A scuola dai ‘pro’: facciamo attenzione. E alleniamola – Ubitennis

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A scuola dai ‘pro’: facciamo attenzione. E alleniamola

Torna la rubrica ISMCA. Con ancora più contenuti. Questo mese il preparatore atletico Salvatore Buzzelli ci parla dell’importanza dell’allenamento delle capacità attentive nell’ambito della preparazione funzionale del giocatore di tennis

Ilvio Vidovich

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La ISMCA (International Sport Mental Coaching Association), nel corso dell’anno ha deciso di ampliare il tuo ambito di attività. Oltre infatti a formare professionisti di livello nel mental coaching la sua mission si è allargata anche alla formazione, sempre in ambito tennistico, nel campo della preparazione fisica. Ad esempio, il corso che si tiene in questi giorni a Milano, in sinergia con il Simposio Internazionale di Tennis e la GPTCA, permetterà di ottenere le qualifiche di mental coach ISMCA di 1° e 2° livello e di pyhsical coach di 1° livello. La rubrica ISMCA ovviamente si allinea a questa evoluzione ed offrirà contributi sia in ambito mental coaching che in quello della preparazione fisica. L’articolo di questo mese in realtà interessa entrambi gli ambiti in questione. A scriverlo è Salvatore Buzzelli, famoso preparatore atletico – in campo tennistico ha lavorato con Camporese, Narducci e Garbin – ma soprattutto ricercatore e metodologo dell’allenamento e della preparazione atletica.


È da quando ho iniziato a frequentare i campi da tennis che sento ripetere il tormentone che recita: “Per vincere, bisogna tirare la palla sopra la rete e mandarla dentro le righe, una volta in più dell’avversario!”. L’ovvietà di questo “adagio” racchiude l’essenza del tennis agonistico! Se di primo acchito la frase può far pensare ad un’operazione semplice e banale da realizzare, in realtà, metterla in pratica è alquanto difficile e complicato. Me ne sono accorto fin da subito e questo pensiero si è andato rafforzando sempre più nell’arco degli ultimi quarant’anni passati ad allenare tennisti di qualsiasi livello, in cui progressivamente si è registrata una evoluzione sempre più “fisica” del tennis giocato. Infatti, attualmente più che nel passato, per primeggiare e vincere non basta saper gestire la tecnica dei vari colpi, ma occorre essere atleti veri. Non a caso il tennista professionista, oggi più che mai, si è dovuto evolvere fino a farsi considerare il paradigma dell’atleta completo: ordinato, disciplinato, organizzato, consapevole, responsabile, impegnato tout court a consolidare le opportune qualità motorie, a studiare nuove strategie vincenti e a rafforzare una robusta e necessaria “forza mentale”.

Quindi, come avviene ormai per tutti gli sport, anche per praticare il tennis agonistico è importantissimo sviluppare, fin dai primi momenti dell’attività motoria organizzata, un serio progetto di allenamento che si attenga ad indicazioni scientifiche ed alcune linee guida di pratica consolidata, che aiutino in ultima analisi a creare o a rendere il gioco più solido e più efficace possibile oltre che a prevenire gli infortuni. Tutto ciò sta alla base concettuale della moderna preparazione atletica funzionale, il cui punto focale è incentrato sul “modello di prestazione”, che suggerisce le indicazioni di tipo motorio, neuromuscolare, cardiorespiratorio, metabolico e quant’altro, necessarie per una decodifica dello sforzo globale indotto dalla pratica di tale sport. Il “modello di prestazione” solitamente emerge da studi scientifici organizzati ad hoc proprio per definire cosa, come e quanto intervengono gli elementi sopracitati, nella prestazione agonistica. Tra questi si annoverano anche due ricerche scientifiche condotte dal mio staff di collaboratori, in cui vengono messe in evidenza l’importanza dell’Attenzione, che si troverebbe a rivestire il ruolo fondamentale nella prestazione agonistica, e di come poterla allenare.

 

Gli ultimi trent’anni anni del mio impegno di ricerca nel campo della preparazione specifica del tennista sono stati dedicati a capire come incidere significativamente nella prestazione di gioco e soprattutto per creare un metodo di lavoro sicuro ed efficace. Dodici anni fa finalmente sono approdato ad una soluzione soddisfacente a questo mio interesse, che la comunità dei preparatori fisici ha accettato e utilizzato su larga scala. Alla base del mio pensiero c’era una riflessione banale. Mi chiedevo come mai, se è vero come afferma la stragrande maggioranza degli addetti ai lavori che il risultato agonistico nel tennis sia determinato dal 50% dalla “testa” intesa come qualità mentali, il 40% dal “fisico” inteso come preparazione atletica, il 10% dalla “tecnica”, nell’allenamento il più delle volte si constata che le proporzioni nell’applicazione pratica, in relazione all’importanza dei predetti settori, non sono esattamente rispettate.

Infatti non è una novità che gli allenamenti siano perlopiù incentrati su ore e ore di tecnica e palleggio, integrati da preparazione atletica ma raramente completati da esercitazioni a carattere mentale. Per aspetto mentale nel tennis, non ci si riferisce solo all’approccio motivazionale, al rilassamento, alla gestione dei momenti topici della partita compresa l’ansia da prestazione ma riguardano anche l’Attenzione e la Concentrazione. Infatti, nell’evento agonistico, le azioni di gioco si sviluppano in un susseguirsi a volte schematico, a volte casuale, di movimenti che ancor prima della efficienza organica, richiedono una considerevole capacità di Attenzione e Concentrazione, aspetti questi che devono rientrare di diritto nel “modello di prestazione” e di conseguenza caratterizzare l’allenamento, che dovrà contemplare questa condizione mentale di fondo.

Ed è proprio questo il nucleo centrale del mio metodo di lavoro: l’allenamento del tennista, per rispondere al principio della funzionalità, deve strutturarsi mirando al miglioramento delle varie qualità fisiche (neuromuscolari, coordinative, condizionali e metaboliche) ma sotto l’egida dell’aspetto attentivo, cioè, le esercitazioni scelte per stimolare il miglioramento dei vari requisiti motori devono svolgersi mentre l’allievo è obbligato stare attento e concentrato, esattamente come si richiede in partita. Infatti il tennista si sposta nel campo perché è stimolato a farlo dal colpo che l’avversario mette in gioco e se provassimo a rappresentare schematicamente quello che avviene durante il gioco, potremmo creare uno schema logico così rappresentato:

L’AVVERSARIO TIRA UN COLPO

IO OSSERVO L’EVENTO

DECODIFICO LA SITUAZIONE

MI ATTIVO PER UNA CONGRUA AZIONE MOTORIA DI RICEZIONE E DI RISPOSTA

Questa successione di azioni dà luogo allo schema metodologico seguente:

EMISSIONE DI UNO STIMOLO

PERCEZIONE SENSORIALE

ELABORAZIONE MENTALE

MOVIMENTO REAZIONALE O DI SCELTA

Partendo da questo modello, che riassume esattamente quello che avviene in campo, si possono proporre esercitazioni realmente specifiche per il gioco del tennis, organizzando gli idonei mezzi allenanti, che richiedano: elevata funzionalità degli analizzatori sensoriali, rapidità di elaborazione mentale, velocità di risposta motoria ed anticipazione motoria, allorquando si manifesta uno stimolo equipollente a quello di natura tennistica, cioè improvviso ma soprattutto visivo e/o anche minimamente di tipo acustico. La reazione motoria che si metterà in atto, sarà determinata dal tempo di reazione, uno degli elementi fondamentali per la prestazione, fortemente influenzato dalle capacità percettive e dalla velocità di elaborazione mentale. Infatti il tempo di reazione, che qualifica anche il livello di un tennista, è dato dal periodo di latenza che intercorre tra il manifestarsi di uno stimolo e la relativa azione di risposta.

