Il dominio decimale di Djokovic, Nadal e Federer

Statistiche

Il dominio decimale di Djokovic, Nadal e Federer

Lo spagnolo primeggia nella percentuale di punti vinti e nella stagione appena conclusa ha perso solo quattro incontri. I top 10 nel 2018 hanno comunque sbagliato quasi un punto su due, ma i primi tre hanno ancora un altro passo. La prospettiva di Fognini

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Più si va avanti, più il margine di miglioramento si riduce. Ed è affidato ai dettagli. Lo spostamento passa dai metri ai centimetri, dai numeri interi ai decimali. Ai vertici di ogni ambito sono i particolari a fare la differenza e questo accade anche nel tennis di vertice. Dove vince chi sbaglia di meno, perché comunque si sbaglia tanto. Il report statistico di fine anno dell’ATP mette in evidenza un aspetto che non risulta così immediato a un livello d’analisi superficiale: i top 10 perdono quasi un punto su due. Su un totale di centomila (o poco più) punti giocati, quelli vinti sono appena il 53 per cento.

Top 10: 2018 Season – Points Won & Lost / Prize Money (fonte ATP – www.atpworldtour.com)

Guardando al podio del ranking, è Nadal a vantare la percentuale migliore (55.4%) pur avendo giocato nove partite in meno rispetto a Federer (54.4) e ben 16 rispetto al numero uno Djokovic (54.5). Il dato medio dei Fab Three è di 54.7 è rende l’idea di quale sia la distanza a separarli dai più immediati inseguitori: Alexander Zverev, quattro del mondo, è andato a segno nel 52.8% dei casi ed è quello che ha giocato più di tutti (77 partite). Dallo stesso Zverev a John Isner, quindi dal quarto al decimo in classifica, il livello si abbassa al 52.2%. C’è quindi un gap di due punti e mezzo percentuali (54.7 contro 52.2) a separare i tre fenomeni da chi gli sta a ruota. Tornano a questo punto in mente le parole di Craig O’Shannessy, il mago dei numeri del clan Djokovic, che agli US Open ha raccontato qualcosa di molto interessante al nostro Luca Baldissera. “I migliori al mondo vincono in un anno circa il 90% dai match, ma lo fanno mettendo a segno appena il 55% dei punti. Djokovic nel 2015 ha fatto 82 vittorie e 6 sconfitte, era una belva – le parole dell’analista ATP -, ma se andiamo ad analizzare i cosiddetti anni da Superman, come quello, e come anche certi di Nadal al Roland Garros, vediamo che per ottenere prestazioni incredibili tutto quello che ci è voluto è stato passare dal 55% al 56% dei punti vinti”

 

O Shannessy ha elaborato così una vera e propria “regola del 55”, che si integra con l’altro ben noto teorema dei “four shots”: entro i tre scambi dopo il servizio si risolvono il 70% dei punti, dal quinto all’ottavo colpo il 20% e oltre il nono solo il 10%. In realtà, al netto dei possibili arrotondamenti, i dati sul 2018 sembrano leggermente al ribasso visto che al 56% non ci è arrivato nessuno, anzi non è stato toccato nemmeno il 55%. Stesso discorso per la percentuale di match vinti: comanda anche qui Nadal, che ne ha persi solo quattro su 49. A conquistare il maggior numero di incontri è stato lo stakanovista Zverev (58/77), fermandosi però al 75.3%. Anche da questa particolare classifica emerge, con proporzioni ancor più nette, il gap che separa i tre che si sono alternati al numero uno dal resto della truppa. Djokovic, Nadal e Federer hanno vinto l’85.3% dei loro incontri, mentre la media degli altri sette top 10 si attesta al 70.4%. John Isner, 10 ATP, ha perso ben 22 volte nei 56 incontri disputati chiudendo il 2018 con un non entusiasmante 60.7% di successi.

