Grand Slam, parte seconda: Roland Garros

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Grand Slam, parte seconda: Roland Garros

Seconda puntata del racconto più intrigante e coinvolgente che mai troverete in off season. E non solo

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Grand Slam, parte prima: Australian Open

Court Suzanne Lenglen, Parigi, Francia – Mercoledì 25 maggio, ore 17:12

Erwin Siles pareva volare da una parte all’altra del campo con rapidità impressionante e una precisione dei colpi millimetrica. Era indubbiamente in stato di grazia, ed era interessante vedere un’altra sorpresa uscire alla ribalta in questa stagione dopo lo sfortunato episodio di Kiraly. Siles aveva iniziato la stagione poco fuori dalla top 100, in linea con la media della sua carriera. A 25 anni il tennista boliviano poteva vantare un paio di Challenger di media importanza, un terzo turno sulla sua amata terra rossa a Parigi due anni fa e una finale nel 250 di Pune, sempre a 23 anni. Grazie a quei punti era riuscito a entrare in top100 per la prima volta. Ma una volta scaduti, Siles era ripiombato nello stagno dei Challenger, delle qualificazioni da giocare per gli Slam, per i Masters 1000, persino per i tornei minori. La dura vita di chi bazzica intorno alla 150.

 

In mezzo a milioni di appassionati che brandiscono una racchetta cercando di farsi largo ad alti livelli fra spin, slice, volée e recuperi, Erwin Siles era un’eccellenza: poteva vantare, su 7 miliardi di persone, soltanto un centinaio abbondante capace di usare quello strumento meglio di lui. Purtroppo, erano quei 150 che contavano. Cui pensava tutto il tempo. “Los 150 hijos de puta” li chiamava scherzando con il suo allenatore, citando un vecchio film spaghetti western con Terence Hill ed Henry Fonda. Terminare la stagione nei 100 era il suo obiettivo plausibile. Vincere un torneo, quello stratosferico. Tutto ciò fino all’inizio della stagione sulla terra. Dopo un avvio di annata in linea con le aspettative, da aprile Erwin aveva messo il turbo: quarti di finale a Marrakesh, finale, partendo dalle qualificazioni, a Budapest, vittoria all’Estoril. Un trittico che lo aveva portato a giocarsi le qualificazioni a Madrid: qualificazioni stravinte come anche i primi match fino ai quarti, dove un piccolo problema medico non specificato lo aveva fermato.

Risultati da vero terraiolo che gli avevano fatto guadagnare una meritata wild card per Roma. “Il miracolo di Roma”, lo ribattezzarono. Vittoria in un mille, con un solo set concesso per strada, in semifinale a Foley, che ormai si era scocciato di battere i suoi colleghi top10 e poi perdere dai fenomeni del momento. Con questo preludio, Erwin Siles era giunto a Parigi se non da favorito assoluto, poco ci manca. E favorito lo era diventato sul campo per come il suo livello di gioco e di confidenza sembrassero ogni giorno più stratosferici. Il boliviano poneva l’asticella dove nessun altro sembrava in grado di arrivare in quel momento. Almeno su quella superficie.

Il quarto di finale con Bartlett, il vincitore ufficiale dell’Australian Open (anche se nessuno lo riteneva davvero tale, e per fortuna Kiraly non c’era rimasto secco, altrimenti il premio molto probabilmente non sarebbe stato assegnato) doveva essere un test serio. Ma il punteggio recitava 6-3 6-3 5-3 Siles. Una regolarità disarmante, come quella mostrata in tutto il torneo. Bartlett era scoraggiato. Talmente tanto da far doppio fallo sul matchpoint. Game, Set and Match Siles.

Tennis Integrity Unit Headquarter, Roehampton – Martedì 1 febbraio

“Sir, abbiamo il report sui flussi di scommesse”. “Sono tutto orecchi”. “Non figura nulla di anormale. Né sulle puntate su Kiraly all’inizio del torneo, quando la media delle quote era fra 1000 e 5000, né prima del matchpoint quando la sua sconfitta era data fra 200 e 400”. “Grazie Malcolm”. “Questi sono i dati riguardanti i movimenti nel complesso. Praticamente ogni bookmaker si è detto disponibile a fare un’analisi più approfondita per vedere le singole operazioni di ogni utente, per puntate che superano i 100 dollari. Devo chiedergli di procedere?” “Se hanno del tempo da perdere…”. “Grazie Sir”.

