Numeri: impresa di Fabio, la crisi delle ragazze

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Numeri: impresa di Fabio, la crisi delle ragazze

Fognini in una settimana dalla stalle alle stelle. Il Cilic perduto, l’inciampo di Rafa. La Serie C in Fed Cup. Questo e altro nei numeri della settimana

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Fabio Fognini - Montecarlo 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

1 – la sola vittoria ottenuta nelle ultime sette partite giocate da Fabio Fognini, quando una decina di giorni fa è arrivato a Monte Carlo a giocare, da n°97 della Race ATP, per l’undicesima volta il torneo monegasco. Per trovare un momento peggiore nella carriera del ligure bisognava tornare al periodo tra fine 2012 e inizio 2013, quando addirittura Fabio incappò in sette sconfitte consecutive tra la finale di San Pietroburgo e il primo turno di Sydney. Ma quello era un altro Fognini: non aveva ancora vinto un torneo, né era mai stato nei primi 40 e solo una volta aveva battuto un top 10.

Fabio aveva iniziato anche il torneo monegasco nel peggiore dei modi, sotto di un set e con quattro palle del 5-1 a favore di Rublev, 90 ATP: vedendo gli ultimi mesi e quel punteggio così vicino alla sconfitta, neanche un bravissimo indovino avrebbe previsto quel che invece sarebbe successo. Il tennis è infatti uno sport straordinario anche per le metafore che sa regalare a chi lo ama: sull’orlo di quello che sarebbe stato un vero e proprio precipizio tennistico, Fognini non solo non è caduto, riuscendo a rimontare e superare il giovane russo, ma si è rimesso in piedi e poi rigenerato, sino a riuscire a vivere i giorni più belli (sin qui) della sua carriera di quasi 32enne professionista. Una settimana magica, coronata dal raggiungimento della vittoria del Masters 1000, traguardo mai raggiunto da un tennista italiano da quando è nata questa categoria di tornei, con la riforma del calendario iniziata nel 1990.

Un italiano non vinceva nel Principato dal 1958 (quando vi riuscì Nicola Pietrangeli) e non raggiungeva la finale dal 1978, quando vi arrivò Barrazutti. Che Fognini lo abbia fatto, sconfiggendo nell’ordine in cui li ha incontrati, il numero 3 del mondo, Zverev (7-6 6-1); il 13, Coric (1-6 6-3 6-2) e il 2 (e migliore di sempre sulla terra battuta), Nadal (6-4 6-2) nobilita ancor di più la sua impresa. In finale, nonostante la difficoltà psicologica di essere il grande favorito nella partita più importante della carriera, non ha tradito vincendo con carattere e esperienza su Lajovic (6-3 6-4). Una meravigliosa avventura sportiva arricchita da una gustosa ciliegina sulla torta: contro il tennista più forte di tutti i tempi sulla terra (e tra i più grandi in assoluto) Fabio ha vinto quattro volte e si è arreso in altre tre solo al set decisivo. 

 

Che non tutti i suoi avversari fossero in gran condizioni di forma e che il ligure si sia avvalso del ritiro di Simon, tennista capace di sconfiggerlo tutte le cinque volte che lo aveva incontrato, poco importa: lo sport è pieno di grandi risultati raccolti con l’indispensabile aiuto di una dose di fortuna, che da sempre, in qualunque attività, è una qualità, non una colpa. Soprattutto se l’aiutino della sorte lo si è guadagnato con più di dieci anni ad alto livello in un mondo difficilissimo per gli sforzi richiesti e l’elvata competività, come è il tennis maschile. Del resto, già da tempo non è in discussione che Fognini sia il miglior tennista italiano degli ultimi quattro decenni, oltre a essere, più in generale un ottimo tennista.

Fabio da settembre 2012 è ininterrottamente nella top 50 e già è a più di centotrenta settimane complessive nella top 20 – ma quanti altri italiani in sport con analoga concorrenza ci sono stati negli ultimi anni per così tanto tempo?- ha vinto otto tornei e fatto altre dieci finali, sconfitto tredici volte top ten. Il tutto condito da altre due semifinali nei Masters 1000 e un quarto di finale negli Slam. Per l’attuale numero 12 del mondo, proprio un ottimo piazzamento negli Slam e il raggiungimento della top 10 restano gli obiettivi, tutt’altro che impossibili, da raggiungere in questa fase matura della carriera, nella quale davvero non ha da dimostrare tennisticamente più nulla.

