Ai lettori gli auguri più sentiti e un'ipotesi: Ubitennis forse non sarà più tutto gratuito

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Ai lettori gli auguri più sentiti e un’ipotesi: Ubitennis forse non sarà più tutto gratuito

Un pay-wall per potervi dare tutti i nostri servizi. L’exploit solitario di Cecchinato, il best ranking di Fognini non bastano. L’80% dei giornali di qualità non sono più totalmente gratuiti. Scelta di sopravvivenza

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È il momento degli auguri di Natale a voi lettori. Li faccio da 12 anni, prima come blogger di Servizi Vincenti e poi come direttore di Ubitennis che, qualcuno ricorderà, il 10 maggio di quest’anno ha compiuto 10 anni. Ubitennis non è un mio bambino, anche se mia moglie sostiene che lo sia perché è quello cui ho finito per dedicare in assoluto più tempo e impegno, ma è un bambino di tanti. Compresi voi lettori. I collaboratori sono stati tanti; non li ho contati e non li voglio neppure contare perché quelli che ci hanno lasciato a me hanno lasciato un vuoto. Li conto sulle dita di una mano quelli che ho visto andare via senza dispiacermene. Mi sono affezionato, ho condiviso tanti momenti con quelli del primissimo anno, quelli che lo hanno lasciato, quelli che sono subentrati. Tutti hanno dato qualcosa, chi moltissimo, chi molto,  ma io non posso che essere grato anche a quelli che hanno dato poco o comunque meno.

Il premio che abbiamo avuto recentemente dall’AIPS, l’Associazione Internazionale della Stampa Sportiva –anche se non sappiamo ancora se sarà il primo, il secondo o il terzo nell’ambito di una selezione fra 1273 candidature provenienti da 119 Nazioni… ma nella categoria weblog saremo stati all’incirca un centinaio a competere – è comunque un premio che ci deve inorgoglire tutti davvero molto e che non sarebbe mai arrivato se non avessimo avuto tutti voi lettori a sostenerci, in numero sempre crescente. E se non avessi avuto al mio fianco i bravissimi collaboratori che ho avuto, ciascuno con le proprie conoscenze e caratteristiche. Per quanto nel 2018 Ubitennis sia cresciuto passando  da 10 milioni di visite a 11 milioni e – ecco un dato che interessa soprattutto chi volesse promuoversi attraverso il sito – da 22,5 milioni di pagine visualizzate abbia fatto un balzo enorme a 29 milioni (il 30% di incremento è quasi incredibile per chi poteva pensare che non ci fossero quasi margini di crescita… ma io so che ci sono ancora), questi restano numeri che purtroppo fanno solo sorridere la maggior parte degli editori dei siti di calcio.

Il tennis continua a essere purtroppo uno sport minore, almeno fino a quando un nostro giocatore non sarà in grado di imporsi in un torneo dello Slam. O ad arrivare con una certa continuità alle fasi finali. Quest’anno con la semifinale di Cecchinato a Parigi – 40 anni dopo Barazzutti – si è registrato improvvisamente un interesse eccezionale nell’opinione pubblica, ma è durato un paio di settimane o poco più. Già con Wimbledon siamo rientrati nella nostra modesta normalità. Noi abbiamo invece bisogno di trovare quel campione che non abbiamo avuto per 40 anni. Potrebbe essere Matteo Berrettini? O Marco Cecchinato? Forse Fognini potrebbe riuscire a fare quei tre passettini per entrare tra i top 10, ma purtroppo non risolverebbe il problema. Il suo tennis è certamente più divertente rispetto a quello di tanti pedalatori senza fantasia, ma non è immune da difetti – tennistici e non – e il prossimo anno andrà per i 32.

 

Il tennis italiano insomma si tiene a galla e prova a fare anche di più, ma il quadro che ne deriva non è ugualmente in grado di sostenere economicamente come vorrei lo sforzo di chi collabora a tutti i livelli, social (cresciuti anch’essi tantissimo, ma a prezzo di uno sforzo collettivo massiccio), commerciale e più strettamente giornalistico. Quest’anno abbiamo pubblicato 4.422 “elementi” fino al 22 dicembre (e 3139 nella home inglese di Ubitennis.net, quasi altrettanti in quella spagnola). Significa (per la sola italiana) 12,5 articoli al giorno andati on line sul nostro portale, senza contare gli elaborati che sono confluiti sotto un unico titolo (è il caso delle cronache, ma anche di tutti quei giorni in cui quarti di finali, semifinali raccontate in una serie di diversi contributi da parte di più autori, sono state accorpate in un unico articolo) e naturalmente tutto quello che è finito sui social. Vi basti sapere che in pochi anni sul Twitter di Ubitennis (che può contare su 12.000 followers) abbiamo inserito oltre 58.000 tweets; su Facebook ci seguono in oltre 100.000, su Instagram un po’ meno di 5.000, su YouTube un migliaio. Tutte queste ultime attività mi vedono pochissimo presente di persona: è più roba per voi giovani. Ai numeri non sto più dietro. Scrivo, scriviamo, inseriamo talmente tanto materiale che non ricordiamo più neppure tutto quel che abbiamo scritto. Il database si appesantisce, le spese di gestione crescono e non sempre sono “coperte” dagli introiti pubblicitari. Questi sono stati penalizzati anche dalle modificate abitudini di connessione internet degli utenti.

