Grand Slam, parte terza: Wimbledon

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Grand Slam, parte terza: Wimbledon

Nuovo appuntamento con il racconto più intrigante di tutta la off season. I protagonisti della nostra storia si spostano sull’erba londinese e il mistero si infittisce

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Il trofeo dei Championships - Wimbledon 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Le puntate precedenti di Grand Slam: Australian Open e Roland Garros

Wimbledon, Greater London – Lunedì 27 giugno

 

Una folla di decine di migliaia di tifosi, giornalisti, organizzatori, volontari riempiva l’All England Club per il giorno tennisticamente più bello dell’anno: il lunedì degli ottavi. Da tempo tradizionalmente sedici incontri di altissimo spessore tecnico, con in campo i favoriti in testa a testa intriganti, dentro o fuori. Otto incontri maschili e otto femminili. Dopo l’incredibile stagione sulla terra la sorpresa Siles era salito alla posizione numero sei del ranking, ma il celebre “algoritmo verde” lo relegava alla nona testa di serie. Il suo tennis sorprendentemente si era fatto valere anche sull’erba fino a quel momento. Se aveva vinto il Roland Garros mostrando una condizione fisica e mentale superiore, sull’erba pareva aver compiuto enormi progressi tecnici. Non tanto per la gestione di scivolata e passi su questa superficie ostile, quella è un dono innato, ma sul timing e la pulizia dei colpi.

Quei rimbalzi inesatti che tanti problemi creavano agli altri, e che con il passare dei giorni e il logoramento del manto sarebbero divenuti sempre più frequenti, per lui erano quisquilie. Leggeva la palla come nessun’altro, come se arrivasse regolare esattamente come su terra o cemento. Non steccava mai, mai un colpo a metà campo. La precisione di un laser. E a rete sorprendeva ancora di più con riflessi felini, passarlo era quasi un’impresa. In un mese il suo tennis da terra era divenuto un ottimo gioco da erba, e questo era un risultato ancora più sorprendente delle sue recenti vittorie. Perché se qualche maligno vociferava che sotto la sua performance sulla terra rossa potesse nascondersi l’ombra del doping, qui era chiaro davanti a tutti che Siles era un giocatore trasformato anche sul piano tecnico. E non c’è doping che possa aiutarti in questo.

Al bancone di uno dei tanti chioschi del parco, Vassily Demtchenko piluccava le sue strawberries affondandole con le dita nella cream sorseggiando Pimm’s, un vero gentleman ossequioso delle tradizioni del Club di Church Road. Era rimasto per la seconda settimana nonostante il suo pupillo Claude Groen fosse già eliminato. Ma con un risultato di prestigio: un terzo turno. Figlio di una maratona vinta al quinto set nel primo incontro e un fortunato walk over nel secondo. Poi Domratchev lo aveva massacrato nel terzo 6-3 6-3 6-2, ma poteva tornare a casa soddisfatto. Vassily in ogni caso era lì ad assistere al torneo Junior che cominciava proprio quel lunedì. I recenti risvolti lo avevano convinto a provare ad allenare ancora un paio di stagioni, ora che Sandor Kiraly era una celebrità e i medici avevano ufficialmente dato il benestare al suo rientro dopo mesi e mesi di controlli.

Sandor era sotto contratto per lui fino alla fine della stagione successiva e con qualche buon risultato a conferma di quanto visto in Australia, il nome di Demtchenko sarebbe tornato in auge. Certo non si illudeva che Kiraly sarebbe rimasto con lui. Ma sperava che qualche risultato al rientro, magari a New York, potesse dargli morale. Se lo meritava, dopo l’episodio di Melbourne anche la sua personalità era cambiata. Il giovane piacente era diventato cupo, rattristato da questa spada di Damocle che la disfunzione cardiaca rappresentava. Le analisi avevano mostrato come il cuore non fosse minimamente danneggiato e con le dovute attenzioni e farmaci anticoagulanti l’ungherese sarebbe tornato non solo a una vita normale, ma persino in campo, in totale sicurezza.

Smash Headquarter, Londra – Mercoledì 6 aprile

“E questo è quanto, signor Siles – disse Mister Madison spalancando una porta – Non c’è bisogno di sottolineare che tutto ciò che ha visto e di cui abbiamo discusso oggi rimarrà sotto stretta confidenza”. Il tennista boliviano era tanto affascinato quanto dubbioso da ciò che aveva visto e sentito nell’ultima ora. Andava oltre le sue capacità di comprensione e la sua conoscenza in materia. L’offerta della Smash era allettante, ma certamente illegale. “Quindi questo secondo voi non sarebbe doping?” “Diciamo, signor Siles, che secondo la definizione posso essere d’accordo con lei: se intendiamo per doping qualunque sostanza o procedimento atto a migliorare le performance di un atleta, questo è indubbiamente doping. Ma per la legge sportiva non lo è: non è mai stato discusso un capitolo riguardate le nanotecnologie invasive”. “E perché mai?” “Perché nessuno sa che esistono. Alcuni organi all’interno della WADA hanno cominciato a ipotizzare studi e sanzioni per un remoto futuro in cui impiantare microrobot nel corpo umano potrà essere possibile… Senza sapere che lo è già”. “Una tecnologia del genere applicata in campo medico potrebbe salvare milioni di vite…”.

“Miliardi. Potrebbe salvare ogni vita. E questo sarà il futuro prossimo. Ma di ogni nuova tecnologia vanno studiati gli effetti su un corpo umano. Su vari corpi umani. Su quelli deficitari, su quelli normali, su quelli atletici. Paragonare tempi ed efficacia di risposta e così via”. “Quindi io sarei la vostra cavia?” “In cambio di gloria e onore tennistico”. “Come fate a essere certi che questi nanorobot possano davvero trasformarmi in un tennista superiore?” “Ricostruendo in pochi secondi microfibre muscolari logorate dall’acido lattico. Riattivando sinapsi mandate in standby dal cervello per il sovraccarico e rendendolo più lucido, aumentando i suoi riflessi e la sua capacità di percezione della realtà rispetto a un umano standard. Oliando le sue articolazioni con atomi di potassio, costruendo connettori artificiali paralleli al nervo ottico per raddoppiare la risposta neuronale nella coordinazione mano-occhio. Nulla, non c’è nulla che questi nanorobot non possano migliorare. Dopodichè, si dissolveranno biologicamente all’interno del corpo in sole cinque ore”. “Deduco che sia pericoloso, non avendolo ancora testato su un campione ampio di persone”. “I rischi sono minimi. Lei non è la prima persona, né il primo tennista, su cui abbiamo fatto dei test. Nel precedente caso c’è stato un intoppo, lo riconosciamo. Ma è difficile indagare se sia stato dovuto alla terapia o a un agente esterno. Forse un errore che abbiamo fatto è stato di correre un po’ troppo. Se lei accetterà, andremo per gradi”. “Si trattava di Kiraly, vero?”

