Berdych, Karlovic, Dolgopolov: acciaccati e delusi del 2018

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Berdych, Karlovic, Dolgopolov: acciaccati e delusi del 2018

Nella stagione appena conclusa il circuito ATP si è dato un po’ di respiro dalla routine, poi ha ristabilito la solita leadership. C’è chi avrebbe voluto essere tutto intero per approfittarne, e invece…

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La stagione 2018 del tennis maschile ha dato un po’ di tutto a tutti. Roger Federer ha vinto uno Slam, Rafael Nadal anche (e non solo), Novak Djokovic addirittura due in un comeback clamoroso e il dominio del trio sul circuito, oltre un decennio dopo il suo inizio, è tornato saldo. Alexander Zverev si è stabilizzato tra i top, dove Juan Martin del Potro ha di nuovo messo radici. Marin Cilic ha finalmente portato a casa la Coppa Davis, John Isner e Kevin Anderson hanno fatto un salto di qualità a trent’anni passati e soprattutto tanti, tanti giovani hanno preso lo slancio verso le posizioni che contano (e con loro anche qualche italiano). Cosa è mancato? Nulla, sembrerebbe.

Già, la parola giusta è sembrerebbe. In effetti il tennis, per fortuna, ci ha dato abbastanza da non notare troppo certe assenze. Al di là di quelle importanti di Andy Murray e Stan Wawrinka, che però si sono forse più notate che sentite (tabelloni col buco vero e proprio non ce ne sono stati, almeno non per colpa loro), il circuito ha retto bene agli infortuni, ai flop e all’improvviso manifestarsi dell’età in alcuni dei suoi co-protagonisti fissi delle ultime stagioni. A mangiarsi le mani sono proprio loro però, che non sono riusciti ad approfittare del buco che Djokovic aveva lasciato nel circuito e che, in assenza di un suo successore, è stato il serbo a tornare a colmare. (Anche in questo senso le annate sciagurate di Murray e Wawrinka sono un caso a parte: nel caso in cui dovessero tornare al top della condizione fisica, e almeno nel caso del britannico si tratta di un grosso “se”, considerato il tipo di problema all’anca, non c’è ragione per credere che non potrebbero di nuovo competere con lui.) Con l’assenza di Federer su terra, Nadal sempre acciaccato quando c’è stato da avere a che fare col cemento, altri tennisti in costruzione o in cerca di stabilità a una nuova dimensione, quante occasioni avrebbe avuto un… Tomas Berdych?

 

Povero Berdych. Dispiace che gli esempi con il ceco di mezzo finiscano sempre per suonare come negativi, in un certo senso, anche quando l’intento è tutt’altro. Però è difficile pensare a qualcuno di diverso da lui, che è stato costretto a terminare la stagione a giugno (anche se l’annuncio di fatto è arrivato a settembre) dopo quattro mesi almeno passati a provarci nonostante un infortunio alla schiena. Tra Miami e il Roland Garros sono arrivate cinque sconfitte di fila per lui, l’erba non lo ha rivitalizzato, e il suo tonfo di -52 posizioni nel ranking ATP nel giro di dodici mesi è il peggiore tra chi è riuscito a rimanere in top 100, Wawrinka a parte. La parte conclusiva di stagione dello svizzero però lo ha visto in discreta ripresa, mentre nel caso di Berdych l’anno venturo è ancora un mistero. Per un giocatore capace di mantenersi per un decennio intero attaccato ai talloni degli insuperabili, è davvero stato un colpo di sfortuna non essere integro abbastanza da provare l’assalto quando quelli, per qualche mese, si sono fatti più umani. Con i suoi mezzi tecnici e fisici, viene spontaneo credere che Berdych avrebbe potuto ambire a risultati simili a quelli almeno di Anderson (due finali Slam) e Isner (primo Masters 1000 in carriera), se non addirittura di Cilic e Del Potro. Magari si sarebbe liberato anche di qualche soprannome.

