Haggerty ottimista: "ATP e ITF, avremo un solo evento"

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Haggerty ottimista: “ATP e ITF, avremo un solo evento”

Il presidente ITF risponde ad alcune domande sulla nuova Davis. Non vuol cambiarne il nome. “I top players giocheranno i match di quali a febbraio…” Anche Federer e Djokovic?

Ubaldo Scanagatta

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Il direttore Ubaldo Scanagatta ha intervistato a Lille il presidente dell’ITF David Haggerty sulle grandi novità della Coppa Davis, la concorrenza dell’ATP Cup e il ruolo della società Kosmos di Gerard Piqué. Il nome però non si cambia…

Dopo ogni dibattito hai detto che la settimana di Londra con i rappresentanti delle altre sigle è stato positivo. Come mai? Cosa è successo?
Abbiamo avuto un incontro molto produttivo. Insieme ai board del Grande Slam, all’ATP, a Kosmos e ai giocatori abbiamo parlato della Coppa Davis e della ATP Cup che era a sua volta stata annunciata. Abbiamo discusso delle sfide che dovremo affrontare, come il calendario e la programmazione troppo fitta. Si è parlato anche della possibilità di collaborare insieme per avere un evento invece di due. Non accadrà subito probabilmente, ma magari strada facendo. Sicuramente occorrerà tempo. Avremo un altro incontro a gennaio, ma ho la sensazione che ci sia possibilità di perseguire questo obiettivo.

 

Se dovessi scommettere, anche se non puoi, scommetteresti sulla possibilità di avere due eventi o uno? Cosa ti aspetti?
Forse sono ottimista per natura, ma anche penso proprio che si possa lavorare insieme e trovare la soluzione migliore per il nostro sport. Credo davvero che sia possibile arrivare ad avere un solo evento.

Nel breve periodo?
Dobbiamo avere pazienza, ci vorrà tempo. Ho la sensazione che potremo collaborare, ma ci vorrà tempo.

Quale è il ruolo di Kosmos? Non è uno sponsor, bensì un investitore, ma in quanto tale vorrà sicuramente ricavare profitto.
Si occupano solitamente di altro rispetto al tennis, ma abbiamo piani e progetti per i prossimi 25 anni. Essenzialmente Kosmos si occupa degli aspetti commerciali. Broadcasting, ricerca di sponsor e simili.

Avete ricevuto garanzie di partecipazione da parte dei top players, ad esempio Djokovic e Federer?
Molti hanno garantito che giocheranno le qualificazioni e in caso di vittoria e di convocazione da parte del capitano, dovrebbero essere disponibili anche per la finale. Non ho avuto la possibilità di parlare personalmente con Federer quindi non so specificatamente se si renderà disponibile nel round di qualificazione, ma sarebbe ovviamente ottimo per la competizione. Djokovic era al meeting di Londra la settimana scorsa ma non penso abbia preso una decisione definitiva.

Hai detto di essere ottimista per natura, come hai affrontato personalmente le controversie legate a questa proposta di cambiamento?
Io ricavo energia da ciò in cui credo. La riforma della Coppa Davis è qualcosa che avevo promesso quando sono stato eletto e qualcosa di necessario. La competizione aveva bisogno di un cambiamento. Anche gli altri candidati alla presidenza pensavano servisse una riforma. Credevo fortemente di star facendo la cosa giusta e quando è così, cerchi di coinvolgere tutti quelli intorno a te.

È un periodo di grande cambiamenti per il tennis, la Coppa Davis e gli esperimenti delle Next Gen. Pensi sia una grande operazione di mutazione dello sport o semplicemente coincidenze slegate?
Penso che nel caso della Coppa Davis e della Fed Cup abbiamo parlato dei cambiamenti per anni ed erano i giocatori stessi a chiederli. I cambiamenti che abbiamo fatto sono più radicali, ma penso siano buoni per coinvolgere i fan, i giocatori, gli sponsor e le televisioni. Nel caso dell’ITF World Tour, ad esempio, che è concepito per facilitare la transizione dei più giovani al professionismo, Penso sia qualcosa di cui il tennis aveva bisogno. Il passaggio al professionismo non è facile, molti si considerano professionisti ma il percorso non è semplice. Spesso bisogna essere ricchi di famiglia o essere sovvenzionati in altro modo, quindi abbiamo cercato di fare qualcosa.

Tutto nasce da Piquè che è un giocatore di calcio e ha cercato di tirare fuori dal tennis un evento “calcistico”. Magari se fosse stato un giocatore di basket sarebbe nata una proposta diversa ancora.
Kosmos e Piqué sono una parte importante del cambiamento, ma questa riforma è frutto di una ricerca che va avanti da cinque anni. Semplicemente avevamo una concezione simile dell’evento che volevamo creare.