Wimbledon, Greater London – Giovedì 30 giugno

“Tre, due, uno… Live” compitò senza emettere suono, come un pesce, il capo produzione fissando Gwen Ridle. La tennista irlandese, ex top ten ma senza trofei di gran peso, aveva ottenuto maggior successo con la sua seconda carriera, quella da giornalista sportiva. Affiancata al grande campione del passato Sebastien Coudre era divenuta la metà di una coppia indissolubile e i loro appuntamenti mattutini e serali, a precedere e seguire gli incontri del giorno, erano un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati. La Ridle guardò in macchina sfoggiando il suo sorriso perfetto e diede il via alla trasmissione. “Benvenuti cari ascoltatori ad un altro episodio di Gwen, Seb and Match. Abbiamo ottime notizie perché, come potete vedere dietro di noi, il cielo non è così grigio come le previsioni indicavano e giove pluvio potrebbe risparmiarci per questa giornata. Una giornata di grande interesse, dico bene Seb?” “Certamente, ci attendono due semifinali femminili di altissima qualità e fra mezz’ora se il meteo regge ne vedremo delle belle”.

“Come ne abbiamo viste delle belle ieri, con dei quarti maschili di alto spessore. Due partite al quinto set e due al quarto. E il numero uno e campione uscente Foley che ha fatto le valigie”. “Indubbiamente quello fra Domratchev e Foley è stato il match del giorno. E domani il biellorusso è chiamato a un test ancora più duro se possibile, perché se la vedrà con Erwin Siles”. “Dici bene Seb. Il Boliviano ha perso il primo set del torneo ieri, al tiebreak. Ma deve ancora perdere il servizio e ora tutti si chiedono: può Erwin Siles fare la doppietta Parigi-Londra?” “Sarebbe incredibile Gwen, ma ancora più incredibili sono i suoi progressi su erba e a questo punto dopo l’uscita di scena di Foley e Maslevic direi che i favoriti sono Siles e Friedrich”. “Seb, se sei d’accordo possiamo parlarne con il nostro ospite odierno; possiamo dire che ogni ospite qui a Gwen, Seb and Match è benvenuto, ma oggi in modo particolare. Perché è un gradito ritorno nell’ambiente tennistico, in attesa che torni a calcare i campi. Diamo tutti un caloroso benvenuto a Sandor Kiraly!”

Il tennista ungherese entrò nel campo della camera dalla quinta parete, mentre un anfiteatro di folla lo applaudiva da ogni lato. Dopo essere stato dimesso dall’ospedale Kiraly aveva concesso qualche intervista qua e là per soddisfare la curiosità dei fan e della stampa. Ma nei mesi successivi si era ritirato sempre di più in isolamento. I giornali si erano progressivamente dimenticati di lui e un po’ di privacy per Sandor era importante: lo stress e l’attesa per i risultati definitivi dopo mesi di analisi e controlli, non sapendo se mai sarebbe potuto tornare a giocare, lo avevano logorato dentro e anche fuori. Era invecchiato di un lustro e ora pareva uno di quei 25enni che si portano gli anni male. L’incidente lo aveva segnato anche psicologicamente. Sicuramente Kiraly era più maturo ora, aveva visto la morte a un passo e in fondo era lui il primo a non voler tornare a giocare. E si chiedeva ancora chi glielo aveva fatto fare di accettare quella proposta della Smash e contaminare il suo corpo con pillole, iniezioni e beveroni che in meno di un mese lo avevano portato ad avere il cuore di un settantenne.

La Smash lo aveva ricontattato per fornire spiegazioni “esaurienti e convincenti” sulla situazione ma Sandor aveva rifiutato ogni colloquio. Non voleva mai più vedere in faccia Mister Madison né alcuno del suo team di dottori pazzi. L’unico accordo fatto tramite terzi era che sarebbe rimasto sotto contratto con la Smash per tutta la stagione, per non alimentare ulteriori sospetti del mondo tennistico con una rottura dal tempismo inaccurato. Agli occhi altrui doveva sembrare che tutto fosse normale e che lo sponsor continuasse a prendersi cura del suo pupillo. A dicembre poi si sarebbero separati senza troppi clamori.

“Grazie mille per avermi invitato”. “Grazie a te Sandor per onorarci della tua presenza. È la prima volta che ti rivediamo nell’ambiente tennistico e tutti, davvero tutti, siamo così contenti”. “Bene Gwen, prima o poi dovevo tornare a occuparmi di questo sport e quale migliore occasione di Wimbledon”. “Hai già incontrato qualche collega?” “Sì certo, in tanti mi hanno fatto le congratulazioni e spero di incontrarli presto sul campo”. “Come procede la riabilitazione?” “Mi sto già allenando, sempre sotto la guida di Vassily Demtchenko. Tutto procede bene e sto riacquistando la forma. Con Vassily abbiamo deciso di puntare al rientro per gli US Open”. “È una grande notizia Sandor. Possiamo chiederti al volo, in chiusura, chi pensi che vincerà questa edizione di Wimbledon?” “Non ho dubbi Seb. Erwin Siles vincerà. Ha delle armi in più rispetto agli altri. Decisamente delle armi in più”.

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Come ci sei riuscito, Richard Gasquet?

Storia dell’impresa più importante di una carriera mai sbocciata. Forse per ragioni diverse da quelle che in tanti sostengono

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Richard Gasquet - Montecarlo 2005 (foto @Gianni Ciaccia)

Quando Boris Becker puntò tutto sul rosso di Montecarlo

Come si poteva battere Roger Federer nel 2005, anno in cui lo svizzero sembrava ammantato da un’aura di invincibilità? Lo si può chiedere a Marat Safin e ad un match point mancato. Oppure a David Nalbandian e ad una caviglia storta pochi giorni prima. E se hai solo diciotto anni, se sei una speranza pronta ad esplodere, come puoi sognare di riuscire in quella impresa? Beh, facile! Basta chiederlo a Rafa Nadal. Ma qui si vuole fare un’eccezione, e chiedere questo ed altro a Richard Gasquet.