Le reazioni motorie di tipo tennistico, si manifestano in relazione alle velocità della palla in ricezione. Potremo avere quindi reazioni semplici di tipo istintivo, come per esempio nella risposta al servizio, in cui le velocità possono essere elevatissime ed il tempo a disposizione per agire poco, fa sì che il tennista reagisca istintivamente alla sollecitazione (mediamente 0,45 secondi per servizi intorno ai 200 Km/h), o risposte complesse di tipo cognitivo-razionale, come avviene negli scambi per la costruzione di un punto, in cui le velocità più ridotte permettono di operare le scelte tattiche.

Dal punto di vista neurologico, ogni tipo di risposta impegna aree motorie differenti dell’encefalo, per l’esattezza: le risposte semplici-istintive sono frutto dell’attivazione sottocorticale e cerebellare (movimenti automatizzati), mentre quelle complesse o cognitive-razionali coinvolgono principalmente la corteccia cerebrale. Tutti questi fenomeni, comunque, dipendono dalla funzionalità dell’insieme – sistema di ricezione dello stimolo (analizzatore sensoriale) e tempo di elaborazione mentale dello stesso – e sono facilitati dall’Attenzione. L’attenzione è la capacità mentale che permette di focalizzarsi su un determinato obiettivo (focus) eliminando la più alta quantità di informazioni estranee alla corretta interpretazione dello stimolo attivante. Essa è strettamente connessa col gioco del tennis e di conseguenza va allenata, alla stregua di tutte le altre qualità evidenziate dal modello di prestazione.

In conclusione ne deriva che l’allenamento del tennista, qualunque voglia essere l’approccio metodologico scelto dall’allenatore, deve tener conto e fissare come prioritario lo sviluppo della capacità di Attenzione al fine di favorire i tempi di reazione. Il prolungarsi di questa condizione mentale, migliora anche la capacità di Concentrazione. A tale riguardo le ricerche scientifiche condotte dal mio staff su questo tema, ci hanno aiutato a confermare, dati alla mano, che la capacità di attenzione condiziona fortemente il rendimento fisico e quindi ha rafforzato la convinzione che allenando l’attenzione si può migliorare di molto anche il rendimento fisico anche per coloro che non sono in possesso di ottime qualità metaboliche.

Da queste evidenze, ne è conseguita a maggior ragione, l’idea che il “Modello di Preparazione Funzionale” del Tennista deve contemplare prioritariamente l’impegno delle capacità attentive sotto la cui influenza vanno esercitate le altre qualità di tipo motorio determinando un nuovo concetto di allenamento che dovrebbe essere strutturato nel modo seguente:

CAPACITÀ ATTENTIVE

Rapidità

Esplosività

Velocità

Flessibilità

Agilità

Forza

Resistenza

Partendo da queste considerazioni sono nati lo strumento “SensoBuzz” (strumento ideato per l’allenamento e la valutazione delle capacità percettivo-cinetiche, neuromuscolari e metaboliche)  ed il “Metodo Coordinabolico” (Coordinabolico sta per: Cognitivo, Condizionale, Coordinativo e Metabolico).

Attraverso la stimolazione dell’attenzione per mezzo di segnali acustici e visivi, si attiva il sistema percettivo-cognitivo-cinetico e conseguentemente, utilizzando i mezzi allenanti selezionati e dosati opportunamente dall’allenatore, si permette all’allievo di sviluppare anche le varie qualità motorie specifiche del tennis. Dalle nostre ricerche condotte tra il 2012 e il 2017 si evince anche come l’acuità attentiva sottragga energia metabolica per la prestazione, dimostrando che esiste un “Costo Energetico dell’Attenzione” e che allenamenti specifici in questo senso riducano il gap energetico tra potenzialità soggettiva ed effettiva resa agonistica in campo. Quanto espresso in questo articolo e tutte le indicazioni relative al metodo di lavoro, saranno gli argomenti del libro, il cui titolo sarà: “La Preparazione Ottimale del Tennis: il Metodo Coordinabolico”, che sto ultimando in collaborazione con il mio allievo, il dott. Marco Mazzilli.

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Focus

A scuola dai professionisti: tennis, diagnosi e terapia

Per la rubrica ISMCA Franco Castelli spiega come l’iter diagnostico, utilizzato in medicina per l’inquadramento di un paziente, possa essere applicato al tennis. Obiettivo? Formulare un programma di allenamento personalizzato e ottimizzarne l’efficienza

Ilvio Vidovich

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L’articolo precedente di Franco Castelli sulla tecnica dello psicodramma applicata al tennis

La rubrica ISMCA ospita un nuovo contributo del medico, psichiatra e psicoterapeuta Franco Castelli, coach GPTCA e membro ISMCA, docente di scuole di psicoterapia e psicodramma e mental coach di tennisti agonisti.

Per comprendere il lavoro da svolgere con un giocatore di tennis è importante una valutazione iniziale per riuscire a capire punti forti e punti deboli, quali sono i problemi principali del suo gioco e come operare per ottimizzare le sue prestazioni in campo. L’approccio a questo tipo di valutazione è sicuramente influenzato della mia formazione medica.  Di fronte a un paziente il medico inizialmente raccoglie l’anamnesi, da intendersi come la storia del paziente e della sua malattia, che comprende il venire a conoscenza dello sviluppo del paziente,  delle sue malattie pregresse e dei suoi problemi attuali. In secondo luogo viene chiesto al paziente quali sono i suoi sintomi, da quanto tempo questi perdurano e come si manifestano. La terza fase comporta l’effettuazione di una visita medica che valuta con l’esame obiettivo le condizioni cliniche del paziente. In una quarta fase può essere richiesto un approfondimento diagnostico tramite la richiesta di esami strumentali o di laboratorio. Raccolti tutti questi elementi viene stabilita la diagnosi o ipotesi diagnostica e si propone la terapia. Le diverse fasi quindi possono essere riassunte come: anamnesi, raccolta dei sintomi, esame obiettivo, esami strumentali e di laboratorio, diagnosi, terapia.

