Lucic-Baroni pronta al rientro su erba a 37 anni

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Lucic-Baroni pronta al rientro su erba a 37 anni

Assente dalle competizioni dall’Australian Open 2018, la tennista croata tenterà un nuovo rientro sul circuito dopo aver risolto i problemi alla spalla destra

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Mirjana Lucic-Baroni - Australian Open 2017 (foto Roberto Dell'Olivo)

Mirjana Lucic-Baroni non riesce a vivere senza tennis e dopo 16 mesi lontana dai campi si appresta a fare il suo secondo rientro nel circuito. La 37enne croata negli ultimi tempi è stata fermata da un persistente infortunio alla spalla destra ma adesso sembra pronta per giocare; è lei stessa a farlo sapere sul suo profilo Facebook, affermando di aver trattato il problema senza ricorrere ad un intervento chirurgico. Nonostante non sia più una tennista in erba, è su questa superficie che dovrebbe avvenire il suo rientro grazie all’utilizzo del ranking protetto (era n. 30 al momento della sua ultima partita, disputata all’Australian Open 2018). La sua ultima apparizione su erba risale invece al primo turno di Wimbledon nel 2017, quando perse in tre set da Carina Witthoeft.

Proprio su quei campi Lucic-Baroni in passato è stata in grado di esprimere il suo miglior tennis e nel 1999 raggiunse addirittura la semifinale, battendo Seles e arrendendosi solamente a Graf. La sua storia – meritevole di un libro per sua stessa ammissione – è entrata nel vivo all’età di 15 anni, quando vinse in coppia con Martina Hingis lo Slam australiano e trionfò anche al primo torneo di singolare disputato, proprio in patria a Bol. Il capitolo più recente e soddisfacente è quello relativo all’Australian Open del 2017, dove in maniera del tutto inattesa si issò fino alle semifinali venendo sconfitta dalla poi vincitrice Serena Williams, mentre l’aspetto più tetro è quello relativo alle violenze subite in tenera età per mano del padre. Lei stessa si è espressa sull’argomento, e in un’intervista fatta con il nostro direttore proprio durante quel magico torneo di Melbourne, ha raccontato anche della sua passione per la cucina a per la ristorazione.

L’ultimo torneo vinto da Mirjana Lucic-Baroni (sposata con un italo-americano, per questo è presente il secondo cognome Baroni), è quello di Quebec City nel 2014 e anche in quell’occasione la croata mise a segno un primato: il maggior lasso di tempo intercorso tra un titolo e un’altro. Adesso ha 37 anni e di tempo per piazzare qualche altro record di longevità ne ha in abbondanza.

 

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Paul-Henri Mathieu è tra i raccattapalle del WTA di Strasburgo

L’ex numero 12 del mondo torna a fare il raccattapalle a Strasburgo dopo quasi trent’anni. È stato in campo durante il match tra Sabalenka e Blinkova

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Paul Henri Mathieu raccattapalle al WTA di Strasburgo (foto via Twitter@WTA_Strasbourg)

Non si vede tutti i giorni un ex tennista professionista fare il raccattapalle in un torneo ufficiale e vedere Paul-Henri Mathieu, 38 anni (ritirato dal 2017), fa un certo effetto. L’ex tennista francese ha dato una mano agli organizzatori del torneo WTA di Strasburgo, che quest’anno per via delle normative adottate per contenere i contagi da Covid-19, non consente ai ragazzi di fare da raccattapalle nel torneo. Solo adulti ammessi nel rettangolo di gioco, ma il Mathieu che si è posizionato vicino ai teloni, doverosamente con la mascherina, è tornato (almeno con la mente) bambino, negli anni in cui fece da raccattapalle proprio in questo torneo.

È stato in campo durante il match di secondo turno tra Aryna Sabalenka e Anna Blinkova, vinto dalla bielorussa in rimonta. Mathieu era nel primo turno di rotazione del giorno per i raccattapalle e, come ha dichiarato lui stesso un paio d’anni fa, la sua passione per il tennis è nata proprio in occasione di quel torneo di Strasburgo dove raccolse le palline colpite dai giocatori professionisti. Non c’era modo migliore di ripercorrere quei ricordi, vecchi ormai di trent’anni, proprio nei giorni più speciali per la WTA, che celebra questa settimana i suoi cinquant’anni.