 

In realtà Richard Gasquet aveva già battuto Federer almeno una decina di volte prima di quel quarto di finale. Nelle penne dei giornalisti francesi. Lo aveva battuto quando, mentre Federer ancora non esisteva in quanto tale, già compariva in foto pedo-tennistiche sulle riviste sportive. Lo aveva battuto quando Federer era ancora un progetto di Federer eppure già si cercava il “baby Fed”. Per i francesi, che le balle ancora gli girano, l’esaltazione verso il ragazzino tacciava Roger quasi come un incidente di percorso, un ponte tra l’era Sampras e quella Gasquet.

Quando a Montecarlo i due si affrontarono nel loro quarto di finale, però, i francesi fecero perfettamente i francesi. Minimizzarono (“sans dire…”). Dopo avere esaltato il loro galletto, iniziarono a dargli del pulcino. Dopo avere tanto osannato il prodigio Richard, improvvisamente assunsero l’aria di chi sapeva benissimo cosa fosse la realtà. L’avversario, il Gasquet vecchio, non perdeva da quella omerica semifinale di Melbourne. Veniva dal filotto Rotterdam, Dubai, Indian Wells e Miami. Numero uno del mondo in una maniera indecorosa. All’orizzonte del sole maestoso e svizzero non c’era nulla e le ombre del suo radioso dritto si proiettavano così a lungo da fare il giro del globo.

Perciò quando i due iniziarono il loro match nessuno si aspettava di assistere al cambio della guardia, giusto per usare un’espressione abusata. Ci si aspettava soltanto una partita di tennis che ci avrebbe detto cosa aveva da dire, a sua volta, Richard. Il rovescio di Gasquet incantava e mortificava. La velocità con cui la palla rimbalzava addosso al suo lato sinistro, innamorava. I numerosi gratuiti che commetteva (l’età…), intenerivano quasi come il cappellino all’indietro e l’acne da telefilm e giacche di jeans. Non che Federer da quel lato tirasse meno forte, ma vedendo i due scambiare su quella diagonale si intuivano gli opposti sentimenti.

Da un lato c’era l’insofferenza, il desiderio di ribellione e di libertà dello svizzero, le quali si esprimevano in quel dritto, vendemmia 2005, annata che forse non si vedrà mai più su di un campo da tennis. Dall’altro la serenità compiaciuta di Gasquet, che non era lì per vincere, ma per farsi vedere con indosso il suo vestito migliore. Il suo godere di se stesso, con i limiti di un tennis imberbe. L’estetica racchiusa in uno scantinato di sogni, pronta a diventare legge. Da un lato la fretta elvetica di dover dire qualcosa al tennis ed al mondo prima che il tempo finisse. Dall’altro chi non ha bisogno di correre contro i record di Laver e Borg, chi non ha fatto ancora il suo debutto in società e prima di farsi vedere sulla scena passa le ore ad aggiustarsi i capelli.

E l’inizio fu quello che ti aspettavi da un diciottenne. Qualche errore, un paio di gradevoli saette (non solo dal colpo buono) ma dall’altra parte c’era uno che seppe scappare subito avanti. Richard giocava bello, ma il bello di Federer era più coerente con il match.

Federer avanti due giochi a zero. Gasquet perse il servizio senza protestare, senza far trasparire frustrazione. Routine di un incontro che sarebbe stato dominato secondo tutti. Per comparire, il pathos di un match memorabile, sarebbe bastato attendere il game successivo. Federer breakkato, la rivoluzione francese può cominciare. Dal terzo game del primo set iniziò un match differente, in cui Gasquet procedette ad ondate irregolari e destabilizzanti. Federer salvò il set al tie break dopo essersi trovato anche sotto. Stereotipo vuole che strappato il primo set, il tennista più forte trovasse il secondo in discesa. Invece Federer iniziò ad imballarsi. Dall’altra parte della rete, ad ogni gioco e ad ogni punto, si ritrovò contro un avversario diverso. Tra le risposte irreali ed i gratuiti del francese Federer smise di essere il centro dell’universo, e come gli sarebbe accaduto in futuro con più frequenza, avrebbe perso dritto, pazienza ed incontro.

Nel secondo set perse tre volte il servizio. I colpi di Gasquet lo allontanarono sempre più dal campo e dalla amata linea di fondo, sempre più pericolosamente prossimo ai teloni fino a farlo uscire dal centrale del Country Club non solo perché sconfitto, ma anche perché non erano più tutti lì per lui. In campo c’era solo Richard, nel bello e nel brutto. Quando sbagliava e faceva il broncio le mamme francesi lo volevano consolare. Quando folgorava lo svizzero, e la regia inquadrava Gasquet senior, tutti i Papà Goriot si inorgoglivano del figlio di Francia. Sugli spalti l’alone di invincibilità di quel Federer fece parteggiare lo stadio per il francesino di Beziers, in una maniera che raramente si sarebbe vista in futuro.

La cronaca racconta di un terzo set in cui Federer si arrampicò al tie break, sprecò tre match point e infine fu giustiziato proprio da un rovescio, giocato da talmente lontano da non vederne il punto di origine. A rete, Richard non avrebbe voluto stringere la mano dell’avversario, bensì fare dorso e dorso: gli sarebbe stato più congeniale, ma sarebbe suonato poco urbano ed un filo irriverente.

Richard Gasquet – Montecarlo 2005 (foto @Gianni Ciaccia)

Allora pare legittimo rivolgere anche a lui, a Richard Gasquet, la domanda su come si potesse battere quel Federer 2005. Ascoltare, imparare da uno dei quattro mortali (forse tre mortali e mezzo) che riuscì a macchiare una stagione tennistica rimasta nella storia. Ciò nonostante, raramente al nostro viene offerto un microfono per raccontarci di quell’impresa. Forse perché da quel momento ne avrebbe perse 17 su 18 contro Roger. O perché perse in semifinale, contro un ragazzino pari età col quale vinceva da junior, e con lui sono state 16 su 16 le volte in cui è uscito dal campo a testa bassa.

A distanza di quattordici anni da quel 15 aprile 2005, lo sconfitto di quel giorno è il numero uno del 2019, mentre Richard non gioca da sei mesi, raccoglie i cocci e aggiusta un’ernia che lo ha costretto ad operarsi. Nel mezzo infiniti infortuni, un bacio alla cocaina ed una nazione che lo ha in parte abbandonato. Il titolo di “baby Fed” se le sono passati in tanti dopo Richard, con fortune alterne anch’essi, ma nessuno di questi porta al collo lo scalpo di un Federer 24enne.