 

Allo stesso modo, nell’approccio al tennista agonista si valuta la sua storia, i risultati raggiunti  in passato e  recentemente. Indicatori oggettivi di questa fase sono le partite vinte, le partite perse e soprattutto il ranking, che ci può dare importanti informazioni sull’andamento prestazionale dell’atleta. Ci fa capire se è in crescita, se attraversa una fase calante, se i suoi risultati sono costanti o discontinui. Molti tennisti  tendono a sopravvalutarsi, con frasi tipo “Sarei stato il numero  uno,  se non avessi avuto quell’infortunio,  se avessi trovato l’allenatore giusto, se fossi stato 20 cm più alto, se… se… se…”. Altri invece tendono a sottovalutarsi, con frasi come “Quando gioco in partita faccio schifo, non riuscirò mai di arrivare tra i primi, sto pensando di smettere non ne vale la pena“. Al di là delle autovalutazioni, che sono sicuramente importanti, l’unica cosa oggettivabile è il ranking. Che corrisponde alle partite vinte, alle partite perse e al raggiungimento di risultati concreti. Quindi un numero, una posizione, che può essere il punto di partenza di un percorso che ci darà modo di capire, più avanti nel tempo, se il nostro lavoro sta funzionando o no. Altre valutazioni sono troppo soggettive, tipo “Da quando lavora con me è migliorato il suo dritto, da quando lavora con me vince di più, da quando lavora con me è più tranquillo”. Tutte valutazioni soggettive, che non ci dicono se il tennista è migliorato o meno. Questo ce lo dice solo il ranking, capace di valutare la posizione iniziale e la posizione raggiunta dopo un certo periodo di lavoro.

Valutazione dei sintomi e problemi.  Viene chiesto al giocatore quali ritiene siano i suoi problemi di carattere tecnico, tattico, fisico, mentale. Questa valutazione viene supportata da un questionario di valutazione, che viene consegnato all’inizio del lavoro al giocatore e che ha una duplice funzione.  La prima è quella di interrogarsi sul proprio gioco, di porsi delle domande su quali sono le proprie capacità, difficoltà e possibilità di migliorare il proprio gioco. Corrisponde all’inizio di un lavoro di consapevolezza di sé, fondamentale per progredire e ottimizzare le proprie prestazioni. In secondo luogo stabilisce un punto di partenza del lavoro, valutando punti forti e punti critici, che poi saranno rivalutati a distanza di tempo, tramite la somministrazione dello stesso questionario, per capire che cosa è migliorato, che cosa è peggiorato, che cosa è rimasto invariato. Lo stesso questionario di valutazione viene somministrato al coach, in modo che anche lui stabilisca il suo punto di vista sul suo giocatore, ponendosi e rispondendo alle stesse domande. In caso di agonisti under 18 il questionario viene somministrato anche ai genitori del giocatore, per avere il loro punto di vista. I familiari sono depositari di un vasto archivio di memorie di incontri del giocatore, avendo assistito più di chiunque altro alle sue partite, fin da quando era piccolo. Inoltre coinvolgerli direttamente nel programma di lavoro aiuta la collaborazione, indispensabile per poter portare avanti obiettivi comuni. I questionari vengono poi confrontati per capire se c’è una condivisione di quali sono le problematiche principali, i punti di forza e gli obiettivi, o non c’è ma ci sono punti di vista differenti.

Nel caso di una valutazione di un tennista, però, la cosa più interessante, prima del contatto diretto con l’atleta e della sua autovalutazione, è poter fare una valutazione obiettiva del suo gioco, che corrisponde all’esame obiettivo medico. Può essere utile in questo senso visionare una partita del tennista e raccogliere materiale video di uno o più suoi incontri, magari ad insaputa del giocatore e prima di conoscerlo, in modo di avere un’immagine obiettiva, non influenzata da altri. Quali sono le informazioni che si possono trarre da questa analisi? Si possono valutare il tipo di gioco del tennista, i suoi punti di forza, i suoi punti di debolezza. Con alcuni parametri che sono importanti per capire, poi, quali priorità dare al lavoro di allenamento. Ad esempio, quanto il tennista entra dentro il campo giocando, la distanza prevalente che occupa dalla linea di fondo, la sua propensione ad attaccare o difendere, la consistenza e la continuità di gioco, le differenza tra prima e seconda palla di servizio, la risposta alla prima e seconda palla di servizio, la capacità di gestione del punto e del match nel suo insieme. Queste sono alcune delle indicazioni di carattere tecnico-tattico che possiamo trarre da questa valutazione.

Altro parametro che può essere valutato è la condizione fisica. Come viene influenzata dalla fatica, dalla durata dell’incontro, dalle condizioni stressanti del match, dalle condizioni atmosferiche, dal gioco dell’avversario, dalle diverse fasi del match, dal diverso terreno di gioco – sintetico, terra, erba -. Ci sono giocatori che partono lenti e si riscaldano con il progredire dell’incontro, altri che partono forti e tendono a calare nel tempo.

Terzo parametro da valutare è la condizione mentale del giocatore, che si evidenzia analizzando:

  • il livello di attivazione – Ad esempio viene valutata la gestione dei primi game, per capire il livello di attivazione con cui il giocatore entra in campo, la reattività, se è scarico o troppo carico
  • il livello di attenzione – Come si mantiene e si modifica durante l’incontro in relazione alle diverse fasi della partita. Ci sono giocatori che soffrono i primi game dell’incontro ed impiegano tempo per entrare in partita, regalando così all’avversario punti facili, che poi sono difficili da recuperare. Altri giocatori fanno fatica a mantenere alto il livello di attenzione e concentrazione all’inizio del secondo set, dopo aver vinto il primo e tendono per qualche game ad allontanarsi mentalmente dall’incontro, perdendo la presenza attiva in campo
  • i thriller points – si tratta dei punti fondamentali dell’incontro, quelli che sono causa di tensione psicofisica, ansie e timori di non farcela. Mi riferisco ai match point, ai set point, ai tie-break, alle palle break, a tutti quei punti che sono decisivi per l’andamento dell’incontro. È importante capire come li vive il giocatore, qual’è il suo atteggiamento in quei momenti, quando è capace di conquistarsi il punto e quando lo spreca, se si parla addosso attaccandosi o si infonde coraggio, se il suo corpo reagisce alla tensione contraendosi e bloccando la fluidità del movimento
  • le pause – Sono gli intervalli di tempo tra punto e punto, tra la prima e la seconda palla di servizio, tra game e game, tra set e set, il cambio di campo. È importante osservare cosa succede se perde o vince il punto, ancoraggi e rituali. La pause possono essere momenti di ricarica, utilizzabili per riprendere fiato e concentrazione e rientrare nel match con una maggiore presenza fisica e mentale, o possono essere momenti nei quali il giocatore si perde e si allontana dal match, spaccando racchette, prendendosela con sè stesso, lasciandosi andare allo sconforto e alla sfiducia dei propri mezzi
  • l’atteggiamento – Il modo di stare in campo può essere diverso per ogni giocatore. Si può valutare se quando è in partita è sicuro, tranquillo, teso, nervoso, sfiduciato, assente, aggressivo o passivo. Importante è la valutazione degli elementi che possono modificare l’atteggiamento e da cosa può essere condizionato. Ad esempio alcuni giocatori partono già sconfitti, se devono affrontare un avversario più posizionato in classifica. Altri soffrono la presenza dei genitori o dello stesso coach durante l’incontro. Alcuni si abbattono dopo i primi errori, altri si attivano se sono provocati. Osservare se l’atteggiamento è diverso in partita rispetto l’allenamento: alcuni giocatori sono spavaldi in allenamento e si perdono in partita, altri riescono a rendere al meglio se sono stimolati dalla competizione dell’incontro.

