Federer deve impegnarsi, Nadal no. L'Australian Open perde Anderson

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Federer deve impegnarsi, Nadal no. L’Australian Open perde Anderson

MELBOURNE – Lo svizzero diverte e si diverte contro Evans, ma qualcosina ha rischiato. De Minaur si salva contro Laaksonen, sfiderà Rafa al terzo turno. Tiafoe fa fuori un Anderson dolorante, forse facendo un favore a Seppi

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VIDEO – Ubaldo Scanaatta con il giornalista svizzero Laurent Ducret: domani il vento aiuterà Wawrinka?

 

da Melbourne, il nostro inviato

Giorno o sera, caldo o freddo, gli incontri di Roger Federer sono sempre un evento e una festa, in Australia come nel resto del mondo. Programmato nel suo match di secondo turno nella sessione diurna in quello che è quasi sembrato un reato di lesa maestà, il magnanimo svizzero (magnanimo con chi conta i soldi ai botteghini) ha riempito la Rod Laver Arena nel bel mezzo di un pomeriggio feriale ed ha regalato tennis d’altri tempi giocato in gran parte al piccolo trotto, ma pur sempre splendido da vedere per una folla come sempre osannante.

D’altra parte l’avversario era quello giusto: Daniel Evans gioca un tennis completo, brillante anche se irregolare, e palleggia abbastanza piano da consentire di manovrare la palla con angoli, variazioni e discese a rete. Non si pensi però che sia stata una passeggiata, perché anche se non si ha mai avuto la sensazione che il match potesse andare in maniera diversa, i primi due set (durati un’ora ciascuno) sono stati estremamente equilibrati e un paio di punti qua e là avrebbero potuto segnare un risultato molto diverso e più sorprendente. Federer ha infatti dovuto alzare il livello di attenzione nel finale di entrambi i set, rimediando a qualche sbavatura di troppo con il servizio e negli scambi dalla parte sinistra. In particolare sugli allunghi di rovescio, e quando il ritmo dello scambio si alzava, si sono viste diverse titubanze che forse possono spiegare l’insolita acconciatura spettinata e una sudorazione decisamente più abbondante di quella che sarebbe stata giustificata dalla temperatura da golfino.

Il tie break del primo set con sette minibreak nei primi otto punti, poi raddrizzato con un una rimonta da 3-5 a 7-5, e quello del secondo giocato con grande attenzione dopo aver servito inutilmente per il set sul 5-4 hanno rappresentato i picchi di attenzione dello svizzero nei momenti che contavano, con un break in partenza di terzo set che ha segnato la partita. “Ho molto rispetto per Dan – ha detto Federer dopo il match – anche se non è classificato molto in alto ora per me lui è un Top 100 solito. Ha un bello slice, difende bene, ha parecchie variazioni, non è mai semplice giocare contro di lui. Per me è un po’ come giocare contro me stesso allo specchio”. “Credo si riferisse allo stile di gioco – ha scherzato Evans, quando gli è stata riportata la frase di Federerperché in termini di livello lui fa tutto meglio di me. Ha detto che era un po’ come giocare al gatto con il topo? Il topo mi sa che ero io, perché alla fine ero sempre io quello che correva”. Al prossimo turno Federer se la vedrà con Taylor Fritz che ha superato in quattro set la testa di serie n.30 Gael Monfils.

Dopo un primo turno contro un australiano che non gli ha permesso di giocare (Duckworth), Rafael Nadal ha invece avuto l’opportunità al secondo turno di tornare al tennis che gli è più familiare, quello nel quale si costruisce il punto con gli scambi invece di colpire a tutta forza qualunque sfera gialla pelosa capiti a tiro. Indossando la sua maglietta smanicata color “giallo taxi di New York” con tanto di bordini a scacchi bianconeri intorno a collo e maniche, Nadal ha proseguito il leitmotiv di questo Australian Open 2019 nel quale fino a questo momento i grandi favoriti non hanno avuto nessuna difficoltà e stanno veleggiando senza problemi attraverso la prima settimana di questo Slam.

D’altra parte Matthew Ebden, l’avversario odierno di Nadal, è uno di quei giocatori che si potrebbero definire “da college” anche se al college non c’è mai andato: per ottenere la sua laurea in economia e commercio infatti studia nei ritagli di tempo mentre è impegnato nel circuito ATP. Il suo stile di gioco è abbastanza versatile, sa fare un po’ tutto, tutto quanto benino, ma non ha armi letali in grado da lasciar fermo l’avversario. Contro Nadal, soprattutto su campi veloci come questi di Melbourne Park (anche se la temperatura bassa di mercoledì sera non ha permesso alle palle Dunlop di tagliare l’aria come fanno di solito), sarebbe buona norma prendere il comando dei punti appena possibile per evitare di essere stritolati dal ritmo del maiorchino. Ebden ci ha provato, tentando anche qualche serve and volley ma purtroppo per lui non ha mai trovato il modo per far male a Nadal né da fondo né a rete.