Se fino a pochi anni fa il 70% delle visite provenivano dal desktop (leggi: computer) e il 30% dal mobile (leggi: cellulare e tablet), oggi il rapporto si è letteralmente rovesciato. La conseguenza di tutto ciò è che la pubblicità sul cellulare sembra più invasiva, a chi non sta attento con il dito scatta anche in maniera traditrice, finisce per fare maggior fastidio di una volta all’utente che si difende con l’ad-block. Comunque il lettore la “apre” meno.

Se è vero che su Ubitennis gli utenti più fidelizzati entrano più volte e aprono più pagine (anche perché con la possibilità di scorrerle lateralmente e non solo dall’alto in basso tutto è molto più facile), lo fanno però quasi tutti di fretta. Insomma la durata della permanenza sul sito è mediamente calata sebbene ci siano molti più articoli di una volta da leggere. Ma si legge più alla svelta. L’informazione la si divora. E si pretende, legittimamente, che essa sia sempre più accurata, approfondita. Il che comporta una maggiore professionalità di chiunque rediga e controlli i prodotti redazionali con aggravi di tempi non indifferenti. Il dito sul cellulare scrolla su e giù, da sinistra a destra e viceversa, ma il lettore – quando può – salta la pubblicità a piè pari.

I grandi giornali on line ormai obbligano l’utente a sorbirsi una decina di secondi (o più) di video prima dell’accesso al contenuto. Capirete bene che non sono tempi facili per gli editori digitali. Quando gli utenti leggevano i siti dal computer a lato degli articoli la pubblicità restava sempre ben visibile, ora la fruizione è molto più frammentata e origina con più frequenza spesso dai social; Facebook, ad esempio, è diventato il più grande hub di informazione del mondo e nessun attore nel mondo dell’editoria digitale vi si può sottrarre.

D’altra parte questo trend non stimola certamente chi vorrebbe promuoversi pubblicitariamente e per questo occorre arrangiarsi in modo diverso. Aggiungo che Ubitennis si è fatto vanto da sempre di aver ritenuto giornalisticamente importante seguire con i suoi inviati anche più di 30 tornei l’anno. Alla fine, poiché in molti tornei siamo stati presenti in tre o quattro, sono stati un’ottantina i collaboratori di Ubitennis presenti nei vari tornei.Anche il lavoro di preparazione degli accrediti, il suo data base, ha un costo.  Crescendo così anche i costi delle trasferte, tutto si riflette in una crescente difficoltà operativa. Chiaro che alla lunga tutto incide a indebolire la presenza degli inviati. Ora però non sto qui a farvi tutto il cahier de doleances, che sarebbe noiosissimo per tutti.

Nonostante i progressi accennati, siamo alla ricerca di soluzioni che ci consentano di andare avanti con meno angosce. I giornali americani di qualità hanno all’80% optato per un sistema paywall. Dopo un certo numero di visite mensili gratuite, chi vuole farne di più, o leggere certi contenuti “premium”, deve pagare qualcosa. Anche un costo minimo, magari. Ma non si può più pensare di reggere una piccola impresa ‘regalando’ tutto il lavoro sempre più complesso che sta dietro a un giornale online. La pubblicità diretta che arriva dai Google Adsense o prodotti similari è rapportata al traffico, ma produce noccioline. Stiamo valutando se prendere la via del “metered” Pay-Wall, un pay-wall moderato. Essa comporterebbe un grosso rischio e una possibile perdita di contatti per tutti coloro i quali, una volta esaurito il bonus di articoli gratuiti, non vorranno sottoporsi alle forche caudine della registrazione e del piccolo pagamento.

Ci rendiamo conto della difficoltà anche psicologica che frenerebbe molti. Sebbene oggi soprattutto le giovani generazioni si siano abituate a comprare molto con l’e-commerce, con Amazon, eBay, Itunes, sappiamo bene che l’Italia sotto questo profilo è lontana anni luce rispetto agli Stati Uniti. Ma dopo dieci anni è arrivato anche il momento di capire se lo zoccolo duro dei lettori di Ubitennis è sufficientemente fidelizzato da affrancarsi da quel blocco psicologico oppure no. Ho parlato di blocco psicologico e organizzativo più che di un freno economico, perché l’esborso economico sarebbe certamente modesto. Quanto esattamente ancora non so, si dovrà valutare attentamente. Al momento abbiamo riscontrato che sono almeno 10.000 i lettori (su punte di 70.000) che aprono Ubitennis più di 15 volte al mese. Quelli dovrebbero essere i nostri lettori più fidelizzati e – speriamo – disponibili a sostenerci affrontando una minima spesa. Non abbiamo un’idea precisa dell’importo: se fosse un euro al mese?