Quando si vuole approfondire o chiarire un’ipotesi diagnostica formulata in base ad anamnesi, sintomatologia ed esame obiettivo del paziente, si prescrivono, al paziente esami strumentali e di laboratorio. L’equivalente in campo tennistico possono essere dei test di valutazione, eseguiti in campo mediante esercitazioni specifiche. Si possono pensare esercitazioni che testano quantitativamente le capacità dell’atleta, come: test sull’attenzione, test sulla precisione, test sulle capacità di trasformazione, test di variazione del ritmo di gioco, ecc.
Mi soffermo su un test che ho elaborato personalmente, il Grafico sulla percentuale di rendimento in partita a game per game. Il giocatore, dopo la partita, disegna un grafico che corrisponda alla percentuale di rendimento in partita game per game. Il visualizzare, mediante la curva di rendimento in partita, la prestazione appena eseguita, consente un’analisi approfondita dell’incontro, la comprensione di quali sono stati punti di svolta ed i punti critici, l’andamento nel tempo del rendimento in partita. Queste considerazioni sono importanti per acquisire conoscenza del proprio gioco, consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti.

Questi test, eseguiti all’inizio del programma di lavoro di tennista, possono essere eseguiti nuovamente a distanza di tempo, per valutare se le performance, nelle diverse aree di riferimento, sono migliorate, peggiorate, o rimaste immodificate nel tempo. Questo materiale, annotato per iscritto – verba volant, scripta manent -, diventa prezioso per impostare un programma di allenamento proprio partendo dalle difficoltà specifiche viste in campo, al fine di creare un progetto di lavoro personalizzato, specifico per il singolo giocatore e le sue caratteristiche tecniche, tattiche, fisiche e mentali.

Al termine di questa valutazione diagnostica, dovremmo essere in possesso di dati, informazioni e conoscenze che ci consentono di impostare un programma terapeutico, se stiamo parlando delle problematiche di un paziente in un contesto medico, o un programma di allenamento, se stiamo parlando di un atleta in un contesto sportivo. Il programma di allenamento di un tennista risulta così essere personalizzato in relazione alle conoscenze specifiche delle sue capacità tecniche, tattiche, fisiche e mentali, che abbiamo acquisito nella valutazione diagnostica descritta. Nell’impostazione di un programma di preparazione mentale di un tennista, la cui funzione sia di integrare le diverse aree (tecnica, tattica, fisica e mentale), è indispensabile che il lavoro, anche sul piano mentale, sia svolto direttamente sul campo. In tal senso viene svolto sul campo un training psicosomatico, partendo da esercitazioni specifiche che affrontino le problematiche rilevate nella fase diagnostica, in modo da fare esperienza diretta in allenamento delle difficoltà che abitualmente il tennista vive durante la partita. Questa situazione stressante e frustrante, riprodotta nella prima parte dell’allenamento, consente la possibilità, in primo luogo, dello sviluppo di una consapevolezza da parte del giocatore stesso delle proprie problematiche. In secondo luogo, dopo una riflessione congiunta sulle difficoltà appena vissute, si apre l’opportunità di trovare insieme altre soluzioni al problema, nuovi copioni e schemi di gioco da rappresentare e sperimentare immediatamente in campo nella seconda parte dell’allenamento. Se io faccio esperienza diretta del problema in allenamento, quando mi ritrovo in partita lo conosco già, ed è più facile per me trovare una soluzione in quanto l’ho già sperimentata nell’allenamento stesso.

Quindi, invece di acquisire nuove conoscenze di sé tramite la parola e il dialogo con uno psicoterapeuta, con questa metodica di lavoro apprendo direttamente dall’esperienza, secondo il principio ed il modello della mente di Wilfred Bion. L’esperienza vissuta – prima della frustrazione per non essere riuscito ad eseguire al meglio l’esercizio proposto, poi della soddisfazione per aver individuato il problema e trovato la soluzione – facilita l’acquisizione di nuove idee e pensieri, allarga lo spazio mentale, aumenta la consapevolezza di sé e del proprio gioco, indispensabile per diventare registi delle proprie partite ed ottimizzare le proprie prestazioni in partita.

Per concludere, è interessante ricordare che l’obiettivo principale della medicina non è il curare le malattie dei pazienti, ma operare per la salute della persona. Il rischio della medicina attuale è quello di adoperarsi per la risoluzione del sintomo con una terapia efficace, invece di inquadrare il sintomo in un contesto che comprenda corpo e mente della persona, al fine di ritrovare uno stato di benessere generale. Allo stesso modo risolvere il problema della risposta al servizio di un tennista o della sua solidità durante l’incontro, limitandosi ad un lavoro tecnico, potrebbe essere una terapia efficace solo per il sintomo, ma se non inquadrato in un contesto generale, che comprenda tecnica, tattica, condizione fisica e mentale, potrebbe non modificare in senso positivo il gioco del tennista e l’ottenimento di risultati sul campo.

Propongo allora un esempio di cosa significa diagnosi e terapia riferita al tennis. Se dalla valutazione diagnostica risulta che le principali problematiche del giocatore sono relative all’attenzione, al ritmo di gioco, alla risposta alla prima palla di servizio, alla gestione dei thriller points, si imposta la terapia o il lavoro dell’allenamento con un programma di lavoro personalizzato ed esercitazioni specifiche rivolte alle problematiche emerse nella valutazione diagnostica. Ho elaborato una scheda, chiamata “Tennis: Diagnosi e Terapia” per la valutazione tecnica, tattica, fisica e mentale del tennista, che riassume le diverse fasi esposte e può essere utilizzata come metodo di lavoro. La possibilità di utilizzare un metodo scientifico, sia in fase diagnostica che nella programmazione di un lavoro di allenamento, può consentire di integrare i diversi aspetti tecnici, tattici, fisici e mentali, di potenziare l’efficienza del training e ottenere una miglior performance in partita.

