Berrettini: "Oggi più sicuro. Chi vorrei evitare su terra? Quel mancino spagnolo"

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Berrettini: “Oggi più sicuro. Chi vorrei evitare su terra? Quel mancino spagnolo”

ROMA – Berrettini raggiante dopo il successo su Zverev a Roma: “Dire che avevo la voglia di vincere è banale. Ogni boato era un brivido. E non ho pensato di non avere nulla da perdere”. Intanto Sascha spiega i motivi della crisi di risultati

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Matteo Berrettini - Roma 2019 (foto Felice Calabrò)

Dopo la grande accoglienza che la sala stampa ha riservato ieri a Sinner, con tanto di applausi da parte dei giornalisti italiani, al Foro italico si registra un altro successo di un tennista azzurro, quello di Berrettini, e la sua conferenza post-partita è stata più affollata che mai. La prestazione di Matteo è stata a dir poco caparbia e, come ha specificato lui stesso, il suo punto di forza è stata la concentrazione:Mi sono detto di rimanere lì, di stare attaccato alla partita. C’erano tanti motivi per distrarmi ma sono contento di come sono rimasto concentrato”.

Le motivazioni per fare bene erano tante e una di queste è stata proprio il pubblico di casa:Dire che avevo la voglia di vincere è troppo banale. Ogni volta che sentivo il boato avevo i brividi e volevo vivere il più possibile quei momenti, non nego che fossi teso all’inizio ma mi sono detto che è normale e fa parte di questo sport”. Tuttavia in questi casi sono sempre la famiglia e gli amici a dare lo slancio necessario: “La cosa più bella successa oggi è stata vedere le persone nel mio box in lacrime al termine della partita. Dimostra che il lavoro e l’impegno hanno pagato, ma avrebbero pagato anche se avessi perso perché comunque mi sento migliorato”.

Zverev e Berrettini si erano sfidati anche nel 2018, e quando a Matteo viene chiesto quali siano le differenze rispetto allo scorso anno, il numero 33 del mondo ironizza: “Forse ho più barba”. Ma poi torna serio: “Mi sentivo un pizzico meno convinto mentre quest’anno sono entrato in campo con più sicurezza, lo scorso anno invece ho provato principalmente emozione. Oggi non ho pensato di non aver nulla da perdere“. Questo risultato gli dà la certezza di essere testa di serie al Roland Garros e anche lui conferma che “un’occhiata alla classifica la do sempre ma non faccio la programmazione in funzione di dove posso fare più punti“.

 

C’è poi chi addirittura pensa in grande e gli chiede se ritiene esserci qualcuno, sulla terra, fuori dalla sua portata. Berrettini ci pensa un po’ su e prima afferma spavaldamente di “entrare in campo sempre a testa alta”, ma subito dopo confida: “Se dovessi scegliere uno contro cui non giocare, forse quello spagnolo mancino lo eviterei!”, e si lascia andare ad una risata. “Comunque lo scorso anno a Parigi con Thiem ho giocato una partita molto, molto buona ed ero meno completo di quest’anno, quindi non entro in campo sconfitto contro nessuno“. Poi aggiunge: “Quando ho visto il tabellone e ho trovato Zverev non ero proprio contentissimo, ma dopo uno si concentra e si dà da fare”.

Proprio Zverev invece, che al momento sta vivendo una fase di transizione, nei giorni scorsi ha cercato di dare una spiegazione più approfondita del perché stia passando questo brutto periodo: Sono un giovane ragazzo che sta cercando di crearsi un marchio. Non si tratta neanche di una cosa difficile ma più che altro ti porta via un sacco di tempo e di energie. Devi avere a che fare con tante cose differenti, anche avvocati e tutte le attività manageriali, perché al momento io non ho nessuno e devo fare tutto da solo. Lo scorso anno il motivo per il quale stavo giocando così bene era perché mi concentravo sul tennis e basta. Di tutto il resto se ne occupava un altro. La motivazione principale per cui quest’anno non sto giocando così bene è perché sono ancora giovane e devo capire come fare al meglio tutto ciò”.