Top 10: 2018 Season – Matches Won & Lost (fonte ATP)

FOGNINI: QUANTO MANCA ALLA TOP 10? – Viene così offerta da questi dati un’altra unità di misura della distanza che ha separato Fabio Fognini, comunque tornato al suo best ranking (13), dal sognato ingresso tra i primi dieci. Il numero uno azzurro ha chiuso l’anno solare scendendo in campo 68 volte nel circuito con 46 vittorie (67.6%). Un dato percentuale che lo mette sostanzialmente alla pari di Nishikori e Cilic e addirittura più avanti del buon Isner.  Anche nel calcolo dei punti vinti Fognini non sfigura: col suo 51.4% è chiaramente distante dalla media percentuale dei primi tre, ma non poi così tanto dagli altri. Il suo dato è addirittura migliore rispetto a quelli di Thiem e Isner. Chiaramente, sono rilevazioni statistiche che non possono avere correlazione diretta e assoluta con il ranking, visto che vanno filtrate su due livelli: la tipologia dei tornei in cui si conquistano le vittorie e i punti da difendere. Da questo punto di vista, la differenza si può misurare partendo dagli Slam del 2018 in cui Fabio ha vinto nove partite spingendosi fino agli ottavi (miglior risultato) a Parigi e Melbourne. La media di incontri vinti dai top 10 nei major è di 14.7 e nessuno è sceso sotto quota dieci (Zverev, a suo modo un’anomalia). Il salto di qualità nel 2019 passa dai grandi appuntamenti.

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Focus

La seconda miglior decade degli ultimi 50 anni

Un bilancio comparato su cinque decadi del tennis italiano. La migliore fu quella degli anni Settanta, grazie a Panatta e soci. Ma questa illuminata da Fognini, Cecchinato e Berrettini non è ancora conclusa

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Marco Cecchinato - Buenos Aires 2019 (foto via Twitter, @ArgentinaOpen)

Le ottime prestazioni di Cecchinato e Berrettini a Monaco di Baviera – c’è ancora la possibilità di una finale tutta italiana – sono la conferma di un periodo particolarmente florido per il tennis azzurro. Nella classifica ATP del 29 aprile 2019 nelle prime duecento posizioni compaiono 19 italiani dei quali 6 nelle prime 100. Apre la fila Fabio Fognini al numero 12 e la chiude Andrea Arnaboldi al 194.

L’elenco è formato da un’equilibrata miscela di giocatori maturi (Fognini, Seppi, Fabbiano e Lorenzi), esperti (Cecchinato) ed emergenti (Berrettini, Sonego). Alle loro spalle stanno sbocciando due teen ager molto promettenti: Jannik Sinner e Lorenzo Musetti.

Indipendentemente dal fatto che Fognini o qualunque altro italiano  riesca o meno a entrare nella top ten in tempi brevi è evidente che il nostro movimento maschile sta attraversando un periodo florido che, viste le premesse,  si preannuncia anche duraturo.

Ai successi sportivi si stanno poi aggiungendo quelli organizzativi/politici. La nostra federazione è stata infatti capace di aggiudicarsi dal 2017 l’organizzazione del torneo NextGen e, dal 2021, quello delle Finals dopo essersi per anni dovuta accontentare di ospitare un solo torneo di alto livello: gli Internazionali di Roma.

 

Ma non sono sempre state rose e fiori, come è normale che sia. Dall’inizio dell’era Open (22 aprile 1968) abbiamo visto alternarsi momenti felici ad altri bui. In questo articolo abbiamo provato a fare un bilancio di cinque decenni di tennis italiano a partire dagli anni ’70 basato su classifiche ATP e risultati.

ANNI SETTANTANell’estate del ’73 vantavamo ufficialmente cinque giocatori in top 100. Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti e Antonio Zugarelli (il quinto, Martin Mulligan, nel 1973 era già over 30) ottennero nell’arco di dieci anni risultati eccezionali sia individualmente sia collegialmente.

