Fed Cup: il flop di Biel figlio degli errori di Giorgi e della FIT [AUDIO]

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Fed Cup: il flop di Biel figlio degli errori di Giorgi e della FIT [AUDIO]

La disastrosa trasferta in Svizzera pone nuovi interrogativi sul futuro del tennis femminile italiano. L’audio-editoriale del direttore

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Giorgi delude, Halep vuole la Fed, la Bielorussia fa paura

 

Il giorno dopo la netta sconfitta di Biel è tempo di analisi: quale futuro per il tennis italiano che ha raccolto le briciole in Svizzera? La retrocessione nei gruppi zonali ora è un’ipotesi concreta. Il direttore analizza la situazione in questo audio-editoriale alla vigilia del sorteggio dei play-out per restare nel World Group II (martedì 12 febbraio, ore 13.

Questi gli argomenti in sintesi:

1) Fed Cup: perdere ci sta, ma non così.

2) Una vera batosta attenuata da un 3-1 in cui l’unico punto arriva da un doppio giocato sullo 0-3.

3) Vincere a Biel era dura ma Bencic ha lasciato 7 giochi a Errani e 6 a Giorgi, neppure fosse la n.1 del mondo.

4) Nelle ultime 7 sfide di Fed Cup, 5 KO e 2 vittorie (una con Taipei che aveva come miglior giocatrice la n.299 WTA, una a Chieti con la Spagna).

5) I miei dubbi sul futuro e sul potenziale effettivo di Giorgi stanno prendendo sempre più corpo, sebbene a me piaccia (e al contempo mi irriti) moltissimo vederla giocare: ha 28 anni, ha vinto due tornei WTA (‘s-Hertogenbosch 2015 e Linz 2018), ha fatto 4 finali, 2 semifinali, un quarto a Wimbledon annullando lungo il cammino un match point e grazie a quei punti è nelle top 30, sennò non sarebbe neppure lì.

6) Nel match con Golubic, su 102 punti della svizzera 72 errori sono stati di Camila, e con Bencic su 64 vinti da Bencic 43 sono ancora errori di Giorgi.

7) Non si può vincere contro buone giocatrici se due terzi dei punti vinti dalle avversarie sono tuoi errori. Questo succede troppo spesso. È evidente che non è successo quando ha battuto le 9 top-ten. Ma sono fuochi di paglia. Con troppe “prove del nove” fallite all’indomani di un exploit.

8) Il solo aspetto positivo sembra essere stato il migliorato rapporto dei due Giorgi, padre e figlia, con il clan azzurro. Ma per quanto se Camila continua a giocare così? Per quanto tempo prima che papà Giorgi non imputi a un ambiente… malsano (dal suo punto di vista) le sconfitte della figlia?

9) A Sara Errani, dopo 8-9 mesi di break, non si poteva chiedere di più. O quantomeno non quanto si sia chiesto a Giorgi. Ho notato qualche leggero progresso al servizio. La superficie certo non la favoriva. Ma ora però ha cambiali pesanti… ricordate i punti che ha fatto nel torneo da 125.000 dollari di Indian Wells un anno fa? Rischia di scendere da n.123 a 200 o dintorni.

10) Il sorteggio di martedì 12 febbraio: ci toccherà una tra la Gran Bretagna di Konta e Boulter (in casa), l’Olanda di Bertens (sede decisa da sorteggio), oppure Russia o Slovacchia (in trasferta). Dopo quel che è successo in Svizzera come si fa a essere ottimisti?

11) Il vuoto dietro Giorgi e una Errani che è ancora un’incognita. Peggio di quello che la FIT degli anni ’80 fece quando non seppe sfruttare il boom dei 4 moschettieri (4 contemporaneamente in top 32). Andrebbero evitati proclami trionfalistici. Non è la Fed Cup la cartina di tornasole di un movimento tennistico. Ma gli Slam e il ranking: dopo 4 top-ten fatichiamo ad avere una top-30 e poi una top 150.

12) Gli exploit di Romania (soprattutto il doppio vinto dalla n.35 e dalla n.51 sulla n.1 e n.2 del ranking WTA, insieme ai due successi della patriota Halep sulle ceche imbattute dal 2009, anche se mancava Kvitova c’era Pliskova) e Australia con Barty che ha vinto quasi da sola sulle americane.


NB: il direttore ha registrato questo audio quando ancora sembrava che fra le teste di serie ci fosse il Giappone della n.1 del mondo Osaka e non invece, come è poi accaduto, la Gran Bretagna di Johanna Konta, Katie Boulter (e possibilmente anche Heather Watson) che ha superato a Bath la Grecia dopo mille polemiche sollevate dalla Sakkari e non solo.

