In TV e in libreria: è un Adriano a tutto campo

Interviste

In TV e in libreria: è un Adriano a tutto campo

Pubblicato “Il Tennis è musica”, 50 racconti narrati da Panatta e Azzolini. La leggenda del tennis italiano a La Nazione: Federer come i Pink Floyd, ma Djokovic e Nadal stonano

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Sessantotto anni, nonno sereno, osservatore loquace e distaccato di una vita senza rimpianti. Adriano Panatta, il re del tennis italiano, avrà avuto anche i suoi difetti, ma tra questi di certo non c’è la reticenza, sempre che di difetto si tratti. In un’intervista concessa al quotidiano fiorentino La Nazione, egli riflette sul tennis moderno che stilizza in una nota acida, come molti degli interpreti classici chiamati a commentare un gioco secondo loro evolutosi in una mera opera di forza e resistenza. Il tennis e la vita, l’uno metafora dell’altra ascoltando i ragionamenti dell’Adriano nazionale, si intrecciano senza soluzione di continuità ne “Il Tennis è Musica”, trecento pagine scritte a quattro mani con Daniele Azzolini (libro edito da Sperling & Kupfer uscito un paio di settimane fa) ripercorrenti cinquant’anni di pallina di feltro: ogni anno, il racconto di un campione, dal Rod Laver ’69 con le scarpe chiodate a Forest Hills a Stan Smith, tramutatosi da fuoriclasse a scarpa quando un ragazzino, vantandosi delle proprie calzature durante un clinic, non si diede pena di notare che stava interloquendo con l’inventore delle medesime.

Tra un’intervista e un libro, il tennis resta musica per Adriano Panatta, e anche in questo caso, il primo è la metafora della seconda e viceversa. “Ai miei tempi, parlo degli anni ’70, il tennis era melodia; i Beatles, Jimi Hendrix… oggi non si capisce più nulla, è tutto così caotico, così metal“. Roger Federer sembra l’unico interprete contemporaneo a meritarsi il paragone con i dominatori delle classifiche di vendita di quarant’anni fa. “Sì, lui è un misto tra Tony Bennett, i Pink Floyd e Paul McCartney, uno spettacolo“. Lo stesso spettacolo che ha portato in scena Ilie Nastase, proprio mentre i dischi degli eroi sopraccitati venivano pubblicati giorno dopo giorno. “Lui era stralunato e mattarello, gli piaceva fare casino, ma era un bravissimo ragazzo. Ci ho giocato il doppio insieme tantissime volte, era ansioso in modo pazzesco. Ma sapete una cosa? Le sue gambe erano come quelle di Roger, nei primi tre passi valeva un finalista nei cento metri di una finale olimpica“. I rivali dello svizzero, nel Vangelo secondo Adriano, suonano un po’ stonati, almeno di tanto in tanto. “Campioni straordinari e forse irripetibili che però non mi entusiasmano. Nadal tira forte ed è un grandissimo agonista, Djokovic recupera tutto, ma il loro gioco mi annoia“.

 

Ambasciatore a vita del tennis tricolore, Panatta si trova nella posizione di definire i simboli naturali dei suoi contorni storici, che, volenti o nolenti, sono Nicola Pietrangeli e Fabio Fognini. “Se Nicola è stato un maestro o un rivale? Niente di tutto ciò. È stato un personaggio importante, ma le nostre carriere si sono sovrapposte solo per due anni, poi siamo diventati amici, anche se abbiamo caratteri molto diversi. Fognini? Non lo seguo spessissimo purtroppo, ma è un ottimo giocatore che avrebbe i colpi per stare tra i primi dieci al mondo, penso che i suoi limiti siano più che altro caratteriali: a volte il suo atteggiamento è davvero indisponente“. Di eredi all’orizzonte non se ne vedono. “Il tennis è cambiato troppo, non si possono fare paragoni, oggi tirano tutti molto forte ma è anche tutto molto più frenetico e non c’è tempo per pensare, solo Federer lo fa. Peraltro occorre dire che non è solo il tennis a essere cambiato, certo non in meglio, ma tutti gli sport di grido: prendete il calcio, anche quello non mi sembra migliorato e secondo me lì la colpa è di Guardiola, una noia mortale!“.

