Grande Zverev, ma Federer e Djokovic non mi sono piaciuti

Editoriali del Direttore

Grande Zverev, ma Federer e Djokovic non mi sono piaciuti

LONDRA – Venti punti di discussione. Il futuro di Federer, Nadal, Djokovic e Zverev. Si può perdere giocando bene, ma a Londra non è successo

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Nello stendere il commento conclusivo su queste ATP Finals 2018 l’idea iniziale è quella di far felici i lettori che vorrebbero che i miei editoriali fossero più brevi. Di sicuro sarebbe contento Lorenzo della Giovanna che li traduce in inglese per Ubitennis.net, la pagina diretta da Adam Addicott che fa un lavoro splendido con una redazione abile ma esigua.

1 – Il torneo non mi è piaciuto. Di partite davvero belle, super-memorabili, non ne ho viste. E nemmeno brutte ma almeno ricche di suspence. Niente di tutto ciò. Su 15 duelli solo Cilic-Isner ha richiesto il terzo set e nessuno dei due protagonisti è approdato alle semifinali.

 

2 – Tutte queste partite in due set, compresa la finale, mi sono apparse mosce, una volta che si sono sbloccate a favore del vincitore. Chi ha perso – e potrebbe essere banale osservarlo, ma non è sempre così – ha quasi sempre giocato proprio maluccio e al di sotto delle proprie possibilità. Chiunque fosse.

3 – Tuttavia questo torneo potrebbe restare nella storia del tennis perché ha battezzato un nuovo vincitore, Sascha Zverev che ha vinto il suo primo grande torneo nel modo più inatteso e chissà quanti altri ne vincerà ancora.

4 – Sascha è il solo con Murray nel Wimbledon olimpico (2012) e con la doppietta di Nadal fra Roland Garros e Amburgo 2008 ad aver battuto uno dopo l’altro Federer e Djokovic nello stesso torneo. L’impresa quindi c’è tutta. E l’avvenire è certo roseo. Può essere che diventi perfino simpatico. Nel weekend ha guadagnato dei punti, grazie anche ai ‘buuuh’ pro Federer e alla sua intelligenza nel comprenderli, pur inevitabilmente ferito e rattristato.

5 – Quando si scriverà di lui e del suo inizio carriera si ricorderà che – sebbene il suo primo titolo ATP sia arrivato nel 2016 a St. Petersburg – il suo primo grande torneo vinto è stato il Masters 1000 di Roma 2017. E queste Finali ATP 2018 sono certamente il titolo più prestigioso. Il “battesimo” romano verrà ricordato per lui un po’ come il primo successo milanese (41 titoli in tutto) di Stefan Edberg nel 1984 e il primo successo (99 titoli) anch’esso milanese di Roger Federer nel 2001. Insomma fenomeni indigeni del tennis proprio non ne abbiamo, ma li ‘scopriamo’ e li lanciamo con altri passaporti. Meglio che niente.

Alexander Zverev – Internazionali BNL d’Italia 2017 (foto Paolo Pizzi)

6 – Senza nulla togliere ai meriti di Sascha, soprattutto considerando i suoi 21 anni compiuti ad aprile, va detto che il Djokovic da lui battuto in finale non era neppure il lontano parente di quello che gli aveva dato 64 61 mercoledì scorso. Nole non aveva mai perso il servizio, aveva tenuto 36 turni di servizio cedendo la miseria di 32 punti, e in finale è riuscito a subire, dal 4 pari del primo set al 1-2 del secondo, tre break di fila. Il primo a 15, il secondo ai vantaggi, il terzo a zero. Irriconoscibile. Bravo Sascha per carità, è stato aggressivo, ha servito bene, ha giocato meglio del solito anche di dritto, però Djokovic non era Djokovic.

7 – È giusto anche osservare che la stessa cosa a parti rovesciate era accaduta mercoledì nel corso del loro primo duello: non trasformate allora le due palle break sul 4 pari – identica situazione della finale perché in tutti e due i match era stato Djokovic a cominciare a servire e a dominare i servizi, così come Zverev – Zverev era precipitato in un abisso di errori. Dall’ 1 pari del secondo aveva fatto solo tre punti, grazie a un suo ace, un doppio fallo di Nole, un unico scambio vinto in palleggio. Irriconoscibile, quella sera, era stato lui, Sascha Zverev.

8 – Insomma si è confermata questa strana tradizione, una specie di Macumba, delle finali del Masters: non sembra davvero avere una logica la statistica che racconta 10 sconfitte in finale in 19 duelli (più del 50 per cento) subite da chi aveva vinto 24/36/48 ore prima nel round robin. Zverev non lo sapeva e quando glielo ho detto ha commentato sorridendo: “Ah cercherò di ricordarmi allora, la prossima volta, di perdere un incontro nel round robin”. E Djokovic, ovviamente meno sorridente: “Psicologicamente penseresti che chi ha vinto il primo duello nel girone dovrebbe avere maggiore fiducia… sapevo che lui avrebbe cambiato qualcosa, che avrebbe giocato meglio e lo ha fatto. Io, dal canto mio, ho giocato sotto il par, in confronto con tutti i match che ho giocato questa settimana”.

