Il World Tennis Tour fra critiche, aggiustamenti e punti mancanti

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Il World Tennis Tour fra critiche, aggiustamenti e punti mancanti

Un nuovo comunicato dell’ITF difende il progetto, polemizza con l’ATP e auspica la collaborazione di tutti. Gli organi che governano il tennis mondiale si riuniranno la prossima settimana cercando, per una volta, di ascoltarsi

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ITF World Tennis Tour - W25 Kazan, Russia (foto via Twitter, @ITF_Tennis)

Non smette di far parlare di sé, soprattutto fuori del rettangolo di gioco, l’ITF World Tennis Tour, il nuovo nome di questo “ombrello” che copre i tornei degli ormai ex circuiti Pro e Junior, cancellando al contempo le etichette Futures e Transition Tour. A tal proposito, la Federazione Internazionale ha diramato un nuovo comunicato dopo la riunione del proprio consiglio di amministrazione del 19-20 marzo.

COS’È CAMBIATO – Tra le modifiche citate nel comunicato vi sono l’allargamento del tabellone di qualificazioni nei tornei femminili dai 60 ai 100.000 dollari, l’introduzione della classifica protetta anche per il ranking ITF e l’aumento da 3 a 5 dei posti in tabellone riservati ai migliori juniores. Viene inoltre ricordato, rispetto alla richiesta di ampliamento a 48 dei posti nelle qualificazioni, che giocare due incontri nella stessa giornata senza giorno di riposo mette a rischio la salute dei giocatori.

 

TU NON MI ASCOLTI – Oltre a riportare le modifiche apportate in corsa fino a questo momento, colpiscono subito una frecciata all’ATP che non concede praticamente più punti nei tornei da 25.000 dollari (M25) e la necessità di uno sforzo congiunto. Perché, quando c’è un problema tra due o più soggetti, parlarne insieme è il modo migliore per arrivare a una soluzione. Tuttavia, se il problema è che i soggetti non si parlano, tutta la faccenda si complica a dismisura. È appunto il caso, giova rimarcarlo ancora una volta, degli organi che governano il mondo del tennis, i cui rapporti reciproci sembrano troppo spesso all’insegna delle frasi fatte, dove ognuno tira dritto per la propria strada e l’acqua proprio mulino in una conversazione tra sordi. Se i quattro Slam con altrettanti modi di regolare il quinto set e lo scontro sulla “nuova Davis” e l’ATP World Team Cup ne sono le più recenti prove, si aggiunge ora la gestione dell’ITF World Tennis Tour.

Secondo la Federazione Internazionale, lo scopo di questa rivoluzione è di sostenere i giovani talenti nel passaggio al professionismo e permettere a più giocatori di vivere di tennis. In mezzo alle perplessità e proteste di gran parte di tennisti e coach (una petizione online che chiede il ripensamento delle nuove regole ha quasi raggiunto le 15.000 firme), ITF e ATP non sembrano ancora una volta in sintonia.

LA PRIMA PIETRA – Uno che non ha certo timore di dire la propria è Dirk Hordorff, il vicepresidente della federazione tedesca, che ha dato una scossa all’ambiente sostenendo l’esistenza di una correlazione fra la vendita da parte dell’ITF dei dati delle partite alle agenzie di scommesse (non accogliendo il suggerimento dell’Independent Panel) e la sparizione dei punti concessi dall’ATP agli ex-Futures. Separate e non puntualissime sono arrivate le smentite dei due organi, con l’ITF che ne approfittava per annunciare un incontro con i media a Miami in coincidenza con l’inizio del torneo.

Ed è così che Vanni Gibertini – la metà della coppia di inviati che il mondo invidia a Ubitennis – punta la sveglia alle 6 del mattino per recarsi a questa esclusiva conferenza stampa dove, per l’ITF, è presente Kris Dent, direttore esecutivo senior. Il (suo malgrado) mattiniero Gibertini può allora riferirci che, riguardo alla vendita dei dati a Sportradar, l’ITF vorrebbe dismettere la vendita del livescore per i tornei da 15.000 dollari (M15), ma deve prima trovare le contromisure adeguate per evitare che il live feed ufficiale venga sostituito da quello illegale. Va anche considerata la parte contrattuale, ovvero come cambiare l’accordo con Sportradar e come assicurarsi che i tornei singoli non vendano i dati indipendentemente.

