Grand Slam, parte quarta: US Open

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Grand Slam, parte quarta: US Open

Il racconto più intrigante della off season arriva al momento clou. Tappa a New York per entrare nel vivo

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Grand Slam, le prime tre puntate: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon

Rockefeller Plaza, Manhattan, New York City – Lunedì 29 agosto

Le immagini di vari incontri del primo turno degli US Open scorrevano fluide sul megaschermo che, come tutti gli anni, il municipio di Manhattan aveva installato in Rockefeller Plaza a uso e consumo gratuito della popolazione e dei turisti. L’estate si avviava alla fine e l’imminenza del Labor Day avrebbe sancito nei cuori dei newyorkesi il ritorno ai ritmi usuali e frenetici per cui la città era celebre in tutto il mondo. All’uscita dal lavoro, fra una sessione e l’altra di shopping, oppure semplicemente passandovi davanti per caso, erano migliaia ogni giorno le persone che gettavano un’occhiata al megaschermo, oppure prendevano posto con una bibita sulle sedie nell’area attrezzata a gustarsi qualche scambio. A parte i paladini di casa, decisi a riprendersi il titolo di Flushing Meadows dopo diversi anni di astinenza, il pubblico generalista conosceva solo due nomi. Uno per meriti di cronaca: quel Sandor Kiraly che sette mesi prima aveva spaventato milioni di persone e che oggi finalmente, in serata, sarebbe tornato a calcare un campo da tennis. Forte dei suoi 1570 punti nel ranking, frutto quasi interamente di quella sfortunata performance in Australia, aveva la testa di serie numero 26 e un primo turno potenzialmente agevole contro un qualificato. Ma la grande incognita sarebbe stata la sua condizione.

 

L’altro per meriti sportivi. La clamorosa scalata di Erwin Siles, giunto dalle favelas della Bolivia e capace in pochi mesi di issarsi al numero uno del ranking, era divenuta una favola che tutti volevano raccontare. Roma, Roland Garros, Wimbledon, Cincinnati, messi in cascina da vero dominatore. C’era stato un piccolo intoppo a Montreal con l’uscita in semifinale. Ma in Ohio con la sconfitta anzitempo di Foley, la conquista del titolo l’avrebbe messo sul trono del mondo per qualche decina di punti. Detto fatto. Erwin Siles giungeva a New York da numero uno del ranking e con tutta l’intenzione di aumentare il margine sugli altri conquistando il suo terzo Slam. E la sorte, o forse un’organizzazione lungimirante, aveva messo queste due celebrità nello stesso spicchio di tabellone, pronti ad affrontarsi in un ipotetico terzo turno.


Tennis Integrity Unit Headquarter, Roehampton, Venerdì 17 Febbraio

“Ecco Mister Veyveris, questo è un prospetto di come un ipotetico orologio del genere potrebbe funzionare”, disse il tecnico spiattellando sulla scrivania di Connor un prospetto di una decina di pagine. Il signor Bartow era stato interpellato al riguardo da Yura e subito convocato ad esporre.
“Si tratterebbe, in poche parole, di uno smartwatch come quello che Kiraly indossava, modificato per inviare delle scosse elettriche. Un po’ come i vecchi collari per ammaestrare i cani, per dare l’idea”
Connor era sempre più perplesso e quasi rassegnato davanti alla mole di stupidaggini che stava ascoltando. Ore di lavoro della sua stagista buttate dietro a una pista improbabile, anzi quasi impossibile, solo perché la signorina Sung aveva il gusto per l’inverosimile, le grandi storie e i complotti.
“Mi scusi signorina Sung”
“Mi dica…”
“Ecco, l’ipotesi che mi proponete è che qualcuno possa aver usato un orologio, che in realtà è una batteria, per folgorare un tennista mentre sta giocando?”
“Non esattamente, non è questa la teoria cui stiamo pensando”

