Ai lettori gli auguri più sentiti e un'ipotesi: Ubitennis forse non sarà più tutto gratuito

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Ai lettori gli auguri più sentiti e un’ipotesi: Ubitennis forse non sarà più tutto gratuito

Un pay-wall per potervi dare tutti i nostri servizi. L’exploit solitario di Cecchinato, il best ranking di Fognini non bastano. L’80% dei giornali di qualità non sono più totalmente gratuiti. Scelta di sopravvivenza

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È il momento degli auguri di Natale a voi lettori. Li faccio da 12 anni, prima come blogger di Servizi Vincenti e poi come direttore di Ubitennis che, qualcuno ricorderà, il 10 maggio di quest’anno ha compiuto 10 anni. Ubitennis non è un mio bambino, anche se mia moglie sostiene che lo sia perché è quello cui ho finito per dedicare in assoluto più tempo e impegno, ma è un bambino di tanti. Compresi voi lettori. I collaboratori sono stati tanti; non li ho contati e non li voglio neppure contare perché quelli che ci hanno lasciato a me hanno lasciato un vuoto. Li conto sulle dita di una mano quelli che ho visto andare via senza dispiacermene. Mi sono affezionato, ho condiviso tanti momenti con quelli del primissimo anno, quelli che lo hanno lasciato, quelli che sono subentrati. Tutti hanno dato qualcosa, chi moltissimo, chi molto,  ma io non posso che essere grato anche a quelli che hanno dato poco o comunque meno.

Il premio che abbiamo avuto recentemente dall’AIPS, l’Associazione Internazionale della Stampa Sportiva –anche se non sappiamo ancora se sarà il primo, il secondo o il terzo nell’ambito di una selezione fra 1273 candidature provenienti da 119 Nazioni… ma nella categoria weblog saremo stati all’incirca un centinaio a competere – è comunque un premio che ci deve inorgoglire tutti davvero molto e che non sarebbe mai arrivato se non avessimo avuto tutti voi lettori a sostenerci, in numero sempre crescente. E se non avessi avuto al mio fianco i bravissimi collaboratori che ho avuto, ciascuno con le proprie conoscenze e caratteristiche. Per quanto nel 2018 Ubitennis sia cresciuto passando  da 10 milioni di visite a 11 milioni e – ecco un dato che interessa soprattutto chi volesse promuoversi attraverso il sito – da 22,5 milioni di pagine visualizzate abbia fatto un balzo enorme a 29 milioni (il 30% di incremento è quasi incredibile per chi poteva pensare che non ci fossero quasi margini di crescita… ma io so che ci sono ancora), questi restano numeri che purtroppo fanno solo sorridere la maggior parte degli editori dei siti di calcio.

Il tennis continua a essere purtroppo uno sport minore, almeno fino a quando un nostro giocatore non sarà in grado di imporsi in un torneo dello Slam. O ad arrivare con una certa continuità alle fasi finali. Quest’anno con la semifinale di Cecchinato a Parigi – 40 anni dopo Barazzutti – si è registrato improvvisamente un interesse eccezionale nell’opinione pubblica, ma è durato un paio di settimane o poco più. Già con Wimbledon siamo rientrati nella nostra modesta normalità. Noi abbiamo invece bisogno di trovare quel campione che non abbiamo avuto per 40 anni. Potrebbe essere Matteo Berrettini? O Marco Cecchinato? Forse Fognini potrebbe riuscire a fare quei tre passettini per entrare tra i top 10, ma purtroppo non risolverebbe il problema. Il suo tennis è certamente più divertente rispetto a quello di tanti pedalatori senza fantasia, ma non è immune da difetti – tennistici e non – e il prossimo anno andrà per i 32.

 