 

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Anche all’ATP 500 di San Pietroburgo ci sarà il pubblico sugli spalti

Il torneo, solo per quest’anno promosso alla categoria superiore, consentirà l’accesso a 3500 tifosi ogni giorno

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Sibur Arena San Pietroburgo

A piccoli passi tutti gli sport si stanno muovendo verso la cosiddetta “nuova normalità”, un modo alternativo di dire mascherine e distanziamento di almeno un metro nei luoghi pubblici. E seguendo queste semplici indicazioni, che ormai sono diventate il mantra del 2020, anche lo sport ai suoi massimi livelli può riavere ciò che rende straordinario ogni evento: i tifosi sugli spalti. Così si è fatto a Roma per semifinali e finali, così si sta facendo ad Amburgo e così si farà al Roland Garros. Un altro torneo che ha annunciato la presenza del pubblico negli impianti è l’ATP 500 di San Pietroburgo, in programma dal 10 al 18 ottobre.

Solo per quest’anno il torneo (negli anni scorsi inserito tra i ‘250’) è stato promosso ad ATP 500 e l’entry list è impreziosita da quattro top 10, Medvedev, Tsitsipas, Berrettini e Shapovalov. Il direttore del torneo, Alexander Medvedev, ha annunciato nei giorni scorsi la notizia che tutti gli appassionati russi attendevano. L’accesso al campo centrale sarà concesso ai tifosi, ma solo fino ad arrivare al 50% della capienza dell’impianto. La Sibur Arena, che da cinque anni ospita il torneo, può contenere circa 7000 spettatori, perciò ogni giorno potranno assistere ai match un massimo di 3500 persone. Essendo un torneo indoor, l’attenzione e il rispetto delle misure anti-contagio dovrà essere più rigido rispetto ai tornei che hanno già sperimentato la riapertura al pubblico, ma all’aperto.

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Paire è ancora positivo: gioca (e si ritira) ad Amburgo ma rischia il forfait al Roland Garros

Il francese “Ringrazio il torneo per avermi fatto giocare”. Il medico del torneo: “Risultare ancora positivi, non vuol dire essere contagiosi”

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Benoit Paire non sembra riuscire a trovare pace in quest’ultimo periodo. Il francese è sceso in campo ad Amburgo contro Casper Ruud, salvo poi ritirarsi sul punteggio di 6-4 2-0 in favore del suo avversario. Non è tanto il ritiro in sé a fare notizia (anche se è già il secondo negli ultimi tre tornei giocati; l’altro al Western&Southern Open contro Coric), quanto quello che Paire stesso ha rivelato in conferenza stampa, ovvero di aver giocato nonostante fosse risultato nuovamente positivo al test per il coronavirus.

Davanti alla stampa, Paire è sembrato esausto e spaesato. “Sono stato dieci giorni in camera agli US Open e ora di nuovo. Sono stanco. Allenarsi un’ora e poi tornare in stanza: è impossibile farlo per molto tempo. In quel momento ero stanco e ho deciso di ritirarmi”.

Incapace di capire il motivo di questi trattamenti così differenti da torneo a torneo, Paire ha detto di essere risultato positivo a due test consecutivi ad Amburgo, prima dell’ultimo tampone negativo in seguito al quale è sceso in campo. “Sono risultato positivo sin dal mio arrivo. L’unico test negativo è quello di ieri, ma i due precedenti erano positivi. La regola però qui sembra essere diversa. L’ATP dovrebbe spiegare qual è la regola. In questo momento a Parigi vedo giocatori negativi che non possono giocare perché il loro coach è positivo, mentre qui in Germania se risulti positivo puoi giocare. Ringrazio ancora il torneo e il dottore per avermi permesso di giocare, ma ci sono regole che non riesco a comprendere molto”.

 

Un altro aspetto della storia che colpisce riguarda la precedente positività di Paire, che aveva gettato un po’ di scompiglio nella bolla di New York.”Non sappiamo se il test positivo negli USA fosse un falso positivo. Sappiamo solo che ero negativo dopo lo US Open, negativo in Francia, negativo a Roma e poi di nuovo positivo qui a Amburgo. Questo è tutto quello che so. È dura accettare di dover stare ancora una volta dieci giorni in camera d’albergo”.