Pensi che anche la Fed Cup potrebbe avere una sorte simile e diventare un evento concentrato in una settimana?
La nostra ambizione è di creare qualcosa di simile anche per la Fed Cup, con una prima fase con incontri in casa o in trasferta e una fase finale a 16 squadre.

Quale sarebbe la migliore settimana per questo evento? Zverev ad esempio ha detto che avrebbe giocato la finale nel vecchio formato se la Germania fosse arrivata in fondo, ma che non vuole giocare undici mesi e mezzo.
Siamo sempre stati aperti a discutere della collocazione in calendario. Però a prescindere da quale settimana si scelga, si va sempre a cozzare con qualcuno, per esempio altri tornei. Sono contento del meeting di Londra e della discussione che abbiamo avuto anche su questo tema, ma per questi primi anni rimarremo a Madrid a novembre.

Il cambiamento è stato piuttosto radicale, perché non è stato cambiato anche il nome?
Quando guardo questo iconico trofeo, penso a quanto sia riconoscibile e unico. È un nuovo capitolo della competizione ma è sempre Coppa Davis. Ci sono ancora atleti che lottano per la loro nazione, che sorreggono la bandiera. Mi piacerebbe vedere voi tutti a Madrid l’anno prossimo per seguire la finale e sentirvi dire: “Wow, è davvero fantastica!”

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ATP Finals: il sopralluogo incoraggia le ambizioni di Torino per la short list

La delegazione guidata da Russ Hutchins ha visitato città e impianti, rimane decisivo il budget. Filtra ottimismo: se ne saprà di più entro il 15 dicembre

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O2 Arena - ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

Si entra nel cuore di una settimana significativa per il sogno di portare le ATP Finals a Torino dal 2021. Cerchio rosso in agenda su venerdì 14 e (più probabilmente) sabato 15 dicembre, quando verrà ufficializzata la short list delle tre o quattro candidate che rimarranno in corsa. A marzo, quando il board ATP si riunirà a Indian Wells, verrà scelta la sede che dovrebbe succedere a Londra nell’ospitare l’evento di fine anno. Il condizionale resta d’obbligo perché non è del tutto da escludere la possibilità che si resti alla O2 Arena, specie se le concorrenti non dovessero offrire lo stesso elevatissimo standard di garanzie logistiche ed economiche.  La speranza italiana per il weekend (facciamo il tifo, chiaro) è quella di trovare in nomination il capoluogo piemontese, che ce la sta mettendo tutta per risultare attraente.

IL SOPRALLUOGO – Tra lunedì e martedì Torino ha tirato fuori l’abito migliore per valorizzare la sua bellezza austera. Per prendere contatto diretto con la città, dopo la prima chiacchierata londinese,  l’ATP ha schierato Russ Hutchins (braccio destro del CEO Chris Kermode), il vice-presidente David Massey e il responsabile marketing George Ciz. Ad accoglierli, un fronte più che mai eterogeneo per rendere meglio l’idea di un sostegno trasversale. Lunedì sera la cena organizzata dalla sindaca Appendino – come raccontano Stefano Semeraro e Giulia Zonca su La Stampa –, poi la visita alla Nuvola Lavazza per ragionare con un’azienda che nel tennis investe eccome e l’incontro con Evelina Christillin (tra le altre cose, promotrice della candidatura Olimpica del 2006) al Museo Egizio. E poi i luoghi del tennis, dove hanno fatto da padroni di casa CONI e FIT rappresentate rispettivamente da Diego Nepi Molineris e dal direttore degli Internazionali BNL d’Italia e delle Next Gen Finals Sergio Palmieri. Nicola Pietrangeli ha accolto la delegazione ATP al Circolo della Stampa, ipotizzato come quartier generale dell’evento che invece si svolgerebbe per la parte sportiva davanti ai 15mila spettatori del PalaAlpitour. Non ha fatto mancare la sua presenza anche il Governo con il dirigente Lorenzo Marzoli, braccio destro del sottosegretario Giorgetti.

 

SENSAZIONI – Bocche cucite, almeno per quanto riguarda le fonti istituzionali. Da gran cerimoniere, Palmieri però non si è tirato indietro nel dar seguito al cauto ma sostanziale ottimismo diffuso già nelle precedenti uscite pubbliche. Torino ha buone sensazioni per l’ingresso nella short list, da quel momento poi inizierà un’altra partita. «La città ha fatto una gran bella figura – le parole del manager FIT raccolte dal quotidiano torinese – l’ATP è ripartita con un’ottima impressione, senza più dubbi riguardo agli impianti e all’offerta complessiva. Ora tocca a loro decidere».

