Il campo da tennis è "made in Cremona" (Galli). Telethon Day, il tennis che aiuta "Come a casa" (Battocchio)

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Il campo da tennis è “made in Cremona” (Galli). Telethon Day, il tennis che aiuta “Come a casa” (Battocchio)

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Rimbalzi perfetti e volée. Il campo da tennis è «made in Cremona» (Silvia Galli, Corriere della Sera Milano)

I campi da tennis di mezzo mondo che ospitano i più importanti tornei portano una firma cremonese, quella delle «Terre Davis». L’azienda gestita da Umberto e dalle figlie, le gemelle Anna e Rita Garavelli si trova a Torre de’ Picenardi, un paese di quasi duemila abitanti a una ventina di chilometri da Cremona. Qui si produce la terra rossa migliore al mondo. Il segreto della famiglia Garavelli è la materia prima, che viene prodotta da quei mattoni delle tipiche cascine cremonesi costruite tra il Settecento e il Novecento. I mattoni un tempo pressati a mano per poi essere cotti al sole erano creati con le argille della fascia del fiume Po, particolarmente ricche di ferro, che dà che quel colore rosso. L’azienda, recuperati i vecchi mattoni dalle cascine fatiscenti o in demolizione, che altrimenti verrebbero buttati in discarica, semplicemente li macina con dei mulini appositi creando una terra rossa dall’altissima capacità drenante in grado di garantire a lungo la possibilità di giocare senza penalizzazioni nonostante la pioggia. Il merito di tutto ciò va a un’intuizione di Umberto Garavelli nel 1973, a cui si sono unite le gemelle Anna e Rita, imprenditrici di seconda generazione che hanno saputo cogliere la sfida iniziata dal papà, migliorando l’azienda e contribuendone alla crescita. Infatti oltre ai duemila circoli tennistici e costruttori di impianti sportivi, Terre Davis è anche punto di riferimento di alcuni campi che ospitano i più importanti tornei internazionali come il Foro Italico, il circolo del tennis Milano Bonacossa, che ospita il trofeo Bonfiglio (internazionali d’Italia juniores, dove da lì sono passati i giovani atleti Federer, Djokovich, Lendl, Courier) il circolo del tennis di Palermo, il circolo della stampa di Torino. In Europa le terre rosse sono sbarcate nel tennis club Nyon in Svizzera, a Montecarlo, in Francia, Grecia, nel mondo sono giunte in Cina, nei campi federali australiani a Melbourne park, a Orlando negli Stati Uniti, in Thailandia, nel Qatar […]. Ma l’azienda da poco si è guadagnata un altro set point. La terra rossa cremonese sbarcherà anche a Wimbledon. È giunto a Cremona il coach della squadra di Coppa Davis inglese Nick Weal, che ha portato la squadra alla vittoria nel 2015 […]. Nei prossimi mesi le terre rosse cremonesi voleranno a pochi chilometri da Wimbledon nella sede federale di Roehampton, dove si allenano tutti i migliori giocatori mondiali del tennis, tra cui il campione inglese Andrew Barron Murray.


Telethon day con il tennis che aiuta “Come a casa” (Luca Battocchio, Repubblica Milano)

 

Tennis, calcio e ricerca scientifica. Tre mondi che hanno poco o nulla in comune. Rette parallele che si incrociano una volta all’anno, in occasione del Telethon Tennis Day. Quello andato in scena all’Aspria Harbour Club non è stato solo un torneo di tennis. Ma molto di più, viste le finalità. La manifestazione, giunta alla sua quarta edizione, ha raccolto fondi per finanziare il progetto “Come a Casa”. Dopo quasi trent’anni e oltre 400 milioni erogati alla ricerca italiana di altissimo livello, la Fondazione Telethon è oggi in grado di trattare con successo cinque gravi malattie rare, e presto sarà in grado di farlo con un numero maggiore di patologie. Un risultato tutto italiano, che permette a Telethon di curare bambini provenienti da ogni parte del mondo nel suo istituto presso l’ospedale San Raffaele di Milano. Lo spiega bene Stefano Zancan. «Con il programma ‘Come a Casa’ ospitiamo i piccoli con le rispettive famiglie, settanta finora, fornendo assistenza a 360 gradi: dall’accoglienza all’alloggio, dalla mediazione culturale al sostegno psicologico» […]. Grazie al Telethon Tennis Day, ai suoi 120 partecipanti e al lavoro dello staff dell’Harbour, Telethon restituirà il sorriso a un altro bimbo. E questo è il risultato più importante della giornata di sport e divertimento.

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Vajda, l’ombra vincente di Nole (Crivelli). Il tallone di Federer, creativo ma irregolare (Clerici). Paolo Bertolucci: “Mi hanno insultato dopo la telecronaca” (Rossi). Vince ma non piace (Azzolini)

La rassegna stampa di martedì 16 luglio 2019

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Vajda, l’ombra vincente di Nole (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

AIla fine, si torna sempre lì. Alla madre di tutte le partite. Anzi, di tutte le sconfitte. Quarti di finale del Roland Garros 2018, Djokovic perde in quattro set da Marco Cecchinato, numero 72 del mondo e sostanzialmente uno sconosciuto a quei livelli. Una delle più incredibili sorprese di sempre. Distrutto, a fine match un Novak spettrale sembra quanto di più lontano possa esserci da un giocatore di tennis che voglia continuare a faticare in campo. Coach Vajda, ricordando quella giornata, dirà: «È stata davvero dura, la sconfitta peggiore, perché non sapevo se avrebbe sopportato ancora di perdere, come ormai gli accadeva troppe volte». Appena 13 mesi dopo Nole non solo è tornato numero uno del mondo (allora era 22), ma ha vinto quattro Slam su cinque, l’ultimo domenica a Wimbledon al culmine di una delle partite più belle della storia che ha sublimato, una volta di più, la sua forza mentale contro un rivale pazzesco come Federer. Siamo di fronte a una delle più incredibili resurrezioni agonistiche di sempre, dopo un percorso tormentato, travagliato, a volte cervellotico ma che alla fine è approdato, per tornare al successo, alle vecchie, solide certezze di un tempo. Lo spartiacque, ancora una volta, è il Roland Garros, ma del 2016, quando Djokovic finalmente si toglie dalle spalle la scimmia dell’unico Slam che gli manca battendo Murray in finale. Dopo cinque anni intensissimi, la rincorsa si è conclusa e la testa perfetta di Robonole si prende una pausa: il tennis con i suoi sacrifici non è più il primo pensiero, ci sono questioni familiari da risolvere e una vita fuori dai campi da scoprire. Il Djoker si affida allora al guru spagnolo Pepe Imaz, ex giocatore che ha un approccio spirituale all’agonismo, pace e amore applicati alle racchette. A fine 2016, e non può essere altrimenti, se ne va Becker, che era con lui dal 2013 e con cui aveva conquistato sei titoli dello Slam, e tre mesi dopo Novak si separa anche da Vajda, dal 2006 fidato consigliere non solo tecnico, il coach che da teenager lo ha fatto diventare uomo. Così, chiama Agassi, che non ha alcuna esperienza da allenatore ma come lui è passato in carriera attraverso la nausea per il suo sport. Un’esperienza sostanzialmente fallimentare, anche perché il serbo nel frattempo decide di operarsi al gomito destro sofferente da tempo e si ferma sette mesi. E quando rientra, un po’ in anticipo sui tempi di recupero consigliati dai medici, si imbatte in due sconfitte pesantissime a Indian Wells e Miami. Nole è l’ombra del campione che fu. Per uscirne, non può che tornare all’antico: a fine marzo 2018 richiama Vajda e ricostruisce tutto lo staff dei grandi successi. Il crollo con Cecchinato, che aveva fatto temere il peggio per il prosieguo della carriera del serbo, sarà l’abisso da cui risalire: «La condizione che avevo posto — rivelerà poi il coach slovacco — era che nel team non ci fosse più Imaz, non volevamo trattare il tennis come una filosofia e non volevamo che Nole fosse influenzato da persone che conoscono il gioco ma non capiscono la psiche di un atleta di alto livello». Malgrado un relazione decennale, ripartire non è stato semplice: «Aveva molti dubbi. Giustamente continuava a considerarsi un campione, è stato difficile lavorare senza guardare il passato e senza pensare al futuro. Gli ho suggerito soltanto di riprendere le sue abitudini. Serviva tanta fiducia reciproca, soprattutto per superare i momenti duri». La finale del Queen’s persa con Cilic è una ripartenza, ma è Wimbledon 2018, in particolare la spettacolare semifinale contro Nadal, che segna definitivamente la rinascita: «La partita della svolta – riconosce Vajda – e un match incredibile. Dopo aver vinto, Novak non ha più avuto la paura della sconfitta». E i tempi del guru sono finiti nell’oblio: «Ora si lavora come un team – sono sempre le parole del coach – e il team di adesso è quello che mi piace di più» […] Nella finale di domenica, nei tre tie break, Federer ha commesso 11 errori gratuiti, Djokovic nessuno. Perché giocare bene conta, ma giocare bene i punti importanti è il marchio dell’immortalità.

