Australian Open 1985, il primo volo dell’angelo Edberg

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Australian Open 1985, il primo volo dell’angelo Edberg

Non fu il match decisivo ma una semifinale, spesso l’ostacolo più duro verso il titolo, soprattutto se di là c’è il numero uno del mondo. Ecco il racconto del momento esatto in cui Stefan Edberg da Vastervik decise di essere un campione

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Sono stato schivato per un pelo da una laurea in Storia e agito la racchetta dall’età di otto anni. Nessuna sorpresa quindi se ho sempre avuto un debole per il tennis del passato, i suoi miti, riti e luoghi. Certo, la scarsità di immagini obbliga a ricostruire le atmosfere di quei tempi solo attraverso le parole dei testimoni e qualche foto spesso seppiata e sgranata, ma questo è sempre un esercizio affascinante. Libera dalla noiosa incombenza di registrare incessantemente attraverso gli occhi, la mente può dedicarsi all’immaginazione e l’incantesimo è tutto qui. Il resto lo fanno loro, quei grandi che hanno scritto la storia del nostro gioco ma sono condannati a una sorta di limbo perché la loro maestria è stata catturata dalla dea televisione in poca parte o punta.

Sarà strano ma in un certo qual modo varcare immaginariamente l’Atlantico con i Doherty Brothers alla caccia della Davis, allenare per un inverno intero il rovescio insieme a Big Bill Tilden o il servizio con Power Jack Kramer è un modo come un altro per sentirsi eternamente giovani. Perché lo sarai sempre più di loro. Il problema sorge quando il passato di cui scegli di scrivere per te si è svolto l’altro ieri o quasi. E le consolazioni del buon senso comune per cui l’età è solo un fatto anagrafico e l’importante è come ci si sente dentro, non appaiono magre bensì scheletriche. Soprattutto se la mattina seguente al consueto doppio con gli amici del giovedì sera l’unica parte che non duole sono i lobi delle orecchie. Ma prima o poi doveva capitare.

Siamo esattamente a metà degli anni ottanta, il Secolo Breve iniziato con la Prima Guerra Mondiale volge al termine ma nessuno se ne accorge mentre Freddy Mercury e Bono Vox dominano la scena al Live Aid di Londra. Lo spettacolo viene chiuso da un Paul McCartney reso afono da problemi al microfono per tutta la prima parte di “Let it Be”. Un chiaro segno che i tempi “They are a changing”. Il tennis attraversa un’età dell’oro iniziata con il trio Connors-Borg-McEnroe, in rigoroso ordine cronologico, affiancati dal cecoslovacco Ivan Lendl. Ma all’epoca dei fatti una nuova leva di campioni si fa avanti a dettare legge fino all’avvento di Sampras e Agassi, tutti nati nell’arco di poco più di tre anni nella vecchia Europa.

 

Il primo colpo d’ariete lo scaglia a Parigi un diciottenne svedese di nome Mats Wilander, che nel 1982 batte in sequenza Gerulaitis, Clerc e Vilas per prendersi la coppa dei Moschettieri. Tre anni dopo Boris Becker, pel di carota e piedoni enormi, fa ancora meglio centrando Wimbledon prima di poter guidare l’automobile. E non è ancora finita perché in quello stesso autunno un giovane cavaliere biondo che non avrebbe sfigurato alla Tavola Rotonda di Camelot vola fino all’altra metà del mondo per prendersi la sua prima gemma Slam. Si chiama Stefan Edberg, è svedese fino al midollo ma quando scende in campo sembra un californiano cresciuto sul cemento del LA Tennis Club. Attacco, attacco e poi ancora attacco, dietro a un servizio carico di spin o a un rovescio che se non è stato il migliore di sempre poco ci manca. Poi, una volta passata la linea del servizio, ecco la vera meraviglia. Mezze volate, approcci, volée di tocco o potenza perfette e naturali come un sorso d’acqua fresca. Sempre in equilibrio dinamico, sempre in armonia. Nureyev con una Wilson nera.

È stato l’unico tennista a chiudere il Grande Slam juniores, che per lui non sarà mai un buon ricordo. Il 10 settembre 1983 infatti, nel corso della finale di New York contro l’australiano Simon Youl, una sua prima di servizio colpisce in pieno l’inguine del giudice di linea Dick Wertheim, che cade all’indietro sbattendo violentemente la nuca sul cemento. Morirà cinque giorni dopo in ospedale. Quando lo seppe Stefan fu a un passo dall’abbandonare il tennis.