9 – La finale verrà dunque ricordata più per la sorpresa, per il nome del vincitore, e l’età, che per il gioco e la suspence. Per la sorpresa perché nessuno pensava che Djokovic, dopo 35 vittorie nelle ultime 37 partite e con zero break nella 02 Arena, potesse perdere. Se i bookmaker si sbilanciavano al punto da pagare la vittoria di Zverev a addirittura a 6 – che per la verità per una finale che vedeva impegnato un giocatore capace di servire come Zverev mi pareva una quota assurda – vuol dire che tutti quelli che giocano d’azzardo la pensavano così. E anche tutti i critici. Noi compresi.

10 – Andando a ritroso nelle finali del Masters mi sono con sorpresa trovato a scoprire che pochissime finali negli ultimi anni sono state belle e interessanti. Lasciamo perdere Dimitrov-Goffin. Di certo nessuna fino al Djokovic Federer del 2012 (76 75). E tornando più indietro – ricordando che l’ultima finale giocata sulla distanza dei 3 set su 5 è stata quella del 2007 a Shanghai, noiosissima, Federer b. Ferrer 62 63 62 – è stata bellissima quella del 2005 sempre a Shanghai vinta da Nalbandian su Federer 67 67 61 62 76 e fra quelle davvero memorabili metto quella del ’96 fra Sampras e Becker (36 76 76 67 64 e il tie-break del quarto set fini 13-11!) e fra gli stessi due attori nel ’94 46 63 75 64. Non male anche quella del 1993 – Stich b.Sampras 76 26 76 62 – ma la superficie di Francoforte era troppo veloce e fu principalmente battaglia di servizi, per risalire a quella storica del 1988 al Madison Square Garden vinta da Becker con un clamoroso net sul match point nel tiebreak del quinto dopo uno scambio di 36 palleggi: 57 76 36 62 76. Fu avvincente anche quella che Lendl vinse invece su Gerulaitis rimontandogli due set di handicap e il match-point al terzo: 67 26 76 62 64. Mi piacque anche McEnroe-Ashe nel 78, anche lì con match-point annullato: vinse Mac 63 67 75. Non vidi invece quella vinta in 5 set da Vilas su Nastase sull’erba di Kooyong 1974: 76 62 36 36 64

11 – A proposito di Lendl… eh, Ivan al Masters di fine stagione ha trionfato 5 volte (su 9 finali) con la racchetta in pugno, più una volta con Murray da coach e ora con Zverev. Ivan si era qualificato 12 volte per il Masters tra il 1980 e il 1991, una più di Djokovic e Connors, due meno di Nadal che però non si è presentato 5 volte, 4 meno di Federer. In 12 presenze Lendl aveva collezionato 39 vittorie e 10 sconfitte. Non si può dire che Zverev, quando si è rivolto a lui prima di Wimbledon, abbia scelto un coach poco esperto.

12 – Queste tre sole sconfitte subite da Novak Djokovic da Wimbledon in poi sono state un gran bello spot per le finali dell’ ATP Next-Gen di Milano. A Toronto ha perso da Tsitsipas, a Paris-Bercy da Khachanov, a Londra da Zverev. Soffre la gioventù che non c’è più?

13 – Quasi di riflesso con il punto precedente… potrei dire che in generale le partite giocate a Rho dai Next-Gen sono state più divertenti di queste di Londra e il livello della finale fra Tsitsipas e de Minaur è stato migliore di una decina di incontri visti alla 02 Arena. Però giocare set con il tie-break a 3 pari e con il No-ad è tutto un altro sport. Nei match londinesi molto poco è successo di decisivo nei primi 6 game. A Milano i giovani tennisti tiravano sempre a tutta randa e c’era grande equilibrio, fino a che sul 3 pari il tie-break lo rompeva una volta per uno e un’altra per l’altro.

Alex de Minaur – Next Gen ATP Finals 2018 (foto via Twitter, @nextgenfinals)

14 – È stata migliore la semifinale Zverev-Federer o Zverev-Djokovic? Difficile dirlo. I bei match si giocano in due. Zverev ha forse giocato meglio contro Djokovic. Djokovic ha forse giocato peggio di Federer. Con i se e i ma non si indovina lo svolgimento e l’esito di una partita, ma credo che se Federer avesse vinto il tie-break del secondo set avrebbe finito per vincere lui, nonostante fin lì avesse giocato decisamente peggio. Ma magari sottovaluto il “mentale”, la forza nervosa di Zverev perché mi lascio influenzare dal suo rendimento modesto negli Slam. Quest’anno il miglior risultato lo aveva raggiunto con i quarti al Roland Garros, dove però era stato trascinato al quinto set da avversari di poco conto.

15 – Quando Zverev, assai brillante anche nel discorso post-match, ha ringraziato sponsor, arbitri,giudici di linea e raccattapalle, mi ha percorso un fremito: e se avesse ringraziato personalmente il raccattapalle che sul 4-3 nel tie-break del secondo set contro Federer si era fatto scappar via la palla? Fossi stato nei panni degli organizzatori forse avrei fatto scendere in campo quel raccattapalle anche per la finale.

16 – Ho amato visceralmente il doppio e so che se ci fosse stata una coppia italiana mi sarei messo d’impegno per seguirlo. Invece, e me ne scuso, non ho visto una palla né un punto dal vero. Vergogna. Alla fine hanno vinto Bryan e Sock, al terzo grande titolo in stagione.

