologico scelto dall’allenatore, deve tener conto e fissare come prioritario lo sviluppo della capacità di Attenzione al fine di favorire i tempi di reazione. Il prolungarsi di questa condizione mentale, migliora anche la capacità di Concentrazione. A tale riguardo le ricerche scientifiche condotte dal mio staff su questo tema, ci hanno aiutato a confermare, dati alla mano, che la capacità di attenzione condiziona fortemente il rendimento fisico e quindi ha rafforzato la convinzione che allenando l’attenzione si può migliorare di molto anche il rendimento fisico anche per coloro che non sono in possesso di ottime qualità metaboliche.

Da queste evidenze, ne è conseguita a maggior ragione, l’idea che il “Modello di Preparazione Funzionale” del Tennista deve contemplare prioritariamente l’impegno delle capacità attentive sotto la cui influenza vanno esercitate le altre qualità di tipo motorio determinando un nuovo concetto di allenamento che dovrebbe essere strutturato nel modo seguente:

CAPACITÀ ATTENTIVE

Rapidità

Esplosività

Velocità

Flessibilità

Agilità

Forza

Resistenza

Partendo da queste considerazioni sono nati lo strumento “SensoBuzz” (strumento ideato per l’allenamento e la valutazione delle capacità percettivo-cinetiche, neuromuscolari e metaboliche)  ed il “Metodo Coordinabolico” (Coordinabolico sta per: Cognitivo, Condizionale, Coordinativo e Metabolico).

Attraverso la stimolazione dell’attenzione per mezzo di segnali acustici e visivi, si attiva il sistema percettivo-cognitivo-cinetico e conseguentemente, utilizzando i mezzi allenanti selezionati e dosati opportunamente dall’allenatore, si permette all’allievo di sviluppare anche le varie qualità motorie specifiche del tennis. Dalle nostre ricerche condotte tra il 2012 e il 2017 si evince anche come l’acuità attentiva sottragga energia metabolica per la prestazione, dimostrando che esiste un “Costo Energetico dell’Attenzione” e che allenamenti specifici in questo senso riducano il gap energetico tra potenzialità soggettiva ed effettiva resa agonistica in campo. Quanto espresso in questo articolo e tutte le indicazioni relative al metodo di lavoro, saranno gli argomenti del libro, il cui titolo sarà: “La Preparazione Ottimale del Tennis: il Metodo Coordinabolico”, che sto ultimando in collaborazione con il mio allievo, il dott. Marco Mazzilli.

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Racconti

Uno contro tutti: Lendl

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi è la volta di Ivan, quarto all time per numero di settimane in vetta

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Come anticipato nella scorsa puntata, dal 13 settembre 1982 al 13 agosto 1984 (quindi in ventitré mesi) il vertice del ranking ATP cambia per ben venti volte, quasi una al mese. Uscito definitivamente di scena Bjorn Borg, il suo posto viene preso da Ivan Lendl, che dovrà attendere il 28 febbraio 1983 per diventare ufficialmente il sesto n.1 del mondo in ordine di tempo. Anche se concede ai diretti rivali sette (a McEnroe) e otto (a Lendl) anni, Jimmy Connors non si arrende e in questo periodo riuscirà ad accumulare altre 17 settimane in vetta e portare il suo record assoluto a 268 totali. Ma quello delle settimane non è l’unico rilievo di peso. Quando, come vedremo, Jimbo si toglierà per l’ultima volta la corona (il 3 luglio 1983) avrà giocato 449 incontri da numero 1 – vincendone 405 (90,2%, la seconda miglior percentuale di sempre) – in un totale di 102 tornei. E in quei tornei raggiungerà 65 volte la finale, conquistandone 49.

