Federer tra 2019 e mano dolente: "Il mio dritto tornerà a schioccare"

Interviste

Federer tra 2019 e mano dolente: “Il mio dritto tornerà a schioccare”

Lo svizzero fa il bilancio della stagione e rivela i prossimi piani. Solita preparazione a Dubai, quest’anno con Copil. Prima di gennaio deciderà anche se giocare sulla terra

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Dopo la sconfitta a Londra e prima di partire per le vacanze – certo meritate, ma con qualche rimpianto per l’evolversi di una stagione iniziata con la vittoria Slam e la pur breve riconquista della vetta del ranking – Roger Federer fa il punto sull’annata appena conclusa e i suoi programmi a breve termine in un’intervista rilasciata a Tagesanzeiger.

La partenza è stata fantastica, ho giocato egregiamente in Australia. Pertanto, non vedo l’ora di tornarci” esordisce il campione di Basilea. La seconda metà della stagione avrebbe potuto essere migliore. Ho perso alcuni incontri tirati che, forse, avrebbero potuto significare un’inversione di tendenza se avessi vinto. A Parigi oppure a Wimbledon. Ho grandi aspettative su di me e perciò sono un po’ deluso. Ma, nel complesso, sono felice della stagione”. Il richiamo alle occasioni mancate per un soffio porta inevitabilmente a domandargli quale punto rigiocherebbe. Uno dei match point a Indian Wells oppure a Wimbledon è la risposta di Roger che scarta a priori i set point avuti contro Djokovic a Bercy e Millman allo US Open. E aggiunge “non piango sulle opportunità mancate”, ricordando che un anno “ho perso tre incontri con match point a favore”. La memoria selettiva lavora dalla sua parte perché, in realtà, nel 2010 è successo quattro volte.

 

Singoli episodi a parte, il rientro dopo la pausa che ha coinciso con i tornei su terra non è andato come sperato. Il venti volte vincitore Slam aveva già parlato del dolore comparso in quel periodo che non pare ancora completamente superato. “Non deve essere una scusa. Ma ho avuto questo problema alla mano e talvolta mi ha sicuramente spezzato il ritmo. Ciò può crearti confusione nei momenti decisivi quando giochi contro i migliori. Ho sentito fastidio anche a Londra. Spero che il disturbo sparisca del tutto durante la off-season. Di positivo c’è che ho potuto comunque giocare senza che peggiorasse”. A proposito della semifinale contro Zverev alle Finals, gli viene chiesto se non sia stato troppo passivo. “Grazie alla sua violenta prima di servizio, Zverev ti spinge indietro e devi faticare per riuscire a recuperare campo” spiega Roger. “Ma sul 4 o 5 pari del tie-break, prima di tutto devi cercare di entrare nello scambio e aspettare l’occasione giusta per attaccare. Non volevo forzare alla cieca perché so che posso essere superiore da fondocampo. Ma è stato bravo lui”.

VERSO IL 2019 – Per quanto riguarda la preparazione nella off-season, Federer tocca l’argomento caldo, vale a dire il suo dritto. Perché sì, l’età, la rapidità, la percentuale di prime e tutto quanto, ma quello che più ha destato perplessità negli ultimi mesi è stato proprio quel colpo, troppo spesso eccessivamente lavorato e quindi incapace di fare i famosi ‘buchi per terra’. Quasi sicuramente proprio a causa del problema alla mano e della paura di sentire dolore, Federer potrebbe aver inconsciamente cambiato qualcosa nello swing oppure nel timing e adesso si tratta di ritrovarlo. Voglio che il mio dritto torni a schioccare afferma perentorio.

Dopo la vacanza insieme alla famiglia che si protrarrà fino ai primi di dicembre, Roger, che vorrebbe “cercare con più frequenza la via della rete”, si dedicherà al condizionamento fisico con Pierre Paganini a Dubai, oltre al lavoro tecnico-tattico con Luthi e Ljubicic, in compagnia di un altro fortunato invitato. Lo scorso anno toccò ad Auger-Aliassime interpretare il ruolo dello sparring di lusso, quest’anno Federer si allenerà con Marius Copil, affrontato e battuto in finale a Basilea. Valuterà anche se tornare a competere sul rosso in vista di un ritorno al Roland Garros dove manca dal 2015 – decisione che avrà ovviamente effetto sul programma di allenamento. Come aveva modo di spiegare proprio Paganini lo scorso febbraio al New York Times, infatti, se da un lato la scivolata offre il vantaggio di un minor impatto sulle articolazioni, dall’altro provoca molte vibrazioni al loro interno. “Non ce ne accorgiamo dall’esterno, ma per controllare questa scivolata c’è instabilità nel ginocchio, nel piede e nella caviglia”.