Il tallone di Federer, creativo ma irregolare (Gianni Clerici, Repubblica)

 

L’hanno vista tutti […] L’ha vista anche il mio farmacista Carlo forse perché era domenica e non aveva da dispensare consigli ai suoi clienti, come i farmacisti di una volta che scomparivano dal banco per riapparirvi con la scatolina adatta a ogni richiesta. Chissà se la medicina non avrebbe potuto essere utile a Roger Federer, del quale mi si chiede perché abbia perso, mentre io non sono professionalmente in grado di rispondere, anche perché non son riuscito a trovare al telefono un mio ex-allievo che mi ha largamente superato, il coach Riccardo Piatti. Un paio di amici, sorpresi quanto me sulle statistiche che vedete, nettamente favorevoli a Federer, non si capacitano del risultato, apparentemente inspiegabile. Uno che vince nel 90% dei settori, non può alla fine ritrovarsi battuto, commentano. Il quesito è stato forse risolto da un amico che concede, insieme, visite psicologiche e lezioni di tennis, e al quale ho promesso di non rivelare il nome. Lo citerò dunque soltanto quale Gianluca. Quel che potrà tentar di rendere logica la sconfitta di Federer è un dato molto ben nascosto tra suoi, i dati positivi e altrimenti incomprensibili. Si tratta dei punteggi dei tre tie-break vinti da Djokovic. In quelle tre circostanze Nole ha concluso per 7 punti a 5, 7 punti a 4, 7 punti a 3, in decrescendo. Questo significa che, giunti al crepaccio gelato del tie-break bisogna rischiare meno, essere più regolari, più attenti, meno immaginifici, più solidi? Non so spiegarlo io stesso, soltanto i tre risultati dei tre giochi decisivi parlano da soli, forse dovrei scrivere punteggi. Non fosse esistito il tie-break […] come sarebbe finito il match? Ci sarebbero bastate le statistiche dei 52 errori gratuiti di Nole, e dei 62 di Federer? O non avremmo creduto un grossolano sbaglio statistico i 94 punti vincenti di Federer contro i 54 di Djokovic? Sarebbe stato possibile un simile articoletto senza l’intelligente attenzione di Gianluca? Credo di no, e ricordo che sembrerebbe meglio la regolarità della creatività. La saggezza dell’emotività. Ma se avesse vinto Federer?

Paolo Bertolucci: “Mi hanno insultato dopo la telecronaca” (Paolo Rossi, Repubblica)

Paolo Bertolucci non ci ha dormito la notte. Eppure qualche momento intenso nel tennis l’ha vissuto anche lui, che 43 anni fa vinse la Davis. Però la finale di Wimbledon fra Djokovic e Federer, che ha commentato per Sky (7,43% di share nel tie-break del quinto), lo ha toccato. «Mi sembra come se avessi giocato anch’io, dallo stress». Ma è stata davvero la partita più bella di sempre? «Sì. No. Boh. Ma come fai a dirlo? Era più bella Borg-McEnroe? Federer-Nadal del 2008? Ivanisevic-Rafter? È questione di variabili: se hai 60 anni, ne preferisci una. Se ne hai 20, un’altra. Spesso le partite memorabili le abbiniamo a un momento particolare della nostra vita. Quella di domenica è stata fantastica, entra nel novero di quelle indimenticabili. Poi è inutile interrogarsi su quella che sia universalmente “La Partita”». Risultato giusto? «Ha prevalso la tecnica di Djokovic unita alla sua grande caparbietà: la forza di volontà nel momento in cui sembrava finita. Questo ha fatto la differenza in un match così equilibrato» […] La sua telecronaca ha diviso gli spettatori, l’hanno accusata di essere un Federeriano. E sui social l’hanno insultata. «L’udito va dove lo porta il tifo. Ma non parlerei di spettatori, sono tifosi da tastiera. E odiatori: c’è gente che deve aver memorizzato da qualche parte l’incipit ‘figlio di puttana’. Un conto è dire che le mie telecronache sono faziose, e un conto è l’insulto». Contromisure? «Li blocco. Io commento il tennis perché mi piace, perché è uno sport di intenditori e di persone educate. Ovvio che se esci dalla nicchia poi il rischio è quello, e poi non puoi piacere/accontentare tutti. Me ne hanno dette di tutti i colori anche dopo Federer-Nadal, eppure Benito Barbadillo – portavoce di Rafa – mi ha scritto ringraziandomi […]

