Pliskova: "Credo che Conchita abbia pregato perché vincessi oggi!"

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Pliskova: “Credo che Conchita abbia pregato perché vincessi oggi!”

La giocatrice ceca vince per la prima volta a Roma e diventa n.2 del mondo. “Nessuno mi dava grandi possibilità per la vittoria finale, me compresa. Sono felicissima”

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Come ci si sente ad essere campionesse di Roma dopo il tuo cammino in questo torneo?
È meraviglioso, specialmente considerando che nessuno mi dava grandi possibilità per la vittoria finale. Me stessa compresa, credo. Prima del torneo non ero super fiduciosa, non pensavo assolutamente alla finale. Ero semplicemente contenta di giocare una partita in più. Quindi è un po’ come un miracolo per me, visto che questo torneo è su terra, qui non ho mai giocato bene, e sulla terra è sempre dura. Ho affrontato ottime giocatrici da terra e ovviamente sono felicissima.

Come stanno i tuoi polsi? Ti preoccupano in qualche modo? Come li curerai in vista di Parigi?
Direi che migliorano quotidianamente, ma non sono ancora al 100%. Quando sono in campo a giocare non sento alcun fastidio. Tutte le mattine però sento un po’ di dolore. Una volta che ho cominciato a sudare e giocare va meglio e mi scaldo. Le fasciature servono solo per assicurarmi che non accada niente di grave, quindi…

Oggi non hai perso il servizio. In generale hai avuto una buona giornata alla battuta. Hai subito il break solo una volta tra semifinale e finale. Credo che tu non avessi giocato neanche una partita quest’anno senza perdere la battuta. Come puoi spiegarlo, e quanto bene hai sentito il servizio questa settimana?
Sì, mi ha un po’ sorpreso. Credo che lei soffrisse un po’ il mio servizio. Forse non riusciva a leggerlo troppo bene. Io pensavo solo che gli angoli potessero essere attaccati. La prima ha funzionato, ho fatto un sacco di punti. Era anche un po’ ventoso e credo che in queste condizioni sia sempre difficile rispondere al servizio. Ho fatto un paio di doppi falli, di cui non sono contenta. È qualcosa su cui voglio migliorare ovviamente. Ma comunque credo che il servizio sia stato ottimo per tutta la settimana. Mi ha aiutato in un sacco di situazioni, anche quando stavo perdendo. Forse è stata la chiave del torneo.

 

Ti chiedo di fare il mio lavoro per me per un attimo. Chi credi che siano le giocatrici da tenere d’occhio per il Roland Garros, a parte te?
Credo Simona perché è una combattente. Non importa che giochi sempre bene, ma è sempre difficile da battere perché non concede nulla. Sulla terra è il doppio più difficile vincere il punto contro di lei. Quindi io direi Simona. Ovviamente ci sarà anche Serena. Non so in che forma sarà. È difficile da dire. È sempre tra le favorite per me perché è sempre tosta. Sto guardando chi ha vinto qui (guardando la coppa, ndr). Sì, direi loro due, sono sempre tra le favorite. Ovviamente ci sono diverse giocatrici forti, visto che ora c’è una vincitrice diversa ogni settimana. Ho vinto a Roma, quindi è difficile prevedere chi vincerà a Parigi.

Su Serena, lei sembra unica perché non può essere dimenticata, anche se gioca poco. Quanto è un’incognita o un fattore X in ogni torneo?
Ci ho giocato contro due volte negli ultimi sei mesi circa. Credo di sapere più o meno tutto di lei. È vero che non sai mai in che forma sarà, visto che gioca poco. Se gioca una o due partite e poi si ritira è difficile da dire. Voglio dire, ovviamente se gioca ce la metterà tutta. Sarà molto difficile batterla. Non importa che sia sulla terra, perché lei è comunque potente. Ha giocato un sacco in passato, credo che sappia quello che fa. Ovviamente vuol essere in salute al 100%. Forse è per questo che gioca meno che in passato. Per me è comunque difficile da battere.

