Keys domina, Barty passa con il bagel: sarà sfida ai quarti del Roland Garros

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Keys domina, Barty passa con il bagel: sarà sfida ai quarti del Roland Garros

Keys supera Siniakova e raggiunge le ultime otto a Parigi per il secondo anno consecutivo. Barty (successo al terzo contro Kenin) è invece l’unica giocatrice capace quest’anno di raggiungere i quarti nei primi due Slam

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Madison Keys - Roland Garros 2019 (foto via Twitter, @rolandgarros)

Si interrompe la favola della 20enne Sofia Kenin, carnefice di Serena Willliams in questo Roland Garros. La statunitense di origini russe è costretta a piegarsi di fronte all’intelligenza e alla solidità dell’australiana Ashleigh Barty in un match a tre facce, tante quanti i parziali disputati dalle due tenniste sul Philippe Chatrier, in una mattinata uggiosa con un po’ di pioggerellina. Nel primo parziale Kenin appare visibilmente emozionata e contratta. La giovane americana fa letteralmente fatica a tenere la palla in campo e Barty le rifila un 6-3.

Kenin riesce ad entrare leggermente in partita sul finale del primo set e nel secondo comincia a lasciare andare i suoi colpi davvero notevoli per forza e precisione, soprattutto il rovescio. L’aborigena cede il servizio sotto 1 a 0 e poi rimane aggrappata al parziale. Al momento di chiudere il set, sul 5 a 3 e servizio, l’americana trema, concede due palle break ma alla fine se la cava. Ci si aspetta un terzo set equilibrato ma perso il servizio nel secondo gioco si spegne di nuovo la luce per Kenin. Barty insiste maggiormente sui cambi di ritmo e l’inesperta avversaria non ci capisce più nulla. Bagel in favore della tennista di Ipswich e match in archivio

Ashleigh Barty – Roland Garros 2019 (foto via Twitter, @rolandgarros)

Nei suoi secondi quarti di finale consecutivi, la n.8 del mondo affronterà Madison Keys, semifinalista della scorsa edizione del torneo. Keys supera in un’ora e un quarto di gioco per 6-2 6-4 la ceca Katerina Siniakova, giustiziera della n.1 al mondo Naomi Osaka al turno precedente. Grazie alla sua maggior potenza, la statunitense si porta avanti nel primo set per 3 a 0. Siniakova ha avuto un piccolo sussulto, recuperando un break di svantaggio. Ma Keys ha la situazione sotto controllo: cala un altro parziale di 3 giochi a zero e conquista il primo set.

 

C’è più lotta nel secondo. La 23enne boema mette in pratica meglio le variazioni di gioco che tanto avevano dato fastidio ad Osaka al turno precedente. Ma la tennista della Florida non si scompone e continua a martellare con i suoi colpi pesanti come pietre. Dopo break e controbreak nei primi due giochi il parziale procede sui binari dell’equilibrio. Sotto 5 a 4, sul proprio turno di servizio, Keys piazza improvvisamente la zampata vincente che gli permette di vincere set e incontro con merito. 

IL TABELLONE FEMMINILE COMPLETO

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Thomas Fabbiano, piccolo è bello

Elogio di Thomas Fabbiano, centosettantré centimetri da San Giorgio Jonico. E di come ha saputo abbattere una serie di giganti

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Thomas Fabbiano - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Non credete alle favole, e nemmeno alla mitologia: nella vita di tutti i giorni, il povero Davide le becca di brutto da Golia, prepotente e tracotante. Sempre. O quasi… Già, perché di tanto in tanto succede che il mondo si ribalti, e che il piccoletto le suoni ben bene al gigante: quando accade, è chiaro, la cosa fa discutere, e in ambito giornalistico usa dirsi che ‘fa notizia’ (l’uomo che morde il cane, insomma). E se poi il fatto si ripete più di una volta, sempre col medesimo protagonista, beh, allora diventa necessario soffermarsi un attimo sulla questione, e provare ad approfondirla. Per farla breve: vogliamo parlarvi di Thomas Fabbiano, non statuario tennista tarantino – di S. Giorgio Jonico – dal… basso dei suoi 173 centimetri, 30 anni, ormai da un paio di stagioni veleggiante attorno alla centesima posizione del ranking mondiale – col picco della 70esima piazza nel settembre 2017.