Connor Veyveris riprese a dondolare sulla sedia per rilassarsi. Negli uffici della Tennis Integrity Union era noto come una persona capace di saper essere sarcastico, amichevole e simpatico quando la situazione lo permetteva. Ma anche incredibilmente serio, dedito e professionale quando contava. Ma in questo caso, Connor non aveva ancora ben chiaro quanto contasse. Il suo lavoro era principalmente collaborare con le polizie di vari paesi e coordinare indagini per capire se e quali sotterfugi si nascondessero sotto una sconfitta inusuale, un ritiro in condizioni anomale, una prestazione inconsueta. Tutta roba che resta nella nicchia del tennis. Questo ragazzo che sul Championship Point stramazza al suolo colto da attacco cardiaco a 18 anni era un altro paio di maniche. Perché le immagini e la notizia erano rimbalzate sui media di tutto il mondo, anche quello cui del tennis normalmente non frega nulla. E che si investigava: Sandor Kiraly è semplicemente un tennista sfortunato, sgambettato dalla sorte a un passo da un sogno? O c’è qualcosa di più strano dietro?

Connor Veyveris sapeva anche che il 99% delle volte la gente vede complotti che non esistono. Le cose sono esattamente quello che sembrano. Ma è quell’1% che è alla base del suo lavoro, che fa notizia, che diventa la trama di libri e film, e di cui la gente alla fine è affamata. Ed è per questo che l’un per cento viene percepito dalla massa come il 99, e viceversa. Insomma, per Connor, l’incidente di Kiraly è stato quello: un incidente. Una sfortunata coincidenza. E i dati sul flusso di scommesse erano un altro tassello a conferma di questa opzione. L’opzione più banale, ma statisticamente più corretta.

Complesso Roland Garros, Parc d’Autueil, Parigi, Francia – Venerdì 27 maggio, ore 18:15

Erwin Siles entrò nella sala piena di luci e come ormai era abituato a fare da un mese e mezzo a questa parte, si sedette davanti al microfono. Arraffò una delle bottigliette d’acqua alla sua destra, buttò giù un paio di sorsi e la riposizionò assicurandosi che l’etichetta con il nome dello sponsor fosse a favore di cronisti e telecamera. “Signori, grazie per essere qui, ricordo il protocollo: una domanda a testa, possibilmente concisi. Iniziamo in inglese”. Il capo addetto stampa indicò uno dei tanti con la mano alzata. “Juste Leblanc, L’Equipe. Complimenti per la tua vittoria Erwin. Prima finale slam in carriera. Come ti senti? Lo avresti mai predetto due mesi fa?” “Certamente no! Voglio dire, a inizio aprile ero numero 133 del mondo, e a fine maggio sono in finale al Roland Garros. Dopo aver vinto Roma. Mi pare un sogno. Mi pare impossibile”. “Michael Musgrave, London Times. La seconda semifinale sta per cominciare. Chi preferiresti affrontare fra Freidrich e Maslevic?” “Friedrich è mio coetaneo, l’ho incontrato spesso nel tour junior, e già mi batteva facilmente. Infatti poi ha avuto tutt’altra carriera rispetto a me, finora. Sarebbe bello giocarci una rivincita. Maslevic è numero 3 del mondo, la classifica parla per lui. Ma non l’ho mai affrontato, potrei sfruttare l’effetto sorpresa, e viceversa”. “Edoardo Livii, La Gazzetta dello Sport. In Bolivia la tv nazionale ha acquisito i diritti per il Roland Garros solo per mostrare la tua cavalcata. Sei una star ormai…”. “Più dei calciatori!” Risate divertite di Siles e di tutti i cronisti. Il capo ufficio stampa dopo aver ripreso la parola puntò a una giovane giornalista bionda.

“Ultima domanda”. “Kaisa Ristomaatti, Melbourne Observer…”.

“Joder! Di nuovo questa rompiballe! Ad ogni conferenza stampa con le sue domande insulse, e le danno ancora la parola. Devo chiarire con il press office che deve essere ignorata d’ora in poi. Non capisco perché un giornale generalista la abbia mandata fin qua da Melbourne fregandosene del tennis solo alla ricerca di uno scoop…”.