I tornei del Grande Slam dovrebbero quindi intervenire per compensare la conseguente perdita di introiti – perché, al solito, di questo si parla. E sappiamo che, dove ci sono tornei frequentati da giocatori che “guadagnano” poche centinaia, se non decine, di dollari al mese, c’è la possibilità di offrirne dieci volte tanto perché perdano un set o un game. Poi, regolarmente, i nomi di un paio di quei giocatori finiscono in (non tanto) bella mostra sul sito della Tennis Integrity Unit con relative sentenze.

TROPPI O TROPPO POCHI – Rispetto all’altra questione, l’ITF si lamenta dei pochi punti che l’ATP distribuisce nei tornei da 25.000 dollari (M25) e sostiene che, tornando a darli, aumenterebbe il numero dei pro. Per capirci, Jannik Sinner, vincendo l’M25 di Trento, ha guadagnato 3 punti invece dei 27 previsti fino all’anno scorso. Questa affermazione di Dent sembra cozzare con uno degli scopi delle modifiche del Tour ITF, ossia la riduzione del numero dei partecipanti agli ex-Futures (circa 14.000 tra uomini e donne).

Evidentemente, però, la misura del taglio non avrebbe dovuto essere così drastica: senza i punti negli M25, spiega Dent, non si arriva all’obiettivo minimo di 600 tennisti in break even. Ricordiamo che il break-even ranking, vale a dire la posizione in classifica in cui il montepremi vinto pareggia le spese (coach escluso) del giocatore, era stato calcolato al n. 336 ATP. Tutte le simulazioni effettuate per cercare di alzare il punto di pareggio senza occuparsi di quel numero eccessivo di giocatori restituivano risultati negativi. Proprio da lì è nata l’idea del Transition Tour.

GIOVANI A OSTACOLI – Sempre secondo l’ITF, è un circuito così ingolfato il responsabile della crescita sempre più lenta dei giovani: il tempo che intercorre fra il primo punto ATP guadagnato e l’ingresso in top 100 è salito da 3,7 anni a 4,8 anni (da 3,4 a 4,1 per le ragazze). È decisamente troppo e il programma “Player Development Pathway” è la risposta all’esigenza centrale di rendere più efficace il percorso degli juniores. Infatti, anche un altro fattore che contribuiva a frenare la crescita dei giovani migliori è stato affrontato dalla riforma: il “playing down”, ovvero i pro che decidono di giocare ad un livello inferiore, accaparrandosi punti e montepremi nei tornei Futures. Dai primi riscontri con la nuova formula, appare in deciso aumento il numero di giocatori con buona classifica che partecipano ai Challenger; in questo modo, chi entra nel circuito partendo necessariamente dai livelli più bassi non si trova subito ad affrontare dei top 400.

TU NON MI ASCOLTI (parte 2) –Visto che fin dall’inizio questo Tour è stato presentato come qualcosa di modificabile in corsa ascoltando le voci di tutti gli interessati, è stato più volte domandato quale sia il meccanismo per ricevere i feedback. Kris Dent ha risposto che “c’è la possibilità di inviare direttamente i feedback alla ITF e di aver impiegato agenzie di sondaggi esterne”; tuttavia, pare che non esista una grande trasparenza sull’approccio, sui dati elaborati e sui risultati in base ai quali vengono prese le decisioni. Perlomeno, all’ITF riconoscono l’esistenza di un problema di comunicazione, se i giocatori non hanno trovato altro che un gruppo Facebook per farsi sentire.

IL PROSSIMO INCONTRO – Dent ha infine rivelato che la settimana prossima è in programma una riunione di tutti gli organi del tennis (ATP, WTA, ITF…). L’augurio è che, nonostante le difficoltà di comunicazione, si siano almeno accordati su luogo e ora.

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Editoriali del Direttore

Fognini come Panatta: la storia si ripete

A gran richiesta, parlo della vittoria di Fognini. Che io sappia Giovan Battista Vico non ebbe mai modo di impugnare una racchetta. E i suoi corsi e ricorsi non furono prodezze atletiche. Però, però, però…

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Fabio Fognini (trofeo) - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il 1976 fu l’anno magico di Adriano Panatta e un po’ di tutto il tennis italiano che dagli anni di Pietrangeli e Sirola a cavallo degli anni Sessanta non aveva brillato granché. Quasi un’era geologica per quei tempi in cui il tennis era ancora sport d’élite, praticato da pochi Paesi e l’Italia della racchetta grazie a quei due, ma anche a Beppino Merlo, Fausto Gardini e prima di loro a De Morpurgo, De Stefani, Cucelli e i Del Bello, si era fatta rispettare in campo internazionale.