Il tennis italiano insomma si tiene a galla e prova a fare anche di più, ma il quadro che ne deriva non è ugualmente in grado di sostenere economicamente come vorrei lo sforzo di chi collabora a tutti i livelli, social (cresciuti anch’essi tantissimo, ma a prezzo di uno sforzo collettivo massiccio), commerciale e più strettamente giornalistico. Quest’anno abbiamo pubblicato 4.422 “elementi” fino al 22 dicembre (e 3139 nella home inglese di Ubitennis.net, quasi altrettanti in quella spagnola). Significa (per la sola italiana) 12,5 articoli al giorno andati on line sul nostro portale, senza contare gli elaborati che sono confluiti sotto un unico titolo (è il caso delle cronache, ma anche di tutti quei giorni in cui quarti di finali, semifinali raccontate in una serie di diversi contributi da parte di più autori, sono state accorpate in un unico articolo) e naturalmente tutto quello che è finito sui social. Vi basti sapere che in pochi anni sul Twitter di Ubitennis (che può contare su 12.000 followers) abbiamo inserito oltre 58.000 tweets; su Facebook ci seguono in oltre 100.000, su Instagram un po’ meno di 5.000, su YouTube un migliaio. Tutte queste ultime attività mi vedono pochissimo presente di persona: è più roba per voi giovani. Ai numeri non sto più dietro. Scrivo, scriviamo, inseriamo talmente tanto materiale che non ricordiamo più neppure tutto quel che abbiamo scritto. Il database si appesantisce, le spese di gestione crescono e non sempre sono “coperte” dagli introiti pubblicitari. Questi sono stati penalizzati anche dalle modificate abitudini di connessione internet degli utenti.

Se fino a pochi anni fa il 70% delle visite provenivano dal desktop (leggi: computer) e il 30% dal mobile (leggi: cellulare e tablet), oggi il rapporto si è letteralmente rovesciato. La conseguenza di tutto ciò è che la pubblicità sul cellulare sembra più invasiva, a chi non sta attento con il dito scatta anche in maniera traditrice, finisce per fare maggior fastidio di una volta all’utente che si difende con l’ad-block. Comunque il lettore la “apre” meno.

Se è vero che su Ubitennis gli utenti più fidelizzati entrano più volte e aprono più pagine (anche perché con la possibilità di scorrerle lateralmente e non solo dall’alto in basso tutto è molto più facile), lo fanno però quasi tutti di fretta. Insomma la durata della permanenza sul sito è mediamente calata sebbene ci siano molti più articoli di una volta da leggere. Ma si legge più alla svelta. L’informazione la si divora. E si pretende, legittimamente, che essa sia sempre più accurata, approfondita. Il che comporta una maggiore professionalità di chiunque rediga e controlli i prodotti redazionali con aggravi di tempi non indifferenti. Il dito sul cellulare scrolla su e giù, da sinistra a destra e viceversa, ma il lettore – quando può – salta la pubblicità a piè pari.

I grandi giornali on line ormai obbligano l’utente a sorbirsi una decina di secondi (o più) di video prima dell’accesso al contenuto. Capirete bene che non sono tempi facili per gli editori digitali. Quando gli utenti leggevano i siti dal computer a lato degli articoli la pubblicità restava sempre ben visibile, ora la fruizione è molto più frammentata e origina con più frequenza spesso dai social; Facebook, ad esempio, è diventato il più grande hub di informazione del mondo e nessun attore nel mondo dell’editoria digitale vi si può sottrarre.

D’altra parte questo trend non stimola certamente chi vorrebbe promuoversi pubblicitariamente e per questo occorre arrangiarsi in modo diverso. Aggiungo che Ubitennis si è fatto vanto da sempre di aver ritenuto giornalisticamente importante seguire con i suoi inviati anche più di 30 tornei l’anno. Alla fine, poiché in molti tornei siamo stati presenti in tre o quattro, sono stati un’ottantina i collaboratori di Ubitennis presenti nei vari tornei.Anche il lavoro di preparazione degli accrediti, il suo data base, ha un costo.  Crescendo così anche i costi delle trasferte, tutto si riflette in una crescente difficoltà operativa. Chiaro che alla lunga tutto incide a indebolire la presenza degli inviati. Ora però non sto qui a farvi tutto il cahier de doleances, che sarebbe noiosissimo per tutti.

Nonostante i progressi accennati, siamo alla ricerca di soluzioni che ci consentano di andare avanti con meno angosce. I giornali americani di qualità hanno all’80% optato per un sistema paywall. Dopo un certo numero di visite mensili gratuite, chi vuole farne di più, o leggere certi contenuti “premium”, deve pagare qualcosa. Anche un costo minimo, magari. Ma non si può più pensare di reggere una piccola impresa ‘regalando’ tutto il lavoro sempre più complesso che sta dietro a un giornale online. La pubblicità diretta che arriva dai Google Adsense o prodotti similari è rapportata al traffico, ma produce noccioline. Stiamo valutando se prendere la via del “metered” Pay-Wall, un pay-wall moderato. Essa comporterebbe un grosso rischio e una possibile perdita di contatti per tutti coloro i quali, una volta esaurito il bonus di articoli gratuiti, non vorranno sottoporsi alle forche caudine della registrazione e del piccolo pagamento.

