Grand Slam, parte terza: Wimbledon

Racconti

Grand Slam, parte terza: Wimbledon

Nuovo appuntamento con il racconto più intrigante di tutta la off season. I protagonisti della nostra storia si spostano sull’erba londinese e il mistero si infittisce

Pubblicato

il

Il trofeo dei Championships - Wimbledon 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Le puntate precedenti di Grand Slam: Australian Open e Roland Garros

Wimbledon, Greater London – Lunedì 27 giugno

Una folla di decine di migliaia di tifosi, giornalisti, organizzatori, volontari riempiva l’All England Club per il giorno tennisticamente più bello dell’anno: il lunedì degli ottavi. Da tempo tradizionalmente sedici incontri di altissimo spessore tecnico, con in campo i favoriti in testa a testa intriganti, dentro o fuori. Otto incontri maschili e otto femminili. Dopo l’incredibile stagione sulla terra la sorpresa Siles era salito alla posizione numero sei del ranking, ma il celebre “algoritmo verde” lo relegava alla nona testa di serie. Il suo tennis sorprendentemente si era fatto valere anche sull’erba fino a quel momento. Se aveva vinto il Roland Garros mostrando una condizione fisica e mentale superiore, sull’erba pareva aver compiuto enormi progressi tecnici. Non tanto per la gestione di scivolata e passi su questa superficie ostile, quella è un dono innato, ma sul timing e la pulizia dei colpi.

 

Quei rimbalzi inesatti che tanti problemi creavano agli altri, e che con il passare dei giorni e il logoramento del manto sarebbero divenuti sempre più frequenti, per lui erano quisquilie. Leggeva la palla come nessun’altro, come se arrivasse regolare esattamente come su terra o cemento. Non steccava mai, mai un colpo a metà campo. La precisione di un laser. E a rete sorprendeva ancora di più con riflessi felini, passarlo era quasi un’impresa. In un mese il suo tennis da terra era divenuto un ottimo gioco da erba, e questo era un risultato ancora più sorprendente delle sue recenti vittorie. Perché se qualche maligno vociferava che sotto la sua performance sulla terra rossa potesse nascondersi l’ombra del doping, qui era chiaro davanti a tutti che Siles era un giocatore trasformato anche sul piano tecnico. E non c’è doping che possa aiutarti in questo.

Al bancone di uno dei tanti chioschi del parco, Vassily Demtchenko piluccava le sue strawberries affondandole con le dita nella cream sorseggiando Pimm’s, un vero gentleman ossequioso delle tradizioni del Club di Church Road. Era rimasto per la seconda settimana nonostante il suo pupillo Claude Groen fosse già eliminato. Ma con un risultato di prestigio: un terzo turno. Figlio di una maratona vinta al quinto set nel primo incontro e un fortunato walk over nel secondo. Poi Domratchev lo aveva massacrato nel terzo 6-3 6-3 6-2, ma poteva tornare a casa soddisfatto. Vassily in ogni caso era lì ad assistere al torneo Junior che cominciava proprio quel lunedì. I recenti risvolti lo avevano convinto a provare ad allenare ancora un paio di stagioni, ora che Sandor Kiraly era una celebrità e i medici avevano ufficialmente dato il benestare al suo rientro dopo mesi e mesi di controlli.

Sandor era sotto contratto per lui fino alla fine della stagione successiva e con qualche buon risultato a conferma di quanto visto in Australia, il nome di Demtchenko sarebbe tornato in auge. Certo non si illudeva che Kiraly sarebbe rimasto con lui. Ma sperava che qualche risultato al rientro, magari a New York, potesse dargli morale. Se lo meritava, dopo l’episodio di Melbourne anche la sua personalità era cambiata. Il giovane piacente era diventato cupo, rattristato da questa spada di Damocle che la disfunzione cardiaca rappresentava. Le analisi avevano mostrato come il cuore non fosse minimamente danneggiato e con le dovute attenzioni e farmaci anticoagulanti l’ungherese sarebbe tornato non solo a una vita normale, ma persino in campo, in totale sicurezza.