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Editoriali

Su Giorgi e FIT non faccio politica: il problema non è aver perso in Svizzera

Lo spunto dalle accuse di una lettrice: i successi passati in Fed Cup non sono stati fedele indicatore della salute del movimento femminile. E anche sugli attuali risultati in ambito maschile la federazione ha poco di cui vantarsi

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Camila Giorgi - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

In risposta a @elisa, che aveva scritto a margine di un audio da lei non ascoltato, e di un testo didascalico invece letto con approssimazione, quanto segue: “Interessante: per anni l’Italia di Fed Cup vinceva e della Fed Cup non importava niente a nessuno. Ora in Fed Cup si perde ed è colpa della FIT. Vi piace vincere facile, insomma. Se un tennista italiano va forte la FIT non ha meriti perché quel tennista si è fatto da solo. Se invece fa schifo allora è colpa della FIT. Questa guerra vi sta un po’ scappando di mano. Quando si portano avanti battaglie ideologiche ogni tanto ci vorrebbe anche un po’ di coerenza altrimenti non si è più attendibili. La Giorgi è stata a lungo in polemica con la FIT, allora si che era forte. Ora che ci si è riappacificata dietrofront, la Giorgi delude. More of that jazz…”.

Cara Elisa, ti prego di ascoltare cortesemente l’audio che ho registrato – seppur lungo , capisco che non tutti avessero voglia e tempo di ascoltarselo – se non ricordi quel che ho scritto mille volte in passato. La Fed Cup, come la Davis, non riflettono la profondità di un movimento tennistico. La continuità dei risultati di più giocatori e giocatrici negli Slam e il ranking invece sì.

 

Le quattro tenniste che sono diventate top-ten e hanno conquistato risultati eccellenti, per non dire straordinari se comparati a quelli degli uomini italiani e comunque in assoluto, hanno anche vinto diverse Fed Cup, ma a mio avviso i trionfi in Fed Cup non valevano come importanza quanto gli altri risultati, se non per il fatto che acclaravano l’omogeneità di una squadra fatta da grandi individualità. Al cui cospetto, in diverse occasioni, si presentavano come avversarie squadre “zoppe”, prive delle migliori. Basti vedere tante finali vinte contro belghe senza Clijsters, americane senza le Williams e altre, russe senza le prime 10 del ranking. Non ne avevamo certo colpa noi Italia, ma erano – spesso, anche se non sempre, perché lungo il percorso vittorioso talvolta abbiamo superato la Francia di Mauresmo, la Russia di Kuznetsova… – risultati da celebrare in modo equilibrato, ben diverso (per intendersi) da come meritavano di essere celebrati i trionfi di Schiavone al Roland Garros e di Pennetta all’US Open.

Gridare ai quattro venti “Siamo campioni del mondo!” era giusto farlo sul momento, sulle ali dell’entusiasmo, ma poi era anche giusto tornare con i piedi per terra e valutare in maniera oggettiva quei risultati di Fed Cup. Senza esagerare in trionfalismi, anche abbastanza ipocriti se – per salire sul carro dei vincitori – si proclamava il successo della “scuola italiana”, pur sapendo che quasi tutte le ragazze protagoniste di tanti successi, individuali e di squadra, avevano optato per allenarsi all’estero, con coach che non avevano nulla a che fare con la Federazione Italiana Tennis.

Non è colpa della FIT se le ragazze perdono in Svizzera, né per come perdono. Cioè male. Mai detto e pensato questo, Elisa. È colpa invece della FIT degli anni Ottanta se a seguito di un boom del tennis strettamente collegato ai successi di Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli – quelli sì tutti, in particolare i primi tre, “prodotti” del centro sportivo federale di Formia e del d.t. Mario Belardinell, quindi legittimamente da considerarsi prodotti FIT – non si è stati managerialmente capaci di dargli un seguitoNon si è saputo investire in competenze tecniche adeguate – Riccardo Piatti è, con Alberto Castellani, Claudio Pistolesi e pochissimi altri, uno di quei coach usciti da quella generazione, ma che anziché essere aiutati dal sistema federale si sono trovati spesso a combatterlo da coach privati che venivano considerati “rivali” e competitor. Né più né meno di come in tempi più recenti sono stati considerati rivali e competitor in una logica commerciale – che non dovrebbe istituzionalmente essere prerogativa di una federazione sportiva – diversi giornalisti e direttori di riviste costretti a smettere di lavorare o a chiudere in quanto autonomi, indipendenti e semplicemente non allineati.

Tornando “ab ovo”, così come rimprovero la FIT degli Anni Ottanta di non aver saputo gestire minimamente né il durante né il dopo Epoca d’Oro del Tennis Maschile Italiano degli Anni Settanta/inizio Ottanta, così rimprovero alla FIT che governa il tennis dal 2000, di non aver saputo organizzarsi nei 15 anni degli exploit compiuti dalla capofila Schiavone e dalle altre ragazze (ma direi già da Farina… perché arrivare a essere n.11 del mondo per me non vale meno di essere n.7… e semmai dovrebbe essere valutata maggiormente una prolungata permanenza ad alti livelli); ritengo che si poteva e doveva fare molto meglio… che non ritrovarsi senza nessuna ragazza fra le prime 150 del mondo per chissà quanti anni. Gli operati gestionali di una dirigenza si giudicano dai risultati che questa ottiene.