Rafa Nadal – Australian Open 2019 (foto via Twitter, @AustralianOpen)

Tre palle break in favore dell’australiano sul 3-3 del primo set sono stati l’unico momento di incertezza del match: annullate quelle, l’ultima delle quali grazie a una volée di rovescio non troppo difficile messa in rete da Ebden, Nadal ha allungato subito il passo, incamerando il primo parziale con una striscia di 11 punti a 3, e da quel momento non si è più guardato indietro.

IL TONFO DI KEVIN – A squassare la normalità dei primi turni di Melbourne è ancora la caduta di un gigante, un altro top 10 che abbandona il torneo. Si tratta di Kevin Anderson, che fa seguito all’eliminazione di Isner per mano del connazionale Opelka. Il sudafricano, quinta testa di serie, è stato sorpreso da un esuberante Frances Tiafoe e forse ancor di più da un fastidio al gomito destro, che si era potuto ipotizzare da metà del secondo set ed è poi stato confermato dal medical time out chiamato a fine terzo set, quando Tiafoe aveva già rimontato la svantaggio portandosi in vantaggio due set a uno.

E dire che Kevin non solo aveva dominato il primo set, concedendo appena sei punti al servizio, ma si era portato avanti 3-0 anche nel secondo. Poi Tiafoe si è reso autore di una coraggiosa rimonta, anche esibendosi in qualche variazione che non appartiene al suo repertorio classico; senza offrire palle break, e ‘rubando’ le percentuali di servizio che il suo avversario è solito esibire, il 20enne del Maryland si è trovato a servire per il terzo set. Sul 5-4 e servizio avversario, nonostante il dolore, Anderson ha dimostrato grande signorilità chiedendo solo un antidolorifico, concludendo il parziale per poi effettivamente lasciarsi medicare il braccio. Più nella zona tra avambraccio e tendine, per la verità, che a livello del gomito: il fastidio sembrerebbe muscolare e la velocità del suo servizio non ne ha risentito (la velocità media è rimasta invariata), ma l’efficacia globale dei suoi colpi sicuramente sì.

Nulla si tolga a Tiafoe, che dopo aver rimesso in piedi il secondo set non ha più perso il servizio, giocando con coraggio e senza lasciarsi irretire dal piccolo infortunio dell’avversario. Al momento di chiudere l’incontro, con Anderson capace di guadagnarsi due palle break della disperazione (le prime da metà secondo set), lo statunitense ha trovato un servizio vincente, un rovescio quasi vincente, e un serve&volley che gli ha consegnato il terzo turno contro il nostro Andreas Seppi. Anderson è uscito dal campo visibilmente rammaricato, perché da questo torneo avrebbe potuto guadagnare molti punti dopo il primo turno dello scorso anno; niente aggancio a del Potro, l’Happy Slam rimane un territorio insidioso per Kevin che dal 2016 ha disputato tre edizioni vincendo una sola partita, il primo turno di quest’anno contro Mannarino.

GLI ALTRI INCONTRI – Se stupiscono fino a un certo punto i cinque set che l’indomito Schwartzman ha avuto bisogno di giocare per domare il servizio di Kudla, così come il set concesso da Cilic per distrazione a un sempre ottimo McDonald qui a Melbourne, non stupisce la seconda vittoria pulita di un Berdych che si candida seriamente ad essere la mina vagante del torneo, nonostante l’età sia quella del veterano. Perde un set anche Tsitsipas, ma non fa male. Una carriera di successo si costruisce con passi che da straordinari si trasformano in ordinaria amministrazione. Le vittorie che prima potevano sembrare novità per Stefanos Tsitsipas, vanno via via confermandosi come normalità: non fa eccezione quella di oggi in quattro set sull’ex numero 11 serbo Viktor Troicki. Maturità e dritto, queste le chiavi che il greco sfrutta per chiudere in due ore e quaranta minuti. Eccellente quando manovra, rilassato quando chiamato a soffrire e incassare la reazione di un avversario più esperto che per quattro volte, incluso lo scorso anno, in Australia ha raggiunto il terzo turno.

Una bella prova di solidità per guadagnarsi un posto al prossimo turno contro Nikoloz Basilashvili, che ha avuto la meglio in cinque set sull’azzurro Travaglia. Sullo sfondo un affascinante ottavo contro Roger Federer. Altra partita, altra maratona per Roberto Bautista Agut che è di nuovo costretto a giocare cinque set contro John Millman. Come nell’emozionante incontro contro Andy Murray, lo spagnolo subisce una semi-rimonta dopo due set iniziali dominati. Molti meriti li ha sicuramente avuti l’australiano che spinto a viva voce da una Melbourne Arena in delirio, ha messo in campo un tennis a tratti incontenibile, annullando con coraggio quattro consecutivi match point nel tiebreak del quarto set. Nel parziale decisivo però, Bautista non ha perso lucidità e si è procurato un break nel quinto gioco, poi difeso fino alla fine.