Infine, con un pizzico di onestà, riconosce che il prezzo da pagare al momento è alto ma conta di esser ripagato in futuro. “Insomma, siamo onesti, negli ultimi anni stavo giocando a tennis ma vivevo una vita dove altri si prendevano cura di tutto il resto. Ora diciamo che ho preso un po’ il controllo. Si tratta di una esperienza formativa e ritengo che una volta che la superi, ne esci più forte“.

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Regine del Roland Garros: Chris Evert

Il 4 giugno del 1983 la statunitense conquistò il suo quinto titolo parigino, a due anni esatti di distanza dalla fine di una striscia di successi senza eguali

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Prima dell’arrivo dei Big Three, era il tennis femminile a registrare i record più impressionanti, rendendo usuale un palmares ampiamente in doppia cifra a livello Slam e la convivenza di più campionesse capaci di fare incetta di trionfi. Chris Evert è una delle espressioni più concrete di quell’oligarchia, con i suoi 18 Slam (gli stessi dell’amica-rivale Martina Navratilova) fra cui spiccano in particolare i sette titoli parigini, la sintesi perfetta di un dominio sul rosso che solo Nadal ha saputo eguagliare e forse superare.

Oggi cadono due anniversari legati a Chris e alla terra battuta: da una parte, è il trentasettesimo anniversario del suo quinto titolo francese (il suo quindicesimo Slam totale), ottenuto con un classico 6-1 6-2 in 65 minuti contro Mima Jausovec; dall’altra, però, è il trentanovesimo della sconfitta patita nella semifinale di due anni prima contro Hana Mandlikova (che anche nell’83 le avrebbe strappato un set), che aveva concluso la parentesi più dominante a livello di superficie nella storia del tennis. Vi immaginate essere talmente superiori da poter cancellare la data di una sconfitta con una vittoria Slam? Lei può.

Le cifre della sua dittatura sono quasi difficili da commentare, sconfinando nel regno degli e-sports per la loro ipertrofia. Un esempio sono le 125 vittorie consecutive sulla superficie, ottenute su un arco di sei anni, con un totale di otto set persi e 71 bagel inferti alle malcapitate avversarie.

 

Come se non bastasse, la striscia sarebbe andata vicinissima alle 200 (duecento) se non fosse stato per la sconfitta patita a Roma contro Tracy Austin nel 1979, a cui fecero seguito altre 72 vittorie, che portano il suo record fra il ’73 e l’81 a 197-1. Lei stessa in un’occasione ha detto: “Fra tutti i miei successi nel tennis, il record sulla terra battuta mi rende orgogliosa quanto qualsiasi vittoria a Wimbledon, al Roland Garros o allo US Open“.

Il corollario di questo rifiuto della sconfitta (e lei stessa una volta disse che “un campione odia la sconfitta più di quanto ami la vittoria“, atteggiamento decisivo sulla terra, dove la volontà la fa da padrona, non essendo una superficie conduttiva a vittorie fatte di soli vincenti) è che la percentuale di Evert sul rosso non potrà mai essere eguagliata, attestandosi al 94.55%, frutto di 382 vittorie totali su 404 incontri, che sono a loro volta il motivo principale di un’altra percentuale da record, quella delle vittorie ottenute nell’Era Open – in questo caso il suo rendimento si ferma a un amen dal 90%.

I suoi sette successi a Parigi, che in qualunque altra epoca sarebbero parsi un’enormità, oggi rischiano di apparire quasi normali per una N.1, mitridizzati come siamo dai record dei Big Three e in particolare dalle 12 Coppe dei Moschettieri che hanno preso la via di Manacor.

In realtà, però, bisogna fare un paio di distinguo: innanzitutto, Evert ha vinto 10 Slam sulla terra, una cifra molto vicina a quella di Rafa, perché vanno inclusi nel computo anche i tre successi di Forest Hills, che nei suoi ultimi tre anni da sede dello US Open passò dall’erba all’Har-Tru, la terra verde. Chris le portò a casa tutte, perdendo un set in tre anni, nella finale del ’75 – ricordiamo che anche il suo fiancé, Jimmy Connors, fece tre finali su tre sulla terra newyorchese, vincendone però solamente una.

