Finale Davis, crollo Francia. Per la Croazia è match point (Cocchi). La vita romantica dell'ultimo eroe della racchetta (Petretto)

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Finale Davis, crollo Francia. Per la Croazia è match point (Cocchi). La vita romantica dell’ultimo eroe della racchetta (Petretto)

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Finale Davis, crollo Francia. Per la Croazia è match point (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

La Francia prende subito due ceffoni sulla terra rossa indoor di Lille dove insegue la seconda Davis consecutiva. Noah, che ha schierato Chardy e Tsonga lasciando in panchina Pouille avrà passato una notte difficile dopo lo 0-2 subito ieri per mano di Coric e Cilic. La Croazia dopo i primi due singolari ha già la possibilità di chiudere la partita nel doppio odierno e conquistare l’ultima Insalatiera vecchia maniera prima che la riforma del 2019 ne cambi il volto. Il numero 40 al mondo Jeremy Chardy è stato il primo a scendere in campo contro Borna Coric nella bolgia dei 20mila dello Stadio Mauroy, strappato al calcio per l’occasione. Un esordio da incubo per il numero francese (vista la panchina di Pouille) che si è visto spazzare via in tre set dal 22enne croato. Non è andata meglio a Jo Tsonga, la cui forma fisica è stata forse sopravvalutata dal capitano. Jo è stato fermo sette mesi per l’operazione a un ginocchio e aveva pochissimi match nelle gambe, ma Noah ha voluto puntare sulla sua esperienza contro il numero 7 al mondo Cilic, reduce dalle Finals di Londra. Una scelta per cui potrebbe finire sotto accusa visto che Tsonga si è nuovamente infortunato, anche se si tratta di un problema muscolare di non grave entità, e ha lasciato prevalere il croato che ha conquistato il secondo punto vincendo 6-3 7-5 6-4. «Ammetto di aver giocato un grande tennis — si applaude il ragazzo di Medjugorie —, non ho mai perso il servizio mi sento bene fisicamente e se il capitano Krajan lo vorrà potrò giocare ogni giorno. Ne parleremo e decideremo nella riunione di squadra». Yannick ha spiegato dopo il match che l’infortunio di Tsonga era a un adduttore: «Quando è tornato negli spogliatoi per il time out medico ci siamo chiesti se fosse il caso di continuare a giocare, ma sia lui che io abbiamo ritenuto che fosse importante tornare in campo per lottare e per onorare tutta la gente che era venuta a sostenerci». Oggi la Francia sarà chiamata a dare l’anima per restare in gara annullando il match point alla Croazia: «Fino a che non saremo morti cercheremo di inventarci qualcosa per recuperare», ha concluso Yannick Noah, che ha condotto la Francia a tre vittorie ma senza mai partire in svantaggio. La palla passa a PierreHugues Herbert e Nicolas Mahut, uno dei doppi più collaudati e vincenti nonché finalisti alle Atp Finals di Londra battuti da Bryan-Sock… [SEGUE].


La vita romantica dell’ultimo eroe della racchetta (Roberto Petretto, Nuova Sardegna)

 

