Australian Open: i dolori del giovane Ceck e storie di mamme tenniste [VIDEO]

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Australian Open: i dolori del giovane Ceck e storie di mamme tenniste [VIDEO]

L’EDITORIALE – Australian Open, seconda giornata. Il video di Nadal è diventato virale. Ma quando Rino Tommasi gridò “Emilioo!”…

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IL VIDEO-RIASSUNTO DELLA GIORNATA IN INGLESE: IL DIRETTORE CON BEN ROTHENBERG


Dopo il 3-1 della prima giornata nella seconda il bilancio azzurro è 5-3. Ma poteva essere 7-1. Infatti come potete più diffusamente leggere nel pezzo di Luca Baldissera, con i vari spunti di cronaca, Marco Cecchinato e Luca Vanni hanno perso entrambi in cinque set dopo essere stati avanti due set a zero. Chiaro che mentre una vittoria di Vanni su Carreno Busta avrebbe avuto quasi del miracoloso, la sconfitta di Cecchinato contro Krajinovic suscita non pochi rimpianti. Era favorito, aveva dominato il secondo set surclassando il serbo, ha avuto il match point nel tie-break del quarto set, sull’8-7, poteva anche trasformarlo ma ha sbagliato un rovescio dopo un lungo scambio.  N.18 contro il n.93, perdere quel set è stato un mezzo trauma. In quel set era stato infatti anche avanti 2-0. E al secondo turno ci sarebbe stato il russo Donskoy n.96. Una opportunità sfumata. Chiaro che il Ceck fosse furibondo: “Se ne riparla domani, ora sono troppo triste e arrabbiato”.

Di come l’ha presa il Vanni tennista ne parlo con il Vanni giornalista (Gibertini) nel video che si apre nel segno di Federer e Barilla. Lui nella giornata si è occupato anche della nuova Coppa Davis che si giocherà quest’anno a Madrid nel mese di novembre. Troverete il suo interessante articolo. Ma il tennista di Foiano della Chiana – che nomi che abbiamo in Italia per i nostri Paesi! – e che tutti chiamano “Lucone” è intervenuto un amico a rasserenarlo per la delusione della sconfitta subita in quello che credo sia stato il primo “cinque set” della sua carriera: “Ricordati Lucone che un anno fa giocavi in questo periodo il torneo open di Orvieto contro un 2.4. Oggi hai giocato in uno Slam contro il n.24 del mondo!”. L’episodio naturalmente lo ha raccontato lui stesso.

Meno male che Camila Giorgi non ha avuto il benché minimo problema a regolare in 53 minuti la slovena Jacupovic e che Fognini, vinto il primo set al tie-break, si è issato a un secondo tie-break con il pupillo di Rafa Nadal, Munar, recuperando un break sul 6-5 e annullando anche un set point. Un altro ne ha annullato anche nel successivo tie-break e avanti due set a zero è arrivata la vittoria grazie anche al ritiro del maiorchino per uno stiramento ai flessori. La top ten non mi interessa più, ho avuto occasione fra New York e Shanghai – ha poi detto Fognini – avrei potuto andare al Masters come riserva ma andare lì a guardare gli altri non mi sarebbe piaciuto. Di Masters ne ho già giocato, in doppio con Simone. Ora se vado a numero 20 o 30 non cambia nulla. Il mio obiettivo è fare i risultati nei tornei importanti. Quando ho visto che Kachanov ha vinto Parigi certo che due… madonne le ho tirate, ma l’importante è restare sempre sul pezzo, vedi Cecchinato a Parigi”. Qui troverà al secondo turno Leo Mayer: è avanti 3-2 ma hanno giocato sempre sulla terra battuta, e i due precedenti del 2018 Fabio li ha persi entrambi.

Per me è stata una giornata campale perché sono stato letteralmente sepolto di messaggi, WhatsApp, telefonate, segnalazioni su pubblicazioni dell’episodio uscito sul sito di The Age di Bleacher Report e non so più quante riviste on line. Questo mercoledì alle 13 andrò anche alla tv australiana dell’Australian Open. Sabato Radio Rai. E dovreste aver sentito mio intervento su Radio Sportiva, a metà fra l’imbarazzato e il divertito. A sentire Andrea Capretti era stato un intervento vivace e spontaneo, ma potete giudicare direttamente voi.

Come ha scritto argutamente una lettrice, tanto interessamento e improvvisa popolarità per un sonnellino di 15 secondi e per le pur simpaticissime smorfie di Rafa, dopo 40 anni di onorata carriera con migliaia di articoli, beh, non so se sia una pena del contrappasso per qualche mio peccato. Però è certo un paradosso, che va preso con il giusto spirito, un sorriso e senza dargli importanza.