Anche il match di Alex De Minaur ha avuto un andamento molto simile. Il giovanissimo australiano ha incamerato con agio i primi due parziali contro Henri Laaksonen, giungendo anche a set point nel tiebreak del terzo set. Persa la chance e il tiebreak, De Minaur si è disunito e ha subito l’iniziativa dell’avversario. Al quinto e decisivo set però l’idolo di casa è riuscito a mettere quasi subito il naso avanti e si è così guadagnato la super sfida contro Rafael Nadal. Vittoria convincente in quattro set per Grigor Dimitrov contro un solido Pablo Cuevas. Il bulgaro ha regalato i soliti sprazzi di gran tennis e le solite pause di riflessione (vedi il tiebreak del secondo set), ma nel complesso è stato autore di una buona prestazione sotto gli occhi attenti di Andre Agassi e di Steffi Graf. Al prossimo turno incrocerà le racchette con il nostro Thomas Fabbiano.

hanno collaborato Lorenzo Colle e Alessandro Stella

Risultati:

[18] D. Schwartzman b. D. Kudla 6-4 7-5 3-6 6-7(6) 6-4
[19] N. Basilashvili b. [Q] S. Travaglia 3-6 6-3 3-6 6-4 6-3
[14] S. Tsitsipas b. [Q] V. Troicki 6-3 2-6 6-2 7-5
A. Seppi b. J. Thompson 6-3 6-4 6-4
F. Tiafoe b. [5] K. Anderson 4-6 6-4 6-4 7-5
[6] M. Cilic b. M. McDonald 7-5 6-7(9) 6-4 6-4
[26] F. Verdasco b. R. Albot 6-1 7-6(2) 6-3
T. Berdych b. R. Haase 6-1 6-3 6-3
[3] R. Federer b. [Q] D. Evans 7-6(5) 7-6(3) 6-3
T. Fritz b. [30] G. Monfils 6-3 6-7(8) 7-6(6) 7-6(5)
T. Fabbiano b. R. Opelka 6-7(15) 6-2 6-4 3-6 7-6(5)
[10] K. Khachanov b. Y. Nishioka 6-3 6-3 6-3
[22] R. Bautista Agut b. J. Millman 6-3 6-1 3-6 6-7(6) 6-4
[20] G. Dimitrov b. P. Cuevas 6-3 6-7(7) 6-3 7-5
[2] R. Nadal b. M. Ebden 6-3 6-2 6-2
[27] A. de Minaur b. [Q] H. Laaksonen 6-4 6-2 6-7(7) 4-6 6-3

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Osaka e Kvitova: l’Australian Open delle attaccanti

A Melbourne è andata in scena una eccezionale edizione dello Slam, che ha offerto diverse partite memorabili

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Naomi Osaka e Petra Kvitova - Australian Open 2019

Che torneo: lo Slam più bello degli ultimi anni. È sempre difficile valutare un avvenimento appena concluso e, a caldo, fare paragoni con il passato. Ma questa volta sono davvero convinto: non ricordo un Major recente altrettanto ricco di partite di qualità, capaci di regalare equilibrio, rovesciamenti di fronte, divertimento, ma soprattutto autentica sostanza tennistica. E non solo per merito delle due finaliste, Osaka e Kvitova, ma grazie anche ad altre protagoniste come Pliskova, Serena Williams, Halep, Hsieh, Barty, Giorgi.

È stato anche uno Slam che ha visto prevalere le attaccanti sulle difensiviste, ribaltando l’esito di dodici mesi fa, come si può dedurre dalla composizione delle semifinaliste: Wozniacki, Halep, Mertens e Kerber nel 2018. Osaka, Kvitova, Pliskova e Collins nel 2019. Sugli aspetti generali degli Australian Open 2019 tornerò con un secondo articolo, dedicato alle giocatrici che non sono riuscite ad arrivare sino in fondo, ma che meritano comunque di essere ricordate per quanto hanno saputo offrire. Per ragioni di spazio oggi comincio con le due finaliste; il resto a martedì prossimo.

Kvitova a Melbourne: un crudele déjà vu
Dopo la anomala stagione 2018, in cui Kvitova aveva vinto più di tutte a livello WTA (5 tornei) ma sempre fallito negli Slam, finalmente agli Australian Open 2019 Petra ha riconquistato la ribalta anche in un Major. E siccome nessun evento raccoglie lo stesso interesse di uno Slam, si è tornati a parlare della sue vicenda personale, caratterizzata dal complesso recupero fisico che ha dovuto attraversare dopo l’accoltellamento alla mano sinistra subito nel dicembre 2016. Evento determinante che oggi, a torneo finito, si somma ad altre questioni di tennis più lontane e troppo poco ricordate.

 

Penso infatti che se vogliamo provare a capire più profondamente la storia di Kvitova occorra allargare il quadro di riferimento, recuperando quanto le accadde proprio in Australia sette anni fa, nel 2012. Perché Petra a Melbourne ha subito diverse cocenti delusioni, ma una l’ha segnata in particolare: probabilmente il maggiore rimpianto della sua carriera. Torniamo al passato.