Cominciamo col dire che negli Slam, da quando li frequenta, un paio di turni li passa quasi regolarmente: e con scalpi di un certo rilievo, come Wawrinka a Wimbledon 2018, Tsitsipas a Wimbledon 2019, Thiem agli US Open 2019. Non male davvero, ma non è nulla – paradossalmente – rispetto a quanto stiamo per raccontarvi. Fermi tutti però: prima vi diciamo (così, tanto per scaldare l’atmosfera) di un paio di nanetti che, in sport e tempi diversi, hanno fatto gridare al miracolo.

Il primo è Tyrone Bogues, per tutti la Pulce, che denunciando la bellezza di 159 centimetri di statura seppe far faville nientemeno che nella NBA di basket, una ventina di anni or sono. Ancora raccontano di quando stoppò il mitico Pat Ewing (2,13) in uno dei suoi consueti tentativi, solitamente coronati da successo, di schiacciata a canestro nel match fra Hornets e Knicks, anno di grazia 1993: ed oltre a questa leggendaria, chiuse la carriera con ben altre 38 stoppate (!?). Per darvi un’idea: quando giocava a Washington, il maggior divertimento dei fotografi era di metterlo accanto al compagno Manute Bol, che stazzava 2,31… Fate i conti: 72 centimetri di differenza!

 

Passiamo al calcio: Giovanni Tedesco, tamburino palermitano da 1,70, è stato per diverse stagioni all’inizio degli anni ’90 il centrocampista che segnava più gol nel campionato italiano. E l’80% buono li faceva di testa, saltando sopra marcatori di una spanna o due più alti… Arrivava quatto quatto nei pressi dell’area, a luci spente, specie sui calci piazzati: i difensori se lo perdevano – anche perché tenevano d’occhio i marcantoni avversari, mica lui – salvo ritrovarselo all’altezza del secondo palo già… in cielo, dopo un ‘terzo tempo’ da Space Jam (a proposito di pallacanestro). Lo ricordano con nostalgia in particolare a Perugia, dove era una specie di mascotte – nonché, poi, amatissimo capitano – con la sua trentina di reti in un quinquennio.

Può bastare: e ora torniamo al buon Tommasino. Australia, gennaio scorso: come al solito ci si squaglia dal caldo, ma il pugliese è abituato (e che je fa, a lui?). Fa subito fuori Kubler, per trovarsi al secondo turno con una sfida impossibile: Reilly Opelka, emergente omaccione statunitense, una specie di Hulk coi suoi 211 cm. Vederli vicini, a rete prima di cominciare, provoca un sorriso e un senso di smarrimento fra noi tifosi tricolori: poverino, ora se lo mangia vivo…Bum bum bum, ace su ace (alla fine saranno 67!), diversi ‘perfect game’, roba da ammazzare un bue: macché, il piccolo sta lì buono buono senza fare una piega, smonta l’avversario pezzo per pezzo, e dopo 5 set si guadagna il meritato trionfo. Caspita, che impresa! Dopo inciamperà in un ispirato Dimitrov, e pace…

Thomas Fabbiano e Reilly Opelka – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Cambiamo scenario: i sacri prati londinesi qualche mese più tardi, dove Fabbiano si trova regolarmente a suo agio. Comincia col dare la più grossa delusione stagionale a Tsitsipas, che non è di taglia ridotta neanche lui, vendicando fra l’altro la sconfitta di dodici mesi prima. Ed ecco che gli si para di fronte una seconda sagoma inquietante: è quella di Ivo Karlovic, altro mancato cestista. No, non ce la può fare, quel tipaccio viaggia costantemente oltre i 220 all’ora alla battuta, i miracoli non si ripetono… Chi l’ha detto? I soliti 5 set, i soliti giochi (diversi) senza vedere boccia, la solita tela di ragno intessuta pian piano attorno alla cavalletta, che alla lunga rimane avviluppata senza via di scampo: fantastico! Poi lo impallinerà Verdasco, ma tutto sommato cosa importa?