Terminata questa fase, Federer volerà a Perth per la Hopman Cup che lo vedrà esordire il 30 dicembre contro la Gran Bretagna in squadra con Belinda Bencic. A quel punto, tutto sarà pronto per l’impossibile assalto al terzo titolo consecutivo a Melbourne. Impossibile come gli ultimi due?

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Marco Panichi: “Djokovic è speciale, sapevo sarebbe tornato n. 1”

Esclusiva con il noto preparatore atletico. L’addio a Nole: “Non gli eravamo d’aiuto. Forse gli ha dato la spinta”. Il ruolo del team: “Essenziale, ma serve equilibrio”

Ilvio Vidovich

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Tra i relatori dei corsi GPTCA e ISMCA tenutisi lo scorso novembre al Centro Pavesi di Milano, uno dei nomi più illustri è stato sicuramente quello di Marco Panichi. In quasi trent’anni di carriera il 54enne preparatore atletico romano ha seguito molti dei migliori tennisti italiani, partendo da Sanguinetti e Santangelo, passando per Fognini, Bolelli, Vinci e Knapp, fino a Giannessi e Donati oggi, per fare i nomi più importanti. E tanti campioni stranieri, come Smashnova, Hantuchova e Kuznetsova in campo femminile, Karlovic, Kohlschreiber e – ultimo in ordine cronologico, dato che Panichi lo ha seguito a cavallo tra il 2017 e il 2018 – il fuoriclasse serbo Novak Djokovic, in campo maschile.

Peraltro la presenza di Panichi all’evento formativo milanese è stata apprezzata dai partecipanti non solo per le sue relazioni (una sua sessione sul campo insieme ad Alberto Castellani e Pat Remondegui è proseguita ben oltre l’orario previsto, a tardo pomeriggio inoltrato, con i corsisti entusiasti che continuavano a chiedere esempi di esercizi), ma anche per i contributi durante le relazioni degli altri docenti, alle quali ha spesso assisto in mezzo ai partecipanti, riguardanti esempi o aneddoti tratti dalle sue tantissime esperienze professionali di alto livello. Alcune relative proprio alla sua recente collaborazione con Novak Djokovic. E ovviamente proprio da quest’ultima siamo partiti nell’intervista che Marco ci ha concesso in una pausa tra un corso e l’altro in una delle sale dell’impianto sportivo milanese.

 

La prima domanda è abbastanza scontata: Novak Djokovic è di nuovo al vertice del tennis mondiale, dopo cinque mesi incredibili: da luglio in poi, due Slam e due Masters 1000 in bacheca, 35 vittorie e solo 3 sconfitte. Tu che hai lavorato con lui nel periodo sicuramente più duro, quello dell’infortunio e dell’operazione, te lo aspettavi che ritornasse numero uno al mondo?
Sì, posso dire che me lo aspettavo. Perché penso che Novak Djokovic sia speciale in tante cose. Nel periodo che abbiamo lavorato assieme devo dire che c’era dentro di me questa quasi certezza, anche se si è trattato di un periodo in cui lui doveva prendere delle decisioni ed era un po’– passami il termine, ma è per capirci– in confusione. Ma solo perché era un momento di grande cambiamento – nella sua vita, nel suo staff – e secondo me non era centratissimo su quello che doveva fare. E mi piace pensare, anche se non ne potrò mai avere la certezza chiaramente, che quando ad un certo punto tutti noi tre dello staff – io per primo, Radek Stepanek e Andre Agassi – abbiamo deciso di interrompere la collaborazione, forse è stato proprio questo a dargli la spinta per rientrare un po’ su certi binari che poi l’hanno portato a tornare quello che è.

Quindi per te non si trattava solo un problema di impegni in Italia, come si era sentito dire, che non erano compatibili con l’impegno richiesto dalla collaborazione con Djokovic?
Molto semplicemente, io faccio questo lavoro ormai da trent’anni. E sbaglio a chiamarlo lavoro: per me è una passione. E il mio lavoro è proporre delle cose, a seconda chiaramente del giocatore e della situazione che ho di fronte, che credo e spero lo possano aiutare. In quel momento, tutti e tre noi dello staff ci siamo resi conto che quello che potevamo proporre non era di aiuto a Nole. Semplicemente questo. Che, ripeto, in quel momento – rispettabilissime tutte le sue decisioni – non era in grado forse di prendere le decisioni giuste. O almeno noi pensavamo questo. Questo è il vero motivo. Poi, è chiaro, io avevo anche altri impegni con altri giocatori in Italia, ma non è stato per quello. Certo, con lui era praticamente un lavoro 24 ore su 24, ma nonostante questo era una bellissima esperienza.