Ho dovuto però anche replicare per scritto a un paio di giornalisti inglesi che all’insegna della famosa frase del grande Norman Mailer “never spoil a good story with the truth” (non rovinare mai una bella storia con la verità!) si sono inventati che stavo addirittura russando. Hanno ecceduto in fantasia, naturalmente. È stata invece la primissima cosa che lì per lì ho bisbigliato al media manager di Rafa, Benito Perez Barbadillo, che sedeva a due posti da me: Non ho mai russato in vita mia, spero proprio di non averlo fatto stavolta. Sono due notti che dormo tre ore a notte e con il jet-lag!” premesso che avevo seguito tutta la conferenza stampa di Rafa fino a un minuto prima. Benito che parla benissimo l’italiano mi ha subito tranquillizzato. Rafa è stato simpaticissimo, le facce che gli ho visto fare nel video sono un capolavoro. Solo nel video di Repubblica.it si vede anche quella che era la mia posizione.

Chiudo questa parentesi molto personale ricordandomi un episodio molto simile che accadde tanti anni fa, e proprio qui in Australia, una ventina di anni fa a Rino Tommasi che era arrivato in ritardo a Melbourne per via di un incontro di boxe che aveva dovuto commentare – mi pare fosse di Tyson – dagli Stati Uniti. Ebbene ogni tanto Rino chiudeva gli occhi, sopraffatto dal sonno, ma pur senza guardare tutti gli scambi non sbagliava mai il punteggio, che evidentemente sentiva dall’arbitro e ripeteva perfettamente. C’era da domandarsi come facesse. Finché però a un certo punto si vede che proprio crollò, e improvvisamente, mentre stavano giocando mi pare Emilio Sanchez e John McEnroe, Rino sbottò in una specie di urlo e gridò: “Emiliooo!”. Nel farlo fece un soprassalto, si accorse di quello che gli era uscito dalla bocca e fu preso da un fou-rire irrefrenabile. E inevitabilmente anch’io. Coprimmo entrambi i microfoni con le mani, ci togliemmo le cuffie e la telecronaca si arrestò per almeno 15 interminabili secondi. Quell’episodio ci restò talmente impresso che ogni tanto, per ricordarlo e scherzare nelle situazioni più improbabili io all’improvviso guardavo Rino, magari a tavola, e gridavo “Emilioooo!”. Glielo avrò fatto non so più quante volte e quasi tutte le volte lui cominciava a ridere come un bambino, a crepapelle.

Vabbè, scusate la lunga digressione personale. So che vorreste leggere qualcos’altro, ma onestamente al di là degli incontri degli italiani, non è che sia successo tantissimo, nessuna clamorosa sorpresa. Ma tante piccole curiosità.

IL DAY 2 A MELBOURNE – C’è stato il derby delle mamme, vicine di casa in Florida, si incontrano con il passeggino, anche se ora Olympia cammina e Serena rimpiange i tempi più comodi di quanto se ne stava buona in culla: “Prima non capivo quando mi dicevano che era tutto più semplice finché non la dovevi seguire dappertutto”. Serena non aveva avuto alcuna pietà nei confronti dell’amica tedesca Tatjana Maria. 

Le stava dando la stessa lezione che Sharapova ha riservato a Dart (6-0 6-0) finché sul 6-0 3-0 la tedesca ha fatto il suo primo game, riscuotendo una di quelle ovazioni che sono imbarazzanti come poche, e poi anche un altro e insomma è stato un 6-0 6-2. Con Serena di nuovo con le gambe inguainate in quelle calze comprimenti che chi corre il rischio di trombosi – e lei è stata lì per lì per lasciarci la pelle due volte, anche durante il parto – fa bene a mettersi. Obbligatorie, per esempio, quando si sale su un aereo. Ma anche a queste temperature, fra i 35 e i 40 gradi all’ombra negli ultimi giorni. Ma lunedì sui campi si potevano cuocere le uova senza bisogno del gas.

Molto soddisfatta del suo completo Nike – stavo per scrivere completino, ma insomma poi mi è parso che quel diminutivo non le si adattasse anche se rispetto a mesi fa è decisamente dimagrita  –Serena ha fatto capire di essere soddisfatta anche della sua condizione fisica ed atletica: “Ho lavorato tanto, credo di aver fatto una buona preparazione”. E quando le hanno chiesto che differenza si sentisse di descrivere fra due anni fa quando vinse qui da appena incinta e ora da mamma è stata prontissima a rispondere: “La differenza è che – toccandosi la pancia – ora non sono incinta”. C’era solo una terza mamma in questo torneo. Una che l’ha vinto due volte. Vika Azarenka. Ha perso dalla tedesca Siegemund. Ed è scoppiata in lacrime.

Una curiosità il punteggio con il quale la Konta ha battuto la fidanzata di Kyrgios, la Tomljanovic, 7-6 al terzo con il long tie-break a 10. Per l’appunto è per ora successo solo due volte e sempre a tenniste britanniche. Lunedì alla Boulter che aveva esultato sul 7-4 credendo di aver già vinto. Per Ben Rothenberg, che dice sempre cose interessanti quando duettiamo nel video inglese, la miglior partita del giorno è stata quella vinta da Halep su Kanepi, match rivincita e frutto di un sorteggio malvagio.