Conchita ha vinto qui quattro volte. Che consigli ti ha dato?
È difficile dare consigli su come si vince un torneo (sorride, ndr). Sì abbiamo provato, non solo per questo torneo, a lavorare su un paio di cose prima della stagione sulla terra rossa. C’erano piccole cose, piccole differenze rispetto ai tornei sul duro. Ovviamente lei adorava la terra, quindi sa esattamente quel che dovrei fare. Erano piccole differenze: i movimenti, forse dare più topspin alla palla, fare le palle corte, che non usavo mai ma che ho iniziato ad adoperare, e variare anche i servizi. Ci sono più opzioni. La terra ti dà più tempo, lavoriamo su quello. È difficile dire qualcosa. So che amava questo torneo, credo che abbia pregato perché io vincessi oggi. Sì, direi che è iniziato tutto dal mio gioco. Stavo comunque facendo il mio gioco, quindi in realtà non è cambiato granché.

Stavi parlando di Conchita. Quanto è stata dura decidere di affidarti solo a lei quando stavi bilanciando le cose tra lei e Rennae? È stata una scelta dura?
Di sicuro. Ho vinto il torneo, quindi sicuramente non è stata una cattiva decisione. Ho vinto tornei anche prima. Non voglio dire di aver fatto la miglior scelta della mia vita separandomi da Rennae, ma mi sentivo di farlo. Sentivo di poter continuare solo con Conchi, ed ero felicissima del suo lavoro. Era dura far combaciare il tutto, tutti i tornei. Il mio team è abbastanza grande adesso, ho pensato che non servissero due allenatori. Sento che se sto bene mentalmente, fisicamente, non voglio dire che non importa chi è al mio fianco, ma molto dipende da me, dal mio atteggiamento mentale. Credo di poter vincere tornei anche in futuro.

Traduzione a cura di Alberto Tedesco

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[ESCLUSIVA] Carlos Martinez, allenatore di Daria Kasatkina, punta al ritorno in Top 10

Dopo quasi 20 settimane di allenamenti in Spagna durante il lockdown, l’allenatore di Daria Kasatkina, Carlos Martinez, racconta a UbiTennis i prossimi passi per tornare al vertice del tennis mondiale

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Daria Kasatkina - Aleksej Filippov/Sputnik

Daria Kasatkina sta vivendo un periodo non particolarmente brillante al quale si aggiunge, di tanto in tanto, anche un pizzico di sfortuna. Proprio mentre stava giocando una delle migliori partite del 2020, a Roma contro Azarenka, un infortunio alla caviglia – che per fortuna non si è rivelato grave – l’ha costretta a ritirarsi tra le lacrime. Adesso la giocatrice russa (numero 75 del mondo) si trova a Ostrava, dove ha superato le qualificazioni ed esordirà al primo turno contro la numero 6 del seeding Elena Rybakina

Poco dopo la ripartenza del circuito abbiamo intervistato il suo allenatore Carlos Martinez. L’intervista è stata condotta da Adam Addicott di ubitennis.net circa due mesi fa: trovate qui l’originale


Sono passati soltanto due anni da quando Daria Kasatkina veniva descritta come la nuova faccia del tennis russo e una stella in divenire. Già campionessa juniores dell’Open di Francia, Kasatkina ha ottenuto prima di compiere 22 anni dei traguardi a cui altre potevano soltanto aspirare. La sua ascesa è cominciata nell’aprile 2017 quando, diciannovenne, sconfisse Jelena Ostapenko e vinse il suo primo titolo WTA al Charleston Open. La definitiva esplosione avvenne l’anno successivo, quando perse da Naomi Osaka la finale di Indian Wells e si aggiudicò un altro torneo Premier a Mosca. Inoltre, ottenne due quarti di finale Slam consecutivi al Roland Garros e a Wimbledon, raggiungendo il suo miglior piazzamento di N.10 del ranking nell’ottobre del 2018.

 

Sembrava che il tennis stesse assistendo alla scalata di una futura numero 1, con una traiettoria simile a quella di Naomi Osaka. Poi però è arrivato un 2019 opaco, un forte monito su quanto sia difficile la scalata alla vetta e quanto sia, invece, facile la caduta. La scorsa stagione ha perso al primo turno in 11 tornei, faticando a ripetere i risultati dei due anni precedenti.

È ovvio che dovremo aggiustare un po’ di cose per tornare a quel livello. Lo stiamo facendo negli allenamenti, per restituirle delle buone sensazioni”, racconta Carlos Martinez ad Ubitennis. È proprio Martinez, un allenatore spagnolo, ex giocatore di doppio numero 180 del mondo e noto per aver già lavorato con Svetlana Kuznetsova, a farsi carico della sfida di riportare Kasatkina ai vertici del tennis mondiale.