Nel gran caldo australiano diverse volte Kvitova ha perso match contro avversarie che sulla carta erano da battere. Sconfitte al primo o secondo turno, come quella nel 2018 contro Petkovic (che in quel momento era numero 98 del ranking), contro Gavrilova nel 2016 e soprattutto contro Kumkhum nel 2014, in une edizione che pure aveva affrontato con una forma fisica eccezionale, frutto della più dura e scrupolosa preparazione atletica mai svolta sino ad allora in off-season.

Ma è un’altra la sconfitta che Petra non ha mai del tutto metabolizzato, e che sono convinto si sia incisa, profonda come una cicatrice, nei suoi ricordi. Si tratta della semifinale del 2012, persa da favorita contro Maria Sharapova. Quella partita rappresenta una ferita mai del tutto sanata, tanto che forse quel match potrebbe essere diventato uno spartiacque rispetto al suo ruolo nel circuito femminile: da potenziale numero 1 del Tour a figura capace di grandi exploit, ma non sufficientemente consistente per essere la leader del movimento.

Oggi siamo abituati a percepire Kvitova come una tennista di grande talento ma non abbastanza continua per comandare il ranking. Ma nel gennaio 2012 le cose stavano in modo molto diverso. Ad appena 21 anni, nella stagione 2011 Kvitova aveva disputato otto finali (7 a livello WTA, 1 a livello ITF), e ne aveva vinte sei; non solo Wimbledon, ma anche Madrid e il Masters, oltre alla Fed Cup (che non assegna punti WTA). Per una manciata di punti non aveva concluso l’anno da numero 1 del mondo, ma un po’ tutti pensavano che il sorpasso nei confronti di Wozniacki sarebbe stato imminente; solo una questione di tempo.

Quel sorpasso Petra lo aveva mancato anche per scelte di programmazione fatte prima di sapere quanto poco le sarebbe bastato per arrivare in cima al mondo: per esempio la rinuncia al torneo di Roma 2011, perché aveva già preso l’impegno di giocare l’ITF di Praga. O la decisione di disputare l’Hopman Cup, una manifestazione che non assegna punti in classifica, all’inizio del 2012; e così la sua vittoria a Perth proprio contro Wozniacki non era servita a cambiare le gerarchie mondiali.

Prima degli Australian Open le sarebbe bastato arrivare in finale a Sydney per prendere il comando della classifica; ma si era fermata a un solo passo dal traguardo: aveva perso in semifinale contro Li Na dopo aver dominato il primo set e avere condotto di un break nel secondo (1-6, 7-5, 6-3). Una delle rare occasioni in cui l’aveva bloccata il braccino, in un confronto asimmetrico sul piano emotivo, visto che per Li Na quella partita non aveva particolare significato.

Racconto tutte queste circostanze per restituire la sensazione che si viveva in quel momento: un primato a portata di mano, tanto vicino quanto però sempre sfuggente. Poi era arrivato lo Slam, e le cose erano andate in modo sorprendentemente simile a quanto è successo qualche giorno fa. Ecco perché il 2019 si ricollega al 2012.
Alle fasi finali erano approdate più giocatrici con la possibilità di conquistare il numero 1; ma mentre per scalzare Wozniacki a Kvitova sarebbe bastato arrivare in finale, a Sharapova e Azarenka occorreva vincere il torneo. Le semifinali erano Azarenka contro Clijsters e, Kvitova contro Sharapova. Di nuovo a un solo match dal primato in classifica, Petra aveva perso da Sharapova in semifinale, in una partita caratterizzata dalla diversa capacità di gestione delle palle break: 5 occasioni per Sharapova, tutte convertite; 14 palle break per Kvitova, ma con appena 3 conversioni. Nemmeno l’essere stata in vantaggio di un break nel terzo set era bastato per vincere. Risultato: 6-2, 3-6, 6-4 per Masha. Come contro Li Na a Sydney, quel giorno Petra aveva giocato con troppa pressione, consapevole che quella partita avrebbe significato la conquista del primato in classifica, un traguardo che segna una carriera.

E anche se Kvitova non è mai entrata nel dettaglio di quel match, lo ha ricordato in diverse interviste come la sua peggiore sconfitta. Nella finale 2012 Azarenka vinse in scioltezza il suo primo Major (6-3, 6-0 a Sharapova) e poi avrebbe disputato una primavera fenomenale, a colpi di vittorie in serie che avrebbero reso definitivamente fuori portata il primato nel ranking per tutte le altre. Per Kvitova la leadership del movimento era ormai svanita.