Per noi Thomas è un mito. Ci piace pensare che d’ora in poi insegua due obiettivi, anzi tre (l’ultimo a lungo periodo): nell’immediato, trovarsi dinanzi ad Isner in uno Slam e ribaltare pure lui, per completare… il grande Slam degli oversize. Quindi giocarsela vis à vis con Schwartzman in un duello rusticano, per il simbolico titolo di campione del mondo dei tennisti tascabili. Ma soprattutto, diventare prima o poi il numero uno di Taranto e dintorni: e qui sta l’impresa più ardua, perché in testa alla classifica siede incontrastata Robertina Vinci. Come che sia, intanto il nostro può vantarsi di esser finito in un assunto proverbiale – il nostro, quanto meno- che recita: per battere di sicuro i giganti, o sei uno dei top 3 o sei Fabbiano.     

Renato Borrelli

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2019, il tennis a febbraio: Kyrgios batte Nadal sulle ali della follia

Ad Acapulco va in scena una delle partite dell’anno. Nick, sull’orlo del ritiro dopo mezz’ora, batte Rafa al termine di duecentodieci minuti di show e polemica. “È un grande campione ma da lui non devo imparare nulla”

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Kyrgios è pazzerello; è spettacolare; però è antisportivo; eppure è d’animo candido; ma è sprecone; ce l’avessi io il suo talento; è un campione; nondimeno è privo di zucca. E mi si scusi la punteggiatura claustrofobica, roba che Vincenzo Rabito in Terra Matta, ma non siamo nemmeno vicini all’arrivo. E ci mancherebbe altro, potremmo esaurire il numero di battute necessarie a questo articolo limitandoci a pescare dall’ampissimo recinto popolato dai fantasmagorici aggettivi che negli anni sono stati appiccicati alla schiena di crazy Nick.

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No need for a commentator when Nick’s on court😝 . #tennis #tennistv #atp #atptour #stnicholasday #kyrgios #nickkyrgios

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Affidatevi al dizionario che più vi piace, ma non dimenticate di accordarvi sull’unico attributo che paradossalmente – paradossalmente per l’ovvia natura dell’attributo medesimo – ha negli anni grossomodo unito tutti coloro che hanno avuto l’ardire di commentarne le gesta: divisivo. Kyrgios è divisivo. Lo si ama, lo si odia. Bianco o nero, Uomini e No. La zona grigia, tinta tipica delle varie forme di diplomazia, dalle parti di Canberra non è d’uso. Kyrgios separa chiunque, in apparenza persino i cosiddetti esperti, “gli addetti ai lavori”, quelli che ne capiscono, i quali si trincerano volentieri dietro a un guelfoghibellinismo di facciata lucrando notevoli dividendi professionali, poiché il soggetto è garanzia di ciccia costante utile a sfamare le fameliche rotative: sai che noia scrivere solo di Djokovic e Nadal? Ché poi di Nole e Rafa si scrive per forza, con tutto quello che hanno vinto, ma se non avessero vinto nulla su di loro si sarebbe sprecato ben poco inchiostro. Nick no, Nick è diverso, diciamo e dicono: anche se fosse centonovanta al mondo, di lui si scriverebbe lo stesso. Perché lui è Nick.

Dell’altro, quello appena citato, Rafa Nadal insomma, non fosse il fenomeno conclamato che è, si potrebbe dire che quasi quasi sia il negativo di Kyrgios. La costanza, carentissima nel variabile australiano, è merce sovrabbondante nel magazzino di Manacor, dove insieme a chili di pazienza, alle chele mancine, ai banana-shot e alla cattiveria agonistica c’è spazio per diciannove trofei dello Slam, quelli che Kyrgios, “se non mette la testa a posto”, con ogni probabilità non vincerà mai. Ai suoi seguaci, non pochi, poco importa: perché basta una settimana da Nick ogni tanto per rinfocolare l’amore.