Smash Headquarter, Londra – Mercoledì 6 aprile

“E questo è quanto, signor Siles – disse Mister Madison spalancando una porta – Non c’è bisogno di sottolineare che tutto ciò che ha visto e di cui abbiamo discusso oggi rimarrà sotto stretta confidenza”. Il tennista boliviano era tanto affascinato quanto dubbioso da ciò che aveva visto e sentito nell’ultima ora. Andava oltre le sue capacità di comprensione e la sua conoscenza in materia. L’offerta della Smash era allettante, ma certamente illegale. “Quindi questo secondo voi non sarebbe doping?” “Diciamo, signor Siles, che secondo la definizione posso essere d’accordo con lei: se intendiamo per doping qualunque sostanza o procedimento atto a migliorare le performance di un atleta, questo è indubbiamente doping. Ma per la legge sportiva non lo è: non è mai stato discusso un capitolo riguardate le nanotecnologie invasive”. “E perché mai?” “Perché nessuno sa che esistono. Alcuni organi all’interno della WADA hanno cominciato a ipotizzare studi e sanzioni per un remoto futuro in cui impiantare microrobot nel corpo umano potrà essere possibile… Senza sapere che lo è già”. “Una tecnologia del genere applicata in campo medico potrebbe salvare milioni di vite…”.

“Miliardi. Potrebbe salvare ogni vita. E questo sarà il futuro prossimo. Ma di ogni nuova tecnologia vanno studiati gli effetti su un corpo umano. Su vari corpi umani. Su quelli deficitari, su quelli normali, su quelli atletici. Paragonare tempi ed efficacia di risposta e così via”. “Quindi io sarei la vostra cavia?” “In cambio di gloria e onore tennistico”. “Come fate a essere certi che questi nanorobot possano davvero trasformarmi in un tennista superiore?” “Ricostruendo in pochi secondi microfibre muscolari logorate dall’acido lattico. Riattivando sinapsi mandate in standby dal cervello per il sovraccarico e rendendolo più lucido, aumentando i suoi riflessi e la sua capacità di percezione della realtà rispetto a un umano standard. Oliando le sue articolazioni con atomi di potassio, costruendo connettori artificiali paralleli al nervo ottico per raddoppiare la risposta neuronale nella coordinazione mano-occhio. Nulla, non c’è nulla che questi nanorobot non possano migliorare. Dopodichè, si dissolveranno biologicamente all’interno del corpo in sole cinque ore”. “Deduco che sia pericoloso, non avendolo ancora testato su un campione ampio di persone”. “I rischi sono minimi. Lei non è la prima persona, né il primo tennista, su cui abbiamo fatto dei test. Nel precedente caso c’è stato un intoppo, lo riconosciamo. Ma è difficile indagare se sia stato dovuto alla terapia o a un agente esterno. Forse un errore che abbiamo fatto è stato di correre un po’ troppo. Se lei accetterà, andremo per gradi”. “Si trattava di Kiraly, vero?”

Wimbledon, Greater London – Giovedì 30 giugno

“Tre, due, uno… Live” compitò senza emettere suono, come un pesce, il capo produzione fissando Gwen Ridle. La tennista irlandese, ex top ten ma senza trofei di gran peso, aveva ottenuto maggior successo con la sua seconda carriera, quella da giornalista sportiva. Affiancata al grande campione del passato Sebastien Coudre era divenuta la metà di una coppia indissolubile e i loro appuntamenti mattutini e serali, a precedere e seguire gli incontri del giorno, erano un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati. La Ridle guardò in macchina sfoggiando il suo sorriso perfetto e diede il via alla trasmissione. “Benvenuti cari ascoltatori ad un altro episodio di Gwen, Seb and Match. Abbiamo ottime notizie perché, come potete vedere dietro di noi, il cielo non è così grigio come le previsioni indicavano e giove pluvio potrebbe risparmiarci per questa giornata. Una giornata di grande interesse, dico bene Seb?” “Certamente, ci attendono due semifinali femminili di altissima qualità e fra mezz’ora se il meteo regge ne vedremo delle belle”.