Lo specchietto retrovisore è sempre l’osservato speciale, in una continua retrospettiva su tennis e vita, che poi sono le due facce della stessa medaglia. “La racchetta mi ha dato tutto e in primis la possibilità di girare il mondo facendo quello che mi piaceva fare. Se mi ha tolto qualcosa? Solo una cosa, ma molto importante: il tempo da dedicare ai miei figli mentre crescevano, perché giocavo quasi tutto l’anno lontanissimo da casa“. E qualche vittoria, aggiungeremmo noi, anche se la carriera di Panatta resterà nella leggenda. “La mia partita più bella è senza dubbio la semifinale del Roland Garros ’76 contro Dibbs, anche meglio della vittoria in finale, mi entrava tutto. La più brutta invece non saprei sceglierla, perché ne ho giocate troppe, però posso indicarvi la più stupida, quella persa nei quarti di Wimbledon ’79 contro Dupre: un calo di tensione che ancora oggi non riesco a spiegarmi, ero convinto che sarei arrivato in finale“.

Attore (per lui cameo ne “La Profezia dell’Armadillo“, tratto da una graphic novel di Zerocalcare), libero cittadino e capofamiglia; lo sguardo sereno e la lingua tagliente, come sempre. “Vivo a Treviso per questioni di cuore ma il cuore, sempre lui, è rimasto a Roma, la città più bella del mondo anche con le buche, che ci sono sempre state. Quello che mi dà fastidio è la sporcizia che la inquina. Impressionante“. Il resto è tempo libero, da sportivo in pantofole (“Ho smesso anche di correre in macchina, dopo i sessantacinque anni non ti rinnovano la licenza) a nonno (“Un’esperienza fantastica, soprattutto perché tutti i problemi sono dei genitori!“). Incorreggibile Adriano.

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Djokovic: “Chapeau a Medvedev, sempre più forte. Ora guardo a New York”

Le dichiarazioni post match di Djokovic dopo la sconfitta con Medvedev: “Ho perso con un avversario sempre più forte. Sta facendo tutto bene. Ora mi concentro sullo US Open”

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È il grande momento di Daniil Medvedev. Il russo, classe 1996 e attuale n. 8 ATP, ha dimostrato ancora una volta grande tempra e capacità di reazione, il tutto con il solito profilo basso. Dopo le finali disputate a Washington e Montreal, il moscovita si regala anche quella di Cincinnati battendo in rimonta il n. 1 del mondo Novak Djokovic 3-6 6-3 6-3. Ora si contenderà il titolo con il belga David Goffin, giunto alla sua prima finale in un Masters 1000. Il serbo, che difendeva il titolo al Citi Open, ha riconosciuto la grande prestazione dell’avversario:

“Ha giocato davvero molto bene”, ha detto Novak, “forse nel terzo set, quando ho subito il break, avrei potuto fare meglio, ma quando l’avversario serve a 205 k/h la seconda palla, senza commettere doppio fallo, non resta che togliersi il cappello e complimentarsi con lui. Dal 4-3 del secondo set, ha giocato un tennis incredibile. Non potevo fare granché”.

È la seconda vittoria del russo contro Nole su cinque scontri diretti. La prima è avvenuta quest’anno nei quarti di Montecarlo dopo che il serbo lo aveva battuto in quattro set all’Australian Open. In che modo Medvedev ha migliorato il proprio gioco? “Dall’Australian Open ha migliorato molto il dritto” riconosce Djokovic, “così come gli spostamenti in campo. Ha sempre servito bene. Mi è capitato raramente di avere di fronte un giocatore che riuscisse a servire praticamente due prime palle in modo costante nel match. Sta andando nella giusta direzione ed è per questo che ha successo“.

 

Con l’uscita da Cincinnati in semifinale, ora il campione uscente dello US Open (Djokovic ha vinto tre volte il major americano, nel 2011, 2015 e 2018), si concentrerà sulla difesa del titolo a New York: “Nonostante la sconfitta, ci sono cose molto positive nel mio gioco. Ho perso contro un avversario che ha giocato benissimo. Ora andrò a New York e mi allenerò per una settimana. Vogio essere pronto per lo US Open“.

Come dicevamo, in finale il russo se la vedrà con David Goffin, ex n. 7 ATP e ora n. 19 del ranking. Il belga è alla sua prima finale di un torneo ‘1000’, la seconda del 2019, dopo quella persa ad Halle contro Roger Federer. In caso di vittoria, Daniil salirebbe alla 5a posizione in classifica.