CONCORRENZA e BUDGET – La fase che si sta per chiudere è quella delle manifestazioni di interesse, non supportate però da comunicazioni ufficiali. Non si sa infatti con esattezza quante e quali siano le città interessate. Torino si è esposta, altre meno. La visita dei vertici ATP a pochi giorni dalla comunicazione della short list è stata interpretata da alcuni come un attestato di stima, ma si fa fatica a decifrare come possano essersi mosse le diplomazie concorrenti. L’orientamento potrebbe essere quello di mantenere le Finals in Europa (sulla stampa internazionale ci sono pareri contrastanti sulla forza della candidatura di San Pietroburgo, ndr), ma fa paura la potenza di fuoco economica che potrebbero avere sedi asiatiche come Abu Dhabi, Singapore o Tokyo. Torino scende in campo con il minimo sindacale a livello di budget (tra i 17 e i 20 milioni di euro) ma punta sulle sinergie virtuose che si possono attivare con banche, fondazioni e con la locale Confindustria oltre che sulla possibilità di trovare un main sponsor (come la multinazionale giapponese Nitto per le Finals londinesi).  La cornice del ragionamento resta la stessa in cui lo abbiamo inquadrato nelle scorse settimane: se sarà il budget a fare la differenza, l’Italia non potrà fare la voce grossa. Se entrassero invece in gioco altri criteri geopolitici, le possibilità crescerebbero. L’ingresso in short list rappresenta in ogni caso il primo, fondamentale step per il sogno. Sperando di non poter gioire soltanto per un traguardo intermedio.

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WTA: i casi più strani e curiosi del 2018

I fatti più sorprendenti, sconcertanti, imprevedibili accaduti nella stagione del tennis appena conclusa

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Dall’anno tennistico 2018 ho selezionato alcuni episodi particolari. Episodi di natura diversa, ma che hanno in comune la capacità di sorprendere, perché, in un modo o nell’altro escono dall’atteso e dal prevedibile; secondo il mio modo di vedere, naturalmente. Sono esclusi i casi arbitrali che hanno fatto discutere di più, perché quelli saranno argomento di un articolo specifico che uscirà in uno dei prossimi martedì.

Wozniacki a Doha. Invasione di campo
Soltanto in singolare Caroline Wozniacki ha disputato quasi 800 match da professionista. Nella settimana del torneo di Doha era numero uno del mondo: a quel livello, senza voler sminuire la sua avversaria, un primo turno vinto per 6-2, 6-0 contro la numero 52 del ranking (Carina Witthoeft) si può definire un match di routine. Ci pensa un gatto a rendere la partita un po’ diversa dal solito:

 

Wozniacki a Doha. Grunting
Stesso torneo, nel turno successivo. Wozniacki contro Monica Niculescu; tennista del tutto particolare e sempre complicata da affrontare, anche se nel momento del match è numero 92 del ranking. La partita finsce 7-5, 6-1 per Wozniacki, ma nel primo set le cose non sono semplici per Caroline, che a un certo punto dimostra di patire la situazione anche sul piano nervoso. Va a discutere a lungo con il giudice di sedia, lamentandosi per il grunting dell’avversaria, con imitazione inclusa:

Wozniacki a Singapore. Ancora grunting
Altra situazione mentalmente complicata per Wozniacki. Nel Masters di Singapore affronta Svitolina, in un match che deve vincere in due set, pena l’esclusione dalle semifinali (vincerà Elina 5-7, 7-5, 6-3). Verso la fine del primo set Caroline discute con il giudice di sedia per il grunting dell’avversaria. Insomma: gli spettatori che non amano i grunting hanno in Caroline una giocatrice schierata dalla loro parte.

 

a pagina 2: Ritiri e forfait

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Il favolistico giorno in cui Bye vinse il suo primo incontro

L’incredibile episodio accaduto a Lione è stato però cancellato dall’ordine costituito

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In uno scontro fratricida (e anche qualcosa di più, essendo opposto a se stesso), Bye, il più celebre perdente della storia del tennis, vince un incontro, supera finalmente un turno e, come se non bastasse, in un impeto di spavalderia, lo fa addirittura in un main draw ATP. Che questa sia un’epoca di transizione è opinione condivisa; tuttavia, il percorso ora imboccato con questo episodio pare sconfinare in terre il cui solo ventilarne l’esistenza genera tormenti wertheriani o, in subordine, incubi orwelliani.

