Numeri: impresa di Fabio, la crisi delle ragazze

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Numeri: impresa di Fabio, la crisi delle ragazze

Fognini in una settimana dalla stalle alle stelle. Il Cilic perduto, l’inciampo di Rafa. La Serie C in Fed Cup. Questo e altro nei numeri della settimana

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Fabio Fognini - Montecarlo 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

1 – la sola vittoria ottenuta nelle ultime sette partite giocate da Fabio Fognini, quando una decina di giorni fa è arrivato a Monte Carlo a giocare, da n°97 della Race ATP, per l’undicesima volta il torneo monegasco. Per trovare un momento peggiore nella carriera del ligure bisognava tornare al periodo tra fine 2012 e inizio 2013, quando addirittura Fabio incappò in sette sconfitte consecutive tra la finale di San Pietroburgo e il primo turno di Sydney. Ma quello era un altro Fognini: non aveva ancora vinto un torneo, né era mai stato nei primi 40 e solo una volta aveva battuto un top 10.

Fabio aveva iniziato anche il torneo monegasco nel peggiore dei modi, sotto di un set e con quattro palle del 5-1 a favore di Rublev, 90 ATP: vedendo gli ultimi mesi e quel punteggio così vicino alla sconfitta, neanche un bravissimo indovino avrebbe previsto quel che invece sarebbe successo. Il tennis è infatti uno sport straordinario anche per le metafore che sa regalare a chi lo ama: sull’orlo di quello che sarebbe stato un vero e proprio precipizio tennistico, Fognini non solo non è caduto, riuscendo a rimontare e superare il giovane russo, ma si è rimesso in piedi e poi rigenerato, sino a riuscire a vivere i giorni più belli (sin qui) della sua carriera di quasi 32enne professionista. Una settimana magica, coronata dal raggiungimento della vittoria del Masters 1000, traguardo mai raggiunto da un tennista italiano da quando è nata questa categoria di tornei, con la riforma del calendario iniziata nel 1990.

 

Un italiano non vinceva nel Principato dal 1958 (quando vi riuscì Nicola Pietrangeli) e non raggiungeva la finale dal 1978, quando vi arrivò Barrazutti. Che Fognini lo abbia fatto, sconfiggendo nell’ordine in cui li ha incontrati, il numero 3 del mondo, Zverev (7-6 6-1); il 13, Coric (1-6 6-3 6-2) e il 2 (e migliore di sempre sulla terra battuta), Nadal (6-4 6-2) nobilita ancor di più la sua impresa. In finale, nonostante la difficoltà psicologica di essere il grande favorito nella partita più importante della carriera, non ha tradito vincendo con carattere e esperienza su Lajovic (6-3 6-4). Una meravigliosa avventura sportiva arricchita da una gustosa ciliegina sulla torta: contro il tennista più forte di tutti i tempi sulla terra (e tra i più grandi in assoluto) Fabio ha vinto quattro volte e si è arreso in altre tre solo al set decisivo. 

Che non tutti i suoi avversari fossero in gran condizioni di forma e che il ligure si sia avvalso del ritiro di Simon, tennista capace di sconfiggerlo tutte le cinque volte che lo aveva incontrato, poco importa: lo sport è pieno di grandi risultati raccolti con l’indispensabile aiuto di una dose di fortuna, che da sempre, in qualunque attività, è una qualità, non una colpa. Soprattutto se l’aiutino della sorte lo si è guadagnato con più di dieci anni ad alto livello in un mondo difficilissimo per gli sforzi richiesti e l’elvata competività, come è il tennis maschile. Del resto, già da tempo non è in discussione che Fognini sia il miglior tennista italiano degli ultimi quattro decenni, oltre a essere, più in generale un ottimo tennista.

Fabio da settembre 2012 è ininterrottamente nella top 50 e già è a più di centotrenta settimane complessive nella top 20 – ma quanti altri italiani in sport con analoga concorrenza ci sono stati negli ultimi anni per così tanto tempo?- ha vinto otto tornei e fatto altre dieci finali, sconfitto tredici volte top ten. Il tutto condito da altre due semifinali nei Masters 1000 e un quarto di finale negli Slam. Per l’attuale numero 12 del mondo, proprio un ottimo piazzamento negli Slam e il raggiungimento della top 10 restano gli obiettivi, tutt’altro che impossibili, da raggiungere in questa fase matura della carriera, nella quale davvero non ha da dimostrare tennisticamente più nulla.