Ci rendiamo conto della difficoltà anche psicologica che frenerebbe molti. Sebbene oggi soprattutto le giovani generazioni si siano abituate a comprare molto con l’e-commerce, con Amazon, eBay, Itunes, sappiamo bene che l’Italia sotto questo profilo è lontana anni luce rispetto agli Stati Uniti. Ma dopo dieci anni è arrivato anche il momento di capire se lo zoccolo duro dei lettori di Ubitennis è sufficientemente fidelizzato da affrancarsi da quel blocco psicologico oppure no. Ho parlato di blocco psicologico e organizzativo più che di un freno economico, perché l’esborso economico sarebbe certamente modesto. Quanto esattamente ancora non so, si dovrà valutare attentamente. Al momento abbiamo riscontrato che sono almeno 10.000 i lettori (su punte di 70.000) che aprono Ubitennis più di 15 volte al mese. Quelli dovrebbero essere i nostri lettori più fidelizzati e – speriamo – disponibili a sostenerci affrontando una minima spesa. Non abbiamo un’idea precisa dell’importo: se fosse un euro al mese?

Mi spiace se qualcuno se ne avrà a male, ma il rapporto fra Ubitennis e i lettori deve essere franco, schietto, come lo è sempre stato.

Per il momento il nostro interesse è sondare il terreno, sebbene sarebbe prematuro trarre indicazioni definitive dai vostri commenti. Se intanto i lettori che ci seguono con affetto e ci vogliono bene ci dicessero se hanno intenzione di sostenerci  (o anche no, con le relative motivazioni) forse cominceremmo ad avere una minima indicazione. Purtroppo comunque non decisiva perché non è detto che la risposta arrivi in numeri congrui. A chiunque ci darà una risposta, qui sotto o anche inviando una mail a direttaubitennis@gmail.com (qualora il vostro parere sia più esteso), noi saremo non grati, ma gratissimi. Ribadisco che per ora siamo allo stadio del progetto.

Siamo forse diventati una realtà di un certo rilievo per tutti quelli che non hanno mai voluto guarire da questa bella malattia che chiamiamo tennis. Sono 10 anni di sacrifici per tanti di noi, intrecciati con i successi raccolti e alcuni obiettivi raggiunti, in un costante processo di crescita continua. Ubitennis ha sempre cercato di mantenere la sua identità e di ospitare ogni voce. 

In un altro articolo, che potrebbe assomigliare più a una letterina a Babbo Natale piuttosto che a un riassunto del 2018 e le scuse di rito… se qualche volta siamo stati cattivi!,  ricostruirò un po’ quello che ci ha riservato questo 2018, con Federer e Nadal che hanno continuato a stupire nella prima metà dell’anno, con la quasi incredibile resurrezione di Djokovic nel secondo semestre fino a chiudere l’anno per la quinta volta da n.1, con le ragazze che con Serena fuori gioco per la maternità hanno continuato ad avvicendarsi sul podio degli Slam – otto diverse regine negli ultimi due anni! – con le buone notizie in campo maschile per il tennis italiano – sei vittorie in tornei ATP, 3 di Fognini, 2 di Cecchinato, 1 di Berrettini – con le notizie meno buone giunte dal tennis femminile… ma quest’ultima cosa era abbastanza scontata dopo la “scomparsa” agonistica del quartetto Schiavone, Pennetta, Vinci e Errani… sebbene quella di Sara potrebbe essere augurabilmente solo temporanea.

Ubitennis ha continuato a istruire nuove leve verso il giornalismo e spero che possa continuare a farlo. Un amico molto esperto nel campo delle risorse umane mi ha promesso che mi darà una mano per esaminare le varie proposte di collaborazione (alcune ferme dal luglio scorso…, scusateci), per gestirle assegnando alcuni incarichi rispetto alle competenze segnalate. Ho saputo poco prima dell’estate che il mio vice primario, Carlo Carnevale – che naturalmente ringrazio con tutto il cuore per quanto ha fatto in questi due anni in cui ha dovuto coordinare molte cose fino a scrivere sempre meno (capita anche a me e ne soffro) – ci avrebbe lasciato a fine anno (quantomeno nel suo ruolo), così da rendere necessaria una riformulazione interna dell’organigramma.