Sono passati poco più di due anni da quei fatti quando Edberg varca la soglia della storia del gioco per non uscirne mai più. Siamo in Australia, da qualche anno il torneo è stato spostato a dicembre e i fasti del passato sono consunti dal tempo come il terreno spelacchiato e gibboso del Koyoong Stadium di Melbourne. Mats Wilander ha sconfitto il bombardiere jugoslavo Bobo Zivojinovic, giustiziere di McEnroe, e attende calmo in finale. Domenica 8 dicembre, a tre anni esatti dalla morte di John Lennon, sul glorioso Centrale ci si gioca il diritto di vedersela con lui per il trofeo che fu di Norman Brookes.

Ivan Lendl è il re del tennis, spalle larghe come una forca e potenza devastante. La mitologica vittoria contro McEnroe a Parigi dell’anno prima lo ha definitivamente liberato dalle catene della paura e niente sembra poterlo fermare. A fine estate si è preso anche gli US Open stendendo nuovamente Supermac a botte di dritto e servizio. Il favorito è lui. Oltre la rete Edberg è uno dei pochi a non essere d’accordo sul pronostico. È ormai un top ten e la sconfitta subita al WCT di Dallas mesi prima dopo aver condotto due set a uno brucia ancora parecchio. Vuole vendetta e l’avrà.

In Italia è notte fonda quando inizia il palleggio di riscaldamento. A rivederle oggi è pura nostalgia, le racchette di legno sono ormai estinte ma il bianco predomina nelle divise da gioco e i calzoncini sono ancora attillati. Agassi non era ancora giunto, Nadal in canotta e pinocchietti neanche nato… La gloriosa erba che vide i canguri dominare la Davis per un ventennio mostra vuoti nelle tribune e tutti gli impietosi segni del tempo. Ma il fascino signori miei è sempre intatto. Come per Marlon Brando o Elvis, chili in più e rughe non contano nulla.

Stefan apre al servizio e il suo stile di gioco scintillante ruba l’occhio per tutto il primo parziale. Lendl soffre dannatamente a centro set per difendere la battuta e in un’occasione finisce pure sotto 0-40 sforacchiato da rovesci lungolinea che giungono da ogni angolo del campo. È il granito della sua forza di volontà a tenerlo a galla fino al sei pari e nel tie break esce dalla trincea. Edberg mette solo una prima palla in campo, Ivan spara al corpo come amava fare contro McEnroe e si prende il vantaggio con un netto 7-3.

Nel secondo set lo svedese svela l’acciaio del suo carattere, insospettabile in tanta purezza formale di movimenti. Ora è il suo turno per soffrire le pene dell’inferno sotto un cielo che si fa sempre più inquietante. Lendl si è fatto spavaldo in risposta e le palle break fioccano ma Stefan non cede e quando Lendl serve sotto 5-6 le sue spalle sono curve sotto il peso delle tante occasioni mancate che avrebbero potuto portarlo sopra di due set. Mentre il cecoslovacco lancia la palla sul primo punto del game una motocicletta passa a tutto gas vicino al campo: doppio fallo. Com’era quel detto sul buongiorno e il mattino? È una maratona di nervi, Ivan recupera ma sul 40-30 commette ancora doppio fallo – alla fine del game saranno quattro – e la rabbia comincia a montare. Un altro vantaggio interno si schianta sul cavo d’acciaio che regge il nastro, sarebbe stato un passante vincente.

Nella roulette russa delle occasioni incrociate il primo a trovare la pallottola è Lendl. E si tratta proprio di un suicidio perché Ivan sbaglia quattro servizi in fila, disturbato sul primo, a onor del vero, da un bambino (svedese? Non si seppe mai) che pensa bene di mettersi a piangere fra prima e seconda palla. Lancillotto Edberg chiude così il set al servizio, non prima di aver impartito una lezione sui mille usi della voléè di rovescio. Il punteggio è 15-30 perché Ivan ha appena piazzato una fucilata di dritto delle sue. Battuta esterna e approccio in avanzamento su risposta secca e bassa, Lendl gioca un cross stretto e veloce in back e qui la pennellata del capolavoro. Stefan fa mezzo passo in avanti d’istinto e in allungo piazza un delicato colpo con taglio a uscire nei pressi della riga del corridoio. La veronica dorsale che chiude lo scambio è una bazzeccola.