6 – gli incontri giocati e tutti vinti da Ashleigh Barty nell’edizione 2019 della Fed Cup. La ventitreenne australiana, vincitrice del Mandatory di Miami e unica top ten in entrambe le classifiche di singolare e doppio è stata l’autentica trascinatrice della sua rappresentativa, sia nel primo turno di febbraio in trasferta contro gli USA (superando Keys e Kenin e, nel match di doppio, Collins e Melichar) sia nello scorso week-end a Brisbane. Contro una squadra bielorussa molto forte, concessasi di lasciare in panchina Sasnovich, la numero 9 del mondo ha sconfitto senza perdere un set sia Azarenka che Sabalenka. Barty non si è fermata a queste due vittorie: da vera e propria leader, ha vinto assieme a Stosur al terzo set contro le due tenniste che aveva già battuto in singolare. Per l’Australia, vincitrice della Fed Cup sette volte, sebbene l’ultimo trionfo risalga al 1974, si è così concretizzato un ritorno in finale atteso ventisei anni.

Gli Aussie a novembre avranno dalla loro il vantaggio del fattore campo e, soprattutto, la consapevolezza di poter contare su una tennista sempre più dominante, capace di dare il meglio di sè con la propria rappresentativa (sinora in Fed Cup ha un bilancio di nove vittorie e una sconfitta in singolare e di 6-1 in doppio). Barty e compagne dovranno vedersela contro la Francia di Mladenovic e Garcia. Quest’ultima, tornata a giocare in Fed Cup dopo tre anni, è stata decisiva vincendo il doppio sul 2-2, nella collaudata coppia con Mladenovic (vinsero il Roland Garros 2016  e furono numero 2 del ranking di specialità) contro la Romania di Halep, arresasi in coppia con Niculescu, dopo aver vinto inutilmente i suoi due singolari.

16 – le partite vinte a livello ATP nel 2019 da Guido Pella. Una cifra importante di partite vinte per l’attuale 28 ATP (best career ranking): sino al 2017 rappresentavano per lui il numero massimo di partite vinte in un intero anno nel circuito maggiore, nonostante avesse già raggiunto due finali (a Rio nel 2016 e a Monaco di Baviera nel 2017). Il campione del Bonfiglio 2008 (sconfiggendo in finale Goffin) e semifinalista del Roland Garros Juniores nello stesso anno, ha avuto grandi difficoltà nel passaggio al professionismo, riuscendo solo a quasi ventitre anni a vincere la prima partita a livello ATP (San Paolo 2013, vittorioso su Fognini). Lo scorso anno è stato per lui quello della svolta in carriera: non solo è arrivata la finale persa a Umago contro Cecchinato, ma anche l’accesso, mai avvenuto in precedenza, a due terzi turni negli Slam (a Wimbledon e agli US Open), senza dimenticare la seconda semifinale sul cemento (a Doha).

Risultati che mostrano l’evoluzione del mancino argentino, capaci di consentirgli di chiudere il 2018 per la prima volta nella top 60. Pella si esprime comunque al meglio delle sue possibilità sul rosso, come ha mostrato l’ottima prima parte di questo 2019 (è 13°nella Race): dopo aver perso la quarta finale della carriera a Cordoba e aver fatto semi a Buenos Aires, a San Paolo ha vinto il primo titolo della carriera. Un risultato che è stato trampolino di lancio anche a Monte Carlo: nei Masters 100o non era mai nemmeno arrivato agli ottavi e invece nel Principato è arrivato ai quarti, sconfitto da Nadal. In precedenza aveva sconfitto, dopo tre battaglie di più di due ore ciascuna, Djere (6-7 6-2 6-4) e due top 20 come Cilic (6-3 5-7 6-1) e Cecchinato (6-4 4-6 6-4). Nei tornei sul rosso, meglio non incontrarlo.

21 – le partite vinte da Marin Cilic nei sedici tornei giocati da Wimbledon 2018 in poi. Una crisi netta quanto improvvisa di risultati: agli ultimi Championships il croato era arrivato con le credenziali di possibile vincitore, dopo la seconda vittoria del torneo del Queens, in finale su Djokovic (che sino a gennaio sarebbe divenuto quasi imbattibile) e quella persa sul mitico Centrale di Church Road contro Federer nel 2017. Proprio a Wimbledon, Cilic sorprendeva il mondo del tennis perdendo malamente da due set di vantaggio al secondo turno contro Pella, tennista di certo non avvezzo al tennis su erba. Una discreta campagna estiva sul cemento nordamericano (quarti a New York e Toronto, semifinale a Cincinnati) aveva fatto pensare che quello di Londra fosse un incidente di percorso, ma, nei cinque tornei di fine stagione, solo a Bercy vinceva due partite di seguito.