Sotto il profilo tecnico abbiamo avuto 15 anni di semi-vuoto a livello maschile, visto che da Tirrenia non è uscito un solo top-100 in tre lustri di attività. Fognini è frutto molto più dei sacrifici economici del padre che della FIT, se qualcuno è in grado di rileggersi la sua storia. Seppi molto più del suo fido coach Sartori che di un movimento, di Lorenzi non parliamo nemmeno, Bolelli a un certo punto proprio quando stava salendo in classifica ai suoi migliori livelli è stato più ostacolato che aiutato come qualcuno forse ricorderà. E mentre le donne ci davano lustro e prestigio, che cosa si è fatto per assicurare al tennis italiano un futuro una volta che questi avessero smesso per limiti anagrafici? Eppure i mezzi finanziari non sono mancati. A Binaghi e soci va riconosciuto un merito non indifferente (soprattutto se rapportato ad altre federazioni… che però, a loro discolpa, non potevano disporre della gallina delle uova d’oro costituito da un torneo quale gli Internazionali d’Italia), e cioè quello di aver sviluppato in positivo i conti economici. Oggi, anche se ci saranno certo i Club che lamentano i pochi servizi ricevuti, la FIT è una federazione ricca.

Ho sempre sostenuto che la priorità assoluta e istituzionale di una federazione debba essere quella di sviluppare il movimento tennistico giovanile e quello tecnico (coach di livello e non “politici”, centri di allenamento, rapporti stretti con i circoli leader per favorire la crescita in loco dei ragazzini più promettenti) con obiettivo primario quello di accompagnare all’allargamento della base dei tennisti una crescita tecnica che possa portare, dopo 40 anni di stasi e recessione, finalmente a qualche top-player. Per top-player non intendo un top-5 , ma almeno nei pressi. Oppure anche quattro o cinque top-25 insieme.

Oggettivamente l’aver cominciato a collaborare con i coach privati sta cominciando a dare buoni frutti (vedi Berrettini…), ma se andaste a rileggere quel che scrivevo 20 anni fa, capireste che c’è voluto troppo tempo! Idem investire su coach di provate capacità, esperienze e impegno. A oggi anche se leggo che, Cicero pro domo sua, si vuole spacciare la situazione del tennis italiano come brillante anche a livello tecnico, sebbene fra le donne ci sia il vuoto assoluto e fra gli uomini i migliori siano ancora due uomini di 31 e 34 anni (Fognini e Seppi che, ripeto, si sono fatti più da soli che altro, di certo non sono stati prodotti di una scuola), più un tennista di 26, Cecchinato, e Berrettini che non possono dirsi “prodotti” di Tirrenia, secondo me non c’è granché di cui vantarsi.

Supertennis è stato uno strumento (peraltro dispendiosissimo, ormai parecchie decine di milioni e quindi molto superiore ad ogni previsione e senza mai aver raggiunto quel break even che era stato annunciato alla sua istituzione dover avvenire in tre anni) utilissimo a far vedere tennis che altrimenti non avremmo visto altro che a pagamento e quindi certamente a promuovere tennis. È servito anche ad altri scopi primari mai dichiarati: magnificare i meriti della FIT, ingraziarsi i circoli amici per vari scopi elettorali e non, fare p.r. con dirigenti di altre federazioni e Coni, aprire spazi a collaborazioni di vario tipo. Alla gente comune interessa goderne e non sapere se sia costato troppo o poco, se sarebbe stato più o meno importante destinare parte di quei fondi a una crescita tecnica che è stata a mio avviso trascurata.

Io resto dell’idea che nessun traino avrebbe avuto maggior successo che quello della creazione delle migliori premesse possibili all’avvento di un campione. Non si può continuare a credere che il campione lo manda soltanto il Padreterno, anche se qualche volta è così. Bisogna crearne le premesse e per 20 anni le premesse sono state trascuratissime. Tutto qua, cara Elisa, io la penso così. E non ho mire politiche. Non aspiro ad altro che quello di poter scrivere più spesso di quanto sia accaduto negli ultimi 20 anni di un giocatore che, come Cecchinato a Parigi, arrivi almeno alle semifinali di uno Slam, qui o là. Anche se a oggi Cecchinato non ha saputo o potuto ripetersi, quella sua settimana a Parigi ha avvicinato al tennis molte più persone che mesi di trasmissioni (benvenute per carità) di Supertennis. Se ci fosse non una settimana, ma quattro o cinque l’anno grazie ad altrettanti exploit, ecco che il tennis farebbe quel balzo di popolarità che io auspico, quello sì. Come davvero prioritario, mia cara Elisa.