Come ci riuscì Richard? Non è facile da spiegare, ma una cosa può essere detta, e cioè che ci riuscì lui: perché se omaggi pur arrivarono dall’altro lato del campo, essi non furono quelli del Federer contemporaneo, quello che ogni tanto si alza dal lato del letto sbagliato. E va anche detto che non ci fu una tattica particolare, una variazione che il francese produsse quel dì e che non sarebbe più riuscito a produrre in futuro. Giocò dietro, stando sempre vicino agli affezionati teloni di fondo, sempre sbracciando ad un soffio dal naso dei giudici di linea.

Vinse lo stesso Richard Gasquet che abbiamo in seguito conosciuto, che avrebbe vinto tanto ma anche perso troppo. Il tennista che sarebbe stato numero 7 del mondo, ma del quale si è sempre percepita l’infinita distanza dai migliori. E allora perché riuscì in un’impresa come quella ed è riuscito anche a non dare seguito a quel giorno, a restare un’opera sublime ma incompiuta? Si dice spesso che Gasquet abbia ricevuto, sin da bambino, troppa pressione, generato troppe aspettative per un movimento tennistico che produce infiniti, ottimi giocatori, ma mai il migliore. Ma chi dice questo non vede al di là dello specchio. Non lo attraversa, non lo capovolge: si gira sul dritto e non gioca il rovescio, errore mortale se si vuole parlare di Richard.

Chi sostiene questo non osserva che proprio il match contro Federer è stato quello maggiormente a ridosso di quelle pressioni, di quelle aspettative. Quell’incontro si disputava mentre Richard Gasquet aveva ancora nell’orecchie le promesse che altri facevano di sé, l’eco paterna dei suoi sogni e quella della stampa. Il Gasquet che scendeva in campo, nel tardo pomeriggio monegasco, era fresco di illusioni, plasmato da esse in quel tennis bellissimo, incostante ma impossibile. Il Gasquet che batté Federer era più prossimo al bambino che provava i colpi chiuso nella sua stanza contro avversari invisibili che non ad un tennista che si scontra con uomini in carne ed ossa, lui esistenzialista e gli altri stoici. Oppure era più somigliante al bambino che un giorno dovette smettere di fantasticare per posare davanti all’obiettivo di Tennis Magazine, descritto come un profeta, ritratto mentre la palla gli cade a sinistra e lui allena il passante di rovescio che gli avrebbe dato quel match.

Il Gasquet che nel 2005-2007, dai 18 a 21 anni, viveva le sue migliori stagioni tennistiche, a differenza di quello odierno sembrava credere in un sogno infantile e se ne è nutrito come di un latte materno. Sarebbe poi venuto lo svezzamento e la realtà, le cure di allenatori che non lo hanno mai migliorato ma che gli hanno solo dimostrato come nel tennis moderno potesse far molto, ma non tutto. Sarebbero venute le inevitabili sconfitte a cancellare dalla sua mente la comprensibile utopia di essere alle volte Federer, alle volte Nadal, alle volte entrambi e contemporaneamente. Le sconfitte se le sarebbe lasciate sì alle spalle, ma come mattoni a costruire il muro che lo avrebbe separato da quell’entusiasmo. Quel giorno del 2005, a 18 anni, dovette dimenticare solo i primi due games perduti male per creare il suo capolavoro. In futuro sarebbe stato molto più difficile.

Le ali che lo fecero volare nell’aprile 2005 divennero troppo ingombranti per conviverci ogni giorno, specie quando allo specchio Richard le ha viste rattrappirsi. Il sogno che le alimentava, il carburante della gioventù e del non sentire alcun limite si è esaurito e Richard è rimasto a terra, a contare sulla propria fatica quotidiana. Un po’ albatro, un po’ gabbiano ipotetico. Non un sogno che ti si è posato sulle spalle e te le ha piegate per la sua ambizione, ma un sogno che, finché vivo, lo ha sollevato in alto. Il perfetto contrario di quanti tanti sostengono. In altre parole, il perfetto rovescio.  

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Quando Boris Becker puntò tutto sul rosso di Montecarlo

Breve storia di una partita memorabile e di un tennista inquieto

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Thomas Muster e Boris Becker - Montecarlo 1995

Manca una settimana all’inizio dell’edizione 2019 del torneo di Montecarlo; venerdì alle 18:30 verrà sorteggiato il tabellone, domenica si comincerà a giocare. Ci avviciniamo al primo grande torneo della stagione sul rosso ripercorrendo alcune delle sue storie più belle. Questa risale a 24 anni fa, quando un tedesco andò all in sulla terra del Principato

Il casinò di Montecarlo nel pomeriggio del 30 aprile 1995 era sicuramente aperto, malgrado fosse domenica. Rispetto all’ordinario era soltanto un po’ più vuoto del solito, tra chi smaltiva il pasto, chi rispettava la siesta domenicale, chi guardava la finale del torneo di tennis tra Boris Becker e Thomas Muster. Un tedesco ed un austriaco: comune la lingua, comuni le origini. Al netto dell’Anschluss, estrazioni del tutto simili. Eppure nulla di più diverso poteva fronteggiarsi in quegli anni su di un rettangolo di terra battuta.

 

Boris Becker era quel giorno, ed è ancora, il più giovane tennista ad avere mai conquistato Wimbledon. Forse grazie al precoce successo sui campi, al tedesco di Leimen era rimasto il tempo per esprimersi a sufficienza anche al di fuori di essi. Personaggio da rotocalchi, incapace di trattenere il proprio “io” all’interno di un mondo tedesco e sportivo inevitabilmente convenzionale. Tennista capace di vivere autentiche faide con taluni avversari. Fidanzato, in una Germania che non si immaginava multirazziale, con una donna di colore e per questo sotto il mirino dei gruppi di estrema destra, che vedevano nella sua biondezza quasi albina una mancata rinascita ariana.

La traccia di quel carattere inquieto, sarebbe apparsa infinite volte in campo e qualche volta in più nella sua vita privata. Barbara gli avrebbe dato due figli, un altro sarebbe arrivato da un nuovo matrimonio con Lilly. Un altro ‘Beckerino’ nacque durante il matrimonio con Barbara, ma dal ventre di un’altra donna. Avrebbe sfidato Kasparov agli scacchi, giocato a poker da professionista, commentato per la televisione. E sperperato una fortuna economica. La storia della sua miseria avrebbe raccontato gli anni della sua maturità. Con successo gli sarebbe riuscito soltanto di stare al fianco di Novak Djokovic. Per poco tempo però: com’è nel carattere di alcuni, si sta seduti sempre su di una sedia rovente.