Proprio collegandomi a quanto mi hai appena detto e alla tua grande esperienza, ci puoi dire se hai riscontrato delle differenze nel lavorare con un top player piuttosto che con giocatori che stazionano più indietro nel ranking?
Posso dirti che non si tratta di una questione di classifica. Non è che lavorare con un top player ti richieda di più rispetto ad altro giocatore. Dipende dal giocatore. Nole richiedeva veramente moltissimo impegno e forse anche per questo, molto probabilmente, lui è un top player. Per lui, per quello che è il suo concetto di allenamento, qualsiasi cosa dovesse fare – che comprende tutti gli aspetti che stiamo trattando in questi giorni nei corsi, dal mentale all’alimentazione, ad esempio – era così importante da occuparlo ventiquattr’ore su ventiquattro. Ovviamente non in senso letterale, intendo dire che se ne occupava per tutto l’arco della sua giornata “lavorativa”. Altri giocatori fanno lo stesso pur non essendo dei top player e probabilmente questo li porterà a diventarlo in un secondo momento. Ma non voglio dire che sia l’unico modo per diventare un top. Ci sono persone che invece lavorano e ragionano in modo diverso, che hanno bisogno dei loro spazi, di far decantare un po’ le cose che hanno elaborato prima di tornare competitivi al 100%. Per cui, per quella che è la mia esperienza, posso dirti che da questo punto di vista i top player sono tutti differenti uno dall’altro. Non è la classifica, ma il modo di essere. Che probabilmente influenzerà la classifica.

In un tuo intervento durante il corso, hai evidenziato come non ci sia stata una caratteristica fisica-atletica di Djokovic che ti abbia colpito in particolare, ma la persona nel suo complesso. All’appassionato, che ha impresse nella mente le immagini dell’“uomo di gomma” Djokovic, può suonare un po’ strano.
Indubbiamente Nole ha delle qualità fuori dal normale, quella che tu citi è sicuramente una di queste. Ora, non è che solo quella qualità possa determinare uno strapotere fisico. Nole, come tutti gli altri top player che ho avuto la possibilità di allenare, è un atleta completo. Io dico sempre questa cosa, anche perché provengo dall’atletica leggera: il tennista di alto livello deve essere un po’ come il decatleta. Deve cioè saper fare bene tutto, deve avere degli aspetti fisici e dei parametri fisiologici che devono essere ottimali un po’ in tutto. Lo spiego in maniera un po’ semplicistica ma è per essere chiaro: non può essere solo troppo veloce perché andrebbe a discapito della resistenza, non può essere solo resistente perché deve essere anche veloce, non può essere solo agile ma deve disporre di una componente di forza abbastanza importante da poter poi esplodere sul colpo, poter fare cioè quello nell’immaginario collettivo è il “tirar forte”. Quindi Nole, come tutti i top player, rappresenta l’apice. Hanno a 360 gradi delle caratteristiche che li rendono unici. Quello che dicevo ieri è che non sono rimasto colpito perché ho allenato atleti che avevano una di queste caratteristiche così predominante, così fuori dall’ordinario, che magari ti colpiva. Ma il fatto che invece lui sia così completo in tutti i settori lo rende un super-atleta.