Gran battaglia ha vinto ancora la trentottenne Venus Williams sulla Buzarnescu, e gran sfiga ha avuto il nostro Paolo Lorenzi, primo candidato alternate a lucky loser, perché non ricordo un altro Slam nel quale non si sia ritirato nessuno su 128 iscritti. Vero anche che chi arriva fino in Australia dopo il periodo di preparazione è difficile che sia rotto.

Gli aussies hanno perso in 24 ore i due bad boys, Tomic e Kyrgios. Kyrgios non è riuscito a mettere in difficoltà Raonic che a tratti. Ridimensionato seriamente rispetto a tante aspettative che aveva saputo suscitare anni fa. Nel 2015 aveva raggiunto i quarti. Ma di nove recenti duelli contro top-20 Kyrgios ne ha vinto uno solo.

Djokovic n.1 e Zverev n.4  hanno vinto senza perdere un set, proprio come lunedì Nadal n.2 e Federer n.3. Stanotte tocca di nuovo agli ultimi due e Nadal in particolare deve stare attento a Ebden, che non gli darà ritmo. E Rafa non mi è parso brillantissimo, salvo che in conferenza stampa.

Roger, e questa è quasi una notizia, non gioca di notte – tocca a Nadal – ma terzo nel pomeriggio aussie. Contro Evans non dovrebbe correre rischi di sorta. Noi seguiremo da vicino Seppi contro Thompson, n.72, e Andreas è favorito anche se giocare contro un australiano qui non è mai facile, ma Travaglia n.137 con Basilashvili neo top-20 ha un compito molto più duro. Fabbiano, 1,73, dovrà scalare la montagna Opelka, 2m e 11cm, il giustiziere di Isner nella battaglia dei giganti. Sarà dura, ma si può giocare se non saranno tutte noci di cocco.

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Osaka e Kvitova: l’Australian Open delle attaccanti

A Melbourne è andata in scena una eccezionale edizione dello Slam, che ha offerto diverse partite memorabili

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Naomi Osaka e Petra Kvitova - Australian Open 2019

Che torneo: il più bello Slam degli ultimi anni. È sempre difficile valutare un avvenimento appena concluso e, a caldo, fare paragoni con il passato. Ma questa volta sono davvero convinto: non ricordo un Major recente altrettanto ricco di partite di qualità, capaci di regalare equilibrio, rovesciamenti di fronte, divertimento, ma soprattutto autentica sostanza tennistica. E non solo per merito delle due finaliste, Osaka e Kvitova, ma grazie anche ad altre protagoniste come Pliskova, Serena Williams, Halep, Hsieh, Barty, Giorgi.

È stato anche uno Slam che ha visto prevalere le attaccanti sulle difensiviste, ribaltando l’esito di dodici mesi fa, come si può dedurre dalla composizione delle semifinaliste: Wozniacki, Halep, Mertens e Kerber nel 2018. Osaka, Kvitova, Pliskova e Collins nel 2019. Sugli aspetti generali degli Australian Open 2019 tornerò con un secondo articolo, dedicato alle giocatrici che non sono riuscite ad arrivare sino in fondo, ma che meritano comunque di essere ricordate per quanto hanno saputo offrire. Per ragioni di spazio oggi comincio con le due finaliste; il resto a martedì prossimo.

 

Kvitova a Melbourne: un crudele déjà vu
Dopo la anomala stagione 2018, in cui Kvitova aveva vinto più di tutte a livello WTA (5 tornei) ma sempre fallito negli Slam, finalmente agli Australian Open 2019 Petra ha riconquistato la ribalta anche in un Major. E siccome nessun evento raccoglie lo stesso interesse di uno Slam, si è tornati a parlare della sue vicenda personale, caratterizzata dal complesso recupero fisico che ha dovuto attraversare dopo l’accoltellamento alla mano sinistra subito nel dicembre 2016. Evento determinante che oggi, a torneo finito, si somma ad altre questioni di tennis più lontane e troppo poco ricordate.

Penso infatti che se vogliamo provare a capire più profondamente la storia di Kvitova occorra allargare il quadro di riferimento, recuperando quanto le accadde proprio in Australia sette anni fa, nel 2012. Perché Petra a Melbourne ha subito diverse cocenti delusioni, ma una l’ha segnata in particolare: probabilmente il maggiore rimpianto della sua carriera. Torniamo al passato.

