Australian Open 1985, il primo volo dell’angelo Edberg

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Australian Open 1985, il primo volo dell’angelo Edberg

Non fu il match decisivo ma una semifinale, spesso l’ostacolo più duro verso il titolo, soprattutto se di là c’è il numero uno del mondo. Ecco il racconto del momento esatto in cui Stefan Edberg da Vastervik decise di essere un campione

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Sono stato schivato per un pelo da una laurea in Storia e agito la racchetta dall’età di otto anni. Nessuna sorpresa quindi se ho sempre avuto un debole per il tennis del passato, i suoi miti, riti e luoghi. Certo, la scarsità di immagini obbliga a ricostruire le atmosfere di quei tempi solo attraverso le parole dei testimoni e qualche foto spesso seppiata e sgranata, ma questo è sempre un esercizio affascinante. Libera dalla noiosa incombenza di registrare incessantemente attraverso gli occhi, la mente può dedicarsi all’immaginazione e l’incantesimo è tutto qui. Il resto lo fanno loro, quei grandi che hanno scritto la storia del nostro gioco ma sono condannati a una sorta di limbo perché la loro maestria è stata catturata dalla dea televisione in poca parte o punta.

Sarà strano ma in un certo qual modo varcare immaginariamente l’Atlantico con i Doherty Brothers alla caccia della Davis, allenare per un inverno intero il rovescio insieme a Big Bill Tilden o il servizio con Power Jack Kramer è un modo come un altro per sentirsi eternamente giovani. Perché lo sarai sempre più di loro. Il problema sorge quando il passato di cui scegli di scrivere per te si è svolto l’altro ieri o quasi. E le consolazioni del buon senso comune per cui l’età è solo un fatto anagrafico e l’importante è come ci si sente dentro, non appaiono magre bensì scheletriche. Soprattutto se la mattina seguente al consueto doppio con gli amici del giovedì sera l’unica parte che non duole sono i lobi delle orecchie. Ma prima o poi doveva capitare.

Siamo esattamente a metà degli anni ottanta, il Secolo Breve iniziato con la Prima Guerra Mondiale volge al termine ma nessuno se ne accorge mentre Freddy Mercury e Bono Vox dominano la scena al Live Aid di Londra. Lo spettacolo viene chiuso da un Paul McCartney reso afono da problemi al microfono per tutta la prima parte di “Let it Be”. Un chiaro segno che i tempi “They are a changing”. Il tennis attraversa un’età dell’oro iniziata con il trio Connors-Borg-McEnroe, in rigoroso ordine cronologico, affiancati dal cecoslovacco Ivan Lendl. Ma all’epoca dei fatti una nuova leva di campioni si fa avanti a dettare legge fino all’avvento di Sampras e Agassi, tutti nati nell’arco di poco più di tre anni nella vecchia Europa.

 

Il primo colpo d’ariete lo scaglia a Parigi un diciottenne svedese di nome Mats Wilander, che nel 1982 batte in sequenza Gerulaitis, Clerc e Vilas per prendersi la coppa dei Moschettieri. Tre anni dopo Boris Becker, pel di carota e piedoni enormi, fa ancora meglio centrando Wimbledon prima di poter guidare l’automobile. E non è ancora finita perché in quello stesso autunno un giovane cavaliere biondo che non avrebbe sfigurato alla Tavola Rotonda di Camelot vola fino all’altra metà del mondo per prendersi la sua prima gemma Slam. Si chiama Stefan Edberg, è svedese fino al midollo ma quando scende in campo sembra un californiano cresciuto sul cemento del LA Tennis Club. Attacco, attacco e poi ancora attacco, dietro a un servizio carico di spin o a un rovescio che se non è stato il migliore di sempre poco ci manca. Poi, una volta passata la linea del servizio, ecco la vera meraviglia. Mezze volate, approcci, volée di tocco o potenza perfette e naturali come un sorso d’acqua fresca. Sempre in equilibrio dinamico, sempre in armonia. Nureyev con una Wilson nera.

È stato l’unico tennista a chiudere il Grande Slam juniores, che per lui non sarà mai un buon ricordo. Il 10 settembre 1983 infatti, nel corso della finale di New York contro l’australiano Simon Youl, una sua prima di servizio colpisce in pieno l’inguine del giudice di linea Dick Wertheim, che cade all’indietro sbattendo violentemente la nuca sul cemento. Morirà cinque giorni dopo in ospedale. Quando lo seppe Stefan fu a un passo dall’abbandonare il tennis.

Sono passati poco più di due anni da quei fatti quando Edberg varca la soglia della storia del gioco per non uscirne mai più. Siamo in Australia, da qualche anno il torneo è stato spostato a dicembre e i fasti del passato sono consunti dal tempo come il terreno spelacchiato e gibboso del Koyoong Stadium di Melbourne. Mats Wilander ha sconfitto il bombardiere jugoslavo Bobo Zivojinovic, giustiziere di McEnroe, e attende calmo in finale. Domenica 8 dicembre, a tre anni esatti dalla morte di John Lennon, sul glorioso Centrale ci si gioca il diritto di vedersela con lui per il trofeo che fu di Norman Brookes.