6 – gli incontri giocati e tutti vinti da Ashleigh Barty nell’edizione 2019 della Fed Cup. La ventitreenne australiana, vincitrice del Mandatory di Miami e unica top ten in entrambe le classifiche di singolare e doppio è stata l’autentica trascinatrice della sua rappresentativa, sia nel primo turno di febbraio in trasferta contro gli USA (superando Keys e Kenin e, nel match di doppio, Collins e Melichar) sia nello scorso week-end a Brisbane. Contro una squadra bielorussa molto forte, concessasi di lasciare in panchina Sasnovich, la numero 9 del mondo ha sconfitto senza perdere un set sia Azarenka che Sabalenka. Barty non si è fermata a queste due vittorie: da vera e propria leader, ha vinto assieme a Stosur al terzo set contro le due tenniste che aveva già battuto in singolare. Per l’Australia, vincitrice della Fed Cup sette volte, sebbene l’ultimo trionfo risalga al 1974, si è così concretizzato un ritorno in finale atteso ventisei anni.

Gli Aussie a novembre avranno dalla loro il vantaggio del fattore campo e, soprattutto, la consapevolezza di poter contare su una tennista sempre più dominante, capace di dare il meglio di sè con la propria rappresentativa (sinora in Fed Cup ha un bilancio di nove vittorie e una sconfitta in singolare e di 6-1 in doppio). Barty e compagne dovranno vedersela contro la Francia di Mladenovic e Garcia. Quest’ultima, tornata a giocare in Fed Cup dopo tre anni, è stata decisiva vincendo il doppio sul 2-2, nella collaudata coppia con Mladenovic (vinsero il Roland Garros 2016  e furono numero 2 del ranking di specialità) contro la Romania di Halep, arresasi in coppia con Niculescu, dopo aver vinto inutilmente i suoi due singolari.

16 – le partite vinte a livello ATP nel 2019 da Guido Pella. Una cifra importante di partite vinte per l’attuale 28 ATP (best career ranking): sino al 2017 rappresentavano per lui il numero massimo di partite vinte in un intero anno nel circuito maggiore, nonostante avesse già raggiunto due finali (a Rio nel 2016 e a Monaco di Baviera nel 2017). Il campione del Bonfiglio 2008 (sconfiggendo in finale Goffin) e semifinalista del Roland Garros Juniores nello stesso anno, ha avuto grandi difficoltà nel passaggio al professionismo, riuscendo solo a quasi ventitre anni a vincere la prima partita a livello ATP (San Paolo 2013, vittorioso su Fognini). Lo scorso anno è stato per lui quello della svolta in carriera: non solo è arrivata la finale persa a Umago contro Cecchinato, ma anche l’accesso, mai avvenuto in precedenza, a due terzi turni negli Slam (a Wimbledon e agli US Open), senza dimenticare la seconda semifinale sul cemento (a Doha).

Risultati che mostrano l’evoluzione del mancino argentino, capaci di consentirgli di chiudere il 2018 per la prima volta nella top 60. Pella si esprime comunque al meglio delle sue possibilità sul rosso, come ha mostrato l’ottima prima parte di questo 2019 (è 13°nella Race): dopo aver perso la quarta finale della carriera a Cordoba e aver fatto semi a Buenos Aires, a San Paolo ha vinto il primo titolo della carriera. Un risultato che è stato trampolino di lancio anche a Monte Carlo: nei Masters 100o non era mai nemmeno arrivato agli ottavi e invece nel Principato è arrivato ai quarti, sconfitto da Nadal. In precedenza aveva sconfitto, dopo tre battaglie di più di due ore ciascuna, Djere (6-7 6-2 6-4) e due top 20 come Cilic (6-3 5-7 6-1) e Cecchinato (6-4 4-6 6-4). Nei tornei sul rosso, meglio non incontrarlo.