“… Mi unisco alle congratulazioni per il risultato straordinario. In molti hanno notato una similarità fra il tuo percorso e quello di Sandor Kiraly: entrambi tennisti fuori dai 100, anche se Kiraly era una giovane promessa. Entrambi esplosi improvvisamente, ed entrambi sotto sponsor con una realtà emergente nel tennis, l’inglese Smash…”. La giornalista fece una pausa teatrale. “Quindi? Quale sarebbe la domanda?” “Vede anche lei correlazioni fra le due storie?”

“A te piacerebbe vederle? Magari aggiungendone un’altra: un bel flirt con il campione emergente. Come con quel poveraccio di Sandor che ti sei portata a letto ogni sera durante gli Australian Open per poi mollarlo subito dopo l’incidente… Puta!”

“Sicuramente qualche curiosa coincidenza c’è, ma è il bello dello sport, che ci siano storie così. Certo, per Kiraly c’è stato questo incidente di percorso; ma a quanto pare tornerà presto ad allenarsi e sono sicuro che, con le dovute precauzioni, tornerà più forte di prima e a fine stagione, o inizio della prossima, sarà un osso duro per tutti. Quanto al fatto che entrambi siamo sotto contratto con la Smash, cosa posso dire: staranno facendo i salti di gioia!” Altre risate. “Grazie Erwin e buona fortuna per domenica”. Sipario.

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Editoriali del Direttore

Osaka ultima tedofora alle Olimpiadi di Tokyo, con qualche dubbio che si insinua prepotente

TOKYO – Non posso credere che due mesi fa non fosse stato già deciso che lo avrebbe fatto. E allora, anche ammessa la sua innocenza sulla discussa presa di posizione pre-Roland Garros, non sarà stata IMG a preparare quella strategia? Vorrei chiederle…

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Naomi Osaka accende il braciere olimpico - Tokyo 2020 (via Twitter, @usopen)

Non ho la presunzione di aver già individuato, neppur generalizzando, le caratteristiche di un popolo, il giapponese, con cui sono entrato in contatto per la prima volta soltanto da mercoledì sera, quando dopo aver riempito una decina di moduli, cinque in aereo e cinque all’aeroporto, mi ci sono volute quattro ore per uscire dall’ultimo controllo.

Ho pensato a quanto noi italiani ci lamentiamo dell’eccesso di burocrazia che affligge il nostro Paese, ma dopo questa esperienza non credo che – per quanto mi riguarda – mi lamenterò più.

Ho sempre sentito dire, e mi pare di averne avuto continua riprova in queste 48 ore, che la flessibilità non rientri nelle attitudini più precipue del popolo giapponese. Così come quasi maniacale mi è parsa la propensione – in parte apprezzabile quando non diventi eccessiva – a organizzare tutto nei minimi particolari… dai quali però poi non si deflette, caschi il mondo.

 

Arrivo al nocciolo: che due mesi fa, il 24 maggio, gli organizzatori giapponesi non sapessero e non avessero almeno preavvertito Naomi Osaka del fatto che sarebbe stata la più probabile – o anche soltanto una possibile –ultima tedofora per accendere il braciere olimpico e dare il via ai Giochi di Tokyo, scusatemi ma io proprio non ci credo.

Secondo me – che non ho il dono dell’onniscienza – lei era stata preavvertita. E con lei, direttamente o indirettamente, anche la sua società di management, l’IMG, che non è in mano a degli sprovveduti. Tutt’altro. Le Olimpiadi per Tokyo, più di 50 anni dopo quelle ospitate nel ‘64 , erano un’occasione importante, importantissima, dieci anni dopo quel terribile terremoto che l’aveva flagellata. Il Giappone ama lo sport, ha avuto grandi campioni fra i lottatori, i motociclisti, qualche giocatore di baseball, ma al momento nessun atleta gode della popolarità internazionale di Naomi, la tennista più pagata del mondo e le cui dichiarazioni – dall’epoca di Black Lives Matter – sono diventate celebri anche al di fuori del microcosmo tennis.