Dopo quasi tre lustri di penombra agonistica, se non proprio di oscurità, toccò a un giovane romano di grande talento, figlio di Ascenzio custode del TC Parioli, rischiarare con vari sprazzi di luce le prospettive di un tennis nel complesso assai poco azzurro. Fra i suoi 20 e 25 anni, quel bel ragazzo romano de’ Roma che in piena epoca di Dolce Vita piaceva tanto alle donne (anche se talvolta eccedeva un po’ nei modi un po’… arrogantelli da bulletto), aveva fatto vedere lampi di vera classe giocando un tennis magnifico, spettacolare e battendo nelle giornate di vena alcuni dei migliori tennisti del mondo: Orantes, Nastase, Borg, Rosewall, Connors. Innamorandosi dei suoi gesti tecnici, della loro varietà ed originalità perfino in un’epoca in cui nessuno dei grandi giocava in modo simile agli altri, gli si rimproverava una sola cosa: la discontinuità. La sporadicità di quelle giornate di vena.

 

Non c’era chi non lo temesse, perfino Bjorn Borg, il più forte tennista del mondo di allora – certamente sulla terra rossa anche se cinque trionfi sull’erba di Wimbledon sottolineavano la sua completezza – sapeva che un Adriano Panatta in giornata di vena avrebbe potuto farlo precipitare nel polvere rosso tritata. E accadde più di una volta, anche in teatri importanti. L’Orso Borg partecipò a otto Roland Garros, ne vinse sei. Da chi perse quelle sole due volte? Da Adriano Panatta.

Sì, era già successo nel 1973. Ma, come detto, fu il 1976 l’anno magico di Adriano Panatta. Trionfò nel torneo cui teneva di più, nella sua Roma vicino casa sua. Per dar vita a un’impresa sportiva ci vuole tanta forza, fisica e mentale, tanto coraggio e – come avrebbe detto in una sede principesca 43 anni dopo un altro grande della racchetta – anche un bel po’ di… culo.

Fino a quella memorabile settimana al Foro Italico, Adriano aveva collezionato tanti scalpi importanti, diversi tornei minori, ma mai ancora un grande torneo sebbene tutti gliene attribuissero il potenziale ad hoc. Ma non era mai favorito fino in fondo. Tutti sapevano che poteva vincere contro chiunque, ci speravano, ma accadeva solo talvolta. E troppe volte accadeva il contrario, rispetto alle aspettative di chi si era innamorato del suo modo di giocare. Scriveva su Ubitennis Fede Torre – vi invito a rileggerlo – poco tempo fa: “uno sportivo non è mai quel che vince, ma l’emozione che trasmette nel farlo e l’immedesimazione che la gente trova in lui. È un destino riservato a pochi, il destino dei Valentino Rossi, degli Alberto Tomba, dei Marco Pantani, dei Roberto Baggio. Adriano Panatta era tutto questo. Era bello, giovane. Sul campo elegante. Fuori anche di più”.

Panatta in tribuna – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Anche quella settimana sembrava proprio che non dovesse accadere. Contro un australiano di retroguardia, non certo uno dei grandi Aussies che hanno fatto la storia del tennis, tal Kim Warwick, talentuoso la sua parte – la settimana prima ad Amburgo aveva battuto Kodes – ma pazzerello ai confini dell’isteria in certi frangenti, Adriano si imbatte in una apparente giornata no. Fin quasi alla doccia. Warwick può giocarsi – non è uno scherzo – 11 match point. Dieci sul proprio servizio a partire dal 5-2 40-15, poi altri tre in quel game. Altri sul 5-4 40-0. Ripeto perché li annotai uno per uno, non è uno scherzo. Un paio furono scambi corpo a corpo, ravvicinati, da cardiopalmo, il pubblico impazzì: ‘Adriaaanooo Aaadriaaanooo!’. Chissà come, Panatta rovescia una giornata di non vena in una giornata lucidamente folle, in cui comincia d’incanto a rispondere divinamente, a giocare dei passanti incredibili contro l’australiano che si attacca alla rete con la forza della disperazione, match point dopo match point. La risposta, il passante, non erano mai stati i punti di forza di Adriano, eppure miracolosamente e improvvisamente quel giorno lo diventano.