Un caso simile a quello di Berdych, che a gennaio ripartirà comunque dalla abbastanza confortevole posizione di numero 71, è quello di Jo-Wilfried Tsonga. Per la verità il franco-congolese è più nella posizione di Murray, nel senso che il suo attuale non-ranking di numero 259 lo costringerà a chiedere wild card per tutti i primi tornei (per sua fortuna la Francia ne ospita già un paio a febbraio, del quale peraltro è stato campione). Dodici match in stagione, incluso quello senza speranza nella finale di Coppa Davis, sono troppo pochi per parlare del suo futuro. Senza paternità né serie quasi incredibile di acciacchi, anche il suo tennis avrebbe potuto dire la sua nel vuoto di potere breve ma fruttuoso per i suoi colleghi. Prima o poi il vuoto si riformerà, ma a quel punto Tsonga e gli altri potrebbero essere troppo avanti con l’età per poter pensare di nuovo di approfittarne. (In parallelo è curioso come, nella stagione dolorosa del tennis francese, Gael Monfils, Richard Gasquet e Gilles Simon, gli altri tre pseudo-moschettieri della generazione di Tsonga, abbiano fatto invece registrare tutti un miglioramento in classifica, pur senza alcun risultato di spicco.) L’età è invece già diventata un cruccio per alcuni, come David Ferrer, che ha di fatto già in parte completato il ritiro e aspetta soltanto i saluti di casa.

Chi invece non intende mollare ma di certo dovrà capire come reinventarsi è il grande vecchio (letteralmente) Ivo Karlovic. Finito una posizione fuori dalla top 100 alla soglia dei quarant’anni, che compirà a fine febbraio, il gigante croato ora è chiamato a una scelta importante: continuare anche in caso di definitivo passaggio al livello Challenger, come ad esempio fa ormai da qualche stagione Tommy Robredo, o decidere che è ora di dire basta? Il suo tennis lo ha già reso più longevo di tantissimi altri, adesso è tutta questione di voglia. Passiamo a situazioni meno radicali: nella ampia fascia di età giusta per considerare un brutto 2018 ancora soltanto un inciampo ci sono molti dei flop “silenziosi” della stagione conclusa, come Lucas Pouille (-14), Nick Kyrgios (-14) e Andrey Rublev (un sorprendente -29, figlio di una annata molto negativa specialmente in confronto alla precedente); colati a picco anche i ranking di Sam Querrey (-38) e Albert Ramos-Vinolas (-42), nonostante abbiano partecipato a quasi tutti i tornei principali. Certo non si tratta di situazioni come quelle generate dal solo torneo di Bercy 2017 e scoperchiate dall’edizione successiva: la crisi di Jack Sock fa storia a sé mentre Filip Krajinovic, semplicemente, è tornato alla più modesta dimensione alla quale il suo tennis realmente appartiene.

In appendice, fuori dalla zona di ranking e di risultati in analisi, ci sono due nomi che, purtroppo, dispiacciono senza stupire. Sono quelli di Alexandr Dolgopolov e Jerzy Janowicz, due tra i tennisti più interessanti e imprevedibili di quest’epoca ma ormai vittime complete di un gorgo di infortuni, sindromi, operazioni dalle quali vederli risalire sarebbe un sogno bello ma non troppo realistico. L’ucraino ha giocato 10 match in stagione, cinque vinti (tutti in Australia) e cinque persi, ed è numero 299 con il rischio concreto di sparire in caso di assenza dai campi anche a gennaio. Il polacco, purtroppo, dai ranking è già sparito: nel 2018 Janowicz non è mai sceso in campo, parlando di ritiro per poi, almeno temporaneamente, tornare sui suoi passi (e sotto i ferri). Come detto all’inizio, il circuito è sopravvissuto benissimo a tutte queste assenze. Sarebbe bello però se il Natale le trasformasse in presenze per il 2019, giusto per vedere cosa ne può venire fuori. Magari scopriremmo che non cambia nulla lo stesso, ma che un pizzico di pepe in più fa comunque la differenza.