Ad Acapulco, nel mese di febbraio, gli astri si mettono in ghingheri per l’occasione: Kyrgios arriva in Messico con appena due partite vinte in stagione, un’eliminazione al primo turno nel Major di casa e la poco edificante etichetta di numero settantadue al mondo, peggior classifica da quando, cinque anni prima, stupì il destino Nadal e il mondo centrando i quarti a Wimbledon da wild card diciannovenne e il primo accesso in carriera tra i primi cento giocatori della classifica.

Al primo turno trova Andreas Seppi, altro simbolo degli inquieti, forse, ma non è detto, dormiveglia di Kyrgios; l’inappuntabile professionista di Caldaro, quello che qualche tempo prima lo aveva rimontato cacciandolo da Melbourne. Stavolta Nick avanza in due, per prenotare il secondo turno atteso dai molti turisti affollanti quello che Fabio Fognini definì il resort più bello del mondo: ad aspettarlo c’è Rafa, manco a dirlo, ma l’esito della tenzone sembra presto scritto. Per il fenomeno da Manacor pochi problemi e primo set facile, sei-tre in trentacinque minuti con break nel sesto gioco e Kyrgios impotente. Stralunato, sballottato, incapace di trovare contromisure adeguate, egli si appella addirittura al trainer, mentre sembra in procinto di rendere l’anima.

Non riesco a giocare – dice al medico – ma provo ancora un paio di game”. Ne giocherà altri ventisei, e starà in campo per altre tre ore circa. Tra una mazzata di dritto e un servizio drop-shot con Nadal sempre più periferico in risposta, Kyrgios la rimette in sesto pur ostentando l’espressione facciale di chi non ne ha per molto. Si affanna, abusa degli attrezzi del mestiere, usa la racchetta a mo’ di stampella e soffre le pene dell’inferno senza l’ausilio della prima di servizio, ma annulla quattro palle break potenzialmente letali nel nono gioco e si produce in un tie break meraviglioso forzando al terzo l’ormai tesissima contesa.

La partita di tennis, appena un secondo turno in un torneo 500 di febbraio, sfuma i propri contorni espandendosi in rissa, solo metaforica perché Nadal è uomo dal carattere piuttosto mite. Kyrgios, uno spettacolo di per sé: tira vincenti da ogni posizione spostandosi il meno possibile, aizza i tifosi, si porta le mani alle orecchie reclamando ovazioni e ricevendo in cambio fischi e ululati da un pubblico sempre più pendente dalla parte del baleárico. Più volte sull’orlo del collasso, Nick cammina in equilibrio sul cornicione a lungo, salva cinque pericolosissime palle break in un sesto gioco da sedici punti e quindici minuti trascinando il carrozzone a un nuovo tie break, che è il perfetto epilogo di un dramma in feltro rispettabile. Con i nervi ormai in piena ribellione Rafacito si arrampica sul seitre, ha tre match point a disposizione, ma Kyrgios gli annulla i primi due con palla corta vincente e temeraria volée che colpisce il nastro prima e la riga poi, mentre il terzo se lo divora la leggenda tirando largo un rovescio lungo linea.

Pietrificato, Nadal commette doppio fallo e poco dopo spara lungo un altro rovescio, stavolta incrociato, consegnando la partita nelle mani dell’infervorato avversario. Seguiranno una stretta di mano ai limiti del protocollare e due conferenze che si faranno ricordare. Rafa Nadal, per molti anni epitetato Rafa Banal nelle sale stampa di mezzo mondo a causa, mettiamola così, dell’eccessiva misura con cui da sempre calibra le proprie esternazioni, rosica e si lascia andare. “Kyrgios ha fatto il suo show, giocato bene e oggi ha vinto. Non credo sia un cattivo ragazzo, ma dovrebbe portare più rispetto per il pubblico, l’avversario e soprattutto per sé stesso”. Kyrgios, che all’inizio aveva persino provato a essere galante – “Rafa è un campione incredibile, felice di averlo battuto” –, una volta reso edotto dai giornalisti non impiega molto a sbroccare: “Ciò che dice non mi interessa e non avrà alcuna influenza su di me”.

