Grand Slam, parte quarta: US Open

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Grand Slam, parte quarta: US Open

Il racconto più intrigante della off season arriva al momento clou. Tappa a New York per entrare nel vivo

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Grand Slam, le prime tre puntate: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon

Rockefeller Plaza, Manhattan, New York City – Lunedì 29 agosto

Le immagini di vari incontri del primo turno degli US Open scorrevano fluide sul megaschermo che, come tutti gli anni, il municipio di Manhattan aveva installato in Rockefeller Plaza a uso e consumo gratuito della popolazione e dei turisti. L’estate si avviava alla fine e l’imminenza del Labor Day avrebbe sancito nei cuori dei newyorkesi il ritorno ai ritmi usuali e frenetici per cui la città era celebre in tutto il mondo. All’uscita dal lavoro, fra una sessione e l’altra di shopping, oppure semplicemente passandovi davanti per caso, erano migliaia ogni giorno le persone che gettavano un’occhiata al megaschermo, oppure prendevano posto con una bibita sulle sedie nell’area attrezzata a gustarsi qualche scambio. A parte i paladini di casa, decisi a riprendersi il titolo di Flushing Meadows dopo diversi anni di astinenza, il pubblico generalista conosceva solo due nomi. Uno per meriti di cronaca: quel Sandor Kiraly che sette mesi prima aveva spaventato milioni di persone e che oggi finalmente, in serata, sarebbe tornato a calcare un campo da tennis. Forte dei suoi 1570 punti nel ranking, frutto quasi interamente di quella sfortunata performance in Australia, aveva la testa di serie numero 26 e un primo turno potenzialmente agevole contro un qualificato. Ma la grande incognita sarebbe stata la sua condizione.

 

L’altro per meriti sportivi. La clamorosa scalata di Erwin Siles, giunto dalle favelas della Bolivia e capace in pochi mesi di issarsi al numero uno del ranking, era divenuta una favola che tutti volevano raccontare. Roma, Roland Garros, Wimbledon, Cincinnati, messi in cascina da vero dominatore. C’era stato un piccolo intoppo a Montreal con l’uscita in semifinale. Ma in Ohio con la sconfitta anzitempo di Foley, la conquista del titolo l’avrebbe messo sul trono del mondo per qualche decina di punti. Detto fatto. Erwin Siles giungeva a New York da numero uno del ranking e con tutta l’intenzione di aumentare il margine sugli altri conquistando il suo terzo Slam. E la sorte, o forse un’organizzazione lungimirante, aveva messo queste due celebrità nello stesso spicchio di tabellone, pronti ad affrontarsi in un ipotetico terzo turno.


Tennis Integrity Unit Headquarter, Roehampton, Venerdì 17 Febbraio

“Ecco Mister Veyveris, questo è un prospetto di come un ipotetico orologio del genere potrebbe funzionare”, disse il tecnico spiattellando sulla scrivania di Connor un prospetto di una decina di pagine. Il signor Bartow era stato interpellato al riguardo da Yura e subito convocato ad esporre.
“Si tratterebbe, in poche parole, di uno smartwatch come quello che Kiraly indossava, modificato per inviare delle scosse elettriche. Un po’ come i vecchi collari per ammaestrare i cani, per dare l’idea”
Connor era sempre più perplesso e quasi rassegnato davanti alla mole di stupidaggini che stava ascoltando. Ore di lavoro della sua stagista buttate dietro a una pista improbabile, anzi quasi impossibile, solo perché la signorina Sung aveva il gusto per l’inverosimile, le grandi storie e i complotti.
“Mi scusi signorina Sung”
“Mi dica…”
“Ecco, l’ipotesi che mi proponete è che qualcuno possa aver usato un orologio, che in realtà è una batteria, per folgorare un tennista mentre sta giocando?”
“Non esattamente, non è questa la teoria cui stiamo pensando”