Tornando al tuo lavoro, far parte di un team molto numeroso come appunto in uno dei tuoi interventi hai sottolineato essere quello di Djokovic, con più di una dozzina di persone che gravitano attorno al fuoriclasse serbo, è più gratificante e stimolante o preferisci lavorare in team più piccoli?
Penso che come in tutte le cose ci voglia il giusto equilibrio. Premessa: oggi, soprattutto ad alto livello ma anche a livello giovanile, il team è essenziale. Ora, il perimetro entro il quale definire il team può essere abbastanza labile, perché vi potrebbero essere inclusi tanti aspetti. Per mia esperienza personale, il team deve essere composto da 3-4 persone, responsabili dei singoli settori. È il nucleo, lo zoccolo duro, anche itinerante perché bisogna dare un supporto a 360 gradi all’atleta. Poi intorno a questo gruppo gravitano altre figure, che possono entrare a farne parte ma non in maniera stabile, al quale i professionisti di ogni settore si rivolgono se ci sono situazioni particolari. Ad esempio, penso ad un nutrizionista: non è una figura itinerante ma sta diventando una figura molto importante. E poi normalmente c’è chi gestisce il team, che è fondamentale: talvolta lo fa il manager, talvolta il coach, o anche il preparatore se ha l’esperienza necessaria. Ma il team è ormai fondamentale, l’iper-specializzazione ti richiede di continuare a studiare e ad evolvere come professionista in ogni momento, e non hai il tempo per diventare anche qualcos’altro: un buon coach o un buon preparatore atletico. Ne va innanzitutto della credibilità nei confronti dell’atleta. Che va salvaguardato: lui deve sapere che se si rivolge ad un preparatore atletico, ad un coach o ad un fisioterapista, trova la massima professionalità in quel settore.

Tu adesso stai seguendo diversi di atleti, tra i quali Giannessi e Donati. Come stai impostando la programmazione dei tornei, crea qualche difficoltà dover incrociare pianificazioni ed esigenze diverse?
Non è una cosa difficilissima da questo punto di vista. Ad esempio, Giannessi e Donati hanno suppergiù la stessa classifica, quindi una programmazione dei tornei simile e di conseguenza possono dividersi le spese e il fatto che li segua un po’ di più a tempo pieno. Chiaramente se, come si spera, dovessero crescere e salire di classifica, in quel caso bisognerà trovare delle misure per seguirli nel miglior modo possibile. Come preparatore atletico sono sicuramente più libero di un coach nel lavorare con più persone: il coach è quello che deve essere lì a dirgli come giocare e vincere, mentre io faccio un lavoro un po’ più dietro le quinte. Io devo metterlo in condizione di fare quello che il coach chiede, che le sue caratteristiche tecniche vengano esaltate. Perciò diciamo che, chiaramente con la valigia sempre in mano e pronto a saltare da un posto all’altro, si può fare.

Hai allenato tanti tennisti. Con tanti successi e tante soddisfazioni a livello professionale. Riavvolgendo il nastro della tua carriera, quale tra le tante vittorie e le tante soddisfazioni è quella più grande per Marco Panichi?
Non è facile rispondere a questa domanda. Perché, certo, ci sono le soddisfazioni per i risultati raggiunti, i tornei vinti – penso ai quarti di Fabio a Parigi, le vittorie degli altri, la scalata in classifica di Philipp Kohlschreiber. Sono state veramente tante. Ma, ancora una volta, questi sono forse gli effetti del mio lavoro, quindi come arrivano anche si dimenticano. Quello che ti rimane tantissimo invece – e sembrerà scontato, ma per me è assolutamente la verità – è il rapporto che si crea con questi giocatori. Vederli crescere, dal punto di vista fisico – per quanto mi riguarda – ma soprattutto, come spesso è accaduto quando ho avuto la fortuna di stare con qualcuno di loro più di qualche anno, vedere la loro trasformazione da ragazzi a uomini, da ragazze a donne. Vedere l’evoluzione dell’individuo. Questa per me, che sono un appassionato nel trasmettere – e spero di riuscire a farlo sempre nel miglior modo possibile – forse è la cosa più importante di tutte. Ripeto, sembra una cosa scontata e non voglio neanche prendermi troppo sul serio, ma io penso che noi non siamo solo allenatori, ma educatori. Questa cosa, ripeto, la dico senza voler assolutamente essere arrogante e sapendo che non ho le possibilità di un educatore, ma dobbiamo assolutamente essere leali, essere corretti, provare a dare questi ragazzi l’esempio migliore. Poi magari spesso non ci riusciamo, siamo umani. In definitiva, e ti assicuro che è così, io voglio un giocatore felice più che un giocatore forte. Poi, ovviamente, l’ottimale è che sia felice e forte e lavoriamo per farlo diventare forte. Ma in una carriera di 10-15 anni, in un periodo delicato nello sviluppo di un individuo, dobbiamo assolutamente tenere conto di queste cose. Perché quando finisce il tennis inizia la vita vera. Ripeto, senza arrogarmi competenze che non ho, ma dobbiamo essere il più onesti possibile nel rapporto con i ragazzi.