Mi spiace se qualcuno se ne avrà a male, ma il rapporto fra Ubitennis e i lettori deve essere franco, schietto, come lo è sempre stato.

Per il momento il nostro interesse è sondare il terreno, sebbene sarebbe prematuro trarre indicazioni definitive dai vostri commenti. Se intanto i lettori che ci seguono con affetto e ci vogliono bene ci dicessero se hanno intenzione di sostenerci  (o anche no, con le relative motivazioni) forse cominceremmo ad avere una minima indicazione. Purtroppo comunque non decisiva perché non è detto che la risposta arrivi in numeri congrui. A chiunque ci darà una risposta, qui sotto o anche inviando una mail a direttaubitennis@gmail.com (qualora il vostro parere sia più esteso), noi saremo non grati, ma gratissimi. Ribadisco che per ora siamo allo stadio del progetto.

Siamo forse diventati una realtà di un certo rilievo per tutti quelli che non hanno mai voluto guarire da questa bella malattia che chiamiamo tennis. Sono 10 anni di sacrifici per tanti di noi, intrecciati con i successi raccolti e alcuni obiettivi raggiunti, in un costante processo di crescita continua. Ubitennis ha sempre cercato di mantenere la sua identità e di ospitare ogni voce. 

In un altro articolo, che potrebbe assomigliare più a una letterina a Babbo Natale piuttosto che a un riassunto del 2018 e le scuse di rito… se qualche volta siamo stati cattivi!,  ricostruirò un po’ quello che ci ha riservato questo 2018, con Federer e Nadal che hanno continuato a stupire nella prima metà dell’anno, con la quasi incredibile resurrezione di Djokovic nel secondo semestre fino a chiudere l’anno per la quinta volta da n.1, con le ragazze che con Serena fuori gioco per la maternità hanno continuato ad avvicendarsi sul podio degli Slam – otto diverse regine negli ultimi due anni! – con le buone notizie in campo maschile per il tennis italiano – sei vittorie in tornei ATP, 3 di Fognini, 2 di Cecchinato, 1 di Berrettini – con le notizie meno buone giunte dal tennis femminile… ma quest’ultima cosa era abbastanza scontata dopo la “scomparsa” agonistica del quartetto Schiavone, Pennetta, Vinci e Errani… sebbene quella di Sara potrebbe essere augurabilmente solo temporanea.

Ubitennis ha continuato a istruire nuove leve verso il giornalismo e spero che possa continuare a farlo. Un amico molto esperto nel campo delle risorse umane mi ha promesso che mi darà una mano per esaminare le varie proposte di collaborazione (alcune ferme dal luglio scorso…, scusateci), per gestirle assegnando alcuni incarichi rispetto alle competenze segnalate. Ho saputo poco prima dell’estate che il mio vice primario, Carlo Carnevale – che naturalmente ringrazio con tutto il cuore per quanto ha fatto in questi due anni in cui ha dovuto coordinare molte cose fino a scrivere sempre meno (capita anche a me e ne soffro) – ci avrebbe lasciato a fine anno (quantomeno nel suo ruolo), così da rendere necessaria una riformulazione interna dell’organigramma.

Come ho già avuto modo di dire in passato sono consapevole del fatto che starmi vicino richieda anche una buona dose di pazienza.  Ringrazio tutti i lettori che continuano a darci fiducia, aspetto con fiducia vostre indicazioni riguardo al pay-wall, e a tutti i consigli che riterrete opportune mandarci per aiutarci a far sì che Ubitennis sia sempre più il Vostro sito. Auguri affettuosi a tutti,  proprio a tutti…in attesa di ricevere un vostro feedback tra un pandoro (o un panettone, non voglio entrare anche in questa disputa!) e l’altro.

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Australian Open

Matteo Berrettini non smette di smentire i suoi detrattori. Non si vince di solo servizio. Ha coraggio da leone

Ed è il tennista italiano più continuo dell’era Open negli Slam. Nessuno è mai stato negli ottavi cinque volte di fila. Gli altri suoi record. Ha vinto con merito con Alcaraz. E’ stato più solido. Un match epico che ne ricorda altri non suoi

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Se nei giorni scorsi aveste frequentato qualche circolo di tennis, e tanti appassionati, credo che possiate confermare che non è che in giro ci fosse grandissima fiducia nelle chance di Matteo Berrettini alla vigilia del suo match con Carlos Alcaraz.

C’era – e c’è – invece grandissima considerazione sulle straordinarie qualità del ragazzo di El Palmar, la piccola cittadina vicino Murcia dove è nato 18 anni fa, il ragazzotto già ipermuscolato che molti ritengono essere l’erede di Rafa Nadal, sebbene il suo tennis sia diverso e sebbene per ora Rafa – che ho visto dominare Khachanov per 3 set su 4, dimostrando di avere ancora le sue carte da giocare e non solo negli ATP 250  – non abbia alcuna intenzione di mollare la presa e abdicare prima del tempo. Più o meno come la regina Elisabetta nei confronti del principe Carlo…che è già vecchiarello.