La stagione 2020 di Martinez, contrassegnata da alti e bassi degni di una corsa sulle montagne russe, è cominciata in febbraio, quando Kasatkina sembrava aver riguadagnato un po’ di forma arrivando alle semifinali del torneo di Lione, in Francia. Era il settimo torneo dell’anno per la giocatrice russa, ma il primo in cui era riuscita a vincere più di due partite consecutive nel tabellone principale. Una settimana dopo, il Tour si è fermato per quella che si è rivelata una pausa lunga cinque mesi per via della pandemia da COVID-19.

È stato molto triste per noi, perché aveva cominciato a trovare un gran bel ritmo dopo Lione”, riflette Martinez. “A mio parere, ha perso [quella semifinale, ndr] nel modo giusto, perché lei è una giocatrice che ha bisogno di vincere partite e di ritrovare un po’ di fiducia nel suo gioco. In quelle condizioni, aveva ottime possibilità di fare bene ad Indian Wells. [La pausa] non è stata una buona notizia per noi e ora dobbiamo ritrovare quel ritmo, ma sono certo che tornerà di nuovo al suo livello più alto. Da noi stessi ci aspettiamo di giocare bene ogni giorno”.

Impossibilitati a competere, i due sono stati in ogni caso fortunati ad avere la possibilità di continuare ad allenarsi durante il lockdown al Club de Tenis Mollet, alle porte di Barcellona, un’Academy di proprietà dello stesso Martinez. Durante lo stop non programmato, il coach ha proseguito il lavoro con Kasatkina con uno scopo ben preciso in mente: renderla più aggressiva.

Abbiamo lavorato per cercare di rendere il suo gioco più aggressivo, perché lei è una giocatrice abbastanza consistente. Il tentativo è di farla stare un po’ più vicina al campo quando sente di avere l’opportunità di farlo. In sostanza, stiamo lavorando su questo e sul renderla più regolare al servizio, così da ottenere qualche vittoria in più”.

Carlos Martinez


IL RITORNO ALLE COMPETIZIONI

Avendo scelto di non giocare alcun match di esibizione durante la pausa, si è trattato di attendere e vedere se il duro lavoro avrebbe dato i suoi risultati. Pochi potrebbero dubitare dell’impegno di Kasatkina, ma, così come per molte altre sue colleghe, si trattava di vedere come se la sarebbe cavata dopo cinque mesi di lontananza dal Tour.

Il primo appuntamento è stato nella città italiana di Palermo, da dove l’intero circuito è ripartito. Sfortunatamente, Kasatkina ha subito un altro duro colpo, infortunandosi a una gamba durante gli allenamenti precedenti al torneo. È stata in ogni caso in grado di giocare, ma ha finito col perdere una maratona al primo turno contro Jasmine Paolini. Fortune alterne hanno atteso Kasatkina anche al torneo successivo, il Western & Southern Open a New York, dove ha perso due delle tre partite disputate. È riuscita ad entrare nel tabellone principale soltanto come lucky loser.

Non ha potuto giocare al suo meglio a Palermo, perché si era fatta male la gamba il giorno prima in allenamento. Non poteva di certo essere pronta al 100% per competere. È vero, ha giocato tre ore e dieci contro Paolini, ma onestamente, non avrebbe potuto fare di più. La gamba non le consentiva di correre”, riflette Martinez.

A Cincinnati [torneo che quest’anno è stato trasferito a New York] ha giocato tre partite, la seconda delle quali era un’ottima possibilità per qualificarsi al tabellone principale, ma ha sprecato alcune opportunità nel secondo set”. Al primo turno di Cincinnati, poi, Kasatkina ha perso da Anett Kontaveit.

Ma qual è la ragione di tutte queste sconfitte premature? Sono dovute soltanto al fatto che l’attuale numero 75 del mondo ha perso un po’ della forma di due anni fa oppure c’è qualche possibile spiegazione più complessa?