21 – le partite vinte da Marin Cilic nei sedici tornei giocati da Wimbledon 2018 in poi. Una crisi netta quanto improvvisa di risultati: agli ultimi Championships il croato era arrivato con le credenziali di possibile vincitore, dopo la seconda vittoria del torneo del Queens, in finale su Djokovic (che sino a gennaio sarebbe divenuto quasi imbattibile) e quella persa sul mitico Centrale di Church Road contro Federer nel 2017. Proprio a Wimbledon, Cilic sorprendeva il mondo del tennis perdendo malamente da due set di vantaggio al secondo turno contro Pella, tennista di certo non avvezzo al tennis su erba. Una discreta campagna estiva sul cemento nordamericano (quarti a New York e Toronto, semifinale a Cincinnati) aveva fatto pensare che quello di Londra fosse un incidente di percorso, ma, nei cinque tornei di fine stagione, solo a Bercy vinceva due partite di seguito.

Il 2019, se possibile, è andato ancora peggio: a Melbourne non ha difeso la finale del 2018 fermandosi agli ottavi e perdendo, di lì in poi, al primo turno in tre dei quattro tornei successivi (l’ultimo dei quali a Monte Carlo, fermato da Pella in tre set). Si sta chiudendo il quarto mese del 2019 e Cilic addirittura non è nemmeno nella attuale top 80 della ATP Race: una partenza costatagli l’uscita, dopo due anni e mezzo, dai primi dieci del mondo. Vedremo come reagirà a questa inerzia negativa colui che giusto un anno fa era 3 del mondo, anche perchè, nelle prossime settimane, Cilic ha più di 700 punti da difendere tra le semi di Roma e i quarti al Roland Garros.

37 – le sconfitte di Rafael Nadal sulla terra battuta a livello di circuito maggiore, distribuite in ben diciotto stagioni. Il campionissimo maiorchino, ha terminato il torneo di Monte Carlo con alle spalle appena diciassette partite giocate nel 2019: mai, da quando quindici anni fa è diventato il re della terra battuta, era arrivato a Barcellona avendo giocato un numero minore di partite. L’unica eccezione è rappresentata dall’anno scorso, quando però Nadal era quantomeno reduce da un autunno 2017 molto intenso, estremamente differente da quello 2018, nel quale, a causa dell’infortunio rimediato agli US Open, non aveva mai giocato.

A poco più di un mese dal compimento dei trentatre anni, il maiorchino ha iniziato la parte della stagione per lui più importante da un lato più riposato, ma dall’altro poco abituato all’impegno agonistico (ha iniziato Monte Carlo avendo giocato, appena quattordici partite negli ultimi otto mesi). Il primo riscontro sul suo stato di forma sulla terra battuta non è stato per nulla positivo: dopo aver iniziato molto bene contro Bautista Agut (duplice 6-1) e Dimitrov (6-4 6-1), aveva mostrato qualche problema contro Pella (7-6 6-3), prima di subire contro Fognini la sconfitta più pesante in termini di punteggio dal 2005 in poi (ad eccezione della finale di Madrid 2015, nella quale Murray gli lasciò cinque giochi).

Contro il numero 1 azzurro – alla terza vittoria contro il maiorchino sulla terra battuta, come riuscito in questi quasi vent’anni solo a Gaudio e Thiem, e dietro esclusivamente alle sette di Djokovic– Nadal ha interrotto una serie aperta di dodici partite senza perdere un set, rinunciando al tentativo di vincere il dodicesimo titolo in uno dei suoi tornei preferiti. Dove però Rafa sogna di centrare il “12” è a Parigi: tra quaranta giorni possono ancora cambiare tante cose e il campione maiorchino, soprattutto sulla distanza dei cinque set, resta il grande favorito alla vittoria del Roland Garros 2019.

144 – la posizione occupata nella ATP Race della scorsa settimana da Dusan Lajovic. Colpa di un 2019 iniziato in maniera molto negativa, nel quale aveva vinto appena cinque partite, rimediando altrettante eliminazioni al primo turno negli otto tornei a cui aveva partecipato. Prima di Monte Carlo, si era intravista per Dusan però la luce fuori dal tunnel: a Miami il 28enne serbo era arrivato al terzo turno sconfiggendo Nishikori, terzo top 10 superato complessivamente in carriera, dopo i successi datati 2018 contro Del Potro e Dimitrov.