Come ho già avuto modo di dire in passato sono consapevole del fatto che starmi vicino richieda anche una buona dose di pazienza.  Ringrazio tutti i lettori che continuano a darci fiducia, aspetto con fiducia vostre indicazioni riguardo al pay-wall, e a tutti i consigli che riterrete opportune mandarci per aiutarci a far sì che Ubitennis sia sempre più il Vostro sito. Auguri affettuosi a tutti,  proprio a tutti…in attesa di ricevere un vostro feedback tra un pandoro (o un panettone, non voglio entrare anche in questa disputa!) e l’altro.

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ATP

Federer firma la decima ad Halle, Goffin dura solo un set

Lo svizzero vince il titolo numero 102 della carriera in Germania, il 19esimo su erba. Sarà testa di serie numero a Wimbledon

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Roger Federer - Halle 2019 (foto via Twitter, @ATPHalle)

[1] R. Federer b. D. Goffin 7-6(2) 6-1 (da Halle, il nostro inviato)

Roger Federer entra nel ristrettissimo club (due soli soci) di quelli che hanno vinto un torneo almeno 10 volte nell’Era Open. 10 Halle per Roger, 11 Montecarlo, 11 Barcellona e 12 Roland Garros per Nadal. La finale ha deluso, perché Goffin non ha ripetuto la grandi prove di venerdì contro Zverev e di sabato contro Berrettini. La formidabile risposta di ieri è rimasta nello spogliatoio, ma il merito è anche di Federer, che a differenza del giovane azzurro ha un servizio molto più vario e oggi ha incantato con questo fondamentale, impedendo sistematicamente la lettura all’avversario.

David ha giocato un primo set alla pari, ma i numerosi errori specie col dritto si sono manifestati anche nel tie-break, perso nettamente (7-2). Il servizio perso subito dopo nel soffertissimo gioco d’apertura del secondo set l’ha smontato mentalmente, dando via libera a Roger, oggi non molto spettacolare ma dannatamente efficace e vincente. Grazie a questo successo lo svizzero sarà testa di serie numero 2 a Wimbledon, scavalcando Nadal nella speciale classifica che tiene conto dei risultati su erba.

IL MATCH -Il venticello che ieri in alcuni momenti era anche bello frizzantino è già un lontano ricordo. Torna il forte caldo ma il pubblico assisterebbe alla finale con Federer con qualsiasi temperatura. Sulle note della vera colonna sonora di questi Noventi Open (quel Seven Nation Army dei The White Stripes che batteva a tempo con le palpitazioni dei nostri cuori ai Mondiali di Germania 2006) il primo a essere annunciato ed entrare in campo è Carlos Bernardes, anche lui accolto quasi come una rock star. Ovvio che il boato per i due protagonisti sia ben più fragoroso, con la standing ovation che dalla tribuna stampa amiamo sempre tanto, visto che ci impedisce di goderci l’entrata in scena di Roger Federer e David Goffin.

 

Oggi la risposta di David sembra ben al di sotto di quella monumentale di ieri contro Berrettini, ma è per merito della varietà del servizio svizzero efficace sia al centro sia in slice esterno. Sul 2 pari però il belga torna sui livelli di ieri e indovina risposte sontuose. Due pesanti gratuiti di dritto in rete costringono il nove volte campione qui ad annullare tre palle break, stavolta con la complicità di Goffin, che sbaglia a sua volta due dritti (grave il dritto in lungo linea sul 30-40). Il gioco dura 12 punti ma alla fine il campione di 20 Major ne esce indenne. Nel successivo turno di servizio Roger va sotto 0-30 ma rimedia alla grande con servizi vincenti sempre diversi.

Quando è il belga a trovarsi 0-30 sul 5 pari dopo aver fallito malamente una volée banale, tutto fa pensare che il suo dritto deficitario gli faccia perdere il servizio, ma David reagisce bene e rimanda la contesa al tie-break. Sono passati 47 minuti ma il tie-break ne dura solo 5: Goffin è troppo falloso col dritto, mentre al servizio Federer è molto più efficace dell’avversario e così non c’è storia, ma sarebbe criminale non sottolineare la siderale demivolée di rovescio a seguito del servizio di Re Roger.