Martinez è convinto che ciò che frena Kasatkina in questo momento sia l’aspetto mentale del gioco. Se gli si domanda quanto la sua giocatrice sia vicina alla forma che l’ha portata al numero dieci del mondo, l’allenatore crede fermamente che non sia affatto distante. Tuttavia, il problema ricorrente continua ad essere la mentalità.

Il gioco ce l’ha, perché quando si allena mostra un livello davvero buono. Quando compete contro giocatrici di vertice, molte volte vince”, dice. “Il problema non è il suo gioco, il problema è che ha bisogno di credere un po’ di più in sé stessa. Di scendere in campo pensando di essere molto valida. Il modo in cui gioca è davvero una diretta conseguenza di questi pensieri. Non le manca molto per raggiungere questi traguardi. Dal punto di vista del gioco, dobbiamo solo continuare ad aggiustare poche cose e tornerà di sicuro [in top 10]. Non so quando, ma tornerà al top”.

LA PAZIENZA È UNA VIRTÙ

Nelle settimane che verranno, Kasatkina non dovrà preoccuparsi troppo della posizione in classifica grazie al cambiamento delle regole dovuto al COVID-19. La WTA di recente ha infatti modificato il proprio regolamento, introducendo il “Better of 2019 and 2020”, in cui la posizione di una giocatrice è determinata dai suoi migliori 16 risultati ottenuti tra marzo 2019 e dicembre 2020.

Per fortuna quest’anno non abbiamo pressione e questa è una cosa che lei deve capire. Tutto ciò che dobbiamo fare quest’anno è sistemare un po’ di cose, ricominciare e tornare a competere dopo il lockdown”, sottolinea Martinez. “Non ci sono obiettivi legati ai risultati. Il mio scopo è invece ristabilire di nuovo gli schemi di gioco che lei deve utilizzare quando è in campo. È molto importante per noi. So che se applicherà questi schemi e tornerà a credere in sé stessa, potrà fare bene”.

Alla luce di queste dichiarazioni, non dovrebbero preoccupare troppo i risultati in chiaroscuro di queste ultime settimane. Kasatkina ha patito una sconfitta molto dura al primo turno dello US Open, contro Marta Kostyuk, e dopo quattro buone vittorie a Roma (due nelle quali, due nel main draw) è incorsa nel succitato infortunio contro Azarenka. Quindi ha affrontato il Roland Garros senza grosse aspettative, superando il primo turno ma fermandosi al cospetto di un’altra bielorussa, Aryna Sabalenka, al secondo.

La cosa importante è comprendere la filosofia del gioco, perché, tenendo a mente quella, Daria otterrà gli obiettivi che ci aspettiamo per il futuro. Certamente, per noi si tratta di tornare in Top 10, perché lei ha la capacità di farlo. Dobbiamo soltanto essere pazienti e lavorare su questa mentalità”, conclude Martinez.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

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Focus

Nadal dribbla il GOAT: “Parliamone alla fine delle nostre carriere”

Lo spagnolo in una lunga intervista al sito ATP si dichiara onorato di aver raggiunto Federer a quota 20 Slam. E racconta come è arrivato al successo numero 13 a Parigi: “Vincere non è mai la normalità”

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Rafa Nadal - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

C’è chi sogna di rimetterli l’uno contro l’altro, nel posto meno prevedibile. Herwig Straka, direttore dell’ATP 500 di Vienna, vorrebbe portare in Austria anche Rafael Nadal dopo aver strappato il sì di Novak Djokovic. “Stiamo cercando di fare il possibile – le sue parole -, sarà a lui a decidere se vorrà ottenere più punti per provare a inseguire il numero uno del ranking“. Anche Djokovic, del resto, ha scelto Vienna (anche) per ragioni di contabilità. L’agenda di Nadal da qui alla conclusione dell’assurdo 2020 non è ancora nota, ma la lunga intervista concessa al sito ATP è stata per il maiorchino l’occasione per metabolizzare il trionfo di Parigi. Analizzarlo alle radici, ponderarlo sul piano statistico, aprire una prospettiva. A partire da una sintesi di apprezzabile efficacia: “Ho disputato un ottimo torneo, date le condizioni. Facendo passi avanti ogni giorno, giocando abbastanza bene da vincere le partite fino a interpretare poi quella perfetta in finale“.