Jose Perlas, ex coach di Fognini e di campioni (tra gli altri) come Moya e Albert Costa, era stato bravo a fine 2016 nel credere in un progetto di vertice con lui che, a 26 anni e mezzo, aveva raggiunto appena tre semifinali a livello ATP, non era mai stato nei primi sessanta del mondo, nè aveva mai vinto contro un top 10. Il serbo dall’elegante rovescio a una mano, arrivato tardi nel grande tennis (solo a ventun anni aveva ottenuto la prima vittoria a livello ATP e appena a ventiquattro aveva chiuso l’ anno tra i primi 100), era famoso al grande pubblico soprattutto per aver giocato e perso contro Stepanek sul 2-2 la finale di Coppa Davis 2013. Il 2017, iniziato da 95 ATP, primo anno della collaborazione con Perlas, non era stato eccellente, sebbene Dusan lo avesse chiuso in crescendo, tra i primi 75 del mondo. La scorsa stagione era invece stata la migliore della carriera Lajovic: l’esplosione era arrivata al Masters 1000 di Madrid, con il raggiungimento dei quarti di finale dopo essersi qualificato e aver sconfitto Khachanov, Gasquet e Del Potro.

Un piazzamento poi confermato in altre tre circostanze in tornei della categoria ATP 250 e suggellato dalla prima semifinale della carriera nel circuito maggiore, a Lione. A Monte Carlo Lajovic ha finalmente raccolto il duro lavoro compiuto negli ultimi anni. Vincendo cinque partite senza perdere un set è arrivato alla prima finale della carriera e raggiunto l’ingresso tra i primi venticinque del ranking , nonostante un percorso che gli aveva riservato almeno un paio di ostacoli di primissimo livello. Nell’ordine Lajovic ha infatti avuto la meglio su Jaziri(duplice 6-4), Goffin(6-3 6-4), Thiem(doppio 6-3), Sonego (6-4 7-5)e Medvedev(7-5 6-1). Meglio esplodere tardi che mai.

252,6 – la media della classifica delle cinque tenniste italiane (Camila Giorgi, Martina Trevisan, Jasmine Paolini, Sara Errani e Elisabetta Cocciaretto) convocate dal capitano Garbin per lo spareggio di Mosca contro la Russia per non retrocedere al Group I (la Serie C) di Fed Cup. Era difficile sperare concretamente nel passaggio del turno contro una nazionale russa che aveva, oltre al fattore campo, una squadra di ben altra qualità (Kasatkina, 22 WTA, era la migliore delle dieci giocatrici presenti) e “profondità” (Pavlyuchenkova, 34 WTA; la diciottenne Potapova, 74 WTA e Gasparyan, 72 WTA ). Il 4-0 finale con cui si è conclusa la sfida non sorprende, nè qualcuno è responsabile di questo risultato.

Ma se la Fed Cup, così come la Davis, non è lo specchio del movimento tennistico nazionale, sono appunto la classifica e i grandi tornei a certificare inesorabilmente una profonda crisi del settore femminile italiano. Non rispetto al recente passato di Schiavone, Pennetta, Vinci e Errani e delle loro relative vittorie, finali Slam e permanenze nella top 10. E nemmeno in confronto a un settore maschile capace di avere in queste settimane più di ogni altra nazione -ben 20- tennisti nella top 200 del ranking e, dopo un 2019 iniziato in maniera negativa, piazzare anche un grandissimo acuto come quello di Fognini a Monte Carlo.

Quando siamo quasi al giro di boa dell’anno tennistico (le donne chiudono la stagione a fine ottobre) addirittura nemmeno un’azzurra è nella top 100 della Race e, per quanto siano ammirevoli gli sforzi per emergere nel grande tennis della nostra numero 2 Martina Trevisan (classe 93) e quelli di tornarvici dopo le varie vicissitudini di Sara Errani, il momento attuale è davvero pessimo. Il dato più illuminante sul presente e futuro del nostro settore femminile è dato dalle classifica della nostra miglior under 23 Federica Pieri, 304 WTA, e della prima under 20, Federica Bilardo, 606 WTA.