Insieme alla complessità della sua vita fuori del campo, la terra battuta esaltava la complessità del tennis del tedesco. La sua mole, over size in quegli anni, non digeriva le corse laterali. La sua potenza nel servizio mal sopportava il freno della superficie. La sua volée, così perfetta sui prati, consentiva quasi sempre all’avversario un’ultima parola. Viceversa, Thomas Muster. Uno che di precoce aveva avuto una gamba spezzettata da un ubriaco in un incidente stradale. Uno che sembrava fare fatica anche al momento del sorteggio. Uno che di facile non faceva nulla.

Si era arrampicato alla finale dopo lo strazio del giorno precedente con Andrea Gaudenzi. Contro l’italiano Muster parve boccheggiare, svenire, collassare, mentre Gaudenzi frustrato ed incredulo per le infinite resurrezioni del suo avversario gli cedeva la partita. L’austriaco fu persino ricoverato in ospedale. Si parlò malevolmente di doping dopo quella partita, dimenticando che Gaudenzi e Muster si allenavano insieme. Ne riparlò Becker all’indomani della finale, beccandosi una reprimenda dall’ATP. Si pensava che il relitto visto di sabato contro Gaudenzi, non sarebbe stato neanche in grado di scendere in campo l’indomani. Che per Becker sarebbe stata una passeggiata di salute e che dopo tanti vani tentativi, il ‘pindarico acrobata del net’ (copyright di Gianni Clerici), avrebbe finalmente stretto tra le mani sporche di mattone un trofeo da vincitore.

Con un avversario parcheggiato in ospedale, è certo che Boris Becker avesse avuto il tempo di ripensare alle due finali già giocate sul centrale del Montecarlo Country Club. Contro Alberto Mancini nel 1989, aveva giocato alla Becker: attaccando ma con giudizio, ed aveva perso. Contro Bruguera nel 1991, aveva giocato alla Bruguera: restando molto indietro, palleggiando ed adattandosi al fondo paludoso, ed aveva perso. Per questo contro Muster, ospedale o no, scelse di indossare un abito diverso. Certo, Boris sapeva che il suo avversario aveva passato la sera precedente con la flebo in vena. Per questo non lo si poteva privare di un cauto ottimismo.

Ma la tattica è tattica, e Boris Becker scelse quella di non dare tregua al suo avversario. Chissà se fu il suo coach dell’epoca Nick Bollettieri ad avergli suggerito che Muster non aveva mai battuto, neppure su terra, Stefan Edberg: uno simile a Becker, ma a differenza del tedesco fisiologicamente incapace di restare dietro a palleggiare. Per questo Becker si trasformò per un pomeriggio nell’arcirivale svedese. Lui, attaccante già di suo, divenne parossistico nell’abbreviare gli scambi e nel cercare la rete. Giocò aprendosi il campo anche con la seconda di servizio, attaccando ogni palla su cui giungeva con accettabile equilibrio, togliendo il tempo ai passanti di Muster, impattando col rovescio piatto la rotazione mancina del servizio avversario. Funzionò, oh se funzionò. E non smise mai di funzionare perché strappare i primi due set al Muster della primavera del 1995, all’austriaco senza remore e sentimenti che di lì a poco avrebbe dominato Parigi, non significa soltanto che stesse funzionando, ma che effettivamente funzionò.

Thomas Muster con il trofeo del Roland Garros 1995

Boris fu, passato, picchiato nei lacci, scavalcato infinite volte, ma non demorse in nessuno dei lunghi minuti spesi su quel centrale, né mutò un istante l’espressione del viso. Non lanciò un urlo, non si distrasse dall’obiettivo. Il punteggio, nel crescere, gli dava ragione mentre il sogno coltivato al mattino, di vedere Muster nuovamente con la flebo al braccio, d’improvviso non serviva più. Fu un “o la va o la spacca” perpetuo, una serie di “all in” pokeristici, di raddoppi al tavolo di blackjack, di chiamate di banco dello chemin de fer. Il Casinò di Montecarlo era più vuoto del solito non solo per la controra domenicale, ma soprattutto perché il suo miglior giocatore era temporaneamente impegnato al tavolo del tennis contro Thomas Muster.

Due set in cascina, si diceva. Ripreso fiato durante il terzo set, facile preda di Muster, nel quarto Becker tornò arrembante sino a procurarsi due palle break sul 5-5 nel quarto. Muster le cancellò, come ne aveva già cancellate una dozzina prima di allora. Un’altra palla break ed un tentativo (lungo) di approccio a rete sulla prima di servizio avversaria. Sotto le folte sopracciglia bionde, mentre i passanti dell’avversario gli sfilavano accanto, Becker, l’orgoglioso Becker, continuava a non mutare espressione. Da bravo giocatore d’azzardo. I nervi tesi ma avvolti nel piano di gioco.

E poi fu tie break, qualcosa che già di suo suona come una lotteria, in cui puntare tutto dopo esserti fatto cambiare i soldi in fiches. Una roulette di sette numeri sulla quale, dopo due ore e mezza di sole, di terra battuta e di Thomas Muster, devi per forza giocarti ogni cosa. Il copione non mutò. Becker non arretrò dinanzi ai colpi di sbarramento di Muster e continuò ad affacciarsi alla rete, alla fine ed alla anelata stretta di mano del Principe Alberto. Granitici nella loro personalità, i due non cambiarono atteggiamento in nessuna delle due ore e mezza sino a quel punto disputate. Lungo strade parallele, dimostrarono la loro perseveranza, prussiana ed asburgica, il tratto comune che inizialmente non pareva possibile trovare in due uomini e tennisti così diversi tra loro.

Becker andò avanti, fedele al piano. Questo lo aveva condotto sino al 4-4 del tie break, quando Muster, incredibilmente, mise un secondo servizio in rete. Il volto di Becker restò immobile, quello di Muster stanco e sbuffante come dopo il primo 15. Pur di avere qualche emozione da inquadrare, la regia pescò tra le fioriere il volto, le mani, i sobbalzi di Barbara Feltus. E quando tanti anni dopo tutto sarebbe mancato a Boris Becker, il cauto dolore sul volto della bellissima Barbara ci svela quale delle cose perdute sia stata la più preziosa.