Ad Alcaraz aveva dedicato un grande articolo un giorno fa Christopher Clarey del New York Times.

 

Carlos Alcaraz Is About to Cause a Big Commotion

Avevano giocato d’anticipo pensando che avrebbe vinto. Come tanti si sono sbagliati. E a me naturalmente non dispiace. Penso che a Berrettini nemmeno.

Data l’ora in cui è cominciato il quinto set del duello poi diventato epico perché conclusosi al tiebreak a 10 punti, intorno alle 8 del mattino, non avevo troppe persone con cui confrontarmi.

Ma anche in quei momenti quei pochi con cui mi sono scambiato pareri via WhatsApp non sembravano davvero ottimista sul conto di Matteo.

Aveva avuto le sue chances per chiudere in tre set, le aveva mancate anche per un pizzico di sfortuna, palle che uscivano di centimetri, net che parevano essere nati in Spagna, una apparente stanchezza, una certa lentezza, tanti rovesci slice in rete perché Matteo sembrava arrivarci in ritardo, anche qualche dritto piuttosto semplice giocato corto, e poi quella percentuale sui punti avviati con la seconda di servizio, intorno al 40%, che preoccupava ogni volta che lo scambio si allungava.

Il ragazzotto invece  – sì non riesco a chiamarlo ragazzino, Carlos sembra già uomo fatto, quella canottiera non è elegante ma mette in mostra muscoli da far invidia al Nadal prima maniera – appariva pimpante, fresco come se il match dovesse ancora cominciare.

Poi c’è stata quella caduta di Matteo. Che paura. Con tutti i guai che ha sempre avuto, alle caviglia, ai polpacci, agli addominali, al collo, lì per lì, mentre scorrevano i replay, mi sono dato una botta su una coscia e ho detto: “No dai, ancora una volta, ma non è possibile!”.

Per fortuna invece, e già al terzo replay mi sono tranquillizzato, la distorsione di quel piede quasi ingessato era stata minima.

E subito mi sono detto, mentre Matteo attendeva la visita del medico e poi i 3 minuti di MTO: “Vuoi vedere che questa pausa destabilizza un po’ il ragazzotto e magari invece Matteo, che avevo visto a tratti un po’ in affanno, si calma, si tranquillizza dopo il trauma dei due set persi e magari la sensazione che Alcaraz si avvii a essere inarrestabile e riprende il filo un po’ smarrito della partita?”.

Io non voglio attribuire eccessiva importanza a quella caduta, a quello stop che è servito a lui per riordinare le idee e allo spagnolo per irrigidirsi un po’. Però secondo me un pochino può aver pesato.

Negli scambi prolungati Alcaraz continuava ad avere il sopravvento. A un certo punto riusciva a trovare il rovescio di Matteo e allora prendeva il pallino in mano e costringeva  Matteo a far da tergicristallo.

E allora, ai miei amici, scrivevo: “Deve sperare di arrivare al tiebreak e giocarsela lì. Forse per Matteo sarebbe meglio un tiebreak a 7 punti, invece che quell’ australiano a 10”, perché l’inerzia del match sembrava essersi spostata nell’ultima ora e mezzo dalla parte del murciano e più punti si fossero giocati – pensavo – forse peggio sarebbe stato.

Mi ricordo di aver notato che i due si sono trovati 3 a 3 quando l’orologio a fondocampo segnava le 3 ore e 33 minuti di gioco – una sfilza di 3 – e poi ho fatto il tifo per il tiebreak tranne che nel momento in cui Matteo ha avuto il matchpoint sul 6-5 e servizio Alcaraz, ma lì ha sbagliato un dritto ed ecco il tiebreak.

Che è cominciato con Matteo che ha sbagliato un rovescio in rete ed è stato subito minibreak. Meno male che Alcaraz ha subito restituito il punto. Non sto a ripercorrere tutto quel che è successo. Ma quando Matteo ha raggiunto il 7-5, mi è scappata una sommessa imprecazione: “Lo sapevo che se il tiebreak era a 7 punti Matteo avrebbe vinto”. C’era invece ancora da soffrire. Poco per fortuna questa volta. Due punti tenuti alla grande con il servizio “che non tradisce nel tiebreak!”, ho esclamato, e sul 9-5 il doppio fallo del ragazzotto che lì si è ricordato di avere solo 18 anni.

Sport crudele il tennis. Sembrava dovesse vincere lui, alla fine e invece Matteo si è tolto la grandissima soddisfazione di raggiungere gli ottavi di uno Slam per l’ottava volta, più di qualunque altro tennista italiano, e per la quinta volta consecutiva. Anche quest’ultima è un’impresa senza precedenti.