17 – Sasha Zverev è il primo “maestro” tedesco in 23 anni, da quando Boris Becker Becker battè Chang. Boris ha vinto “solo” 6 Slam ed è stato n.1 del mondo per “sole” 12 settimane – come Arantxa Sanchez! – e io credo che Zverev sia destinato a fare risultati ancora migliori. E a vincere più soldi (2.509.000 dollari ieri) dilapidandone meno. Con le donne sarà più cauto, a Boris sono costate davvero tanto. Però non lo immagino capace di conquistare altrettanta popolarità in Germania e altrove. Vincerà già uno Slam nel 2019? Sì o no, sarà certo uno dei favoriti. E fino a ieri forse non lo era.

18 – La domanda più ricorrente è però: Roger Federer si qualificherà per il prossimo Masters evincerà un altro Slam? La mia risposta è sì alla prima domanda perché non vedo 8 giocatori più forti di lui nel 2019. E no alla seconda (lieto di sbagliarmi) perché i 3 su 5 cominciano a diventare un’asticella troppo alta, soprattutto dove si fa fatica. Sull’erba, con un tabellone amico nei primi turni, potrebbe coltivare la speranziella.

Roger Federer – ATP Parigi-Bercy 2018 (foto via Twitter, @RolexPMasters)

19 – E Nadal? Sarà nuovamente il favorito al Roland Garros, dove potrebbe vincere per la dodicesima volta – potrebbe ma non dovrebbe, attenzione – ma non lo vedo assolutamente vittorioso negli altri Slam. Per le profezie però aspettate quelle dell’unico Mago che conta, il Mago Ubaldo.

20 – E Djokovic? Non avesse perso così male questo Masters, dando l’impressione di una qual certa fragilità mentale dopo aver invece espresso tanta solidità nel secondo semestre del 2018, l’avrei candidato ad un possibile Grande Slam. Ma queste sconfitte con gli arrembanti Next-Gen me lo fanno dubitare.

21 – Cavolo, sono andato lungo anche stavolta! Sono proprio incorreggibile.

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Editoriali del Direttore

Un marziano sulla terra: Nadal 20 e lode

I record sono fatti per essere battuti e da qui all’anno 2100, in 80 anni, tante cose possono accadere, salvo che un giocatore vinca 13 Roland Garros, vincendo 100 partite e perdendone appena due in 16 anni

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Rafa Nadal - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

L’articolo che segue, a firma del direttore Scanagatta, è stato pubblicato questa mattina su La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno

Meno male che per anni si è sostenuto da più parti che Rafa Nadal, per via del suo tennis dispendioso, avrebbe avuto una carriera breve, “inevitabilmente accorciata da un logorio fisico dovuto agli strappi del suo tennis”. Premesso che, anche se appare banale sottolinearlo, ogni partita può fare davvero storia a sé, tant’è che in Australia Nadal fu letteralmente preso a pallate da Djokovic, e ieri invece è accaduto l’esatto contrario, ci sono un paio di aspetti sui quali non ci piove.

Il primo è la straordinaria condizione atletica del mancino di Manacor, che si produce a 34 anni in ripetuti scatti sulle palle corte di Novak, in recuperi talmente prodigiosi da farci prendere beffe oggi di quelle teorie che decretavano Nadal tennista logoro e finito già prima dei 30 anni! Il secondo è che i progressi tecnici compiuti da Nadal, ad esempio nel rovescio incrociato e tirato coperto a tutto braccio con angolazioni pazzesche, ma anche nel rovescio slice corto giocato sul rovescio bimane di Novak, o nella volée alta dorsale di rovescio che riesce perfino a schiacciare quasi fosse uno smash su lob per nulla banali, dicono che Rafa non ha mai smesso di lavorare e migliorare anche dopo il trentaquattresimo compleanno.

Infine, chi a suo tempo, lo ha bollato con l’etichetta di giocatore “arrotino”, “pallettaro” noioso, capace soltanto di rimandare di là tutto e di più, è chiaramente un incompetente, perché Rafa ha giocato ieri un match mostruoso sotto il profilo tattico, variando continuamente schemi e strategie, in un modo tale che soltanto con una grandissima abilità tecnica, completa a 360 gradi, in difesa come all’attacco, sarebbe stato possibile metterlo in atto. Ha dominato in lungo e largo un match vinto in condizioni climatiche e altro (campi, palle) che se fosse stato per lui, non avrebbe mai scelto. Una dimostrazione di classe pazzesca.

Che non significa che al prossimo duello non sia invece Djokovic a far valere le sue caratteristiche ieri assolutamente non emerse. Quando nei confronti diretti, nei vari anni, il bilancio dice 29 a 27, non si può sostenere la manifesta superiorità dell’uno sull’altro. Ci si deve rassegnare all’imprevedibilità dei pronostici anche se di certe circostanze si dovrà sempre tener conto. Come una partita che si giochi sulla terra battuta, oppure sul cemento.

Rafa Nadal ha dominato, anche tatticamente, Novak Djokovic così nettamente, 6-0 6-2 7-5, che nessuno poteva prevederlo. Difatti McEnroe, Wilander, Courier, Henman – gli opinionisti di Eurosport – avevano tutti pensato che il tennista dall’arsenale più completo e dal repertorio più vario, il serbo cioè, avrebbe sfatato stavolta il mito dell’invincibilità di Rafa Nadal nel suo regno, approfittando anche di un campo pesante che pareva poter costituire un handicap per un top-spin presumibilmente meno efficace di Rafa. Inoltre si è giocato sotto il tetto delle Chatrier e anche quello pareva un elemento a favore di Djokovic, perché normalmente è così.