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ATP

Miami: partita stregata, Berrettini fuori al primo turno [AUDIO]

Matteo cede a Hubert Hurkacz, sprecando tante occasioni, e buttando il primo set. “Che sfortuna la pioggia, niente allenamento, ma non cerco scuse, bravo lui”

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H.Hurkacz b. M.Berrettini 6-4 6-3

da Miami, il nostro inviato

 

Dopo un primo set che sfugge nel modo più fastidioso possibile, è dura mantenere la calma e la concentrazione. Nel game iniziale della sua partita di primo turno al Miami Open 2019, Matteo Berrettini ha tre palle break consecutive, e poi una quarta, che gli sfuggono anche per meriti dell’avversario, Hubert Hurkacz, il polacco che la settimana scorsa era arrivato a giocarsi i quarti di finale a Indian Wells contro Roger Federer. Per il resto del set, il gioco procede regolare, senza rischi particolari per chi va alla battuta, fino al 5-4 Hurkacz, servizio Berrettini: e qui Matteo si incarta in una sequenza terribile di 4 errori consecutivi, nell’ordine un doppio fallo, due dritti larghi, un rovescio lungo, 6-4 praticamente regalato a Hubert. Che disdetta, davvero. Il match si sta svolgendo sul nuovo centrale, l’enorme e asimmetrica struttura ricavata all’interno del’Hard Rock Stadium, di solito teatro delle partite casalinghe dei Dolphins, la squadra di NFL della città. Non deve essere facile trovare le misure e i riferimenti, ma ovviamente la cosa vale per entrambi i giocatori. però Hubert è qui ad allenarsi da sabato, matteo ha toccato la prima palla in questo impianto stamattina, sono cose che a questi livelli possono influire. Hurkacz, lo abbiamo visto in California, è un buonissimo tennista, spinge, attacca, difende, fa un po’ tutto bene. Berrettini spinge i suoi colpi preferiti, servizio e dritto, ma anche di rovescio manovra con efficacia, in particolare alcuni slice bassissimi sono stati molto utili a far girare il ritmo degli scambi.

Nel secondo set, finalmente Matteo capitalizza le occasioni che gli si presentano nel terzo game, brekka Hubert, ma restituisce subito il favore facendosi controbrekkare, il suo sospiro di delusione si sente fino alla tribuna stampa, che qui non è proprio vicinissima al terreno di gioco. E come fosse una maledizione, arriva ancora un game stregato: sul 4-3 per il polacco, Berrettini si fa rimontare da 40-15 (anche qui, un paio di errori evitabili per l’azzurro), perde ancora la battuta, e tre minuti dopo Hurkacz chiude 6-3, certamente meritando, ma la sensazione di partita che poteva e doveva girare, ma non lo ha fatto, rimane. Peccato Matteo, dagli Stati Uniti ci si porta a casa un bel successo a Phoenix, ora sarà da smaltire la delusione, e preparare per bene la stagione sulla terra rossa.

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(S)punti Tecnici

La coda di Indian Wells, spunti(ni) tecnici: Hsieh, la quadrumane mai vista

Entrambi i fondamentali bimani non sono una novità. Lo è il modo in cui la simpaticissima giocatrice di Taipei impugna la racchetta eseguendoli

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da Indian Wells, il nostro inviato

Versione ridotta, più per curiosità che altro, della rubrica tecnica da bordocampo: a volte, anche piccoli dettagli fuori dalla norma possono essere interessanti da analizzare. Perchè non è affatto scontato che siano chiari a prima vista, a meno di non andare a controllare i filmati. Su-Wei Hsieh, 33 anni, 27 WTA, diversi scalpi anche eccellenti in saccoccia soprattutto nell’ultimo anno (battute Muguruza, Radwanska, Kerber, Pliskova, Halep, messa in gran difficoltà Osaka a Melbourne – era 7-5 4-2 40-0 – per citarne alcuni) appartiene a una categoria di tenniste assai marginale, ma niente affatto estinta. Parlo delle cosiddette “quadrumani”, le giocatrici che eseguono sia dritto che rovescio a due mani, che hanno avuto la massima rappresentante nella grande Monica Seles (9 Slam), poi Marion Bartoli (Wimbledon 2013), per arrivare alle attuali Luksika Kumkhum, la nostra Georgia Brescia, e appunto l’amica Hsieh.