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Lo psicodramma dell’incontro di tennis: a scuola dai professionisti

Franco Castelli sulla tecnica dello psicodramma applicata al tennis. Rivivere l’esperienza dei momenti difficili della partita, aiuta il giocatore a diventare consapevole delle emozioni in campo, a gestirle e trovare nuove soluzioni utilizzabili in futuro

Ilvio Vidovich

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Roberta Vinci stringe la mano a Serena Williams - SF US Open 2015 (foto di Bob Straus)

Questo mese l’articolo della rubrica ISMCA è del medico, psichiatra e psicoterapeuta Franco Castelli. Coach GPTCA e membro ISMCA, docente di scuole di psicoterapia e psicodramma, Castelli allena come mental coach tennisti agonisti utilizzando un metodo psicosomatico direttamente sul campo da gioco.


INTRODUZIONE ALLO PSICODRAMMA – Lo psicodramma è una tecnica inventata da Jacob Levi Moreno ai primi del novecento. Medico, filosofo ed appassionato di teatro, Moreno (Bucarest 1889 – Beacon 1974) pensava che le emozioni, i problemi, le storie racchiuse dentro di noi che ci creano blocchi e difficoltà nel vivere quotidiano, potessero essere raccontate e messe in scena su un palcoscenico rappresentandole in prima persona come fossero un dramma o una commedia. Utilizzando la funzione catartica del teatro, già presente nelle tragedie del teatro greco, attori e spettatori vivono in prima persona drammi e conflitti rappresentati sul palcoscenico come fossero propri e così acquistano consapevolezza, se ne liberano e li risolvono nello spazio scenico del teatro.

Con la tecnica della visualizzazione si immaginano i momenti critici delle partite di tennis e questo aiuta poi, durante la partita, a viverli con meno tensione. Con lo psicodramma rappresento, interpreto e vivo in prima persona il momento critico della partita, rivivendolo sulla mia pelle e così, affrontandolo come fosse vero in un ambiente protetto, cerco di capire cosa mi ha messo in difficoltà e creato tensione e imparo a gestirlo diversamente, trovando un finale diverso alla storia della partita, nello spazio scenico del campo da tennis diventato palcoscenico.

 

I personaggi dello psicodramma, con l’aiuto del regista-terapeuta, sono scelti direttamente nel gruppo di lavoro dal tennista che racconta la storia della sua partita di tennis e possono essere: il tennista protagonista, l’avversario, il pubblico, il coach, ma anche la rete, la seconda palla di servizio, il match-point che diventano attori in scena con i quali confrontarsi, interagire e rivivere il momento critico della partita in prima persona. Al termine della sezione di psicodramma c’è un momento di restituzione nel quale i partecipanti al gruppo condividono insieme emozioni e vissuti, trovando chiavi nuove di letture e comprensione diretta dei problemi, avendoli vissuti in prima persona nello spazio scenico come esperienza diretta.

RELAZIONE TRA LO PSICODRAMMA E LA PARTITA DI TENNIS – Alcune partite di tennis potrebbero essere lette come storie, narrazioni di duelli tra due combattenti, dove colpi di scena, capovolgimenti di fronte, piccole tragedie, astuzie, possono cambiare il decorso e portare alla vittoria l’uno o l’altro dei due contendenti. Pensiamo a Ettore contro Achille, Ulisse e Polifemo, queste storie potrebbero essere raccontate come fossero delle partite di tennis, dove a volte vince il più forte, a volte il più astuto, a volte quello che sembra più debole, come è accaduto tra Roberta Vinci e Serena Williams all’US Open 2015, che fa rivivere la storia di Davide contro Golia. Pensiamo alla finale degli Internazionali di Roma 2017, dove l’incontro tra Zverev e Djokovic può essere letto come uno scontro generazionale o come l’allievo che batte il maestro. O pensiamo all’epico ed interminabile duello tra Federer e Nadal, che riaccende ogni volta la passione dei tifosi, come l’infinita battaglia tra Atene e Sparta.

Durante l’incontro di tennis accadono drammi, piccole tragedie, resurrezioni insospettate. Dei veri e propri psicodrammi possono essere messi in scena nel campo da tennis, dove il pubblico assiste come ad una commedia, e gli attori-giocatori danno vita a volte a vere proprie sceneggiate, scatti di rabbia e distruttività, vittorie e sconfitte, mai pareggi. È come se in questa dimensione venisse rappresentata l’idea del duello mortale, dove o si vince o si perde, dove o si vive, o si muore e si viene eliminati. Dove non c’è una possibilità intermedia, una via d’uscita che metta d’accordo tutti, una tregua, una pace, è sempre battaglia mortale, guerra all’ultimo sangue, dove chi perde viene eliminato, tagliato fuori dal gioco e non va avanti, non prosegue la propria vita nel torneo. Questa immagine forte pesa sull’incontro di tennis tra i due contendenti, che si stanno giocando il tutto per tutto in quel momento.

Considerare una partita di tennis come uno psicodramma, porta a pensare che i giocatori possono essere visti come attori e l’allenatore, il coach, come regista dello spettacolo, che non entra in scena, ma sta dietro le quinte. Il lungo lavoro di preparazione, le estenuanti prove per mettere in scena lo spettacolo, sono finalizzati al fatto che il suo attore protagonista dia il meglio di sé, che il suo tennista giochi al meglio delle sue capacità la partita.
Ma il nostro regista è regista di una commedia dell’arte, dove non c’è un testo già scritto, predefinito, ma un canovaccio, un canovaccio dal quale poi l’attore improvvisa. Il Canovaccio potrebbe essere inteso come le regole del gioco. La maestria dell’attore potrebbe essere intesa come la capacità tecniche del giocatore. Il teatro potrebbe essere rappresentato dal campo come palcoscenico e dalle tribune come la platea. Ma il tennis, come la commedia dell’arte, è uno sport situazionale, mai uguale a se stesso, dove ogni rappresentazione è diversa l’una dall’altra. Questo obbliga sia l’attore che il giocatore a stare in scena sempre attento a che cosa accade nel campo-palcoscenico, per trovare il modo di inserire una battuta, compiere un movimento inaspettato, esprimere con il corpo, con il gesto tecnico, qualcosa di sorprendente. Il che vuol dire restare sempre attenti a come arriva la palla, a come arriva la battuta dell’altro attore, per poter rispondere subito, sempre con un certo ritmo e in modo adeguato di volta in volta.

ESERCITAZIONI IN CAMPO – Ma come portare tutto questo in campo con esercitazioni o allenamenti da svolgere? Si propongono esercitazioni nelle quali si chiede al tennista di uscire dai propri schemi, diversificandoli e rendendoli flessibili di volta in volta in situazioni diverse utilizzando due modalità, illustrate nel seguito.

1) Cambiare registro. Allenare la flessibilità mentale ed emotiva
L’obiettivo di questi esercizi è allenare l’atleta ai cambi di situazione, ai cambi di vissuti emotivi, ai cambi di tensione presenti in campo durante la partita, ai momenti decisivi dell’incontro nei quali è particolarmente importante riuscire ad essere presenti a sé stessi e ad avere la capacità di modificare il proprio gioco, il proprio atteggiamento in relazione al momento, a cosa viene richiesto in quella fase di gioco.