Bene, la premessa su Connors era doverosa perché il mancino di Belleville si è intrufolato, con successo, in uno dei più emozionanti dualismi nella storia del tennis: quello tra John McEnroe e Ivan Lendl. Sì perché, anche se si fa un gran parlare – a giusta ragione – della rivalità tra lo statunitense e Borg, è opportuno sottolineare come, sotto il profilo delle rispettive personalità, la stessa sia stata condizionata dall’involontario ma effettivo ascendente che Borg aveva nei confronti di McEnroe. Contro lo scandinavo, per sua stessa successiva ammissione, McEnroe era solo McEnroe, non il cattivo ragazzo pronto a cogliere qualsiasi sfumatura di un incontro per trasformarlo in uno show. Insomma, tra i due sul campo c’era solo una pallina da rimandare – ciascuno a suo modo, ed erano proprio gli opposti modi di intendere questo sport che li rendeva avversari perfetti l’uno per l’altro – di là una volta più dell’altro. Ma tra McEnroe e Lendl… Beh, tra questi due c’era proprio una reciproca intollerabilità epidermica, che trasformava ogni loro match in una battaglia a tutto tondo.

Quando inizia il periodo che stiamo prendendo in esame, sono già otto i confronti diretti tra i due; Mac ha vinto i primi due, Ivan i successivi, di cui l’ultimo è recentissimo: la semifinale degli US Open, che Lendl incamera con lo score di 6-4 6-4 7-6. Pur di un anno più giovane, Lendl sembra avere le armi per neutralizzare McEnroe: un servizio abbastanza robusto da tenerlo sulla difensiva e colpi di sbarramento da fondo campo per neutralizzare la propensione offensiva dello statunitense. Ma siamo solo all’inizio, nonostante il concetto venga ribadito anche nella finale del Masters di New York, consueta chiusura/apertura a cavallo di due annate che per l’occasione ha cambiato formula passando all’eliminazione diretta. Al Madison Square Garden la supremazia del cecoslovacco è quasi imbarazzante: in finale lascia dieci giochi al numero 1 mondiale (6-4 6-4 6-2) e allunga a tredici titoli e due anni di imbattibilità la sua striscia indoor.

Quasi inevitabile, con questi numeri, che Lendl venga considerato il vero leader ma questo avviene solo – come detto – il 28 febbraio, dopo l’intermezzo di Connors che, approfittando del ko di McEnroe a Richmond con Tanner (eccolo lo scalpo del quarto n.1 appeso alla cintura di Roscoe) vince a Memphis e si fa eliminare a La Quinta da Mike Bauer. Californiano di Oakland, Bauer è uno degli otto tennisti ad aver vinto l’unico match disputato contro un n.1 mondiale. Il Congoleum Classic, torneo con 225 mila dollari di montepremi che si svolge al Mission Hills Country Club, è antenato dell’attuale Masters 1000 di Indian Wells e Connors ci arriva in grande fiducia. “Mi sento benissimo” afferma Jimbo dopo aver battuto all’esordio Sammy Giammalva jr. e nulla fa presagire la sconfitta rimediata contro il n.90 ATP che, naturalmente, giudica il 6-3 6-4 inflitto al ben più quotato connazionale come “il miglior risultato della mia carriera”.

 

Il paradosso della situazione – ma non è una novità, accadrà ancora in futuro – è che Lendl va a sedersi sul trono qualche giorno dopo aver perso da Pavel Slozil al primo turno del WCT di Delray Beach, rafforzando così la convinzione di tutti coloro che ritengono il computer inadeguato a stabilire i reali valori del tennis.

Opinioni personali a parte, Lendl raggiunge la vetta ma non ne farà certo buon uso. Nelle prime tredici settimane del suo regno, Ivan colleziona ben sei sconfitte (pur vincendo tre tornei: Milano, Houston e Hilton Head) di cui la più bruciante è sicuramente quella contro McEnroe nella finale del Masters WCT a Dallas. In Texas, John vince 7-6 al quinto set aggiudicandosi il tie-break decisivo per 7-0 con uno stratosferico ultimo punto – recupero vincente su palla corta, con complicità del raccattapalle che abbassa la testa per non intralciare la splendida traiettoria – e conferma, dopo averlo battuto anche a Filadelfia qualche mese prima, di poter vincere il complesso-Lendl.