Nick Kyrgios, il tizio che dopo mezz’ora stava per ritirarsi, finirà per passare sul centrale dell’Abierto Mexicano ancora un bel po’ di tempo: batterà al tie break del terzo anche Stan Wawrinka e John Isner con menzione d’onore per il quarto con lo svizzero, legato a Nick da un rapporto burrascoso, perdonerete l’incauto eufemismo, originato dal famoso match di Montreal 2015, quando il ribelle di Canberra commentò a voce altina i trascorsi sessuali di Donna Vekic, all’epoca neo-fidanzata del vodese.

In finale, Kyrgios avrà la meglio su Sascha Zverev nell’incontro paradossalmente più facile della settimana, conquistando il quinto trofeo in carriera non prima di aver salutato da par suo i tifosi di Nadal. “Dove si sono cacciati? Avranno preso un volo per Indian Wells” riferisce ai giornalisti dopo l’ennesima maratona vinta sull’amico, lui sì, John Isner. Già, Indian Wells, il primo Mille stagionale che si sarebbe giocato di lì a dieci giorni e da cui Nick, ça va sans dire, sarebbe stato eliminato al primo turno, le sue gemme essendo destinate a essere rare per statuto e forse per questo ancora più attraenti, poiché di solito confezionate in modo tale da farsi ricordare. “Non farò mai nulla di giustificabile”, diceva un poeta portoghese che meriterebbe maggior fama. Tu che dici, Nick?

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Circoli in vista

Intervista a Riccardo Marini, presidente del TC Prato

Quattro chiacchiere con il presidente del circolo pratese, tra soddisfazione e qualche proposta di riforma, quando sono appena iniziate le Finali di Serie A1 a Lucca

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Riccardo Marini, presidente del TC Prato

Al Palatagliate di Lucca sono appena iniziate le finali di Serie A1 di tennis, competizione che accompagna gli appassionati della racchetta in questi mesi di letargo dei Tour ATP e WTA. Al femminile si affronteranno il TC Prato e il TC Genova, mentre al maschile la sfida-scudetto sarà tra lo Sporting Club Selva Alta Vigevano e il CT Messina. Alla vigilia del grande appuntamento abbiamo intervistato il presidente del TC Prato, Riccardo Marini, ovviamente molto entusiasta per i risultati delle proprie ragazze.

La squadra femminile è più amalgamata rispetto a quella maschile. Formata da ragazze molto legate tra di loro, si compensano e sono complementari. Indipendentemente da come andrà in finale penso che il bilancio sia estremamente positivo. Mi fa piacere non solo per i risultati tennistici ma anche proprio per questa unione tra le ragazze. Lo sport deve essere un veicolo per la vita, sia per il presente che per quello che faranno una volta terminata l’attività agonistica. Io credo che il bilancio dunque sia positivo sotto entrambi gli aspetti, agonistico e umano.”

Marini non vuole assolutamente far mancare il suo sostegno alla squadra e sarà sugli spalti a tifare insieme agli altri appassionati. “Sarò presente sia venerdì pomeriggio che sabato, anche se ovviamente sabato mi auguro di andarci con uno spirito un po’ più sollevato rispetto alla trepidazione per la prima giornata (ride, ndr)”. Il risultato di 1-1 maturato dopo le prime due sfide ha invece lasciato intatta questa trepidazione. Come il presidente, anche la città di Prato ha risposto presente all’appello, approfittando della vicinanza con la sede delle finali (il nostro inviato ci ha raccontato che i pratesi, nella prima giornata, hanno superato in numero i genovesi sugli spalti).Al circolo c’è molto fermento e molta attesa. Credo anche che ci sarà una grossa transumanza verso Lucca, visto che è facilmente raggiungibile per noi. Anche Genova non è lontana in realtà quindi il pubblico avrà sicuramente un peso importante”.