Il 2019, se possibile, è andato ancora peggio: a Melbourne non ha difeso la finale del 2018 fermandosi agli ottavi e perdendo, di lì in poi, al primo turno in tre dei quattro tornei successivi (l’ultimo dei quali a Monte Carlo, fermato da Pella in tre set). Si sta chiudendo il quarto mese del 2019 e Cilic addirittura non è nemmeno nella attuale top 80 della ATP Race: una partenza costatagli l’uscita, dopo due anni e mezzo, dai primi dieci del mondo. Vedremo come reagirà a questa inerzia negativa colui che giusto un anno fa era 3 del mondo, anche perchè, nelle prossime settimane, Cilic ha più di 700 punti da difendere tra le semi di Roma e i quarti al Roland Garros.

37 – le sconfitte di Rafael Nadal sulla terra battuta a livello di circuito maggiore, distribuite in ben diciotto stagioni. Il campionissimo maiorchino, ha terminato il torneo di Monte Carlo con alle spalle appena diciassette partite giocate nel 2019: mai, da quando quindici anni fa è diventato il re della terra battuta, era arrivato a Barcellona avendo giocato un numero minore di partite. L’unica eccezione è rappresentata dall’anno scorso, quando però Nadal era quantomeno reduce da un autunno 2017 molto intenso, estremamente differente da quello 2018, nel quale, a causa dell’infortunio rimediato agli US Open, non aveva mai giocato.

A poco più di un mese dal compimento dei trentatre anni, il maiorchino ha iniziato la parte della stagione per lui più importante da un lato più riposato, ma dall’altro poco abituato all’impegno agonistico (ha iniziato Monte Carlo avendo giocato, appena quattordici partite negli ultimi otto mesi). Il primo riscontro sul suo stato di forma sulla terra battuta non è stato per nulla positivo: dopo aver iniziato molto bene contro Bautista Agut (duplice 6-1) e Dimitrov (6-4 6-1), aveva mostrato qualche problema contro Pella (7-6 6-3), prima di subire contro Fognini la sconfitta più pesante in termini di punteggio dal 2005 in poi (ad eccezione della finale di Madrid 2015, nella quale Murray gli lasciò cinque giochi).

Contro il numero 1 azzurro – alla terza vittoria contro il maiorchino sulla terra battuta, come riuscito in questi quasi vent’anni solo a Gaudio e Thiem, e dietro esclusivamente alle sette di Djokovic– Nadal ha interrotto una serie aperta di dodici partite senza perdere un set, rinunciando al tentativo di vincere il dodicesimo titolo in uno dei suoi tornei preferiti. Dove però Rafa sogna di centrare il “12” è a Parigi: tra quaranta giorni possono ancora cambiare tante cose e il campione maiorchino, soprattutto sulla distanza dei cinque set, resta il grande favorito alla vittoria del Roland Garros 2019.

144 – la posizione occupata nella ATP Race della scorsa settimana da Dusan Lajovic. Colpa di un 2019 iniziato in maniera molto negativa, nel quale aveva vinto appena cinque partite, rimediando altrettante eliminazioni al primo turno negli otto tornei a cui aveva partecipato. Prima di Monte Carlo, si era intravista per Dusan però la luce fuori dal tunnel: a Miami il 28enne serbo era arrivato al terzo turno sconfiggendo Nishikori, terzo top 10 superato complessivamente in carriera, dopo i successi datati 2018 contro Del Potro e Dimitrov.