In termini però di qualità assoluta degli avversari, sono ben altre le battute d’arresto di Ivan che fanno pensare: il 6-1 6-2 con Mark Dickson al primo turno del WCT di Monaco o ancora la sconfitta, sempre al debutto, con l’israeliano Shlomo Glickstein sulla terra di Monte Carlo. Tuttavia, sarà lo stop inflittogli da Balasz Taroczy ad Amburgo a detronizzarlo. Grande specialista della terra rossa (chiuderà la carriera con 20 finali nel circuito, di cui ben 18 su questa superficie), tennista forse un po’ leggero ma assai dotato tecnicamente, l’ungherese detronizza di fatto il n.1 rifilandogli un 6-1 al terzo set negli ottavi e riconsegna la corona a Connors, che si presenta al Roland Garros da leader del ranking.

Ma, vi avevamo avvertito, lassù in cima c’è poca stabilità e a Parigi Jimbo non va oltre i quarti di finale, eliminato nientemeno che da Christophe Roger-Vasselin, semisconosciuto anche al suo stesso pubblico tanto che, quando gli viene chiesto cos’abbia provato a sentire quei “Roger! Roger!” che arrivavano dagli spalti, risponderà sorridendo che “la prossima volta spero che si ricordino che mi chiamo Christophe…”. Cogliendo il risultato più importante della carriera, il n.130 del mondo permette a McEnroe di scendere in campo al Queen’s da leader ma qui in finale rimedia un doppio 6-3 dallo stesso Connors che così difende il titolo a Wimbledon da n.1. I punti in scadenza pesano però sul groppone di Jimmy e la sconfitta negli ottavi con il temibile sudafricano Kevin Curren segna i suoi ultimi giorni, che scadranno appunto il giorno prima dell’anniversario dell’indipendenza statunitense.

Il torneo lo domina McEnroe, che lascia per strada un set a Segarceanu ma regola Lendl in semifinale e strapazza il sorprendente Chris Lewis in finale con un triplice 6-2. John mantiene il primato per 17 settimane, nel corso delle quali viene battuto da due svedesi (Jarryd e Wilander) e soprattutto da Scanlon agli US Open ma l’ennesima rincorsa di Lendl è costellata di ottimi risultati (vittoria a Montreal e San Francisco, semifinale a Cincinnati) e solo la sconfitta nella finale degli US Open per mano di Connors – in quello che sarà l’ultimo degli otto Slam di Jimbo – gli impedisce di operare prima il sorpasso. Infatti, per rivedere Lendl n.1 occorre attendere la fine del torneo indoor di Tokyo, che il cecoslovacco fa suo battendo Scott Davis nell’ultimo atto.