Ivan Lendl è il re del tennis, spalle larghe come una forca e potenza devastante. La mitologica vittoria contro McEnroe a Parigi dell’anno prima lo ha definitivamente liberato dalle catene della paura e niente sembra poterlo fermare. A fine estate si è preso anche gli US Open stendendo nuovamente Supermac a botte di dritto e servizio. Il favorito è lui. Oltre la rete Edberg è uno dei pochi a non essere d’accordo sul pronostico. È ormai un top ten e la sconfitta subita al WCT di Dallas mesi prima dopo aver condotto due set a uno brucia ancora parecchio. Vuole vendetta e l’avrà.

In Italia è notte fonda quando inizia il palleggio di riscaldamento. A rivederle oggi è pura nostalgia, le racchette di legno sono ormai estinte ma il bianco predomina nelle divise da gioco e i calzoncini sono ancora attillati. Agassi non era ancora giunto, Nadal in canotta e pinocchietti neanche nato… La gloriosa erba che vide i canguri dominare la Davis per un ventennio mostra vuoti nelle tribune e tutti gli impietosi segni del tempo. Ma il fascino signori miei è sempre intatto. Come per Marlon Brando o Elvis, chili in più e rughe non contano nulla.

Stefan apre al servizio e il suo stile di gioco scintillante ruba l’occhio per tutto il primo parziale. Lendl soffre dannatamente a centro set per difendere la battuta e in un’occasione finisce pure sotto 0-40 sforacchiato da rovesci lungolinea che giungono da ogni angolo del campo. È il granito della sua forza di volontà a tenerlo a galla fino al sei pari e nel tie break esce dalla trincea. Edberg mette solo una prima palla in campo, Ivan spara al corpo come amava fare contro McEnroe e si prende il vantaggio con un netto 7-3.

Nel secondo set lo svedese svela l’acciaio del suo carattere, insospettabile in tanta purezza formale di movimenti. Ora è il suo turno per soffrire le pene dell’inferno sotto un cielo che si fa sempre più inquietante. Lendl si è fatto spavaldo in risposta e le palle break fioccano ma Stefan non cede e quando Lendl serve sotto 5-6 le sue spalle sono curve sotto il peso delle tante occasioni mancate che avrebbero potuto portarlo sopra di due set. Mentre il cecoslovacco lancia la palla sul primo punto del game una motocicletta passa a tutto gas vicino al campo: doppio fallo. Com’era quel detto sul buongiorno e il mattino? È una maratona di nervi, Ivan recupera ma sul 40-30 commette ancora doppio fallo – alla fine del game saranno quattro – e la rabbia comincia a montare. Un altro vantaggio interno si schianta sul cavo d’acciaio che regge il nastro, sarebbe stato un passante vincente.

Nella roulette russa delle occasioni incrociate il primo a trovare la pallottola è Lendl. E si tratta proprio di un suicidio perché Ivan sbaglia quattro servizi in fila, disturbato sul primo, a onor del vero, da un bambino (svedese? Non si seppe mai) che pensa bene di mettersi a piangere fra prima e seconda palla. Lancillotto Edberg chiude così il set al servizio, non prima di aver impartito una lezione sui mille usi della voléè di rovescio. Il punteggio è 15-30 perché Ivan ha appena piazzato una fucilata di dritto delle sue. Battuta esterna e approccio in avanzamento su risposta secca e bassa, Lendl gioca un cross stretto e veloce in back e qui la pennellata del capolavoro. Stefan fa mezzo passo in avanti d’istinto e in allungo piazza un delicato colpo con taglio a uscire nei pressi della riga del corridoio. La veronica dorsale che chiude lo scambio è una bazzeccola.

Un modo inglorioso di cedere le armi e il cecoslovacco passa uno di quei momenti, non rari in carriera, nei quali non riesce a scorgere bene la pallina fra i fumi della rabbia. Lo spicchio di cielo sopra il catino di Kooyong si riempie di nuvoloni neri al seguito di un teso vento da Nord Ovest mentre Edberg sale in paradiso e incamera un comodo 6-1. Lendl appare completamente fuori controllo e dallo 0-3 pesante smette di giocare. Ha anche qualche problema al ginocchio sinistro, conseguenza di un recupero in scivolata innaturale. Dopo la sosta Ivan chiede – in modo poco urbano, invero – l’intervento di un medico, dopodiché riprende a giocare come nulla fosse. Una spettacolosa sua risposta di rovescio in allungo e anticipo, con la pallina che corre imprendibile lungo la riga mostra che lui è lì in spirito e corpo. Visto com’era andata in precedenza, se Edberg non fosse nato in Svezia ma diciamo più giù, per esempio a Napoli, avrebbe dovuto iniziare a preoccuparsi dal secondo gioco in poi, quando non riesce a sfruttare per primo un 15-40. E infatti subito dopo si imbarca in un lungo gioco ai vantaggi, lascia per strada tre doppi falli e il quarto gli è fatale.