Post scriptum: su Giorgi nessun dietrofront… politico, quale quello cui tu Elisa alludi. Come ha scritto in un commento un altro lettore in calce allo stesso articolo, è vero che veder giocare Camila contro Pliskova mi aveva per l’ennesima volta entusiasmato per certe, ripetute splendide azioni di gioco. Nei primi due set, perché nel terzo purtroppo gli errori erano stati più dei vincenti. Però è la delusione per come Camila interpreta certe fasi decisive di una partita – e nell’audio, che non hai evidentemente ascoltato, ho citato quelle quattro risposte cacciate al vento e di metri, del tutto dissennatamente, sul 5-4 per Bencic al servizio dallo 0-15 in poi – che mi ha fatto disperare sulla sua possibilità di crescere, di cambiare. Non ha 28 anni ma 27, però dopo una dozzina di anni che gioca in quel modo, certi aggiustamenti tattici (in particolare al servizio) li ha fatti ma non abbastanza.

Non esiste non cercare di pensare che la tua avversaria che serve per il match sul 5-4 0-15 non possa essere un po’ nervosa e convenga quindi tastare quanto lo sia, metterla alla prova, misurare il suo stato di nervosismo facendole giocare qualche colpo, invece di sparacchiare “alla viva il parroco” quattro bombarde in risposta a dei buoni servizi con scarse possibilità che le restino dentro. L’ho trovato così deprimente che, a caldo, mi sono quasi pentito dei tanti elogi spesi in occasione del match con Pliskova. Ma, credimi, i pregiudizi politici di cui mi accusi, e cioè se Giorgi è in lite con la FIT è brava e se invece ci si mette d’accordo è scarsa, non c’entrano proprio per nulla, non hanno alcun senso. Sono, a mio avviso, semplicemente un segno di disistima nei miei confronti. Che spero non sia condiviso, chissà forse i lettori in calce a questo articolo saranno così gentili da significarmelo, così come non mi illudo granché sul fatto che cambierai idea. I pregiudizi sono difficili da abbattere. E mi sembra che tu mi abbia dimostrato con quel tuo commento di averne.

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Australian Open

Djokovic fu vera gloria? Così sembrò, ma Nadal dov’era? Giacomo Leopardi avrebbe detto…

Il record degli Slam di Roger Federer è a rischio sì o no? Più del 2015

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Djokovic captures 7th Australian Open [VIDEO]


Due anni fui insultato sanguinosamente dai tifosi di Federer perché dopo l’editoriale scritto a caldo dopo la sua vittoria su Nadal, rimontando da 3-1 al quinto, non scrissi più abbastanza sul trionfo di Roger. Io mi trovo adesso in una situazione simile ad allora dopo l’impressionante dimostrazione di forza di Novak Djokovic che ha dominato Rafa Nadal come non gli avevo visto fare altro che nei quarti di finale di Parigi 2015, quando però il match era  – appunto – un quarto di finale e non una finale. E non era mai successo che Rafa Nadal in una finale di Slam, su 7 cui aveva preso parte perdendo a fronte delle 17 vinte, avesse preso tre set a zero. E con un punteggio quasi umiliante, appena 8 games fatti, 63 62 63.

Perché una situazione simile ad allora? Beh, perché chi ci legge non può sapere che anche se Djokovic ha vinto rapidamente fino a mezzanotte australiana non è venuto a parlare in conferenza stampa. Dopo di che noi di Ubitennis dovevamo registrare due video, trovando un interlocutore straniero di livello – si sono alternati in questi giorni gli inviati del New York Times, del Sunday Times, del Times, di Tennis Channel e Tennis.com, di un giornale di Belgrado e altri – quindi c’era da inviare l’articolo ai tre giornali del gruppo (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno), rispondere a varie radio che ci chiamano (Radio Sportiva, Radio Rai…), raccogliere tutte le nostre carabattole svuotando cassetti e armadietti, trovare transportation per arrivare a casa e scrivere ancora. Il tutto con almeno 35 kg di roba fra abbigliamento, computer, telecamera, treppiede, telefoni, libri…da trasformare in meno di 30 kg, fra valigia, trolley, borsa.

Per andare all’aeroporto nell’arco di poche ore. Tutto si ha fuorchè la giusta concentrazione per scrivere qualcosa di leggibile. Quindi anche questa volta avrei fatto volentieri a meno…ma si sarebbero arrabbiati i tifosi di Djokovic, accusandomi con tutta probabilità di non aver gradito la sua vittoria visto che mi imputano – per fortuna più anni fa che in tempi recenti – di essere UbiNadal.