 
La squadra femminile del TC Prato, qualificata per le finali del campionato di A1

Se le ragazze sono riuscite a guadagnarsi la possibilità di portare a casa il sesto scudetto della storia del circolo, altrettanto bene non hanno fatto i componenti della squadra maschile, addirittura retrocessa in A2. Il punto fermo da cui ripartire però è già chiaro nella mente del presidente: puntare sui giovani del vivaio. “La squadra femminile è giovanissima e composta da molte giocatrici che vengono dal vivaio. Penso che possa avere ancora molta prospettiva davanti a sé, mentre di quella maschile dovremo discutere un po’. Forse è una squadra giunta a fine percorso, perciò per l’anno prossimo proveremo a mettere su una squadra giovane e di prospettiva, anche se magari non si vedranno i risultati nell’immediato.”

A spingere Marini verso questa direzione è anche una certa interpretazione “romantica” del campionato di Serie A, che dovrebbe, secondo lui, contare un po’ meno sull’apporto di professionisti di alto profilo, ingaggiati ad hoc. “Se devo muovere una piccola critica all’attuale sistema della Serie A, riguarda il sistema del reclutamento degli stranieri o di grandi nomi. A volte preferirei far giocare solo gente appartenente ai circoli. Quando si gioca per il circolo, credo l’attaccamento al circolo debba essere qualcosa di più del gettone che si riceve. Noi l’anno prossimo punteremo moltissimo sul vivaio, in modo da far giocare ragazzi che sono nati e cresciuti da noi.”

Più in generale, il presidente del TC Prato vorrebbe modificare un po’ l’attuale formula della Serie A, che rischia di non garantire sempre uno spettacolo opportuno e di alto livello, oltre ad impegnare i circoli in lunghe trasferte consecutive. “La formula forse è un po’ da rivedere. Viene fatta alla fine della stagione perché giustamente i giocatori e le giocatrici più forti sono impegnati nei tornei internazionali e ci sono poche alternative. Giocare incontri andata e ritorno, magari con trasferimenti anche lunghi, è pesante. Visto che spalmare gli incontri durante l’anno è difficile, si potrebbero organizzare dei gironi in sede neutra, come nella Davis di ora. Forse facendo così si attirerebbe più interesse. Altrimenti si rischia di trovarsi a giocare un incontro già certi di essere promossi o eliminati e allora si mandano le seconde linee invece dei giocatori più forti, anche lo spettacolo non ne beneficia. A me la nuova Davis piace, ovviamente bisogna aggiustare un po’ il tiro e sistemare alcune cose, ma concettualmente non mi dispiace. Probabilmente diciotto squadre sono troppe o sono troppi pochi i giorni, ma penso possa attirare più interesse rispetto a prima. La stessa formula si potrebbe applicare anche alla Serie A”.

Gestire un circolo e mantenere due squadre di alto livello richiede uno sforzo economico non indifferente e, nonostante il buon lavoro dell’amministrazione, gli sponsor non sempre sono sufficienti.Gli sponsor non coprono l’intero costo della Serie A. C’è da dire che noi quest’anno eravamo uno degli unici tre circoli in Italia ad avere due squadre di A1, femminile e maschile, il che moltiplica le spese. Il prossimo anno probabilmente sarà dunque un anno di transizione per noi anche perché la squadra maschile andrà rifondata, puntando molto sui giovani.”

Oltre all’attività in Serie A, il circolo pratese ospita anche un prestigioso torneo junior, che vanta nel suo albo d’oro nomi di assoluto valore, da Roger Federer a Kim Cljisters, passando per la finale del 2013 tra Sascha Zverev e Daniil Medvedev. Nel 2019, Marini e gli altri dirigenti hanno ritoccato un po’ la struttura dell’evento per contrastare la concorrenza degli altri tornei:L’edizione di quest’anno penso sia stata migliore delle precedenti, perché abbiamo modificato un po’ la formula. Abbiamo ridotto il tabellone da quarantotto giocatori a trentasei e abbiamo disputato le finali sabato anziché domenica. Essendoci molti tornei in settimane consecutive, i giocatori migliori sono magari portati più facilmente a saltare quelli della nostra categoria. Giocando un giorno in meno sono più invogliati a partecipare invece”.

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