Jose Perlas, ex coach di Fognini e di campioni (tra gli altri) come Moya e Albert Costa, era stato bravo a fine 2016 nel credere in un progetto di vertice con lui che, a 26 anni e mezzo, aveva raggiunto appena tre semifinali a livello ATP, non era mai stato nei primi sessanta del mondo, nè aveva mai vinto contro un top 10. Il serbo dall’elegante rovescio a una mano, arrivato tardi nel grande tennis (solo a ventun anni aveva ottenuto la prima vittoria a livello ATP e appena a ventiquattro aveva chiuso l’ anno tra i primi 100), era famoso al grande pubblico soprattutto per aver giocato e perso contro Stepanek sul 2-2 la finale di Coppa Davis 2013. Il 2017, iniziato da 95 ATP, primo anno della collaborazione con Perlas, non era stato eccellente, sebbene Dusan lo avesse chiuso in crescendo, tra i primi 75 del mondo. La scorsa stagione era invece stata la migliore della carriera Lajovic: l’esplosione era arrivata al Masters 1000 di Madrid, con il raggiungimento dei quarti di finale dopo essersi qualificato e aver sconfitto Khachanov, Gasquet e Del Potro.

Un piazzamento poi confermato in altre tre circostanze in tornei della categoria ATP 250 e suggellato dalla prima semifinale della carriera nel circuito maggiore, a Lione. A Monte Carlo Lajovic ha finalmente raccolto il duro lavoro compiuto negli ultimi anni. Vincendo cinque partite senza perdere un set è arrivato alla prima finale della carriera e raggiunto l’ingresso tra i primi venticinque del ranking , nonostante un percorso che gli aveva riservato almeno un paio di ostacoli di primissimo livello. Nell’ordine Lajovic ha infatti avuto la meglio su Jaziri(duplice 6-4), Goffin(6-3 6-4), Thiem(doppio 6-3), Sonego (6-4 7-5)e Medvedev(7-5 6-1). Meglio esplodere tardi che mai.

252,6 – la media della classifica delle cinque tenniste italiane (Camila Giorgi, Martina Trevisan, Jasmine Paolini, Sara Errani e Elisabetta Cocciaretto) convocate dal capitano Garbin per lo spareggio di Mosca contro la Russia per non retrocedere al Group I (la Serie C) di Fed Cup. Era difficile sperare concretamente nel passaggio del turno contro una nazionale russa che aveva, oltre al fattore campo, una squadra di ben altra qualità (Kasatkina, 22 WTA, era la migliore delle dieci giocatrici presenti) e “profondità” (Pavlyuchenkova, 34 WTA; la diciottenne Potapova, 74 WTA e Gasparyan, 72 WTA ). Il 4-0 finale con cui si è conclusa la sfida non sorprende, nè qualcuno è responsabile di questo risultato.

Ma se la Fed Cup, così come la Davis, non è lo specchio del movimento tennistico nazionale, sono appunto la classifica e i grandi tornei a certificare inesorabilmente una profonda crisi del settore femminile italiano. Non rispetto al recente passato di Schiavone, Pennetta, Vinci e Errani e delle loro relative vittorie, finali Slam e permanenze nella top 10. E nemmeno in confronto a un settore maschile capace di avere in queste settimane più di ogni altra nazione -ben 20- tennisti nella top 200 del ranking e, dopo un 2019 iniziato in maniera negativa, piazzare anche un grandissimo acuto come quello di Fognini a Monte Carlo.

Quando siamo quasi al giro di boa dell’anno tennistico (le donne chiudono la stagione a fine ottobre) addirittura nemmeno un’azzurra è nella top 100 della Race e, per quanto siano ammirevoli gli sforzi per emergere nel grande tennis della nostra numero 2 Martina Trevisan (classe 93) e quelli di tornarvici dopo le varie vicissitudini di Sara Errani, il momento attuale è davvero pessimo. Il dato più illuminante sul presente e futuro del nostro settore femminile è dato dalle classifica della nostra miglior under 23 Federica Pieri, 304 WTA, e della prima under 20, Federica Bilardo, 606 WTA.

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ATP

Zverev soffre ma va in finale a Ginevra. A Lione sarà Auger-Aliassime vs Paire

Sascha supera a fatica Delbonis e affronterà Jarry. Felix troverà un ispiratissimo Paire

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GINEVRA – Piazzando una fantastica catenata di dritto lungolinea, Alexander Zverev si prende il secondo break e il match contro Federico Delbonis. È un modo di raccontarla e, forse, quello giusto di raccontarsela per Sascha, ma sono state due ore e quaranta minuti di sofferenza, polemiche con il padre in tribuna, incertezze nei colpi e nel modo di stare in campo. È venuto a Ginevra per vincere incontri e lo sta facendo, ma siamo molto lontani dalla forma richiesta al numero 5 del mondo alla vigilia di uno Slam.