Il finale di stagione, come capita in certe serie tv, è deludente e contraddittorio perché il re del momento, Lendl, perde entrambe le finali importanti a cui partecipa. La prima sull’erba del Kooyong di Melbourne, la seconda al Masters di New York. In Australia – ma era già successo a Cincinnati – c’è un giovane svedese dal radioso futuro a mettere in riga i primi due della classe: si chiama Mats Wilander e di lui sentiremo parlare ancora. Al Madison invece McEnroe, sotto gli occhi della nuova fiamma Tatum O’Neal, ribalta completamente il verdetto dell’anno precedente e finisce alla grande il 1983 sconfinando nella nuova stagione. E il nuovo anno è il 1984, quello in cui Orwell aveva immaginato un mondo diviso in tre grandi potenze. Nel tennis, invece, non ci saranno alternative all’egemonia di un solo Grande Fratello: John McEnroe. Ma di una tra le più incredibili stagioni mai fatte registrare da un tennista parleremo più nel dettaglio nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SESTA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1982CONNORS, JIMMYMcENROE, JOHN16 36SAN FRANCISCOS
1982CONNORS, JIMMYMAYER, GENE36 62 36SYDNEY INDOORH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN46 46 26MASTERS S
1983McENROE, JOHNTANNER, ROSCOE36 75 26RICHMOND WCTS
1983CONNORS, JIMMYBAUER, MIKE36 46LA QUINTA H
1983LENDL, IVANMcNAMARA, PETER46 64 67BRUXELLESS
1983LENDL, IVANDICKSON, MARK16 26MONACO WCTS
1983LENDL, IVANGLICKSTEIN, SHLOMO26 63 57MONTE CARLOC
1983LENDL, IVANMcENROE, JOHN26 64 36 76 67DALLAS WCTS
1983LENDL, IVANLECONTE, HENRI26 36FOREST HILLS WCTC
1983LENDL, IVANTAROCZY, BALASZ26 64 16AMBURGOC
1983CONNORS, JIMMYROGER-VASSELIN, CHRISTOPHE46 46 67ROLAND GARROSC
1983McENROE, JOHNCONNORS, JIMMY36 36QUEEN’SG
1983CONNORS, JIMMYCURREN, KEVIN36 76 36 67WIMBLEDONG
1983McENROE, JOHNJARRYD, ANDERS36 67CANADA OPENH
1983McENROE, JOHNWILANDER, MATS46 46CINCINNATIH
1983McENROE, JOHNSCANLON, BILL67 67 64 36US OPENH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN63 67 46SAN FRANCISCOS
1983LENDL, IVANWILANDER, MATS16 46 46AUSTRALIAN OPENG
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN36 46 46MASTERS S


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Original 9: Julie Heldman

Secondo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Julie Heldman, vincitrice degli Internazionali d’Italia nel 1969. “Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport”

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Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La seconda protagonista è Julie Heldman, nata l’8 dicembre 1945. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


In questa seconda puntata della nostra serie in onore delle Original 9, Julie Heldman ci riporta al settembre 1970, quando si ribellò contro la vecchia dirigenza tutta maschile dello sport e contribuì a costruire un audace, nuovo futuro per il tennis professionistico femminile.

Figlia del vulcanico magnate del tennis Gladys Heldman, Julie Heldman aveva 25 anni quando firmò un contratto da un dollaro per partecipare al pionieristico torneo organizzato da sua madre, il Virginia Slims Invitational di Houston. Nel corso della sua carriera, la laureata a Stanford aveva conquistato più di venti titoli in singolare, compreso l’Open d’Italia del 1969, e tre medaglie, una per ciascun colore, negli eventi di esibizione alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 (il tennis non figurava come disciplina olimpica ufficiale, ndt). Tre volte semifinalista Slam in singolare, aveva raggiunto il numero 5 del mondo e fatto parte di due spedizioni vincenti in Fed Cup, rappresentando gli Stati Uniti.

Julie riflette: “Non penso che qualcuna di noi parlasse davvero di parità di diritti, quell’anno a Houston. Parlavamo solo del diritto di guadagnarci da vivere e del fatto che il primo anno o giù di lì ci dovesse servire per organizzarci e stabilizzarci nel nostro nuovo mondo. Non mi ci è voluto molto, comunque, per capirne gli effetti anche su un contesto più ampio, perché c’erano donne che venivano da tutte le parti per dimostrarci il loro supporto. Visitavamo le case di molte persone, le donne ci avvicinavano e ci dicevano: ‘Il mio matrimonio è a pezzi, voi siete un nuovo tipo di donne… possiamo parlarne?’ Tutto stava cambiando così rapidamente in quel periodo, era la fine degli anni 60, e la gente ci vedeva come pioniere di un mondo nuovo.

“All’inizio, la paura che potessimo essere escluse dai tornei del Grande Slam era reale. C’era tensione evidente, la vita di ciascuna di noi stava per essere profondamente scossa. I giocatori maschi erano tutti contro di noi, la dirigenza del tennis era tutta contro di noi – ricordate, non c’era alcuna dirigente donna a quei tempi. Stavamo facendo un salto nell’ignoto totale. Le giocatrici dovettero fare le loro scelte. Io scelsi in favore della solidarietà.