I principali furono:

  • venti titoli in singolare.
  • Roland Garros nel ’76 (Panatta).
  • Grand Prix Stoccolma nel ’75 e Internazionali d’Italia ‘76  equiparabili a odierni Master 1000 (Panatta).
  • Torneo di Amburgo nel ’77 assimilabile a un odierno 500 (Bertolucci).
  • Quattro semifinali dello Slam (due volte Panatta nel ’73 e nel ’75 e una Barazzutti nel ‘78 a Parigi;  una Barazzutti a New York nel ’77).
  • La vittoria in coppa Davis nel ’76 oltre a due finali raggiunte nel ’77 e nel ’79.
  • Due partecipazioni alle finals (Panatta nel ’75 e Barazzutti nel ’78)
  • Due giocatori in top 10 (Panatta e Barazzutti)

ANNI OTTANTA – Nel 1980 Panatta e Barazzutti vinsero ancora un torneo a testa e, insieme a Paolo Bertolucci e Gianni Ocleppo, riportarono la squadra Italiana di coppa Davis in finale a Praga. Questi risultati crearono l’illusione che i fasti degli anni ’70 potessero proseguire ancora, ma l’ultima classifica del 1980 destava serie preoccupazioni (soprattutto con il senno di poi). C’erano ancora quattro italiani in top 100, ma tre di questi erano i non più giovani Barazzutti, Panatta e Bertolucci; il quarto – Gianni Ocleppo – navigava poco sotto la centesima posizione e alle loro spalle c’era poco o nulla. Nel giro di pochi anni gli alfieri della precedente decade uscirono di scena e alla fine del 1984 soltanto un italiano compariva in top 100: Francesco Cancellotti al numero 26.

Nella seconda metà del decennio iniziò un parziale riscatto. Cancellotti fu raggiunto nei primi 100 del mondo da Paolo Canè, Claudio Pistolesi e, a metà del 1989, da Omar Camporese.

Il bilancio del tennis maschile italiano nei ruggenti anni ‘80 fu comunque modesto, soprattutto se confrontato con quello precedente:

  • 11 tornei vinti in singolare (di cui due grazie ancora a Panatta e Barazzutti)
  • Nessuna performance di rilievo nei tornei dello Slam
  • Un solo giocatore in top 20 – Corrado Barazzutti – per tre settimane nel 1980
  • Finale coppa Davis nel 1980 persa contro la Cecoslovacchia

ANNI NOVANTA – La classifica del 18 dicembre 1989 lasciava però intravedere qualche spiraglio di luce in vista del nuovo decennio. Primo degli italiani al numero 33 c’era il ventiquattrenne Paolo Canè seguito alla 49esima posizione dal ventunenne Omar Camporese e alla 95esima da Claudio Pistolesi, classe ‘67. Dietro di loro cresceva un gruppo di giocatori under 20 di talento che si sarebbero in seguito costruiti una carriera di buon livello: Diego Nargiso (soprattutto in doppio), Renzo Furlan, Stefano Pescosolido e Cristiano Caratti.

L’assenza di giocatori italiani tra i primi 20 del mondo fu interrotta da Omar Camporese nel febbraio del 1992 imitato da Andrea Gaudenzi nel 1995 e infine da Renzo Furlan nel 1996.

Al nostro movimento negli anni ’90 mancò l’exploit, la vittoria da prima pagina ma il bilancio di questo periodo è comunque sensibilmente migliore rispetto al precedente:

  • nove tornei vinti (Camporese, Furlan, Pescosolido, Gaudenzi, Canè e Pozzi)
  • Quarti di finale agli Australian Open (Caratti ’91), a Parigi (Furlan ’95) e Wimbledon (Sanguinetti ’98).
  • Semifinali di Coppa Davis nel ’96 e nel ’97 e finale nel  ’98
  • Tre giocatori in top 20 (Camporese, Gaudenzi, Furlan)

2000-2009 – La prima classifica dell’anno 2000 mostrava però preoccupanti analogie con l’ultima del 1980 con tre giocatori non più giovani tra i primi 100 (Pozzi al n. 81, Tieleman  85 e Gaudenzi 89) e un solo  diciottenne di sicuro talento: Filippo Volandri.