“Come ne abbiamo viste delle belle ieri, con dei quarti maschili di alto spessore. Due partite al quinto set e due al quarto. E il numero uno e campione uscente Foley che ha fatto le valigie”. “Indubbiamente quello fra Domratchev e Foley è stato il match del giorno. E domani il biellorusso è chiamato a un test ancora più duro se possibile, perché se la vedrà con Erwin Siles”. “Dici bene Seb. Il Boliviano ha perso il primo set del torneo ieri, al tiebreak. Ma deve ancora perdere il servizio e ora tutti si chiedono: può Erwin Siles fare la doppietta Parigi-Londra?” “Sarebbe incredibile Gwen, ma ancora più incredibili sono i suoi progressi su erba e a questo punto dopo l’uscita di scena di Foley e Maslevic direi che i favoriti sono Siles e Friedrich”. “Seb, se sei d’accordo possiamo parlarne con il nostro ospite odierno; possiamo dire che ogni ospite qui a Gwen, Seb and Match è benvenuto, ma oggi in modo particolare. Perché è un gradito ritorno nell’ambiente tennistico, in attesa che torni a calcare i campi. Diamo tutti un caloroso benvenuto a Sandor Kiraly!”

Il tennista ungherese entrò nel campo della camera dalla quinta parete, mentre un anfiteatro di folla lo applaudiva da ogni lato. Dopo essere stato dimesso dall’ospedale Kiraly aveva concesso qualche intervista qua e là per soddisfare la curiosità dei fan e della stampa. Ma nei mesi successivi si era ritirato sempre di più in isolamento. I giornali si erano progressivamente dimenticati di lui e un po’ di privacy per Sandor era importante: lo stress e l’attesa per i risultati definitivi dopo mesi di analisi e controlli, non sapendo se mai sarebbe potuto tornare a giocare, lo avevano logorato dentro e anche fuori. Era invecchiato di un lustro e ora pareva uno di quei 25enni che si portano gli anni male. L’incidente lo aveva segnato anche psicologicamente. Sicuramente Kiraly era più maturo ora, aveva visto la morte a un passo e in fondo era lui il primo a non voler tornare a giocare. E si chiedeva ancora chi glielo aveva fatto fare di accettare quella proposta della Smash e contaminare il suo corpo con pillole, iniezioni e beveroni che in meno di un mese lo avevano portato ad avere il cuore di un settantenne.

La Smash lo aveva ricontattato per fornire spiegazioni “esaurienti e convincenti” sulla situazione ma Sandor aveva rifiutato ogni colloquio. Non voleva mai più vedere in faccia Mister Madison né alcuno del suo team di dottori pazzi. L’unico accordo fatto tramite terzi era che sarebbe rimasto sotto contratto con la Smash per tutta la stagione, per non alimentare ulteriori sospetti del mondo tennistico con una rottura dal tempismo inaccurato. Agli occhi altrui doveva sembrare che tutto fosse normale e che lo sponsor continuasse a prendersi cura del suo pupillo. A dicembre poi si sarebbero separati senza troppi clamori.

“Grazie mille per avermi invitato”. “Grazie a te Sandor per onorarci della tua presenza. È la prima volta che ti rivediamo nell’ambiente tennistico e tutti, davvero tutti, siamo così contenti”. “Bene Gwen, prima o poi dovevo tornare a occuparmi di questo sport e quale migliore occasione di Wimbledon”. “Hai già incontrato qualche collega?” “Sì certo, in tanti mi hanno fatto le congratulazioni e spero di incontrarli presto sul campo”. “Come procede la riabilitazione?” “Mi sto già allenando, sempre sotto la guida di Vassily Demtchenko. Tutto procede bene e sto riacquistando la forma. Con Vassily abbiamo deciso di puntare al rientro per gli US Open”. “È una grande notizia Sandor. Possiamo chiederti al volo, in chiusura, chi pensi che vincerà questa edizione di Wimbledon?” “Non ho dubbi Seb. Erwin Siles vincerà. Ha delle armi in più rispetto agli altri. Decisamente delle armi in più”.