IL PRECEDENTE – Tenendo a margine l’ultimo testa a testa dell’ATP Cup, Nadal e Djokovic si erano ritrovati l’ultima volta su terra nella finale di Roma 2019. “Mi è servito il ricordo di un anno fa – ha raccontato – anche a maggio 2019 arrivavo da un periodo non positivo (tre ko in semifinale a Montecarlo, Barcellona e Madrid, ndr) ma alla fine ho giocato bene e ho vinto. Domenica avevo preparato un piano partita, la cosa più difficile era metterlo in atto e ci sono riuscito, ha funzionato tutto al meglio”. Con la spinta, al solito determinante, della forza mentale: “Ogni volta che arrivo al Roland Garros non penso a priori di vincere, ma sono eccitato dall’idea di poterlo fare. So bene che riuscire a sollevare un trofeo non è mai la normalità. E sono molto soddisfatto della concentrazione mantenuta per tutto il torneo, non semplice nel periodo che stiamo vivendo e con la preoccupazione per la situazione dei contagi in Spagna”.  

IL PERCORSO – L’attenzione alle news dal mondo è stata costante nelle due settimane del Roland Garros, vissute a stretto contatto con i tecnici Carlos Moya e Rafael Maymo. Anche perché Nadal alla semi-clausura in hotel non ci era abituato, al punto da aver ripreso in mano una Playstation dopo tre anni. Le giornate extra campo andavano accorciate, in qualche modo. Al netto della quotidianità parigina, nel racconto del maiorchino spiccano le pagine del diario dei mesi scorsi. La vera costruzione del successo. Il trionfo di Parigi è stato frutto di programmazione, ma anche di letture congiunturali e mai decontestualizzate dal momento. “La mia preparazione in termini di partite giocate è stata pressoché inesistente“, ricorda, facendo riferimento ai soli tre match romani (ko ai quarti contro Schwartzman) dal rientro post lockdown.

 
Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

C’è stato però un ampio e complesso dietro le quinte, vissuto in gran parte sui campi di casa. “Quando ho ripreso ad allenarmi dopo lo stop il corpo non ha risposto nel migliore dei modi – riavvolge il nastro -, con l’assenza di un obiettivo chiaro per il rientro che complicava la pianificazione del lavoro. Lo sport è una questione di risultati, tutto viene giudicato giusto o sbagliato in base a essi. Ma io sono anche molto contento del percorso e del team che ho avuto al mio fianco: mi hanno spinto a dare tutto quando necessario ma anche concesso la giusta libertà quando era giusto staccare“. Dinamiche gestionali collaudate negli anni, che hanno ammortizzato gli effetti di una stagione imponderabile nelle sue coordinate spazio-temporali.

GOAT, MA A TEMPO DEBITO – L’immediato riflesso del Roland Garros numero 13 è stato anche raggiungere Roger Federer a quota 20 Slam, dato che alimenta l’aspetto strettamente aritmetico del dibattito sul più grande di tutti i tempi. “È una cosa di cui parlate molto voi giornalisti – è il punto di vista di Nadal -, in ogni caso ho eguagliato un record che sembrava impossibile. Mi onora condividerlo con Roger, abbiamo un grande rapporto anche fuori dal campo e questo rende tutto più bello. I numeri dovrebbero essere analizzati da chi ha una buona conoscenza della storia del tennis, onestamente non ci penso molto. Bisognerà vedere cosa succederà nel prosieguo anche per Djokovic e per Federer, quando tornerà. Avremo il tempo di analizzare il tutto quando le nostre carriere saranno finite”. Lo stimolo per tenere il piede sull’acceleratore, evidentemente, è ancora un altro. “Adesso, più che contare i successi, fa la differenza l’entusiasmo con cui mettersi a lavorare ogni giorno per mantenersi ai massimi livelli. Quando questo verrà meno, sarà giusto fermarsi e guardare ad altro“.