I  risultati di quel decennio, sia a livello individuale sia di squadra, furono i peggiori in assoluto della storia Open:

  • 7 tornei vinti (Gaudenzi, Sanguinetti, Volandri e Bracciali)
  • Nessun giocatore in top 20
  • Nessun giocatore oltre gli ottavi di finale in una prova dello Slam
  • Retrocessione in serie B della squadra di Coppa Davis per la prima volta nella storia italiana nel 2000 e retrocessione in serie C nel 2003 in seguito alla sconfitta contro lo Zimbabwe, la nostra Corea tennistica

DAL 2010 – Ai nastri di partenza del 2010 ci presentiamo però con cinque giocatori giovani compresi tra la posizione numero 49 e la 93 (Seppi, Fognini, Starace, Lorenzi e Bolelli) e partiamo subito con il piede giusto. Nel 2011 la squadra di coppa Davis ha riconquistato la serie A andando a battere 4-1 il Cile a casa sua (tanto per cambiare) e nel 2014 Fognini, Seppi e Bolelli si sono arresi solo in semifinale alla Svizzera guidata da Roger Federer.

Fabio Fognini in singolare ha raggiunto i quarti di finale al Roland Garros nel 2011 e nel 2013 ha vinto il torneo ATP 500 di Amburgo. Tra il 2011 e il 2014 Seppi e Fognini si sono aggiudicati complessivamente tre tornei a testa e sono entrati top 20.

Ancora il ligure nel 2015 in coppia con Simone Bolelli ha vinto gli Australian Open mettendo fine a un digiuno di vittorie in doppio in una prova dello Slam che durava dal 1959. E il meglio doveva arrivare a partire dal 2016. Grazie ai risultati degli ultimi tre anni se questo decennio finisse oggi potremmo già vantare:

Di seguito la sintesi grafica dei cinque periodi presi in esame:

Decennio70-7980-8990-9900-09 10-19
      
Successi21119719
di cui     
25016    –  9716
5001*    –      –      –  1
10002**    –      –      –  1
Slam1    –      –      –  1***
Coppa Davis1    –      –      –       –  
      
Best ranking****420182512

*Amburgo
**Roma-Stoccolma
***AO doppio
****Panatta / Barazzutti / Camporese-Gaudenzi / Volandri / Fognini

Partendo dal basso troviamo all’ultimo posto il periodo 2000-2009; al penultimo il 1990-1999 e sul gradino più basso del podio il 1980-1989. Vincono gli anni ’70, ma il decennio in corso deve ancora concludersi. Passare al comando sarà impresa ardua, ma solo chi si aspetta l’inaspettato potrà ottenerlo.

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Focus

Nadal si sente competitivo. Lo è stato davvero contro Thiem?

BARCELLONA – Prima di lasciare la città catalana, il nostro inviato ha ricostruito nei dettagli la sconfitta di Nadal contro Thiem. E no, non sembra che lo spagnolo sia stato così competitivo

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Rafa Nadal - Barcellona 2019 (foto via Twitter, @bcnopenbs)

da Barcellona, il nostro inviato Federico Bertelli

La vittoria di Thiem su Nadal, per quanto non sia stata certo un fulmine a ciel sereno, è stata comunque di grande impatto se si guardano i numeri di Nadal a Barcellona. Nel torneo in cui storicamente Nadal ha esercitato il maggior dominio assieme a Parigi, prima della partita contro l’austriaco, lo spagnolo aveva giocato 22 partite tra semifinali e finali, vincendole tutte, con un computo set di 46-1. Battendolo sul campo che porta il suo nome, Thiem è diventato così il secondo giocatore in termini di partite vinte contro Nadal su terra rossa (quattro successi), dietro solo a Djokovic a quota sette vittorie.

 

Questo per contestualizzare un po’ la partita di Barcellona e confermare che in effetti, il senso comune di non dare mai per morto Rafa, ha del vero. Tuttavia, a seguito di questa sconfitta storica, almeno da un punto di vista statistico, la principale domanda che ci si può porre è: contro Thiem, Nadal è stato realmente competitivo? Il maiorchino in conferenza stampa ha espresso chiaramente il suo pensiero: a suo avviso è stata la miglior partita della stagione, si è sentito in lotta per la vittoria fino alla fine, e se non fosse stato per il servizio che lo ha tradito avrebbe avuto reali chance di successo. Vediamo allora se le sensazioni di Rafa sono condivisibili.