 
Monica Seles, indimenticabile fuoriclasse serba, ritirata ufficialmente nel 2008

Rispetto a tutte le altre, però, Su-Wei ha una caratteristica unica. Le quadrumani, di norma, eseguono un rovescio a due mani normale dal lato dell’arto non dominante, e un dritto bimane con presa invertita (mano dominante in fondo al manico, mano di appoggio sopra) dall’altro, per l’ovvia ragione del non dover mollare mai la presa, potendosi semplicemente limitare a ruotare o aggiustare il grip (quando lo fanno). Hsieh, invece, esegue due rovesci bimani classici (lei è destra): la cosa richiede un mini gioco di prestigio, ovvero un fulmineo e preciso spostamento delle mani sul manico, ogni singola volta, tra un colpo e l’altro. Bizzarro, tecnicamente affascinante, notevolissimo dal punto di vista della destrezza e della coordinazione. Evidentemente, visti i gran bei risultati dell’ultimo periodo in singolare (Su-Wei è stata numero uno in doppio, specialità che prediligeva fino a due anni fa, prima della storia del suo paese ad arrivare in cima a una classifica del tennis professionistico tra l’altro), la cosa per lei funziona, e pure alla grande. Vediamocela insieme, in 30 secondi di video, è veramente una “chicca” tecnica pressoché unica.

Come possiamo vedere, Su-Wei utilizza una racchetta con manico più lungo del normale, evidentemente su misura, tiene la mano dominante nel centro, e in pratica sposta alternativamente nello spazio sopra e sotto la sinistra (anche se in realtà muove anche la destra, portandola in fondo al manico dal lato sinistro, il suo “vero” rovescio, ma il lavoro grosso lo fa con quella opposta). Una rapidità di tocco, e una sensibilità ‘da borseggiatrice’, considerata la rapidità con cui deve eseguire questi aggiustamenti. Brava Hsieh, bel personaggio tra l’altro, e divertentissima da vedere in partita, il doppio rovescio bimane le consente di fintare gli angoli, così come le rotazioni (in coda al pezzo, vedete un’affettata mica male, con la testa della racchetta che scatta sotto la palla invece di coprirla all’ultimissimo istante), in modo estremamente fastidioso per le avversarie. Oltre a questo, la rende un’incontrista fenomenale, bombardandola di servizi e accelerazioni da fondo non la sfondi praticamente mai. L’unico aspetto svantaggioso è che Su-Wei, come tutte le quadrumani, ha un minore allungo, colpendo così devi sempre essere sulla palla con le gambe vicine e veloci. Ma se ce la fai, ottieni controllo e possibilità di mascherare le traiettorie molto bene. Se ne sono ben accorte tante di quelle giocatrici che questa trottolina terribile ha fatto – sportivamente – diventare matte.

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Focus

Disastro azzurro in California: la maledizione di Indian Wells. Sperando in Miami

Un solo set vinto in quattro partite, così male solo nel 2011. Nessuna azzurra nel tabellone femminile. Le ragioni di un torneo pessimo per i colori azzurri. La tradizione negativa nel torneo americano. E a Miami…

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Fabio Fognini - Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

Se è vero che una rondine non fa primavera, è altrettanto vero che la primavera (alle porte) del primo Masters 1000 dell’anno non deve fare da… uccello del malaugurio. L’Italia del tennis è uscita con le ossa rotte già dopo i primi giorni del grande torneo americano, ma avrà tutta la stagione per invertire la rotta, soprattutto con l’avvento dell’amata terra rossa.

Tuttavia, il dato statistico che emerge dal primo torneo del Sunshine Double è decisamente inquietante. Avevamo quattro azzurri in tabellone, due (Fognini e Cecchinato) tra le teste di serie, e tutti e quattro sono stati eliminati all’esordio. In quattro partite siamo riusciti a portare a casa un solo set con Matteo Berrettini contro Sam Querrey, in un match che il giovane azzurro avrebbe potuto portare tranquillamente a casa. Male Seppi, ko senza molte attenuanti contro Gojowczyk, mentre un discorso a parte meritano i nostri due primi giocatori.

 

Fabio Fognini ha iniziato l’anno molto male, nel tour sulla terra sudamericana, solitamente terreno fertile per il suo palmares, ha collezionato solo sconfitte e con queste premesse non c’era molto da aspettarsi contro un giocatore in ottima forma come il moldavo Albot. Perdere il primo set 6-0 totalizzando solo 8 punti però la dice lunga sul momento di down prolungato dell’azzurro, al quale non avrà certo giovato il sorpasso in classifica da parte di Marco Cecchinato. Dopo la splendida stagione appena trascorsa, la migliore in carriera per continuità di risultati, Fabio fa fatica a ritrovarsi, e il linguaggio del corpo mostrato in questi primi mesi del 2019 è preoccupante. Fognini ha a più riprese dichiarato di sentire il bisogno della vicinanza della famiglia e dopo anni sul tour e con l’arrivo della paternità, ciò è decisamente comprensibile, ma con l’arrivo della stagione “vera” sulla terra deve guardarsi dentro e trovare la forza di reagire: sul rosso è ancora in grado di fare la differenza e dare filo da torcere ai più forti.