Fortuna, culo, quindi? Beh, anche, ma anche no, perché poi Adriano infila una magnifica sequenza di vittorie, contro giocatori fortissimi sulla terra battuta. Stentòa ancora contro Tonino Zugarelli, romano anche lui ma… trattato come uno straniero dal pubblico di Adriano così spesso ingeneroso. Poi è la volta di Franulovic, sì, il direttore oggi del torneo di Montecarlo, quindi il “sorcio” americano Solomon che si ritira per proteste per una chiamata arbitrale in vantaggio 5-4 nel terzo set. Poi Adriano travolge Newcombe, entusiasmando, e infine raggiunge l’apoteosi battendo in finale Guillermo Vilas che sui campi rossi era, dopo Borg, decisamente il più forte e il più continuo del mondo. Lo mette k.o. In quattro set. Pandemonio. In quel torneo c’erano sette dei dieci tennisti più forti del mondo. Si poteva parlare ancora di fortuna? Certo che no. In ogni vittoria, salvo alcune di Borg e Nadal al Roland Garros, per restare sul pianeta terra rossa, c’è sempre un po’ di fortuna.

La farò più breve con Panatta al Roland Garros. Anche li sembrava tutto fuorché il suo torneo. Al primo turno contro il ceco Pavel Hutka appare in giornata no per quasi un intero match e salva miracolosamente con un tuffo prodigioso un match point. Un altro Panatta gioca la seconda parte del match. E lo vince in carrozza dando spettacolo. In semifinale e finale batterà due piccoletti irriducibili che si assomigliano tantissimo, per struttura fisica e tennis, rovescio bimane capace di cross strettissimi, un servizio così così, mai a rete salvo che per stringere la mano a fine partita. Pur sempre due top 10 di grande regolarità e continuità. Ma il capolavoro era arrivato nei quarti, quando la vittima era stata la più illustre, dominata con smorzate mascherate da finti attacchi in chop, attacchi in controtempo, serve&volley improvvisi. Bjorn Borg, il più forte tennista di sempre sulla terra rossa, prima dell’avvento di Nadal, era sembrato perfino impotente. I parigini si erano entusiasmato per il tennis brillante, fantasioso, vario, di Panatta non meno dei romani al Foro Italico.

Panatta avrebbe raggiunto prima a Roma e poi a Parigi il suo best ranking. Quando già qualcuno dubitava che ce l’avrebbe mai fatta a salire così in alto, per via di quella sua incapacità a mantenere i pronostici favorevoli. Io a Firenze, un torneo che ha anche vinto, l’ho visto mio malgrado perdere da carneadi quali il boliviano Benavides, gli americani Winitski e Fagel, l’australiano Dibley.

Beh, Giovan Battista Vico sarà certo d’accordo con me, laddove si trova. La storia di Fabio Fognini ricorda moltissimo quella di Adriano Panatta. Al quale, in termini di talento e potenziale, l’ho spesso confrontato, scrivendo a più riprese che negli ultimi 40 anni il tennis italiano non ha avuto un tennista più forte e talentuoso di lui.

Da quasi dieci lui senza vincere alcun grande torneo è costantemente fra i primi 20 del mondo e per anni tutti si aspettavano che sarebbe riuscito a entrare tra i primi dieci. E perché non ci sia riuscito il primo a dirlo è sempre stato lui: un problema di testa, non certo di gioco. Il suo tennis è stato sempre più piacevole a vedersi, nelle giornate di vena, di tanti top 10. Non c’è bisogno di far nomi.

Ora, come al Foro Italico 43 anni fa, ecco che a Montecarlo accade quel che era stato annunciato mille volte senza che mai accadesse. Cronaca di un evento annunciato. È sull’orlo del baratro contro Rublev (non vale i Safin e i kafelnikov, ma è stato capace di raggiungere i quarti allUs Open da teenager): pazzerello come Kim Warwick. Ma meno coraggioso, o incosciente, di Fognini che mette a segno un ace con la seconda palla su una delle cinque palle break che Rublev non trasforma per andare a servire sul 64 5-1.