Ci siamo sbagliati tutti soprattutto per le proporzioni assolutamente inimmaginabili della sconfitta. Djokovic non aveva mai perso così nettamente una finale di Slam e stupisce che Nadal avrebbe potuto vincere ancora più nettamente, per essere stato avanti di un break, 3-2 e servizio nel terzo set e poi, raggiunto sul 3 pari, per aver avuto una palla-break sul 4 pari. Il break decisivo lo ha rinviato di poco: è arrivato sul 5 pari con un doppio fallo finale. E sul 6-5 40-0 Rafa si è permesso invece di chiudere addirittura con un ace esterno che ha lasciato Djokovic di stucco e lui… in ginocchio e, poi al suono dell’inno, in lacrime.

Come si spiega un risultato così netto, se non vogliamo liquidarlo con la banalità del tipo, Rafa ha trovato una giornata magica e Novak una pessima?

1. Djokovic ha servito malissimo. Non metteva quasi mai dentro la “prima”. Nei due break iniziali ha messo due “prime” su otto e una “prima” su sei. Ha lottato per 33 minuti ma si è trovato sotto 4-0, quando ha perso anche il quinto game pur essendo stato avanti 40-0…

2. Si è innamorato durante il torneo dei punti rapidi conquistati con la smorzata (35 contro Tsitsipas, una trentina ieri), ma non si è reso conto che a provarne troppe – e soprattutto troppo presto – non si è mai dato il tempo per trovare misura e controllo nei palleggi. Se non giochi quasi mai scambi di 10/15 colpi, uno come lui che fa del ritmo e della capacità di spostare l’avversario una sua prerogativa, diventa dura contro un Nadal che non sbaglia mai, tre gratuiti nei primi due set.

3. Se di solito il dritto è il colpo decisivo di Nadal, ieri lo è stato almeno altrettanto il rovescio slice che rimbalzava poco sul rovescio di Djokovic, e lo faceva avanzare nella terra di nessuno, senza dargli una palla comoda da attaccare.

Insomma, Rafa ha vinto per la quarta volta il torneo che da sempre è nel suo cuore senza perdere neppure un set, come già nel 2008, nel 2010, nel 2017. L’unico che è arrivato a servire per un set contro di lui (sul 6-5) è stato il nostro Jannik Sinner. Se a 19 anni il tennista altoatesino è stato capace di tanto, chissà cosa potrà fare in futuro. Non mi è parso per nulla casuale.

Roger Federer, che questo weekend era Milano e che si è visto raggiungere nel numero degli Slam vinti, 20 lui e Rafa, 17 Novak, ha scritto subito sui suoi social: “Congratulazioni Rafa, il tuo è uno dei risultati più straordinari che si possono raggiungere nello sport.

Nadal ha replicato: “Io e Roger siamo amici da tanto tempo, credo che Roger sia contento quando io vinco come io sono contento quando vince lui… ma anche se ho sempre detto che bisognerà aspettare la fine delle nostre carriere per vedere chi ne avrà vinti di più. Chiaro che mi piacerebbe essere io, ma in questo momento a me interessa soprattutto aver vinto ancora una volta il Roland Garros. Era questo il mio obiettivo… ne sono strafelice, anche se al tempo stesso non posso dimenticare che il mondo sta attraversando un periodo molto triste e difficile, per cui anche nella mia gioia, e nella fortuna che abbiamo avuto per aver potuto giocare questi tornei, non posso essere contento come dopo altre vittorie”.

Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Nel 1930 ad Alfredo Binda, che aveva vinto 5 giri d’italia di fila, fu dato il primo premio (22.500 lire) perché non gareggiasse. Capiterà anche a Rafa Nadal? E quando Xisca gli darà un primogenito, i due non lo chiameranno per caso Rolando?

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Editoriali del Direttore

I sogni azzurri non sono finiti, anzi. Nadal sempre “fenomenal”, ma Sinner è una certezza

Djokovic cerca la vendetta di New York contro Carreno Busta, l’unico che lo “avrebbe” sconfitto. Ma forse guarda oltre… insieme a Federer! Rublev-Tsitsipas promette spettacolo. Ma per il tennis italiano questo Roland Garros resterà un torneo memorabile

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Rafa Nadal e Jannik Sinner - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Abbiamo sognato e i sogni stavolta non si sono realizzati. Ma hanno vinto i più forti, Rafa Nadal e Iga Swiatek. È la legge dello sport. Tuttavia non ci possiamo davvero lamentare di questo Roland Garros. Non avevamo avuto due azzurri nei quarti che nel ’73 (Panatta e Bertolucci) e nel 2011 (Fognini e Schiavone), ma in semifinale c’erano andati solo Adriano e Francesca (che, campionessa in carica, sarebbe approdata alla finale persa con la Li Na).

Nel video realizzato stamattina ho già detto cosa penso delle due partite dei ragazzi italiani, Jannik Sinner e Martina Trevisan, e li ho ringraziati pubblicamente per averci fatto divertire e sognare. Si sono battuti ai limiti delle loro possibilità, anche se in cuor loro entrambi penseranno di aver mancato qualche opportunità per far meglio e sarà loro dispiaciuto di non aver vinto neanche un set. Sinner per aver servito invano sul 6-5 del primo set e per essere stato in vantaggio di un break, 3-1, nel secondo. Martina per essere stata in vantaggio anche lei per 3-1, nel primo set, prima di subire una striscia negativa di otto game consecutivi all’interno dei quali però per due volte si è trovata 15-40 sul servizio di Swiatek.