Jimmy Connors e Chris Evert (Art Seitz)

Il secondo caveat da tenere a mente è che Evert disertò il Roland Garros per tre edizioni, quelle comprese fra il 1976 e il 1978, in favore del World Team Tennis, scelta non inusitata per l’epoca, se pensiamo che Connors stesso saltò cinque edizioni di fila e che persino Bjorn Borg decise che Parigi non valesse una messa nel 1977.

Se Evert avesse vinto quelle edizioni, com’è ragionevole pensare che avrebbe fatto, sarebbe arrivata in doppia cifra a Bois de Boulogne. In fondo, aveva già vinto due volte lì, e le campionesse in contumacia furono Sue Barker, Mima Jausovec (proprio l’avversaria del 1983) e Virginia Ruzici, contro le quali Evert ha accumulato un record di 58 vittorie e una sconfitta, ed è pertanto difficile pensare che le sarebbero state d’intralcio.

Posto che lei, ancora in formissima e sempre impegnata nella gestione della sua Academy in Florida, difficilmente starà sveglia la notte pensando a quelle tre edizioni snobbate, un altro paio di cose vanno dette – più la sua entità, infatti, è la natura delle vittorie di Evert a colpire.

Innanzitutto, i suoi successi sul rosso hanno per una volta avvicinato il tennis americano, che all’epoca dominava le classifiche, a questa superficie, mettendola a capo di una generazione di atleti a stelle e strisce che si sapevano adattare anche a campi più lenti, i cui frutti nel maschile si vedranno nel decennio successivo, quando per un lustro ci sarà sempre uno Yankee in finale a Parigi, un evento senza precedenti prima e dopo.

Soprattutto, però, va ricordato come lo straordinario agonismo del suo gioco fosse contrastato da una sportività e da un’educazione senza pari, che le hanno lasciato in eredità una reputazione da fidanzata d’America e schiere di ammiratori fra i suoi colleghi, compresa l’avversaria di 80 match Navratilova e John McEnroe, che di lei ha detto, sintetizzandola benissimo: “Era un’assassina che indossava bei vestiti e diceva sempre le cose giuste, ma intanto ti faceva a pezzi“.

In ogni caso, se nel tennis la parità di genere è un tema all’ordine del giorno, è perché campionesse come Evert hanno elevato il tennis femminile con il loro carisma e con i loro record, soprattutto negli Stati Uniti, dove Title IX (la legge del 1972 contro le discriminazioni di genere in relazioni ad attività finanziate dal governo federale) ha fatto sì che tante ragazzine potessero provare ad emulare i loro idoli. Se si vuole parlare di una legacy sportiva, è difficile fare meglio di così.

Martina Navratilova e Chris Evert – Wimbledon 1988 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Re e Regine del Roland Garros

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Focus

John McEnroe è la voce delle rabbie adolescenziali in un’opera di Mindy Kaling. Sul serio

McEnroe, ex star del tennis, è la voce narrante della nuova serie di Mindy Kaling creata per Netflix, che parla di una quindicenne indo-americana con problemi in famiglia e con i ragazzi. “Non so perché funziona”, ha commentato

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John McEnroe - Roland Garros Legends 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Quella che segue è una traduzione integrale di un articolo scritto da Matthew Futterman e pubblicato sul New York Times in data 26 maggio 2020. Qui l’articolo originale


È il party degli Oscar di Vanity Fair del 2019, e John McEnroe è in fila per farsi fare una foto dal fotografo ritrattista Mark Seliger, perché questo è il genere di omaggi che si ricevono al party degli Oscar di Vanity Fair. È quasi il suo turno quando Mindy Kaling, la scrittrice di commedie ed attrice nota per i le sit-com “The Office” e “The Mindy Project”, esce dallo studio fotografico allestito temporaneamente. Stando a quel che McEnroe ricorda, la Kaling si è immediatamente prodotta nel suo monologo riguardo il fatto che aveva questa idea di un ruolo per lui nella sua nuova serie e che doveva parlargliene. Mcenroe si è ormai abituato a questo genere di situazioni, che gli accadono molto spesso.