SEGUE A PAGINA 2

Pagine: 1 2

Continua a leggere
Commenti

Racconti

La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

Pubblicato

il

Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

Continua a leggere

Racconti

Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

Pubblicato

il

Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

Continua a leggere

Australian Open

Diari australiani: perché l’Australian Open è un torneo speciale. In un luogo speciale

L’eredità australiana, da Evonne Goolagong ad Ash Barty, passando per Rafter e Hewitt. Ma anche la ‘passione’ aborigena e la bellezza di Cate Blanchett

Pubblicato

il

Evonne Goolagong (foto via Twitter, @Wimbledon)

Il nostro Fede Torre ci ha donato questo racconto sull’Australian Open. Sull’Australia, più che soltanto sul torneo. L’idea era quella di pubblicarlo prima dell’inizio delle ostilità, ma il calendario forsennato del mese down under ci ha costretto a tenerlo in soffitta per un paio di settimane in più. Ve lo proponiamo oggi, per salutare l’edizione appena conclusa dell’Happy Slam e dare appuntamento all’Australian Open 2021.


Ne “La Via dei Canti“, Chatwin analizza i canti tradizionali dei nativi australiani, vedendo in loro una sorta di mappa di linee, strade invisibili, piste del sogno che collegano tutto il continente. Chi in Australia è arrivato alla ricerca di Tyche, deve averla immaginata col volto di Cate Blanchett. Un piano accompagna una voce cavernosa: “Into my arms”, sì, tra le tue braccia. Un bambino difficilmente riuscirà ad abbracciare un mappamondo senza che nulla resti fuori. Se lo si prende dall’equatore, facile l’Australia sfugga. Blues l’anima della musica di Nick Cave, Blue la Jasmine Cate Blanchett, nessuna tristezza, questo è il regno della bellezza.

Paese continente, lontano da molto, lontano da quasi tutto. Unire i punti marroni dal Sud Est asiatico verso Sud, giochino da rivista di enigmistica, ed ecco l’Australia. Down Under dal loro alto, dicono gli inglesi. Australia, terra sognata, sperata ancor prima di essere scoperta e conquistata, dal sapore vintage di Commonwealth, Made in UK. Australiani, la via intrapresa dagli avi da ripercorrere al contrario per inseguire qualche altro mondo. Aussies.

 

“Gli aborigeni si muovevano sulla terra con passo leggero; meno prendevano dalla terra, meno dovevano restituirle” (B. Chatwin). Evonne Goolagong degli australiani ne aveva il sangue, quello vero, primordiale. Tennista australiana, rischiò di vivere nell’ombra del totem nazionale Margaret Smith, 24 Slam in singolare, 19 in doppio e 21 in doppio misto. Evonne aveva personalità e storie da raccontare. La luce da lei emanata fu enorme. “Thunderstruck”. Angus Young e il riff di chitarra perfetto, fulminate le avversarie della Goolagong da un tennis felino, leggero, con zampate improvvise. AC/DC, alternative current/direct current. Evonne Goolagong vinse e perse molto. 18 finali Slam in singolare, di cui “solo” 7 vinte, più titoli in doppio ed altro. La sua vittoria più famosa resta Wimbledon ’80, nove anni dopo la prima e quattro dopo esser divenuta madre, la più prestigiosa l’essere stata ambasciatrice della sua gente, i nativi d’Australia, protagonisti di una storia a molti sconosciuta e da molto dimenticata.

Un boomerang torna indietro, ti si ritorce contro, di certo per stereotipata definizione. Stereotipo vuole che l’Australia sia anche terra di tennisti. 28 Coppe Davis, innumerevoli titoli Slam, un susseguirsi continuo di fenomeni: Frank Sedgman, Lew Hoad, Fred Stolle, Roy Emerson, Ken Rosewall, il GOAT della sua epoca Rod Laver, John Newcombe e altri meravigliosi come Tony Roche, John Alexander, Phil Dent e il “caso” Mark Edmonson, uno dei vincitori Slam più improbabili che riuscì nell’impresa da numero 212 del seeding. Il tennis australiano ha lasciato ai posteri anche coppie di doppio vincenti dai nomi bizzarri, come i Woodies (Woodforde/Woodbridge) e i SuperMac (Mc Namee/Mc Namara). In campo femminile sette Fed Cup, tutte concentrate nel decennio 1964/74, e un elenco di titoli Slam da pallottoliere.