Marco Cecchinato e il cemento non hanno un buon rapporto e a Indian Wells se n’è avuta un’altra conferma: sei game raccattati contro l’onesto Ramos-Vinolas sono davvero poca cosa. Fino a Parigi Marco ha una bella occasione per incrementare ulteriormente il suo ranking, ma di sola terra rossa non si può vivere.

Il primo Masters 1000 stagionale ha emesso un verdetto tremendo: per trovare quattro sconfitte in quattro partite bisogna ritornare al 2011 quando Fognini, Seppi, Starace e Cipolla completarono l’identico en-plain al rovescio.

Storicamente però, il deserto della California non è mai stato particolarmente benevolo con i colori azzurri. Restringendo l’analisi agli ultimi quindici anni, da quando nel 2004 il tabellone si è ampliato a 98 giocatori con 32 teste di serie esentate dal primo turno, in una sola occasione abbiamo chiuso il torneo con un bilancio positivo. Nel 2014, grazie soprattutto all’exploit di Fabio Fognini che si issò sino agli ottavi di finale (dopo un bye all’esordio, battè Harrison e Monfils prima di cedere alla bestia nera Dolgopolov), chiudemmo con quattro vittorie (di Seppi su Querrey e Lorenzo su Carreno le altre due) e tre sconfitte. Per il resto tanti brutti ko e poche soddisfazioni, come la vittoria sempre di Fognini su Tsonga nel 2017.

Oltre alla storica poca attitudine per i campi veloci dei tennisti azzurri, c’è da considerare che spesso i nostri giocatori arrivano a Indian Wells direttamente dal Sudamerica, senza giocare alcun torneo sul cemento prima del Sunshine Double, anche se per la verità Seppi e Berrettini questa volta avevano giocato rispettivamente ad Acapulco e Dubai, perdendo anche lì all’esordio. E se consideriamo anche i due tornei appena citati che hanno preceduto Indian Wells, con le sconfitte di Gaio con Gojowczyk e Fabbiano con Verdasco, ecco che nelle ultime tre settimane il bilancio azzurro sul cemento assume i contorni del disastro con un inquietante 0-9.

L’obiettivo si sposta su Miami, sperando si possa invertire la rotta (per ora è iniziata benino nelle qualificazioni, con due vittorie e due sconfitte). In Florida, Fabio Fognini ha raggiunto il miglior risultato in carriera in un Masters 1000 con la semifinale del 2017 (eguagliando l’altra semifinale di Montecarlo 2013) e proprio questo exploit rende il bilancio azzurro leggermente migliore rispetto all’altra metà del Sunshine Double. Dal 2004 al 2018 a Indian Wells abbiamo vinto 27 partite, perdendone 49, a Miami il bilancio è 30-48. Insomma, tra California e Florida negli ultimi quindici anni, portiamo a casa una partita su tre. Siamo una nazione storicamente a forte connotazione “terraiola” ma nel tennis del nuovo millennio, con l’assimilazione delle superfici, bisogna decisamente fare meglio.

La nuova generazione di giocatori azzurri per fortuna sembra essere piuttosto predisposta per il tennis sul duro, Berrettini ha tutte le armi per fare bene su questa superficie e anche i giovanissimi che stanno venendo fuori (Musetti e Sinner su tutti) fanno ben sperare. La vittoria di Matteo nel ricco Challenger di Phoenix e i buoni risultati di Caruso, Sonego e Napolitano nel circuito minore ne sono la conferma, e già a partire dalle qualificazioni di Miami si attendono buoni risultati.

Altro discorso, purtroppo, quello che riguarda il circuito femminile. Nel 2014 Flavia Pennetta alzava il trofeo ad Indian Wells, gustando un meraviglioso antipasto di quello che sarebbe successo l’anno dopo a New York. Quest’anno, complice anche l’infortunio di Camila Giorgi, non abbiamo avuto un’azzurra in tabellone a Indian Wells, e avremo soltanto Camila in Florida. Ma questa è un’altra storia.

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