Di solito chi gli fa questo genere di proposte non si fa più vivo. Ma in questo caso, la Kaling ha dato seguito al monologo, e un anno dopo McEnroe, uno dei più grandi giocatori di tennis (e teste calde) della storia, è in qualche modo la voce interiore e narratore della vita di Devi Vishwakumar, una quindicenne indo-americana della San Fernando Valley con una cotta per un ragazzo in “Never Have I Ever” (in Italia noto anche come “Non ho mai…”), la nuova serie di Netflix creata dalla Kaling che ha debuttato questa primavera.

“Non so perché funziona”, ha commentato McEnroe, 61 anni, durante una intervista telefonica dalla sua casa a Malibu, California, in cui è rimasto da quando la crisi legata al Covid-19 ha bloccato buona parte dell’economia americana, a marzo. “Al primo impatto la gente rimane perplessa, si chiede ‘che cosa?’ Non sono la solita voce fuori campo”.

Per dovere di cronaca, McEnroe non è completamente estraneo al mondo di Hollywood: è stato protagonista di alcune non esattamente memorabili pubblicità per il marchio Bic negli anni 80, e ha all’attivo anche dei cameo che hanno riscontrato molto più successo nel film di Adam Sandler, “Mr.Deeds” e nella serie televisiva “Curb Your Enthusiasm”. È anche uno dei commentatori di tennis di punta per ESPN durante i tornei del Grande Slam. Ma dare voce alle difficoltà di una ragazzina imbranata, ossessionata da un muscoloso nuotatore, che lotta con il trauma della perdita di suo padre? Questo non era certo il ruolo che si sarebbe mai aspettato.

 

Kaling, figlia di immigrati indiani, ha descritto l’amore degli indiani per il tennis come “quel genere di attrazione verso tutto ciò che è inglese”. In occasione di una dichiarazione rilasciata attraverso Netflix, Lang Fisher, il produttore esecutivo dello show, ha affermato che una volta che i creatori avevano deciso che Devi, il personaggio principale interpretato da Maitreyi Ramakrishnan, avrebbe avuto sia monologhi interiori che un temperamento alla McEnroe, avevano pensato che valeva la pena di chiedere a McEnroe se gli interessasse il ruolo di narratore. “Abbiamo semplicemente pensato che sarebbe stato divertente” ha detto Fisher, le cui parti preferite dello show sono quando McEnroe si dimostra incredibilmente coinvolto nelle vite degli adolescenti.

John McEnroe – Commissioner Eurosport

McEnroe nutre da tempo una sorta di attrazione verso le perfomance: un chitarrista che si è sposato con la musicista Patty Smyth e che ha iniziato molto tempo fa ad esibirsi sul palco insieme alle sue star della musica preferite. E sebbene il tennis sia lo sport solitario per eccellenza (niente allenatori in partita, niente portabastoni come nel golf, niente secondi come nella boxe), McEnroe insiste sul dire che nonostante molte persone pensassero lui fosse un performer anche quando giocava, in realtà non aveva mai pensato di esserlo, anche quando si parla delle sue note sfuriate, che dice di non saper tuttora veramente spiegare.