Forse si dovrebbe smettere di sottolineare che il suo rovescio non è all’altezza dei big. Già, perché quale dei big ha il suo dritto? E quanti hanno il suo servizio? E quanti hanno la sua testa? La sua solidità nervosa nei momenti che contano? Siamo sicuri che il rovescio (che è comunque migliorato sia in risposta sia in slice…) debba essere molto più importante di una gran testa? Il proliferare dei coach mentali ne fa dubitare.

Quindi, basta di andare a cercare il pelo nell’uovo, di spaccare il capello in quattro. Chi non ha un colpo un più debole degli altri? I risultati parlano per Matteo, le altre sono chiacchiere. E non è che per Matteo questo torneo sia finito perché ha battuto il favorito di molti (dei più?) Alcaraz? Chapeau caro Matteo, grandissimo.

Grandissimo perché ha dimostrato una solidità nervosa pazzesca. E anche gran coraggioNon ha mai tremato. E non è la prima volta… perché mi sono subito ricordato che Matteo aveva vinto un set al tiebreak nella finale di Wimbledon contro Djokovic (il primo) e, andando a ritroso, anche il terzo set al Roland Garros. Sono andato a ricercare tutti i duelli con il n.1 del mondo: 4 sconfitte (e si sa che Matteo non ha ancora mai battuto uno dei primi 5 del mondo al di fuori di Thiem in un match a risultato ininfluente nel round robin del Masters 2019…l’unica vittoria italiana nelle finali ATP allora) con il campione serbo, ma con nessun altro tiebreak tranne quei due vinti dal nostro.

Allora – noi appassionati di tennis siamo davvero un po’ malati – mi è venuto lo sghiribizzo di andare a controllare i duelli diretti con il n.2 del mondo, dopo aver avuto la soddisfazione di quella scoperta relativa al n.1. E che ti trovo? Che anche con Medvedev, che ha battuto Matteo 3 volte su tre, ci sono stati due tiebreak e li ha vinti entrambi il tennista romano. Allora mi è tornato anche in mente il trionfale tiebreak del quinto set con Monfils negli ottavi dell’US Open 2019, perché quella fu una battaglia memorabile. E prima di quella c’era stata anche quella vinta in tre set con Rublev, con un tiebreak nel terzo che se se fosse stato vinto dal russo …sì, mi sa che si sarebbe messa male.

Dopo di che, e l’ho fatto presente in conferenza stampa con Matteo, in 4 ore e 10 minuti c’era stato un sostanziale equilibrio di game e di punti –guardando le statistiche del match che la tempestiva redazione di Ubitennis aveva messo all’inizio dell’eccellente pezzo di cronaca di Vanni Gibertini avrei scoperto dopo che per l’appunto i punti vinti da ciascuno dei contendenti erano gli stessi 159! – ma nei due tiebreak Matteo aveva vinto 17 punti e Carlos 8. Insomma il nostro, dando dimostrazione di solidità decisamente superiore, aveva fatto più del doppio dei punti del suo avversario.

Fenomenale, direi. Fatti i complimenti che meritano a Matteo e al suo coach mentale Stefano Massari, oltre che a quello tecnico Vincenzo Santopadre, non so se augurarmi che Matteo si ritrovi a giocare altri tiebreak contro quel cagnaccio di Carreno Busta. Perchè dopo aver visto l’infallibile Vlahovic (11 rigori consecutivi segnati), sbagliare quello con il Genoa, meglio non illudersi che vada tutto sempre bene così. Siccome un tiebreak importante Matteo lo ha già perso, con Nadal nella semifinale a New York del 2019, un altro caso…Vlahovic non dovrebbe ripetersi.

Ho accennato agli straordinari numero di Matteo: 8 ottavi di Slam (come Panatta e Fognini nell’Era Open, prima meglio solo Pietrangeli 16 e Merlo 9) 5 consecutivi. Non ha ancora vinto i 2 Slam di Nicola o quello di Adriano, ma con la prima finale mai raggiunta da un italiano a Wimbledon, soprattutto nei confronti di Panatta può già dirsi di essere stato più continuo.

Mi sono poi chiesto quali siano state, al di là dei 3 Slam vinti fra Pietrangeli e Panatta al Roland Garros (non dimentico che se Adriano avesse perso il tiebreak della finale con Solomon probbailmente avrebbe perso al quinto; era stravolto), quali siano state le partite più belle, sofferte fino al tiebreak finale quinto set ed importanti vinte dai nostri giocatori nei tornei del Grande Slam. Tornando indietro e senza fare ricerche troppo approfondite direi Cecchinato-Djokovic al Roland Garros 2018, Fognini-Nadal all’US Open 2015 con la spettacolare rimonta da sotto 2 set a zero, Seppi- Federer all’Australian Open del 2015 (ma l’unico successo di Andreas in 15 partite fu coronato al quarto set, al tiebreak), Sanguinetti-Srichapan con tre tiebreak negli ultimi tre set (6-3,4-6,6-7,7-6,7-6). Quante altre me ne sono perse?

In mattinata è d’obbligo la sveglia per seguire, non prima delle 7, Jannik Sinner contro il giapponese Taro Daniel che deve  avere un fatto personale con gli italiani. Dopo aver battuto Musetti a Adelaide nelle “quali” di Melbourne ha sconfitto Arnaboldi, Moroni e Caruso.