Questa è la mia memoria ricorrente di quel periodo: il senso di solidarietà e il passo avanti. Io non potevo giocare a Houston a causa di un infortunio al gomito. I miei genitori si erano appena trasferiti da New York e io passai la notte prima dell’inizio del torneo nella nuova casa, parlando al telefono. Le giocatrici chiamavano e dicevano che la USLTA stava minacciando di sospenderle tutte. La mattina in cui il torneo cominciò io non andai al circolo, perché non dovevo giocare, ma quando seppi che le altre giocatrici stavano prendendo posizione, decisi di fare lo stesso, anche se questo avesse significato subire io stessa una sospensione”.

“Nel nuovo circuito accadevano cose folli. Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport. Dovemmo spiegargli come funzionava il punteggio e cosa fosse un rovescio. Ma io non vedevo le questioni extra campo come una distrazione, significava soltanto dedicare del tempo a qualcosa per cui tutte noi stavamo lavorando. Avevamo bisogno di farlo. Tutte noi dovevamo andare ai cocktail party, fare incontri, presenziare in TV e parlare con i giornalisti, perché quello era il modo per dare il via al nostro tour”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

 

Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Julie Heldman.

Chi era il tuo idolo tennistico?
Mio padre! Era mancino e… molto gentile

I tuoi punti di forza da giocatrice?
 “Avevo un grande dritto ed ero molto combattiva

Torneo preferito?
Il mio torneo preferito era l’Italian Open: era ‘selvaggio’, pazzo e… soleggiato

Cosa serve per essere una campionessa?
La capacità di credere in se stessi e puntare un obiettivo senza lasciare niente di intentato

Momento clou della tua carriera nel tennis?
La vittoria dell’Italian Open!”

La partita che credevi fosse vinta?
Contro Virgina Wade a Los Angeles. Ho servito avanti 5-1 nel terzo set ma mi sono innervosita al punto da non riuscire a colpire la pallina per servire. E ho perso

Se potessi giocare un match di fantasia contro qualsiasi avversaria, quale sceglieresti?
Suzanne Lenglen, perché era straordinaria

La tua tennista preferita da veder giocare oggi?
Era Agnieszka Radwańska, adesso mi piace molto Naomi Osaka


  1. Original 9: Kristy Pigeon 

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Focus

1×04: Ubi Radio vi parla di Ubitennis ai tempi del coronavirus

Cosa è cambiato nella routine redazionale da quando non si gioca più? La quarta puntata di Ubi Radio (inizio ore 19) conclude il breve viaggio dietro le quinte di Ubitennis

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La quarta puntata di Ubi Radio, il nuovo podcast in diretta di Ubitennis, conclude il breve viaggio dietro le quinte del nostro portale iniziato nella scorsa puntata. Se giovedì scorso ci eravamo soffermati su come si muovono normalmente le rotative e come si sono mosse fino a inizio marzo, evidenziando le differenze tra la copertura di un grande torneo e quella di una settimana in cui i big riposano, oggi vi parliamo di come abbiamo cambiato la nostra routine lavorativa da quando la pandemia di coronavirus ha interrotto l’attività dei circuiti.

Come si ‘sopravvive’ a un periodo senza uno straccio di quindici ufficiale? C’è anche qualche aspetto positivo? Accedere alle notizie è più semplice o più difficile? Quanto è forte la tentazione di mettersi a pubblicare video di gattini? Ne parlano Vanni Gibertini e Alessandro Stella.

UBI RADIO – IL TENNIS IN DIRETTA: EPISODIO 4

 

Ascolta anche su Spotify.

Sintonizzatevi sulla pagina Spreaker di Ubitennis, che consentirà anche di mandare commenti e domande in diretta durante la trasmissione. Si potrà accedere alla trasmissione live del podcast da questo articolo (alle 19 inseriremo il link in cima), dalla pagina Facebook di Ubitennis e, una volta terminata la diretta, si potrà riascoltare l’episodio anche sulle principali piattaforme di podcast come Spotify, Apple Podcast e Google Podcast.

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