È un duro colpo per l’ex top ten belga, ma il primo game del secondo set, sul suo servizio, sarà per lui una caienna. Le braccia allargate come a dire ‘non ne metto più una di làmanifestano il suo disagio, ma dopo aver annullato due break-point arriva il secondo doppio fallo del game e la terza palla break da annullare. Federer chiede il falco perché vede out la prima di Goffin che ha preso il net e vince la sfida contro la sua bestia nera non maiorchina (Mr Hawk-eye). Giocare la seconda è l’ultima cosa che vorrebbe il ventottenne belga, che cede alla pressione mentale e commette il terzo doppio fallo. A quel punto la tensione la può scaricare gettando via la racchetta, ma il danno è fatto. Anche se tiene il servizio successivo, David è quasi del tutto uscito dal match e sul 3-1 Federer subisce il secondo break: un dritto in chop lunghissimo sancisce di fatto la sua sconfitta.

Federer chiude la pratica e solleva al cielo il decimo trofeo di Halle della sua sempre più sconfinata bacheca, che ora conta 102 titoli, mentre il pubblico applaude in visibilio e si accalca – ma sempre con molto ordine – verso le file più vicino al campo per procacciarsi più che l’autografo la firma, firma d’oro, è firma di Re.

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WTA

Barty si prende il trofeo di Birmingham e il n.1

L’australiana salva un set point nel secondo parziale e supera Goerges per il terzo titolo su tre superfici diverse. Da lunedì sarà in vetta al ranking WTA

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[2] A. Barty b. [8] J. Goerges 6-3 7-5

Ashleigh Barty è la nuova numero uno del mondo. Dopo il primo titolo Slam, conquistato un paio di settimane fa al Roland Garros, la vittoria nel WTA Premier di Birmingham in finale contro Julia Goerges le consegna anche la vetta del ranking. Un traguardo ampiamente meritato per quanto fatto vedere in questa prima metà di 2019, nella quale Barty ha stupito per continuità e adattabilità a tutte le superfici. Il torneo inglese è il terzo vinto in stagione dall’australiana dopo le affermazioni sul cemento di Miami e, ovviamente, sulla terra rossa di Parigi. In totale sale a cinque il numero dei trofei custoditi nella sua bacheca.

Barty scalza dunque Naomi Osaka, prima della classe da 21 settimane, e diventa la 27esima numero uno da quando per la prima volta fu stilata una classifica delle migliori giocatrici del mondo, nel novembre del 1975. Allora fu Chris Evert a sedere per prima sul trono del tennis femminile, seguita a ruota dall’unica altra australiana capace di issarsi in cima al ranking, anche se solo per due settimane, ovvero Evonne Goolagong. Il regno di Barty è presumibilmente destinato a durare più a lungo, se il livello di gioco messo in mostra negli ultimi mesi la sosterrà. Oltre al tennis vario ed elegante sorprende la forza mentale della 23enne di Ipswich, che le ha permesso di trionfare anche nella finale odierna. In una giornata in cui tecnicamente non era proprio straripante, Barty ha vinto grazie alla maggiore costanza, che le ha permesso di assorbire gli urti degli alti di Goerges e di approfittare dei suoi (numerosi) bassi.

 

In avvio di match, sembrava infatti che la tedesca fosse padrona della situazione. Impeccabile al servizio e da subito pungente in risposta (due palle break mancate nel primo gioco dell’incontro), Goerges si è però accartocciata nel quinto game che le è di fatto costato il primo set. Nel secondo parziale, Barty ha avuto l’occasione di mettere in ghiaccio la situazione sin da subito, ma dopo aver sciupato due palle break ha dovuto fare i conti con la rinnovata aggressività e precisione di Goerges. La tedesca ha cominciato a mettere i piedi in campo sin dalla risposta, mietendo vincenti da entrambi i lati del campo. Sul 3-1 però un altro black out ha permesso a Barty di impattare sul 3-3.

Le fasi finali del set sono state piuttosto concitate: prima Barty ha perso l’occasione di andare a servire per il match sul 4-4, poi ha concesso addirittura un set point nel decimo game (annullato con l’ace) e infine è riuscita ad ottenere l’agognato break grazie ad un altro brutto game al servizio giocato da Goerges. Chiudere il match è stata una formalità per una Barty in missione, che nella valigia per Wimbledon metterà, oltre alla salsiera ornata di nastri giallo-verdi di Birmingham, anche tanta fiducia, una striscia aperta di dodici vittorie consecutive e la certificazione di essere ufficialmente la migliore giocatrice del mondo.