Dopo quel miracoloso e fortunato salvataggio Fognini è ancora più fortunato perché gli si ritira senza scendere in campo il francese Simon che lo aveva battuto cinque volte su cinque. Poi però dà una lezione di tennis al n.3 del mondo che in due precedenti confronti gli aveva lasciato sei game per match. Spettacolo puro. Grande show che prosegue con Coric dopo un primo set giocato dal cugino di Fognini. Ma gli altri due li gioca come sa solo lui. Ed ecco Borg in semifinale, pardon Nadal. Rafa come Bjorn sa che con Fognini in vena si può perdere. Gli è già successo tre volte. Una addirittura nonostante due set di vantaggio e non in un torneo qualsiasi: all’US Open.

Fognini vs Nadal inizio match – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

È nervoso Rafa, appena le cose non si mettono troppo bene per lui, perché sa di non essere al top, non ha giocato particolarmente bene al ritorno dall’infortunio di Indian Wells. Mentre Fognini è in una di quelle giornate in cui gli riesce tutto, anche i bambini con i baffi. Passano i punti, i game, e Fognini è l’unico che dà davvero spettacolo, tennis magnifico. Mentre Nadal affonda sempre di più nella sua giornata no. Quel Fognini oggi è imbattibile, il più forte, inarrestabile. Addirittura Nadal evita per un soffio l’umiliazione estrema, un 6-0 che il più forte tennista del mondo sulla terra battuta dai tempi di Borg non poteva mettere in preventivo neppure se si è ormai convinto, suo malgrado, di aver giocato male, malissimo.

Ma quanto è il merito di Fognini? Di sicuro grande, grandissimo. Fantastico. Come Panatta contro Borg.

E come Panatta Fognini non si distrae, questa volte – a differenza di tutte le altre tre volte post Nadal quando aveva immancabilmente perso – e batte anche Lajovic, senza farsi travolgere dalla pressione di non dover mancare l’opportunità che pare unica. Anche per Panatta battere prima Dibbs e poi Solomon nella prima grande, grandissima finale, era stata la stessa cosa, la stessa angoscia della vigilia.

Vinse, anzi trionfò. Conquistò il plauso del mondo, l’ammirazione sconfinata di tutti, per il modo in cui vinceva, per il modo in cui giocava. Conquistò il best ranking. E da quell’exploit tutto il tennis italiano ne trasse giovamento. Fu solo il primo, i primi due. A Fabio ora manca solo il secondo, ma quasi nessuno dubita più che arriverà; lui saprà’, a 32 anni rotto finalmente il ghiaccio, reggere la pressione di giocare da favorito e campione quale certamente è anche uno dei prossimi tornei. L’Italia del tennis – non mi parrebbe però giusto non ricordare, perfino in questo momento, che i suoi comportamenti non sono stati troppo spesso all’altezza del suo tennis – gli deve dire dire grazie e dirsi fortunata di aver avuto in questi dieci anni un tennista, un campione, come lui. Il migliore, come mille volte scritto, dai tempi di Panatta nell’arco di 40 anni. Adriano re di Roma, Fabio principe a Montecarlo. 

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Fed Cup

Fed Cup: super Barty e Stosur, Australia in finale

A Brisbane Barty travolge Sabalenka ma Azarenka pareggia i conti battendo la Stosur. Decide il doppio, padrone di casa in finale dopo 26 anni

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Team Australia - Fed Cup 2019 (via Twitter, @FedCup)

FED CUP, Semifinale
AUSTRALIA-BIELORUSSIA 3-2

Una superba Ashleigh Barty riesce, nella stagione migliore della sua carriera sin qui (recentemente è entrata nella Top10, attualmente nr. 9 WTA), nell’impresa di riportare l’Australia in una finale di Fed Cup dopo ben 26 anni, la 18esima in totale. Risaliva infatti al 1993 l’ultimo atto conclusivo giocato dalle “aussie”, quando furono sconfitte in finale dalla Spagna di Arantxa Sanchez e Conchita Martinez.

 

Nella sfida con la temibile Bielorussia di Vika Azarenka e Aryna Sabalenka, la Barty ha recitato alla perfezione il suo ruolo di nr.1 locale. Prima battendo in due set una buona Azarenka, poi travolgendo Aryna Sabalenka nella seconda giornata ed infine giocando da par suo un doppio tutt’altro che facile in coppia con Sam Stosur, vinto al terzo set contro le due singolariste bielorusse. L’Australia giocherà in casa la finale non essendoci precedenti recenti nè con Francia nè con Romania ed avendo in sede di sorteggio stabilito l’ITF che la priorità nella scelta del campo fosse nella parte bassa del tabellone principale.