Ecco perché quanto successo a Melbourne 2019 sembra un crudele déjà vu. Per come oggi è costruita la classifica di Petra (con i punti in scadenza di S. Pietroburgo e Doha), le possibilità di aspirare al numero 1 sono ridottissime, e dunque la delusione è stata doppia. Un aspetto che va tenuto presente per capire più a fondo le sue parole nella conferenza stampa di sabato scorso, quando ha confessato che le ci vorrà un po’ di tempo per assorbire la sconfitta contro Osaka.

Ma naturalmente sarebbe sbagliato dipingere l’avventura australiana 2019 di Petra solo a tinte fosche. Al di là della delusione in finale, rimane comunque il dato complessivo della vittoria a Sydney, e soprattutto del ritorno ad alti livelli nello Slam.
Un Australian Open che, a conti fatti, ha offerto un notevole squilibrio tra la parte alta del tabellone (quella di Osaka) e quella bassa (di Kvitova): mentre nella parte alta si succedevano partite di altissima qualità, in quella bassa le principali favorite si sono perse per strada, lasciando spazio a qualcosa di simile a uno one-woman show, che ha visto proprio Kvitova protagonista. Per arrivare in finale da testa di serie numero 8, Petra ha infatti affrontato una sola avversaria fra le prime 30 del mondo, Ashleigh Barty (numero 15); per il resto non ha dovuto fare altro che regolare giocatrici fuori dalle teste di serie; certo, lo ha fatto con grande autorevolezza, ma senza quasi poter dimostrare fino a che punto fosse in grado di giocare bene.

In più vanno considerate le questioni ambientali. È noto quanto Kvitova soffra le alte temperature, al punto che in certi giorni rischia di perdere più  per la difficoltà a esprimersi con il grande caldo che per la forza dell’avversaria. Un problema che però in questi Australian Open ha evitato per due circostanze fortunate e difficilmente ripetibili.
La prima: essendo arrivata in extremis a Melbourne dopo la vittoria di Sydney, ed essendo stata sorteggiata nella parte di tabellone che scendeva in campo per prima, è stata comprensibilmente tutelata dagli organizzatori, che l’hanno programmata il più tardi possibile (lunedì sera); e da allora ha giocato sempre a fine giornata (ad eccezione del match contro Anisimova), con temperature meno aggressive.

E quando invece, in semifinale contro Collins, era arrivato il momento della verità, con la partita fissata alle due del pomeriggio e oltre 35 gradi da affrontare, paradossalmente è stato proprio il caldo eccessivo a salvarla: sono subentrate le regole che prevedono la chiusura del tetto per salvaguardare la salute delle giocatrici. Quale differenza di rendimento ci sia tra la “Kvitova outdoor sotto il sole cocente” e la “Kvitova indoor”, lo abbiamo potuto sperimentare in modo semplice e diretto. Inclusa Danielle Collins, che dopo aver fatto partita pari con il tetto aperto (4-4), ha resistito ancora qualche game nelle fasi di aggiustamento alle nuove condizioni, ma poi nulla ha potuto una volta che Petra si è messa in carreggiata (7-6(2), 6-0).
Dunque sei match vinti senza perdere un set. E così, per capire fino a che livello Kvitova potesse giocare bene si è dovuta aspettare la finale contro Naomi Osaka, in un confronto inedito (non c’erano precedenti) che non ha deluso le aspettative.

a pagina 2: Naomi Osaka verso la finale: da Hsieh a Svitolina

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Australian Open

Pagelle: i padroni del mondo, il tramonto del Re e la speranza greca

Djokovic e Osaka trionfano confermandosi i più forti. L’incubo di Serena, il declino di Federer e l’avvento di Tsitsipas. Il solito Zverev e il sogno di Kvitova

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(foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)


Naomi Osaka 10
L’altra volta aveva trovato un’avversaria scorretta e fuori di testa che aveva provato a privarla del legittimo gusto della festa, stavolta dall’altra parte della rete c’era per sua fortuna una signora che non ha approfittato del momento in cui Naomi si è ricordata di essere così giovane. Due Slam di fila sono una cosa enorme, il numero 1 una conseguenza. Può dominare e il sospetto è che avrà tante occasioni per imparare anche a recitare un discorso di premiazione come si deve.

Petra Kvitova 9,5
C’è mancato davvero poco per avere il lieto fine alla favola di Petra, ma magari arriverà a Wimbledon, il posto del cuore. Sembrava non potesse più tenere in mano una racchetta e comunque non tornare a questi livelli. E invece è a un passo dalla vetta. Troppo buona, troppo dolce Petra per approfittare delle paure di Osaka sul più bello. Ma ha già vinto il suo Slam.

 

Il sonnellino di Ubaldo 10
Straordinario trappolone teso a Nadal, che ha abboccato come un totanone. Ha studiato a tavolino la finta sonnolenza per conquistare la ribalta mondiale. La prossima vittima sarà Federer, dinanzi al quale però occorrerà svenire in diretta tv con tanto di cappellino e sponsor in bella mostra. Scaltro come una faina.