“Ora io ho una domanda da idiota quale sono in materia: se il signor Kiraly avesse ricevuto uno shock elettrico, non dovrebbe ricordarselo? E soprattutto, non dovrebbero esserci dei riscontri fisici sul suo corpo di questa avvenuta scossa?”
“Si, se fosse rimasto folgorato sì. Ma come le dicevo noi propendiamo per un’altra teoria”
“Le spiego, Mister Veyveris – irruppe il signor Bartow – La pericolosità di una scarica elettrica per il corpo umano varia a seconda di molti fattori. L’intensità è solo una di questi. A volte ci sono nell’aria condizioni di elettricità statica con differenze di potenziale di migliaia di volt. Eppure non sono pericolose per l’uomo”
“Dov’è quindi il pericolo?”
“Come dicevo, dipende da diversi fattori: uno di questi è l’impedenza del corpo. Un essere umano offre naturalmente una certa resistenza al passaggio della corrente. Sotto una certa soglia, diciamo intorno a un milliAmpere, la scossa non è nemmeno percepita dal cervello. Se una scossa di tale piccola portata viene però ripetuta in continuazione, con il passare del tempo può indurre nel corpo un leggero stato di confusione e spossatezza. Noi crediamo che chiunque abbia escogitato questo piano, volesse produrre delle scariche di questo tipo in direzione di Kiraly. E probabilmente le abbia prodotte nel corso della partita. Con scarso successo”
“Ok. E da qui però come si spiega l’arresto cardiaco?”
“La resistenza rappresentata dal corpo di Kiraly via via è diventata sempre minore per colpa soprattutto di due fattori. Il primo è l’organismo affaticato. Il cuore di Kiraly, per tutta la durata del match, è stato sottoposto a un tour de force dovuto alla stanchezza fisica in buona parte, e anche un po’ probabilmente all’emozione. Un mix che a volte già da solo può causare scompensi cardiaci. Il secondo e ben più importante è il sudore”

“Cosa c’entra il sudore?”
“Sulla pelle bagnata la scossa elettrica ha un’efficacia di gran lunga superiore. E verso la fine dell’incontro, data anche la serata particolarmente afosa di Melbourne quel giorno, Kiraly era molto sudato”
“Ergo?”
“Ergo una scarica di corrente quasi impercettibile, ma protratta nel tempo e aumentata dalle condizioni spossate del soggetto e dall’umidità della pelle, possono aver attivato la fibrillazione cardiaca”
“Un piano diabolico”, concluse Connor Veyveris, con una punta di scherno. Stava cercando di calcolare quali fossero le chance che una cosa del genere fosse davvero la spiegazione al malore del tennista ungherese. Una su mille? No, meno. Una su un milione probabilmente.
“Supponiamo che sia vero… Chi potrebbe costruire un aggeggio del genere?”
“Costruire una sorta di braccialetto elettrico non è così complicato, direi che chiunque potenzialmente può farlo. Anzi, il fatto che qualcosa sia andato storto fa pensare che sia l’opera artigianale di un amatore. Camuffare un congegno del genere inserendolo all’interno di un comune orologio richiede qualche competenza in più”
“E queste scariche elettriche possono essere comandate a distanza?”
“Certo, una persona all’interno dello stadio, seduta vicino al campo, non avrebbe problemi”

“Bene, quindi saremmo ora alla ricerca di una persona rimasta per tutto il match nei pressi del campo e che in quei pochi minuti di confusione abbia potuto rimuovere l’orologio dal polso di Kiraly. Oltre ad aver avuto chance di sostituirlo prima”
“Esatto”
“Insomma: il suo allenatore”
“Vuole che lo faccia convocare per un’udienza? O vuole parlare con Kiraly prima?”
“Sarò franco e diretto cara Yura. La sua pista è, a mio parere, inverosimile. Molto ben articolata lo ammetto, ma non c’è una minima prova a suffragio. Ci sono almeno una dozzina di altre teorie ben più plausibili che spiegano la sparizione dell’orologio. Convocare qualcuno qui a Londra per porre domande su una pista di cui non siamo sicuri può solo avere due effetti: renderci ridicoli se è sbagliata; insospettirlo se è giusta”
“Quindi cosa facciamo?”
“Aspettiamo finchè queste persone che vogliamo sentire saranno in loco”
“E perché mai dovrebbero venire loro da noi?”
“A fine giugno c’è un torneino di tennis, 3 miglia a sud di Roehampton. Si chiama Wimbledon, non so se l’ha mai sentito nominare. Scommetto che qualcuno dei nostri verrà a fare una visita”