Il match inizia come una passeggiata di salute per Sascha Zverev che, padrone del campo, si porta sul 5-1 e 30-0, anche grazie a Delbonis che evita più o meno accuratamente di mettere una palla nel rettangolo di gioco cedendo 18 (diciotto!) punti consecutivi: ecco la tanto agognata fiducia che era venuto qui a cercare. Passano alcuni minuti e si ritrova sul 5 pari, con Delbonis che spinge forsennato e sorprende con il rovescio lungolinea, mentre lui sbaglia accelerando di dritto oppure rimane troppo passivo indeciso sul da farsi. Sfogandosi di continuo con il padre in tribuna, Sascha fa comunque suo il set al dodicesimo gioco grazie a “Delbo” che vince – per così dire – la gara a chi ha più paura piazzando il quarto doppio fallo del parziale proprio sul set point. Nella seconda partita Zverev si fa subito recuperare il vantaggio e si ripete nel tie-break cedendolo per 8-6. Strappato il servizio all’argentino al terzo gioco, sempre procedere con relativa tranquillità verso il traguardo quando si inguaia con la sua altra caratteristica della stagione, il doppio fallo, ma sempre con il servizio ne esce e, se non può essere soddisfatto del proprio gioco, può almeno consolarsi con la vittoria. In finale, servirà qualcosa di più contro quel Nicolas Jarry che lo ha sconfitto a Barcellona annullando match point e oggi ha avuto vita facile contro Radu Albot.

 

LIONE – Rimontando un primo set perso in meno di mezz’ora, Felix Auger-Aliassime supera il n. 1 del seeding Nikoloz Basilashvili e conquista la sua seconda finale dopo quella persa a Rio contro Djere.

Forse, quando ha iniziato a giocare, Basil lo faceva con una rete elettrificata che divideva le due metà campo: per quanto improbabile, spiegherebbe perché non solo non approfitti di situazioni vantaggiose nello scambio per andare a raccogliere punti facili al volo, ma proprio la rifugga dopo esserci suo malgrado avvicinato costretto da un colpo uscito malauguratamente corto all’avversario. Vinto agevolmente il primo set, “Basil” salva lo 0-2 per poi discutere con l’arbitro, colpevole (secondo una regola non scritta) di non averlo avvertito prima di sanzionarlo con l’avvertimento per violazione di tempo. Se dover fare il punto una, due, tre volte in più è il limite con cui Nikoloz convive, a fare la differenza nel secondo parziale sono le tre palle break consecutive mancate al nono gioco che gli restano in testa fino al doppio fallo con cui cede il tie-break. Felix si fa trattare la coscia sinistra sul 3-2 e opera il sorpasso due giochi dopo, accettando e vincendo la gara a chi spinge di più. Il rammarico di Basilashvili quando sbaglia la risposta sulla palla del contro-break anticipa quale sarà il risultato finale, ma Auger-Aliassime non vuole correre rischi e, servendo per il match, non fa praticamente toccare la palla all’avversario.
In finale, troverà Benoit Paire che ha giocherellato a spese di Taylor Fritz. Forse risentito dopo che l’intero mondo tennistico si è inutilmente interrogato sulla sorprendente vittoria contro Diego Schwartzman a Monte Carlo, lo statunitense ci tiene a dimostrare che la terra non è superficie a lui ostica. Contro Paire, però, fondamentalmente Taylor non ci ha capito nulla. Certo, ha capito che il francese era in vena di smorzate spesso pregevoli e che la prima di servizio era illeggibile (33 punti su 34), ma da lì a trovare contromisure contro un Benoit centrato ne passa. Aggiungiamo la bassissima percentuale di prime per Fritz ed ecco i due set in poco più di un’ora di gioco con cui Paire si guadagna la possibilità di bissare il titolo di Marrakech.

Risultati:

Lione
B. Paire b. T. Fritz 6-4 6-2
F. Auger-Aliassime b. [1] N. Basilashvili 2-6 7-6(3) 6-4

Ginevra
N. Jarry b. [5] R. Albot 6-3 6-4
[1] A. Zverev b. F. Delbonis 7-5 6-7(6) 6-3

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WTA

Sabalenka alla conquista di Strasburgo

A Norimberga sono ancora in corsa le prime due teste di serie, Putintseva e Siniakova. In Francia la favorita Sabalenka se la vedrà con la 19enne Yastremska, Garcia impegnata nel derby francese con Paquet

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Aryna Sabalenka - Strasburgo 2019 (foto via Twitter, @WTA_Strasbourg)