E il sogno continua anche se a giocare le semifinali saranno il solito Nadal, che ha celebrato battendo Sinner la sua centesima partita al Roland Garros – ne ha perse solo 2 e ha vinto 292 set – e il per nulla solito Schwartzman. L’argentino venendo a capo del campione dell’US Open Thiem alla fine di una maratona incredibile e rocambolesca di 5 set e 5 ore e 8 minuti, ha conquistato in un colpo solo – anzi, per la verità in un migliaio di colpi e centinaia di corse – la sua prima semifinale in uno Slam, per la prima volta un posto tra i top-ten e per la seconda volta lo scalpo di un top-five dopo averci perso 24 volte su 24 fino a che a Roma due settimane fa non batté per la prima volta Rafa Nadal.

 

Lo dovrà affrontare nuovamente venerdì e forse con un pizzico di fiducia in più (se le gambette non gli faranno ancora male). “Ma Rafa qui è il re!” ha messo le mani avanti l’argentino al quale ci sono almeno due persone che chiedono il favore di “matare” Nadal: Federer che guarda le partite dal salotto di casa sua e Djokovic che vorrebbe dapprima prendersi oggi la rivincita su Carreno Busta che ha osato dire che a New York non si sentiva affatto battuto in partenza (“In fondo ero avanti io 6-5 e servizio… quando c’è stato l’incidente di Nole con la giudice di linea”), poi domare chi vincerà fra i giovani leoni rampanti Rublev e Tsitsipas e, infine, evitare di imbattersi nello spauracchio Nadal in finale.

Certo Thiem rimpiangerà di non aver chiuso il match in quattro set, ma è anche vero che sul 5-4 “El Peque” – che è comunque più alto di Maradona – aveva avuto tre setpoint consecutivi e di andare almeno al quinto set se lo meritava proprio. Thiem, che del decimo argentino capace di conquistare una semifinale a Parigi (cito a memoria Vilas, Clerc, Nalbandian, del Potro, Coria, Gaudio…) è grande amico ha detto alla fine con grande sportività, e dopo averlo abbracciato sul campo a sprezzo del COVID: “Diego ha meritato di vincere”.

Perché allora il sogno azzurro continua? Perché Sinner ha 15 anni meno di Nadal e a 19 anni non si può fare meglio di quanto ha fatto contro il miglior “terraiolo” di tutti i tempi. Chiunque abbia visto il match se ne sarà reso conto. Per le prime due ore, fino al 6-7 e 4 pari ha giocato meglio di Rafa, costretto ad impegnarsi allo spasimo e a caricarsi come quando sente che può anche perdere. Jannik ha perso per una pura questione di inesperienza, di difficoltà a concretizzare le opportunità favorevoli. E sul 4 pari 40-15 è stato anche parecchio sfortunato. Un net clamoroso e vincente di Nadal gli è praticamente costato il break del 5-4. E anche nell’ultimo game il nastro gli è stato nemico perché gli ha bloccato un dritto forse vincente.

Che però Sinner sia qualcosa di più di una promessa credo si possa sostenerlo ragionevolmente con chiunque. Del resto lo pensano tutti i campioni che si sono espressi sul suo conto. Ma come dice Piatti occorre aver pazienza. Un paio d’anni? Chissà, potrebbe bastarne anche uno solo.

Quanto a Martina siamo onesti: aveva fatto anche troppo. Da n.159 si ritrova adesso a n.83 e con il diritto di entrare nei tabelloni degli Slam, con un conto in banca finalmente importante, 283.000 euro cui potrà aggiungere come minimo i premi spettanti agli sconfitti nei primi turni di un paio di Slam, forse anche tre perché pesanti cambiali da pagare fino al luglio 2021 non ne ha. 150.000 euro in più? Io credo che lei abbia il talento per non accontentarsi più di un semplice primo turno, ma per fare più strada, anche se non quanto Swiatek cui è facile pronosticare un avvenire da top-ten. Aggiungo che Swiatek, pur più giovane di Martina, aveva molto più gare di livello alle spalle, molta più esperienza. Martina, che avrà sofferto non poco anche la lunghissima attesa (“Avevo mangiato e mi sono riscaldata tre volte aspettando la conclusione di Scwartzman-Thiem… sembrava potesse finire in 4 set”) dovrà lavorare duro con il suo coach Catarsi –nomen omen – per migliorare l’efficacia del servizio, soprattutto in termini di percentuale di prime palle.

Martina Trevisan – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Il suo non è un caso Errani, sia chiaro. Anzi, da mancina quando batte nei punti dispari può giocare traiettorie esterne per nulla banali. Può buttare le avversarie fuori dal campo e aprirsi spazi vincenti, o anche rifugiarsi in bei kick quando la palla rimbalza più che su terreni pesanti come quelli di questa Parigi quasi invernale, con 9 gradi e un’umidità da portar via. Inciso: Nadal, sceso in campo alle 22:39 davanti a non più di 300 persone che alla fine saranno state sì e no un’ottantina, ha detto: Non mi ha dato tanta noia lo scendere in campo così tardi, anche se l’idea di programmare cinque incontri sul centrale era un rischio e lo si poteva immaginare, quanto il freddo che faceva. È facile farsi male in certe condizioni…”. Per uno che aspira a conquistare qui il ventesimo Slam e a eguagliare Roger Federer sarebbe una bella beffa, in effetti, fermarsi per qualche dolore muscolare.