“Alla fine mi sentivo quasi come se stessi diventando la caricatura di me stesso, ha detto a proposito della sua carriera da giocatore. “A volte mi veniva il dubbio che facessi quello che facevo solo perché ero come un fumatore che non riesce a smettere”. Non riesce neanche a capire perché i suoi avversari fossero così infastiditi dai suoi comportamenti. Riflettendoci, si immagina che tutti gli insulti che rivolgeva a giudici di linea e giudici di sedia gli abbiano solo fatto rimediare vendette da parte di quest’ultimi, consistenti in aiuti ai giocatori dall’altra parte della rete. Alcune delle sue sfuriate sono presenti su “Non ho mai…”, inclusa la celeberrima frase “rispondi alla mia domanda! La domanda, idiota!”, pronunciata allo Swedish Open del 1984. Dopo essersi confrontato con il giudice di sedia, McEnroe colpì anche diversi bicchieri di acqua fredda, utilizzando una sequenza di dritti e rovesci. Il giudice di sedia lo penalizzò di un game. Più tardi McEnroe vince il match per 1-6, 7-6, 6-2.

“Ho oltrepassato il limite”, afferma McEnroe a proposito del suo comportamento durante la sua carriera. “Ero così frustrato”È lo stesso per Devi, e nonostante le ovvie differenze, McEnroe apprezza la possibilità di spiegare cosa succede dentro la sua testa e gli errori non forzati che la ragazza commette. “È molto più testa calda di quanto non lo fossi io quando ero al liceo” racconta McEnroe a proposito della protagonista, i cui momenti più bassi includono rompere la finestra della propria stanza da letto con un libro di testo e dire a sua madre che avrebbe preferito fosse lei a morire, e non il padre. D’altra parte, non scherza nemmeno McEnroe, che si è guadagnato il soprannome di Superbrat (super moccioso) da parte della stampa inglese.

La domanda con cui si confronteranno presto McEnroe a le altre vecchie glorie dello sport che ri-entrano nell’immaginario collettivo utilizzando una porta differente è se le giovani generazioni hanno idea di chi loro siano. I giovani che guardano “Non ho mai…” hanno capito che McEnroe è stato, di fatto, il Roger Federer degli anni 80, un’impareggiabile fiorettista che ridisegnò il campo da tennis? Stan Smith, l’ex campione del tennis, che ha conseguito un differente tipo di fama grazie alle sue eponime scarpe da ginnastica, ha detto che quando la gente lo incontra gli dice spesso che pensavano fosse solo una scarpa, non una persona reale.

McEnroe ha raccontato di essere stato fermato più volte durante le sue passeggiate da persone che gli si sono rivolte dicendogli “Ehi, tu sei il tizio di ‘Mr Deeds!’”. “È chiaro che non avevano la benché minima idea che io avessi mai impugnato una racchetta, ha aggiunto. Non gli è ancora successo con “Non ho mai…” perché lo show è stato distribuito in aprile e non si è fatto vedere molto in giro ultimamente. Quando va in giro per negozi, è solito coprirsi usando la mascherina. Quando la situazione tornerà alla normalità, non sarà improbabile che un giovane lo incontri e chieda un autografo ed un selfie con l’uomo dentro il cervello di Devi. Ramakrishnan, la diciottenne che recita la parte di Devi, ha detto che ha dovuto cercare McEnroe su Google per sapere chi fosse. Adesso sa che non è una semplice creazione per il piccolo schermo. “Sono uno di quelli fortunati”, ha detto McEnroe a tal proposito.

Traduzione a cura di Alberto Abbate

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Al femminile

I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche

Undicesima puntata della serie dedicata alle giocatrici migliori nel singolo colpo. Chi possiede gli ‘overhead’ più efficaci del circuito?

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Ashley Barty - Roland Garros 2019

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée


Per la serie dedicata ai migliori colpi in WTA, ecco l’articolo che affronta il quarto e ultimo tema relativo al gioco di rete: gli overhead. Ricordo che la classifica è riservata alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking.

Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo dedicato al dritto. Mentre per quanto riguarda le logiche che mi hanno portato alla suddivisione del gioco di rete in quattro temi, rimando all’articolo uscito martedì 5 maggio. In sintesi, le categorie previste sono queste:
– Volée e schiaffo al volo di dritto
– Volée e schiaffo al volo di rovescio
– Demivolée
Overhead

 

Gli overhead
Come ho spiegato nell’articolo del 5 maggio, ho deciso di riunire nella classifica di questa settimana i colpi di volo eseguiti al di sopra della testa (appunto, over head in inglese). Mi riferisco agli smash, alle veroniche (volée alte dorsali di rovescio), ai ganci, e a tutto questo genere di soluzioni affini.