Ora a me sta umanamente simpatica Naomi. Mi è sempre sembrata anche un tipo genuino, sebbene IMG abbia certamente offuscato un po’ tanta naturalezza creando e facendole indossare quelle mascherine dedicate a vittime del razzismo che Naomi ha mostrato turno dopo turno all’ultimo US Open, certamente frutto di un’operazione di marketing tutt’altro che casuale. Se oggi, avendo pur vinto infinitamente di meno, Naomi guadagna quanto e più di Serena Williams, questo significa che dietro a lei c’è un team che le pensa e le sfrutta tutte. Quest’ultimo colpo di ieri sera non ha prezzo. Farà impennare ancora più le sue azioni.

Ebbene tutto ciò – e scusate se vi apparirò maligno (e ripeterò qui la solita frase Andreottiana che a pensare male si fa peccato ma… a volte ci si azzecca) – mi fa riflettere sulla presa di posizione di Naomi alla vigilia di Parigi. Quando cioè ha detto che non avrebbe più voluto sentirsi obbligata, ed eventualmente multata, a rispondere presente alle rituali conferenze stampa post match.

Con ciò chiedendo una chiara eccezione e un privilegio, capace di suscitare una discriminazione nei confronti di tutti gli altri campioni, uomini e donne, che invece si sottopongono a quelle… forche caudine che poi – a dire il vero – non sono nemmeno tali e per solito si esauriscono in 15 minuti dei quali le domande ne occupano sì e no tre o quattro.

Dapprima Naomi aveva motivato la sua richiesta attribuendola in parte a giornalisti poco preparati che le chiedevano cose cui aveva già risposto tante altre volte, poi li aveva anche accusati di scarsa sensibilità riferendo a quando alcuni colleghi avevano messo un po’ troppo il dito sulla piaga nei confronti di tenniste appena sconfitte. E forse si riferiva anche a se stessa per quelle volte in cui qualcuno l’aveva messa un po’ alla strette chiedendole conto dei suoi risultati piuttosto deludenti conseguiti sulla terra rossa e sull’erba.

In un secondo momento poi Naomi ha tirato fuori l’inedita storia di una sua depressione ricorrente e risalente a un paio d’anni fa. E su questo secondo argomento, mai prima manifestato e soprattutto non palesato a Guy Forget direttore del torneo del Roland Garros e al presidente della federtennis francese Gilles Moretton, le opinioni si erano divise. Chi le credeva e chi no. Chi citava, a mio avviso sbagliando nei modi, ai suoi enormi guadagni dando per scontato che i ricchi… non piangano (anche se è forse vero che i poveri avrebbero qualche motivo serio in più per farlo), chi aveva sposato la tesi che il management di Naomi avesse architettato tutto (un boomerang mediatico?) e quasi senza preavvertirla delle possibili conseguenze, per fare un altro colpo sensazionale (quasi quanto, a suo tempo, le sue foto in bikini sul famoso numero speciale di Sports Illustrated).

Io non mi permetto davvero di dubitare sulla malattia depressiva di Naomi, ci mancherebbe. Quella ante-Parigi è stata comunque un’uscita infelice, perché nella migliore delle ipotesi ha avuto come conseguenza quella di farle saltare sia Parigi sia Wimbledon (tornei cui obiettivamente sarebbe diventato difficile, se non imbarazzante, partecipare a seguito di quanto aveva dichiarato e delle polemiche che ne erano seguite).

Ora è vero che Naomi su quelle due superfici non era considerata una delle primissime favorite, ma è anche vero che in campo femminile può capitare che a Parigi vadano in semifinale quattro giocatrici che mai avevano fatto tanta strada e che in finale Kreijcikova si trovi a vincere la finale su Pavlyuchenkova. Insomma, chi può dire che Naomi non avrebbe potuto fare altrettanta strada?

Dopo aver visto stanotte Naomi accendere la fiamma olimpica mi sono chiesto se il suo team non avesse spinto sull’acceleratore di una mossa magari sentita ma forse non così determinata, pensando di ampliare la risonanza di ciò che ruota attorno a Naomi. Tanti sponsor, tanti soldi.

E qui in Giappone, sarà forse perchè Djokovic viene considerato superfavorito nel torneo maschile e sarà certo perché Naomi è giapponese, e ora più giapponese che mai (ricorderete che quando per legge ha dovuto scegliere un solo passaporto, quello giapponese, c’erano state grandi incertezze per lei cresciuta negli Stati Uniti e poco a suo agio con il giapponese al punto da preferire rispondere in inglese), fatto sta che ancora prima della cerimonia olimpica, le copertine sui magazine e i servizi sulle varie TV, erano molto di più su lei che su Novak.