In realtà io avevo continuato a dare favorito Djokovic pur essendo rimasto incredibilmente impressionato dalle performances di Nadal che aveva ridicolizzato tre Next Gen nel corso di un torneo immacolato, senza la perdita di un set fino alla finale; tuttavia mi aspettavo molto più equiilibrio, come tutti del resto. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare un Nadal dominato, strapazzato a quel modo. Con un solo punto strappato a Djokovic in cinque turni di servizio nel primo set, con altri cinque nel secondo e subendo in quei due set l’umiliazione di sei games persi a zero sul servizio di Nole con tre break subiti tutti a 15! Onestamente quasi incredibile. Nadal a fine match ha cercato di mascherare la delusione, non ha accampato scuse, infortuni di sorta, salvo dire che non si era illuso di essere già pronto dopo essere stato 4 mesi senza giocare un torneo.

Però neppure lui si aspettava di poter subire una batosta simile. Nessuno davvero poteva prevederla.  Soltanto dopo un’ora e tre quarti di strapazzamenti è riuscito a conquistarsi un breakpoint, ma ha sbagliato un rovescio e buonanotte. E’ apparso improvvisamente lento, falloso, incapace di giocare profondo…ma è stato Djokovic che lo ha preso alla gola, che non gli ha dato tregua e – come ha detto nel corso di una conferenza stampa in cui nel rispondere a una mia domanda ha suscitato l’ilarità generale imitando il mio accento  – “volevo cominciare bene nel match, e sono uscito dai blocchi con la giusta intensità, sono stato subito aggressivo, ho ottenuto un break cruciale già nel secondo game, salito 3-0 in meno di 10 minuti”.

Adesso si dovrebbe già archiviare questo successo e domandarsi: cosa succederà adesso? Beh, se qualcuno andasse a rileggere cosa scrissi nel 2015, ritroverebbe più o meno gli stessi pensieri, con la differenza che adesso Murray è praticamente uscito di scena – e fu invece capace di conquistare il trono del tennis – Federer si sta avvicinando ai 38 anni e anche i fenomeni devono fare i conti con il certificato anagrafico. E quanto a Nadal tutti gli infortuni che regolarmente o quasi gli impediscono di giocare per un’intera annata non possono essere ignorati.

I NextGen stanno facendo progressi, ma abbiamo visto come Nadal sia riuscito a dominarli perfino sulla sua superficie meno amata. Che punteggi avrebbe inflitto loro sulla terra rossa? Zverev è la vera incognita, perché negli Slam continua per ora a deludere. Prima o poi non lo farà più, ma intanto se vogliamo trovare un avversario capace di fermare questo Djokovic, dove andiamo a cercarlo? Certo anche nel 2011 e nel 2015 Nole sembrava una spanna superiore a tutti gli altri, irresistibile e destinato a vincere 3 Slam l’anno. Ma poi si è visto che previsioni di questo tipo non si possono fare perché anche i fenomeni alla Djokovic possono incorrere in problemi di varia natura: familiari? Fisici? Tecnici?

Per questo motivo discutere oggi se Djokovic possa o meno raggiungere i 17 Slam di Nadal – se avesse perso il gap sarebbe di 4, ora è soltanto di 2, è una bella differenza no? – o i 20 di Federer lascia il tempo che trova. Un anno fa Novak si è dovuto operare al gomito, in passato aveva avuto problemi al polso. Come si fa a prevedere quel che può succedere a lui e ai suoi più seri avversari?  Impossibile. Anche perché è la stessa età dei contendenti della Old-Gen che rende assurda qualsiasi ipotesi relativa a tornei di 4, 6 o 9 mesi più in là. A 25 anni Federer non si sarebbe mai fatto una lesione al menisco facendo il bagnetto ai figli, Djokovic non avrebbe avuto problemi al polso e al gomito, Nadal al ginocchio, al piede, al polso, all’addome. E vi risparmio le condizioni di del Potro, il re degli sfortunati. Bisognerebbe avere la palla di vetro del Mago Ubaldo per prevedere i sempre possibili infortuni dei big e i tempi degli stessi. E la loro eventuale contemporaneità.

Quindi, anche se è più banale, e sembro uno di quei giocatori che ripetono il solito mantra “Io guardo un avversario alla volta…no, non ho visto il tabellone (bugiardi!) “, se non si vuole rischiare di essere contraddetti ogni tre passi, è davvero giusto analizzare quel che è successo, constatare che un Djokovic così era assolutamente imbattibile – ma anche lì…Medvedev negli ottavi qualche problemino glielo aveva creato, spesso Novak era apparso in apnea …- ma anche ricordare che non tutti i giorni sono uguali. Ci si può svegliare in gran forma e l’indomani essere la brutta copia del giorno prima. Se Nadal serviva benissimo un giorno e malissimo il giorno dopo, beh, certo è anche colpa (o merito piuttosto) dell’avversario, ma è anche lui che non ha indovinato la giornata giusta.