Dopo le esercitazioni, che vengono proposte direttamente in campo al giocatore o al gruppo di giocatori, si propone una fase di riflessione, dove si analizzano i vissuti emersi durante il lavoro svolto, in modo tale che oltre al vissuto emotivo corporeo, di cui si è fatto esperienza durante l’esercitazione, ci sia anche una fase di mentalizzazione, dove si approfondisce la conoscenza di sé, la consapevolezza dei propri gesti e della capacità di gestire le proprie emozioni nei momenti difficili della partita di tennis, in modo tale da diventare padrone del proprio gioco. Ad esempio si propone all’allievo di giocare alcuni games contro uno sparring partner. Obbligando il nostro giocatore ad alcune condizioni limitanti rispetto l’avversario. Come un restringimento del campo dell’avversario o la possibilità di giocare una sola palla al servizio. Lasciando invece allo sparring la possibilità di giocare utilizzando tutto il campo di gioco del nostro allievo o le due palle di servizio.

Quali sono gli intenti di questa esercitazione? Sono quelli di: a) allenare la capacità di concentrazione, la precisione e profondità dei colpi; b) creare volutamente situazioni stressanti e sentimenti di frustrazione simili a quelli della partita vera; c) suscitare nell’allievo, giocando in condizioni svantaggiate  rispetto all’avversario, irritazione, nervosismo, sentimenti di sconforto e svalutazione, tipici dei momenti critici.

A questo punto si chiede al giocatore di esplicitare che cosa prova, che emozioni sta vivendo, qual’è il vissuto personale. Partendo proprio da questi sentimenti negativi, si propone al  giocatore di provare a trasformare questo sconforto in un vissuto emotivo differente. Ad esempio gli si chiede di non giocare più sconfortato, ma arrabbiato. Dicendogli: “Adesso non sei più triste e sconfortato. Ora sei arrabbiato. Come un animale ferito che lotta per la sopravvivenza“. Aiutandolo a trovare la postura, l’atteggiamento, lo sguardo che possa esprimere questo sentimento, anche scherzandoci sopra come fosse un gioco delle parti. Per poi in un secondo momento passare alla leggerezza e dirgli: “Adesso gioca come una farfalla. Attraversi il campo volando. Colpisci la palla come un battito d’ali. Per poi tornare a giocare sconfortato e poi magari velocissimo come un ghepardo.

L’aver sperimentato la modificazione dei propri vissuti in allenamento, passando da uno stato emotivo ad un altro, consente la possibilità di trasformare i propri sentimenti di rabbia e frustrazione, anche nei momenti difficili della partita, in altre sensazioni e atteggiamenti più propositivi e produttivi. Il metodo teatrale ideato da Stanislavskij prevede che l’attore si immedesimi nei diversi personaggi, assumendo come fossero propri i suoi pensieri e atteggiamenti, le sue parole e posture. Tale metodo ha raccolto l’insegnamento dello Psicodramma di Moreno e può essere applicato al tennis, anche perché in questo modo la mentalizzazione e la consapevolezza di sé e del proprio gioco, non diventa un processo pesante e faticoso, ma si acquisisce su campo in una atmosfera ludica, dove sta alla capacità del mental coach la possibilità di alleggerire le dinamiche, utilizzando ironia, fantasia e creatività.

2) Psicodramma dei thriller point della partita di tennis
Cosa sono i thriller point?
 In analogia con i trigger point, sono quei punti della partita, che se vengono stimolati rievocati, suscitano stati d’animo di tensione, ansia, incertezza, una sorta di suspense come la sensazione di un pericolo imminente, caratterizzata dal timore che possa accadere qualcosa di grave, di negativo, che la palla possa finire in rete, la partita possa finire male.

A livello fisico i thriller point si manifestano con stati di tensione ed eccitazione che pervadono tutto l’organismo, sia mentalmente, sia fisicamente, che alcune volte hanno il potere paralizzante le normali funzioni motorie, facendo regredire in quel momento la motricità del tennista a schemi motori passati e grossolani. Pensate al braccio corto, all’impaccio muscolare che in alcuni momenti critici della partita prende il sopravvento facendo sbagliare al tennista colpi che abitualmente esegue senza problemi.

Per iniziare a mettere in scena lo psicodramma della partita di tennis si parte proprio dai thriller point e si chiede al giocatore di raccontare un episodio nel quale si è trovato in difficoltà durante una partita, o se ci sono situazioni critiche che si ripresentano spesso durante i suoi incontri. Potrebbe essere un tie-break che si è perso, l’essere stato sconfitto da un giocatore di più basso livello, un calo di concentrazione in un momento decisivo dell’incontro, ecc…

Partendo dalla storia raccontata dal giocatore, la si mette in scena, direttamente nel campo da tennis. Il giocatore sceglie i personaggi protagonisti della storia tra i componenti del proprio gruppo di lavoro o staff, aiutato nella scelta dalla figura del coach-regista, e affida loro i diversi ruoli. Quali sono questi ruoli? Si inizia con quello del giocatore stesso, che può essere affidato anche ad un altro membro dello staff con lo scopo di modificare l’abituale punto di vista del giocatore sulla sua partita, come avere la possibilità di vedersi da fuori mentre si sta giocando. L’avversario, che a volte può essere interpretato dal nostro giocatore per dargli la possibilità di entrare nel gioco, nella mente, nella psicologia dell’avversario che ha di fronte, di conoscerlo meglio ed in questo modo capire quali sono i suoi punti forti e quali sono i suoi punti deboli. Il coach, il giudice arbitro, il pubblico, sono altri personaggi che possono entrare in scena. I personaggi possono appartenere anche al mondo di relazione del giocatore, come i genitori, la fidanzata o il fidanzato, lo zio, il primo maestro, il dirigente della federazione, ma anche al mondo interno del paziente, come la sfiducia in se stesso, la paura di vincere, la rabbia per un punto perso. Oppure possono essere oggetti che entrano in gioco durante la partita, come la rete, la palla, racchetta, la linea del campo, che prendono forma ed entrano in scena svolgendo un ruolo a volte decisivo. In questo modo si rappresenta la scena iniziale ed ognuno comincia interpretare la propria parte, vivendola in prima persona come nella realtà. I personaggi in campo interagendo tra loro, spesso reinventano una nuova trama diversa da quella della partita persa e a volte trovano nuove soluzioni, proprio affrontando direttamente i conflitti nel palcoscenico del campo da tennis.