Vince ma non piace (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Creano turbamenti, le sconfitte di Federer. È cosi da sempre, e oggi di più. Nel sentimento comune l’immagine del Più Grande sconfitto si accompagna a quella di una carriera ormai alle ultime battute, e le percezioni che ne derivano sono insopportabili per la gran parte degli appassionati. E sono milioni in tutto il mondo […] L’indomani di una sconfitta così dura da accettare è sempre il più difficile. Domenica sera Federer, un po’ intontito, ne ha preso atto. Ieri è stato probabilmente il giorno in cui la recuperata lucidità gli ha consentito di darsi, in cuor suo, del fesso. La gran parte dei commentatori ha tentato di spiegare che cosa avrebbe o non avrebbe dovuto fare, senza avvedersi del fatto che così facendo finiscono per fargli un torto. Ovvio, le spiegazioni, anche quelle tecniche, servono sempre, e ancora di più serviranno un domani, quando questa stirpe di tennisti iscritta al Club dei Favolosi (i Fab Four, un tempo; oggi Fab Three; e in qualche breve ma lieta occasione anche i Big Five, con le aggiunte a turno di Wawrinka e Del Potro) sarà andata in pensione, e al suo posto ci sarà spazio per i più giovani, tutti aitanti e fortissimi nel fisico, ma tutti fatti con lo stampo. Allora, nel gioco a specchio che vedremo, magari ammirati dall’efficienza di quelle perfette macchine da guerra, sarà utile prendere atto di un colpo che poteva essere fatto, e di un altro che sarebbe stato meglio evitare. Ma con Federer, Nadal e Djokovic, è quasi una perdita di tempo. Essi rappresentano, più che il gioco del tennis, il gioco della vita. Ognuno di essi è il perfetto fenotipo del suo modo di essere, e per estensione del modo di essere di molti tra noi. Il tennis di Federer non potrebbe mai tralasciare una dose di rischio, perché ama completarsi nella bellezza, ed è uno scopo alto, così come è alto il prezzo da pagare. Quello di Nadal è il tennis di chi ama assaltare i problemi, ed è fatto di scontri fisici e mentali. Quello di Djokovic, infine, è il tennis di chi sa tesaurizzare, e sa che in ogni conquista vi deve essere una quota sua e una offerta invece dagli altri. Il più sparagnino? Come vi pare, ma che straordinaria dote quella di essere sempre pronto ad approfittarne. È difficile nella vita reale, ma se la riportate al tennis, alla velocità con cui viaggiano i colpi, alle dimensioni ristrette del campo, date retta, è quasi un miracolo la sua capacità di colpire sempre al momento giusto, di prendere campo quando l’avversario gliene offre appena un centimetro. Domenica, a tradire Federer è stata l’emozione. Non è la prima volta che gli capita… Sono 22 in carriera i match dispersi con almeno un match point a favore. Ma quando si giunge alla palla che vale il match, significa che tutto ciò che si doveva fare per vincere è stato fatto. Tranne quell’ultimo piccolo segmento da aggiungere al resto. Appropriarsene, come ha fatto Djokovic, dà la misura della sua qualità. Resta il confronto fra i tre. Nei giorni scorsi, per divertimento, si è scritto di Goat e biGoat, indicando due “greatest of all time”, Federer e Nadal. E la scelta del pubblico, badate, non la nostra. Lassù ci sono quei due, non ancora Djokovic, che piace un po’ meno. Potrebbe cambiare tutto se Nole superasse entrambi nel conto delle vittorie Slam? Difficile, proprio perché nel gioco della vita, la sua scelta è quella che ottiene minori consensi. Ma certo si riaprirebbero infinite discussioni […]

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Wimbledon, il quinto trionfo di Novak Djokovic (Scanagatta, Garofalo, Crivelli, Clerici)

La rassegna stampa di lunedì 15 luglio 2019

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 Un terzetto irripetibile di fenomeni (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Non è colpa di Novak Djokovic se Roger Federer e Rafa Nadal sono diventati fenomeni prima di lui. Finchè loro giocheranno lui è destinato a essere il meno popolare, il meno amato. Anche perché il suo tennis, pur straordinario, è purtroppo meno originale. Il rovescioa due mani, il corri e tira… e anche se recupero palle incredibili con il rovescio, le ginocchia che toccano l’erba, le anche che misteriosamente non si spaccano, chi lo guarda non si entusiasma, non ne subisce il fascino. Lui non ha il tennis vario, elegante, imprevedibile come quello classico, fine, aristocratico di Roger Federer, non ha quegli strappi mancini, brutali, fenomenali di Rafa Nadal. Eppure io non mi sorprenderei per nulla se alla fine Novak superasse entrambi nel conto degli Slam, approfittando dei cinque anni che ha in meno rispetto a Federer che prima o poi dovrà inevitabilmente lasciagli strada e, direi, anche della superiore condizione atletica che lui, con quel fisico di caucciù, vero Tiramolla, ha mostrato in tutti questi anni rispetto a Nadal (…). Il modo in cui Djoker-Nole ha vinto il suo quinto Wimbledon (come Bjorn Borg) la dice lunga, oltre che sulla sua tenuta atletica che aveva già mostrato straordinaria quando aveva lottato e vinto dopo una maratona di quasi sei ore contro Nadal a Melbourne 2012, sulla sua incredibile forza mentale. E’ quella la sua dote più eccezionale, anche se il talento non si può davvero discutere.

(…)

 

E’ un grande e sarà sempre più grande. Gli aficionados di tutto il mondo, e non solo della Serbia che da tempo lo ha eletto a suo primo idolo indiscusso, dovranno rassegnarsi a fare il tifo per lui. Perché è già un grandissimo e lo sarà sempre di più.

Roger, lacrime per Mirka e i figli: “Volevo dare loro un’altra gioia” (Antonio Garofalo, QS- Quotidiano sportivo)

È appena terminata l’incredibile battaglia di 4 ore e 56 minuti e sul Centre Court Sue Barker dice a Roger Federer appena sconfitto, quello che pensiamo tutti, ovvero che il match appena concluso è uno di quelli che non dimenticheremo mai. Federer, con un sorriso amaro, prova a sdrammati zare: «Io cercherò di dimenticarlo subito!. Ho dimostrato che a 37 non è ancora finita, ho dato tutto quello che potevo e resto ancora in piedi. Spero di riuscire ad ispirare altri ragazzi, che anche a questa età si può essere competitivi». Mirka e i quattro figli hanno assistito in tribuna a tutto il match. «Non saranno eccitati all’idea di avere in casa un altro piatto», alludendo al premio per il finalista sconfitto. Novak Djokovic è sopravvisuto a due match point sulla strada del suo quinto titolo a Wimbledon. «È una delle tre più grandi finali che ho vinto, se non la più dura. È indimenticabile, incredibile aver annullato due match point sul suo servizio ed aver vinto 13-12 al tiebreak. Ho vinto tre tiebreak? Beh, speravo di arrivare lì». Grande rispetto trai due contendenti, suggellati dall’abbraccio finale.

(…). Novak sa che questa vittoria vale tantissimo. «Queste partite danno un senso ad ogni minuto speso sul campo. Contro Nadal magari ho avuto battaglie più dure fisicamente, ma questa da un punto di vista mentale è stata incredibile». E rende omaggio ai suoi due grandissimi rivali. «Roger e Rafa sono il motivo per il quale gioco ancora, provo a fare quello che hanno fatto loro. Non so se ci riuscirò, ma è il mio obiettivo». Federer è deluso ma non abbattuto. «Non si può rimanere depressi dopo un match così, bisogna avere la mentalità di andare avanti ed essere contenti del proprio livello. Io lo sono. Un punto ha cambiato tutto, decidete voi quale dei due match-point. Non so se perdere in modo netto faccia meno male. Ma cerco di vedere i lati positivi, ero sotto un break e l’ho rimontata, è stata dura avere quelle possibilità e sprecarle, certo. Ma Novak è un grande campione e ogni vittoria aumenta la sua grandezza». La partita di oggi a molti ha ricordato un altro epico match perso da Federer qui, la finale del 2008 con Nadal. «Questa è stata una partita più regolare forse, senza interruzioni, senza il buio alla fine. La similitudine con quella partita, direi che è la delusione che sento». Roger è comunque soddisfatto del suo percorso stagionale: «Penso che giocare sulla terra mi abbia fatto bene, ho giocato match duri che mi hanno dato un buon ritmo. Salterò Montreal per preparare al meglio gli Us Open». Le leggende guardano sempre avanti.