Che Djokovic oggi debba essere considerato più forte di Nadal sul cemento mi sembra non lo si possa discutere. Ma che se giocassero di nuovo domani, o dopo domani, o fra una settimana, e il risultato sarebbe lo stesso…beh io non lo credo. E non lo crede neppure Nadal. Djokovic non so. Nadal non è sembrato quello vero, né quello dei giorni precedenti, né certo dei giorni migliori. Fino a che punto è stato un Djokovic macchina perfetta a ridurlo così, a trasformarlo in una vittima impotente e quasi irriconoscibile?

Sono i misteri del tennis, quelli che contribuiscono a renderlo affascinante. A tutti i livelli, se si pensa a quel che è successo nella finale Osaka-Kvitova a fine secondo set. O anche, a livelli più bassi, al 14-12 nel long tiebreak che ha visto il nostro bravissimo Lorenzo Musetti prevalere su Emilio Nava. Se a Lorenzo non fosse entrato il servizio sul matchpoint per Nava avremmo tutti scritto una storia diversa, certo meno entusiasta. E Djokovic non gli avrebbe detto: “Hai vinto grazie alla tua forza mentale”. Certo che c’è del vero in quel che ha detto Djokovic, ma certe frasi, certe verità, certe realtà, talvolta sono condizionate da un centimetro in più o in meno di una palla che entra oppure esce. Senza una vera ragione che giustifichi tutte le analisi che vengono fatte con il senno del poi. Del resto della caducità delle umane cose, e figurarsi dello sport, scriveva con ben altre qualità e profondità di pensiero, un certo Giacomo Leopardi. Che non era appassionati di tennis (anche se a Recanati c’è un suo nipote con il suo stesso cognome che lo è e non poco). Che pretendete da uno Scanagatta qualsiasi? 

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Australian Open

Bravissimo Musetti, ma piedi per terra! Non è garanzia di successo tra i “pro”

MELBOURNE – La forza mentale c’è, l’ha sottolineato Djokovic. E anche varietà di colpi. Ma serve altro. I precedenti Nargiso e Quinzi ammoniscono

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Lorenzo Musetti - Australian Open Junior 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

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IL SECONDO SLAM CONSECUTIVO DI NAOMI OSAKA COMMENTATO DAL DIRETTORE CON STUART FRASER DEL LONDON TIMES


Barazzutti 1971 (best ranking 7), Nargiso 1987 (b.r. 67) Gaudenzi (2 volte nel 1990, b.r. 18), Quinzi 2013 (b.r. 146) e ora Musetti. L’augurio è che il ragazzo di Carrara, seguito da 9 anni dal suo angelo custode Simone Tartarini e tesserato dal TC Park Genova da quando aveva 14 anni, possa avere la stessa carriera di un Barazzutti (n.7 del mondo) o di un Gaudenzi, perché anche n.18 è un gran bel traguardo. Se poi farà meglio saremo tutti contenti.

Intanto, anche se i vincitori azzurri under 18 di Slam fra uomini e donne sono stati 11 in 17 finali, Lorenzo è il primo a conquistare il titolo all’Australian Open. Era normale che lo Slam più favorevole alle nostre caratteristiche fosse il Roland Garros. I nostri giocatori sono tutti nati sulla terra battuta. E la varietà di colpi di Musetti ha fatto la differenza anche oggi a Melbourne, perché l’americano di origini messicane che si allena a Alicante nella Academy di Juan Carlo Ferrero, ha più forza fisica, più servizio (ha battuto anche a 217 km orari), spara dritti e soprattutto rovesci a velocità monstre, però ha molto meno tagli, lift ed è – in due parole – meno completo. Anche come testa. Difatti Djokovic che stava entrando sul campo per allenarsi mentre Musetti usciva, si è complimentato per la sua forza mentale: È quella che ti ha permesso di vincere.

In effetti non deve essere stato facile per Lorenzo perché i momenti difficili sono stati più d’uno. Primo momento difficile: quando ha perso il primo set, per un unico break subito sul 3 pari, dopo aver mancato tre pallebreak per il 3-1. Secondo: quando sul 2 pari, dopo subito tre servizi a zero e quattro degli ultimi cinque di Nava che serviva come un… Raonic, Lorenzo si è trovato sotto 0-40: “Lì ho giocato un rovescio lungolinea bellissimo (e coraggioso ai limiti dell’incoscienza, aggiungerei). Si stava giocando da 51 minuti, e l’americano aveva fin lì nettamente dominato il gioco, con Musetti che finiva regolarmente nella fascia d’ombra di fine campo, troppo, troppo indietro. “Non avevo mai giocato sulla Rod Laver Arena, su un campo così grande finivo indietro senza quasi accorgermene”. Due errori di rovescio di Nava, il primo provocato e il secondo no, lo hanno aiutato a rimettersi in carreggiata. E lì il match ha preso un’altra piega perché dal 2 pari Lorenzo ha fatto cinque game di fila, mentre Nava diventava più falloso e più nervoso.