Nadal è stato realmente competitivo? Sì e no. Dal punto di vista mentale è stato competitivo al 100%: nell’ultimo game era sul punto di riaprire il secondo set e se il passante tirato sul primo break point non fosse finito sul nastro, la partita avrebbe potuto prendere un’altra piega. Dal punto di vista tecnico invece, Rafa è stato completamente dominato: non vi è una sola misura statistica in cui Thiem non lo abbiamo sopraffatto. E se in una partita il tuo avversario ha il triplo delle palle break, è difficile sostenere di essere stato competitivo: andando a vedere i dati ATP dei tornei degli ultimi 15 anni circa, solo nell’1% dei casi chi ha avuto un terzo delle palle break del proprio avversario è riuscito a portare a casa la partita. Per cui è già un miracolo che la sconfitta non abbia avuto proporzioni ben peggiori.

Ipotizzando in ogni caso che tale statistica sia stata sporcata dalla cattiva giornata al servizio di Nadal, si spiegherebbe solo una componente del rapporto, ovvero il numero delle palle break concesse da Nadal, che in virtù di un servizio poco efficace ha offerto il fianco a Thiem. Tuttavia questo assunto non aiuta a spiegare l’aspetto forse più preoccupante della statistica, ovvero la scarsa efficacia in risposta di Nadal. Stiamo parlando di un giocatore che in carriera sulla terra rossa era abituato a vincere circa il 60% dei punti sulla seconda di servizio del proprio avversario. Nel match perso contro Thiem a Barcellona invece, ha portato a casa la miseria del 31% dei punti, una delle performance peggiori della carriera di Nadal. Prendendo come riferimento le partite perse in carriera da Rafa, sulla seconda di servizio del suo avversario era comunque riuscito a portare a casa il 43% circa dei punti.

Dominic Thiem – Barcellona 2019 (foto via Twitter, @bcnopenbs)

Per dare un’idea della prestazione di Rafa, può inoltre essere utile confrontare i numeri della semifinale con quelli della partita giocata da Thiem contro Pella, un signor giocatore su terra battuta, che quest’anno ha ottenuto sulla superficie risultati di tutto rispetto. Evidentemente la prestazione di Thiem contro Nadal è stata maiuscola e sicuramente superiore rispetto a quella fornita il giorno precedente. Tuttavia, data la vicinanza temporale e il fatto che la partita sia stata giocata sullo stesso campo, il confronto quantomeno ci può dare qualche indicazione utile. Nella partita in oggetto, Pella aveva portato a casa il 39% dei punti sulla seconda di Thiem, una performance quindi superiore rispetto a quella di Nadal. In ultima analisi, se nella semifinale il risultato è stato in bilico fino alla fine, è soltanto, ancora una volta, grazie alla ‘garra’ infinita di Rafa.

Concludiamo la nostra analisi con un confronto tra la vittoria di Thiem di Barcellona e quella ottenuta lo scorso anno a Madrid:

  • innanzitutto a Madrid le condizioni erano più favorevoli a Thiem. Non è un caso che Rafa abbiamo vinto quel torneo ‘solo’ 4 volte da quando si gioca in terra battuta (2009), mentre a Barcellona i suoi successi sono 11
  • l’anno scorso a Madrid, Nadal è comunque riuscito a essere incisivo sulla seconda di Thiem portando a casa il 57% dei punti
  • la strategia che tanto successo ha dato ultimamente a Rafa (mantenere una posizione molto arretrata in risposta, scelta tattica benedetta anche da O’Shannessy) a Barcellona non ha pagato. In parte perché nella maggior parte dei casi le risposte non avevano quella profondità necessaria per consentire allo spagnolo di iniziare lo scambio in condizioni di equilibrio. E in parte perché Thiem, quando la risposta di Nadal ha funzionato, è stato in diverse circostanze abile a gestire le palle profonde e cariche di top spin dello spagnolo.