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ATP

La terza volta è quella buona: a Cincinnati il campione è Medvedev

CINCINNATI – Dopo le sconfitte di Washington e Montreal, il russo trionfa e solleva il primo trofeo di categoria Masters 1000. Sará numero 5 in classifica

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Daniil Medvedev, trofeo - Cincinnati 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

Dal nostro inviato a Cincinnati

[9] D. Medvedev b. [16] D. Goffin 7-6(3) 6-4

Three time’s a charm” dicono da queste parti, la terza volta è quella buona. Dopo le finali perse a Washington e Montreal, Daniil Medvedev suggella questa sua straordinaria estate con la più prestigiosa vittoria della sua carriera, diventando il più giovane campione del Western&Southern Open dal 2008 quando a trionfare fu Andy Murray. La finale di questo splendido torneo, che nella settimana ha ospitato 198.044 spettatori (numero inferiore solamente ai 199.217 del 2015), ha avuto un primo set di ottima fattura, nonostante il gran caldo che ha parzialmente svuotato le tribune (la sessione era un tutto esaurito), e un secondo set più a senso unico, con un finale da brivido, dato che Medvedev stava accusando fisicamente la fatica e se non avesse chiuso sul 5-4 del secondo set avrebbe potuto trovarsi in grossi guai.

 

Devono passare alcuni minuti prima che i giocatori, pronti alla bocca degli spogliatoi, possano entrare in campo a causa di una rete difettosa (o meglio, a causa di due reti difettosi, visto che è stato necessario ricorrere alla terza rete). Poi, una volta iniziato il match, deve passare un quarto d’ora buono prima che Goffin riesca a vincere un punto sul servizio di Medvedev. Il russo dovrebbe essere stanco per tutte le partite giocate nelle ultime tre settimane, ma negli scambi da fondo è lui ad avere il comando delle operazioni. E quando serve sembra continuare la serie iniziata la sera precedente contro Djokovic, nella quale le seconde di servizio erano molto simili alle prime. Goffin non è però tipo da lasciarsi demoralizzare: avanzando verso la linea di fondo in fase di risposta, il belga costringe all’errore un Medvedev curiosamente nervoso, che mentre vede l’avversario rimontarlo fino al 4-4 (annullando un paio di palle break nel frattempo) comincia a rivolgere sarcasticamente il pollice in alto verso il suo angolo ogni volta che sbaglia un diritto. Goffin danza per il campo anticipando ogni colpo mentre Daniil sembra sempre più frustrato e se la prende con il suo allenatore. Sul 5-6 15-30 il belga esce da una situazione complicata con uno splendido lungolinea di rovescio che finisce uno scambio prolungato. I primi quattro punti del tie-break vanno contro il servizio, poi Medvedev mette una gran prima e subito dopo riceve un mezzo regalo da Goffin, che non chiude una brutta controcorta di Daniil. Si cambia campo sul 4-2 e Medvedev infila immediatamente una risposta vincente sul serve and volley di Goffin. Il primo set point è annullato da un passante cross di diritto, ma sul secondo il doppio fallo n.4 di David pone fine al primo parziale dopo 56 minuti di gioco.

La perdita del primo set non fa bene al belga, che esordisce nel secondo con un parziale di 1-9 lasciando ancora una volta scappare Medvedev, come aveva fatto ad inizio match. Il problema per lui, però, è che il suo avversario sembra ritornato intoccabile sul servizio: i primi quattro turni di battuta di Medvedev sono tutti vinti a zero. Ma quando è ora di chiudere il match, il fantasma delle due finali perse nelle ultime due settimane si fa pesante: va sotto 0-30, poi 15-40 con un drop shot giocato malissimo, dopo il quale scaraventa a terra la racchetta. Poi però il super-servizio torna a soccorrerlo: quattro mazzate consecutive iscrivono Daniil Medvedev nell’albo dei vincitori di un Masters 1000. “Sul 5-3 ho iniziato ad avere crampi, piuttosto dolorosi – ha detto Medvedev subito dopo il match – Sicuramente era un misto di nervi e dei 24 giorni consecutivi nei quali ho giocato a tennis nell’ultimo mese. Sapevo che sul 5-5 sarei stato spacciato, per cui ho messo quattro servizi che non è riuscito a rispondere”.

Si tratta del terzo nuovo vincitore di Masters 1000 della stagione, dopo Thiem a Indian Wells e Fognini a Montecarlo, che con questa vittoria sale al n.5 della classifica mondiale. Medvedev se ne va da Cincinnati con oltre un milione di dollari in tasca (meno il 35% di tasse, ovviamente) e soprattutto con la consapevolezza di avere un arma letale su cui contare nei momenti importanti (un servizio che non sapevamo potesse essere così micidiale) e la fiducia giusta per affrontare con grandi ambizioni l’ultimo Slam della stagione.