Novak Djokovic 10
Se non ci fossimo trovati lì quel giorno di giugno mentre annaspava contro Cecchinato e sfuggiva iracondo alla stampa, preannunciando un possibile forfait per Wimbledon, penseremmo di parlare di due giocatori differenti. Ma in fondo, senza quella “vacanza” di un anno e mezzo scarso, staremmo qui a discorrere di un dominio senza precedenti. “Not too bad” per dirla alla Nole, ma ha tempo per…peggiorare, frantumando ogni record.

Rafael Nadal 9
Il primo degli umani. Che per uno come lui può sembrare una diminutio, ma considerando gli ultimi risultati sul cemento è un mezzo miracolo che sia arrivato in finale praticamente in carrozza. Ma arriverà la terra, ci sarà spazio per epiche battaglie tra i due. Certo, l’Australia gli regala un’altra amarezza: da quando provocò le lacrime di Roger sembra che gli Dei Down Under si divertano farlo soffrire. Rafa è un toro, ci riproverà. Ancora, ancora e ancora.

Camila Giorgi 6,5
Tutta un’altra Camila. Vince le partite che deve vincere, perde le partite che deve perdere, si sganascia dalle risate in sala stampa. Qualche rimpianto per l’ottimo match con Pliskova ma visto il torneo della ceca, non c’è motivo per essere tristi.

Roger Federer 5
Giocatore finito, eroe dimenticato. I suoi record vacillano e oramai nemmeno gli addetti ai controlli lo riconoscono. Quota cento resta un miraggio, forse gli conviene chiedere asilo nell’Italia a cinque stelle. Ha una sola speranza, che questa storia del passaggio di consegne nella sconfitta con Tsitsi così come lo fu con la sua vittoria su Pete, sia vera: il ventunesimo sarebbe cosa fatta…

Stefanos Tsitsipas e Roger Federer – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

La borsa di Busta 2
Errore arbitrale o no (più no che si in realtà), solidarietà al borsone maltrattato. O la borsa o la vita, ma Pablo ha perso la testa. Carreno, basta.

Serena Williams 5
Il suo problema è che quando chiamano in campo la numero uno, lei si lancia perché è davvero convinta di esserlo ancora. Siamo cattivi (ed anche maschilisti e razzisti, ovviamente) ma ci piace pensare che il Dio del tennis, offeso a New York dalla sua indegna sceneggiata, abbia voluto vendicarsi con la peggiore sconfitta della vita avanti 5-1, match point, fallo di piede, altri 3 match point…

Stefanos Tsitsipas 8,5
Federer ci avrà messo anche del suo, ma sono queste le partite in cui sbocciano i futuri campioni. Quanto sia lontano questo futuro è ancora presto per dirlo e in fondo lo stesso Roger vide trascorrere due anni dal Samprascidio prima di trionfare per la prima volta a Wimbledon. Tsitsifast va veloce, sembra avere tutte le carte in regola per arrivare al top, ma non dimentichiamo che lo scorso anno in semifinale qui c’erano Chung e Edmund…

Lucas Pouille 8
Il massacro in semifinale non deve far dimenticare lo splendido lavoro fatto da Amelie con questo ragazzo. Quasi persi Tsonga, Gasquet e Monflis, i galletti trovano sempre qualcuno da piazzarci davanti…

Le lacrime di Andy e Vika 8
Lacrime diverse, di addio, di dolore, di rimpianto, di amore, di frustrazione, di speranza, di passione. Li vediamo come eroi, li dipingiamo come divinità. Ma sono pur sempre ragazzi.

Il resto del mondo
Il suo compare greco lo ha lasciato piuttosto indietro, certo trovarsi sulla strada Nole non è il massimo, ma Denis Shapovalov (6) deve crescere in fretta, se non vuole perdere il treno.

Speravamo magari di non doverlo ritrovare tra “gli altri” ma Fabio Fognini (5,5) si è infranto sullo scoglio Carreno. Una bestia nera, non c’è che dire e anche se Fabio non punta più alla top-10 la stagione sulla terra può ancora essere la sua stagione. Brutto il ko di Marco Cecchinato (4,5) e chissà che non serva a spronarlo. Berrettini (6) ha pescato male dall’urna, Seppi (6) ha fatto il suo e non può fare sempre miracoli, ottimo Fabbiano (7) e bravo Travaglia (6,5).

Sascha Zverev (5) sembra voler dare per forza ragione al Direttore ogni qual volta si trova in uno slam, mentre Marin Cilic (5) si è sciolto alla Cilic. Ci si attendeva di più da Khachanov (5,5), mentre Daniil Medvedev (7) è stato quello che ha messo più in difficoltà Robo-Nole ed è da tenere d’occhio.

Sono crollate senza scusanti le torri Anderson (4) e Isner (4), mentre la bandiera della lost generation è stata tenuta discretamente alta da Raonic (6,5) e Nishikori (7) che però ha mostrato ancora una volta quanto lo sport faccia male alla salute. Bautista Agut (7,5) non si è accontentato di porre fine (forse) alla carriera di Murray ed è rifiorito a gennaio come di consueto, come un ciclamino.