Nel gran caldo australiano diverse volte Kvitova ha perso match contro avversarie che sulla carta erano da battere. Sconfitte al primo o secondo turno, come quella nel 2018 contro Petkovic (che in quel momento era numero 98 del ranking), contro Gavrilova nel 2016 e soprattutto contro Kumkhum nel 2014, in une edizione che pure aveva affrontato con una forma fisica eccezionale, frutto della più dura e scrupolosa preparazione atletica mai svolta sino ad allora in off-season.

Ma è un’altra la sconfitta che Petra non ha mai del tutto metabolizzato, e che sono convinto si sia incisa, profonda come una cicatrice, nei suoi ricordi. Si tratta della semifinale del 2012, persa da favorita contro Maria Sharapova. Quella partita rappresenta una ferita mai del tutto sanata, tanto che forse quel match potrebbe essere diventato uno spartiacque rispetto al suo ruolo nel circuito femminile: da potenziale numero 1 del Tour a figura capace di grandi exploit, ma non sufficientemente consistente per essere la leader del movimento.

Oggi siamo abituati a percepire Kvitova come una tennista di grande talento ma non abbastanza continua per comandare il ranking. Ma nel gennaio 2012 le cose stavano in modo molto diverso. Ad appena 21 anni, nella stagione 2011 Kvitova aveva disputato otto finali (7 a livello WTA, 1 a livello ITF), e ne aveva vinte sei; non solo Wimbledon, ma anche Madrid e il Masters, oltre alla Fed Cup (che non assegna punti WTA). Per una manciata di punti non aveva concluso l’anno da numero 1 del mondo, ma un po’ tutti pensavano che il sorpasso nei confronti di Wozniacki sarebbe stato imminente; solo una questione di tempo.

Quel sorpasso Petra lo aveva mancato anche per scelte di programmazione fatte prima di sapere quanto poco le sarebbe bastato per arrivare in cima al mondo: per esempio la rinuncia al torneo di Roma 2011, perché aveva già preso l’impegno di giocare l’ITF di Praga. O la decisione di disputare l’Hopman Cup, una manifestazione che non assegna punti in classifica, all’inizio del 2012; e così la sua vittoria a Perth proprio contro Wozniacki non era servita a cambiare le gerarchie mondiali.

Prima degli Australian Open le sarebbe bastato arrivare in finale a Sydney per prendere il comando della classifica; ma si era fermata a un solo passo dal traguardo: aveva perso in semifinale contro Li Na dopo aver dominato il primo set e avere condotto di un break nel secondo (1-6, 7-5, 6-3). Una delle rare occasioni in cui l’aveva bloccata il braccino, in un confronto asimmetrico sul piano emotivo, visto che per Li Na quella partita non aveva particolare significato.

Racconto tutte queste circostanze per restituire la sensazione che si viveva in quel momento: un primato a portata di mano, tanto vicino quanto però sempre sfuggente. Poi era arrivato lo Slam, e le cose erano andate in modo sorprendentemente simile a quanto è successo qualche giorno fa. Ecco perché il 2019 si ricollega al 2012.
Alle fasi finali erano approdate più giocatrici con la possibilità di conquistare il numero 1; ma mentre per scalzare Wozniacki a Kvitova sarebbe bastato arrivare in finale, a Sharapova e Azarenka occorreva vincere il torneo. Le semifinali erano Azarenka contro Clijsters e, Kvitova contro Sharapova. Di nuovo a un solo match dal primato in classifica, Petra aveva perso da Sharapova in semifinale, in una partita caratterizzata dalla diversa capacità di gestione delle palle break: 5 occasioni per Sharapova, tutte convertite; 14 palle break per Kvitova, ma con appena 3 conversioni. Nemmeno l’essere stata in vantaggio di un break nel terzo set era bastato per vincere. Risultato: 6-2, 3-6, 6-4 per Masha. Come contro Li Na a Sydney, quel giorno Petra aveva giocato con troppa pressione, consapevole che quella partita avrebbe significato la conquista del primato in classifica, un traguardo che segna una carriera.

E anche se Kvitova non è mai entrata nel dettaglio di quel match, lo ha ricordato in diverse interviste come la sua peggiore sconfitta. Nella finale 2012 Azarenka vinse in scioltezza il suo primo Major (6-3, 6-0 a Sharapova) e poi avrebbe disputato una primavera fenomenale, a colpi di vittorie in serie che avrebbero reso definitivamente fuori portata il primato nel ranking per tutte le altre. Per Kvitova la leadership del movimento era ormai svanita.

Ecco perché quanto successo a Melbourne 2019 sembra un crudele déjà vu. Per come oggi è costruita la classifica di Petra (con i punti in scadenza di S. Pietroburgo e Doha), le possibilità di aspirare al numero 1 sono ridottissime, e dunque la delusione è stata doppia. Un aspetto che va tenuto presente per capire più a fondo le sue parole nella conferenza stampa di sabato scorso, quando ha confessato che le ci vorrà un po’ di tempo per assorbire la sconfitta contro Osaka.