Ultima cosa. I nostri lettori spesso sono anche amatori oltre che appassionati. Un consiglio, un tip, per chi si approccia al tennis in ambito amatoriale.
Andiamo su un mondo abbastanza vasto, ma la cosa che io vorrei dire – innanzitutto – è quella di rimanere sempre in un range di sicurezza. E con questo intendo dire di non strafare, non giocare ed impegnarsi oltre i limiti percepiti. Per fare questo bisogna fare un minimo di movimento, avere un minimo di preparazione, anche al di fuori di quello che può essere il divertimento della partita stessa. Mi spiego: uscire dall’ufficio, andare a giocare e poi tornare subito a casa, può andar bene una o due volte, ma se lo si fa costantemente è il caso di dedicare quella mezz’oretta prima e quella mezz’oretta dopo ad un buon riscaldamento e ad un buon defaticamento, che ci possono veramente salvare per tante cose.

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In TV e in libreria: è un Adriano a tutto campo

Pubblicato “Il Tennis è musica”, 50 racconti narrati da Panatta e Azzolini. La leggenda del tennis italiano a La Nazione: Federer come i Pink Floyd, ma Djokovic e Nadal stonano

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Sessantotto anni, nonno sereno, osservatore loquace e distaccato di una vita senza rimpianti. Adriano Panatta, il re del tennis italiano, avrà avuto anche i suoi difetti, ma tra questi di certo non c’è la reticenza, sempre che di difetto si tratti. In un’intervista concessa al quotidiano fiorentino La Nazione, egli riflette sul tennis moderno che stilizza in una nota acida, come molti degli interpreti classici chiamati a commentare un gioco secondo loro evolutosi in una mera opera di forza e resistenza. Il tennis e la vita, l’uno metafora dell’altra ascoltando i ragionamenti dell’Adriano nazionale, si intrecciano senza soluzione di continuità ne “Il Tennis è Musica”, trecento pagine scritte a quattro mani con Daniele Azzolini (libro edito da Sperling & Kupfer uscito un paio di settimane fa) ripercorrenti cinquant’anni di pallina di feltro: ogni anno, il racconto di un campione, dal Rod Laver ’69 con le scarpe chiodate a Forest Hills a Stan Smith, tramutatosi da fuoriclasse a scarpa quando un ragazzino, vantandosi delle proprie calzature durante un clinic, non si diede pena di notare che stava interloquendo con l’inventore delle medesime.

 

Tra un’intervista e un libro, il tennis resta musica per Adriano Panatta, e anche in questo caso, il primo è la metafora della seconda e viceversa. “Ai miei tempi, parlo degli anni ’70, il tennis era melodia; i Beatles, Jimi Hendrix… oggi non si capisce più nulla, è tutto così caotico, così metal“. Roger Federer sembra l’unico interprete contemporaneo a meritarsi il paragone con i dominatori delle classifiche di vendita di quarant’anni fa. “Sì, lui è un misto tra Tony Bennett, i Pink Floyd e Paul McCartney, uno spettacolo“. Lo stesso spettacolo che ha portato in scena Ilie Nastase, proprio mentre i dischi degli eroi sopraccitati venivano pubblicati giorno dopo giorno. “Lui era stralunato e mattarello, gli piaceva fare casino, ma era un bravissimo ragazzo. Ci ho giocato il doppio insieme tantissime volte, era ansioso in modo pazzesco. Ma sapete una cosa? Le sue gambe erano come quelle di Roger, nei primi tre passi valeva un finalista nei cento metri di una finale olimpica“. I rivali dello svizzero, nel Vangelo secondo Adriano, suonano un po’ stonati, almeno di tanto in tanto. “Campioni straordinari e forse irripetibili che però non mi entusiasmano. Nadal tira forte ed è un grandissimo agonista, Djokovic recupera tutto, ma il loro gioco mi annoia“.

Ambasciatore a vita del tennis tricolore, Panatta si trova nella posizione di definire i simboli naturali dei suoi contorni storici, che, volenti o nolenti, sono Nicola Pietrangeli e Fabio Fognini. “Se Nicola è stato un maestro o un rivale? Niente di tutto ciò. È stato un personaggio importante, ma le nostre carriere si sono sovrapposte solo per due anni, poi siamo diventati amici, anche se abbiamo caratteri molto diversi. Fognini? Non lo seguo spessissimo purtroppo, ma è un ottimo giocatore che avrebbe i colpi per stare tra i primi dieci al mondo, penso che i suoi limiti siano più che altro caratteriali: a volte il suo atteggiamento è davvero indisponente“. Di eredi all’orizzonte non se ne vedono. “Il tennis è cambiato troppo, non si possono fare paragoni, oggi tirano tutti molto forte ma è anche tutto molto più frenetico e non c’è tempo per pensare, solo Federer lo fa. Peraltro occorre dire che non è solo il tennis a essere cambiato, certo non in meglio, ma tutti gli sport di grido: prendete il calcio, anche quello non mi sembra migliorato e secondo me lì la colpa è di Guardiola, una noia mortale!“.