Ripeto, per non dare adito a dubbi. Forse lei ha sempre detto il vero, ma i suoi agenti hanno cercato di cavalcare l’onda e a giudicare dai risultati di notorietà, dopo che forse all’inizio sembravano aver fatto una topica, forse oggi possono pensare di averla azzeccata. Naomi è magari criticata da qualcuno che non le crede, ma in termini di popolarità è diventata ancora più famosa.

Per quanto mi riguarda, proverò a chiederle questo – anche se dubito che avrò una risposta diretta (più facile che mi dica “Voglio concentrarmi su questa Olimpiade…”): “Ma ti senti meglio, se non guarita, dopo i problemi che ci hai denunciato due mesi fa? Perché, sai, qui la pressione mentale su te mi sembra molto più forte di quanto avrebbe potuto essere a Parigi…”. Figuriamoci se non trova modo di svicolare. IMG l’avrà certo istruita.

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ATP

Vit Kopriva stupisce ancora: è in semifinale all’ATP di Gstaad

Il tennista ceco conferma la bella vittoria con Shapovalov lasciando un solo game a Ymer. Gaston annulla 4 match point a Garin

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La vittoria su Denis Shapovalov negli ottavi di finale non è stata un caso. Il 24enne Vit Kopriva è l’uomo della settimana all’ATP 250 di Gstaad. Il tennista ceco ha vinto i match di qualificazione per il torneo svizzero e ha potuto fare il suo debutto in un evento ATP. Nel suo primo quarto di finale in carriera nel circuito maggiore, sfidava il classe 1998 Mikael Ymer. Il giovane svedese aveva tutti i favori del pronostico, ma è entrato in campo con un atteggiamento molto remissivo. Kopriva invece, forte della striscia di vittorie inanellata negli ultimi giorni, ha dominato la partita, soprattutto con il dritto. Ymer non ha avuto la pazienza necessaria per tenere il palleggio e non è mai entrato nel match.

Kopriva ha chiuso 6-1 6-0 in appena 51 minuti. È il secondo giocatore che nel 2021 riesce a raggiungere le semifinali al suo primo torneo ATP (Juan Manuel Cerundolo ci arrivò a Cordoba). L’ultimo a farcela fu Attila Balazs a Bucarest 2012.

La semifinale della parte bassa del tabellone vedrà incrociare le racchette Hugo Gaston e Laslo Djere. Il giocatore francese, già messosi in mostra lo scorso autunno al Roland Garros, ha infiammato il match contro lo specialista Christian Garin, sconfitto nei quarti di finale anche una settimana fa a Bastad. Il cileno, quarta testa di serie, ha sprecato un break di vantaggio nel terzo set (conduceva 4-2) e ha anche servito per il match sul 5-4. Nel tie-break Gaston è riuscito ad annullare 4 match point, chiudendo 13-11 il gioco decisivo. Anche per lui sarà la prima semifinale nel circuito maggiore.

 

Djere è invece arrivato nel penultimo atto di un torneo ATP per la terza volta nel solo 2021 (sempre sul rosso). Anche lui ha vinto al terzo set, contro il francese Rinderknech. Djere non ha mai perso il servizio in tutto il match, ma dopo aver chiuso 6-4 il primo ha ceduto il tie-break della seconda frazione al numero 100 ATP. Ha dimostrato una certa sicurezza a inizio terzo parziale, nonostante i suoi turni siano stati sotto attacco per due volte di fila. Un nastro fortunoso che gli ha accomodato la palla sul match point gli ha dato la vittoria finale.

In chiusura di programma Casper Ruud ha superato in 3 set Benoit Paire, apparso comunque in netta ripresa come attengiamento in campo. Il norvegese continua la sua eccellente estate sul rosso dopo la vittoria nell’Open di Svezia a Bastad la scorsa settimana. Affonterà Kopriva in semifinale

Risultati:

[Q] V. Kopriva b. M. Ymer 6-1 6-0
[3] C. Ruud b. [6] B. Paire 6-2 5-7 6-3
H. Gaston b. [4] C. Garin 6-4 1-6 7-6(11)
[7] L. Djere b. A. Rinderknech 6-4 6-7(5) 6-4

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Flash

WTA Palermo: continua il buon momento di Sharma e Danilovic. Lucia Bronzetti si racconta

A Palermo avanza la prima favorita Danielle Collins, ma l’attenzione italiana è tutta per Lucia Bronzetti, al secondo quarto di finale consecutivo. Sfiderà la rumena Ruse

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Olga Danilovic - WTA Palermo 2021 (courtesy of tournament)

Il sole continua a splendere sulle rive del mare di Palermo, ma come di consueto il Palermo Ladies Open cerca di preservare le giocatrici dalla calura fissando l’inizio degli incontri alle 16 (per semifinali e finali si inizierà alle 17).