Sul 5-4 Becker seguì la seconda a rete e chiuse alla seconda volée. Due match point, al 6-4 nel tie break. Forse non il 6-4 al tie break più famoso della storia del tennis, ma poco ci manca. Alle 17.38 del pomeriggio, Boris Becker serve una prima centrale da destra, a 196 km/h e ben indirizzata verso la “T”, che però termina profonda. Qui, la regia del torneo non giocò d’azzardo. Ebbe paura di perdersi anche per un solo istante il punto dell’incontro. Conscia dello spirito da attaccante di Boris, non rischiò il cambio di inquadratura e restò con la ripresa larga dal fondo del campo, Becker in lontananza, Muster di spalle. Alla chiamata dell’”out”, Becker si ricollocò subito dietro la linea, senza esitare, e ricominciò il classico dondolìo che precedeva la sua storica battuta. Il primo piano che ci aveva mostrato per quattro set il medesimo, immutabile volto dei contendenti, stavolta non ci fu donato.

Resterà dunque un mistero l’espressione che assunse il volto di Boris Becker mentre decideva di fare qualcosa che in quell’incontro giocato alla garibaldina, ancora non aveva fatto: giocare una folle seconda di servizio ancora centrale, ancora a tutta, 190 kilometri all’ora di insanità, 190 kilometri all’ora volti a cancellare in un sol botto la tensione di quelle ore. Non sapremo mai se per un istante, mentre Boris decideva di muovere tutte le sue fiches sul rosso, un tic si fosse impossessato del suo occhio o della sua bocca. Se ci fosse stato un dondolìo stoppato, un qualsiasi movimento sincopato, un impulso elettrico, effetto collaterale di un pensiero appena sbocciato. Quel primo piano che manca dalle riprese televisive, non ci spiegherà mai se la scelta di Boris Becker facesse ancora una volta parte della strategia, se ne fosse un’eccentrica divagazione o ne rappresentasse il gran finale.

In quel colpo insensato e violento, il vaso delle emozioni Beckeriane si era infranto. L’odio verso il rivale indistruttibile, il sospetto che egli fosse aduso al doping, l’essere ingabbiato nel miglior piano tattico della sua carriera, avevano compresso troppo l’uomo a sua volta già compresso nel tennista. Sarebbe bastato un altro punto giocato fingendo di essere altro ed invece l’intimo inquieto di Boris emerse in un gesto di fuga dal mondo. Quell’uomo che giovanissimo aveva pensato al suicidio dalla finestra di un grattacielo di Amburgo, perché non in grado di reggere psicologicamente alle proprie vittorie, dovette per un istante scappare dall’incontro perfetto che aveva sino ad allora giocato. Doppio fallo di mezzo metro.

Thomas Muster annullò sul suo servizio il secondo match point e sul 6-pari, giocò poi il punto dell’incontro trovando un passante in piroetta. Perso il quarto set, Becker uscì dal campo per un bisogno fisiologico. Rientrò per onore di firma. L’agonia restante fu breve. Muster non si mosse di un millimetro. Becker cercò di scappare via. Ancora una volta, come pochi minuti prima con la seconda di servizio più famosa del tennis moderno, cercò di far finire tutto nel modo più rapido che conoscesse.

La premiazione. A sinistra il vincitore, a destra lo sconfitto

In conferenza stampa, tornato ad essere pienamente Becker, definì la vittoria di Muster un miracolo aggiungendo di non credere ai miracoli. Ne venne fuori un putiferio. La sua accusa mobilitò l’ATP, Muster ne chiese la squalifica, Boris ritrattò la sua frase con tale riluttanza da riuscire a fare passare il concetto due volte. In pratica servì una seconda efficace come la prima. Il sogno di puntare tutto sul rosso svanì là. Boris Becker, oggi che è in bancarotta e si rivende i trofei, non ne ha da piazzare nemmeno uno da vincitore che sia stato conquistato sulla terra battuta.

Prima di ritirarsi avrebbe fatto in tempo a perdere un’altra finale contro Corretja a Gstaad, per chiudere i conti a sei finali perse sul rosso in una carriera da 49 trofei. Tre finali a Montecarlo contro tre grandi terraioli dell’epoca, giustamente premiate l’anno scorso con l’introduzione nella Hall of Fame monegasca. Di quella seconda palla scagliata ad occhi chiusi non si è ancora ufficialmente pentito, o almeno non si rinvengono dichiarazioni in tal senso. Forse ha ritrattato le accuse verso Muster, ma non ha ritrattato la palla più folle di quella partita. Non c’è ragione di pentirsi, non c’è ragione di mostrarsi deboli e nostalgici. Come il giocatore che ha perso tutto, rifarebbe daccapo ogni cosa. Perché la caduta verso il fondo è anch’essa una forma di volo.

Potesse rigiocare oggi il match point, appare molto probabile che tirerebbe ancora prima e seconda. Da bravo giocatore di poker, attento ai numeri, non può che coltivare l’idea per cui due battute a tutta nel 1995, e due battute a tutta oggi, ebbene, una su quattro debba per forza entrare in campo. Quattro possibilità disperse negli anni, insieme a mille altre svanite in una vita inquieta. Molte chances in più di quante ve ne siano puntando tutto sul rosso.

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Racconti

Australian Open 1985, il primo volo dell’angelo Edberg

Non fu il match decisivo ma una semifinale, spesso l’ostacolo più duro verso il titolo, soprattutto se di là c’è il numero uno del mondo. Ecco il racconto del momento esatto in cui Stefan Edberg da Vastervik decise di essere un campione

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Sono stato schivato per un pelo da una laurea in Storia e agito la racchetta dall’età di otto anni. Nessuna sorpresa quindi se ho sempre avuto un debole per il tennis del passato, i suoi miti, riti e luoghi. Certo, la scarsità di immagini obbliga a ricostruire le atmosfere di quei tempi solo attraverso le parole dei testimoni e qualche foto spesso seppiata e sgranata, ma questo è sempre un esercizio affascinante. Libera dalla noiosa incombenza di registrare incessantemente attraverso gli occhi, la mente può dedicarsi all’immaginazione e l’incantesimo è tutto qui. Il resto lo fanno loro, quei grandi che hanno scritto la storia del nostro gioco ma sono condannati a una sorta di limbo perché la loro maestria è stata catturata dalla dea televisione in poca parte o punta.