Ma naturalmente sarebbe sbagliato dipingere l’avventura australiana 2019 di Petra solo a tinte fosche. Al di là della delusione in finale, rimane comunque il dato complessivo della vittoria a Sydney, e soprattutto del ritorno ad alti livelli nello Slam.
Un Australian Open che, a conti fatti, ha offerto un notevole squilibrio tra la parte alta del tabellone (quella di Osaka) e quella bassa (di Kvitova): mentre nella parte alta si succedevano partite di altissima qualità, in quella bassa le principali favorite si sono perse per strada, lasciando spazio a qualcosa di simile a uno one-woman show, che ha visto proprio Kvitova protagonista. Per arrivare in finale da testa di serie numero 8, Petra ha infatti affrontato una sola avversaria fra le prime 30 del mondo, Ashleigh Barty (numero 15); per il resto non ha dovuto fare altro che regolare giocatrici fuori dalle teste di serie; certo, lo ha fatto con grande autorevolezza, ma senza quasi poter dimostrare fino a che punto fosse in grado di giocare bene.

In più vanno considerate le questioni ambientali. È noto quanto Kvitova soffra le alte temperature, al punto che in certi giorni rischia di perdere più  per la difficoltà a esprimersi con il grande caldo che per la forza dell’avversaria. Un problema che però in questi Australian Open ha evitato per due circostanze fortunate e difficilmente ripetibili.
La prima: essendo arrivata in extremis a Melbourne dopo la vittoria di Sydney, ed essendo stata sorteggiata nella parte di tabellone che scendeva in campo per prima, è stata comprensibilmente tutelata dagli organizzatori, che l’hanno programmata il più tardi possibile (lunedì sera); e da allora ha giocato sempre a fine giornata (ad eccezione del match contro Anisimova), con temperature meno aggressive.

E quando invece, in semifinale contro Collins, era arrivato il momento della verità, con la partita fissata alle due del pomeriggio e oltre 35 gradi da affrontare, paradossalmente è stato proprio il caldo eccessivo a salvarla: sono subentrate le regole che prevedono la chiusura del tetto per salvaguardare la salute delle giocatrici. Quale differenza di rendimento ci sia tra la “Kvitova outdoor sotto il sole cocente” e la “Kvitova indoor”, lo abbiamo potuto sperimentare in modo semplice e diretto. Inclusa Danielle Collins, che dopo aver fatto partita pari con il tetto aperto (4-4), ha resistito ancora qualche game nelle fasi di aggiustamento alle nuove condizioni, ma poi nulla ha potuto una volta che Petra si è messa in carreggiata (7-6(2), 6-0).
Dunque sei match vinti senza perdere un set. E così, per capire fino a che livello Kvitova potesse giocare bene si è dovuta aspettare la finale contro Naomi Osaka, in un confronto inedito (non c’erano precedenti) che non ha deluso le aspettative.

a pagina 2: Naomi Osaka verso la finale: da Hsieh a Svitolina

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Australian Open

Pagelle: i padroni del mondo, il tramonto del Re e la speranza greca

Djokovic e Osaka trionfano confermandosi i più forti. L’incubo di Serena, il declino di Federer e l’avvento di Tsitsipas. Il solito Zverev e il sogno di Kvitova

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(foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)


Naomi Osaka 10
L’altra volta aveva trovato un’avversaria scorretta e fuori di testa che aveva provato a privarla del legittimo gusto della festa, stavolta dall’altra parte della rete c’era per sua fortuna una signora che non ha approfittato del momento in cui Naomi si è ricordata di essere così giovane. Due Slam di fila sono una cosa enorme, il numero 1 una conseguenza. Può dominare e il sospetto è che avrà tante occasioni per imparare anche a recitare un discorso di premiazione come si deve.

 

Petra Kvitova 9,5
C’è mancato davvero poco per avere il lieto fine alla favola di Petra, ma magari arriverà a Wimbledon, il posto del cuore. Sembrava non potesse più tenere in mano una racchetta e comunque non tornare a questi livelli. E invece è a un passo dalla vetta. Troppo buona, troppo dolce Petra per approfittare delle paure di Osaka sul più bello. Ma ha già vinto il suo Slam.

Il sonnellino di Ubaldo 10
Straordinario trappolone teso a Nadal, che ha abboccato come un totanone. Ha studiato a tavolino la finta sonnolenza per conquistare la ribalta mondiale. La prossima vittima sarà Federer, dinanzi al quale però occorrerà svenire in diretta tv con tanto di cappellino e sponsor in bella mostra. Scaltro come una faina.

Novak Djokovic 10
Se non ci fossimo trovati lì quel giorno di giugno mentre annaspava contro Cecchinato e sfuggiva iracondo alla stampa, preannunciando un possibile forfait per Wimbledon, penseremmo di parlare di due giocatori differenti. Ma in fondo, senza quella “vacanza” di un anno e mezzo scarso, staremmo qui a discorrere di un dominio senza precedenti. “Not too bad” per dirla alla Nole, ma ha tempo per…peggiorare, frantumando ogni record.