BYE OF THE TIGER – È un martedì di maggio decisamente tranquillo all’ATP 250 Open Parc Auvergne-Rhône-Alpes de Lyon. E non può essere altrimenti visto che lo sbadiglio prende il sopravvento già a metà del nome del torneo. Tranne uno, tutti i giocatori che vantano ambizioni importanti per il Roland Garros si sono presi la consueta settimana di riposo. Sul Centrale, “tranne uno”, al secolo Dominic Thiem, è impegnato ma non troppo da Carballes Baena; tanto disinteressato alle perplessità, quando non critiche, di addetti ai lavori e appassionati riguardo alla sua programmazione quanto preoccupato dalla ricerca di un ritmo che sembra perduto da parecchi mesi, l’austriaco scortica feltri gialli sparandoli in direzione nord (oppure sud, dipende dai cambi campo). Durante il riposo alla fine del primo set, Benjamin, uno spettatore felice di godersi dal vivo un top ten a pochi passi da casa alla faccia di chi vorrebbe Dominic in pantofole, estrae lo smartphone per controllare il tabellone del torneo. Se la bella ragazza dai capelli corvini seduta nel posto accanto lo stesse guardando mentre muove la punta dell’indice sullo schermo, lo vedrebbe alzare lievemente un sopracciglio. Di solito, però, le belle ragazze non si soffermano a guardarlo – e neanche quelle meno belle, aggiungerebbe chi si diverte a calpestare la linea tra sincerità e cattiveria gratuita. No, impossibile, sono gli occhi stanchi che giocano scherzi, pensa Ben, incurante del proprio aspetto ordinario. Ma la conferma ricevuta da uno sguardo più attento lo riporta prepotentemente alla realtà. Per non dire alla irrealtà: secondo il sito dell’ATP, Bye deve giocare contro Bye e, ça va sans dire, il mai domo Bye passerà il turno. Fiero della scoperta, Benjamin la condivide con la vicina di posto dopo essersi faticosamente liberato dell’abituale timidezza.

 

AS TIME GOES BYE – Le radici della storia perdente di Bye affondano nientemeno che nell’età vittoriana, lasciandoci il dubbio se l’accostamento dei due aggettivi sia puramente casuale o se, citando un personaggio interpretato da Robin Williams, il destino sia davvero “l’unica forza cosmica con un tragico senso dell’umorismo”. Nato nell’83 (1883) da uno stato di alterazione di By [fonte: Merriam-Webster], si è subito distinto per la sua scarsa propensione a buttare di là una singola palla, tanto che sempre più spesso i suoi avversari evitavano proprio di giocarci passando oltre senza farci caso (passing bye, appunto). Costantemente irriso e protagonista di facili battute, perfino fuori dall’enorme circolo dei suoi detrattori l’idea era che solo un’improbabile serie di bizzarre coincidenze si sarebbe potuta risolvere in un suo successo; tuttavia, com’è noto, è improbabile che non accada mai alcun evento improbabile e si tratta semplicemente di avere abbastanza tempo a disposizione. E chi ha più tempo di qualcuno che frequenta da oltre un secolo i tabelloni dei tornei di tennis senza mai giocare un incontro? Finalmente, sembrava che l’attesa fosse stata ripagata con quell’abbinamento degno della più emozionante narrazione epica.

MANOVRE BASSE AI PIANI ALTI – Nondimeno, ci è stato negato il privilegio di vedere il nome di Bye al secondo turno anche in quella propizia occasione. L’establishment della racchetta non può certo permettersi di tollerare simili lampi fantastici che ne rivelino il grigiore e gli slanci di genialità devono perciò essere contenuti entro determinati schemi perché sia preservata la tradizione, termine alternativamente abusato e minimizzato a seconda delle occasioni. Allora, con un’imbarazzante operazione di insabbiamento, nella riga inferiore Bye è stato prontamente rinominato lucky loser nel maldestro tentativo di farlo passare per qualcuno (il belga Joris De Loore) che avrebbe preso il posto di una presunta testa di serie apparentemente ritirata (Hyeon Chung). Ma è proprio l’epiteto affibbiatogli a tradire in modo freudiano la situazione fortunata avuta dall’ormai ex perdente per antonomasia.

EPILOGO 1 – A dispetto della versione ufficiale, il fato ha finalmente arriso a Bye che, con pieno merito, ha ottenuto la sua prima, eroica vittoria. Goffamente mascherato da errore, nascosto ma non eradicato dalle pieghe della memoria e della rete, è un traguardo romantico che dimostra come, a dispetto di scellerati desideri di riscriverne le regole fondanti per sciocchi timori e vile danaro, il Tennis trovi sempre la via verso eventi e orizzonti che potranno piacevolmente sorprenderci se sapremo semplicemente accoglierli con lo spirito di chi ancora sa nutrirsi di favole.

EPILOGO 2 – Il tramonto di quella giornata lionese colora di rosso il cielo sopra il Parc de la Tête d’Or. Benjamin si ferma sulla riva del lago ad ammirare il riflesso sull’acqua della bella ragazza dai capelli corvini che sorride accanto a lui. Dopo alcuni secondi, l’immagine svanisce e Benjamin, sospirando, riprende la sua passeggiata solitaria.

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