L’elettricità crepita nell’aria e fra i giocatori, Lendl è tornato minaccioso ma proprio mentre le prime gocce colpiscono il terreno Stefan infila un pregiata risposta di rovescio dal centro a uscire che gli vale il pareggio a quattro. Non ricordo se il padre di Ivan si chiami Peleo, ma di certo la furia del cecoslovacco mentre raccatta le sue cose e torna negli spogliatoi è degna di Achille. La pioggia arriva a secchiate. La sosta per non annegare è un balsamo per i delicati nervi del Terribile, che al rientro mostra con i fatti di aver digerito il boccone e si prende subito il servizio dell’avversario e poco dopo il set del pareggio.

John McEnroe raccontava che lui e Borg nelle esibizioni si accordavano nello spartirsi i set iniziali per poi darsele in quello decisivo. E accade proprio così. Il quinto set sarà un’ordalia, un duello all’alba, una sfida all’OK Corral, scegliete voi. I due mettono subito in chiaro che non ci si fermerà al primo sangue e lo scontro finale si apre in modo perfettamente simmetrico, quasi musicale a un orecchio allenato. Perfettamente in linea col carattere dei due. Primo game, servizio Edberg. Ivan scappa 15-40 piantando le gambone nel prato e sparando a tutto braccio un rovescio all’altezza del plesso solare dell’uomo a rete, che si salva per grazie ricevuta. Poco dopo Stefan restituisce la pariglia con i suoi modi, perché lui era un tipo cui piaceva vincere per merito. Sul 15-30 Lendl scende dietro a una bomba centrale e Edberg gioca nel giro di otto secondi due colpi difensivi e due d’attacco coprendo tutto il campo. Una risposta in allungo di rovescio, un passante in corsa di puro polso e un attacco prima di chiudere con lo smash. Il boato della folla arriva ben prima che lui colpisca la pallina.

Scorrono i giochi e pian piano Edberg prende il sopravvento. Lo svedese è nato per giocare sull’erba mentre Lendl deve scontare anche la fatica mentale di forzarsi continuamente al serve & volley. Stefan potrebbe di fatto chiudere con il break del 5-3, quando sul 30-40 gioca quasi col sorriso e in piena scioltezza una risposta lungolinea di rovescio su tremante seconda del ceco. Quando si accorge che la palla è fuori di un dito crolla sdraiato e incredulo. Ma è sul 5-4 che Stefan Edberg da Vastervik, provincia di Camelot, mostra a diciannove anni di avere un cuore a prova di infarto dentro al petto. Il cuore di un campione. Accade che lo svedese si procuri due match point consecutivi e li sprechi malamente col suo colpo migliore. Un raro dritto vincente gliene vale subito un terzo. Quel punto Ivan il terribile lo gioca con addosso solo il suo orgoglioso coraggio.

Si butta dietro a un servizio lentissimo e sulla sassata che gli torna fra le stringhe è bravo anche solo a metterla di là. Il pubblico comincia ad alzarsi e a gridare quando Edberg carica il rovescio e muove il primo passo verso la pallina che rimbalza docile e centrale nei pressi della linea di battuta. Ha il tempo di guardare negli occhi il suo avversario per attimi interminabili, come i pistoleri di Sergio Leone. Poi spara e la palla esce. Lendl era andato dall’altra parte. Stefan non mostra emozioni e cerca di continuare a pensare. Non c’è tie break, finché non perde il servizio è in gioco (Kramer Dixit) e lì concentra quel che gli rimane. Nei tre turni di battuta che lo portano sul punteggio di 8-7 non rischia mai nulla mentre l’avversario sbuffa per tenergli dietro. Per poi crollare di schianto.

Un doppio fallo di Lendl e un incredibile contro-smash fanno intravvedere la luce a Edberg, che sul 40-30 chiude gli occhi e si affida al suo braccio. Pareggio con una serie di tre rovesci in avanzamento chiusi da una volée incrociata e vantaggio su un passante in corsa di rovescio. Il momento è ora. Ivan mette una prima solida ma Stefan lo inchioda di rovescio prima di scrivere la parola FINE col dritto. Da brividi, e io l’ho visto.

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Uno contro tutti: Lendl

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi è la volta di Ivan, quarto all time per numero di settimane in vetta

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Come anticipato nella scorsa puntata, dal 13 settembre 1982 al 13 agosto 1984 (quindi in ventitré mesi) il vertice del ranking ATP cambia per ben venti volte, quasi una al mese. Uscito definitivamente di scena Bjorn Borg, il suo posto viene preso da Ivan Lendl, che dovrà attendere il 28 febbraio 1983 per diventare ufficialmente il sesto n.1 del mondo in ordine di tempo. Anche se concede ai diretti rivali sette (a McEnroe) e otto (a Lendl) anni, Jimmy Connors non si arrende e in questo periodo riuscirà ad accumulare altre 17 settimane in vetta e portare il suo record assoluto a 268 totali. Ma quello delle settimane non è l’unico rilievo di peso. Quando, come vedremo, Jimbo si toglierà per l’ultima volta la corona (il 3 luglio 1983) avrà giocato 449 incontri da numero 1 – vincendone 405 (90,2%, la seconda miglior percentuale di sempre) – in un totale di 102 tornei. E in quei tornei raggiungerà 65 volte la finale, conquistandone 49.