Ma, riprendo un concetto accennato sopra, si può sognare azzurro, io credo, anche grazie a Lorenzo Sonego che ha fatto vedere contro Fritz di essere un ottimo tennista, anche se non un top-ten come Schwartzman. E sono persuaso che anche Berrettini, con il servizio e il dritto che si ritrova, possa confermarsi sui livelli che gli hanno permesso di salire così in alto. In Italia, soprattutto dacché siamo infestati dai leoni da tastiera che imperversano sui social, si fa presto a demolire chi subisca una sconfitta, come a esaltare chi vince due o tre partite. Il computer non capisce di tennis, come diceva sempre Rino Tommasi, ma la classifica non te la regala. E quella classifica non la si costruisce con due o tre risultati, ma lungo tutto un anno.

Questo è stato un anno molto particolare, non tutti sono stati capaci di allenarsi come avrebbero voluto e di fare i progressi necessari per restare ai vertici delle classifiche mondiali. Berrettini, poi, a mio avviso non ha nulla da rimproverarsi se ha perso al Masters di Cincinnati-New York da un Opelka che giuro non avevo mai visto servire così bene, a New York da un Rublev che vale certamente la top-ten e non a caso ha vinto Amburgo, mica il torneo di Cincirinella, e quindi ci possono perdere in tanti, tantissimi. (Inciso: già oggi Rublev concede la rivincita del match vinto in finale dieci giorni fa rimontando da 3-5 al terzo). Poi a Roma Matteo ha perso da quel Ruud che tutti valutano un top-ten della terra rossa o giù di lì. Quindi alla fin fine… ok, il romano ha perso da questo Altmaier che per via della sua modestissima classifica (dovuta agli infortuni di cui è stato vittima e non perché non sappia giocare a tennis assai bene) è sembrato ai non addetti ai lavori un disastroso passo falso. Io, che Altmaier non lo avevo mai visto giocare – colpa mia! In Italia ha giocato a Todi, Trieste, Cordenons… con alterne fortune – pensavo superficialmente che Matteo avrebbe vinto a spasso.

Ma dopo aver visto la partita, che Matteo ha giocato spento e privo di ogni reattività come non lo avevo mai visto, mi sono ricreduto sul conto di questo Altmaier che ha un rovescio a una mano che mi ha ricordato quello di Guga Kuerten, più ancora che quello del suo idolo Stan Wawrinka. Insomma, i soliti facili fustigatori depongano la frusta e abbiano fiducia. I tennisti che ho appena citato, più alcuni di quelli che stanno giocando l’interessante challenger di Parma – Musetti su tutti – ci daranno altre soddisfazioni… se non pretendiamo subito la luna, dopo aver visto per 40 anni soltanto “the dark side of the moon”.

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Editoriali del Direttore

Nadal autunnale non vale quello di maggio, ma se Sinner vincesse sarebbe più di un mezzo miracolo

Jannik ha battuto tre top-ten in circostanze piuttosto favorevoli. Sinner per ora è un fenomeno della sua età, più di una speranza, ma non ancora un campionissimo. Forse Martina Trevisan ha qualche chance in più di confondere Iga Swiatek. Ma dipenderà molto dalla polacca

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Rafa Nadal - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Armiamoci di santa pazienza oggi e concentriamoci su quel che abbiamo da fare in mattinata e primo pomeriggio, perché prima di poterci sedere davanti alla tv per seguire su Eurosport o Eurosport Player prima Martina Trevisan con Swiatek e poi Jannik Sinner con Rafa Nadal, sarà tarda sera.

LA DIFFICOLTÀ DI UN PRONOSTICO PIÙ SENSATO CHE PATRIOTTICO, COMINCIANDO DA MARTINA…

Dopo quel che abbiamo visto in questi giorni mi piacerebbe poter azzardare un pronostico per le due partite che riguardano i due italiani che ci hanno dato la grande soddisfazione di raggiungere i quarti dopo due grandi imprese… che poi non sono solo due in realtà. Perché Trevisan ha infilato tutta una serie di partite contro pronostico, e se contro Giorgi ha fruito di un ritiro di Camila, l’aver battuto Coco Gauff e Sakkari prima di Bertens sono ripetute… prove del nove. È chiaro che la ragazza di Firenze ha raggiunto una dimensione che non solo non ha più nulla a che vedere con la sua classifica di una settimana fa, n.159 WTA, ma forse nemmeno con quella virtuale di n.83.

Vero che contro Sakkari Martina aveva dovuto annullare due matchpoint nel secondo set e che quindi è stato a un soffio dalla sconfitta. Però l’averla rimontata dopo essere stata in netto vantaggio in quel set, non è roba da niente. Essere stata raggiunta, non essersi innervosita, essere stata capace di trovare la lucidità, la grinta e la forza di rovesciare l’esito di quel set, la dice lunga sulla sua condizione psicofisica. E poi nel terzo ha fatto il doppio dei game dell’avversaria. Un 6-3 femminile non è come un 6-3 maschile. Nel singolare femminile tutti i game partono alla pari o quasi. Se ne fai il doppio… sono tanti. Non è conseguenza di un break.

 

È INEVITABILE CHE SIA STANCA DI TESTA E DI FISICO PER 10 GIORNI MAI VISSUTI PRIMA?