Davo un’occhiata al record di Nava, quattro mesi più anziano di Lorenzo che è nato nel marzo 2002, e constatavo che aveva quasi sempre perso nelle finali disputate. Lo avevo interpretato come un buon segno. E Lorenzo aveva il vantaggio di una piccola esperienza in più, la finale giocata all’US Open. Però l’inizio del match, con un Musetti molto più teso, pareva smentire tutte queste previsioni. Poi però, dal terzo set in poi Musetti ha tenuto sempre agevolmente il servizio e l’inerzia della partita sembrava tutta a favore del tennista di Carrara, una sola volta raggiunto sul 40 pari. Il terzo momento difficile sarebbe arrivato in un tiebrak condotto sempre in vantaggio: 2-0, 3-1, 4-2, 5-3, dopo un dritto straordinario, poi 5-5, 6-5, 7-6. Per la prima volta nel terzo set, e a seguito di un servizio diventato ace con l’aiuto del net – la regola più stupida del mondo concede nei tornei junior di giocare alla roulette con il net – Nava è passato in vantaggio arrivando, con l’8-7 a favore, a due punti dalla vittoria.

Ma lì, di nuovo, la forza mentale di Musetti sottolineata da Djokovic (il complimento che più di tutti ha “eccitato” Lorenzo), ha avuto la meglio. Il tiebreak, come forse avrete sentito da coach Tartarini, è stata la fase tecnicamente migliore di tutta la partita, quasi tutti colpi vincenti a decidere i punti. Tre matchpoint non sono bastati a Musetti per chiudere la pratica. E così il quarto momento difficile è arrivato sul 12-11, con un matchpoint per Nava. Lucidissimo e freddissimo Lorenzo ha continuato a mettere la prima di servizio anche in quel decisivo frangente. Vincente. Un errore di dritto di Nava gli ha dato il quarto matchpoint. Quello buono. Dopo 128 minuti, e un altro dritto sbagliato dall’americano, Lorenzo era sdraiato sul cemento color cobalto della Rod Laver Arena. Dopo poco sarebbe apparso un Ivan Lendl visibilmente appesantito a consegnargli il trofeo tanto ambito e meritato che però 30 secondi prima sembrava stesse per sfuggirgli. 14 punti a 12 in un dei tiebreak più ricco di suspence cui mi sia stato dato di assistere. Ci credo che Simone Tartarini abbia potuto dire al mio microfono: “Oggi Lorenzo mi ha fatto perdere qualche anno di vita!”.

Ora, perché chi ci legge richiede un parere sulle prospettive di questo ragazzo – il nostro mestiere non fa sconti, lo richiede anche quando verrebbe voglia di dire “ma non possiamo goderci un po’ questo successo e poi ne parleremo in un secondo momento?”– dopo aver registrato i vari commenti dello stesso Tartarini, del responsabile dell’attività nazionale under 18 Giancarlo Palumbo, e dello stesso Musetti (ragazzo educato, gentile, bravo come non ne ho conosciuti poi così tanti), dovrei cercare di esprimere un’opinione.

Il talento c’è tutto. Il coraggio e la personalità, così come la forza mentale che giustamente Djokovic ha sottolineato e che quando le forze in campo sono equilibrate rappresenta spesso l’aspetto decisivo. Gli manca ancora la pesantezza di palla e un po’ di muscoli che il tennis oggi richiede… se non ti chiami Federer. E per forza di cose, data l’età – non ha ancora 17 anni – la gestione di certi momenti. Le due smorzate tentate nel tiebreak per esempio non erano del tutto giustificate. Ma sono tipiche “espressioni” di gioco però di chi è cresciuto tecnicamente sulla terra rossa. E un domani saper giocare quel colpo gli sarà certo utile. Così come la consapevolezza di avere una buona mano.

Il ragazzo ha alle spalle anche un ambiente serio, consapevole e al tempo stesso dotato della giusta dose di umiltà per non sentirsi né un arrivato – ci mancherebbe – né un predestinato. Intravedo in lui una giusta dose di ambizione, assolutamente necessaria per sfondare, ma non invece quella presunzione che ha contraddistinto in passato alcuni nostri campioni junior. Per non far nomi… Gaudenzi, che in realtà aveva un gioco troppo poco aggressivo per poter far più di quel che buono che comunque è riuscito a fare, e Nargiso che ha invece tentato di giocare sempre un tennis superiore alle sue possibilità tecniche che non erano eccelse. Ad alti livelli ci voleva un’altra consistenza anche fisica, una superiore voglia di sacrificarsi, una diversa umiltà. E forse anche serietà.