Lo specchietto retrovisore è sempre l’osservato speciale, in una continua retrospettiva su tennis e vita, che poi sono le due facce della stessa medaglia. “La racchetta mi ha dato tutto e in primis la possibilità di girare il mondo facendo quello che mi piaceva fare. Se mi ha tolto qualcosa? Solo una cosa, ma molto importante: il tempo da dedicare ai miei figli mentre crescevano, perché giocavo quasi tutto l’anno lontanissimo da casa“. E qualche vittoria, aggiungeremmo noi, anche se la carriera di Panatta resterà nella leggenda. “La mia partita più bella è senza dubbio la semifinale del Roland Garros ’76 contro Dibbs, anche meglio della vittoria in finale, mi entrava tutto. La più brutta invece non saprei sceglierla, perché ne ho giocate troppe, però posso indicarvi la più stupida, quella persa nei quarti di Wimbledon ’79 contro Dupre: un calo di tensione che ancora oggi non riesco a spiegarmi, ero convinto che sarei arrivato in finale“.

Attore (per lui cameo ne “La Profezia dell’Armadillo“, tratto da una graphic novel di Zerocalcare), libero cittadino e capofamiglia; lo sguardo sereno e la lingua tagliente, come sempre. “Vivo a Treviso per questioni di cuore ma il cuore, sempre lui, è rimasto a Roma, la città più bella del mondo anche con le buche, che ci sono sempre state. Quello che mi dà fastidio è la sporcizia che la inquina. Impressionante“. Il resto è tempo libero, da sportivo in pantofole (“Ho smesso anche di correre in macchina, dopo i sessantacinque anni non ti rinnovano la licenza) a nonno (“Un’esperienza fantastica, soprattutto perché tutti i problemi sono dei genitori!“). Incorreggibile Adriano.

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Tsitsipas senior: “Il sogno? Wimbledon. E ispirare i ragazzi”

Intervista esclusiva con il papà coach di Stefanos, fresco vincitore delle Next Gen Finals. Un 2018 oltre le aspettative e i piani per il 2019. Gli obiettivi da coach e quelli da genitore

Ilvio Vidovich

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A Milano lo abbiamo visto seguire e supportare dalla tribuna il figlio Stefanos, impegnato nella seconda edizione delle Next Gen Finals. Domenica 11 novembre, il giorno dopo la vittoria del 20enne tennista greco in finale su Alex de Minaur, Apostolos Tsitsipas è stato invece l’ospite e relatore principale della 20esima edizione dell’International Tennis Symposium, il classico appuntamento formativo organizzato dalla Pro Camp MGM ITALIA in collaborazione con la GPTCA di Alberto Castellani al Centro Pavesi di Milano. E grazie proprio alla cortesia degli organizzatori e alla squisita disponibilità di Apostolos, che aveva appena tenuto un intervento di un’ora e mezza, siamo riusciti ad intervistare in esclusiva il coach (e papà) di una delle grandi rivelazioni del circuito ATP nella stagione appena conclusa.

Sig. Tsitsipas, quello che sta per terminare è stato un grande anno per Stefanos. Riavvolgiamo il nastro: lo scorso anno era venuto alle Next Gen Finals di Milano in qualità di riserva. Invece quest’anno ci è tornato da grande favorito, n. 15 del mondo, e le ha vinte.
Il tennis sta cambiando e ci sono delle dinamiche che sono da tenere in considerazione in giocatori di questa età. Il riferimento che lei ha fatto è significativo, perché richiama agli aspetti più delicati che impattano sui giovani giocatori, fattori importanti che influiscono sulla prestazione in campo. Lo scorso anno Stefanos aveva 19 anni. Il suo fisico non era ancora sviluppato, dal punto di vista della mentalità non era ancora sviluppato al 100%, il suo tennis non era ancora sviluppato. Quest’anno invece ha gestito tutto questo al massimo livello. Quello che intendo dire è che quando abbiamo a che fare con dei giocatori giovani è importante stare molto attenti a non creare illusioni, a non arrivare a delle conclusioni affrettate. Non è necessario. Bisogna dare loro un’opportunità, guidarli nel modo giusto, fare il lavoro giusto per metterli in condizione di esprimere le loro migliori qualità. Ma non bisogna correre troppo.