Lei ha raccontato di essere poi molto stanca per aver vinto sette partite di fila. Sarà ancora più stanca stasera? Di certo non ha mai vissuto, fisicamente e mentalmente, situazioni simili a quelle di questi 10 giorni in vita sua.

Tuttavia anche con Bertens si è verificata una situazione che avrebbe potuto mandare in crisi una ragazza meno solida di testa, meno sicura: è stato quando ha avuto la palla del 4-0 nel secondo set e se l’è vista annullare. Poi sul 3-1 ha perso il servizio con l’unico black-out della sua partita: due doppi falli che l’avrebbero potuta mandare in ciampanella. Niente di tutto ciò: anzi, sul 3 pari, ha cancellato la palla break che avrebbe portato Bertens sul 4-3, dopo di che, dopo che anche sul 5-3 ha ceduto il servizio, non si è lasciata turbare ma è andata subito 0-30 sul game di battuta di Bertens, poi 0-40 grazie a un doppio fallo e al terzo matchpoint utile ha chiuso con un lob spettacolare anche se forse un tantino fortunato. Mentre nel tennis maschile la perdita di un servizio è quasi sempre, oltre che decisivo, anche il segnale di una certa fragilità nervosa, nel tennis femminile non è così.

DI TESTA SI È DIMOSTRATA SOLIDISSIMA… FIN QUI

Quindi i break subiti da Martina non devono essere necessariamente interpretati come sintomi di debolezza. Soltanto Serena Williams quando era ancora nei suoi panni, era tennista che poteva legare primariamente al rendimento del suo servizio l’esito dei suoi match. Conosco troppo poco Swiatek, e troppo poco le sue giornate di forma ed eventuali avvii incerti, per capire se sia una che può tremare in occasioni importanti. O se invece, al contrario, la sua giovane età la porti a giocare in tutte le circostanze con la sana incoscienza dei giovanissimi. Il talento di sicuro c’è, ma ad esempio non so come potrebbe reagire di fronte a una ragazza che non ha ancora nome, che non la si conosce bene, che è capace di giocare un tennis diverso da quello più consueto. E quando si pensa di essere favoriti. Con Halep ha giocato a tutto braccio perché sapeva di non aver nulla da perdere. Qui penserà che è lei cui tocca vincere per non deludere.

Martina Trevisan – Roland Garros 2020 (foto via Twitter @rolandgarros

LE SUE CHANCE STANNO NELLA VARIETÀ DEI SUOI SCHEMI RISPETTO A UNA GRAN PARTE DELLE TENNISTE

La maggior parte delle tenniste oggigiorno, anche di vertice, sono giocatrici di ritmo. Più da cemento forse che da terra battuta. Martina ha armi tecniche che alla terra battuta si adattano tantissimo: il tocco di palla, la smorzata, il senso tattico che la spinge ad andare a rete in controtempo (quali sono le altre tenniste che lo fanno? Dovrei chiederlo a AGF…), le volée che allenate giocando sempre anche tanti doppi in Italia, in serie A e non solo, sa fare meglio di molte altre tenniste che pure la precedono in classifica mondiale. Quando mancano punti di riferimento, precedenti attendibili, spesso sono importanti i primi game, che possono influenzare la successiva tensione nervosa di una giocatrice oppure di un’altra. Anche se è vero che nel tennis femminile si vedono mediamente molte più rimonte, capovolgimenti anche clamorosi di fronte, piuttosto che in quello maschile. Forse perché – ribadisco il concetto espresso poc’anzi – i vari game, quelli di servizio come quelli di risposta, hanno in partenza le stesse chance o quasi di aggiudicarseli sia chi serve sia chi ribatte. Nel tennis maschile non è così.

SINNER CONTRO NADAL, PUÒ FARCELA?

E Sinner contro Nadal? Altro discorso difficilissimo da affrontare, perché sostenere che un ragazzo di 19 anni, pur promettente come Jannik possa giocare ad armi pari contro un Nadal che a Parigi ha vinto 12 volte, sembra onestamente più un discorso… patriottico, da aficionado, che tecnico. Tutti i grandi campioni pronosticano un grande avvenire a Jannik, da McEnroe a Wilander, per ultimo ieri Tsitsipas che lo ha definito tennista di grande talento, ma quando Riccardo Piatti sostiene che il suo allievo ha bisogno ancora di tre anni prima di dare il meglio di sé, non credo che lo faccia solo per mettere le mani avanti. Anche se sarebbe più che comprensibile che lo facesse.

Un conto è ragionare in prospettiva, un altro è parlare di un match da giocare stasera. Sebbene Rafa abbia ormai 34 anni, ancora nessuno ha la sua intensità di gioco sulla terra rossa. Strappargli due set, come ha fatto Schwartzman a Roma – dove peraltro Rafa giocava il suo primo torneo dopo sei mesi di stop che era stato un vero stop… non aveva giocato neppure esibizioni – è una cosa, strappargliene tre mi sembra tutta un’altra. Anche se ovviamente a Jannik lo auguro e certo sarebbe una impresa straordinaria.

Ma appunto perché straordinaria, non troppo probabile. Lo stesso Jannik ha fatto presente che la terra rossa è tutto sommato la superficie sulla quale ha giocato di meno. A Ktzbuhel non ha davvero brillato. A Roma si è trovato di fronte un Paire reduce da mille casini Covid a New York – il francese lo ha detto in tutte le salse che per 14 giorni non era praticamente riuscito ad allenarsi sulla terra rossa – ha battuto un Tsitsipas (6-1 6-7 6-2) che ha giocato a corrente alternata, certo peggio di come l’ho visto giocare contro Dimitrov ieri, e poi proprio contro Dimitrov al Foro Italico ha giocato una partita molto discontinua, finendo per perdere 4-6 6-4 6-4 senza convincermi troppo.