Dopo la messa in scena e alla fine della rappresentazione viene chiesto dal coach-regista una riflessione su quanto accaduto: quali emozioni ha suscitato il rivivere l’episodio, quali i vissuti hanno provato i diversi componenti dello psicodramma, quali sono stati cambiamenti della storia rispetto a quanto era accaduto durante la partita persa. La fase di mentalizzazione aiuta nuove conoscenze di sé, apre nuove possibilità e soluzioni, ma soprattutto l’aver vissuto, nello spazio protetto dello psicodramma, un copione diverso in prima persona come esperienza diretta, diventa un bagaglio personale che nel momento nel quale si presenta la stessa situazione già vissuta nello psicodramma, può essere utilizzato durante la partita vera per uscire da un momento di difficoltà e riprendere in mano il governo della partita guidandolo verso un nuovo finale.

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ISMCA

Castellani e gli Egogrammi del tennis. Sarà una svolta?

In esclusiva per la rubrica ISMCA l’articolo (in due parti) di Alberto Castellani, che ci spiega come partendo dall’Analisi Transazionale ha sviluppato la prima applicazione che fornisce una valutazione numerica della prestazione mentale nel tennis

Ilvio Vidovich

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L’autore dell’articolo di questo mese della rubrica della ISMCA non ha certo bisogno di presentazioni. Si tratta del grande allenatore italiano Alberto Castellani, presidente e fondatore dell’associazione internazionale che riunisce i mental coach specializzati nel tennis (ed anche della GPTCA, l’associazione internazionale dei coach di tennis riconosciuta dalla ATP), oltre che ex allenatore di tanti nomi noti del circuito ATP (Rosset, Arazi, Schuttler, Karlovic e Tipsarevic, per citarne alcuni).


Da anni chiamo PARADOSSO TENNISTICO quello che è per me la cosa più inspiegabile, strana e, lasciatemelo dire, puerile (per non dire stupida) del nostro sport. Dobbiamo fare qualcosa per reagire a questa stupidità e riempire questo vuoto o semivuoto o idiozia che dir si voglia! Lo ripeto in tutti i corsi di formazione che ho il piacere e l’onore di coordinare. Il tennis nella pianificazione dell’allenamento è da sempre uno sport “monco”: solo in questi ultimi anni si sta facendo timidamente qualcosa per renderlo completo e direi “normale”, ma i tentativi sono ancora blandi e insufficienti. Sarò più preciso. La stragrande maggioranza dei giocatori di tennis di alto livello, come i primi trecento della classifica ATP, afferma che quella mentale è la componente più importante dell’allenamento e la percentuale di quelli che hanno questa convinzione si avvicina quasi al 100 % fra i top 50. Ho fatto varie ricerche, interviste e questionari e tutti sono d’accordo: da Federer a Djokovic, da Murray a Zverev. Lo stesso Nadal, che ha un tennis prettamente fisico, ripete che è l’aspetto mentale a fare la differenza ad alto livello.

Che cosa fanno i giocatori professionisti per allenare la componente mentale e le capacità mentali come la concentrazione, la fiducia in se stessi, l’autoregolazione, la riduzione dell’ansia, il controllo delle emozioni, la riduzione dello stress, etc…? Nulla! O quasi nulla, ed in ogni caso solo alcuni vi dedicano un po’ di tempo e, il più delle volte, poco programmato. Nelle accademie di tennis, e non in tutte, solo da pochi anni si dedicano 1-2 ore alla settimana all’allenamento mentale. Un periodo di tempo che non può dare alcun risultato significativo! Immaginate se i giocatori allenassero la parte tecnica o quella fisica 1-2 ore alla settimana: il risultato sarebbe scarso. È per questo, non dedicando il tempo necessario alla programmazione mentale, che molti giocatori rispetto alle abilità mentali si giudicano, sono giudicati o sono realmente… scarsi! Nei tornei, durante la preparazione invernale, nei programmi giornalieri delle accademie, si allenano diritto, rovescio, velocità, forza, resistenza… Ma non a sufficienza le capacità mentali, pur essendo ritenute le più importanti! Ad esempio, in un mese dedichiamo al perfezionamento del rovescio decine di ore, ma solo qualche minuto, al massimo un’ora, alla regolazione dei livelli di attivazione, dell’ansia o all’allenamento della concentrazione.

 

Da qui il PARADOSSO: da affrontare con urgenza e, se possibile, risolvere. Un paradosso che continua in tutti i tornei, dagli Slam ai Futures! In nessuno di questi, nelle statistiche finali del match che il torneo fornisce – dai trenta fogli di Wimbledon e del Roland Garros all’unica pagina dei Futures – esiste una riga o un numero che valuti l’aspetto mentale del match. Sono disponibili in sala stampa o nell’ufficio arbitri del torneo risultati e statistiche su ognuna delle caratteristiche tecniche o fisiche, con numeri e percentuali precise, ma non abbiamo un numero che valuti la performance dal punto di vista mentale. Non una indicazione! Con gli Egogrammi, dei quali tra poco parleremo, cerchiamo di ovviare a questa mancanza, a mio avviso grave per il tennis del futuro. Gli Egogrammi sono stati trasformati da me e da Lucio Caprioli nella app EGOGRAMS, disponibile su Internet, che valuta i comportamenti del giocatore in campo.

Mi riferirò alla teoria più diffusa sulla “Frantumazione “dell’IO, quella della Analisi Transazionale, che parte dal principio che in ognuno di noi ci sono tre grandi diversi modi di agire e di comportarsi che chiamiamo Stati dell’Io. Come se fossimo in tre dentro ognuno di noi, ed in ogni momento della nostra vita usiamo o l’uno o l’altro o l’altro ancora di questi “LORO”. Investendo in ognuno di essi, ogni volta, una parte della nostra energia mentale (ma anche fisica). L’Analisi Transazionale appartiene alla corrente della psicologia umanistica e fu ideata negli anni cinquanta dallo psichiatra Eric Berne (1910-1970). Attraverso la teoria degli Stati dell’Io, possiamo capire meglio le relazioni sociali ed i conflitti che si verificano all’interno delle relazioni stesse e molto meglio il rapporto coach-giocatore.

Ogni stato dell’Io è un modo di comportarsi, che sarà – in un modo o nell’altro – dipendente dalle emozioni e dal nostro modo di pensare in quel momento. Questi tre differenti modi di essere si rappresentano sempre graficamente in Analisi Transazionale con tre cerchi attaccati e tangenti:

I tre Stati dell’Io (G – Genitore A – Adulto B – Bambino)

Spiegando il funzionamento dei vari stati dell’Io, come cercherò di fare, si capirà meglio il comportamento dei tennisti in campo e si potrà anche valutare il consumo energetico mentale degli stessi nel corso del match. Potremmo arrivare a dare una valutazione numerica dei comportamenti dei giocatori in campo e di come viene investita la loro energia mentale. E vedere se quei comportamenti portano a risultati positivi o negativi e, in quest’ultimo caso, come cambiarli. Daremmo in definitiva, finalmente, una valutazione della prestazione dal punto di vista mentale. Esattamente il fine che ci eravamo preposti. Quali sono questi tre IO?