Il caso di Quinzi campione a Wimbledon è un po’ più complesso da analizzare. Gianluigi è arrivato dove è arrivato dopo aver cominciato già a 12 anni (da Bollettieri) a fare il professionista, complici anche i mezzi finanziari messi a disposizione da una famiglia agiata e da un padre molto presente e motivato. Forse fin troppo. Credo che anche la famiglia abbia sollecitato in certe situazioni i troppi cambi di coach che non gli hanno certo giovato… e sono diventati troppo spesso fattori di instabilità e alibi a risultati che non arrivavano per altre ragioni, a volte fisiche, a volte tecniche, a volte psicologiche. Va anche detto che discreta parte dei suoi risultati è stata anche conseguenza – insieme al suo approccio anticipato al tennis adulto semiprofessionistico – del suo sviluppo fisico. Era molto più alto di tanti suoi coetanei che avevano giocato meno ed erano meno preparati atleticamente e fisicamente. Gianluigi ha solo 22 anni, è stato n.143 del mondo, ha avuto un infortunio dopo l’altro che certo non hanno aiutato. La vittoria di Wimbledon junior, con tutte le attenzioni che ha suscitato in un Paese a digiuno di campioni, le prime pagine di Gazzetta e altri giornali, l’interesse quasi spasmodico a tutti i suoi risultati, la sottolineatura di tanti risultati negativi, è diventato certo un carico davvero pesante, quasi insopportabile per un ragazzo che – appunto – è ancora un ragazzo.

Io credo che attorno a Musetti – che ho potuto conoscere un anno fa quando ha vinto il “mio” torneo junior di Firenze – c’è tanta gente, la famiglia, il coach che lo segue da nove anni come un secondo padre, il Park Genova, che lo aiuteranno a restare con i piedi per terra. E a dare il meglio di se stesso in tutte le circostanze. Dove potrà arrivare nessuno può saperle. Ma le buone premesse, visto e considerato che ha solo 16 anni e 10 mesi, ci sono tutti. Auguriamoci soltanto che l’Italia, così prona a facili entusiasmi, non lo faccia deviare dalla retta via, non gli metta grilli per la testa e che la nostra dirigenza sportiva non cominci a “promuoverlo” come un prodotto della nostra scuola tennistica salendo – come è sempre purtroppo stato fatto in passato (recente e meno recente) – sul carro del vincitore. Rallegriamoci, certamente, con lui e con tutti coloro che lo hanno aiutato a conquistare questo successo (Federazione compresa), ma sempre ammonendo lui e tutti a ricordare che un successo a livello junior non è purtroppo garanzia di successo nel mondo degli adulti professionisti. Piedi per terra per tutti, se non vogliamo cominciare a sciupare un piccolo patrimonio che per oggi è solo presunto.

Chiudo ringraziando l’ufficio stampa della FIT per i seguenti dati sulle precedenti finali di Slam junior disputate dai tennisti azzurri (cui noi abbiamo aggiunto i best ranking raggiunti da tutti questi giocatori e giocatrici per mostrare che tipo di carriera siano poi stati in grado di seguire) e ringrazio anche Dario Castaldo di SBS radio che mi ha consentito di ascoltare tutte le sue interviste (che ovviamente anche noi abbiamo integrato).

Tutte le 11 finali disputate da italiani nei tornei junior del Grande Slam

AUSTRALIAN OPEN

2019 finale maschile: Musetti b. Nava (Usa) 46 62 76 (12)

ROLAND GARROS

1971 finale maschile: Barazzutti b Warboys (GBR) 26 63 61
1990 finale maschile: Gaudenzi b. Enqvist (SWE) 26 76 64
1992 finale maschile: Pavel (ROU) b. Navarra 61 36 63
1994 finale maschile: Diaz (ESP) b. Galimberti 63 76

1955 finale femminile: Reidl b. Baumgarten (FRA) 64 60
1958 finale femminile: Gordigiani b. Galtier (FRA) 63 26 62
1976 finale femminile: Tyler (GBR) b. Zoni 61 63
1985 finale femminile: Garrone b. Van rensburg (RSA) 61 63

WIMBLEDON

1987 finale maschile: Nargiso b. Stoltenberg (AUS) 76 64
2013 finale maschile: Quinzi b. Chung (KOR) 75 76

1951 finale femminile: Cornell (GBR) b. Lazzarino 63 64
1993 finale femminile: Feber (BEL) b. Grande 76 16 62

US OPEN

1990 finale maschile: Gaudenzi b. Tillstroem (SWE) 62 46 76
2018 finale maschile: Seyboth Wild (BRA) b. Musetti 61 26 62

1985 finale femminile: Garrone b. Holikova (TCH) 62 76
1993 finale femminile: Bentivoglio b. Yoshida (JPN) 76 64

(fonte: FIT)

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