Sarà strano ma in un certo qual modo varcare immaginariamente l’Atlantico con i Doherty Brothers alla caccia della Davis, allenare per un inverno intero il rovescio insieme a Big Bill Tilden o il servizio con Power Jack Kramer è un modo come un altro per sentirsi eternamente giovani. Perché lo sarai sempre più di loro. Il problema sorge quando il passato di cui scegli di scrivere per te si è svolto l’altro ieri o quasi. E le consolazioni del buon senso comune per cui l’età è solo un fatto anagrafico e l’importante è come ci si sente dentro, non appaiono magre bensì scheletriche. Soprattutto se la mattina seguente al consueto doppio con gli amici del giovedì sera l’unica parte che non duole sono i lobi delle orecchie. Ma prima o poi doveva capitare.

Siamo esattamente a metà degli anni ottanta, il Secolo Breve iniziato con la Prima Guerra Mondiale volge al termine ma nessuno se ne accorge mentre Freddy Mercury e Bono Vox dominano la scena al Live Aid di Londra. Lo spettacolo viene chiuso da un Paul McCartney reso afono da problemi al microfono per tutta la prima parte di “Let it Be”. Un chiaro segno che i tempi “They are a changing”. Il tennis attraversa un’età dell’oro iniziata con il trio Connors-Borg-McEnroe, in rigoroso ordine cronologico, affiancati dal cecoslovacco Ivan Lendl. Ma all’epoca dei fatti una nuova leva di campioni si fa avanti a dettare legge fino all’avvento di Sampras e Agassi, tutti nati nell’arco di poco più di tre anni nella vecchia Europa.

Il primo colpo d’ariete lo scaglia a Parigi un diciottenne svedese di nome Mats Wilander, che nel 1982 batte in sequenza Gerulaitis, Clerc e Vilas per prendersi la coppa dei Moschettieri. Tre anni dopo Boris Becker, pel di carota e piedoni enormi, fa ancora meglio centrando Wimbledon prima di poter guidare l’automobile. E non è ancora finita perché in quello stesso autunno un giovane cavaliere biondo che non avrebbe sfigurato alla Tavola Rotonda di Camelot vola fino all’altra metà del mondo per prendersi la sua prima gemma Slam. Si chiama Stefan Edberg, è svedese fino al midollo ma quando scende in campo sembra un californiano cresciuto sul cemento del LA Tennis Club. Attacco, attacco e poi ancora attacco, dietro a un servizio carico di spin o a un rovescio che se non è stato il migliore di sempre poco ci manca. Poi, una volta passata la linea del servizio, ecco la vera meraviglia. Mezze volate, approcci, volée di tocco o potenza perfette e naturali come un sorso d’acqua fresca. Sempre in equilibrio dinamico, sempre in armonia. Nureyev con una Wilson nera.

È stato l’unico tennista a chiudere il Grande Slam juniores, che per lui non sarà mai un buon ricordo. Il 10 settembre 1983 infatti, nel corso della finale di New York contro l’australiano Simon Youl, una sua prima di servizio colpisce in pieno l’inguine del giudice di linea Dick Wertheim, che cade all’indietro sbattendo violentemente la nuca sul cemento. Morirà cinque giorni dopo in ospedale. Quando lo seppe Stefan fu a un passo dall’abbandonare il tennis.

Sono passati poco più di due anni da quei fatti quando Edberg varca la soglia della storia del gioco per non uscirne mai più. Siamo in Australia, da qualche anno il torneo è stato spostato a dicembre e i fasti del passato sono consunti dal tempo come il terreno spelacchiato e gibboso del Koyoong Stadium di Melbourne. Mats Wilander ha sconfitto il bombardiere jugoslavo Bobo Zivojinovic, giustiziere di McEnroe, e attende calmo in finale. Domenica 8 dicembre, a tre anni esatti dalla morte di John Lennon, sul glorioso Centrale ci si gioca il diritto di vedersela con lui per il trofeo che fu di Norman Brookes.

Ivan Lendl è il re del tennis, spalle larghe come una forca e potenza devastante. La mitologica vittoria contro McEnroe a Parigi dell’anno prima lo ha definitivamente liberato dalle catene della paura e niente sembra poterlo fermare. A fine estate si è preso anche gli US Open stendendo nuovamente Supermac a botte di dritto e servizio. Il favorito è lui. Oltre la rete Edberg è uno dei pochi a non essere d’accordo sul pronostico. È ormai un top ten e la sconfitta subita al WCT di Dallas mesi prima dopo aver condotto due set a uno brucia ancora parecchio. Vuole vendetta e l’avrà.

In Italia è notte fonda quando inizia il palleggio di riscaldamento. A rivederle oggi è pura nostalgia, le racchette di legno sono ormai estinte ma il bianco predomina nelle divise da gioco e i calzoncini sono ancora attillati. Agassi non era ancora giunto, Nadal in canotta e pinocchietti neanche nato… La gloriosa erba che vide i canguri dominare la Davis per un ventennio mostra vuoti nelle tribune e tutti gli impietosi segni del tempo. Ma il fascino signori miei è sempre intatto. Come per Marlon Brando o Elvis, chili in più e rughe non contano nulla.

Stefan apre al servizio e il suo stile di gioco scintillante ruba l’occhio per tutto il primo parziale. Lendl soffre dannatamente a centro set per difendere la battuta e in un’occasione finisce pure sotto 0-40 sforacchiato da rovesci lungolinea che giungono da ogni angolo del campo. È il granito della sua forza di volontà a tenerlo a galla fino al sei pari e nel tie break esce dalla trincea. Edberg mette solo una prima palla in campo, Ivan spara al corpo come amava fare contro McEnroe e si prende il vantaggio con un netto 7-3.

Nel secondo set lo svedese svela l’acciaio del suo carattere, insospettabile in tanta purezza formale di movimenti. Ora è il suo turno per soffrire le pene dell’inferno sotto un cielo che si fa sempre più inquietante. Lendl si è fatto spavaldo in risposta e le palle break fioccano ma Stefan non cede e quando Lendl serve sotto 5-6 le sue spalle sono curve sotto il peso delle tante occasioni mancate che avrebbero potuto portarlo sopra di due set. Mentre il cecoslovacco lancia la palla sul primo punto del game una motocicletta passa a tutto gas vicino al campo: doppio fallo. Com’era quel detto sul buongiorno e il mattino? È una maratona di nervi, Ivan recupera ma sul 40-30 commette ancora doppio fallo – alla fine del game saranno quattro – e la rabbia comincia a montare. Un altro vantaggio interno si schianta sul cavo d’acciaio che regge il nastro, sarebbe stato un passante vincente.