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Focus

Ivanisevic ci ripensa: “Ho esagerato, ma credevo davvero potesse vincere Djokovic”

Alla vigilia il coach di Djokovic aveva dichiarato che Nadal non avrebbe avuto chance nella finale. “Ma spero possa batterlo a Parigi nel 2021. Sul GOAT: “Se Novak dovesse superare Federer e Nadal per titoli Slam conquistati, non ci sarebbe più da discutere”

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Ha peccato di sfrontatezza. Poi ha ammesso l’abbaglio, a giochi fatti, salendo su una ben nota scialuppa di salvataggio: ricordare che i pronostici non li sbaglia soltanto chi non si espone. In ogni caso, dopo aver dichiarato alla vigilia della finale del Roland Garros che Nadal non avrebbe avuto possibilità, Goran Ivanisevic è stato chiamato a renderne conto di fronte all’esito della finale di domenica. Specie dopo il candido Mi ha surclassato che Djokovic ha lasciato agli atti a fine partita.

Ho di certo esagerato – l’ammissione del croato a Tennismajors -, ho mandato quel messaggio anche ad altri del team, ma allo stesso tempo nella vittoria di Nole ci credevo sul serio. So che il Philippe Chatrier è il salotto di Rafa e che lì può vincere anche giocando male, ma ero sinceramente convinto fosse l’anno di Djokovic. Purtroppo ha iniziato a trovare i suoi colpi quando era sotto di due set e un break, troppo tardi. Giocando male in avvio ha fatto sentire Rafa a suo agio, vantaggio che non è possibile concedergli”.

Novak Djokovic e Rafa Nadal – Roland Garros 2020 (via Twitter, @australianopen)

PRONOSTICI – Nella sua analisi a posteriori, Ivanisevic ha richiamato un altro precedente tra i due a senso unico (ma dalla parte opposta): “È andata come nella finale dell’Australian Open 2019, lì Nole aveva distrutto Rafa, ora è stato ripagato con la stessa moneta. Non sono state due belle partite, a pensarci bene“. E si smarca dalla comodità delle previsioni comode, quelle col paracadute: “Mi piace esprimere pareri diretti – spiega – poi magari posso non prenderci. È sempre troppo facile mantenersi sul vago o dire che a vincere sarà il più in forma in quella giornata. Stavolta ho detto semplicemente quel che pensavo e Nadal, gliene va dato atto, mi ha smentito. Non smetto di credere però che Nole possa batterlo anche a Parigi, sarebbe bello rivederli a giocarsi la finale nel 2021.

Più nell’immediato, il finale di stagione prevede per il numero uno ATP gli appuntamenti di Vienna, Parigi Bercy e Londra per le Finals dal 15 novembre. “Decideremo con Marjan Vajda come dividerci – guarda l’agenda -, non so quanto senso abbia giocare a Parigi visto che lì (dove l’anno scorso ha sollevato il trofeo, ndr) non può né guadagnare né perdere punti. Sarà importante invece far bene a Londra, dove nel 2019 non è andato al meglio“.

ALTRI TRE ANNI – Interpellato sul futuro, nemmeno troppo lontano, Ivanisevic vede ancora per Djokovic la possibilità di raggiungere Federer e Nadal nella corsa al maggior numero di Slam vinti. Anche se il ritardo (oggi di tre lunghezze) va ponderato guardando le carte d’identità. “Nole, a 33 anni, ha davanti a sé almeno altre tre stagioni ad alto livello – è il pensiero del coach croato -, lo dico anche perché abbiamo visto cosa è capace di fare Nadal a 34 anni (QUI la visione sul futuro del maiorchino di Steve Flink e del direttore Scanagatta, ndr). La striscia dei suoi successi a Parigi entra di diritto tra le più grandi imprese della storia dello sport. Come Rafa parte indiscutibilmente favorito ogni anno a Parigi, Novak lo è in Australia, a Wimbledon e allo US Open. Penso che abbia davanti a sé la possibilità di vincere altri Slam e confermo quanto detto tempo fa: sia lui sia Nadal supereranno Federer in questa particolare classifica“.

 

PROSPETTIVA GOAT – Al netto della semplice statistica, c’è chi si appassiona anche al dibattito (qui una delle puntate precedenti, con il parere di Andy Roddick) su chi dei big three contemporanei possa fregiarsi del titolo di più grande di tutti i tempi. “Sarà sempre una questione di preferenze personali – conclude -, per me è Djokovic, altri non saranno d’accordo. Oltre agli Slam valuterei quante settimane abbiano passato al numero uno ATP, i titoli Masters 1000 e i testa a testa tra loro. Voglio però semplificare: se Novak dovesse superarli entrambi per titoli Slam conquistati, non ci sarebbe più da discutere“.

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