La decisione di riunire tali colpi in una sola classifica è basata su diversi motivi. Il primo è che, pur essendo esecuzioni anche molto lontane tra loro, possono presentarsi come alternative differenti su parabole simili. Il secondo motivo è che tutti questi colpi richiedono alcune doti comuni che di solito non sono richieste dalle altre esecuzioni, a partire dalla capacità di muoversi per il campo guardando verso l’alto. Potrebbe sembrare una cosa banale, ma in realtà significa riuscire a spostarsi senza perdere l’equilibrio atletico e il senso della posizione.

Ci sono giocatrici capaci di discrete volée che faticano sugli smash perché tendono a perdere il senso dello spazio una volta che sono obbligate a guardare verso l’alto, senza avere più sott’occhio gli abituali riferimenti del campo. Per esempio Peng Shuai (che in doppio è stata anche numero 1 del mondo) in singolare ha dato prova di cavarsela sulle volée classiche, ma di combinare disastri sui lob da colpire in movimento, proprio per la sua difficoltà nel mantenere la corretta percezione dello spazio mentre si sposta guardando verso l’alto.

Ma questa è appena una parte del problema. Giocare bene uno smash non significa solo eseguire il gesto nel modo corretto; è qualcosa di più complesso, perché richiede innanzitutto una valutazione tattica, e solamente in seguito la sua realizzazione tecnica. Per prima cosa significa infatti stabilire se colpire quella specifica palla a parabola alta con uno smash al volo oppure in altri modi. Perché ci sono strade alternative per rimandare oltre la rete un pallonetto. Una opzione è lo smash, un’altra lo smash al rimbalzo, un’altra ancora lasciare scendere un po’ di più la parabola per colpirla con una volée o con uno schiaffo al volo. Ma si può perfino decidere di lasciar perdere, e attendere il rimbalzo e la successiva ricaduta della palla per gestirla con un “normale” dritto o rovescio al rimbalzo.

Le variabili da considerare sono molte: la profondità del lob, il tipo di curva che propone, la sua velocità, la posizione di chi deve colpire e quella di chi deve difendere. Sono decisioni tecnico-tattiche complesse da prendere però in una frazione di secondo. E tantissimo dipende anche dalla sicurezza che un tennista sente di avere nei confronti del colpo.

Di recente per esempio si è discusso sulla solidità esecutiva di Novak Djokovic negli smash. Ecco cosa ha detto Boris Becker durante la telecronaca della semifinale di Wimbledon 2018, poi vinta da Nole contro Nadal: “Ogni giocatore ha una debolezza. Posso dirti che la debolezza di Djokovic è il suo smash. Se prendi i primi 100 del mondo, lui è il peggiore. E lo dico io (che l’ho allenato)”. “Niente ha funzionato (per migliorarlo). Abbiamo provato di tutto”.

Evidentemente da telecronista Becker ama le iperboli, ma forse avere delle incertezze nei confronti degli smash è un tratto dei grandissimi campioni, visto che un grosso rimpianto legato a questo colpo deve averlo avuto Venus Williams. Lo dico perché probabilmente l’ultimo treno in carriera per vincere uno Slam, Venus se l’è visto sfuggire in occasione della semifinale dello US Open 2017, persa in volata contro Sloane Stephens (6-1, 0-6, 7-5). Ricordo che in finale Stephens avrebbe facilmente vinto il titolo contro Madison Keys, una Keys bloccata dalle paure e forse anche da problemi fisici a una gamba.