Benoit Paire – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

VERSO PARIGI – Di certo c’è che Benoit sta accusando molto il colpo dal punto di vista psicologico. Le ultime settimane sono state davvero difficili tra quarantena, ritiri e le solite sfuriate in campo. “Non è facile per me. Quando ho parlato con il dottore in Francia mi ha detto che avrò il 50% di possibilità di risultare nuovamente positivo a Parigi, perché potrebbe persistere qualche strascico del virus. Che posso dirvi: ogni notte vado a dormire e mi dicono magari sarai positivo, magari negativo, magari giocherai, magari no. Per me la vita non è piacevole al momento. L’unica cosa che voglio è finire la stagione e tornare a casa”.

Il metro di misura adottato al Roland Garros è in effetti molto più rigido e attualmente le possibilità di Paire di prendere parte allo Slam di casa sembrano davvero basse. “Ho contattato il Roland Garros per spiegare la situazione. Gli ho detto che ero già stato positivo quindi non era possibile che fossi di nuovo positivo. L’unica cosa è che la regola qui in Germania è diversa, penso che qui il torneo gestisca meglio la situazione, ma in Francia è differente. Se risulti positivo, sei fuori dal torneo. Io ero già stato positivo quindi probabilmente è qualche strascico oppure evidentemente si può ricontrarre il virus dopo essere già stati testati positivi in passato. Onestamente non ne so molto, ma il fatto è questo: ero positivo e ho potuto giocare, ma se arrivo a Parigi in queste condizioni non posso giocare“.

IL MEDICO DEL TORNEO

Subito dopo la conferenza stampa di Paire, è stato il turno del dr. Volker Carrero, medico del torneo, il quale ha spiegato meglio i motivi alla base della decisione di lasciargli disputare il proprio match di primo turno. “C’è un’enorme differenza tra un primo test positivo e una positività successiva. Dopo essere risultati positivi per la prima volta, chiunque in qualunque parte del mondo deve sottoporsi ad almeno dieci giorni di quarantena. Benoit Paire è risultato positivo il 28 agosto e anche uno dei test successivi si è rivelato positivo. Quindi adesso stiamo parlando di un tampone eseguito a tre settimane di distanza. Sappiamo che esiste un’alta percentuale di re-test positivi dopo tre settimane, ma questo non significa che la persona sia contagiosa. Prova soltanto la persistenza di materiale virale. In realtà tra i cinque e i dieci giorni dopo, i positivi non sono più contagiosi“.

Benoit è stato in quarantena per 10 giorni a New York, ha giocato un altro torneo a Roma dove è risultato negativo, poi è volato ad Amburgo dove l’esito del suo test è risultato ‘degno di nota’“, ha concluso Carrero. In seguito ha specificato che ci sono diversi numeri e parametri da prendere in considerazione, ma uno in particolare ha cruciale importanza secondo il Robert Koch Institut, organo responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive in Germania; se questo parametro è inferiore a 30, allora il soggetto non è contagioso, come nel caso di Paire.

Carrero ha poi ribadito come tutto sia stato fatto in accordo con le norme del Dipartimento di salute del distretto di Hamburg-Eimsbüttel e si è detto sorpreso di alcune dichiarazioni di Paire, controbattendole. Dopo il nuovo test positivo, l’équipe medica ha infatti consigliato al giocatore di osservare la quarantena, uscendo solo per allenarsi e giocare, ma non l’aveva imposta dal momento che non era considerato infetto. Carrero ha poi detto che Paire non aveva mai fatto cenno alla sua spossatezza (come ha invece fatto nell’odierna conferenza stampa), dal momento che avrebbe potuto impattare sulla decisione del Dipartimento di salute, essendo la stanchezza uno dei sintomi dell’infezione da coronavirus. Per finire il medico del torneo ha dichiarato di aver spiegato a lungo e a fondo l’intera situazione a Paire, che dunque era stato ben informato degli sviluppi e delle decisioni.

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