Rafael Nadal 9
Il primo degli umani. Che per uno come lui può sembrare una diminutio, ma considerando gli ultimi risultati sul cemento è un mezzo miracolo che sia arrivato in finale praticamente in carrozza. Ma arriverà la terra, ci sarà spazio per epiche battaglie tra i due. Certo, l’Australia gli regala un’altra amarezza: da quando provocò le lacrime di Roger sembra che gli Dei Down Under si divertano farlo soffrire. Rafa è un toro, ci riproverà. Ancora, ancora e ancora.

Camila Giorgi 6,5
Tutta un’altra Camila. Vince le partite che deve vincere, perde le partite che deve perdere, si sganascia dalle risate in sala stampa. Qualche rimpianto per l’ottimo match con Pliskova ma visto il torneo della ceca, non c’è motivo per essere tristi.

Roger Federer 5
Giocatore finito, eroe dimenticato. I suoi record vacillano e oramai nemmeno gli addetti ai controlli lo riconoscono. Quota cento resta un miraggio, forse gli conviene chiedere asilo nell’Italia a cinque stelle. Ha una sola speranza, che questa storia del passaggio di consegne nella sconfitta con Tsitsi così come lo fu con la sua vittoria su Pete, sia vera: il ventunesimo sarebbe cosa fatta…

Stefanos Tsitsipas e Roger Federer – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

La borsa di Busta 2
Errore arbitrale o no (più no che si in realtà), solidarietà al borsone maltrattato. O la borsa o la vita, ma Pablo ha perso la testa. Carreno, basta.

Serena Williams 5
Il suo problema è che quando chiamano in campo la numero uno, lei si lancia perché è davvero convinta di esserlo ancora. Siamo cattivi (ed anche maschilisti e razzisti, ovviamente) ma ci piace pensare che il Dio del tennis, offeso a New York dalla sua indegna sceneggiata, abbia voluto vendicarsi con la peggiore sconfitta della vita avanti 5-1, match point, fallo di piede, altri 3 match point…

Stefanos Tsitsipas 8,5
Federer ci avrà messo anche del suo, ma sono queste le partite in cui sbocciano i futuri campioni. Quanto sia lontano questo futuro è ancora presto per dirlo e in fondo lo stesso Roger vide trascorrere due anni dal Samprascidio prima di trionfare per la prima volta a Wimbledon. Tsitsifast va veloce, sembra avere tutte le carte in regola per arrivare al top, ma non dimentichiamo che lo scorso anno in semifinale qui c’erano Chung e Edmund…

Lucas Pouille 8
Il massacro in semifinale non deve far dimenticare lo splendido lavoro fatto da Amelie con questo ragazzo. Quasi persi Tsonga, Gasquet e Monflis, i galletti trovano sempre qualcuno da piazzarci davanti…

Le lacrime di Andy e Vika 8
Lacrime diverse, di addio, di dolore, di rimpianto, di amore, di frustrazione, di speranza, di passione. Li vediamo come eroi, li dipingiamo come divinità. Ma sono pur sempre ragazzi.

Il resto del mondo
Il suo compare greco lo ha lasciato piuttosto indietro, certo trovarsi sulla strada Nole non è il massimo, ma Denis Shapovalov (6) deve crescere in fretta, se non vuole perdere il treno.

Speravamo magari di non doverlo ritrovare tra “gli altri” ma Fabio Fognini (5,5) si è infranto sullo scoglio Carreno. Una bestia nera, non c’è che dire e anche se Fabio non punta più alla top-10 la stagione sulla terra può ancora essere la sua stagione. Brutto il ko di Marco Cecchinato (4,5) e chissà che non serva a spronarlo. Berrettini (6) ha pescato male dall’urna, Seppi (6) ha fatto il suo e non può fare sempre miracoli, ottimo Fabbiano (7) e bravo Travaglia (6,5).

Sascha Zverev (5) sembra voler dare per forza ragione al Direttore ogni qual volta si trova in uno slam, mentre Marin Cilic (5) si è sciolto alla Cilic. Ci si attendeva di più da Khachanov (5,5), mentre Daniil Medvedev (7) è stato quello che ha messo più in difficoltà Robo-Nole ed è da tenere d’occhio.

Sono crollate senza scusanti le torri Anderson (4) e Isner (4), mentre la bandiera della lost generation è stata tenuta discretamente alta da Raonic (6,5) e Nishikori (7) che però ha mostrato ancora una volta quanto lo sport faccia male alla salute. Bautista Agut (7,5) non si è accontentato di porre fine (forse) alla carriera di Murray ed è rifiorito a gennaio come di consueto, come un ciclamino.