“Ora io ho una domanda da idiota quale sono in materia: se il signor Kiraly avesse ricevuto uno shock elettrico, non dovrebbe ricordarselo? E soprattutto, non dovrebbero esserci dei riscontri fisici sul suo corpo di questa avvenuta scossa?”
“Si, se fosse rimasto folgorato sì. Ma come le dicevo noi propendiamo per un’altra teoria”
“Le spiego, Mister Veyveris – irruppe il signor Bartow – La pericolosità di una scarica elettrica per il corpo umano varia a seconda di molti fattori. L’intensità è solo una di questi. A volte ci sono nell’aria condizioni di elettricità statica con differenze di potenziale di migliaia di volt. Eppure non sono pericolose per l’uomo”
“Dov’è quindi il pericolo?”
“Come dicevo, dipende da diversi fattori: uno di questi è l’impedenza del corpo. Un essere umano offre naturalmente una certa resistenza al passaggio della corrente. Sotto una certa soglia, diciamo intorno a un milliAmpere, la scossa non è nemmeno percepita dal cervello. Se una scossa di tale piccola portata viene però ripetuta in continuazione, con il passare del tempo può indurre nel corpo un leggero stato di confusione e spossatezza. Noi crediamo che chiunque abbia escogitato questo piano, volesse produrre delle scariche di questo tipo in direzione di Kiraly. E probabilmente le abbia prodotte nel corso della partita. Con scarso successo”
“Ok. E da qui però come si spiega l’arresto cardiaco?”
“La resistenza rappresentata dal corpo di Kiraly via via è diventata sempre minore per colpa soprattutto di due fattori. Il primo è l’organismo affaticato. Il cuore di Kiraly, per tutta la durata del match, è stato sottoposto a un tour de force dovuto alla stanchezza fisica in buona parte, e anche un po’ probabilmente all’emozione. Un mix che a volte già da solo può causare scompensi cardiaci. Il secondo e ben più importante è il sudore”

“Cosa c’entra il sudore?”
“Sulla pelle bagnata la scossa elettrica ha un’efficacia di gran lunga superiore. E verso la fine dell’incontro, data anche la serata particolarmente afosa di Melbourne quel giorno, Kiraly era molto sudato”
“Ergo?”
“Ergo una scarica di corrente quasi impercettibile, ma protratta nel tempo e aumentata dalle condizioni spossate del soggetto e dall’umidità della pelle, possono aver attivato la fibrillazione cardiaca”
“Un piano diabolico”, concluse Connor Veyveris, con una punta di scherno. Stava cercando di calcolare quali fossero le chance che una cosa del genere fosse davvero la spiegazione al malore del tennista ungherese. Una su mille? No, meno. Una su un milione probabilmente.
“Supponiamo che sia vero… Chi potrebbe costruire un aggeggio del genere?”
“Costruire una sorta di braccialetto elettrico non è così complicato, direi che chiunque potenzialmente può farlo. Anzi, il fatto che qualcosa sia andato storto fa pensare che sia l’opera artigianale di un amatore. Camuffare un congegno del genere inserendolo all’interno di un comune orologio richiede qualche competenza in più”
“E queste scariche elettriche possono essere comandate a distanza?”
“Certo, una persona all’interno dello stadio, seduta vicino al campo, non avrebbe problemi”

“Bene, quindi saremmo ora alla ricerca di una persona rimasta per tutto il match nei pressi del campo e che in quei pochi minuti di confusione abbia potuto rimuovere l’orologio dal polso di Kiraly. Oltre ad aver avuto chance di sostituirlo prima”
“Esatto”
“Insomma: il suo allenatore”
“Vuole che lo faccia convocare per un’udienza? O vuole parlare con Kiraly prima?”
“Sarò franco e diretto cara Yura. La sua pista è, a mio parere, inverosimile. Molto ben articolata lo ammetto, ma non c’è una minima prova a suffragio. Ci sono almeno una dozzina di altre teorie ben più plausibili che spiegano la sparizione dell’orologio. Convocare qualcuno qui a Londra per porre domande su una pista di cui non siamo sicuri può solo avere due effetti: renderci ridicoli se è sbagliata; insospettirlo se è giusta”
“Quindi cosa facciamo?”
“Aspettiamo finchè queste persone che vogliamo sentire saranno in loco”
“E perché mai dovrebbero venire loro da noi?”
“A fine giugno c’è un torneino di tennis, 3 miglia a sud di Roehampton. Si chiama Wimbledon, non so se l’ha mai sentito nominare. Scommetto che qualcuno dei nostri verrà a fare una visita”