Bene, la premessa su Connors era doverosa perché il mancino di Belleville si è intrufolato, con successo, in uno dei più emozionanti dualismi nella storia del tennis: quello tra John McEnroe e Ivan Lendl. Sì perché, anche se si fa un gran parlare – a giusta ragione – della rivalità tra lo statunitense e Borg, è opportuno sottolineare come, sotto il profilo delle rispettive personalità, la stessa sia stata condizionata dall’involontario ma effettivo ascendente che Borg aveva nei confronti di McEnroe. Contro lo scandinavo, per sua stessa successiva ammissione, McEnroe era solo McEnroe, non il cattivo ragazzo pronto a cogliere qualsiasi sfumatura di un incontro per trasformarlo in uno show. Insomma, tra i due sul campo c’era solo una pallina da rimandare – ciascuno a suo modo, ed erano proprio gli opposti modi di intendere questo sport che li rendeva avversari perfetti l’uno per l’altro – di là una volta più dell’altro. Ma tra McEnroe e Lendl… Beh, tra questi due c’era proprio una reciproca intollerabilità epidermica, che trasformava ogni loro match in una battaglia a tutto tondo.

Quando inizia il periodo che stiamo prendendo in esame, sono già otto i confronti diretti tra i due; Mac ha vinto i primi due, Ivan i successivi, di cui l’ultimo è recentissimo: la semifinale degli US Open, che Lendl incamera con lo score di 6-4 6-4 7-6. Pur di un anno più giovane, Lendl sembra avere le armi per neutralizzare McEnroe: un servizio abbastanza robusto da tenerlo sulla difensiva e colpi di sbarramento da fondo campo per neutralizzare la propensione offensiva dello statunitense. Ma siamo solo all’inizio, nonostante il concetto venga ribadito anche nella finale del Masters di New York, consueta chiusura/apertura a cavallo di due annate che per l’occasione ha cambiato formula passando all’eliminazione diretta. Al Madison Square Garden la supremazia del cecoslovacco è quasi imbarazzante: in finale lascia dieci giochi al numero 1 mondiale (6-4 6-4 6-2) e allunga a tredici titoli e due anni di imbattibilità la sua striscia indoor.

Quasi inevitabile, con questi numeri, che Lendl venga considerato il vero leader ma questo avviene solo – come detto – il 28 febbraio, dopo l’intermezzo di Connors che, approfittando del ko di McEnroe a Richmond con Tanner (eccolo lo scalpo del quarto n.1 appeso alla cintura di Roscoe) vince a Memphis e si fa eliminare a La Quinta da Mike Bauer. Californiano di Oakland, Bauer è uno degli otto tennisti ad aver vinto l’unico match disputato contro un n.1 mondiale. Il Congoleum Classic, torneo con 225 mila dollari di montepremi che si svolge al Mission Hills Country Club, è antenato dell’attuale Masters 1000 di Indian Wells e Connors ci arriva in grande fiducia. “Mi sento benissimo” afferma Jimbo dopo aver battuto all’esordio Sammy Giammalva jr. e nulla fa presagire la sconfitta rimediata contro il n.90 ATP che, naturalmente, giudica il 6-3 6-4 inflitto al ben più quotato connazionale come “il miglior risultato della mia carriera”.

 

Il paradosso della situazione – ma non è una novità, accadrà ancora in futuro – è che Lendl va a sedersi sul trono qualche giorno dopo aver perso da Pavel Slozil al primo turno del WCT di Delray Beach, rafforzando così la convinzione di tutti coloro che ritengono il computer inadeguato a stabilire i reali valori del tennis.

Opinioni personali a parte, Lendl raggiunge la vetta ma non ne farà certo buon uso. Nelle prime tredici settimane del suo regno, Ivan colleziona ben sei sconfitte (pur vincendo tre tornei: Milano, Houston e Hilton Head) di cui la più bruciante è sicuramente quella contro McEnroe nella finale del Masters WCT a Dallas. In Texas, John vince 7-6 al quinto set aggiudicandosi il tie-break decisivo per 7-0 con uno stratosferico ultimo punto – recupero vincente su palla corta, con complicità del raccattapalle che abbassa la testa per non intralciare la splendida traiettoria – e conferma, dopo averlo battuto anche a Filadelfia qualche mese prima, di poter vincere il complesso-Lendl.