Credo che Sinner vendicherà tutti quanti e raggiungerà per la prima volta gli ottavi in Australia. Poi però dovrà battere anche il vincente di de Minaur-Andujar per centrare i quarti, così come Berrettini dovrà superare Carreno Busta. Se ci riusciressero avremo per la prima volta dal ’73 – furono Bertolucci e Panatta a Parigi quando persero entrambi da Nikki Pilic, Paolo nei quarti, Adriano in semifinale…il torneo lo vinse Ilie Nastase – due italiani nei quarti di uno Slam. E immagino come stiano fumando di rabbia le orecchie di Lorenzo Sonego che avrebbe potuto arrivarci anche lui se non avesse ceduto al non irresistibile Kecmanovic che vedremo alla prese con l’irriducibile Monfils per il traguardo dei quarti.

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Australian Open

Australian Open, Osaka: “Non sono Dio, non posso vincere ogni partita”. E Anisimova la applaude

La star nipponica esce al terzo turno dopo il titolo dello scorso anno: “Ho avuto due match point, posso essere comunque orgogliosa”. Amanda: “Naomi persona autentica. Qui a Melbourne atmosfera fantastica”

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Dopo un inizio di stagione positivo per entrambe, in preparazione all’Happy slam, rispettivamente con il titolo nel WTA di Melbourne 2 per la millennials statunitense e la semifinale raggiunta nel Summer Set 1 di Melbourne per la 4 volte vincitrice Slam; Anisimova e Osaka si sono affrontate per raggiungere il quarto round degli Australian Open 2022. La partita è stata vinta in rimonta e contro pronostico dalla classe 2000, con il punteggio di 4-6 6-3 7-6 (5) in 2ore e 18 minuti di match. Queste le parti salienti delle due conferenze stampa.

CONFERENZA STAMPA DI NAOMI OSAKA:

D: Che sfortuna stasera. Ovviamente ha giocato brillantemente, come hai detto. Com’è ricevere la palla di Anisimova? A noi, sembra che l’abbia colpita in modo liscio e piatto. Com’è per te giocarci?

 

R: “Direi non è forte ma arriva velocemente. Non credo sia pesante, ma arriva così rapidamente che ho sentito che non avevo davvero tempo per prepararmi all’impatto. La traiettoria è davvero bassa, quasi a terra”.

D: Non hai giocato così tante partite negli ultimi mesi. Pensi che abbia influito nella sconfitta?

R: “Probabilmente sì, perché non ho affrontato tante giocatrici che servivano e rispondevano così bene. Quindi si, se avessi affrontato prima giocatrici con queste caratteristiche sarei sicuramente stata più preparata, ma queste sono le scelte che ho fatto, non ho nulla di cui mi possa davvero incolpare, perché so dentro di me di aver dato tutto”.

D: Hai iniziato questa nuova stagione con un approccio diverso, quello di divertirti e goderti di più lo sport che pratichi. Quali sono gli aspetti della partita di stasera che contribuiscono a quel processo, volto a rendere il tennis per te più un divertimento che una professione? 

R: “Ho combattuto su ogni punto. Non posso essere triste per questo. Perché non sono Dio. Non posso vincere ogni partita. Quindi devo solo tenerne conto, come devo tenere conto della possibilità di vincere il torneo. Perché è davvero speciale vincere questi tornei. Quindi devo pensare, ogni volta che gioco i tornei del Grande Slam, che ho la possibilità di vincerli. Per quanto mi riguarda, mi sento come se fossi cresciuta molto in questa partita. Nell’ultima partita che ho giocato a New York penso di aver avuto un atteggiamento completamente diverso, quindi sono davvero contento di quello che ho fatto.  Ovviamente non del tutto perchè ho perso, ma sono contenta di come è andata”.

D: Una cosa di cui stavi parlando l’anno scorso è il modo di reagire alle sconfitte e di come le assorbivi. Mi chiedo se hai fatto qualcosa in tal senso, prima di iniziare questa stagione per prepararti alla sconfitta e alle emozioni che ne conseguono.

R: “Adesso sono in un momento della mia carriera in cui tutte quelle che mi affrontano sono preparate per sfruttare queste emozioni negative. Contro di me giocano sempre le migliori partite. So che ci saranno giorni in cui andrà male e giorni in cui andrà benissimo. È sempre casuale, e non lo so mai, ma non importa cosa succede, voglio solo lasciare il campo sapendo che ho combattuto su ogni punto. Oggi, naturalmente, c’erano cose che sentivo di poter fare meglio. Però ho avuto due match point, e penso che sia qualcosa  di cui posso essere orgogliosa.

CONFERENZA STAMPA DI AMANDA ANISIMOVA:

D: Cosa significa per te, Naomi come atleta e avversaria nel tour? Cosa significa inoltre, giocare un match contro di lei?