Un modo inglorioso di cedere le armi e il cecoslovacco passa uno di quei momenti, non rari in carriera, nei quali non riesce a scorgere bene la pallina fra i fumi della rabbia. Lo spicchio di cielo sopra il catino di Kooyong si riempie di nuvoloni neri al seguito di un teso vento da Nord Ovest mentre Edberg sale in paradiso e incamera un comodo 6-1. Lendl appare completamente fuori controllo e dallo 0-3 pesante smette di giocare. Ha anche qualche problema al ginocchio sinistro, conseguenza di un recupero in scivolata innaturale. Dopo la sosta Ivan chiede – in modo poco urbano, invero – l’intervento di un medico, dopodiché riprende a giocare come nulla fosse. Una spettacolosa sua risposta di rovescio in allungo e anticipo, con la pallina che corre imprendibile lungo la riga mostra che lui è lì in spirito e corpo. Visto com’era andata in precedenza, se Edberg non fosse nato in Svezia ma diciamo più giù, per esempio a Napoli, avrebbe dovuto iniziare a preoccuparsi dal secondo gioco in poi, quando non riesce a sfruttare per primo un 15-40. E infatti subito dopo si imbarca in un lungo gioco ai vantaggi, lascia per strada tre doppi falli e il quarto gli è fatale.

L’elettricità crepita nell’aria e fra i giocatori, Lendl è tornato minaccioso ma proprio mentre le prime gocce colpiscono il terreno Stefan infila un pregiata risposta di rovescio dal centro a uscire che gli vale il pareggio a quattro. Non ricordo se il padre di Ivan si chiami Peleo, ma di certo la furia del cecoslovacco mentre raccatta le sue cose e torna negli spogliatoi è degna di Achille. La pioggia arriva a secchiate. La sosta per non annegare è un balsamo per i delicati nervi del Terribile, che al rientro mostra con i fatti di aver digerito il boccone e si prende subito il servizio dell’avversario e poco dopo il set del pareggio.

John McEnroe raccontava che lui e Borg nelle esibizioni si accordavano nello spartirsi i set iniziali per poi darsele in quello decisivo. E accade proprio così. Il quinto set sarà un’ordalia, un duello all’alba, una sfida all’OK Corral, scegliete voi. I due mettono subito in chiaro che non ci si fermerà al primo sangue e lo scontro finale si apre in modo perfettamente simmetrico, quasi musicale a un orecchio allenato. Perfettamente in linea col carattere dei due. Primo game, servizio Edberg. Ivan scappa 15-40 piantando le gambone nel prato e sparando a tutto braccio un rovescio all’altezza del plesso solare dell’uomo a rete, che si salva per grazie ricevuta. Poco dopo Stefan restituisce la pariglia con i suoi modi, perché lui era un tipo cui piaceva vincere per merito. Sul 15-30 Lendl scende dietro a una bomba centrale e Edberg gioca nel giro di otto secondi due colpi difensivi e due d’attacco coprendo tutto il campo. Una risposta in allungo di rovescio, un passante in corsa di puro polso e un attacco prima di chiudere con lo smash. Il boato della folla arriva ben prima che lui colpisca la pallina.

Scorrono i giochi e pian piano Edberg prende il sopravvento. Lo svedese è nato per giocare sull’erba mentre Lendl deve scontare anche la fatica mentale di forzarsi continuamente al serve & volley. Stefan potrebbe di fatto chiudere con il break del 5-3, quando sul 30-40 gioca quasi col sorriso e in piena scioltezza una risposta lungolinea di rovescio su tremante seconda del ceco. Quando si accorge che la palla è fuori di un dito crolla sdraiato e incredulo. Ma è sul 5-4 che Stefan Edberg da Vastervik, provincia di Camelot, mostra a diciannove anni di avere un cuore a prova di infarto dentro al petto. Il cuore di un campione. Accade che lo svedese si procuri due match point consecutivi e li sprechi malamente col suo colpo migliore. Un raro dritto vincente gliene vale subito un terzo. Quel punto Ivan il terribile lo gioca con addosso solo il suo orgoglioso coraggio.