In termini però di qualità assoluta degli avversari, sono ben altre le battute d’arresto di Ivan che fanno pensare: il 6-1 6-2 con Mark Dickson al primo turno del WCT di Monaco o ancora la sconfitta, sempre al debutto, con l’israeliano Shlomo Glickstein sulla terra di Monte Carlo. Tuttavia, sarà lo stop inflittogli da Balasz Taroczy ad Amburgo a detronizzarlo. Grande specialista della terra rossa (chiuderà la carriera con 20 finali nel circuito, di cui ben 18 su questa superficie), tennista forse un po’ leggero ma assai dotato tecnicamente, l’ungherese detronizza di fatto il n.1 rifilandogli un 6-1 al terzo set negli ottavi e riconsegna la corona a Connors, che si presenta al Roland Garros da leader del ranking.

Ma, vi avevamo avvertito, lassù in cima c’è poca stabilità e a Parigi Jimbo non va oltre i quarti di finale, eliminato nientemeno che da Christophe Roger-Vasselin, semisconosciuto anche al suo stesso pubblico tanto che, quando gli viene chiesto cos’abbia provato a sentire quei “Roger! Roger!” che arrivavano dagli spalti, risponderà sorridendo che “la prossima volta spero che si ricordino che mi chiamo Christophe…”. Cogliendo il risultato più importante della carriera, il n.130 del mondo permette a McEnroe di scendere in campo al Queen’s da leader ma qui in finale rimedia un doppio 6-3 dallo stesso Connors che così difende il titolo a Wimbledon da n.1. I punti in scadenza pesano però sul groppone di Jimmy e la sconfitta negli ottavi con il temibile sudafricano Kevin Curren segna i suoi ultimi giorni, che scadranno appunto il giorno prima dell’anniversario dell’indipendenza statunitense.

Il torneo lo domina McEnroe, che lascia per strada un set a Segarceanu ma regola Lendl in semifinale e strapazza il sorprendente Chris Lewis in finale con un triplice 6-2. John mantiene il primato per 17 settimane, nel corso delle quali viene battuto da due svedesi (Jarryd e Wilander) e soprattutto da Scanlon agli US Open ma l’ennesima rincorsa di Lendl è costellata di ottimi risultati (vittoria a Montreal e San Francisco, semifinale a Cincinnati) e solo la sconfitta nella finale degli US Open per mano di Connors – in quello che sarà l’ultimo degli otto Slam di Jimbo – gli impedisce di operare prima il sorpasso. Infatti, per rivedere Lendl n.1 occorre attendere la fine del torneo indoor di Tokyo, che il cecoslovacco fa suo battendo Scott Davis nell’ultimo atto.

Il finale di stagione, come capita in certe serie tv, è deludente e contraddittorio perché il re del momento, Lendl, perde entrambe le finali importanti a cui partecipa. La prima sull’erba del Kooyong di Melbourne, la seconda al Masters di New York. In Australia – ma era già successo a Cincinnati – c’è un giovane svedese dal radioso futuro a mettere in riga i primi due della classe: si chiama Mats Wilander e di lui sentiremo parlare ancora. Al Madison invece McEnroe, sotto gli occhi della nuova fiamma Tatum O’Neal, ribalta completamente il verdetto dell’anno precedente e finisce alla grande il 1983 sconfinando nella nuova stagione. E il nuovo anno è il 1984, quello in cui Orwell aveva immaginato un mondo diviso in tre grandi potenze. Nel tennis, invece, non ci saranno alternative all’egemonia di un solo Grande Fratello: John McEnroe. Ma di una tra le più incredibili stagioni mai fatte registrare da un tennista parleremo più nel dettaglio nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SESTA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1982CONNORS, JIMMYMcENROE, JOHN16 36SAN FRANCISCOS
1982CONNORS, JIMMYMAYER, GENE36 62 36SYDNEY INDOORH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN46 46 26MASTERS S
1983McENROE, JOHNTANNER, ROSCOE36 75 26RICHMOND WCTS
1983CONNORS, JIMMYBAUER, MIKE36 46LA QUINTA H
1983LENDL, IVANMcNAMARA, PETER46 64 67BRUXELLESS
1983LENDL, IVANDICKSON, MARK16 26MONACO WCTS
1983LENDL, IVANGLICKSTEIN, SHLOMO26 63 57MONTE CARLOC
1983LENDL, IVANMcENROE, JOHN26 64 36 76 67DALLAS WCTS
1983LENDL, IVANLECONTE, HENRI26 36FOREST HILLS WCTC
1983LENDL, IVANTAROCZY, BALASZ26 64 16AMBURGOC
1983CONNORS, JIMMYROGER-VASSELIN, CHRISTOPHE46 46 67ROLAND GARROSC
1983McENROE, JOHNCONNORS, JIMMY36 36QUEEN’SG
1983CONNORS, JIMMYCURREN, KEVIN36 76 36 67WIMBLEDONG
1983McENROE, JOHNJARRYD, ANDERS36 67CANADA OPENH
1983McENROE, JOHNWILANDER, MATS46 46CINCINNATIH
1983McENROE, JOHNSCANLON, BILL67 67 64 36US OPENH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN63 67 46SAN FRANCISCOS
1983LENDL, IVANWILANDER, MATS16 46 46AUSTRALIAN OPENG
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN36 46 46MASTERS S


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Uno contro tutti: Connors
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A proposito dei Re di Roma: quando la pistola di Borg sconfisse il fucile di Lendl

Oppure quando il legno sconfisse (meglio, dominò!) metallo e fibra di vetro. Con tutto il corollario di volée perfette e passanti imprendibili

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La scorsa settimana abbiamo dedicato sette articoli ad altrettanti campioni che nel corso dell’era Open hanno vinto più di una volta gli internazionali d’Italia. Tra di essi ci sono Ivan Lendl e Bjorn Borg.