Australia, barriera corallina, onde paradiso di surfisti, parco giochi per grandi squali, bianchi o tigrati. Squali tennisti predatori di trofei, per un periodo improvvisamente placatisi. Pat Cash dei segni li lasciò, ma causa infortuni, durò non abbastanza per gli standard seriali a cui l’Australia aveva abituato. L’arrivo di un nuovo Pat, Rafter, fu pertanto attesa messianica. Ci mise un po’ ad affermarsi, recuperò, vincendo due US Open e passando suo malgrado alla storia per i due Oscar consecutivi a Wimbledon nel ruolo di miglior attore non protagonista nelle finali del 2000 e 2001, quelle dell’ultima vittoria di Sampras e la “finalmente” di Ivanisevic. Rafter giocava bene, giocava “bello”, perfetto spot della scuola tennistica australiana.

Pat Rafter – Wimbledon 2001 (foto @Gianni Ciaccia)

Mark Philippoussis ne fu di questa, una versione aggiornata in potenza. Problemi continui alle ginocchia, ne resero incompiuta e zoppa la carriera. Toccò ad un figlio d’arte, creativo della maleducazione, riprendere le fila del discorso Slam: Lleyton Hewitt. Urla, pugnetti, aggressioni verbali, provocazioni gratuite, esultanze eccessive, spropositate ed un tennis al rimbalzo che nulla aveva a che fare con la gestualità tradizionale dei suoi precursori, ne fanno lo spartiacque tra l’Australia del tennis che fu, quella delle nuove leve a venire e dei Kyrgios e de Minaur che son venuti già.

Australiana vera per tennis, comportamento e DNA è Ashleigh Barty, australiana moderna, muscolata e da gesti ruvidi Samantha Stosur. Il tennis femminile australiano non è rimasto propriamente a guardare tra una oriunda e l’altra. Modula la voce Lisa Gerrard, il cangiante volto della Kidman, quello unico di Margot Robbie, Uluru e le declinazioni del rosso. A balzi procedono i canguri, lenti e ponderati i gesti del koala, a spallate i Wallabies alla ricerca della palla ovale. Blues l’anima della musica di Nick Cave, Blue la Jasmine Cate Blanchett, non vi è tristezza, si impone la bellezza.

Melbourne non riesce ad essere prima. Seconda città più popolosa dell’Australia dopo Sydney, nessuna delle due ne è Capitale. Lo è nel tennis. Sede dello Slam australiano, qui stanziatovi dopo che per anni si è disputato in diverse città. Dal 1972 al 1987, nello stadio di Kooyong, dal fascino vintage del lown tennis che odora di the sorseggiato in bianchi calzoni lunghi. Nel 1988 ci si trasferisce nel nuovo stadio di Flinders Park, ora Melbourne Park. Si cambia anche superficie, passando dall’erba al cemento. Questo impianto è il più avveniristico dei quattro dello Slam, il primo ad essersi dotato di coperture mobili. La sua costruzione ha rappresentato la pietra miliare su cui rilanciare lo Slam australiano, per anni ridotto a livelli partecipativi davvero miseri. Dal 1987 inoltre si è decretato il suo definitivo collocamento in gennaio, Rinascita completata. Il tavolo Slam non ha più tre gambe, ma solide quattro.

“I bianchi, per adattare il mondo alla loro incerta visione del futuro, continuavano a cambiarlo; gli aborigeni dedicavano tutta la loro energia mentale a mantenerlo com’era prima” (B.Chatwin). Non son riusciti a evitare che per il resto del mondo, loro fossero già domani.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement