Australian Open: bene Fognini, ottima Giorgi. Vanni e Cecchinato, che peccato

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Australian Open: bene Fognini, ottima Giorgi. Vanni e Cecchinato, che peccato

MELBOURNE – Fabio regola Munar, che si infortuna sotto due set a zero. “La top-10 non mi interessa più”. Cecchinato (un match point mancato) e Vanni rimontati da Krajinovic e Carreno Busta. Camila in scioltezza

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Fabio Fognini - Australian Open 2019 (@RDOPhoto)

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IL VIDEO-RIASSUNTO DELLA GIORNATA IN INGLESE: IL DIRETTORE CON BEN ROTHENBERG

 

da Melbourne, il nostro inviato

FABIO SENZA PATEMI Primo set equilibratissimo tra Fabio Fognini e Jaume Munar, nativo di Maiorca e pupillo di Rafa Nadal, primo confronto in carriera tra i due, con nessuno dei contendenti che riesce ad arrivare a palla break. Il giovane spagnolo, 21enne e numero 79 ATP, è un buonissimo giocatore, spinge da fondo, esprime gran fisicità e mobilità. Le qualità di Fabio le conosciamo tutti molto bene, e l’impressione durante l’intero primo parziale è che l’azzurro abbia una marcia in più, ma non riesca a concretizzare come potrebbe. Il tie-break si risolve in favore di Fognini, che è bravo ad approfittare degli spazi che Jaume gli lascia alla propria destra per incidere alla grande con il rovescio lungolinea. Rispetto alla prestazione onestamente opaca di Auckland con Philipp Kohlschreiber i progressi sono evidenti. Munar sembra ancora troppo ancorato agli schemi tattici tipici della terra battuta, con la ricerca esasperata dello sventaglio a uscire di dritto carico di top-spin, ma come detto, così facendo si espone diverse volte ai fulminanti rovesci lungoriga a chiudere di Fabio.

Un break subìto per distrazione all’inizio del secondo set, a causa di un doppio fallo e di un paio di errori, manda per la prima volta in difficoltà Fognini. Nel sesto game, Fabio si mangia un’occasione clamorosa per controbrekkare affossando in rete una volée alta di dritto a dir poco banale, suscitando un “oooh” di delusione da parte degli spettatori che si accalcano sugli spalti della 1573 Arena, l’ex campo numero 2, adiacente alla MCA. Dopo un simpatico siparietto con Munar che colpisce duro una giudice di linea col servizio, arriva un’altra occasione di controbreak per Fabio, che stavolta la sfrutta con autorità. L’atmosfera in campo e tra i due è simpatica e rilassata, la partita è piacevole da vedere.

Sul 5-5, altro passaggio a vuoto di Fognini, ben sfruttato da Munar, che brekka ancora, ma restituisce immediatamente il favore con un paio di errori grossolani, sprecando un set point con uno di essi. Altro tie-break, Fabio fallisce un set-point al servizio sul 6-5, ne annulla a sua volta uno (il secondo) due punti dopo, e alla fine chiude 9-7, bravissimo. Jaume sembra un po’ indurito ora, Fognini ne approfitta, strappa il servizio per la terza volta all’avversario, ma il problema del giovane spagnolo è più grave ancora, pare uno stiramento al flessore della gamba sinistra. 3-1 e ritiro, Fabio consola lo sfortunato avversario, e avrà Leonardo Mayer (precedenti, 3-2 Fognini, tutti match giocati sulla terra rossa) al secondo turno.

Fabio Fognini consola Jaime Munar, AO 2019 (@RDOPhoto)

“Buona partita, è sempre importante passare turni nei tornei grandi”, commenta Fabio. “Lui è forte, e ha tutto per fare un’ottima carriera. Gioca alla spagnola spostandosi sul dritto, è vero, ma io ci vivo là, li conosco, sono abituato a contrastare i loro schemi. Mi sento bene adesso, ad Auckland avevo fatto una partita e poi ero morto. Non ho guardato il tabellone oltre al prossimo turno, sia Jarry che Mayer sono due che pensano poco e tirano forte. Giocherò con Leo, sarà dura, dovrò portarlo a pensare in campo. La superficie qui è la più veloce dell’anno, non ci sono dubbi su questo. Su Andy Murray, ovviamente mi è dispiaciuto tanto, abbiamo fatto una carriera insieme, diverse gran partite, Roma, Napoli, Wimbledon, le Olimpiadi… quando ho letto che aveva dichiarato che forse in qualche momento si era allenato troppo, ho ripensato a quando anni fa a Miami mi chiese di fare punti in allenamento già il 3 di dicembre, vuol dire che era già avanti coi carichi di lavoro, chissà, potrebbe essere una causa, anche Franco (Davin) la pensa così.

Per me questo sarà un anno duro credo, soprattutto mentalmente, la passata stagione ho spinto al massimo e temo di dover pagare fattura (sorride). La possibilità di arrivare in top-10 l’ho avuta, e mi è sfuggita tra New York e Shanghai, e certo, anche pensando al torneo che ha fatto Khachanov a Parigi due madonne dietro gliele ho tirate! (risata). Avrei magari potuto andare al Masters come riserva, ma andare lì solo per guardare… in fondo ne ho già giocato uno in doppio, con Simone (Bolelli, n.d.r.). Ma l’importante è stare sul pezzo, poi il risultato può sempre arrivare, come è successo a Marco Cecchinato al Roland Garros. Ma ora, ormai, la classifica non mi interessa più di tanto, che io vada anche 20 o 30 non mi cambia nulla, quello che mi fa gola è cercare di piazzare un risultato importante nei tornei grossi”.

IL SOGNO SVANITO DI LUCA Luca Vanni, che affronta da qualificato il numero 23 ATP (ed ex top-10) Pablo Carreno Busta, va in campo senza il minimo timore reverenziale contro il quotato spagnolo, semifinalista allo US Open 2017. Efficacissimo al servizio (90% di punti ottenuti con la prima palla), ficcante con il dritto, e manovriero anche con le variazioni di taglio con il rovescio, Lucone” regge benissimo gli scambi e non sfigura davanti alla solidità e al tennis ordinato di Pablo. Nessuna palla break nell’intero primo set, nel tie-break Vanni si fa riprendere un vantaggio di 2 punti, sul 5-5 un nastro fortunato gli sorride, ed è set point per lui. Il dritto fallito in rete da Carreno Busta manda l’italiano avanti di un set, i numerosi connazionali che si assiepano intorno al “court 10” di Melbourne Park esultano, che bravo Luca. 17 vincenti, 13 errori (8-12 Pablo), sta cercando di fare lui la partita, e per ora il risultato è meritatissimo.

Ancora di più quando, sul 2-2, arrivano le prime occasioni per Vanni sul servizio avversario: prima un 15-40, poi un vantaggio, e la terza palla break è quella buona, 3-2 e battuta per l’azzurro. Pablo, sinceramente, non sembra in gran spolvero, sbaglia molto, ed è anche piuttosto nervoso (warning e successiva discussione con l’arbitro per un lancio di racchetta, lui che di solito è calmissimo ed educato in campo). Luca ne approfitta, si prende altre due palle break, piazza una bella risposta di dritto, e sale 5-2, al servizio per chiudere. Carreno Busta è imbufalito e distratto adesso, bisogna approfittarne il più possibile, cosa che l’ottimo Vanni fa subito, chiudendo 6-2 con un ace e portandosi avanti 2 set a zero.

Tira il fiato l’azzurro nel sesto game del terzo set, commette tre errori, subisce la pressione di Pablo, e prende il primo break della sua partita. La cosa, purtroppo, gli costa l’intero parziale, che lo spagnolo si prende per 6-3 senza concedere a Luca possibilità di rientrare. La vicenda si fa equilibrata, d’altronde non ci potevamo aspettare che un giocatore del livello di Carreno Busta, pur se non in scintillanti condizioni di forma, si facesse da parte senza lottare. Lo spagnolo pare leggere meglio la prima palla di Vanni, che deve lottare moltissimo per salire 2-1, con due turni di battuta da 10 e 14 punti (senza concedere palle break, comunque), mentre Pablo tiene a zero in un attimo. Sul 4-4 Vanni annulla una palla break pericolosissima (errore di Carreno Busta), sul 5-5 però, al termine dell’ennesimo game di battuta durissimo, l’azzurro non chiude una volée di abbastanza comoda, e arrivano passante di rovescio e break per Pablo. Poco dopo, il 7-5 per lo spagnolo e il quinto set sono inevitabili.

Luca accusa il colpo, e rischia di subire break nel primo game del set decisivo, sembra stanco purtroppo, bisogna tenere duro, bravissimo l’italiano a reggere e salire 2-1. Ma l’inerzia della partita è decisamente cambiata, c’è netta anche tra gli spettatori italiani intorno al campo la sensazione di “treno già passato”, e purtroppo Carreno Busta brekka nel quinto game, era nell’aria onestamente. Luca annulla due match-point sul 3-5, bravo a crederci fino in fondo, ma il game successivo è l’ultimo del supo Australian Open 2019, 6-4 per Pablo, che ha tirato su un match durissimo per lui. Il rammarico, dal punto di vista di Vanni, è stato probabilmente il quarto set, ma non si possono che fare tutti i complimenti possibili a un ragazzo esemplare per dedizione e simpatia. Grazie lo stesso, Lucone.

“Sinceramente, mi girano parecchio”, ammette Luca a fine match. “Ci credevo, avevo la sensazione di potercela fare. Anche tecnicamente, mi sentivo bene in campo contro di lui, e sì, le occasioni nel quarto set hanno pesato tanto. Guarda, ero al telefono con un mio amico prima, e mi fa Luca, pensa che un anno fa giocavi all’Open di Orvieto con un 2.4, oggi giocavi contro il 24 (sorridendo). Lo slice di rovescio è il colpo che sento meglio, ho la sensazione di poterlo giocare all’infinito senza sbagliare, ma a questo livelli devi anche tirare, sennò sanno che possono mettertela lì, e anche se non sbagli non gli farai mai male. Lui è salito tantissimo con le percentuali al servizio, è stata la cosa che mi h colpito di più, qui tutti tirano minimo a 200, ma lui trovava degli angoli fastidiosissimi. Adesso voglio tenere sotto controllo i fastidi al ginocchio, ho dei problemi cronici alla rotula, ma con il Voltaren posso giocare. E voglio farlo ancora, questo torneo è e rimane un punto di partenza. Certo, devo gestire bene intensità e quantità di allenamenti, ma questo è il mio mondo e voglio rimanerci. Se un giorno mi piacerebbe allenare? Certo, ho imparato tanto in questi anni, e sarebbe bello poter trasmettere queste cose”.

CAMILA SUL VELLUTO Del match di Camila Giorgi, opposta all’onesta mestierante Dalila Jakupovic, slovena 27enne numero 83 WTA, c’è poco da raccontare, e per il tennis azzurro femminile è una buonissima notizia. Semplicemente superiore in ogni aspetto del gioco, Camila ha disposto dell’avversaria senza il minimo affanno. 6-3 6-0 in 53 minuti, con statistiche decisamente incoraggianti, come un 63% di prime palle che hanno fruttato il 72% di punti, e soprattutto il 74% di punti fatti con la seconda palla, dato notevole, considerando che il servizio è un fondamentale che talvolta all’azzurra si inceppa. Per il resto, come detto, poco da commentare, la palla di Giorgi oggi viaggiava una volta e mezza di più di quella di Dalila, e si sono viste anche delle interessanti soluzioni anticipate strette ad alternare la sparatoria dritto per dritto prediletta dall’azzurra. Brava, ora per lei la vincente tra la qualificata polacca Iga Swiatek (177 WTA, nessun precedente) e la rumena Ana Bogdan (82 WTA, precedenti 2-1 Giorgi).

“Ho giocato bene, solida, precisa”, racconta Camila. “Sì, ho soprattutto servito in modo continuo. Sento mio padre al telefono, quando non è con me, certo. Il mio allenatore è e rimane lui. Stiamo cercando di fare piccoli aggiustamenti tecnici e tattici. Se mi piacerebbe il doppio misto, giocare contro Federer magari, come alla Hopman Cup? Mah, io non ho idoli nel tennis, non lo seguo, non riguardo nemmeno le mie partite vecchie. Seguo poco lo sport in generale, mi piace solo Oscar De La Hoya. Non ci penso al fatto che sono rimasta l’unica ragazza italiana ad alto livello, io penso solo al mio gioco. No, non ho guardato il tabellone, vediamo adesso chi mi tocca”.

Camila Giorgi – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

MARCO A DUE VOLTI – Partita francamente difficile da commentare quella di Marco Cecchinato opposto a Filip Krajinovic, con entrambi i giocatori (di più l’azzurro, in effetti) che hanno alternato momenti di stato di grazia a buchi di continuità e concentrazione inspiegabili. Una cosa è sicura, il tutto è risultato a tratti divertentissimo e molto emozionante. Per i primi due set, Marco ha espresso probabilmente il suo miglior tennis su cemento della vita: servizio ficcante, anticipi fulminanti, un rovescio spaventoso. C’era gente sulle tribunette del campo 5, che diceva esagerazioni quali “sembra Federer”, ma alla fine dei conti, fatta la tara al comprensibile entusiasmo dei fan, la “boutade” poteva perfino starci. 6-4 6-0 per l’azzurro in 52 minuti, un 6-0 da 25 punti a 6, vincenti che piovevano da tutte le parti, un memorabile rovescio lungolinea chiuso da dietro la scritta “Melbourne”, roba da highlights insomma.

Il dubbio che poteva venire, però, e che si è purtroppo puntualmente verificato, era che la vicenda fosse troppo bella per essere vera. Un calo di tensione di Cecchinato a inizio terzo set era anche prevedibile, ma che si concretizzasse nel 6-1 per Filip che ha riaperto tutto era inaspettato. “Soldatino” Krajinovic, che ricordiamo finalista a Parigi-Bercy nel 2017, rimane un giocatore solido, ordinato e grintoso, in più rispetto a un paio di anni fa ha nettamente migliorato la velocità del servizio. Il quarto set, un po’ come nel caso della partita di Luca Vanni contro Carreno Busta, in situazioni simili rischia di essere decisivo in negativo per chi si fa rimontare, e in effetti è risultato essere l’unico parziale combattuto alla pari. Giustamente, ce la mettono tutta entrambi, Marco prende subito un break di vantaggio, sale fino al 5-3, e va a servire per il match sul 5-4. Qui, tre errori di dritto e uno di rovescio, davvero gravi vista la situazione, consegnano il contro-break a Filip, e due game dopo siamo al tie-break. Qui Cecchinato va sotto per 6-3, annulla i 3 set-point, poi ne cancella un quarto, poi si conquista un match point, ma lo fallisce sbagliando un rovescio non impossibile. Un minuto dopo, Krajinovic chiude 10-8, e forza il match al quinto set.

La batosta psicologica per l’azzurro è evidente, e gli costa un break in avvio del parziale decisivo, con Filip che scappa via subito 2-0. Che la magia della prima oretta di partita sia svanita è chiaro, però Marco è bravo a non mollare, e a rimanere in scia all’avversario, mentre le prime ombre della sera si allungano sul terreno di gioco. Il serbo sale 5-3, che ora sia lui il favorito lo capiscono tutti, la speranza è che l’italiano possa giocarsi tutto all’ultima curva. Nel frattempo non mancano sprazzi tecnicamente apprezzabili, una splendida palla corta fintata di Marco, per esempio. Arriva il momento della verità, con Filip che serve per il match sul 5-4, e purtroppo per Cecchinato il “soldatino” non trema, e con due servizi vincenti la chiude, onestamente ha meritato lui alla fine. Certo l’occasione sfumata brucia, però è il bello e contemporaneamente il brutto del tennis: non è mai finita finchè l’ultima palla non ha battuto per terra due volte. Peccato per Marco come per Luca Vanni, quindi, ma bisogna anche dire bravo a chi ha saputo non farsi travolgere credendo nella rimonta.

Sconfitta durissima da mandare giù”, ammette un avvilito Cecchinato. “Ho giocato due gran set, poi mi sono un po’ incartato, ma ho avuto così tante occasioni, il match-point su tutte ovviamente. Speravo in un torneo migliore, avevo anche un buon secondo turno, ma devo accettare che sono cose che nel tennis possono succedere. Ormai mi sento un giocatore anche da cemento, rispetto all’anno scorso, quando non ci avevo ancora vinto una partita, i progressi sono tanti. Non ho ancora parlato col mio coach, meglio far passare qualche ora, anzi meglio domani, sono troppo triste e nervoso adesso. Ma so che i momenti brutti nella carriera succedono, ne ho già avuti, e li ho saputi superare, passerà anche questa”.

I risultati degli italiani:

[12] F. Fognini b. J. Munar 7-6(3) 7-6(7) 3-1 rit.
[27] C. Giorgi b. D. Jakupovic 6-3 6-0
[23] P. Carreno Busta b. [Q] L. Vanni 6-7(5) 2-6 6-3 7-5 6-4
F. Krajinovic b. [17] M. Cecchinato 4-6 0-6 6-1 7-6(8) 6-4

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Il coach di Andy Murray: “La quarantena forzata è un disastro per i giocatori”

Secondo Matt Little, i tennisti che per due settimane non metteranno il naso fuori dalla loro stanza correranno dei rischi. “Il servizio è un colpo rischioso. Dovranno lavorare sull’agilità anche in camera d’albergo”

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Andy Murray - Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

L’esperienza della quarantena ha toccato milioni di persone da un anno a questa parte. Il tema è il centro di un dibattito che riguarda i 72 giocatori costretti, una volta arrivati in Australia con tampone negativo, a stare in isolamento perché ritenuti tra i “contatti stretti” di persone con cui hanno volato, poi risultate positive al coronavirus.

Come detto, i tennisti devono fare (e stanno facendo) la loro parte nella lotta al virus, come ogni altro cittadino del mondo. Ciò che fa discutere è il rischio che i 72 sfortunati dovranno correre: arriveranno fisicamente impreparati a un torneo probante com’è l’Australian Open e si esporranno a infortuni (anche seri). Nei 7-10 giorni che precedono lo Slam, riprenderanno gli allenamenti sul campo e giocheranno un torneo di preparazione (sempre a Melbourne), ma potrebbe non bastare.

La situazione preoccupa anche il coach del team di Andy Murray, Matt Little, che da tredici anni si occupa del lavoro di potenziamento fisico del campione scozzese. Murray purtroppo è risultato positivo al tampone prima di salire sull’aereo per Melbourne e non potrà raggiungere la città in tempo per giocare l’Australian Open. “Il fisico dei giocatori di tennis d’élite funziona al contrario rispetto a tutti noi” ha detto nel corso di una chiacchierata con Metro.com. “Noi abbiamo dolori ai muscoli e ci irrigidiamo quando iniziamo a fare un po’ di esercizio, mentre loro hanno rigidità e dolore ai muscoli quando smettono di fare esercizio. È un po’ come il caso di un’auto sportiva che non si usa. Inizia a ingolfarsi. Questo accade perché i loro corpi sono così finemente regolati e si sono allenati così tanto per questi eventi, che in realtà se smettono di muoversi e interrompono la routine, allora possono sorgere tanti problemi. Questo scenario per loro è un disastro“.