Tra le ragazze, detto del superbo torneo di Pliskova (8,5) impreziosito dalla remuntada della vita su Serena, l’exploit lo ha fatto Collins (8), mentre Svitolina (6) si conferma piazzata ma non vincente. Non si poteva chiedere molto di più a Simona Halep (6,5) e alla sfortunata campionessa uscente Wozniacki (SV), decisamente si ad Ostapenko (3) e Kerber (4,5). Sussulti di orgoglio da Maria Sharapova (6,5), gioie di casa per Barty (7) e un’ipotesi di futuro strabiliante per Anisimova (7).

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Australian Open

Djokovic fu vera gloria? Così sembrò, ma Nadal dov’era? Giacomo Leopardi avrebbe detto…

Il record degli Slam di Roger Federer è a rischio sì o no? Più del 2015

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Djokovic captures 7th Australian Open [VIDEO]


Due anni fui insultato sanguinosamente dai tifosi di Federer perché dopo l’editoriale scritto a caldo dopo la sua vittoria su Nadal, rimontando da 3-1 al quinto, non scrissi più abbastanza sul trionfo di Roger. Io mi trovo adesso in una situazione simile ad allora dopo l’impressionante dimostrazione di forza di Novak Djokovic che ha dominato Rafa Nadal come non gli avevo visto fare altro che nei quarti di finale di Parigi 2015, quando però il match era  – appunto – un quarto di finale e non una finale. E non era mai successo che Rafa Nadal in una finale di Slam, su 7 cui aveva preso parte perdendo a fronte delle 17 vinte, avesse preso tre set a zero. E con un punteggio quasi umiliante, appena 8 games fatti, 63 62 63.

Perché una situazione simile ad allora? Beh, perché chi ci legge non può sapere che anche se Djokovic ha vinto rapidamente fino a mezzanotte australiana non è venuto a parlare in conferenza stampa. Dopo di che noi di Ubitennis dovevamo registrare due video, trovando un interlocutore straniero di livello – si sono alternati in questi giorni gli inviati del New York Times, del Sunday Times, del Times, di Tennis Channel e Tennis.com, di un giornale di Belgrado e altri – quindi c’era da inviare l’articolo ai tre giornali del gruppo (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno), rispondere a varie radio che ci chiamano (Radio Sportiva, Radio Rai…), raccogliere tutte le nostre carabattole svuotando cassetti e armadietti, trovare transportation per arrivare a casa e scrivere ancora. Il tutto con almeno 35 kg di roba fra abbigliamento, computer, telecamera, treppiede, telefoni, libri…da trasformare in meno di 30 kg, fra valigia, trolley, borsa.

Per andare all’aeroporto nell’arco di poche ore. Tutto si ha fuorchè la giusta concentrazione per scrivere qualcosa di leggibile. Quindi anche questa volta avrei fatto volentieri a meno…ma si sarebbero arrabbiati i tifosi di Djokovic, accusandomi con tutta probabilità di non aver gradito la sua vittoria visto che mi imputano – per fortuna più anni fa che in tempi recenti – di essere UbiNadal.

In realtà io avevo continuato a dare favorito Djokovic pur essendo rimasto incredibilmente impressionato dalle performances di Nadal che aveva ridicolizzato tre Next Gen nel corso di un torneo immacolato, senza la perdita di un set fino alla finale; tuttavia mi aspettavo molto più equiilibrio, come tutti del resto. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare un Nadal dominato, strapazzato a quel modo. Con un solo punto strappato a Djokovic in cinque turni di servizio nel primo set, con altri cinque nel secondo e subendo in quei due set l’umiliazione di sei games persi a zero sul servizio di Nole con tre break subiti tutti a 15! Onestamente quasi incredibile. Nadal a fine match ha cercato di mascherare la delusione, non ha accampato scuse, infortuni di sorta, salvo dire che non si era illuso di essere già pronto dopo essere stato 4 mesi senza giocare un torneo.

Però neppure lui si aspettava di poter subire una batosta simile. Nessuno davvero poteva prevederla.  Soltanto dopo un’ora e tre quarti di strapazzamenti è riuscito a conquistarsi un breakpoint, ma ha sbagliato un rovescio e buonanotte. E’ apparso improvvisamente lento, falloso, incapace di giocare profondo…ma è stato Djokovic che lo ha preso alla gola, che non gli ha dato tregua e – come ha detto nel corso di una conferenza stampa in cui nel rispondere a una mia domanda ha suscitato l’ilarità generale imitando il mio accento  – “volevo cominciare bene nel match, e sono uscito dai blocchi con la giusta intensità, sono stato subito aggressivo, ho ottenuto un break cruciale già nel secondo game, salito 3-0 in meno di 10 minuti”.