TABELLONE MASCHILE COMPLETO (con tutti i risultati)

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evidenza

Cincinnati: trionfo made in USA per Madison Keys

Affermazione di grande prestigio per Keys che supera Svetlana Kuznetsova in due set

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Da Cincinnati, il nostro inviato

[16] M. Keys b. [WC] S. Kuznetsova 7-5 7-6(5)

Madison Keys ha trovato la quadratura del suo tennis e della sua forma fisica proprio nel momento più importante della stagione. Lei che è il prototipo del tennis a stelle e strisce e che aveva proceduto a strappi durante tutta la stagione, sembra aver raggiunto il picco della condizione alla vigilia dell’appuntamento più importante per il tennis “made in USA”, quello con l’US Open. Supportata da un poderoso servizio (13 ace in finale, 14 contro Kenin in semifinale, entrambi match di due set), Madison ha innestato nel suo tennis una condizione atletica che spesso l’ha abbandonata nel corso della sua carriera, in modo da poter piazzarsi ottimamente e tirare i suoi traccianti potentissimi.

 

Inizio di match in salita per Keys, che commette sei errori gratuiti nei primi due giochi e lascia scappare l’avversaria sul 2-0. Il livello di gioco in avvio non è straordinario, e non può essere altrimenti: la temperatura è abbondantemente sopra i 30 gradi e l’umidita fa sì che l’aria sembri pesantissima e si fatica anche solo a respirare. In cima alle tribune del centrale c’è qualche refolo di vento, ma a livello del campo sembra di giocare in un acquario. Keys non riesce a giocare il suo tennis aggressivo, Kuznetsova gioca in difesa palle alte e liftate neutralizzando la maggiore potenza della statunitense, che ha due palle per il 3-3 ma le sciupa malamente. Dopo essersi salvata da due palle del doppio break (2-5), Keys riceve la visita del suo coach Todero che le dice di lasciar perdere la coscia che le fa male e di giocare più avanti: “Non ti può battere stando là in fondo”. Iniziando dalle risposte, Madison comincia a macinare il suo tennis e la sua potenza piano piano prende il sopravvento. Dal 3-5 infila quattro giochi consecutivi, portando a casa il primo set per 7-5 in 51 minuti.

Mentre il vento comincia a soffiare anche al livello del campo, Keys smarrisce il lancio di palla su alcune battute e finisce per perdere anche il servizio, mandando Kuznetsova avanti 2-1. Mentre Svetlana continua imperterrita con il suo tennis ad alta probabilità, alcuni degli errori che avevano costellato i primi game del match per Keys cominciano a riaffiorare. È più che evidente che è Keys ad avere la partita sulla racchetta: “Lasci scendere troppo la palla” le dice Todero durante un altro cambio di campo, e come per incanto ricominciano i vincenti. Come nel primo set Kuznetsova sente la tensione quando serve per il set, sul 5-4, e subisce il controbreak. Nel successivo tie-break le due giocatrici rimangono sempre a contatto: Keys arriva al match point sul 6-4, Kuznetsova annulla il primo con un vincente, ma sul secondo il suo diritto vola via oltre la linea di fondo, consegnando a Madison il suo primo successo a Cincinnati, il secondo torneo della stagione e il ritorno nella Top 10.

“Se mi aveste detto, all’inizio della settimana, che sarei stata qui a sollevare il trofeo non ci avrei mai creduto” ha detto durante la cerimonia di premiazione Madison Keys, che ora entra prepotentemente nella lista di favorite per la vittoria finale allo US Open. Per quanto riguarda Svetlana Kuznetsova, la sua cavalcata dalla wild-card alla finale sembra essere il lieto fine più adatto all’assurda vicenda che l’ha vista non difendere il suo titolo al Citi Open di Washington il mese scorso perché non le era stato concesso il visto in tempo. Questo risultato le permette di scalare ben 91 posizioni nella classifica WTA arrampicandosi fino al n.62, risolvendole in questo modo parecchi problemi di programmazione per la stagione autunnale post-US Open.