La finale infinita è di Djokovic (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Quattro ore e 56 minuti avvitato alla mia seggiolina senza poter fare nemmeno pipì per la finale forse più incredibile cui abbia mai assistito, anche se era la n.46. L’ha vinta Novak Djokovic, «Serbinator», ed è la quinta per lui, dopo essere stato avanti per 4-2 nel quinto set ma dopo aver annullato anche due matchpoint consecutivi a Roger Federer che serviva sull’8-7 40-15. Per Federer è la ventiduesima partita che perde dopo aver avuto i matchpoint a favore. Forse anche al più forte tennista di tutti i tempi ogni tanto può venire il braccino. Non ha messo la prima nel primo matchpoint e ha sbagliato un dritto abbastanza comodo. Sul secondo matchpoint ha messo la prima, ma ha attaccato maluccio ed è stato passato da un cross di dritto di Djokovic. Rimpiangerà entrambi chissà per quanto. «E’ un match che non dimenticheremo mai» gli diceva sul campo Sue Barker e lui: «Io invece cercherò di dimenticarlo!». Il punteggio favorevole al serbo dice quanto sia stata incredibile questa partita. Di sicuro unica: 76(5), 16, 76(4), 46, 13-12(3).

(…)

Certo è che Djokovic ha vinto tre tiebreak su tre, quindi i punti più importanti, quelli che contano il doppio. I punti (218 a 204, 14 in più per lo sconfitto!), gli ace (25) e i break (7) per lo svizzero venivano salutati da veri e propri boati, i doppi falli di Djokovic (9) anche da qualche applauso. Erano in campo 35 Slam, 570 settimane da n.1, 12 Wimbledon e si sono visti tutti. Se avesse vinto Roger ci sarebbe stato un gap di 3 Slam fra lui, Rafa e Nole. Ma ha vinto invece Novak e ora il gap è solo 2: 20 Slam per Roger, 18 per Rafa, 16 per Novak. Federer non era mai riuscito a battere in uno Slam Nadal e Djokovic in successione — gli era stato possibile soltanto in un Masters nel 2010, ma nei Masters non si gioca al meglio dei cinque set — ma mai c’era stato vicino come ieri, anche se già due volte con Djokovic in due anni in successione, all’US Open 2010 e 2011, aveva avuto due matchpoint al quinto set e aveva finito per perdere.

(…). Anche questa è stata una partita incredibile, di spaventosa intensità, con scambi pazzeschi. Federer giocava molti più rovesci incrociati e tagliati che contro Nadal perché al mancino spagnolo sarebbero finiti sul dritto. Era meglio quindi giocare rovesci coperti. Quella era stata la chiave della vittoria. Invece per Djokovic e il suo rovescio bimane… tirar su rasoiate che non si alzavano dall’erba era tutt’altro che semplice.

(…). Il secondo set di Djokovic (1-6, appena 11 punti contro i 26 di Federer), ad esempio, è stato decisamente brutto, quasi che avesse avuto necessità di rilassarsi dopo il primo vinto al tiebreak. Novak, in quel set dominato dai servizi aveva annullato nel quarto game l’unica palla break. E quel tiebreak era andato avanti a piccole serie: 3-1 Djokovic, 5-3 Federer con 2 minibreak, 7-5 Djokovic. Insomma Federer che avrebbe teoricamente potuto vincere tre set a zero perché sul 5-4 del terzo si era procurato un setpoint con una straordinaria, fenomenale demivolee — ma Djokovic si è salvato servendogli un missile al corpo — si è trovato sotto due set a uno dopo un tiebreak dominato da Novak, 3-0, 5-1, 6-4,7-4. Eppure la prima pallabreak di Djokovic per strappare la battuta a Federer è arrivata soltanto nel quarto set, peraltro quando lo svizzero era già avanti di un doppio break, sul 5-2. Il break è arrivato dopo altri scambi da fenomeni, ma Roger si sarebbe poi trovato ugualmente al quinto set. Sembrava però spacciato sul 2-4 e invece già nel game successivo recuperava. Poi entrambi tenevano i servizi abbastanza agevolmente — Djokovic non era in gran giornata alla risposta — fino al 7 pari quando uno spettacolare passanti di dritto di Roger gli procurava il brak dell’8-7 che pareva poter chiudere la partita. Quindi i due matchpoint annullati già descritti. Per Djokovic una vittoria ancora più sofferta di quella con Nadal nell’Australian Open 2012, sebbene quella fosse durata 5h e 53 minuti, quasi un’ora di più. Ma lui non muore davvero mai. E a Federer non gli basta annullare un matchpoint a match. Preferisce farlo due volte.

Djokovic-Federer, uno show di cinque ore. Nole, brividi e gioia, salva due matchpoint poi il quinto trionfo (Riccardo Crivelli, La Gazztta dello Sport)

Contro il mondo. Contro i numeri. Contro un rivale gigantesco, il sovrano di questo meraviglioso giardino che è Wimbledon, più ancora del vero erede al trono, il Principe William, che impettito ed elegante non si perde uno scambio dal suo scranno al Royal Box, abbagliato come tutti dal luccichio di una disfida consegnatasi seduta stante alla leggenda. L’enorme cuore di Djokovic si prende il Centrale alle 19 e 7 minuti di una serata indimenticabile, dopo 4 ore e 57′ di duello rusticano contro Federer, l’avversario più rispettato ma anche meno amato, respinto sulla soglia del nono trionfo, con due match point non sfruttati.

(…) è anche una degli scontri frontali più intensi mai visti sull’erba sacra di Church Road e che regala ai 15.000 estasiati possessori del biglietto il primo tie break con la nuova regola, su112-12 del quinto.

(…). Qui, aveva già battuto Roger in due finali, nel 2014 e nel 2015, ma questa porta con sé la magia di una rivoluzione compiuta, il sacco a casa del nemico più temuto e dopo aver guardato in faccia l’abisso. L’ace con cui Roger inaugurerà la partita è subito salutato dagli osanna, perché il Divino aveva cominciato allo stesso modo contro Rafa in semifinale e la scaramanzia ha sempre il suo peso. Ma non serve la cabala per profetizzare che l’otto volte campione non ha smarrito le energie nell’impresa di venerdì, perché il servizio è sostanzialmente intoccabile e da fondo tiene botta, alternando il rovescio slice a soluzione coperte, reggendo sul pericoloso per lui incrocio di sinistra. Federer è più propositivo, ma Nole fa partita pari con la battuta e l’attenzione, fino all’inevitabile tie break che il numero tre del mondo si fa scivolare via con tre gratuiti banali dal 5-3 per lui.

(…) Dopo un’ora e 23′ è un set pari, ma torna subito l’equilibrio in una cornice di qualità elevatissima. Roger nel decimo game del terzo parziale si procura con una deliziosa demivolée la palla per il set, Nole la annulla con il servizio. È ancora tie break, è ancora il Maestro che si mette dietro la lavagna con troppi errori non forzati: e così si ritrova sotto due set a uno senza aver mai concesso palle break e con le occasioni evaporate con cui poteva addirittura aver già chiuso una partita che diventerà leggenda. Ma a questo punto finisce lo spettacolo e comincia l’epica. Federer non dimostra di avere quasi 38 anni: anziché cedere sale di nuovo e domina il quarto set, ottenendo perle anche dal rovescio lungolinea. Quando nel quinto cede il servizio per il 4-2 Djokovic, sembra finita. Invece immediato controbreak e un match che a ogni punto si fa leggenda. Ancora break di Roger per l’8-7 con un passante di dritto, e nel game successivo ecco i due match point: svaniscono con un dritto largo su una robusta risposta di Nole e poi sul passante del numero uno su un attacco morbido. Terzo tie break, la conclusione più degna: il Divino si umanizza, non mette le prime che servono, mentre l’altro giganteggia. Un dritto steccato manda Djokovic in paradiso, un grandissimo Federer non finisce certo qui ma perde un match in cui ha ottenuto 94 vincenti a 54 e 14 punti in più, 218 a 204: è la 22a volta che viene sconfitto con match point a favore, la terza dal Djoker negli Slam. Nessuno è perfetto, mentre Novak, più incisivo nei momenti cruciali e dunque più meritevole, non esulta neppure, come al solito mangia l’erba, poi si batte i pugni sul petto lanciando sguardi di brace alla gente delusa. Non sarà mai nei loro cuori come lo sconfitto. Ma che campione immenso.