Adesso si dovrebbe già archiviare questo successo e domandarsi: cosa succederà adesso? Beh, se qualcuno andasse a rileggere cosa scrissi nel 2015, ritroverebbe più o meno gli stessi pensieri, con la differenza che adesso Murray è praticamente uscito di scena – e fu invece capace di conquistare il trono del tennis – Federer si sta avvicinando ai 38 anni e anche i fenomeni devono fare i conti con il certificato anagrafico. E quanto a Nadal tutti gli infortuni che regolarmente o quasi gli impediscono di giocare per un’intera annata non possono essere ignorati.

I NextGen stanno facendo progressi, ma abbiamo visto come Nadal sia riuscito a dominarli perfino sulla sua superficie meno amata. Che punteggi avrebbe inflitto loro sulla terra rossa? Zverev è la vera incognita, perché negli Slam continua per ora a deludere. Prima o poi non lo farà più, ma intanto se vogliamo trovare un avversario capace di fermare questo Djokovic, dove andiamo a cercarlo? Certo anche nel 2011 e nel 2015 Nole sembrava una spanna superiore a tutti gli altri, irresistibile e destinato a vincere 3 Slam l’anno. Ma poi si è visto che previsioni di questo tipo non si possono fare perché anche i fenomeni alla Djokovic possono incorrere in problemi di varia natura: familiari? Fisici? Tecnici?

Per questo motivo discutere oggi se Djokovic possa o meno raggiungere i 17 Slam di Nadal – se avesse perso il gap sarebbe di 4, ora è soltanto di 2, è una bella differenza no? – o i 20 di Federer lascia il tempo che trova. Un anno fa Novak si è dovuto operare al gomito, in passato aveva avuto problemi al polso. Come si fa a prevedere quel che può succedere a lui e ai suoi più seri avversari?  Impossibile. Anche perché è la stessa età dei contendenti della Old-Gen che rende assurda qualsiasi ipotesi relativa a tornei di 4, 6 o 9 mesi più in là. A 25 anni Federer non si sarebbe mai fatto una lesione al menisco facendo il bagnetto ai figli, Djokovic non avrebbe avuto problemi al polso e al gomito, Nadal al ginocchio, al piede, al polso, all’addome. E vi risparmio le condizioni di del Potro, il re degli sfortunati. Bisognerebbe avere la palla di vetro del Mago Ubaldo per prevedere i sempre possibili infortuni dei big e i tempi degli stessi. E la loro eventuale contemporaneità.

Quindi, anche se è più banale, e sembro uno di quei giocatori che ripetono il solito mantra “Io guardo un avversario alla volta…no, non ho visto il tabellone (bugiardi!) “, se non si vuole rischiare di essere contraddetti ogni tre passi, è davvero giusto analizzare quel che è successo, constatare che un Djokovic così era assolutamente imbattibile – ma anche lì…Medvedev negli ottavi qualche problemino glielo aveva creato, spesso Novak era apparso in apnea …- ma anche ricordare che non tutti i giorni sono uguali. Ci si può svegliare in gran forma e l’indomani essere la brutta copia del giorno prima. Se Nadal serviva benissimo un giorno e malissimo il giorno dopo, beh, certo è anche colpa (o merito piuttosto) dell’avversario, ma è anche lui che non ha indovinato la giornata giusta.

Che Djokovic oggi debba essere considerato più forte di Nadal sul cemento mi sembra non lo si possa discutere. Ma che se giocassero di nuovo domani, o dopo domani, o fra una settimana, e il risultato sarebbe lo stesso…beh io non lo credo. E non lo crede neppure Nadal. Djokovic non so. Nadal non è sembrato quello vero, né quello dei giorni precedenti, né certo dei giorni migliori. Fino a che punto è stato un Djokovic macchina perfetta a ridurlo così, a trasformarlo in una vittima impotente e quasi irriconoscibile?

Sono i misteri del tennis, quelli che contribuiscono a renderlo affascinante. A tutti i livelli, se si pensa a quel che è successo nella finale Osaka-Kvitova a fine secondo set. O anche, a livelli più bassi, al 14-12 nel long tiebreak che ha visto il nostro bravissimo Lorenzo Musetti prevalere su Emilio Nava. Se a Lorenzo non fosse entrato il servizio sul matchpoint per Nava avremmo tutti scritto una storia diversa, certo meno entusiasta. E Djokovic non gli avrebbe detto: “Hai vinto grazie alla tua forza mentale”. Certo che c’è del vero in quel che ha detto Djokovic, ma certe frasi, certe verità, certe realtà, talvolta sono condizionate da un centimetro in più o in meno di una palla che entra oppure esce. Senza una vera ragione che giustifichi tutte le analisi che vengono fatte con il senno del poi. Del resto della caducità delle umane cose, e figurarsi dello sport, scriveva con ben altre qualità e profondità di pensiero, un certo Giacomo Leopardi. Che non era appassionati di tennis (anche se a Recanati c’è un suo nipote con il suo stesso cognome che lo è e non poco). Che pretendete da uno Scanagatta qualsiasi? 

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