Vanno fatti comunque i complimenti anche alla Bielorussia, che con l’aggiunta della Sasnovich e con Lapko e Morozava sempre utili come doppiste rappresenta una signora squadra e sicuramente non mancherà di farsi valere nei prossimi anni di Fed Cup.

A. Barty b. A. Sabalenka 6-2 6-2

Vince senza problemi Ashleigh Barty che batte in due set Arnya Sabalenka e mette l’Australia nella possibilità di giocarsi il primo match point di queste semifinali, ora sulla racchetta di Samantha Stosur.

Ci si aspettava battaglia in questa partita tra la numero 9 e 10 del mondo, che non c’è stata. Andamento molto simile di entrambi i set, talmente simile che i break per Barty sono stati sempre nel quinto e settimo game. Il gioco è sempre stato in mano all’australiana, che ha concesso poco o nulla con il servizio ed è stata sempre aggressiva sulla seconda palla dell’avversaria. La combattività di Aryna Sabalenka si è vista solo nei primi game dei due set, dove ha difeso fortemente il proprio servizio. Una palla break conquistata nel primo set, e quattro nel secondo che però non le sono servite per rientrare in partita. Ottima Barty che tra ieri e oggi ha concesso davvero poco alle avversarie.

Ashleigh Barty – Fed Cup 2019 (via Twitter, @FedCup)

V. Azarenka b. S. Stosur 6-1 6-1

Sforzi inutili quelli della Barty perché nell’altro match Samantha Stosur viene travolta da Victoria Azarenka in due set.

Gioca male l’australiana, sbaglia l’impossibile e concede campo e gioco all’avversaria. Primo set e in un baleno si arriva 4 a 1, e solo nel secondo game qualche errore gratuito della Azarenka concede un break del tutto ininfluente a Stosur. Poca soddisfazione per il resto con Vika che conduce senza timori il gioco. Un po’ meglio ad inizio secondo set, Stosur che si batte, tiene il servizio ma capitola nuovamente nel quarto game, break e partita praticamente finita. Energie al lumicino per la padrona di casa e sconforto alle stelle. La Bielorussia intanto cambia pedine e scende in campo con le giocatrici migliori per cercare di completare il ribaltone. Ma non ci riuscirà.

A. Barty/S. Stosur b. V. Azarenka/A. Sabalenka 7-5 3-6 6-2

A poco è servito il repentino cambio della Bielorussia che ha schierato in doppio l’artiglieria pesante, mettendo Azarenka insieme a Sabalenka. Bene Stosur che si riprende da un week end fino a lì negativo e tiene il passo della compagna. Break immediato nel primo set per le australiane, che però nel sesto game restituiscono il favore; altro scambio di break, poi nell’undicesimo game Azarenka serve male e permette alla coppia rivale di vincere il set.

Nel secondo set tutto si decide tra l’ottavo e nono game. Le australiane vanno 15-40, guadagnano 3 palle break utili a servire per il match. La Bielorussia però tiene e sventa la minaccia. Nel game successivo è invece Stosur ad andare in confusione con il servizio e prestare il fianco: break decisivo e partita in parità. Nel terzo set si conta una sola palla break, nel quarto game, che capita sulla racchetta di Barty che conferma lo stato di forma psicofisico invidiabile e non si fa pregare. Giusto che a firmare l’allungo decisivo sia la miglior giocatrice in campo. L’equilibrio adesso è la regola, ma le bielorusse non sapranno più impensierire le australiane in risposta. Si arriva quindi all’ottavo game, e al terzo match point è apoteosi australiana.

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Vincere o non vincere non è la stessa cosa

“Lui non ha niente da perdere, io non ho niente da perdere: si comincia 50-50” dice Fognini. Ma non è vero: questa finale è una ghiotta occasione per entrambi

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Fabio Fognini - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Diciannove finali non sono uno scherzo, da qualsiasi lato si consideri la questione. Diciannove settimane durante le quali Fognini non ha perso una partita; perché è così che si arriva in finale, non c’è un altro modo. Ed è così che Fabio ci è arrivato anche questa settimana, nonostante la passeggiatina sul cornicione nel primo turno contro Rublev che certamente diventerà il simbolo del suo successo, qualora dovesse battere anche Lajovic (si comincia alle 14:30). Di quel quattro-a-uno-quasi-cinque-a-uno si continuerà a parlare tanto, ma in realtà Fognini ha fatto seguire tutto un torneo coi fiocchi battendo Zverev, Coric, Nadal ancor più di quanto abbia battuto il se stesso ‘grottesco’ che ogni tanto ha provato a frapporsi tra il se stesso ‘sublime’ e la vittoria.