Ebbene, nella semifinale Williams – Stephens, uno dei punti fondamentali era stato determinato anche da un mancato smash di Venus, che decidendo di colpire un lob con un più prudente dritto al volo aveva contribuito a mantenere in gioco la sua avversaria; a fine scambio Sloane l’avrebbe addirittura scavalcata con un secondo lob. Ecco lo scambio in questione:

Un pallonetto interpretato male, costato carissimo a Venus. Perché perdere scambi del genere pur trovandosi in chiara situazione di vantaggio può pesare molto sull’equilibrio di un match, visto che si possono innescare dinamiche psicologiche che incidono anche sui punti successivi. Dal 5-5 terzo set, Venus perse quel punto e poi anche il game (di battuta) e infine il match, con un parziale di 8 punti a 1. E lo Slam lo vinse Sloane Stephens.

Forse non c’è nessun altro colpo che pesa tanto sul piano mentale quanto lo smash, perché nasconde una insidia profonda. Mi spiego. Visto che quasi sempre è un colpo che si esegue in condizioni di vantaggio, chiuderlo a proprio favore sembra quasi obbligatorio. Ecco perché quando lo si sbaglia rimane nella mente del giocatore (e anche degli spettatori) come una specie di fallimento. La logica dovrebbe suggerirci che si tratta solo di un quindici, e invece sbagliare uno smash suona quasi come una piccola, pubblica umiliazione. Anche se non esiste tennista che non l’abbia provata almeno una volta, dal più scarso dei dilettanti al più forte dei professionisti.

Insomma, smashare non è poi così facile, e anche per questo sono stati adottati colpi alternativi, con l’obiettivo di trovare la soluzione più efficace ai diversi tipi di traiettoria. Il gancio, per esempio, è un modo di gestire le palle alte che stanno per scavalcare il giocatore, ed è una “invenzione” attribuita a Jimmy Connors, probabilmente il primo a utilizzarlo con regolarità. Quando poi si è passati a utilizzare con regolarità anche lo schiaffo al volo, logicamente si è sviluppata anche la versione alta.

Infine va considerata un’ultima variabile. Sui colpi sopra la testa influiscono più che mai le condizioni atmosferiche. Smashare contro sole, per esempio, può diventare improbo, così come tenere sotto controllo la traiettoria di un lob nelle giornate di forte vento, o peggio ancora quando il vento soffia incostante, a folate. In questi casi il coefficiente esecutivo sale in modo esponenziale, probabilmente più che per qualsiasi altro colpo.

Ecco per esempio una terribile situazione di luce (si tratta della nuova sede del torneo di Miami) che di fatto obbliga anche una giocatrice super-esperta come Serena Williams a rinunciare allo smash, finendo poi per perdere il punto:

Veniamo alla classifica di questa settimana. Per stabilirla in piccola parte mi sono basato su uno studio di Jeff Sackmann della fine 2017 pubblicato da TennisAbstract, che proponeva un interessante approccio per valutare l’efficacia delle diverse giocatrici di fronte alle opportunità di smash. Vale a dire: quando decidevano di colpire con uno smash e quando no, e con quale percentuale di riuscita. Rimando alla traduzione italiana (vedi QUI) per chi fosse interessato ad approfondire la questione.

Ma visto che la nostra classifica è stabilita sul rendimento 2019-20, ho in gran parte dovuto fare ricorso alle mie sensazioni, perché non dispongo di numeri aggiornati. Per questo suggerisco di interpretare la classifica senza dare troppa importanza alla sua graduatoria interna. Ritengo tutto sommato più attendibile la scelta dei dieci nomi, consapevole che sono comunque rimaste fuori alcune giocatrici che potrebbero a buona ragione reclamare un posto.

Questa volta però il nome che più mi spiace sia rimasto escluso è quello di Anna Lena Friedsam, non eleggibile perché attualmente è fuori dalle prime 100 (numero 106 per l’ultimo ranking). Friedsam (finalista in marzo a Lione) è stata a lungo ferma per problemi fisici, ma rimane a mio avviso una delle più efficaci nel colpire sopra la testa, grazie al superiore controllo del corpo in questi frangenti. Ecco comunque quali sono i 10 nomi scelti:

a pagina 2: La posizioni dalla 10 alla 6

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