 

Che tipo di problemi, nello specifico? “Recupereranno la maggior parte dei meccanismi tattici e di gioco, ma ciò che è pericoloso è l’esposizione del corpo a un’attività così esplosiva dopo due settimane di stop. Se non lo provi per alcune settimane, il servizio è un colpo rischioso. Spero di sbagliarmi, ma mi aspetterei molte spalle doloranti. Anche se lo fanno da posizione inginocchiata, è importante provarlo ed esporre la spalla a quella velocità di movimento. La maggior parte dei giocatori scaglierà 30-40 servizi in un set, che significano circa 150 servizi in un match maschile che dura 5 set. Tutti movimenti ad alta velocità che fanno lavorare molto la spalla. Vedendo tennisti che tornano in campo dopo una sola settimana di riposo, le spalle impiegano un’eternità per riabituarsi a quell’azione. Tutto ciò è causato dalla decelerazione del braccio: dopo aver colpito la palla, con un movimento molto rapido, bisogna rallentare il braccio e questo è il compito dei piccoli muscoli dietro l’articolazione della spalla. Devono tirare forte per farlo e perciò si irritano e causano problemi se non è un movimento abituale“.

Nelle stanze d’albergo (in alcuni casi spaziose, in altri molto meno) i tennisti che non possono andare in palestra o ai campi stanno provando a usare l’ingegno per tenersi in forma. C’è chi ha piazzato il materasso contro il muro per tirare qualche rovescio, chi sul pavimento architetta dei piccoli percorsi e chi usa l’arredamento per fare gli esercizi. Il torneo ha anche fornito loro l’attrezzatura necessaria per allenarsi, ma secondo Little, questo potrebbe non bastare: “Ci si deve muovere il più possibile. È importante fare un po’ di spazio e lavorare sull’agilità, anche su due tre metri, ma ad alta velocità. In un match la maggior parte degli spostamenti sono dai tre ai cinque metri, dunque lo spazio dovrebbe bastare per questo lavoro”.

Non è affatto da sottovalutare anche il rientro in campo dopo le due settimane di quarantena: Per due-tre giorni dovranno aumentare gradualmente i carichi di lavoro, per poi diminuire man mano che il torneo si avvicina. L’ultima cosa da fare è stare in campo a colpire per 4-5 ore. Dovranno entrare nel torneo freschi e pronti fisicamente, ma non troppo doloranti”. Infine, secondo Little “quaranta o cinquanta anni fa questo non sarebbe stato un problema, perché i giocatori erano molto meno atletici e non si muovevano come lo fanno ora. La probabilità che un giocatore che si è allenato in queste settimane si infortuni è notevolmente più bassa rispetto a chi ha dovuto restare in hotel”.

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Craig Tiley: “È normale che i migliori al mondo ottengano un trattamento migliore”

Fanno scalpore le ultime dichiarazioni del direttore dell’Australian Open. Secondo il suo punto di vista i vantaggi logistici in favore dei top player in quarantena ad Adelaide (anziché a Melbourne) sarebbero giustificati

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Novak Djokovic e Rafa Nadal - Rally for relief, Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Le settimane di avvicinamento all’Australian Open 2020 sono senza dubbio le più caotiche nella storia del torneo. Dai problemi legati alla pandemia (72 giocatori non possono allenarsi perché ritenuti tra i “contatti stretti” delle persone con cui hanno volato, poi risultate positive) si passa alle polemiche verso la “quarantena differenziata” di Adelaide. Infatti anziché arrivare a Melbourne, tre giocatori e tre giocatrici, con rispettivi team e compagni di allenamento designati, staranno ad Adelaide. Il motivo principale? A quanto pare era necessario alleggerire il grande gruppo di oltre 1200 persone arrivato a Melbourne, per cui una cinquantina di queste è stata collocata ad Adelaide. Ma agli occhi dei colleghi di Djokovic, Nadal, Thiem, Osaka, Serena Williams e Halep sembra proprio una corsia preferenziale in favore dei “migliori della classe”.