Che stupidaggine questo tie-break. Il risultato giusto era un pareggio (Gianni Clerici, La Repubblica)

Sapete tutti o quasi, che ha vinto Nole Djokovic in 4 ore e 57 minuti, realizzando così il record della finale più lunga a Wimbledon. Mentre gran parte del pubblico sperava tuttavia che vincesse Roger Federer, e si giocavano le ultime palle di quel tie-break immaginato da un incompetente, ho pensato al film che verrà inevitabilmente girato da un produttore tifoso. Non potrà non presenziare la Regina, che era in realtà venuta in tribuna solo per assistere al match della sua suddita Virginia Wade, e, ad un certo punto, Elisabetta entrerà in campo, prima del tie-break finale, per impossessarsi della mano di Federer, e alzarla.

(…) La Regina, in circostanze estreme, può continuare a comportarsi come facevano le vere Regine, può scegliere il vincitore. II tie-break del quale avrebbe vergogna l’inventore americano Jimmy Van Alen è stato in realtà la vicenda più deludente (…). Non capisco ancora come abbia fatto un divino tennista di quasi 38 anni a raggiungerlo, e forse un’analisi di ben più dei dieci minuti che mi restano non servirà a spiegarmelo. Dall’uno pari raggiunto con una riga Federer è andato a 1 a 4, ma ancora una volta ha continuato a battersi come in una sorta di palleggio agonistico, senza far emergere il dramma della partita. E risalito a 3-4,

(…) sul 6-3, ha finito di sommergerlo con un long line di rovescio vincente.

(…). Devo dire che il confronto dei rispettivi rovesci, sui quali contavo perché Djokovic vincesse la partita, non si è verificato, perché anche con il suo colpo meno autorevole, il fenomeno svizzero è riuscito ad opporsi in modo entusiasmante al colpo bimane dell’avversario. E devo anche dire che mai Roger è parso di tanti anni superiore al suo avversario. È stato un match di fronte al quale uno spettatore neutrale e poco esperto del gioco avrebbe suggerito un pareggio, e che mi viene in mente di proporre al produttore del film se gli verrà impedito di servirsi della Regina. Certo, ho sempre pensato al tennis come a un gioco nel quale non fosse mai contemplato, non fosse mai possibile il pareggio. Ma in questa occasione, io che non so fare tifo, mi son visto in dubbio più di una volta. Un bel 12 pari al quinto. Non lo avrebbero meritato entrambi?

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Trionfo Halep, per la Williams la ‘maledizione’ del reverendo Court. Nole-Roger, così diversi così uguali (Scanagatta). Serena si inceppa sul più bello (Crivelli, Marcotti, Azzolini, Clerici). La favola contro la logica. Roger e Nole, l’ultima sfida (Rossi, Crivelli)

La rassegna stampa di domenica 14 luglio 2019

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Trionfo Halep, per la Williams la ‘maledizione’ del reverendo Court (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

TUTTE LE VOLTE è strafavorita, tutte le volte perde quando sembra vicinissima al traguardo dello Slam n.24. E perde pure male. Sarebbe blasfemo pensare che in qualche modo possa entrarci Margaret Court — oggi stimato reverendo presbiteriano in Australia — che detiene il record dei 24 Slam, la conquista dei quatto Majors nello stesso anno. Ma quella che sembra perseguitare Serena Williams pare quasi una maledizione divina. Ieri ha perso addirittura 62 62 in 56 minuti dalla romena Serena Halep con la quale aveva vinto 9 volte su 10 e l’unica che aveva perso non contava, nel girone eliminatorio del Masters WTA del 2014. Serena aveva reincontrato la Halep in finale e s’era vendicata brutalmente: 63 60. Ma l’anatema Court era arrivato già nel settembre 2015, quando Serena che aveva vinto i primi 3 Slam dell’anno era a due passi dal quarto e nessuno avrebbe mai pensato che avrebbe potuto perdere dalla nostra Roberta Vinci. Soprattutto dopo il 62 d’abbrivio. Invece perse secondo e terzo set 64 e addio Grande Slam. Nel gennaio 2017 Serena, già incinta, ha vinto lo Slam n.23, battendo la sorella Venus in finale. Diventa mamma nel settembre di quell’anno e da allora più nessun torneo vinto. Ma tre finali Slam che non sembrava potesse perdere. Un anno fa qui con la tedesca Kerber invece rimedia un 63 63 che lascia tutti stupefatti. A settembre 2018 la seconda finale è con la giapponese Naomi Osaka: perde anche quella, 62 64, e succede di tutto, l’arbitro un po’ fiscale che l’ammonisce per il “coaching” di Mouratoglou, lei cha reagisce e lo accusa di sessismo. Ieri la terza debacle, la più pesante, con Simona Halep che ha detto: «La mia miglior partita di sempre». Un tennista romeno non aveva mai vinto sull’erba. Ilie Nastase aveva perso qui 75 al quinto la finale del ’72 da Stan Smith. Lei aveva già vinto uno Slam a Parigi…«Ma qui ora sono membro dell’All England Club, potrò venire a mangiarci quando vorrò»

Nole-Roger, così diversi così uguali (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

 