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Giustino: “Chi gioca solo i Challenger non vede un euro”

Impegnato al Challenger di Manerbio, il tennista napoletano rivela di aver accettato la proposta di candidatura per l’ATP Player Council e si fa carico della crociata per una più equa distribuzione dei premi: “Troppi soldi a pochi giocatori, gli altri muoiono di fame”

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Lorenzo Giustino - ATP Challenger Manerbio 2019 (foto Carlo Monterenzi)

La tribuna politica non è di quelle che garantiscono grande audience, ma il messaggio è partito. Lorenzo Giustino, napoletano classe 1991, insegue la top 100 passando dal Challenger di Manerbio. E proprio dal torneo lombardo avanza la sua candidatura per un ruolo di rilievo nella politica tennistica: “Mi hanno chiesto disponibilità a candidarmi nell’ATP Players Council e ho detto di sì, vediamo cosa succederà“. L’organo di rappresentanza dei giocatori sta vivendo un periodo movimentato, dopo il disimpegno del fronte d’opposizione maturato nella riunione pre-Wimbledon (di cui potete trovare qui un resoconto dettagliato) e concretizzatosi nelle dimissioni di Vallverdu, Haase, Jamie Murray e Stakhovsky.

Le questioni economiche tengono sempre banco, con diverse sfumature: proprio in questi giorni dal Canada è stato Vasek Pospisil – membro del Council – ad aprire un ragionamento ad ampio raggio sulla gestione del montepremi dei tornei più importanti e sullo status dei giocatori, a suo dire ormai assimilabile a quello di “dipendenti” dell’ATP e non più di liberi professionisti.

ORGOGLIO CADETTO Il fronte caro a Giustino è invece quello più popolare: la difesa dei tennisti da Challenger, sotto i punti di vista (che viaggiano in parallelo) delle opportunità di partecipazione al circuito maggiore e del trattamento economico. C’è in ballo – come sostenuto dall’azzurro e anche da tanti altri professionisti di medio livello – un problema di sostenibilità della carriera. “Non è tanto una questione di ranking – ha dichiarato in una nota diffusa dall’ufficio stampa del Trofeo Dimmidisì – puoi essere anche numero 120, ma se hai giocato gli Slam e nel circuito ATP sei a posto. Se giochi soltanto i Challenger invece non vedi un euro. Nel tennis si è creata un’idea secondo cui vali solo se sei top-100, altrimenti sei negato. Non mi piace: sono convinto che se i giocatori da Challenger avessero ogni settimana una wild card per i tornei ATP, vincerebbero tranquillamente le loro partite”.

DIVARIO (ANCHE) SOCIAL – La questione si ripercuote direttamente sulla distribuzione dei premi in denaro: “I tour manager ATP dicono che l’ATP è un’azienda che vuole aumentare il proprio valore, e sostengono che sia complicato dare più soldi ai Challenger se non producono. Il problema è che loro sono i primi a creare una barriera tra l’ATP Tour e il circuito cadetto. Dovrebbe esserci una comunicazione più omogenea – sostiene il numero 130 del mondo – non è possibile che la pagina Instagram dell’ATP abbia un milione e mezzo di follower, mentre quella dei Challenger appena 237. La mia idea è che il prodotto tennis non funziona bene: si danno troppi soldi a pochissimi giocatori, mentre gli altri muoiono di fame. Prendi gli Slam: messi insieme, fanno quasi lo stesso numero di spettatori della Champions League… non è possibile che i giocatori siano poveri“.

 

CONTI IN ROSSOL’ultimo appello chiama in causa anche le modalità di pubblicazione dei prize money sul sito ATP:Viene mostrata la cifra lorda – conclude Giustino – ma non corrisponde in nessun modo al vero: tra tasse e spese vive rischi di andare in passivo. Quando ero piccolo, mio padre ha investito 100.000 euro per me. A un certo punto sono finiti e mi ha detto: ‘Se vuoi giocare a tennis, devi andare a lavorare’. E così è stato”.