Ancora nessun giocatore è uscito allo scoperto denunciando evidenti disparità di trattamento e favoritismi. Tuttavia negli ultimi giorni sono apparsi molteplici post di Yulia Putintseva su Twitter mentre riprende i topi che le fanno compagnia nella sua camera d’albergo ai quali si aggiungono le lamentele sul cibo postate da molti su Instagram. Nei giorni scorsi Novak Djokovic, informato dai suoi colleghi sulla situazione di Melbourne, ha messo assieme un insieme di suggerimenti/richieste per migliorare le condizioni di coloro che non potranno nemmeno uscire dalla camera d’albergo. Solo quelle riguardanti buoni pasto e attrezzatura per gli allenamenti in camera. Le restanti sono state, come prevedibile, respinte. Wawrinka ha lanciato comunque una frecciatina. Rispondendo su Twitter alla lettera contenente le proposte ha commentato: “Da Adelaide? Ahahaha”. Come dire: “Facile parlare da quella suite…”

Certo, nessuno è stato sbattuto in un motel da quattro soldi senza riscaldamento ed elettricità (e ci mancherebbe), ma i “quarantenati” a Melbourne avranno certamente pensato alle differenze rispetto alle suite extra-lusso riservate ai colleghi che alloggiano ad Adelaide. Tra essi, ricordiamo, ci sono anche Jannik Sinner (che si allena assieme a Rafa Nadal) e il suo coach, Riccardo Piatti, entrambi entusiasti dell’organizzazione australiana, ça va sans dire.

A far discutere sono però le parole della massima autorità tennistica d’Oceania, ovvero Craig Tiley, direttore dello Slam, ma anche CEO di Tennis Australia. “I top player ad Adelaide vivono in migliori condizioni, hanno anche un balcone” ha dichiarato, aggiungendo anche che diversi membri del team di ogni giocatore possono recarsi ai campi per gli allenamenti quotidiani. A Melbourne invece, solo un componente del team può seguire il giocatore ai campi. Secondo Tiley queste differenze sono nell’ordine naturale delle cose: Penso che tutto questo venga percepito come trattamento preferenziale. Ma sono i migliori giocatori al mondo. È stato un vantaggio per noi avere uno spazio addizionale per la quarantena ed è una grande opportunità che Adelaide merita”. Ricordiamo infatti che ci sarà una grande esibizione il 29 e il 30 gennaio con i sei top player presenti in città.

“La mia regola in generale è che se sei al top nel tuo sport, come lo è un campione Slam, avrai un trattamento migliore: è naturale ha concluso. Ha comunque negato che le condizioni dei giocatori di stanza a Melbourne siano tanto diverse rispetto a quelle di Adelaide: “Non è dissimile. Ad Adelaide c’è una palestra e i giocatori hanno gli attrezzi per allenarsi in camera. È stato riportato che ci sono palestre anche all’interno dell’hotel, ma non è vero. Non farà certamente piacere leggere queste dichiarazioni a chi, stando a Melbourne, oltre a non avere i vantaggi logistici di Adelaide magari deve anche stare chiuso in camera per quei casi di positività tra i passeggeri dei voli charter. Dichiarazioni che vanno a sbattere però con quelle di Victoria Azarenka, che ha accettato di buon grado la quarantena e ha richiamato tutti i suoi colleghi e i media all’unità, alla sensibilità e alla cooperazione. Perché “nessuno ha le istruzioni su come agire senza sbavature”, ha dichiarato.

Dal punto di vista di Tiley, è chiaro che il trasferimento di quei sei giocatori in un’altra sede sia avvenuto in parte per non congestionare la macchina organizzativa di Melbourne, ma anche per non creare nemmeno il minimo disagio ai pezzi forti del torneo. Con l’assenza di Roger Federer, avere i top player nelle migliori condizioni possibili per arrivare in fondo, nonostante i rigidi protocolli anti-Covid, diventa fondamentale. Ha agito nell’interesse della manifestazione. Ma ora la sua figura verrà vista sotto una luce sbagliata, avendo giustificato un palese trattamento preferenziale. È quanto di più sbagliato se si sa quanto sia complicato per i giocatori (tutti i giocatori), con la pandemia di mezzo, prepararsi psicologicamente, oltre che fisicamente, a un appuntamento tanto importante.