L’Io Genitore – È uno stato nel quale si agisce, si pensa o si parla con i modelli che abbiamo acquisito dai nostri genitori o da una figura autoritaria importante nella nostra infanzia. È l’Io etico o presunto tale, l’Io morale che ci dice cosa è giusto e cosa è sbagliato, come si deve vivere, sentire, in cosa dobbiamo credere. Tutto questo è stato registrato e in ognuno di noi vi è un “genitore interiore”. Nella app EGOGRAMS distinguiamo un “Genitore Normativo” – indicato con GN – che è proprio l’Io che ci dà regole rigide morali comportamentali ed un Io genitoriale più accondiscendente ed affettivo che chiameremo proprio “Genitore Affettivo “ – sintetizzato con GA. Il tennista sul terreno di gioco, durante il match o al cambio di campo, parla spesso a se stesso urlando e parlandosi in terza persona: “Stupido! Piega le gambe!“, “Non puoi sbagliare un colpo cosi facile! “, “Smetti! Devi smettere se giochi così!”, etc… Oppure usa il medesimo linguaggio a livello metaverbale, attraverso il corpo: aprendo desolato le braccia, con mimica facciale chiaramente adirata etc… È chiaro che in questi casi il tennista energizza l’Io Genitoriale Normativo: critico, rigido, poco flessibile, autoritario, iracondo, serio, giudicatore, colpevolizzante, etc… Se abbiamo però avuto la fortuna di avere anche genitori amorevoli, allora in campo il linguaggio del tennista può cambiare e alternarsi con altri tipi di affermazioni: “Ok hai sbagliato, ma ora pensa al prossimo punto!”, “Su, forza, puoi farcela! Concentrato! E positivo!“ ,“Non importa, su!”. È l’Io Genitore affettivo (GA), flessibile, incoraggiante, cooperativo, che darà input positivi, etc… Il linguaggio verbale e corporeo del giocatore (o della giocatrice) dipenderà dai modelli che ha acquisito durante l’infanzia. E l’alternarsi degli stati genitoriali GA e GN, sarà una copia di ciò che il giocatore stesso avrà visto e vissuto durante la propria infanzia.

L’Io Adulto – L’io di mezzo, è lo stato più razionale  e realista. Uno stato in cui si analizzano le informazioni, si mette ordine e si prendono delle decisioni che pensiamo essere le più sicure, senza lasciarci influenzare dalle emozioni o dalle regole. Si focalizza su “Ciò che va fatto, ciò che razionalmente è meglio fare” ed in campo il tennista lo esplicita pensando o parlando in maniera logica e convincente a se stesso: “Ora cambio tattica““Non mi conviene lottare questo set e do tutto nel prossimo“, “La tattica migliore ora è questa…” , “Mi sento sottoattivato, ora cercherò di attivarmi”, etc… Le azioni dell’adulto sono, prevalentemente, quelle ideali perché ogni conversazione sia fluida e positiva. È lo stato che riduce i conflitti e riconsegna molte volte, soprattutto nella vita, positività alle situazioni. L’adulto pensa e ragiona in modo realistico. Gli altri due stati – del genitore e del bambino – sono maggiormente dominati dalle emozioni e dalle reazioni istintive.

L’Io Adulto si mostrerà sincero, umano, rispettoso, flessibile, empatico, risolutivo. Nella vita potrebbe essere, e nel maggior numero dei casi lo è, lo stato più razionale ed efficiente. In una partita di tennis non è così chiaro e semplice, ed energizzare l’Io Adulto al di sopra o al di sotto di una certa percentuale, può essere positivo o negativo, poiché dipende dalla personalità del giocatore e soprattutto dalle statistiche dei risultati… Chiarirò meglio dopo questo concetto!

L’Io Bambino – È lo stato maggiormente dominato da emozioni, desideri, impulsi, sogni, spontaneità, creatività ed entusiasmo. Si tratta di quella parte emozionale e spontanea degli impulsi naturali di una persona. Attenti però! L’Io Bambino, se è stato punito duramente o ferito, attiva il suo lato insicuro, timido, timoroso, crudele, egoista. Distingueremo negli Egogrammi della nostra applicazione un “Bambino Adattato” (BA), che esegue gli ordini, segue le regole e le indicazioni ricevute, dall’altro bambino, quello ribelle, istintivo e che agisce in assoluta libertà seguendo pulsioni ed emozioni, che chiamiamo ”Bambino Libero” (BL). Il Bambino Adattato, nel tennista durante il match, si esterna con un comportamento che porta in campo a camminare senza energia con le spalle abbassate, che porta a guardare in basso. Il giocatore sembra o è frustrato, triste, non prende iniziative e subisce la situazione piuttosto passivamente. Il Bambino libero (BL), invece, in campo è pieno di energia: è quello che tira la racchetta o la sbatte a terra, che impreca (anche se è vietato!), che litiga con l’avversario o con l’arbitro, che si muove con molta velleità e alcune volte oltremisura, che sorride gioioso ma anche si arrabbia, che spesso non accetta i giudizi arbitrali, etc… McEnroe insegna! C’è da dire subito che non si tratta di uno stato negativo. Fino ad un certo livello è salutare – nella vita, come anche alcune volte in campo – energizzarlo! Reprimere il nostro bambino interiore potrebbe avere conseguenze negative. Bisogna lasciare che venga fuori (in un match, vedremo fino a che percentuale in relazione alla energia mentale totale, cioè alla somma delle energie investite nei tre Io), che senta, che si diverta. Se avremo cura e regoleremo questo stato, invece di reprimerlo, anche nei giovani tennisti, la parte adulta si svilupperà in modo più sano. Tutti abbiamo dentro di noi il bambino che siamo stati.

I tre, o meglio, i cinque Io (se ne consideriamo le suddivisioni sia dell’Io Genitore che dell’Io Bambino) si alternano in continuazione ed alcune volte è anche difficile riconoscerli. In pochi secondi si può passare da uno all’altro, sia nella vita sia nella performance sportiva. La nostra applicazione EGOGRAMS considera tutti e i cinque stati dell’IO citati.

Per adesso mi fermo qui. Proseguirò nel prossimo e conclusivo articolo, nel quale mostrerò come usare questa teoria, in fondo semplice, nella pratica, nella partita giocata. Attraverso l’analisi degli Egogrammi finali o parziali della partita – cioè i diagrammi e le percentuali finali rilevati e costruiti durante il match sul diverso investimento di energia mentale per ogni stato dell’Io – vedremo come si può arrivare a stabilire, con buona attendibilità, quando investendo entro certe percentuali nei tre Io, si avranno più probabilità di vittoria oppure il contrario. È un risultato molto ambizioso, il cui raggiungimento cercherò di spiegare appunto nel prossimo articolo.

Infine, un’ultima considerazione. Sulla base dei dati che conosciamo e che sono stati pubblicati in questo campo dalla ricerca a livello mondiale, questo degli Egogrammi tennistici risulta essere il primo tentativo nella storia del nostro sport di fornire una valutazione della componente mentale in un match in termini di percentuale numerica.

(continua)

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