Nel corso della loro carriera l’ex cecoslovacco e lo svedese si sono affrontati sette volte nelle quali per cinque volte ha avuto la meglio Borg.

In questo articolo vogliamo parlarvi della partita che li vide protagonisti nella finale del Masters 1980, disputatasi il 18 gennaio del 1981. Una partita nella quale Borg dimostrò che non sempre “quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile l’uomo con la pistola è un uomo morto” (dal film ‘Per un pugno di dollari’).

 

Prima di addentrarci nella cronaca postuma di quel match crediamo utile premettere qualche informazione di contorno. Il Volvo Masters è l’equivalente delle attuali Finals. All’edizione del 1980 presero parte gli otto giocatori presenti nelle prime otto posizioni del ranking alla fine dell’anno precedente che, in ordine di classifica, erano:

1. Bjorn Borg
2. John McEnroe
3. Jimmy Connors
4. Guillermo Vilas
5. Gene Mayer
6. Ivan Lendl
7. Harold Solomon
8. Louis Clerc

Il ventenne cecoslovacco numero 6 del mondo in semifinale aveva superato in due comodi set lo statunitense Gene Mayer mentre Bjorn Borg aveva avuto la meglio su Jimmy Connors al termine di tre set molto combattuti. Prima delle semifinali non erano mancate le polemiche: Connors aveva infatti accusato Lendl di avere volontariamente perso contro di lui nell’ultima partita del round robin per evitare di incontrare Borg in semifinale e lo aveva definito un vigliacco (chicken in inglese).

La finale mise uno di fronte all’altro non solo il monarca regnante del tennis contro un possibile, futuro pretendente al trono, ma anche – se ci passate la metafora – una pistola contro il fucile: la Donnay in legno di Borg contro la Kneissl in fibra di vetro di Lendl. Fu René Lacoste a proporre per primo racchette fatte con materiale diverso dal legno intorno alla metà degli anni ’60, ma solo dalla metà degli anni ’70 questi materiali (metallo e fibra di vetro) iniziarono a prendere piede nel circuito maggiore. I vantaggi derivanti dall’uso di racchette costruite con i nuovi materiali erano evidenti: leggerezza e maneggevolezza le rendevano sensibilmente superiori a quelle tradizionali.

Lendl – nato nel 1960 e pertanto quattro anni più giovane di Borg – appena giunto al professionismo alla fine degli anni ’70 (ovvero quando le racchetta in fibra non rappresentavano più un’eccentrica eccezione) abbandonò la tradizionale Dunlop in legno utilizzata nel circuito junior per affidarsi ad uno strumento prodotto da una casa austriaca: la Kneissl World Star Cup in fibra di vetro. Fu la racchetta che lo accompagnò per tutta la carriera. L’Adidas “Ivan Lendl GTX Pro” con il quale lo ricordiamo era identica al precedente modello e appositamente costruita per lui dallo sponsor francese.

Con i suoi 400 grammi di peso e i 75 pollici quadrati di piatto corde questa racchetta impallidisce sotto il profilo delle prestazioni rispetto alle attuali, più leggere, aereodinamiche e con piatto corde raramente inferiore ai 95 pollici quadrati. Ma rispetto alla racchetta di Borg è un gioiello tecnologico; per averne un’idea leggiamo le caratteristiche tecniche della sua Donnay: una clava sormontata da un piatto corde di circa 70 pollici quadrati per un peso complessivo di 440 grammi, con corde di budello tirate ad un peso superiore di 33 chili (ma questa non era una scelta della Donnay bensì dell’orso svedese).

Con una racchetta simile era necessaria la forza di polso e di avambraccio di un saltatore con l’asta per tirare oltre la metà campo avversaria la pallina e la precisione di un amanuense per colpirla perfettamente al centro del piatto corde onde evitare di accecare qualche spettatore. Doti che evidentemente Borg possedeva in abbondanza se con quel misero strumento riuscì ad impartire una severa lezione a Lendl: 6-4 6-2 6-2 il risultato finale in suo favore.

Abbiamo molte testimonianze video di quella partita che ci permettono di ammirare le straordinarie qualità del vincitore e di fare qualche considerazione. Noi per farle abbiamo utilizzato una sintesi di circa 13’ presente su YouTube. Al termine della visione anche a un profano apparirà evidente che Borg non era soltanto un grande decatleta con la racchetta, bensì anche un tennista tecnicamente straordinario. E non solo quando tirava randellate da fondocampo.