Tra le ragazze, detto del superbo torneo di Pliskova (8,5) impreziosito dalla remuntada della vita su Serena, l’exploit lo ha fatto Collins (8), mentre Svitolina (6) si conferma piazzata ma non vincente. Non si poteva chiedere molto di più a Simona Halep (6,5) e alla sfortunata campionessa uscente Wozniacki (SV), decisamente si ad Ostapenko (3) e Kerber (4,5). Sussulti di orgoglio da Maria Sharapova (6,5), gioie di casa per Barty (7) e un’ipotesi di futuro strabiliante per Anisimova (7).

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Australian Open

Djokovic fu vera gloria? Così sembrò, ma Nadal dov’era? Giacomo Leopardi avrebbe detto…

Il record degli Slam di Roger Federer è a rischio sì o no? Più del 2015

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Djokovic captures 7th Australian Open [VIDEO]


Due anni fui insultato sanguinosamente dai tifosi di Federer perché dopo l’editoriale scritto a caldo dopo la sua vittoria su Nadal, rimontando da 3-1 al quinto, non scrissi più abbastanza sul trionfo di Roger. Io mi trovo adesso in una situazione simile ad allora dopo l’impressionante dimostrazione di forza di Novak Djokovic che ha dominato Rafa Nadal come non gli avevo visto fare altro che nei quarti di finale di Parigi 2015, quando però il match era  – appunto – un quarto di finale e non una finale. E non era mai successo che Rafa Nadal in una finale di Slam, su 7 cui aveva preso parte perdendo a fronte delle 17 vinte, avesse preso tre set a zero. E con un punteggio quasi umiliante, appena 8 games fatti, 63 62 63.

 

Perché una situazione simile ad allora? Beh, perché chi ci legge non può sapere che anche se Djokovic ha vinto rapidamente fino a mezzanotte australiana non è venuto a parlare in conferenza stampa. Dopo di che noi di Ubitennis dovevamo registrare due video, trovando un interlocutore straniero di livello – si sono alternati in questi giorni gli inviati del New York Times, del Sunday Times, del Times, di Tennis Channel e Tennis.com, di un giornale di Belgrado e altri – quindi c’era da inviare l’articolo ai tre giornali del gruppo (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno), rispondere a varie radio che ci chiamano (Radio Sportiva, Radio Rai…), raccogliere tutte le nostre carabattole svuotando cassetti e armadietti, trovare transportation per arrivare a casa e scrivere ancora. Il tutto con almeno 35 kg di roba fra abbigliamento, computer, telecamera, treppiede, telefoni, libri…da trasformare in meno di 30 kg, fra valigia, trolley, borsa.

Per andare all’aeroporto nell’arco di poche ore. Tutto si ha fuorchè la giusta concentrazione per scrivere qualcosa di leggibile. Quindi anche questa volta avrei fatto volentieri a meno…ma si sarebbero arrabbiati i tifosi di Djokovic, accusandomi con tutta probabilità di non aver gradito la sua vittoria visto che mi imputano – per fortuna più anni fa che in tempi recenti – di essere UbiNadal.

In realtà io avevo continuato a dare favorito Djokovic pur essendo rimasto incredibilmente impressionato dalle performances di Nadal che aveva ridicolizzato tre Next Gen nel corso di un torneo immacolato, senza la perdita di un set fino alla finale; tuttavia mi aspettavo molto più equiilibrio, come tutti del resto. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare un Nadal dominato, strapazzato a quel modo. Con un solo punto strappato a Djokovic in cinque turni di servizio nel primo set, con altri cinque nel secondo e subendo in quei due set l’umiliazione di sei games persi a zero sul servizio di Nole con tre break subiti tutti a 15! Onestamente quasi incredibile. Nadal a fine match ha cercato di mascherare la delusione, non ha accampato scuse, infortuni di sorta, salvo dire che non si era illuso di essere già pronto dopo essere stato 4 mesi senza giocare un torneo.

Però neppure lui si aspettava di poter subire una batosta simile. Nessuno davvero poteva prevederla.  Soltanto dopo un’ora e tre quarti di strapazzamenti è riuscito a conquistarsi un breakpoint, ma ha sbagliato un rovescio e buonanotte. E’ apparso improvvisamente lento, falloso, incapace di giocare profondo…ma è stato Djokovic che lo ha preso alla gola, che non gli ha dato tregua e – come ha detto nel corso di una conferenza stampa in cui nel rispondere a una mia domanda ha suscitato l’ilarità generale imitando il mio accento  – “volevo cominciare bene nel match, e sono uscito dai blocchi con la giusta intensità, sono stato subito aggressivo, ho ottenuto un break cruciale già nel secondo game, salito 3-0 in meno di 10 minuti”.