NORIMBERGA – Dopo le intense giornate di pioggia di inizio settimana, il tabellone del torneo WTA International di Norimberga è riuscito ad allinearsi senza problemi alle semifinali. A cercare di guadagnarsi un posto per la vittoria finale ci sarà anche Sorana Cirstea, la quale non raggiungeva una semifinale dal 2017, proprio a Norimberga. L’ex numero 21 al mondo (adesso 93) – capace di raggiungere anche i quarti al Roland Garros nel 2009 – ha lottato più del previsto contro la serba Nina Stojanovic (22 anni, n. 247) restando in campo per più di 2 ore. Adesso se la vedrà con Yulia Putintseva. La kazaka testa di serie n. 1 arriverà a questa sfida ancora più affaticata della sua avversaria, avendo battuto nei quarti di finale la wild card tedesca Anna Friedsman in 3 ore e 21 minuti, in quella che è stata la più lunga partita femminile della stagione fino ad ora.

Dall’altra parte del tabellone la sfida che decreterà l’altra finalista è quella tra Katerina Siniakova e Tamara Zidansek. Quest’ultima sta facendo sempre più parlare di sé e in Germania ha raggiunto la seconda semifinale della stagione dopo quella di Hua Hin a gennaio. La slovacca, attuale n. 68, è l’ennesima classe ’97 che si sta distinguendo nel circuito. A smorzare il suo entusiasmo proverà la t.d.s. numero 2 Siniakova, la quale non disputa una finale da Shenzhen dello scorso anno, quando perse da Halep.

 

Risultati:

[1] Y. Putintseva b. [WC] A. Friedsman 7-5 6-7(5) 7-6(2)
S. Cirstea b. [Q] N. Stojanovic 4-6 6-4 6-2
T. Zidansek b. V. Kudermetova 6-4 2-6 6-3
[2] K. Siniakova b. M. Brengle 1-6 6-4 6-0

Il tabellone completo

STRASBURGO – In larga parte sono stati rispettati i pronostici anche a Strasburgo, dove si sta disputando il secondo WTA International della settimana. Nonostante infatti la favorita del seeding Ashleigh Barty si sia ritirata prima di scendere in campo, a mantenere alto il livello del torneo ci hanno pensato le altre teste di serie, con l’unica intrusa che risponde al nome di Chloe Paquet. La semifinale raggiunta dalla 24enne francese è un risultato a dir poco straordinario se si considera il fatto che non aveva mai superato il secondo turno in un evento WTA, e per raggiungerla ha battuto 6-3 7-6(1) l’australiana Gavrilova. Adesso la n. 223 del mondo affronterà in un derby transalpino Caroline Garcia, tennista decisamente fuori dalla sua portata, ma se riuscirà a mettere l’emotività da parte non è detto che non possa scapparci la sorpresa.

L’altra parte di tabellone è dominata da Aryna Sabalenka, la quale nell’unica altra occasione in cui era la favorita per la vittoria del torneo non ha deluso le attese: si trattava del torneo di Shenzhen, da lei conquistato con la testa di serie n. 1. Qui è n. 2 ma come detto con il ritiro di Barty è lei la tennista da battere. In questa impresa non è riuscita Monica Puig, sconfitta in tre set dalla bielorussa che si è presa la rivincita dopo Charleston a suon di vincenti (30 di cui 9 ace). Adesso per Aryna si preannuncia una sfida ancora più ostica contro Dayana Yastremska. La 19enne ucraina non ha un gioco troppo dissimile da Sabalenka e in questo torneo non ha ancora perso un set.

Risultati:

C. Paquet b. D. Gavrilova 6-3 7-6(1)
[4] C. Garcia b. [Q] M. Kostyuk 3-6 6-3 6-2
[6] D. Yastremska b. F. Ferro 6-1 6-3
[2/WC] A. Sabalenka b. M. Puig 6-1 3-6 6-2

Il tabellone principale

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Focus

Giornate romane: il tifoso solitario

“Si arriva al Foro con la certezza di essere tutti figli della stessa madre. ma si esce con la consapevolezza di essersi imbruttiti spalla a spalla con chi segue un quindici su tre”

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Nick Kyrgios - Roma 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Foro Italico, martedì 14 maggio, ore 11.30. La fila per il Granstand è già abbastanza lunga. Quello che abbiamo davanti a noi è un nuovo gioco di tubi innocenti; le tribune sono coperte da certe tavole in legno dal colpo d’occhio persino gradevole. Ok, forse quest’anno va meglio, ma torniamo in fila. La sessione diurna è iniziata da poco più di mezz’ora quindi la speranza è che al prossimo cambio di campo si riesca ad entrare facilmente nel settore riservato ai possessori di biglietto per il centrale. L’annuncio però ci spiazza: “Non ci sono più posti liberi per chi ha il biglietto del centrale. Se volete, potete recarvi alle casse e fare un’integrazione per garantirvi un posto sul Granstand”. Già ci chiedono altri soldi, bene.