In generale quindi Rafa dovrà crescere significativamente per poter difendere il titolo di Parigi e più nello specifico per impensierire un Thiem che, almeno a Barcellona, si è dimostrato di un altro livello. Dominic ha soprattutto dato l’impressione di poter sovrastare Nadal sul piano della potenza pura, dato che nella maggior parte dei casi ha giocato colpi di chiusura in relativa sicurezza, senza andare a cercare le linee e quindi con margini di rischio accettabili.

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ATP

L’impronta di Thiem sulla terra. L’austriaco inizia bene a Montecarlo

L’austriaco ha dimostrato di poter vincere su ogni superficie, ma su clay ha la possibilità di lasciare il segno in questa primavera e nei prossimi anni. Perché la carta d’identità gioca a suo favore. Nessun problema all’esordio contro Klizan

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Dominic Thiem - Madrid 2018 (foto @Gianni Ciaccia)

Il successo nella finale di Indian Wells su Roger Federer ne ha rilanciato le quotazioni da giocatore universale, ma la primavera su terra resta la stagione di caccia preferita per Dominic Thiem. Otto dei 12 titoli conquistati dall’austriaco sono arrivati su clay e c’è attesa a Montecarlo per scoprire come si evolverà il suo cammino da quarta testa di serie. L’incrocio con Martin Klizan (ultimo match sul campo centrale) sembrava insidioso, poiché lo slovacco era avanti 3-2 nei precedenti e aveva avuto la meglio due volte sulla terra di Kitzbuhel particolarmente cara al numero cinque del mondo, ma Dominic ha risolto brillantemente la pratica in un’ottantina di minuti concedendo solo cinque game e nessuna palla break. Al prossimo turno affronterà Lajovic.

SPECIALISTA – Nonostante il suo primo Masters 1000 sia arrivato sul veloce, Thiem ha la possibilità di lasciare il segno nell’epoca contemporanea per le sue gesta sul mattone rosso. Con 115 vittorie e 40 sconfitte, l’austriaco è il quarto tennista in attività per percentuale di successi su terra battuta. Il suo 74,2% gli consente di farsi vedere negli specchietti da Roger Federer (75,9%) e da Novak Djokovic che occupa il secondo gradino del podio (79,3%). Chiaramente non sarà mai in discussione il dominio di Rafa Nadal (record 50-2 dal 2017) anche se va ricordato che i due scivoloni del maiorchino sono arrivati proprio contro Thiem: Roma 2017 e Madrid 2018. Estendendo l’analisi all’Era Open, l’austriaco è il sedicesimo all-time per percentuale di successi su terra e sopravanza tre ex numero uno come Juan Carlos Ferrero, Andre Agassi e John McEnroe.

 

I record su terra dei giocatori in attività (tabella atptour.com)

Player (Open Era Rank)  Clay-Court Titles  Clay Record Clay Winning Percentage
Rafael Nadal (1)  57  415-36  92.0%
Novak Djokovic (6)  13  199-52  79.3%
Roger Federer (15)  11  214-68  75.9%
Dominic Thiem (16)  8  115-40  74.2%
Kei Nishikori (27)  2  84-34  71.2%


IN PROSPETTIVA – Le due semifinali e la finale raggiunte negli ultimi tre anni al Roland Garros rendono intuitivo quale sia il grande obiettivo della primavera europea di Thiem. Tra i migliori interpreti della superficie, ha innegabilmente dalla sua parte il vantaggio in prospettiva della carta di identità. I suoi 25 anni gli offrono margini di recupero (magari anche solo statistico) sui Fab Three ancora sulla breccia. Alle spalle dell’inarrivabile Rafa, Thiem vede teoricamente alla sua portata la rimonta su tutti gli altri che lo precedono nella speciale classifica dei vincitori di tornei su terra nell’Era Open.

Reduce da due finali perse consecutivamente a Madrid (nell’ordine contro Nadal e Zverev), il fresco allievo di coach Nicolas Massu mette nel mirino in questa settimana il suo miglior risultato a Montecarlo. Dove non è mai riuscito a spingersi oltre i quarti.

Il tabellone completo di Montecarlo

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