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ATP

Cincinnati: Medvedev fa fuori Djokovic e va in finale

Indietro di un set, Daniil Medvedev rovescia il match e sconfigge Novak Djokovic. Terza finale consecutiva per lui

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Dal nostro inviato a Cincinnati

[9] D. Medvedev b. [1] N. Djokovic 3-6 6-3 6-3

Sembra davvero non voler finire il momento magico di Daniil Medvedev, che dopo aver perso una manciata di game nelle ultime due partite, nella semifinale del Western&Southern Open di Cincinnati è riuscito a ottenere lo scalpo più pregiato, quello del n.1 del mondo Novak Djokovic. La partita non si era messa per nulla bene, il serbo sembrava poter portare a casa la vittoria con la solita prestazione di crudele efficacia, ma quando nel secondo set Medvedev ha cambiato tattica, iniziando a picchiare entrambe le palle di servizio, il match è girato completamente. “Novak mi stava distruggendo sulla seconda, e allora ho iniziato a servire la seconda come la prima. È una cosa che faccio ogni tanto quando la mia seconda non funziona – ha spiegato Medvedev a Brad Gilbert che lo ha intervistato a bordo campo per la ESPN – poi ho iniziato a giocare in maniera incredibile, il pubblico mi ha davvero aiutato, perché dopo il primo set mi sentivo stanchissimo, e sono riuscito a vincere”.

 

Il solito primo set clinico di Djokovic apre la semifinale con un 6-3 tanto noioso e scontato quanto glacialmente efficace. In una giornata che di glaciale non ha proprio nulla, visto il gran caldo che imperversa su Cincinnati nonostante il breve acquazzone pomeridiano, Novak Djokovic mette in scena la sua consueta solidità da fondo condita ad arte da efficacissime sortite in avanti che sembrano sottrarre a Medvedev anche quella poca aria che l’afa dell’Ohio concede. Un solo break nel parziale, al sesto gioco, subito il quale Medvedev sembra aver l’aspetto di uno che vuole “darla su”, come direbbero dalle parti di Milano. La pressione del n.1 del mondo lo costringe lontano dalla riga di fondo, dove peraltro si sistema volontariamente per rispondere alla battuta, e da lì per lui è complicato tentare gli affondi di rovescio lungolinea che così tanto gli hanno reso nell’ultimo mese.

Sul 2-2 un provvidenziale ace salva Medvedev da un break che avrebbe potuto essere decisivo. I due si chiamano ripetutamente a rete con belle smorzate mentre il calar della sera fa spuntare qualche refolo di vento refrigerante e gli insetti della campagna dell’Ohio fanno sentire le prime avvisaglie delle loro scorribande notturne. Al cambio di campo Medvedev chiede l’intervento del medico per una spalla dolorante e deve salvarsi da 0-30 subito dopo. Lo scampato pericolo lo convince a lasciare andare i colpi un po’ di più e contestualmente riesce ad avvicinarsi alla riga di fondo di un paio di metri, e la frittella si rigira: un paio di errori di Djokovic, una palla break che spunta dal nulla e Medvedev che sulla seconda lascia partire una botta di rovescio che prende la riga. Tre ace nel game successivo e dopo un’ora e dieci il match va al terzo set.

Prima del terzo set, Medvedev chiede un nuovo massaggio alla spalla destra, poi entra in campo e spara prime e seconde come se fosse Raonic. Djokovic sembra infastidito da questa vicenda che ha perso un set e commette qualche errore in più, tanto che al terzo game si trova sotto 15-40 e mette un rovescio qualunque in rete come raramente lo si vede fare. Daniil continua a martellare tutti i servizi che deve giocare, arriva qualche doppio fallo, ma la tattica sembra pagare: si giunge sul 4-2 dopo che il giudice di sedia Layani in un’occasione ha dovuto fare addirittura due “overrule” sullo stesso punto (chissà come è stato contento!). Djokovic sembra incredulo, ma non riesce a procurarsi nessuna chance sul servizio di Medvedev, e sul 3-5 sembra quasi che si consegni all’avversario, con due discese a rete davvero avventate sulle quali il suo avversario lo immola per volare alla sua seconda semifinale Masters 1000 consecutiva.

Si tratta della seconda vittoria consecutiva per Medvedev contro Djokovic, che ora si trova la ghiottissima possibilità di conquistare il suo primo titolo Masters 1000 contro un giocatore che non è uno dei Big 3, per arrivare contestualmente al n.5 della classifica ed avere la quinta testa di serie al prossimo US Open. I precedenti tra Medvedev e Goffin sono in parità: lo scorso gennaio al terzo turno dell’Australian Open Medvedev vinse in tre set, mentre poco più di un mese fa a Wimbledon, sempre al terzo turno, fu Goffin a spuntarla per 7-5 al quinto set.

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