LE NUMERO 1 WTA DAL 1975

1 USAChris Evert
2 AUSEvonne Goolagong
3 USAMartina Navratilova
4 USATracy Austin
5 FRGSteffi Graf
6 YUGMonica Seles
7 ESPArantxa Sánchez
8 SUIMartina Hingis
9 USALindsay Davenport
10 USAJennifer Capriati
11 USAVenus Williams
12 USASerena Williams
13 BELKim Clijsters
14 BELJustine Henin
15 FRAAmélie Mauresmo
16 RUSMaria Sharapova
17 SRBAna Ivanovic
18 SRBJelena Janković
19 RUSDinara Safina
20 DENCaroline Wozniacki
21 BLRVictoria Azarenka
22 GERAngelique Kerber
23 CZEKarolína Plíšková
24 ESPGarbiñe Muguruza
25 ROUSimona Halep
26 JPNNaomi Osaka
27 AUS Ashleigh Barty

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Editoriali del Direttore

A Juan Martin del Potro l’Oscar della sfortuna. Ce la farà a risorgere?

Cinque operazioni chirurgiche e molti più stop avrebbero messo KO chiunque. Ma l’argentino è tipo che non si arrende. Non c’è, nel circuito, chi non gli voglia bene. E noi di Ubitennis pure

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Juan Martin del Potro - US Open 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Certo che al mondo c’è gente più sfortunata. E certamente anche fra i tennisti che non sono riusciti a sfondare. Ma fra quelli che invece certe soddisfazioni, di successi, di ranking, di soldi, beh Juan Martin del Potro è certo uno dei più… ‘sfigati’ (mi passino il termine anche i tanti leoni da tastiera e Clerici in pectore che scrivono commenti su questo sito pretendendo di dare lezioni di italiano al colto e all’inclita, di insegnare tennis, di diffondere genialità a tutto il resto del mondo, ammantandosi talvolta di finta, ipocrita modestia oppure salendo in cattedra con insopportabile arroganza e prosopopea).

Affibbiategli l’aggettivo che preferite, ma il fatto è uno solo: lo sfortunato Juan Martin si è rotto di nuovo. Al ginocchio stavolta. E dovrà affrontare una quinta operazione. Non si sa nemmeno se per tornare a giocare a tennis oppure più semplicemente per tornare a camminare e a vivere da persona non colpita da zoppia.

Juan Martin del Potro – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Fino al 2020 di tennis di sicuro non se ne parla. Essere alti un metro e 98, avere ossa fini, alle gambe lunghe come pertiche, ai polsi logorati dalle terribili frustate che Delpo tira fin da molto prima di essere diventato la Torre di Tandil, gli sta facendo pagare un prezzo indubbiamente assai caro. Quante volte si è dovuto fermare, ha dovuto ricominciare da capo? Riprendere a combattere di nuovo o rassegnarsi? Questo il suo continuo dilemma scespiriano. Si potrebbe scrivere che i suoi infortuni non fanno più notizia. E invece la fanno, perché non c’è aficionado che non lo abbia in simpatia. Che non tifi per lui quando abbandona i ferri del chirurgo, il letto di un ospedale, le cliniche e le palestre del recupero ogni volta più sofferto, complesso, difficile.

 

Nell’autunno del 2018, grazie all’eccellente US Open, era riuscito ad issarsi al terzo posto, si ipotizzava addirittura un possibile assalto alla leadership mondiale sempre detenuta da uno dei soliti Fab, ma anche lì, ad ottobre, ecco uno scivolone e addio rotula destra. Quante volte ormai l’abbiamo sentito ripetere frasi tristemente simili: “È un duro colpo, mi lascia senza forze, non so in questo momento se ce la farò a riprendermi, a tornare a giocare”.

In questo momento? Ma sono stati almeno cinque, quante le operazioni, quei momenti – tre gli interventi al polso sinistro (24 marzo 2014, 20 gennaio 2015, 18 giugno 2015) e uno a quello destro (4 maggio 2010). Senza ripensare a tutti quei momenti in cui lo spettro dell’operazione veniva allontanato nella speranza di poterla scansare. Ma, alla fine, sempre perdendo la battaglia. E poi però vincendola, determinato e testardo come un mulo. Irriducibile. Non ho mai avvertito, da parte degli altri tennisti, forti e meno forti, altrettanta solidarietà quanto quella mostrata a Delpo.