Guardando le immagini si sorride pensando che il campione svedese nell’immaginario collettivo è posto nella categoria dei giocatori da fondocampo (pallettaro è un termine che per principio e per rispetto non osiamo neppure prendere in considerazione per definire il suo gioco). Forse lo era per gli standard dell’epoca quando – favoriti dalla rapidità delle superfici e dal fatto che le racchette non consentivano di tirare proiettili travestiti da palline come succede oggi – erano in maggioranza gli attaccanti. Ma non certo per quelli attuali.

Borg, pur prediligendo il gioco difensivo, era un ottimo giocatore di volo dotato di mano sensibile e di grande senso della posizione a rete. Se non avesse padroneggiato adeguatamente il gioco offensivo, non avrebbe potuto vincere per cinque volte consecutive Wimbledon in un’epoca in cui la pallina sull’erba rimbalzava pochissimo. Lendl, che il gioco a rete non lo padroneggiava altrettanto bene, Wimbledon non lo ha mai vinto. A fortiori sottolineiamo il fatto che a inizio carriera Borg ottenne ottimi risultati anche in doppio, culminati in due semifinali consecutive al Roland Garros nel ’74 e nel ’75.

Le immagini della finale del Masters confermano la nostra affermazione. Ammiriamo la volée di rovescio in allungo con il quale Borg si aggiudica il primo scambio della sintesi citata e chiediamoci: quanti dei migliori giocatori della Next Generation dotati di racchette bioniche saprebbero eseguirla con altrettanta efficacia ed eleganza? Forse Tsitsipas. E poi? Domanda che potremmo riproporre a proposito del rovescio d’attacco che la precede ed alla quale probabilmente dovremmo dare una risposta analoga. Una rondine non fa però primavera. Quindi, per raccogliere altre prove sulle capacità offensive di Borg soffermiamoci su due volée di diritto al minuto 3.18 e 5.43 della sintesi e, già che ci siamo, aggiungiamoci quella che pose fine alla partita: in tutti i casi un mix di tecnica e di riflessi spettacolare.

Non vogliamo spingerci sino a sostenere la tesi che Borg fu altrettanto forte a rete come da fondocampo, perché sarebbe un’evidente forzatura. La natura prevalentemente difensiva del gioco di Borg emerge in alcune circostanze del match in cui un attaccante sarebbe sceso a rete mentre lui non lo fa. Sosteniamo però con convinzione che quando decideva che era il momento di attaccare sapeva come farlo e raramente perdeva il punto. Vi ricorda forse qualche giocatore contemporaneo che – en passant – ha pure migliorato il suo record di vittorie a Parigi?

Veniamo ora al pezzo forte dell’orso svedese: la difesa. Quando non soffoca Lendl con incessanti martellamenti sul rovescio, lo annichilisce con passanti straordinari come quello di diritto al termine di uno scambio di 17 colpi che strappa l’ovazione al pubblico al minuto 9.20, oppure come quello forse ancora più difficile effettuato poco dopo con il rovescio. Non a torto il commentatore lo definisce “quasi fisicamente impossibile”. Dal filmato non emerge chiaramente, ma Borg aveva anche a sua disposizione una prima di servizio importante. A tale proposito possiamo portarvi la testimonianza diretta di Luca Bottazzi – numero 133 del mondo nel 1985 – che si allenò spesso con lo svedese quando questi tentò il rientro nel circuito a metà anni ’80: “Una mazzata tremenda e molto precisa. Finiva sempre sulle righe”.

Una macchina da tennis prodigiosa di fronte al quale l’eterna disputa su chi sia il più grande tennista di sempre ci pare davvero discorso da tifosi da bar sport più che da veri competenti. Diamo agli attuali top ten la Donnay di Borg e ne vedremo delle belle! Vale anche il discorso inverso: Borg tentò il rientro con la sua vecchia racchetta in legno perché non seppe adattarsi alle nuove racchette in fibra e i risultati – disastrosi – si videro.

Tornando alla finale del Masters, confessiamo che, insieme agli applausi, il filmato ci ha strappato anche qualche lacrima di commozione poiché da lì a pochi mesi Borg annuncerà al mondo attonito la sua decisione di ritirarsi a soli 25 anni. Ma quel 18 gennaio 1981 pistola batté fucile 3 set a 0.

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Racconti

Quel Thiem dirompente che annichilì Nadal agli Internazionali 2017

Un affresco del quarto di finale di Roma 2017, quando persino una ‘nadaliana’ in tribuna Tevere dovette applaudire le bordate dell’austriaco. Per poi ripiegare su Djokovic… e Zverev

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Mi chiedessero di definirli in poche battute non avrei dubbi: dinamici come il cinema di Spielberg, vintage come un affresco alla Pupi Avati! Gli Internazionali d’Italia sono così: una macchina in continua evoluzione cullata nel fascino antico del Foro Italico. Aggiungerei passionali, per via di un pubblico senza mezze misure che ama pendere comunque per qualche cocco di mamma eletto a beniamino. Talora con qualche contraddizione, come avveniva nell’edizione del maggio 2017

C’ero anch’io, altroché se c’ero! Per l’esattezza me ne stavo appollaiato nell’anello più basso di quella tribuna Tevere che senza far torto a nessuno regala ombra fino all’ora di pranzo e sole negli occhi di lì all’imbrunire. Così, alle cinque di quel venerdi pomeriggio, avrei firmato in bianco per un bel panama a tese larghe che mi lasciasse osservare, seppure a chiazze, uno scoppiettante confronto tra Rafael Nadal e Dominic Thiem. Un quarto di finale che il Dio Elios lasciava appena intravedere affidando il resto a sonori schiocchi di palla replicati all’infinito tra le righe del centralone romano. 