SEDICI e undici anni alla ribalta. Ecco perché dei due finalisti odierni del singolare maschile di Wimbledon, dopo tutti questi anni di successi, con Roger Federer che ha vinto qui già nel 2003 e con Nole Djokovic che ha trionfato nel suo primo Slam in Australia nel 2008, si sa quasi tutto. Di sicuro gli incredibili risultati, comparati e non. Ma come sono i due campioni nel privato? Svizzero uno e serbo l’altro sembrano molto diversi, ma non è vero che in fondo lo siano così come appare. Il primo è decisamente più amato dal pubblico di tutto il mondo — «Gioca sempre in casa!» dice Novak che inevitabilmente lo invidia un po’ — anche se lo deve più alla classe cristallina, unica, che mostra sul campo piuttosto che fuori dove è quasi sempre molto attento a mostrarsi politically correct in ossequio alla tipica neutralità svizzera. E’ UN PERFETTO diplomatico. Difficile che in 1.400 conferenze stampa abbia detto qualcosa di spiacevole nei confronti di qualcuno. Federer è arrivato secondo in un referendum che coinvolse 50.000 votanti americani fra 54 persone da ammirare, dietro a Nelson Mandela, ma davanti al Dalai Lama, Barack Obama, Bill Gates. Roddick disse una volta di lui subito dopo averci perso: «Mi piacerebbe odiarti, ma sei troppo nice». Il secondo è meno elegante, come tennis e non solo, il rovescio bimane non sarà mai fine come quello a una sola mano, ma è più estroverso con una certa predisposizione a vestire, improvvisando, anche i panni dello showman. Non a caso Fiorello lo adora e lo invita, ogni che volta che Nole è in Italia, a prendere parte ai suoi show, rendendosi disponibile anche a scambiare palleggi sul palcoscenico impugnando magari una padella da cucina. Al tradizionale Players Party di Montecarlo Djokovic è pronto per tutti i ruoli, presentatore, ballerino, attore, perfino cantante. Federer non avrebbe mai neppure pensato a imitare i colleghi, nel timore che anche una minima gag e presa in giro potessero risultare a loro sgraditi. Però i colleghi svizzeri garantiscono che quando c’è da fare uno scherzo a qualcuno lui non si tira mai indietro, anzi. NOLE, quando non era ancora il n.1, non si era mai preoccupato delle reazioni che avrebbe potuto provocare: le sue imitazioni di Nadal, Sharapova, Becker, McEnroe erano spassose. Ma poi l’hanno costretto a smettere. Non tutti i presi di mira avevano il suo stesso sense of humour. In realtà anche Roger è spiritoso e ama scherzare. Sono certamente due ragazzi intelligenti, simpatici, per nulla montati se pensate a quanto hanno vinto, in tornei e soldi, a quanto sono famosi, veri idoli in patria dove non c’è altro sportivo che possa competere con loro quanto a popolarità. Entrambi padri di famiglia, quattro gemelli Roger, due figli Novak, sono legatissimi ai genitori, alla famiglia, alle tradizioni. Giocano a tennis e lo amano profondamente. Ne conoscono la storia, i record, entrambi hanno subito il fascino dei vecchi campioni. Federer, da sempre in adorazione per i grandi Australiani, Laver, Rosewall, ha avuto per coach — fra gli altri — Roche e poi (dopo Higueras e Annacone) Edberg prima di Ljubicic ad affiancare Luthi; Djokovic ha scelto prima Becker poi Agassi e ora Ivanisevic ad appoggiare il fedele Vajda. Federer e super abitudinanri, preciso come un orologio svizzero nelle sue routine. Di quel che fa in privato fa sapere poco o nulla. Neppure che tipo di pasta mangia, lui testimonial Barilla con tanto di cuoco al seguito in ogni trasferta, nulla trapela. Come delle baby sitter. Djokovic è più estemporaneo, non è celiaco, ma sulla sua dieta anti glutine ha fatto uscire perfino un libro

La gioia e l’incubo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il fantasma si è preso la sua anima, le ha prosciugato lo spirito guerriero, l’ha resa vulnerabile e senza difese. Lo spettro di Margaret Court e la maledizione del 24° Slam si abbattono ancora una volta sui sogni di Serena, e la pantera diventa così un cucciolo spaurito. Incredibile nemesi: l’improvvisa e inattesa debolezza della Williams ha il potere di consolidare le certezze della Halep, che in carriera si è spesso nascosta dietro un fragile e poco aggressivo carattere da agnellino. E’ la festa di Simona, è la festa della Romania, che aveva perso due finali maschili con Nastase e finalmente colma il gap con la ragazza di Costanza cresciuta in una fattoria dove i genitori producevano formaggio. Mamma Stania è in tribuna, e il suo pianto a dirotto è un viaggio che si conclude. Senza paura Una partita incredibile, anche perché non è una partita. Bensì un sorprendente monologo, favorito dalla giornata disastrosa di Serena, praticamente immobile (soprattutto sulla parte destra) e fallosissima, e dal piano perfetto della numero 7 del mondo già vincitrice a Parigi nel 2018, che risponde anche alle sassate e poi da fondo tesse la ragnatela che manda subito fuori giri la blasonatissima rivale (4-0 in avvio). Simona concederà appena tre gratuiti in tutta la finale, sbrigando la pratica in 56 minuti, senza tremare neppure quando il traguardo si avvicina: «Ho guardato il tabellone solo sul 5-2 del primo set e mi sono detta “Ok, nessun problema, è tutto vero”. L’avevo immaginata proprio così, sapevo che avrei dovuto subito provare a toglierla dal match con aggressività, senza farle prendere ritmo. Tutte le altre volte che l’ho affrontata (prima di ieri era sotto 9-1 nei precedenti, ndr) sono sempre stata in soggezione, stavolta ho pensato solo a quello che dovevo fare io e non a chi avevo di fronte. La miglior partita della mia vita». Basso profilo Si realizza dunque il sogno che coltivava fin da bambina e che quest’anno ha preso forza in un torneo sempre in crescendo: adesso è un membro a vita dell’All England Tennis Club. E dunque saltabecca felice tra una stanza e l’altra: «Era una cosa a cui tenevo in modo pazzesco, mi hanno detto che posso venire quando voglio, pranzare, cenare, giocare un po’ a tennis ma senza la pressione di un match il giorno dopo». E’ una campionessa semplice e umile, la Halep, che ebbe il primo momento di celebrità non voluto quando decise di ridursi il seno, nel 2009, perché le impediva i movimenti, faticando a comprendere perché una decisione assolutamente personale dovesse interessare anche gli altri. Timida fin quasi al mutismo, almeno all’inizio della carriera, ha perso spesso partite già vinte per un’autostima traballante e mai al sicuro nonostante 64 settimane da numero uno del mondo, decima di sempre. Ha iniziato questa stagione senza allenatore, poi ha preso il belga Van Cleemput e l’ha licenziato dopo una settimana e infine si è affidata al connazionale Dobre. Doveva ritrovare se stessa, c’è riuscita: «Ora sono un donna rilassata, fuori dal campo. Per questo sono scesa in campo così tranquilla contro un’avversaria gigantesca come Serena, che per tutte noi rimane un esempio e un modello da seguire». Quale futuro? […] Non le è bastato il sostegno nel Royal Box di una corrucciata Meghan Markle, la moglie del Principe Harry e amica di lunga data, per togliersi di dosso un tabù che si avvicina a quello di Bartali per la maglia di campione del mondo o di Buffon per la Champions: «Non credo fossi tesa, lei ha giocato benissimo e io ho commesso tantissimi errori. Non ha funzionato niente, mi rimandava tutto indietro e non ho saputo reagire. Tutte le sconfitte non sono facili da sopportare, ma mi rivedrete nei tornei americani». Solo che a settembre gli anni saranno 38 e alle avversarie non tremano più le gambe quando se la trovano davanti: «Non ho mai pensato al record, fin da quando ho 18 anni l’unica preoccupazione è stata di rimanere concentrata sul mio gioco e sulle mie qualità, giocare al meglio che posso. Solo che nel frattempo sono rimasta incinta, ho avuto una bambina, e sicuramente incide». Billie Jean King, un’altra icona, non gliele ha mandate a dire: «Serena dovrebbe lasciar perdere per un anno le battaglie per l’uguaglianza, smettere di fare la celebrità e rimanere focalizzata solo sul tennis». La risposta è bruciante: «Il giorno che smetterò di combattere per i diritti delle persone e contro i pregiudizi, sarà il giorno in cui mi troverete nella tomba». Il più bel punto vincente di giornata.