Juan Martin del Potro – US Open 2018 (foto via Twitter, @usopen)

“Ho chiesto ai medici cosa avrei dovuto fare, pensando alla mia salute, non al tennis. Tutti mi hanno consigliato l’intervento chirurgico. Non c’era altra scelta possibile. Evvai, si ricomincia!”.

Guillermo Vilas, che sta purtroppo malissimo, non è mai riuscito a sopportare l’ingiustizia di non essere diventato n.1 del mondo nel ’77 quando vinse due Slam e un Masters infilando strisce impossibili di vittorie sui campi rossi. Juan Martin è stato certamente il tennista argentino più forte degli ultimi 40 anni e quello che più di chiunque si è avvicinato al trono del tennis mondiale, anche se di Slam ne ha vinto uno solo e ha centrato solo una finale e quattro semifinali.

Non ha ancora 31 anni, li compirà il 23 settembre, ma di lui già si può dire che è stato un “increible luchador”. Nel 2016, uscito dai primi 1000 giocatori ATP, è stato capace di risollevarsi dall’inferno per risalire fino all’undicesimo posto dopo avere giocato un memorabile torneo olimpico a Rio, quando fece piangere al primo turno Djokovic e in semifinale Nadal, conquistando una medaglia d’argento che per poco non fu d’oro, tanto rese dura la vita a Andy Murray. In quell’anno della Resurrezione, in cui vinse anche il torneo di Stoccolma, riuscì anche a coronare il sogno di un intero Paese, quello argentino, che non aveva mai visto i propri eroi – neppure ai tempi illuminati da Vilas e Clerc – trionfare in Coppa Davis a dispetto di varie finali. Accadde in Croazia, a Zagabria, quando rimontò due set di handicap a Marin Cilic in un’atmosfera che certamente con la nuova brutta copia della Davis non vivremo più.

Juan Martin del Potro – Olimpiadi Rio 2016 (foto Ray Giubilo)

Forse nessuno ha mai avuto un dritto più poderoso, pesante, schioccante, di Delpo. È stato capace di tirarlo da tutte le posizioni, su palle basse come su palle alte sulle quali si è avventato come una furia, per scagliarli in tutti gli angoli. Il suo ultimo grande match a Roma contro Djokovic, con quel matchpoint a fine secondo set in cui fu tradito proprio dal suo colpo migliore, non potrà essere dimenticato da chiunque abbia avuto la ventura di assistervi.

Capirei benissimo se Juan Martin dicesse adesso “no mas” come Mano de Piedra Duran con Sugar Ray Leonard, però spero di non sentirglielo dire mai. Il suo tennis, la sua storia non lo meritano. Chissà quanti successi avrebbe potuto cogliere, dopo quello straordinario ed illusorio US Open 2009, se non fosse incappato in tutta questa implacabile, davvero impietosa serie di infortuni.

Mentre i successi di Matteo Berrettini mi lasciano finalmente sognare qualcosa di grande per il tennis italiano anche sull’erba quasi sempre indigesta di Wimbledon – e se non sarà quest’anno, sarà magari l’anno venturo o uno dei prossimi –, senza essere argentino consentitemi di sognare anche l’ennesimo recupero del giocatore di Tandil, perché davvero non vorrei che la sua carriera finisse così. L’ho sempre ammirato come giocatore, ma l’ho sempre considerato anche una bella persona. E non mi sentirei di dire la stessa cosa per molti dei suoi colleghi. Che però, a onor del vero, nei confronti di Juan Martin hanno sempre manifestato stima, affetto, solidarietà, simpatia.

L’abbraccio tra Juan Martin del Potro e Rafa Nadal al termine della splendida sfida di Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

I numeri di Delpo

  • 30 anni (Tandil, 23 settembre 1988)
  • 22 titoli in carriera, tra cui 1 Slam (US Open 2009) e un 1000 (Indian Wells 2018)
  • 1 medaglia d’argento alle Olimpiadi di Rio 2016 e una medaglia di bronzo a Londra 2012
  • un trionfo in Coppa Davis nel 2016
  • 13 finali perse, tra cui 1 a livello Slam (US Open 2018), 3 a livello 1000 (Rogers Cup 2009, Indian Wells e Shanghai nel 2013) e una finale Masters nel 2009
  • 25,857,515 dollari di montepremi
  • best ranking di numero 3 del mondo (13 agosto 2018)
  • record in carriera: 438 vittorie e 173 sconfitte

Qualche link dal nostro archivio

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