A chi ha frequentato abitualmente il Foro (e intorno a noi sembrano essere in pochi) la notizia puzza, ma non si demorde e si decide di aspettare. Al primo cambio di campo dalle tribune scendono, per guadagnare l’uscita, almeno una cinquantina di ragazzi. Anche questo sorprende, ma almeno si entra. Troviamo un posto abbastanza in alto ma pazienza, la partita è bella: Wawrinka contro Goffin, ci sarà persino un siparietto con uno spettatore colto da un malore ma abbastanza arzillo da rifiutare di lasciare lo stadio.

Il ‘capitale umano’ sul Grandstand

Ma non lo so… sono a vedere questa cosa del tennis”, si può udire a breve distanza; “Mi ha scritto – ‘nome generico’ – su Whatsapp”. Alle nostre spalle quella che sembra una scolaresca parla e ridacchia come se in classe non ci fosse il professore. Ecco che si spiega quella fila di ragazzini uscita dopo appena tre game. La giornata, insomma, non promette bene.

 

Nonostante tutto si decide di rimanere. Meglio Wawrinka che una brutta Sabalenka sul centrale. Tanto poi ci sono Kyrgios e Berrettini, la giornata è ancora lunga. L’impressione pessima però rimane, nonostante la passione di chi vive questo posto (ex?) magico sia talmente grande da superare tutto. Chi viene a vedere il tennis è quasi disperato. Si gira intorno alla ricerca di una faccia amica ma purtroppo, soprattutto negli ultimi anni, la trova sempre più raramente. Qualcuno che conosca i precedenti tra i tennisti in campo, uno storico di risultati, una qualsiasi peculiarità di chi sta colpendo dritti e rovesci davanti ai suoi occhi. Insomma, una voce amica. Perché, paradossalmente, ce n’è bisogno. Si arriva al Foro con la certezza di essere tutti figli della stessa madre ma poi si esce con la consapevolezza di essersi imbruttiti spalla a spalla con chi segue un quindici su tre.

Le premesse della vigilia, inoltre, non erano nemmeno buone. Un martedì senza big probabilmente in un 1000 non si è quasi mai visto. Ci sono le richieste dei giocatori, per carità, ma il pubblico ha pagato. Oppure quelli del martedì, dopo l’aumento di prezzi del 100% del mercoledì, sono diventati spettatori di Serie B? Ma ci ha pensato Giove Pluvio, o la legge di Murphy, vedete un po’ voi.

Il programma del Centrale, ad ogni modo, rispecchia le aspettative. Kyrgios gioca una gran partita contro Medvedev e Berrettini regala una gioia a tutto il pubblico. Il resto lo fa un sole generoso e la consapevolezza che le giornate di tennis, nella vita della maggior parte dei presenti, siano sempre e solo una parte infinitesimale. Quindi pazienza se i prezzi dei panini, delle pizzette, dei gelati, e dell’acqua sfiorano la follia. A quelli si ci è fatto il callo.

Si sta sempre più stretti però, e bisognerebbe iniziare a pensare a una limitazione sui biglietti Ground che in realtà non sono altro che un biglietto sul “Pietrangeli”. Ma quasi sicuramente chi organizza lo sa già. E non è minimamente auspicabile che accada. Dopo tutto, comanda sempre il dio denaro. Magari siamo nostalgici nel sognare ancora un Foro Italico a portata d’uomo. Ma, con il rischio di essere ripetitivi, la magia di Roma è anche la sua unicità. Nel giro di cinquanta metri si possono vedere Tsitsipas, Shapovalov, Verdasco, Khachanov, del Potro e Cuevas (dimenticandone qualcuno di certo). In fondo ci piace così, ma ogni anno è sempre più una battaglia persa in partenza.

Un ground è anche Tsitsipas che salta come un grillo


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