Si ringrazia l’Ufficio Stampa del Trofeo Dimmidisì

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Cecchinato: “Chi non credeva in me ha fatto presto a fare le valigie. Per fortuna!” [AUDIO]

ESCLUSIVA – Dopo la sconfitta con Schwartzman, Marco appare comunque fiducioso. Contento del nuovo team, si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa

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da Montreal, il nostro inviato

Cecchinato lotta ma perde di misura

Dalla tribuna, l’impressione è stata che ci sia mancato un nulla, hai anche fatto meglio in tutte le statistiche… una partita così va presa come un punto di risalita, per quanto uno ovviamente rosichi!
Sì, nelle ultime partite sono sempre stato sopra, con Delbonis, Chardy, ora con uno che ha appena vinto un ATP, un top-20… il livello c’è, di sicuro mi manca fiducia, e si vede nelle palle break, nei momenti in cui si deve chiudere. Oggi la partita fa rosicare tanto, però è solo un momento, secondo me appena scatta quel click che vinco una o due partite posso ritornare a essere tranquillo, ad avere il livello dell’anno scorso.

 

Di fianco si vede bene dove stanno i giocatori, e lui era sempre in difesa, la partita la facevi tu.
Sì, ero sopra di livello, comandavo lo scambio. Ora sono ritornato a lottare, sono presente, ho passato un periodo difficile. Anche cambiare allenatore è difficile, come vedi ci sono state tante sconfitte. Adesso sono fiero di avere questo team al mio fianco, veramente unito, con Uros Vico, col mio preparatore da sette anni, col mio manager che non è solo quello. Sono presenti, sono fiduciosi, positivi nel momento di difficoltà, a differenza di qualcun altro che ha fatto presto a fare le valige e andare via. Quindi sono contento di avere delle persone al mio fianco che credono in me, stiamo facendo un buon lavoro per tornare ad alti livelli.

Beh, Uros Vico faceva tipo la telecronaca durante la partita, ero seduto vicino a lui, ed era estremamente presente, si faceva sentire continuamente. Ti piace questo approccio?
Sì, mi trovo bene, è molto positivo, presente, carico, ha voglia di uscire da questo tunnel come tutto il mio team. Non è stato ad Amburgo, dove ho avuto tre match point, non è stato a Kitzbuhel, dove ho avuto tanti set point, non è stato qui a Montreal, ma l’importante è avere il livello, non ho disimparato a giocare a tennis, sono numero 60 del mondo, non 200, come ti dicevo mancano solo una o due partite, manca solo la vittoria per tornare ad alto livello.

Come gestisci la transizione dalla terra al cemento?
Beh, finito la terra a Kitzbuhel una settimana fa, e adesso ero già sopra di livello a Schwartzman su questi campi, ormai il cemento non è più l’incubo di due anni fa, mi è bastata una settimana di allenamenti e si sono visti i risultati. Ok non ho vinto la partita, ma ero in vantaggio contro un giocatore in fiducia, che ha vinto tantissime partite quest’anno, quindi anche sul cemento posso stare alla pari con questi giocatori. Manca solo la vittoria, non manca altro, sto bene mentalmente e fisicamente, ho di fianco persone che credono in me. E per fortuna, ci tengo a sottolinearlo, quelle che non credevano più in me sono andate via. Ci divertiremo ancora tanto.

Cosa significa il logo MC13 che hai sulla tuta?
È il mio logo, con le iniziali e il mio numero fortunato!

Un’ultima cosa, più sul quadro generale. La prima volta che abbiamo parlato, allo US Open 2016, ti eri qualificato grazie a una bellissima primavera di challenger. Hai perso con Mardy Fish, no?
Sì!

Ecco, per te era un gradino, ma ora è lontano. In questi due tre anni è successo di tutto. Come rivedi questo tuo percorso, chi è Cecchinato ora rispetto a quello che era emozionato di giocare il suo primo US Open?
Mi sono messo in gioco sul cemento, superficie che non conoscevo, ho fatto tanti tornei, dove ci sono state tante sconfitte, ma comunque ne sono uscito anche quella volta lì. E ora sul cemento ho tante vittorie, l’ho dimostrato l’anno scorso, a Pechino, a Shanghai, quindi Marco Cecchinato si mette sempre in gioco, ci sto mettendo la faccia, perché otto sconfitte negli ultimi otto tornei non è facile. Ritornerò a vincere, ne sono più che convinto rispetto a un mese fa, che era proprio un periodo negativo. Manca solo un po’ di fiducia, e sono convinto che ritornerò a divertirmi in questo circuito, con una classifica che conta.

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