Il dubbio, in questi casi, è l’estremo al quale strizzare l’occhio. Quando l’impresa sportiva è grande, e per forza di cose un tennista italiano in finale di un Masters 1000 lo è, si tende più facilmente al sensazionalismo. D’altro canto se c’è qualcosa che a Fabio è sempre mancata è ‘l’impresa eccezionale di essere normale‘, come ha mirabilmente riassunto qualcuno. Posto che i media non dovrebbero sperare di poter modificare le faccende di campo, ma semmai limitarsi a raccontarle, insistere sul fatto che Fabio abbia già fatto qualcosa di eccezionale potrebbe fuorviare persino lui. C’è un torneo da vincere, perché tra vincere e non vincere c’è comunque una grandissima differenza anche se arrivi in finale. Ecco: l’impresa eccezionale di Fabio, la classica prova del nove – anche in senso strettamente numerico, perché sarebbe per Fognini il nono titolo in carriera – corrisponde adesso a battere Dusan Lajovic, che il braccio lo ha di qualità ma non quanto quello del ligure.

Già lo scorso anno Lajovic aveva giocato un bellissimo torneo a Madrid, superando le qualificazioni e poi battendo Khachanov, Gasquet e del Potro. Qui al Country Club ha fatto di più. Le premesse per arrivare in fondo, sostanzialmente, se l’è create sbattendo fuori Thiem (che se non era il secondo favorito, alla vigilia, era al massimo il terzo). Poi si è occupato di domare il mai domo Sonego e di raccogliere i cocci di Medvedev, un ragazzo la cui sensibilità dal lato del rovescio è almeno pari alla sensazione che in ogni partita, da un momento all’altro, possa mandare tutto per aria e sempre per aria prendere a calci la polvere di mattone. Lajovic ha fatto tutto questo nel segno di un tennis elegante e morigerato, rovescio bello bello e geometrie intelligenti. Che siano piuttosto gli avversari a strafare, che siano loro a cadere sotto i limiti dell’eccesso di personalità. Lui, Dusan, che forse cuor di leone non lo sarà mai, il coraggio che gli serviva l’ha rubacchiato qui e lì agli avversari. E alla fine eccolo, a giocare la prima finale della carriera addirittura in un Masters 1000. A quasi 29 anni.

Qualcuno non sarà felice perché aveva comprato il biglietto convinto di vedere Rafa in finale, ma eccoci qui. Sarà dura, molto dura, sia per me che per lui. È una finale a sorpresa” ha detto Fognini, che un occhio al suo prossimo avversario lo aveva già dedicato. “Ha giocato benissimo questa settimana, l’ho visto contro Thiem e Goffin. Contro Medvedev era 5-1 sotto nel primo set. Lui non ha niente da perdere, io non ho niente da perdere: si comincia 50-50, anche se il mio ranking è più alto del suo“.

Che nessuno dei due abbia nulla da perdere è opinabile, perché per entrambi si tratta dell’occasione che potrebbe non tornare. Sul resto sì, ha ragione Fabio, è inutile metterla sul piano della classifica. Tante e tante partite sono state perse da chi doveva vincerle, tante anche dallo stesso Fognini. Cresciuto e diventato tennista di vertice con la convinzione, più o meno taciuta, che il suo braccio e i suoi piedi veloci potessero bastare se non sempre, quasi sempre. La verità è che non bastano quasi mai, sicuramente non quando ci si gioca un trofeo (e mezzo milione di euro, occorre sottolinearlo). Bisogna essere più forti della propria convinzione di essere forti e dedicarsi alla dimostrazione pratica sul campo. Guardare con troppo sospetto quell’impercettibile talento di non annoiarsi a fare le cose banali, a volte anche bruttine ma sicuramente quelle giuste, può farti ritrovare in mano un piatto al posto di una coppa.

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