 

Stefanos però quest’anno ha corso tantissimo: ha iniziato l’anno da n. 91, lo finirà da top 15. Visto quello che ci ha appena detto, questa crescita così rapida è stata probabilmente inaspettata. In quest’ottica di avere la giusta gradualità, il piano prevedeva di metterci un anno in più?
Sicuramente se fosse stato necessario aspettare un altro anno, avremmo aspettato. Non l’ho mai forzato, non l’ho mai sovraccaricato con troppo lavoro. Forse le persone credono che Stefanos si alleni venti ore al giorno, che addirittura non dorma per quanto si allena. Assolutamente no. Stefanos si allena intensamente a tennis un’ora e mezza, massimo due ore, al giorno. E un’altra ora la dedica alla preparazione fisica. Il resto è recupero, riabilitazione, ascolto del proprio corpo, lavoro per restare in salute. Tutto questo fa parte delle sue routine quotidiane. Ovviamente nella off-season, in fase di preparazione, lavora di più. Per tornare perciò alla domanda, mi vien da dire che è accaduto. In maniera naturale. Da parte mia non c’è stata alcuna forzatura in tal senso. Non ho mai guardato al ranking o al risultato come primo obiettivo. Io ho questa filosofia di vita, anche in ambito professionale nel tennis: non guardo al risultato, non vedo il giocatore come un veicolo per ottenere un risultato. Io guardo al giocatore innanzitutto come a un essere umano e quindi allo sviluppo della sua personalità attraverso il suo sport. Se le vittorie arrivano dopo questo sviluppo e dopo aver completato lo sviluppo del suo gioco, è perfetto. Se non è così, se non è ancora pronto, allora vuol dire che c’è da aspettare. Bisogna considerare sempre tutti gli aspetti, come dicevo prima. Non puoi forzare qualcuno a fare risultati perché colpisce bene la palla, non è una cosa intelligente da fare. Perciò dico che quello che è successo, è successo naturalmente. E sono contento che sia accaduto a questo punto dell’anno. Perché ovviamente il prossimo anno dovrà giocare gli Slam e i Masters 1000. E lo farà da una posizione privilegiata, perché sarà testa di serie. E allora è importante che adesso lui abbia il tempo per riposare e poi quello necessario per prepararsi al meglio a questa nuova situazione.

Ecco proprio con riferimento alla preparazione per la prossima stagione, e all’obbligo per Stefanos di giocare tutti i maggiori tornei, prima nel suo intervento al Simposio ha sottolineato come sia importante per suo figlio crescere dal punto di vista fisico.
Sì, come ho detto prima è molto importante, dovremo lavorare perché sia pronto ad affrontare quest tornei, perché sarà più dura per lui. Perché arriverà lì e giocherà, non da favorito, ma come un giocatore che deve crescere. In tanti non lo conoscono ancora molto, i top player non lo conoscono ancora, anche se alcuni li ha già battuti. Sarà veramente dura. Anche perché, di fatto, lui adesso è un top player e tutti vogliono battere un top player, danno il massimo in questi match. Ma proprio queste Next Gen mi hanno detto che Stefanos può affrontare questo tipo di pressione. Qui a Milano lui era la testa di serie n. 1, ha dovuto sopportare la pressione che ne derivava. È stato un grande test da questo punto di vista. E, per me, il più grande successo che ha ottenuto in questo torneo. Ho ricevuto il feedback che lui sa gestire questo tipo di pressione. Non credo perciò che faremo dei grossi cambiamenti nella struttura degli allenamenti, continueremo come abbiamo fatto finora, con lo stesso team. Diciamo che potremo lavorare in maniera più specifica, perché adesso ci è più chiaro quali parti del gioco è necessario migliorare. Lui ha delle incredibili basi, lo ha dimostrando giocando ad alto livello contro i top player. Ora avremo un incontro con tutto il team, all’Accademia di Mouratoglu, per definire come impostare il lavoro in questo senso.