Serena si inceppa sul più bello (Gabriele Marcotti, Il Corriere dello Sport)

La maledizione continua Ferma sulla soglia dei 24 Slam, ancora una volta nor riesce a Serena Williams l’aggancio al record di Margaret Court Smith: nella finale di Wim bledon è Simona Halep ad imporsi. […] Al termine di un match nel quale ha letteralmente surclassato la statunitense, annientata con un doppio 6-2 in meno di un’ora per la precisione, appena 56′ durante i quali Halep – mai così avanti sull’erba di Church Road non ha sbagliato nulla, o quasi. Un solo errore gratuito nel primo set, vinto in carrozza grazie a due break. Dall’altra parte della rete, la brutta copia di Serena: errori in serie, il servizio inceppato, addirittura impacciata negli spostamenti, frenata anche nell’agonismo. Identica l’inerzia e la dinamica della seconda frazione, con la statunitense che – al di là di qualche urlo di auto-incitamento non dà mai la sensazione di poter tornare in partita. Finendo per arrendersi all’ineluttabile, scagliando quasi stizzita un rovescio in rete. Conclusione della seconda più breve finale degli ultimi 35 anni dopo quella del 2014 vinta da Petra Kvitova su Eugenie Bouchard (55′). E dire che nei 10 precedenti Halep aveva vinto una sola volta. Ma la storia sul Centrale ieri si è ribaltata: saldo negativo vincenti/ errori gratuiti per Serena (17/26), score sontuoso per la nuova regina di Londra, dall’alto di 76% di prime,13 vincenti e solo 3 errori gratuiti. «Sono felicissima soprattuto perché so quanto ho faticato per arrivare qui – la gioia della romena -Alla viglia dei torneo nello spogliatoio avevo detto al mio team di voler vincere per poter diventare una socia di questo magnifico club. Una soddisfazione in più». Persino scontata l’analisi del suo match. «Sono entrata in campo determinata a giocare d’attacco, essere aggressiva fin dal primo punto, toglierle l’iniziativa. Sono straconvinta che sia stato il miglior match della mia vita. E sull’erba contro di lei non è mai facile. Sono davvero orgogliosa della mia prestazione, e dell’intero torneo». Che aveva sognato di vincere già da bambina “Quando avevo 10 anni dicevo a mia mamma che un giorno avrei voluto giocare la finale di Wimbledon. Serena mi ha ispirato molto in questi anni». Non cerca scuse né alibi, Serena. Sorridente già in campo, durante la cerimonia di premiazione, ma anche davanti ai taccuini. «Non ho espresso il mio miglior tennis, senza dubbio. Ma è soprattutto merito di Simona che ha giocato un match semplicemente fantastico”, le parole della statunitense che dopo aver raggiunto quota 23 Slam (Australia 2017) ha perso tre finali di fila: due volte a Wimbledon e agli ultimi Us Open. Dove tra poco più di un mese inseguirà il riscatto.

Serena, scena muta con Simona (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non c è festa della mamma, e nemmeno quella di tutte le donne del mondo, evento che Serena Williams – chissà perché – ama collegare strettamente ai suoi risultati, da brava paladina dell’intero universo femminile. […]Spento l’ultimo sorriso al termine della cerimonia di premiazione, fatti i doverosi complimenti Simona Halep, Serena si presenta in conferenza con gli occhi rossi di pianto. «Ha giocato così bene Simona… Ditemi, io che altro avrei potuto fare?». Giocare meglio di quello che ha fatto, è l’unica risposta certificata, ma nessuno se la sente di affondare la lama nel suo dolore sincero. Ha sbagliato tutto, Serena, questa è la verità. Ha pensato di essere ancora in grado di prendere a pallate la piccola rumena, e invece quei tempi sono passati. Una botta di servizio e un ceffone con il dritto, ma i servizi per lo più si sono schiantati in rete, e i dritti, giocati spesso in condizioni difficili, in corsa o in recupero, hanno assunto traiettorie improbabili, fino a minacciare da vicino i giudici di linea Us Open 2018, Wimbledon 2018 e 2019, tre batoste una peggio dell’altra, difficili da mandare giù per una come lei, che di vittorie nello Slam ne ha ottenute 23. Si possono spiegare solo con l’insorgere di una qualche sindrome d’insufficienza che si manifesta quando Serena è a tu per tu con il titolo. Che altro? Come un anno fa contro la tedesca Kerber, Serena ha fatto scena muta. Non c’è stato match, Simona è partita a spron battuto, senza tentennamenti. Ha palleggiato lungo, verso gli angoli, costringendo Serena a correre. E dopo tre rincorse, mamma Williams era già pronta per la doccia. Così, su ogni palla raggiungibile, ha cercato di spaccare il mondo e ha offerto alla rumena la più facile delle vittorie. Quattro a zero al via, e sei-due il primo set. Due a uno Williams nel secondo, e cinque game di seguito per Simona Doppio 6-2 in 56 minuti, lo stesso punteggio che Serena, un tempo, regalava a tutta la concorrenza. Simona Halep è la prima del suo Paese a vincere Wimbledon. Ha fatto meglio di Ilie Nastase, finalista battuto al quinto set nel 1972 da Smith e poi da Borg nel 1976. «L’erba è buona per le mucche, non per i tennisti», diceva. Simona, ovviamente, non lo pensa. Tornerà in Romania lunedì, forse le tributeranno l’onore del trionfo in piazza. «Non so, ne sarei felice, ma in tanti sono corsi ad abbracciarmi oggi, da Tiriac a tutto il mio staff. Ho fatto una cosa grande, per me e per tutti loro. Anche per mia madre, che se ne sta di là a piangere. Le ho detto di calmarsi, che poi le racconto tutto». Anche Daniel Dobre il coach di quest’anno si e lasciato andare alle lacrime. «Lui lo fa sempre, a ogni partita È un uomo di grandi qualità, mi sta aiutando molto». È il secondo Slam di Simona, dopo la vittoria a Parigi un anno fa. «L’ho meritata. Serena è sempre grande e pericolosa. Mi sono detta, battiti con tutto quello che hai dentro. L’ho fatto, ho vinto. Sapevo che Wimbledon era speciale. Non pensavo lo fosse così tanto»

Serena stanca e lenta. Halep regina con poco. Che noia la partita (Gianni Clerici, La Repubblica)

Se venerdì il prezzo dei biglietti sarebbe servito a pagarsi le vacanze a Capri, ieri, immaginando il livello della finale femminile, sarebbero bastate dieci sterline, forse meno. […] Mentre sonnecchiavo, mi è invece venuto in mente qualcosa che non avevo letto o sentito. Avevo letto che Serena stava tentando di eguagliare il record di 24 Slam stabilito da Margaret Smith maritata Court. Serena era giunta a 23, e sarebbe quindi passata alla storia alla pari, per poi stabilire un nuovo record in futuro, se si fosse astenuta da una nuova maternità ancor meno programmata della prima. Dei 24 successi di Margaret, dicevo, ben 11 erano però avvenuti al suo Paese, in Australia, in uno Slam al quale Lenglen (8) e Wills (19) non avevano mai partecipato, causa le 6 settimane di viaggio, e Steffi Graf (22) e Martina Navratilova (18) non si erano sempre iscritte. Detto ciò, che cosa ho visto nel secondo set di questa partita a metà mancata per dilettantismo? Mi avrebbero informato gli amici che Serena è riuscita a far passare una palla quando era ormai 0-4 nel primo set, e si è ripresa apparentemente all’inizio del secondo, quando è salita 2 a 1, evitando quella sorta di regolarità di Halep che funziona solo a velocità di palleggio moderata. Di lì è iniziato un nuovo disastro di Serena, mentre la rumena sembrava, soprattutto per gli errori di Williams, trasformata d’un tratto nella vincitrice del Roland Garros, e vinceva il 3-2 a 15, il 4-2 a 30, il 5-2 ai vantaggi, il 6-2 a 0. Non sono in grado, insieme a simili cifrette, di riferirvi le relative tattiche, perché non esistevano, e si trattava soltanto di palleggi alla fine dei quali Serena sbagliava regolarmente. Ecco, soprattutto questo aggettivo mi consente di riassumere la non-partita. Un match dagli sbagli regolari di Serena.