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Australian Open, caos Covid-19: ci sono nuovi positivi? No conferme su tennisti coinvolti

Lo Stato di Victoria comunica 4 nuove positività, di cui tre relative al torneo. In totale siamo a sette. Tennis Australia smentisce, parlando di cariche virali non contagiose a seguito di guarigioni. La quarantena, in ogni caso, è confermata

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C’è un giallo sui nuovi (presunti?) casi di positività al Covid-19 legati all’Australian Open. Secondo l’ultimo bollettino diffuso dallo Stato di Victoria, dei quattro nuovi casi emersi nelle ultime 24 ore, tre sarebbero collegati al torneo; in particolar modo si tratterebbe di due tennisti e una persona a loro collegata (una donna di 20 anni e due uomini di 30, in una comunicazione che non specifica le identità). Il condizionale rimane però d’obbligo, visto che Tennis Australia si è affrettata a precisare che due delle quattro positività sono state poi riclassificate in avvenute guarigioni (evidenza di un residuo di carica virale non contagiosa). Un po’ quello che era accaduto nei giorni scorsi a Tennys Sandgren, autorizzato a salire su uno dei voli diretti in Australia dopo aver dimostrato che il Covid-19 se l’era già messo alle spalle.

In questo caso però si parla di controlli effettuati sul territorio australiano, dove vengono utilizzati – è quanto emerge, al netto dei dettagli scientifici da chiarire – test “molto sensibili”. Secondo Craig Tiley, numero uno della federazione australiana, nessuno dei casi di positività effettiva riscontrati e associati al torneo riguarderebbe un giocatore (ma soltanto componenti degli staff, più un assistente di volo).

Ricapitolando: sono emerse tre nuove positività collegate al torneo, due delle quali ‘riclassificate’ in casi di infezioni superate con annessa guarigione. L’ipotesi che siano coinvolti dei tennisti – si è parlato di due – non è stata confermata.

METODO – In ogni caso, se si guardano i dati diffusi dalle autorità locali, il conteggio delle positività è salito a sette. La questione delle riclassificazioni lascia però aperti degli interrogativi sul metodo. Secondo i protocolli italiani per lo sport professionistico, la positività al tampone molecolare rimane tale a prescindere dalla carica virale (al netto della polemica sulla necessità di uniformare i laboratori d’analisi). Quella al tampone antigenico rapido è ritenuta attendibile ma va confermata dal molecolare, mentre è il test sierologico a svelare la presenza di anticorpi in caso di avvenuto contagio (determinanti per l’autorizzazione a scendere in campo rimangono però sempre i tamponi di controllo).

In Australia, a questo punto, quantomeno la comunicazione delle positività risponde ad altre logiche. Secondo quanto riferito da Brett Sutton, responsabile sanitario locale, anche due dei primi quattro casi individuati (un uomo di 30 anni e un altro di 50) sarebbero stati considerati, in una seconda fase, guarigioni avvenute. La riclassificazione però – è stato specificato – non libera dall’obbligo della quarantena, insieme ai partecipanti agli stessi voli ritenuti “contatti stretti”.

 

APERTURE – All’ultimo aggiornamento, i tennisti rinchiusi in hotel e quindi privati degli allenamenti erano 72 (qui elencati). “Non sono previste scorciatoie“, ha precisato Sutton, dopo che erano state respinte nella giornata di ieri le richieste di allentamento delle misure avanzate da Novak Djokovic a nome dei giocatori (e con l’appoggio di Tennis Australia). Pur nella rigidità che da quelle parti abbiamo imparato a conoscere, va registrato – lo riporta 9news.au – l’atterraggio nella notte del primo volo da Sydney a Melbourne e come 25 dipartimenti dell’area di Sydney siano passati dalla zona rossa a quella arancione. A Melbourne, i controlli sui presenti negli hotel della quarantena rimangono però strettissimi e quotidiani. Vincenzo Santopadre ha raccontato di essere stato sottoposto a quattro tamponi in cinque giorni.

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