Nella roulette russa delle occasioni incrociate il primo a trovare la pallottola è Lendl. E si tratta proprio di un suicidio perché Ivan sbaglia quattro servizi in fila, disturbato sul primo, a onor del vero, da un bambino (svedese? Non si seppe mai) che pensa bene di mettersi a piangere fra prima e seconda palla. Lancillotto Edberg chiude così il set al servizio, non prima di aver impartito una lezione sui mille usi della voléè di rovescio. Il punteggio è 15-30 perché Ivan ha appena piazzato una fucilata di dritto delle sue. Battuta esterna e approccio in avanzamento su risposta secca e bassa, Lendl gioca un cross stretto e veloce in back e qui la pennellata del capolavoro. Stefan fa mezzo passo in avanti d’istinto e in allungo piazza un delicato colpo con taglio a uscire nei pressi della riga del corridoio. La veronica dorsale che chiude lo scambio è una bazzeccola.

Un modo inglorioso di cedere le armi e il cecoslovacco passa uno di quei momenti, non rari in carriera, nei quali non riesce a scorgere bene la pallina fra i fumi della rabbia. Lo spicchio di cielo sopra il catino di Kooyong si riempie di nuvoloni neri al seguito di un teso vento da Nord Ovest mentre Edberg sale in paradiso e incamera un comodo 6-1. Lendl appare completamente fuori controllo e dallo 0-3 pesante smette di giocare. Ha anche qualche problema al ginocchio sinistro, conseguenza di un recupero in scivolata innaturale. Dopo la sosta Ivan chiede – in modo poco urbano, invero – l’intervento di un medico, dopodiché riprende a giocare come nulla fosse. Una spettacolosa sua risposta di rovescio in allungo e anticipo, con la pallina che corre imprendibile lungo la riga mostra che lui è lì in spirito e corpo. Visto com’era andata in precedenza, se Edberg non fosse nato in Svezia ma diciamo più giù, per esempio a Napoli, avrebbe dovuto iniziare a preoccuparsi dal secondo gioco in poi, quando non riesce a sfruttare per primo un 15-40. E infatti subito dopo si imbarca in un lungo gioco ai vantaggi, lascia per strada tre doppi falli e il quarto gli è fatale.

L’elettricità crepita nell’aria e fra i giocatori, Lendl è tornato minaccioso ma proprio mentre le prime gocce colpiscono il terreno Stefan infila un pregiata risposta di rovescio dal centro a uscire che gli vale il pareggio a quattro. Non ricordo se il padre di Ivan si chiami Peleo, ma di certo la furia del cecoslovacco mentre raccatta le sue cose e torna negli spogliatoi è degna di Achille. La pioggia arriva a secchiate. La sosta per non annegare è un balsamo per i delicati nervi del Terribile, che al rientro mostra con i fatti di aver digerito il boccone e si prende subito il servizio dell’avversario e poco dopo il set del pareggio.

John McEnroe raccontava che lui e Borg nelle esibizioni si accordavano nello spartirsi i set iniziali per poi darsele in quello decisivo. E accade proprio così. Il quinto set sarà un’ordalia, un duello all’alba, una sfida all’OK Corral, scegliete voi. I due mettono subito in chiaro che non ci si fermerà al primo sangue e lo scontro finale si apre in modo perfettamente simmetrico, quasi musicale a un orecchio allenato. Perfettamente in linea col carattere dei due. Primo game, servizio Edberg. Ivan scappa 15-40 piantando le gambone nel prato e sparando a tutto braccio un rovescio all’altezza del plesso solare dell’uomo a rete, che si salva per grazie ricevuta. Poco dopo Stefan restituisce la pariglia con i suoi modi, perché lui era un tipo cui piaceva vincere per merito. Sul 15-30 Lendl scende dietro a una bomba centrale e Edberg gioca nel giro di otto secondi due colpi difensivi e due d’attacco coprendo tutto il campo. Una risposta in allungo di rovescio, un passante in corsa di puro polso e un attacco prima di chiudere con lo smash. Il boato della folla arriva ben prima che lui colpisca la pallina.

Scorrono i giochi e pian piano Edberg prende il sopravvento. Lo svedese è nato per giocare sull’erba mentre Lendl deve scontare anche la fatica mentale di forzarsi continuamente al serve & volley. Stefan potrebbe di fatto chiudere con il break del 5-3, quando sul 30-40 gioca quasi col sorriso e in piena scioltezza una risposta lungolinea di rovescio su tremante seconda del ceco. Quando si accorge che la palla è fuori di un dito crolla sdraiato e incredulo. Ma è sul 5-4 che Stefan Edberg da Vastervik, provincia di Camelot, mostra a diciannove anni di avere un cuore a prova di infarto dentro al petto. Il cuore di un campione. Accade che lo svedese si procuri due match point consecutivi e li sprechi malamente col suo colpo migliore. Un raro dritto vincente gliene vale subito un terzo. Quel punto Ivan il terribile lo gioca con addosso solo il suo orgoglioso coraggio.

Si butta dietro a un servizio lentissimo e sulla sassata che gli torna fra le stringhe è bravo anche solo a metterla di là. Il pubblico comincia ad alzarsi e a gridare quando Edberg carica il rovescio e muove il primo passo verso la pallina che rimbalza docile e centrale nei pressi della linea di battuta. Ha il tempo di guardare negli occhi il suo avversario per attimi interminabili, come i pistoleri di Sergio Leone. Poi spara e la palla esce. Lendl era andato dall’altra parte. Stefan non mostra emozioni e cerca di continuare a pensare. Non c’è tie break, finché non perde il servizio è in gioco (Kramer Dixit) e lì concentra quel che gli rimane. Nei tre turni di battuta che lo portano sul punteggio di 8-7 non rischia mai nulla mentre l’avversario sbuffa per tenergli dietro. Per poi crollare di schianto.

Un doppio fallo di Lendl e un incredibile contro-smash fanno intravvedere la luce a Edberg, che sul 40-30 chiude gli occhi e si affida al suo braccio. Pareggio con una serie di tre rovesci in avanzamento chiusi da una volée incrociata e vantaggio su un passante in corsa di rovescio. Il momento è ora. Ivan mette una prima solida ma Stefan lo inchioda di rovescio prima di scrivere la parola FINE col dritto. Da brividi, e io l’ho visto.

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