LE CIRCOSTANZE OGGETTIVAMENTE FAVOREVOLI A SINNER E QUELL’INCERTEZZA CON ZVEREV

A Parigi – e approfitto qui per replicare a un lettore di Ubitennis che mi ha accusato di essere stato ingiusto per aver definito il tabellone di Parigi come piuttosto agevole – Jannik prima si è imbattuto nell’ombra di Goffin, ben presto rassegnato dopo aver perso il primo set (i colleghi del Belgio mi hanno detto di non averlo mai visto così poco combattivo), poi in Bonzi che era uno dei più scarsi giocatori dei 128 in tabellone, quindi in Coria n.99 ATP e francamente abbastanza modesto se confrontato a un Nadal, quindi Zverev. Contro Zverev Jannik ha dominato lungo quasi tutto il match, eccezion fatta per il terzo set che – giusto per farmi capire dal lettore – un Nadal non avrebbe mai perso. Nadal che vince i primi due set… all’inizio del terzo sta talmente attento a non perdere il focus, ma anzi ad ammazzare ogni tentativo di ripresa, che non va sotto 2-0. Va sopra 2-0 e chiude la partita. Salvo che di fronte non abbia uno dei suoi più grandi avversari. Che Jannik non possa essere ancora un Nadal mi pare evidente. Sarebbe un mostro. Invece per ora è… semplicemente un fenomeno per la sua età. Ma non ancora un mostro. Potrà diventarlo… e questo è un altro paio di maniche.

Jannik Sinner – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

IL DISCUTIBILE CASO ZVEREV

Oltretutto quel che ha poi dichiarato Zverev, assai ingenuamente peraltro perché dicendo di avere avuto 38 di febbre ma non avendolo dichiarato ai medici del Roland Garros ha commesso una leggerezza non da pocoper il protocollo di sicurezza distribuito ai giocatori non solo non avrebbe potuto giocare, ma avrebbe dovuto restare in isolamento in attesa del risultato del test – insinua qualche dubbio sulla partita che abbiamo visto vincere a Jannik. Vero che Sascha correva tanto e non faceva pensare a un tennista debilitato, ma vero anche che raramente lo avevamo visto così passivo, ancorato ai teloni di fondocampo come un qualsiasi Gasquet. Jannik ha sempre spinto e comandato, fin troppo. Ma la passività del tedesco gli ha tolto pressione. Con Nadal se lo può scordare. Come ha detto saggiamente Jannik – e non solo quando ha sottolineato di “non essere arrivato, devo ancora migliorare in tutto…”– …so di non poter giocare con il freno tirato.

GUAI A GIOCARE CON IL FRENO TIRATO

Dovrà sempre tirare infatti, dal primo punto all’ultimo come ha fatto Schwartzman a Roma senza aver il servizio di Jannik ma con una mobilità e un’aggressività straordinaria che Jannik non può avere dall’alto del suo metro e 88. Altrimenti Rafa lo farà correre da destra a sinistra, da sinistra a destra, consumandolo punto dopo punto, fino a prosciugargli tutte le energie come una sanguisuga. È sempre stata la gran forza di Rafa, quella. Vero anche – a contrario e a suscitare una speranziella – che l’arma solitamente più letale di Rafa, quella stessa che ha deciso gran parte dei suoi vittoriosi duelli con Roger Federer, è sempre stata il dritto pesantissimo e liftatissimo sul rovescio dei suoi avversari.

SUL CAMPO LENTO E UMIDO IL TOPPONE DI NADAL FARÀ MENO MALE… E FINISCE SUL ROVESCIO DI SINNER

Ecco, a Parigi, con palle e campi pesanti – e credo che il Philippe Chatrier stasera tardi sarà più pesante del solito, quantomeno sarà superumido – il toppone di dritto di Rafa prenderà meno spin. E diretto sul colpo migliore e più sicuro di Jannik, il rovescio bimane, potrebbe non rivelarsi così incisivo come in altre circostanze e con altri avversari. Anzi, la sua palla di dritto potrebbe rimbalzare proprio all’altezza più giusta per consentire a Jannik di controllarla e controbattere. Difficilmente gli finirà sopra la spalla, a lui così alto. Se di solito la diagonale sinistra è quella prediletta dal mancino di Manacor, questa potrebbe anche non essere del tutto sgradita a Jannik.

Vedremo, senza farsi troppe illusioni. Finora Jannik, che vale più del suo attuale ranking, e forse anche più del suo virtuale n.46, non ha ancora potuto battere un top 5 all’altezza del suo rendimento. Gli stessi scalpi top-10, Goffin, Tsitsipas e Zverev, sono stati strappati in circostanze un tantino favorevoli – so che dicendo questo i tifosi di Sinner si inalbereranno! – e se il Nadal di settembre-ottobre non vale il Nadal di maggio-giugno, è pur sempre una spanna superiore a tutti quei giocatori con i quali Jannik si è finora misurato ad armi pari. Tuttavia questo non mi esime dal tifare per lui, dallo sperare in quello che a Parigi e nel regno di Nadal, sarebbe per me qualcosa di più di un mezzo miracolo.

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