Flushing Meadows, Queens, New York City – Venerdì 2 settembre ore 17:30

“Benvenuti cari ascoltatori ad un altro episodio di Gwen, Seb and Match…”, disse Gwen Ridle con il suo usuale sorriso a centinaia di denti dritto in camera.
“Siamo quindi giunti al giorno del match più importante e più atteso di questa prima settimana. Dico bene, Seb?”
“Dici benissimo Gwen. Fin dal sorteggio del tabellone, la settimana scorsa, tutti gli appassionati hanno tifato perché questo incontro avesse luogo. Le due grandi sensazioni dell’anno, uno contro l’altro”
“Anche se ci arrivano con stati di forma diversi…”
“Certamente. Siles è il solito schiacciasassi e ha dominato i suoi incontri senza problemi, da degno numero uno del mondo. Su questo non ci sarebbero stati dubbi. La vera incognita era Kiraly. Nessuno, e credo nemmeno lui, poteva avere davvero idea di quale tennista sarebbe sceso in campo qui a New York e suppongo che l’obiettivo massimo che l’ungherese si era posto fosse proprio il terzo turno”
“Obiettivo centrato dunque”
“Certo, con un po’ di fatica. Diciamo che aver incontrato due tennisti fuori dalla top100 lo ha aiutato. Ma non dimentichiamo che anche Kiraly, paradossalmente, era fuori dalla top100 a gennaio e da allora non ha più giocato. Il suo gioco non è affatto quello scintillante messo in mostra in Australia. Si muove peggio, colpisce peggio ed è in poche parole arrugginito. Ma come dicevo, passare due turni per un agonista nelle sue condizioni è un successo. E’ un primo mattoncino verso il recupero totale di questa straordinaria promessa.

“Un pronostico, Seb?”
“Siles è stato in campo meno di 4 ore in tutto nei primi due turni, ha perso un solo match negli ultimi 28 ed è il numero uno del mondo. Kiraly ha giocato già nove set in due incontri, rientra da una lunga convalescenza e ha un gioco che non convince. Non ho dubbi: vincerà il boliviano in 3 set”

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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Australian Open

Diari australiani: perché l’Australian Open è un torneo speciale. In un luogo speciale

L’eredità australiana, da Evonne Goolagong ad Ash Barty, passando per Rafter e Hewitt. Ma anche la ‘passione’ aborigena e la bellezza di Cate Blanchett

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Evonne Goolagong (foto via Twitter, @Wimbledon)

Il nostro Fede Torre ci ha donato questo racconto sull’Australian Open. Sull’Australia, più che soltanto sul torneo. L’idea era quella di pubblicarlo prima dell’inizio delle ostilità, ma il calendario forsennato del mese down under ci ha costretto a tenerlo in soffitta per un paio di settimane in più. Ve lo proponiamo oggi, per salutare l’edizione appena conclusa dell’Happy Slam e dare appuntamento all’Australian Open 2021.


Ne “La Via dei Canti“, Chatwin analizza i canti tradizionali dei nativi australiani, vedendo in loro una sorta di mappa di linee, strade invisibili, piste del sogno che collegano tutto il continente. Chi in Australia è arrivato alla ricerca di Tyche, deve averla immaginata col volto di Cate Blanchett. Un piano accompagna una voce cavernosa: “Into my arms”, sì, tra le tue braccia. Un bambino difficilmente riuscirà ad abbracciare un mappamondo senza che nulla resti fuori. Se lo si prende dall’equatore, facile l’Australia sfugga. Blues l’anima della musica di Nick Cave, Blue la Jasmine Cate Blanchett, nessuna tristezza, questo è il regno della bellezza.

Paese continente, lontano da molto, lontano da quasi tutto. Unire i punti marroni dal Sud Est asiatico verso Sud, giochino da rivista di enigmistica, ed ecco l’Australia. Down Under dal loro alto, dicono gli inglesi. Australia, terra sognata, sperata ancor prima di essere scoperta e conquistata, dal sapore vintage di Commonwealth, Made in UK. Australiani, la via intrapresa dagli avi da ripercorrere al contrario per inseguire qualche altro mondo. Aussies.

 

“Gli aborigeni si muovevano sulla terra con passo leggero; meno prendevano dalla terra, meno dovevano restituirle” (B. Chatwin). Evonne Goolagong degli australiani ne aveva il sangue, quello vero, primordiale. Tennista australiana, rischiò di vivere nell’ombra del totem nazionale Margaret Smith, 24 Slam in singolare, 19 in doppio e 21 in doppio misto. Evonne aveva personalità e storie da raccontare. La luce da lei emanata fu enorme. “Thunderstruck”. Angus Young e il riff di chitarra perfetto, fulminate le avversarie della Goolagong da un tennis felino, leggero, con zampate improvvise. AC/DC, alternative current/direct current. Evonne Goolagong vinse e perse molto. 18 finali Slam in singolare, di cui “solo” 7 vinte, più titoli in doppio ed altro. La sua vittoria più famosa resta Wimbledon ’80, nove anni dopo la prima e quattro dopo esser divenuta madre, la più prestigiosa l’essere stata ambasciatrice della sua gente, i nativi d’Australia, protagonisti di una storia a molti sconosciuta e da molto dimenticata.