Si butta dietro a un servizio lentissimo e sulla sassata che gli torna fra le stringhe è bravo anche solo a metterla di là. Il pubblico comincia ad alzarsi e a gridare quando Edberg carica il rovescio e muove il primo passo verso la pallina che rimbalza docile e centrale nei pressi della linea di battuta. Ha il tempo di guardare negli occhi il suo avversario per attimi interminabili, come i pistoleri di Sergio Leone. Poi spara e la palla esce. Lendl era andato dall’altra parte. Stefan non mostra emozioni e cerca di continuare a pensare. Non c’è tie break, finché non perde il servizio è in gioco (Kramer Dixit) e lì concentra quel che gli rimane. Nei tre turni di battuta che lo portano sul punteggio di 8-7 non rischia mai nulla mentre l’avversario sbuffa per tenergli dietro. Per poi crollare di schianto.

Un doppio fallo di Lendl e un incredibile contro-smash fanno intravvedere la luce a Edberg, che sul 40-30 chiude gli occhi e si affida al suo braccio. Pareggio con una serie di tre rovesci in avanzamento chiusi da una volée incrociata e vantaggio su un passante in corsa di rovescio. Il momento è ora. Ivan mette una prima solida ma Stefan lo inchioda di rovescio prima di scrivere la parola FINE col dritto. Da brividi, e io l’ho visto.

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Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Federer torna a sciare dopo 15 anni e Lindsey Vonn lo incoraggia

Su Instagram, Roger Federer documenta il ritorno alla pratica di una disciplina sportiva da sempre sua grande passione

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Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)
Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)

E’ bello tornare sulle piste dopo quindici anni“, con tanto di hashtag: nuovi inizi.

Nonostante l’intero mondo del tennis sia pienamente concentrato sul primo Slam dell’anno in quel di Melbourne, un post pubblicato su un account Instagram accompagnato dalla didascalia che fà da incipit al nostro articolo non poteva lasciare indifferenti gli appassionati della racchetta.

Questo perché il protagonista di tale condivisione via social è un’assoluta icona planetaria – ultimamente è stato annunciato che presiederà il Met Gala in compagnia di Penelope Cruz e Dua Lipa che è stata in grado di sconvolgere e segnare il mappamondo tennistico come nessuno prima di lui, ovviamente stiamo parlando di Roger Federer.

 

Il campionissimo svizzero, pur avendo oramai posto fine alla propria carriera da diversi mesi, fa – e farà – sempre notizia. Così come, allo stesso modo, è inconfutabile la seguente tesi: la passione che avverte per lo sport, il 20 volte vincitore di un Major travalica i confini della disciplina che lo ha visto regnare per quasi un ventennio.

Una profonda ammirazione per il gioco, qualsiasi esso sia, che è facilmente riscontrabile nelle antiche passioni del 41enne di Basilea. Infatti dopo averlo visto a Dubai con il suo ex coach e grande amico Severin Luthi cimentarsi nella disciplina più in voga degli ultimi anni, il padel, (per i puritani del nostro sport, questo avvenimento è stato raccapricciante oltre che un atto barbaro all’eleganza tennistica che Roger rappresenta), è ritornato a praticare uno dei suoi primissimi amori: lo sci.

Federer fin da giovanissimo ha frequentato le piste da scii, prima di optare definitivamente per il tennis. Purtroppo però, anche e soprattutto a causa del grave infortunio che subì alla schiena dovette interrompere questo suo hobby e rinunciarvi per un lasso di tempo davvero lungo. Finalmente però ora, appesa la racchetta, può ricominciare da dove aveva lasciato pur comunque dovendolo fare gradualmente. Dopo le operazioni al ginocchio, difatti, almeno per il momento non può sciare sui percorsi più articolati e complessi poiché le sollecitazioni alle articolazioni a cui andrebbe incontro sarebbero ancora troppo pesanti da sopportare senza rischiare un nuovo infortunio. Non a caso poco dopo il ritiro dichiarò: “Ho un pò di paura nel praticare altri sport, perché il mio ginocchio non sta ancora benissimo“.

Il processo per tornare a sciare a pieno regime è dunque ancora lungo, tuttavia alcuni commenti al suo post potrebbero averlo ulteriormente motivato in questa sua personale sfida. Due leggende dello scii alpino del calibro della statunitense Lindsey Vonn e del connazionale Beat Feuz – entrambi ori olimpici nella discesa libera, la prima a Vancouver 2010 mentre il secondo a Pechino 2022 – gli hanno dedicato questi messaggi di sprono: “Dai Roger, è come guidare la bicicletta“, “C’è un posto disponibile nel tuo team?“.

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