Flushing Meadows, Queens, New York City – Venerdì 2 settembre ore 17:30

“Benvenuti cari ascoltatori ad un altro episodio di Gwen, Seb and Match…”, disse Gwen Ridle con il suo usuale sorriso a centinaia di denti dritto in camera.
“Siamo quindi giunti al giorno del match più importante e più atteso di questa prima settimana. Dico bene, Seb?”
“Dici benissimo Gwen. Fin dal sorteggio del tabellone, la settimana scorsa, tutti gli appassionati hanno tifato perché questo incontro avesse luogo. Le due grandi sensazioni dell’anno, uno contro l’altro”
“Anche se ci arrivano con stati di forma diversi…”
“Certamente. Siles è il solito schiacciasassi e ha dominato i suoi incontri senza problemi, da degno numero uno del mondo. Su questo non ci sarebbero stati dubbi. La vera incognita era Kiraly. Nessuno, e credo nemmeno lui, poteva avere davvero idea di quale tennista sarebbe sceso in campo qui a New York e suppongo che l’obiettivo massimo che l’ungherese si era posto fosse proprio il terzo turno”
“Obiettivo centrato dunque”
“Certo, con un po’ di fatica. Diciamo che aver incontrato due tennisti fuori dalla top100 lo ha aiutato. Ma non dimentichiamo che anche Kiraly, paradossalmente, era fuori dalla top100 a gennaio e da allora non ha più giocato. Il suo gioco non è affatto quello scintillante messo in mostra in Australia. Si muove peggio, colpisce peggio ed è in poche parole arrugginito. Ma come dicevo, passare due turni per un agonista nelle sue condizioni è un successo. E’ un primo mattoncino verso il recupero totale di questa straordinaria promessa.

“Un pronostico, Seb?”
“Siles è stato in campo meno di 4 ore in tutto nei primi due turni, ha perso un solo match negli ultimi 28 ed è il numero uno del mondo. Kiraly ha giocato già nove set in due incontri, rientra da una lunga convalescenza e ha un gioco che non convince. Non ho dubbi: vincerà il boliviano in 3 set”

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Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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Flash

Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Federer torna a sciare dopo 15 anni e Lindsey Vonn lo incoraggia

Su Instagram, Roger Federer documenta il ritorno alla pratica di una disciplina sportiva da sempre sua grande passione

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Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)
Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)

E’ bello tornare sulle piste dopo quindici anni“, con tanto di hashtag: nuovi inizi.

Nonostante l’intero mondo del tennis sia pienamente concentrato sul primo Slam dell’anno in quel di Melbourne, un post pubblicato su un account Instagram accompagnato dalla didascalia che fà da incipit al nostro articolo non poteva lasciare indifferenti gli appassionati della racchetta.

Questo perché il protagonista di tale condivisione via social è un’assoluta icona planetaria – ultimamente è stato annunciato che presiederà il Met Gala in compagnia di Penelope Cruz e Dua Lipa che è stata in grado di sconvolgere e segnare il mappamondo tennistico come nessuno prima di lui, ovviamente stiamo parlando di Roger Federer.

 

Il campionissimo svizzero, pur avendo oramai posto fine alla propria carriera da diversi mesi, fa – e farà – sempre notizia. Così come, allo stesso modo, è inconfutabile la seguente tesi: la passione che avverte per lo sport, il 20 volte vincitore di un Major travalica i confini della disciplina che lo ha visto regnare per quasi un ventennio.

Una profonda ammirazione per il gioco, qualsiasi esso sia, che è facilmente riscontrabile nelle antiche passioni del 41enne di Basilea. Infatti dopo averlo visto a Dubai con il suo ex coach e grande amico Severin Luthi cimentarsi nella disciplina più in voga degli ultimi anni, il padel, (per i puritani del nostro sport, questo avvenimento è stato raccapricciante oltre che un atto barbaro all’eleganza tennistica che Roger rappresenta), è ritornato a praticare uno dei suoi primissimi amori: lo sci.

Federer fin da giovanissimo ha frequentato le piste da scii, prima di optare definitivamente per il tennis. Purtroppo però, anche e soprattutto a causa del grave infortunio che subì alla schiena dovette interrompere questo suo hobby e rinunciarvi per un lasso di tempo davvero lungo. Finalmente però ora, appesa la racchetta, può ricominciare da dove aveva lasciato pur comunque dovendolo fare gradualmente. Dopo le operazioni al ginocchio, difatti, almeno per il momento non può sciare sui percorsi più articolati e complessi poiché le sollecitazioni alle articolazioni a cui andrebbe incontro sarebbero ancora troppo pesanti da sopportare senza rischiare un nuovo infortunio. Non a caso poco dopo il ritiro dichiarò: “Ho un pò di paura nel praticare altri sport, perché il mio ginocchio non sta ancora benissimo“.

Il processo per tornare a sciare a pieno regime è dunque ancora lungo, tuttavia alcuni commenti al suo post potrebbero averlo ulteriormente motivato in questa sua personale sfida. Due leggende dello scii alpino del calibro della statunitense Lindsey Vonn e del connazionale Beat Feuz – entrambi ori olimpici nella discesa libera, la prima a Vancouver 2010 mentre il secondo a Pechino 2022 – gli hanno dedicato questi messaggi di sprono: “Dai Roger, è come guidare la bicicletta“, “C’è un posto disponibile nel tuo team?“.

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