Adesso si dovrebbe già archiviare questo successo e domandarsi: cosa succederà adesso? Beh, se qualcuno andasse a rileggere cosa scrissi nel 2015, ritroverebbe più o meno gli stessi pensieri, con la differenza che adesso Murray è praticamente uscito di scena – e fu invece capace di conquistare il trono del tennis – Federer si sta avvicinando ai 38 anni e anche i fenomeni devono fare i conti con il certificato anagrafico. E quanto a Nadal tutti gli infortuni che regolarmente o quasi gli impediscono di giocare per un’intera annata non possono essere ignorati.

I NextGen stanno facendo progressi, ma abbiamo visto come Nadal sia riuscito a dominarli perfino sulla sua superficie meno amata. Che punteggi avrebbe inflitto loro sulla terra rossa? Zverev è la vera incognita, perché negli Slam continua per ora a deludere. Prima o poi non lo farà più, ma intanto se vogliamo trovare un avversario capace di fermare questo Djokovic, dove andiamo a cercarlo? Certo anche nel 2011 e nel 2015 Nole sembrava una spanna superiore a tutti gli altri, irresistibile e destinato a vincere 3 Slam l’anno. Ma poi si è visto che previsioni di questo tipo non si possono fare perché anche i fenomeni alla Djokovic possono incorrere in problemi di varia natura: familiari? Fisici? Tecnici?

Per questo motivo discutere oggi se Djokovic possa o meno raggiungere i 17 Slam di Nadal – se avesse perso il gap sarebbe di 4, ora è soltanto di 2, è una bella differenza no? – o i 20 di Federer lascia il tempo che trova. Un anno fa Novak si è dovuto operare al gomito, in passato aveva avuto problemi al polso. Come si fa a prevedere quel che può succedere a lui e ai suoi più seri avversari?  Impossibile. Anche perché è la stessa età dei contendenti della Old-Gen che rende assurda qualsiasi ipotesi relativa a tornei di 4, 6 o 9 mesi più in là. A 25 anni Federer non si sarebbe mai fatto una lesione al menisco facendo il bagnetto ai figli, Djokovic non avrebbe avuto problemi al polso e al gomito, Nadal al ginocchio, al piede, al polso, all’addome. E vi risparmio le condizioni di del Potro, il re degli sfortunati. Bisognerebbe avere la palla di vetro del Mago Ubaldo per prevedere i sempre possibili infortuni dei big e i tempi degli stessi. E la loro eventuale contemporaneità.

Quindi, anche se è più banale, e sembro uno di quei giocatori che ripetono il solito mantra “Io guardo un avversario alla volta…no, non ho visto il tabellone (bugiardi!) “, se non si vuole rischiare di essere contraddetti ogni tre passi, è davvero giusto analizzare quel che è successo, constatare che un Djokovic così era assolutamente imbattibile – ma anche lì…Medvedev negli ottavi qualche problemino glielo aveva creato, spesso Novak era apparso in apnea …- ma anche ricordare che non tutti i giorni sono uguali. Ci si può svegliare in gran forma e l’indomani essere la brutta copia del giorno prima. Se Nadal serviva benissimo un giorno e malissimo il giorno dopo, beh, certo è anche colpa (o merito piuttosto) dell’avversario, ma è anche lui che non ha indovinato la giornata giusta.

Che Djokovic oggi debba essere considerato più forte di Nadal sul cemento mi sembra non lo si possa discutere. Ma che se giocassero di nuovo domani, o dopo domani, o fra una settimana, e il risultato sarebbe lo stesso…beh io non lo credo. E non lo crede neppure Nadal. Djokovic non so. Nadal non è sembrato quello vero, né quello dei giorni precedenti, né certo dei giorni migliori. Fino a che punto è stato un Djokovic macchina perfetta a ridurlo così, a trasformarlo in una vittima impotente e quasi irriconoscibile?

Sono i misteri del tennis, quelli che contribuiscono a renderlo affascinante. A tutti i livelli, se si pensa a quel che è successo nella finale Osaka-Kvitova a fine secondo set. O anche, a livelli più bassi, al 14-12 nel long tiebreak che ha visto il nostro bravissimo Lorenzo Musetti prevalere su Emilio Nava. Se a Lorenzo non fosse entrato il servizio sul matchpoint per Nava avremmo tutti scritto una storia diversa, certo meno entusiasta. E Djokovic non gli avrebbe detto: “Hai vinto grazie alla tua forza mentale”. Certo che c’è del vero in quel che ha detto Djokovic, ma certe frasi, certe verità, certe realtà, talvolta sono condizionate da un centimetro in più o in meno di una palla che entra oppure esce. Senza una vera ragione che giustifichi tutte le analisi che vengono fatte con il senno del poi. Del resto della caducità delle umane cose, e figurarsi dello sport, scriveva con ben altre qualità e profondità di pensiero, un certo Giacomo Leopardi. Che non era appassionati di tennis (anche se a Recanati c’è un suo nipote con il suo stesso cognome che lo è e non poco). Che pretendete da uno Scanagatta qualsiasi? 

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