Parliamo proprio della collaborazione con Mouratoglu. Prima ha sottolineato come la sua filosofia di lavoro sia quella di far crescere la persona di pari passo con il giocatore. Immagino perciò che la decisione di lavorare con Mouratoglu sia una diretta conseguenza della sua volontà di avere per Stefanos un team di persone che condividano questo tipo di approccio.
Io non conoscevo Patrick. Lo conoscevo da quello che leggevo, dai social media, dalla televisione. Non conoscevo la sua personalità. Mi ha impressionato. Molto. Perché lui è cresciuto, ha sviluppato la sua personalità, passando attraverso un percorso molto, molto duro. Poteva essere un uomo d’affari, suo padre era un importante uomo d’affari in Francia, ma la sua passione era il tennis. E in definitiva, quando hai una passione questa fa venire fuori la tua personalità, vedi veramente chi è quella persona. E quando l’ho conosciuto meglio, mi è piaciuto molto, mi è piaciuta la sua personalità, il modo in cui percepisce se stesso, mi è piaciuta la sua etica riguardo allo sport e alle persone. Veramente, mi affascina. Questo, di fatto, è stato uno dei motivi: la sua filosofia di vita e nel tennis. Perché, di questo sono convinto al 100%, se sei un tennis coach, la cosa più importante è la tua filosofia di vita. Perché la domanda a cui devi rispondere nel tuo lavoro è: qual è la tua filosofia di vita? Se non sai rispondere a questa domanda, come farai ad essere un buon professionista? E Patrick è veramente, come posso dire… particolarmente sensibile e attento al riguardo. Perciò vedo come una cosa molto positiva il poter collaborare assieme.

Le propongo un piccolo gioco. Diciamo che tra un anno ci ritroviamo qui, a fare il bilancio del 2019. Quali obiettivi in particolare, se ce ne sono, le piacerebbe dirmi che Stefanos è stato in grado di raggiungere nell’arco della prossima stagione?
Al momento, a dire il vero, non abbiamo ancora stabilito gli obiettivi per la prossima stagione. Io feci un piano a lungo termine quando iniziammo l’attività junior a livello ITF, ed era relativo al periodo 2013-2018. Quindi fino a quest’anno. L’obiettivo fissato a suo tempo, fermo restando quello che dicevo prima, era quello di arrivare alla top 50. Ci è andata molto meglio, è arrivato alla top 15. Nelle prossime due settimane definiremo i nuovi obiettivi, ma quello che è sicuramente primario è che lui rimanga ai livelli top il più a lungo possibile. Il più a lungo possibile perché è importante giocare ad alto livello, il livello a cui lui è convinto di appartenere. Poi, chiaramente, l’obiettivo è quello di vincere i Major, perché vincere i Major è il sogno di qualsiasi tennista. E per me l’obiettivo principale è quello di vincere Wimbledon. Mi piacerebbe che Stefanos un giorno vincesse Wimbledon. Per me è un torneo che gli si addice, che si addice al suo tennis. Può farcela.

L’ultima domanda non riguarda Stefanos, ma Apostolos. Quali sono le sue sensazioni, da padre e da allenatore, giunto a questo punto del percorso iniziato tanti anni fa quando il piccolo Stefanos le aveva espresso il desiderio di diventare un tennista professionista?
Guardi, proprio ieri sera ho detto a Stefanos che sono veramente contento dei suoi successi. Ma che, come gli ho sempre detto, sono dei passi che deve fare la carriera del tennista professionista. Ma gli ho anche detto che, soprattutto, come padre sono veramente felice e soddisfatto di avere un figlio che sta dimostrando tutte le sue migliori qualità. Perché questa è la cosa più bella per un padre: riuscire a far sì che il figlio sia una bella persona e che possa rappresentare un modello per le generazioni successive. Questo significa cercare di fare qualcosa di buono non solo per lui, non solo per me, ma per la società. Perché la nostra società ha bisogno di questo tipo di impatto positivo da parte dei giovani, mi si passi il termine, campioni: perché i ragazzi più giovani hanno bisogno di questo tipo di ispirazione. La ricevono certamente anche dai genitori, dai coach e dall’ambiente, per molti aspetti. Ma principalmente, se parliamo in ambito sportivo, dagli altri giocatori. Stefanos è stato ispirato da Roger Federer: grande tennista, grande persona. Se guardiamo le nostre vite, anche noi siamo stati ispirati da qualcuno. Se ci voltiamo indietro vediamo che abbiamo tratto ispirazione da persone che hanno rivestito un ruolo importante nella nostra vita, nella nostra crescita come persone. Sarebbe veramente bello e positivo se Stefanos potesse diventare un modello per i ragazzi. E da questo punto di vista sono contento che lui piaccia ai ragazzini e che questo sentimento a sua volta sia ricambiato da Stefanos, veramente con tutta l’anima. Questo è qualcosa che mi rende molto felice.

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