R: “Penso che sia davvero stimolante quello che ha fatto negli ultimi due anni. E’ incredibile quanto sia autentica. Penso che sia semplicemente fantastica, davvero una ventata di freschezza per il tour. E’ divertente e dolce. Lei è davvero una giocatrice importante, quindi sapevo che dovevo fare un passo in avanti e cercare di essere il più aggressiva possibile. Non so se sono riuscita ad esserlo così bene, perché nella maggior parte dei momenti sentivo di dover essere ancora più aggressiva. Infine, penso che il mio servizio sia stato ciò che abbia fatto davvero la differenza.”

D: Per “autentico”, cosa intenti?

R: “Naomi dice solo la verità su come si sente. Ha parlato della sua salute mentale negli ultimi due anni. So che l’anno scorso ha attraversato un anno davvero difficile, quindi immagino come possa sentirsi oggi. Mi sento male io per lei, perché lei era la campionessa in carica. Ma tornando all’autenticità, lei mi piace molto per il modo onesto con cui parla. E quindi penso che sia davvero una fonte di ispirazione per tutti”.

D: Sei in una forma fantastica da quando sei arrivata in Australia. Cosa ti piace del giocare in Australia? La fantastica estate australiana?

R: “Ad essere onesta, adoro giocare di fronte ai fans australiani. Penso che siano così carini, che è veramente divertente giocare qui. L’atmosfera è proprio simile a quella dello Us Open, che adoro assolutamente. L’ultimo torneo che avevo giocato qui, l’avevo vinto (Melbourne 2). Era stata una settimana fantastica per me, ma non vedevo l’ora di giocare su questi grandi palcoscenici. Qui all’Australian Open è semplicemente un’atmosfera fantastica. Questo è tutto ciò per cui mi alleno. Durante il tie-break mi è venuta la pelle d’oca. Quando gioco in questi grandi tornei ho sempre questa sensazione nei momenti decisivi.”

D: Hai detto che hai apprezzato Naomi quando ha parlato di salute mentale, della sua lotta interiore dello scorso anno. Una top player che si apre in questo modo, parlando di sé, rende più semplice per te e per le altre giocatrici nel tour sentirsi meno sole nel parlare di questi problemi?

R: “Si, di sicuro, perché questo modo di approcciarsi alle tematiche che riguardano la salute mentale diffonde consapevolezza e permette di allontanare lo stigma riguardante questo problema. Penso che siamo in un momento completamente diverso ora. Questa generazione sta diventando più onesta su tutto questo genere di cose. Penso che sia fantastico da vedere per tutto ciò che è esterno al mondo del tennis. Mi sento a mio agio nel parlare di qualunque cosa. Ho passato un paio di anni difficili e non mi dispiace postare sui social per cercare di diffondere consapevolezza alle persone che stanno attraversando delle difficoltà. Penso che sia fantastico essere riconoscibile dalle persone che ci seguono. Credo sia un grande messaggio.”

 D: Cosa ti ha dato l’ingresso di Darren Cahill nel tuo team? Quali consigli ti ha dato per la partita di oggi?

R: “Rappresenta una grande aggiunta alla mia squadra. Cerca di aiutarmi a rimanere calma e rilassata, dandomi fiducia per affrontare partite come quella di oggi e per credere in me stessa affinchè io sappia di potercela fare. Penso che stia facendo un ottimo lavoro ed è stato fantastico il modo in cui mi ha aiutato. Oggi per, esempio, mi ha detto di provare a giocare più rilassata. Ieri, invece, mi sono un po’ persa perché ero troppo concentrata su cosa avrei dovuto fare a livello tattico e lui è intervenuto dicendomi ancora una volta di rilassarmi. Interviene in questi momenti e riesce a farmi ritrovare il mio gioco”.

Cipriano Colonna

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ATP

Australian Open 2022, un grande Nadal supera un buon Khachanov: 15° ottavo a Melbourne [VIDEO]

Vittoria in quattro set per il n. 5 del mondo: “Senza dubbio il mio miglior match quest’anno”. Ora per lui c’è Mannarino, che ha sconfitto Karatsev

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Rafael Nadal all'Australian Open 2022 (Credit: @AustralianOpen on Twitter)

[6] R. Nadal b. [28] K. Khachanov 6-3 6-2 3-6 1-6

Nel match di chiusura della sessione serale della Rod Laver Arena, Rafael Nadal supera Karen Khachanov per 6-3 6-2 3-6 6- 1in 2 ore e 50 minuti con una prestazione decisamente in crescita rispetto ai match disputati finora in questo torneo. La lontananza dal circuito nella parte finale del 2021 per il 35enne spagnolo non è stata una pausa particolarmente debilitante e ora a Melbourne sta continuando ad ingranare sempre di più. Di solito un’assenza prolungata di quasi 6 mesi può lasciare strascichi nel momento del ritorno alle competizioni di alto livello ma non se disponi dell’esperienza di Rafa, che con questa vittoria si è qualificato per la quindicesima volta alla seconda settimana dell’Australian Open; ricordiamo che in una situazione simile, proprio cinque anni fa e alla stessa età, Roger Federer tornò in campo e trionfò agli Australian Open.