Un boomerang torna indietro, ti si ritorce contro, di certo per stereotipata definizione. Stereotipo vuole che l’Australia sia anche terra di tennisti. 28 Coppe Davis, innumerevoli titoli Slam, un susseguirsi continuo di fenomeni: Frank Sedgman, Lew Hoad, Fred Stolle, Roy Emerson, Ken Rosewall, il GOAT della sua epoca Rod Laver, John Newcombe e altri meravigliosi come Tony Roche, John Alexander, Phil Dent e il “caso” Mark Edmonson, uno dei vincitori Slam più improbabili che riuscì nell’impresa da numero 212 del seeding. Il tennis australiano ha lasciato ai posteri anche coppie di doppio vincenti dai nomi bizzarri, come i Woodies (Woodforde/Woodbridge) e i SuperMac (Mc Namee/Mc Namara). In campo femminile sette Fed Cup, tutte concentrate nel decennio 1964/74, e un elenco di titoli Slam da pallottoliere.

Australia, barriera corallina, onde paradiso di surfisti, parco giochi per grandi squali, bianchi o tigrati. Squali tennisti predatori di trofei, per un periodo improvvisamente placatisi. Pat Cash dei segni li lasciò, ma causa infortuni, durò non abbastanza per gli standard seriali a cui l’Australia aveva abituato. L’arrivo di un nuovo Pat, Rafter, fu pertanto attesa messianica. Ci mise un po’ ad affermarsi, recuperò, vincendo due US Open e passando suo malgrado alla storia per i due Oscar consecutivi a Wimbledon nel ruolo di miglior attore non protagonista nelle finali del 2000 e 2001, quelle dell’ultima vittoria di Sampras e la “finalmente” di Ivanisevic. Rafter giocava bene, giocava “bello”, perfetto spot della scuola tennistica australiana.

Pat Rafter – Wimbledon 2001 (foto @Gianni Ciaccia)

Mark Philippoussis ne fu di questa, una versione aggiornata in potenza. Problemi continui alle ginocchia, ne resero incompiuta e zoppa la carriera. Toccò ad un figlio d’arte, creativo della maleducazione, riprendere le fila del discorso Slam: Lleyton Hewitt. Urla, pugnetti, aggressioni verbali, provocazioni gratuite, esultanze eccessive, spropositate ed un tennis al rimbalzo che nulla aveva a che fare con la gestualità tradizionale dei suoi precursori, ne fanno lo spartiacque tra l’Australia del tennis che fu, quella delle nuove leve a venire e dei Kyrgios e de Minaur che son venuti già.

Australiana vera per tennis, comportamento e DNA è Ashleigh Barty, australiana moderna, muscolata e da gesti ruvidi Samantha Stosur. Il tennis femminile australiano non è rimasto propriamente a guardare tra una oriunda e l’altra. Modula la voce Lisa Gerrard, il cangiante volto della Kidman, quello unico di Margot Robbie, Uluru e le declinazioni del rosso. A balzi procedono i canguri, lenti e ponderati i gesti del koala, a spallate i Wallabies alla ricerca della palla ovale. Blues l’anima della musica di Nick Cave, Blue la Jasmine Cate Blanchett, non vi è tristezza, si impone la bellezza.

Melbourne non riesce ad essere prima. Seconda città più popolosa dell’Australia dopo Sydney, nessuna delle due ne è Capitale. Lo è nel tennis. Sede dello Slam australiano, qui stanziatovi dopo che per anni si è disputato in diverse città. Dal 1972 al 1987, nello stadio di Kooyong, dal fascino vintage del lown tennis che odora di the sorseggiato in bianchi calzoni lunghi. Nel 1988 ci si trasferisce nel nuovo stadio di Flinders Park, ora Melbourne Park. Si cambia anche superficie, passando dall’erba al cemento. Questo impianto è il più avveniristico dei quattro dello Slam, il primo ad essersi dotato di coperture mobili. La sua costruzione ha rappresentato la pietra miliare su cui rilanciare lo Slam australiano, per anni ridotto a livelli partecipativi davvero miseri. Dal 1987 inoltre si è decretato il suo definitivo collocamento in gennaio, Rinascita completata. Il tavolo Slam non ha più tre gambe, ma solide quattro.

“I bianchi, per adattare il mondo alla loro incerta visione del futuro, continuavano a cambiarlo; gli aborigeni dedicavano tutta la loro energia mentale a mantenerlo com’era prima” (B.Chatwin). Non son riusciti a evitare che per il resto del mondo, loro fossero già domani.

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