La coda del sole pomeridiano di giovedì se la sono cuccata Vikhlyantseva e Sharma, protagoniste del primo dei quattro ottavi di finale restanti in programma che in totale avevano per protagoniste soltanto due top 100 (su otto giocatrici). Né Vikhlyantseva né Sharma possono vantare questo status di classifica ma l’australiana, attuale 121 del mondo che qualche passo in top 100 lo ha anche mosso nel 2019, sta dimostrando di avere le carte in regola per rientrarci. Capace di vincere il suo primo titolo tre mesi fa sulla terra verde di Charleston, Sharma è partita male (subito sotto 4-0) ed è stata meno brillante del solito con il servizio, ma per sua fortuna Vikhlyantseva ha fatto assai peggio – perdendo 22 punti su 31 con la seconda. Per Sharma sarà decisamente più complesso contro la prima favorita del torneo Danielle Collins, che ha battuto facilmente (6-4 6-1) l’altra australiana Ingles dimostrando di aver smaltito l’infortunio al braccio che l’ha costretta al ritiro nella semifinale contro Kalinina, a Budapest, una settimana fa.

L’altro quarto di finale delineato dai match di giovedì vedrà sfidarsi la ventenne serba Olga Danilovic – che ci ha messo due ore e mezza per battere Zavatska – e la 32enne Shuai Zhang, che invece ha graziato gli organizzatori vincendo l’ultimo match di giornata contro Di Lorenzo in poco più di un’ora, a distanza di sicurezza dalla mezzanotte. Danilovic aveva acceso molti entusiasmi vincendo a 17 anni il suo primo titolo, sulla terra di Mosca, ma da allora non ha fatto grossi progressi. Il secondo quarto di finale consecutivo (lo aveva raggiunto anche a Budapest la scorsa settimana) suggerisce che il vento potrebbe essere tornato a spirare alle sue spalle, invece che contro, pur premettendo che il livello di questi tornei è un po’ più basso della norma di un WTA 250. Bene per chi ne approfitta, però, e dunque brava Olga.

 

E brava, anzi bravissima Lucia Bronzetti – la cui qualificazione ai quarti era già certa da 24 ore. Prima della sfida (in programma tra le 19 e le 20) contro la rumena Ruse, anche lei in gran forma e recente campionessa ad Amburgo, la 22enne nata a una manciata di chilometri da Rimini ha raccontato come ci si sente a centrare due quarti di finale consecutivi – Losanna e ora Palermo – e a guadagnare quasi 200 posizioni in tre mesi; a inizio aprile era n.345 WTA, lunedì sarà almeno alla 172° posizione. Da febbraio ha giocato cinque finali a livello ITF, vincendo le prime due e perdendo le ultime tre. E nel frattempo, scalando la classifica.

Ancora non ho realizzato quello che sto facendo; ho fatto più di quanto pensassi, ma ancora sono in gara e spero di andare più avanti più possibile” ha raccontato all’ufficio stampa del torneo.Stanchezza? Pensavo peggio: lo staff è ben organizzato e le fisioterapiste ti curano al meglio. Mi sento abbastanza bene. Sapevo che i risultati prima o poi sarebbero arrivati perché stiamo lavorando bene da tanti anni. Il mio sogno è giocare gli Slam. Quello che da sempre mi affascina di più è lo US Open e sarà il primo che andrò a giocare”. Con la nuova classifica, infatti, Lucia è già certa di rientrare nel cut-off delle qualificazioni dell’ultimo Slam stagionale.

L’ultimo quarto di finale, ma il primo a disputarsi nella giornata di venerdì, vedrà invece impegnate la francese Oceane Dodin e l’altra rumena Jaqueline Adina Cristian.

Il tabellone completo

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