Una prima mezz’ora luci e ombre che l’arbitro santifica con un 4-1 per l’austriaco e che la dice lunga sulla strana piega presa dal match. I due rantolano a qualche metro da me mentre alle mie spalle una ‘sfegatata nadaliana’ piuttosto in carne va facendo un gran chiasso per rivendicare la cattiva giornata del suo amato eroe. Non molla neanche quando il giovane Thiem sigilla il primo set con un 6-4 senza macchia. “ Gentile signora”, azzardo voltandomi il giusto per spizzarla con l’occhio, “non se ne abbia a male, ma quel ragazzo ha qualità da vendere”! “Per carità, caro lei, non lo dica neanche per scherzo”, replica piuttosto inviperita dondolando nervosamente un viso rotondo nascosto sotto un caschetto di capelli tinti di nero malamente tirati sulle orecchie e più arrabbiati di lei, “…ma non lo vede che non è in giornata?”. 

 

Come da copione, il secondo set accende nel maiorchino forti reazioni ma ogni tentativo ne esce frustrato di fronte a una macchina da guerra che dalla parte avversa spedisce diritti da codice penale e rovesci smazzolati con i quali muove la palla a piacimento tra diagonali lungolinea e sporadiche smorzate. “ Sei solo fortunato…”, torna a gracchiare l’indiavolata donnona all’indirizzo del bel Dominic . “Vuoi darti una calmata…?” esordisce d’acchito un signore accanto rivelandosi quale impacciato consorte, “ se non la pianti me ne vado”. “…uff che strazio”, replica lei paonazza in volto e senza tante storie.

In campo l’austriaco mostra qualche flessione, e io mi abbandono a taciti pensieri su quel match che anche a posteriori avrei giudicato il più bello del torneo e su quel ragazzo che per un’edizione orfana di Federer era per l’organizzazione una vera manna dal cielo. Avesse cercato di più la rete e alternato qualche anguilla scivolosa di rovescio sarebbe già stato un serio incomodo per i Fab Four . Divenendo un incubo se solo si fosse ritagliato una postura più avanzata mettendo il gioco sul piano del timing più che della forza. Pensieri in libertà di fronte a quel fior di giocatore che intanto dirigeva l’orchestra portandosi avanti 4-3 al secondo.

Dominic Thiem, Roma 2017 (foto di Roberto Dell’Olivo)

Dai forzaaaa”, si danna a squarciagola la spaventapasseri lanciando messaggi al corrucciato spagnolo intento ad allinear bottiglie durante il cambio di campo. Rintronato faccio per voltarmi quando il maritozzo, giocando d’anticipo, prende iniziativa: “…basta mi hai rotto le palle”, ruggisce aggrottando la fronte, e senza aggiungere sillaba si alza di scatto e sgattaiola via appena in tempo per guadagnare la fuga prima che una graziosa hostess chiudesse il passaggio. Lasciata alla sua sorte, la rabbiosa consorte si dà un tono replicandogli alle spalle: “…fai un po’ come ti pare. Che ne sai tu di tennis”!

Con una serie vertiginosa di bombarde, l’austriaco chiude la questione con un secco 6-3 che rende pan per focaccia alle finali perse in successione a Barcellona e Madrid. È la seconda vittoria in carriera contro Nadal e il pubblico gli tributa la giusta standing ovation; lui ripaga tutti con sorrisi elargiti ai quattro venti. In forte minoranza, anche la paonazza tifosa, si aggiunge, con fare un po’ furtivo, al resto dei plaudenti e con i piedi in due staffe non rinuncia al suo canto d’amore: “Rafa sei sempre grande ma mi hai deluso”! È il giro di boa e sull’onda dell’osanna generale subito dopo si lascia andare: “Dominic, sei fantastico”! Il Giuda in gonnella aveva saltato il fosso facendo abiura e abbandonando il buon Nadal al suo destino. Di lì in avanti avrebbe tifato Thiem? Due giorni dopo dipanavo l’arcano sbirciandola, questa volta a debita distanza, mentre in esordio di finale se la prendeva a cuore per Novak Djokovic. Il serbo perdeva il primo e vista la malparata la fedigrafa finiva col gettarsi senza ritegno tra le braccia di un giovane Zverev, punta di diamante del nuovo che avanza e vincitore a sorpresa di quell’edizione 2017.

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