Nadal per il momento ha superato l’ostacolo Khachanov – battuto 9 volte su 9 in carriera – con una prestazione a dir poco brillante per larghi tratti dell’incontro, di tutt’altra pasta rispetto a quella vista contro Hanfmann nel turno precedente. Del resto lo spagnolo non perde in questa fase di torneo dal suo debutto nel 2004 contro Lleyton Hewitt, e ora agli ottavi di finale trova Adrien Mannarino. Il n. 30 del mondo Khachanov invece, che aveva raggiunto i quarti di finale a Wimbledon nel 2021, arriva a quattro sconfitte consecutive nel terzo turno degli Australian Open senza aver mai superato questa fase a Melbourne.

 

IL MATCH – Blackout iniziale di Khachanov, con grande contributo dello spagnolo, che perde i primi sette punti del match e, nonostante le prime di servizio, si ritrova subito sotto di un break. Nadal non ci mette molto a saper sfruttare i momenti di incertezza dell’avversario e non toglie il piede dall’acceleratore facendo leva su angoli improponibili trovati sia col dritto che col rovescio. Magari l’uncino non avrà la stessa rotazione di un tempo ma l’efficacia non è scemata. Inizio di partita davvero travolgente per la testa di serie n. 6 che perde il primo punto alla battuta addirittura sul 5-3 nel momento di servire per il primo set. Con percentuali che sfiorano la perfezione, Nadal continua a pungere col dritto e poi una risposta lunga sancisce la fine del primo set per 6-3 dopo un monologo di 36 minuti.

La lotta e l’equilibrio del secondo set si condensa tutta nel primo game durato più di 10 minuti con il russo alla battuta. Khachanov prova a spingere portandosi quasi al limite delle sue abilità ma le potenti accelerazioni tornano indietro troppo spesso e alla fine il break in apertura è inevitabile. Poco più tardi c’è un altro game lottato dall’elevato tasso adrenalinico in cui Karen conquista la prima palla break della sua partita, occasione in cui ovviamente Nadal trova il modo per salvarsi con la battuta mantenendo il vantaggio, e conseguentemente il set per 6-2.

Sotto di due set Khachanov ha il grande merito di non abbandonare la partita anzitempo, anzi, inizia a sfoderare le sue potenti bordate di dritto con ancor maggiore convinzione; affinché l’andamento di un match si ribalti però ci vuole la complicità di entrambi i tennisti e dunque è anche Nadal ad avere un evidente calo di prestazione nel terzo set e anche un evidente arretramento nella posizione in risposta. Il maiorchino perde la battuta dopo esser stato sopra 40-0 e, nonostante le chance immediate di contro-break, Khachanov trova sempre il modo di salvarsi galvanizzandosi col passare del tempo. Il pubblico apprezza decisamente questo ravvivamento dell’incontro e in 57 minuti Karen vince il set per 6-3.

Nel quarto parziale Nadal torna ad indossare i panni del cannibale e neanche la bottiglietta meticolosamente poggiata a terra che cade e rovescia tutta l’acqua può distrarlo. Il calo registrato nel set precedente viene rapidamente smaltito e, continuando ad adottare una posizione in campo estremamente difensiva, il suo gioco mostra tutt’altri connotati; a suon di passanti vincenti arriva il break di Rafa già al secondo game. Il n. 5 del mondo è una roccia e di lì a poco arriva un altro allungo che permette a Nadal, dopo 2 ore e 50 minuti, di chiudere 6-1 con un servizio vincente al primo match point.

LE PAROLE A CALDO“Ho giocato contro un gran giocatore e un mio amico. Senza dubbio è il mio miglior match da quando ho ripreso a giocare quest’anno e colgo l’occasione per augurare Karen buona fortuna per il resto della stagione – ha iniziato Rafa nell’intervista in campo a fine partita -. Giocare una partita del genere significa avere dentro grande energia e voglio ringraziare il mio team e la mia famiglia perché abbiamo fatto un grande lavoro”.

A. Mannarino b. [18] A. Karatsev 7-6 6-7 7-5 6-4

L’avversario di Nadal negli ottavi a sorpresa sarà Adrien Mannarino, che nei pressi delle 02:30 australiane ha sconfitto dopo una battaglia di quattro ore e 39 minuti (un’infinità di tempo per soli quattro set) la testa di serie numero 18 Aslan Karatsev, che a Melbourne Park difendeva la semifinale del 2021. Karatsev, probabilmente provato dal fatto che aveva giocato già per cinque ore al primo turno contro Munar e altre due ore e mezza al secondo turno con McDonald, si è arreso ai colpi piatti e filanti del francese, che a 33 anni si è tolto la soddisfazione di arrivare per la prima volta al quarto turno dell’Australian Open. Il russo quest’oggi non è apparso certo nella sua miglior versione: particolarmente impressionante il numero degli errori non forzati (86).


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