La favola contro la logica. Roger e Nole, l’ultima sfida (Paolo Rossi, La Repubblica)

LONDRA — Per i ragazzi dell’81 non è mica cominciato bene il fine settimana. A Serena Williams, 38 anni da compiere a settembre, è rimasta indigesta la partita più bella mai giocata da Simona Halep, che voleva realizzare il sogno della mamma di vederla giocare (e vincere) di fronte al Royal Box di Wimbledon. Roger, che i 38 li farà ad agosto, ci prova oggi contro Novak Djokovic. Il mondo attende trepidamente il trionfo dello svizzero, pronto a celebrare la favola del più anziano che bacchetta i giovani, come accaduto nel venerdì santo con Nadal, e per questo osannato nell’ennesimo atto della loro rivalità giunta a 40 incroci. Ecco, a proposito di rivalità, la matematica racconta in realtà un’altra storia. Forse non politically correct per i tanti tifosi di Roger e Rafa, ma dice che lo svizzero ha dovuto fare i conti con Novak Djokovic — proprio lui — per ben 47 volte. E sempre il serbo ha affrontato 54 volte Nadal. Insomma, almeno per gli almanacchi questi anni indimenticabili non passeranno alla storia solo come quelli di Federer e Nadal. Ma a chi importa? L’idea di Roger che era finito, tramontato, e ora di nuovo in spolvero è una storia troppo bella per essere rovinata, sporcata da qualche numero. Venerdì sera però lo svizzero ha ammesso di «essere talmente stanco da non poter pensare ad allenamenti o strategie». Forse faceva pretattica: aiuta a rendere la vigilia un po’ più piccante e ci sta bene. Perché, come Federer aveva confermato, «c’è poco da scoprire quando ci hai giocato contro tante volte: qui hai meno tempo sui rimbalzi della palla: è l’unica strategia da rispettare». […] Ma che finale sarà? Djokovic è, fisicamente, più magro di Federer (78 kg, contro gli 85 di Roger), ma più alto. E, sebbene non ci sia nessuno abile e leggero a muoversi sul campo come lo svizzero, che sembra quasi danzare mentre si sposta, anche il serbo non scherza in quanto a velocità di gambe. In più è uno che sfrutta l’energia del colpo altrui, il che lo rende il palleggiatore ideale, attitudine che poi viene esaltata dal suo rovescio che riesce a tirare a 2800 rpm (giri al minuto). Non per nulla, affermano sempre le statistiche, è il serbo in vantaggio negli scontri diretti: 25-22. Non solo: l’inerzia degli incontri è a favore di Djokovic, che ha vinto le ultime quattro sfide e non perde con Federer dal 2015. Però, penserete, si gioca sull’erba, e dunque lo svizzero ha l’arma segreta dalla sua parte? Eh, spiacenti di dover dare anche questa delusione: Djokovic, sull’erba, vanta due vittorie contro una sconfitta. Tutti match disputati a Wimbledon, peraltro. Lo svizzero è dietro anche sul cemento e in parità sulla terra rossa. Djokovic, comunque, legge i dati con diffidenza: «L’erba esalta il suo gioco, gli si adatta perché Roger è veloce. Sa rubare il tempo all’avversario, ha esperienza. È una costante pressione con cui dover convivere. Però ci ho giocato un paio di finali epiche qui, per due anni di fila, quindi so cosa posso aspettarmi, anche di avere il pubblico contro». Idee chiare, perché Nole guarda oltre: «Potrei smettere per le cose che ho fatto, ma continuo perché vorrei essere quello con più Slam di tutti. La famiglia mi supporta, e per ora va bene». E a Federer sono fischiate le orecchie.

Le due partite di Federer. Con Djokovic per la nona, con Rosewall per il record (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ripresa a sua insaputa da una telecamera galeotta subito dopo l’ultimo punto della semifinale, Mirka Vavrinec ha pronunciato verso il suo box la frase che in quel momento stava attraversando la mente di qualche altro milione di appassionati: «Mio marito è Superman». […] Oggi, nel giardino di casa sua, 16 anni dopo il primo trionfo, pub alzare la coppa di Wimbledon per la nona volta, eguagliando i titoli della Navratilova, e soprattutto diventare, a 37 anni e 340 giorni, il più vecchio vincitore di sempre di uno Slam nell’Era Open, consegnando all’album dei ricordi il Rosewall del 1972 (37 anni e 62 giorni agli Australian Open). La strana rivalità. Certo, dall’altra parte della rete troverà un avversario, Novak Djokovic, che possiede indubbiamente la criptonite per disinnescare le facoltà miracolose del Maestro: lo ha battuto tre volte su quattro nelle finali Slam e soprattutto due volte su due ai Championships, nel 2014 e nel 2015. Una strana rivalità la loro, fatta fin qui di 47 episodi (25-22 per il serbo) e teoricamente con gli argomenti giusti per entrare nella leggenda: basti pensare che con la sfida di oggi diventa la partita più giocata nei Majors, 16 volte (e anche qui conduce Nole, 9-6). Eppure non raggiungerà mai la ferocia agonistica delle battaglie del Djoker contro Nadal e meno che mai l’epica mitologica dei duelli tra Federer e lo spagnolo, che restano inarrivabili, come entrambi ci hanno dimostrato venerdì e che indubbiamente hanno da sempre il potere di gettare un’ombra sul peso mediatico e di passione popolare del numero uno del mondo e dei suoi 15 Slam. Solo rispetto Almeno fino al 2011, del resto, Nole è stato solo il terzo incomodo, quasi un intruso nella diarchia Roger-Rafa, quello che vinceva quando gli altri due riposavano. È stato enorme nell’approdare al loro livello tecnico, ma ha sempre sofferto l’esclusione dal club, specialmente tra i tifosi. Ancora nel 2010, papà Srdjan, in un’intervista a un quotidiano, accusava Federer di doppiezza: «Forse è il miglior giocatore nella storia, ma come persona è totalmente diverso, quando ha capito che Novak poteva scalfire il suo dominio ha provato a screditarlo». Le stesse parole di fuoco (poi smentite senza troppa fermezza) che cinque anni dopo gli rivolgerà pure Becker nel ruolo di supercoach del serbo. Il tempo (e le vittorie) leniscono le ferite e riducono le distanze, la paternità di entrambi in qualche modo li ha avvicinati, ma il punto di partenza di Djokovic è sempre lo stesso: «Per Roger e anche per Rafa ho grande ammirazione e molto rispetto, ci siamo spinti a vicenda, ma lottiamo per qualcosa di troppo grande per essere amici». La partita L’ultima preda è un altro trionfo a Wimbledon (per Nole sarebbe il quinto), in un match dove il servizio e la solidità da fondo mostrati contro Nadal dovranno servire a Federer per disinnescare il gioco sempre in pressione del numero uno, impreziosito anche da una ricerca più costante della rete: «Nessuno è più solido e consistente di lui – ammette Roger – e poi mi salta addosso con il rovescio dalla mia parte sinistra. Sarà un match duro». Novak lo inquadra così: «Lui ti toglie il tempo, non ti fa pensare, dovrb essere molto bilanciato nelle mie soluzioni». Per la cronaca, sarà il 15° Wimbledon degli ultimi 17 e l’11° Slam consecutivo vinto da uno dei Fab Three. Con tanti saluti al povero resto del mondo.

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