Forse anche per i millennials il nome «Panatta» non è del tutto sconosciuto. Di certo è un marchio inconfondibile per chi di anni ne ha almeno quaranta. Da molti considerato il più forte tennista italiano di tutti i tempi, braccio d’oro, fantasia al potere e uno sguardo mai distratto verso i piaceri della vita al di fuori di un campo da gioco, Panatta è un vero uomo di spettacolo. L’uscita del suo nuovo libro è l’occasione per una chiacchierata: sul tennis, sui diritti, sugli uomini e le donne, sulla politica. E anche sulla Sardegna. Nella copertina del nuovo libro non c’è Panatta, ma Roger Federer. Scelta che Panatta spiega così: “Federer perché per me è il più grande di tutti. Se devo fare un libro che racconta gli ultimi 50 anni di tennis, metto in copertina quello che, secondo me, è stato ed è il più grande. Poi non è un libro autobiografico, volevo raccontare quello che è successo negli ultimi 50 anni”. Copertina eloquente, titolo altrettanto: «Il tennis è musica». Ma il tennis è ancora musica? “Sì, un po’ più caotica di quella dei miei tempi forse. Il tennis è musica perché è armonia, quando giocavamo noi era musica un po’ diversa. Oggi è più frenetica, più strappata, un po’ meno melodica. Ma uno come Federer, e questo è un altro motivo per cui è in copertina, racchiude un po’ tutto, rappresenta il tennis degli ultimi 50 anni. Avrebbe potuto giocare anche negli anni ’60, ’70, ’80, sarebbe stato comunque fortissimo. Lui è uno dei pochissimi che avrebbe potuto giocare bene con le racchette di legno. Gli altri no». Nel suo cameo nel film «La profezia dell’Armadillo», interpreta sé stesso, in un surreale dialogo con un ragazzo che svolge un’indagine di mercato, e esalta la bellezza di un colpo piatto, di una bella volée, dello stile che viene prima del risultato. Non è solo una filosofia tennistica, quella di Panatta, ma anche di vita: “Quel “pof-pof’ racchiude un po’ tutto, una metafora di quello che penso io. E non solo nel tennis. A me non piacciono gli eccessi, ma sono pensieri di un vecchio giocatore e anche di un vecchio uomo, ormai”. Scorrendo le pagine si colgono spunti che vanno ben oltre il tennis: i campioni ci sono tutti, ma Panatta ha una predilezione per i tennisti che giocavano in un certo modo, magari simile al suo, ma anche per quelli che avevano qualcosa da dire e hanno fatto qualcosa anche al di fuori del campo da tennis. Noah, Navratilova, Mauresmo, Ashe. “Arthur Ashe è stato un esempio, ma ci sono anche Martina Navratilova o Billie Jean King, donne e giocatrici che hanno fatto delle battaglie importanti. Ashe è stato per me un grande esempio di eleganza, raffinatezza, educazione e di buon senso. Uno che ha sofferto, ha subito la discriminazione razziale e ne è uscito fuori portando avanti le sue battaglie in maniera coerente e senza violenza verbale”. Anche Panatta le sue battaglie le ha fatte. Le magliette rosse in finale di Davis a Santiago del Cile sono un’icona: “Ho sempre preso a cuore le persone che stavano peggio di me, rispetto a quelle che stavano molto bene. Pur avendo grande rispetto per chi sta molto bene, sia chiaro. Mi ricordo quando andai a giocare la prima volta in Sudafrica, rimasi sbalordito, c’erano ancora i cartelli «onlywhite» sulle panchine, mi ricordo l’incontro di Davis con le tribune riservate ai bianchi e solo uno spicchio per i neri. Per me era inconcepibile”. A proposito di Coppa Davis, Panatta ha un giudizio tranchant sul nuovo format (incontri concentrati in una settimana, a fine stagione) studiato, tra gli altri, dal giocatore del Barcellona, Piqué: “L’hanno rovinata — dice —. Piqué pensi a giocare a pallone. Sono completamente contrario”. Insomma, a 68 anni, Panatta non perde il vizio di parlare chiaro. Lo scontro e la polemica non lo spaventano. E dai dissapori con la Federtennis italiana è nato uno scontro che ha tra le conseguenze l’esclusione dell’ex campione da quello che era il suo giardino di casa: il Foro Italico: “Non mi sento escluso dal Foro Italico. Siamo un paese libero: posso andare al Foro Italico quando voglio. II Foro Italico sta nel mio cuore, nei miei ricordi. Non andarci è una mia scelta. La polemica con la Federazione? Dico la verità: lei, tra l’altro, scrive per un giornale della terra del presidente federale, ma ormai di questa storia non mi importa, non ci penso proprio”. Però a molti appassionati fa un certo effetto vedere che al Roland Garros lei viene trattato con tutti gli onori e al Foro Italico viene ignorato: “Non serve riparlarne. Figuriamoci se alla mia età sto ancora a pensare a ‘ste cose qua…” Foro Italico, Roma. Casa Panatta, in pratica. Sempre bellissima, affascinante, ma malandata. Non ho neanche un sentimento di rabbia, piuttosto di dispiacere nel vederla ridotta, per certe cose, in questo stato. Sporca, piena di buche, con i cassonetti strapieni, con alcune periferie trascurate. Però mi rendo conto che è difficile gestire una città così grande. Io la conosco bene, sono stato anche consigliere comunale, ho vissuto un periodo della mia vita in cui mi sono occupato della mia città direttamente. Roma è molto complicata, certo è che non l’ho mai vista così come è oggi”. E quando gli si chiede se ritornerebbe a un impegno in politica, è netto: “Mai più, mai più, mai più… mai più (quattro volte – ndr). Innanzitutto perché non ho più voglia. Poi perché si riesce a combinare poco. Mi sono divertito molto a fare l’assessore alla Provincia di Roma, dove avevo un ruolo più operativo per cui sono riuscito a fare delle cose anche belle. Onestamente non me ne frega più nulla”. Tennis, motonautica, tv, cinema, politica, imprenditoria, libri. Cos’altro ha in programma Panatta? “Cerco di fare, di volta in volta e al meglio, le cose che mi piacciono. Non è che ho in testa un progetto ben preciso. Faccio più televisione, ho fatto radio, mi piace molto cimentarmi in cose diverse. II tennis è stato una cosa bellissima, sia quando giocavo sia quando ho fatto il dirigente: 30 anni della mia vita. Ora basta, faccio altre cose. Essere monotematico non mi piace”. Molti campioni dello sport sono stati segnati dallo stress: “A me sembra di non essere stato segnato (ride). Sono segnato nel fisico, come tutti. Sono pieno di dolori, ma a chi gioca a un certo livello alla fine i dolori vengono fuori. Siamo delle vecchie macchine da corsa consumate. Però non mi posso lamentare”. Altri hanno pagato ben altri prezzi. Di Borg scrive che a un certo punto è riuscito a trovare la chiave dell’esistenza, a «starsene tranquillo». Una chiave che forse Panatta ha sempre avuto: “Io non sono tranquillo mai, perché sono curioso, mi piace interessarmi a tante cose. Devo stare sempre in attività. Con l’ offshore ho smesso perché con l’età era diventato troppo rischioso, a parte che «m’ha detto bene» tre o quattro volte e non era più il caso di andare avanti. Faccio quello che mi piace fare. La televisione, scrivere un libro…” Panatta un rapporto privilegiato lo ha avuto anche con la Sardegna. Si racconta questo aneddoto: entrò a fare parte del team del manager-coach Ion Tiriac che lo voleva portare a giocare una serie di tornei estivi in America, in preparazione degli Us Open. Si dice che la risposta fu: «Grazie Ion, ma io l’estate la trascorro in Sardegna». Episodio autentico: “Più o meno (ride), diciamo di sì. È un po’ romanzato… [SEGUE].

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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