Federer: "Se invecchiando diventa più difficile chiudere le partite? No!"

Interviste

Federer: “Se invecchiando diventa più difficile chiudere le partite? No!”

Lo svizzero in conferenza stampa: “Se avessi voluto evitare Nadal, non avrei scelto di giocare sulla terra. C’è sempre una possibilità, contro chiunque”

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Roger Federer - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Roger Federer ha centrato l’ottava semifinale sui campi del Roland Garros, a un paio di mesi dal compimento dei 38 anni. Un traguardo incredibile, del quale si è ampiamente discusso nella sua ultima conferenza stampa di cui vi proponiamo la traduzione integrale.

Dici di essere venuto al Roland Garros solo per vedere come va e senza pressione, ora sei in semifinale. Come ti fa sentire questa cosa?
Sai com’è, sono soprattutto felice di essere di nuovo in semifinale in uno Slam. Non mi è successo nell’ultimo anno circa. Ho subito alcune brutte sconfitte negli ottavi o ai quarti. Quindi da quel punto di vista ho superato le mie aspettative qui. Dopo aver saltato gli Open di Francia per tutti questi anni è bello essere di nuovo in semifinale, quindi è una sensazione magnifica. E la partita con Stan è stata particolare da tanti punti di vista, io lo conosco talmente bene, e anche lui conosce me, quindi è sempre dura. Se si considera anche la pausa per la pioggia il match è stato molto interessante, ma sono riuscito a tenere i nervi saldi. Adesso ho la partita con Rafa, e sono eccitato ovviamente. Spero di poter recuperare bene nel prossimo paio di giorni, cosa di cui sono certo, e darò tutto venerdì.

Hai finito il match con una volée, e questa settimana hai detto che per giocare bene le volée devi giocare come una pantera. Volevo chiederti se puoi dire che animale credi di essere al servizio e negli altri colpi. Inoltre, hai l’occhio della tigre in questo momento?
Penso che sia sempre l’atteggiamento. Forse guardi l’animale per ispirarti. Non sono sicuro, ma non penso che si possa pensare ad un animale per ogni colpo, è soprattutto una questione di mentalità punto per punto. È come ti impegni al massimo in allenamento, come trovi lo stimolo a girare il mondo. E poi quando arriva il momento decisivo, quando vai a rete, devi farlo con uno scopo. Non puoi farlo solo perché qualcuno ti ha detto così e a te sembra la cosa giusta. Devi andarci e crederci. E mi pare che gli ultimi due punti della partita siano finiti con una volée, quindi è ancora più gratificante vincere in questo modo, almeno per me.

 

Come hai già detto, sei chiaramente felice di aver raggiunto le semifinali al Roland Garros. Sei contro Rafa. Questa è forse una delle più grandi rivalità dello sport, non solo del tennis. Come la approcci? Ti prepari anche meglio che con gli altri avversari, o lo consideri solo un altro semifinalista?
Beh, ci sono sempre due modi per guardare la cosa. Io ovviamente seguo il mio programma, seguo il mio piano per la partita, quello che il mio gioco mi permette di fare e quali sono le condizioni. Ma con Rafa, soprattutto sulla terra, con i suoi punti forti, con quello che può fare in campo, devi essere consapevole di chi stai affrontando. Voglio dire, devi farlo sempre, ma soprattutto con Rafa. E oltre a ciò, è un mancino, il che cambia tutto. Ho due giorni, il che è positivo direi. È meglio di uno, è meglio che non averne. Quindi dal quel punto di vista posso allenarmi di più sui mancini, i servizi e tutto il resto. Visto che finora ho affrontato cinque giocatori, tutti destri, per me è un cambio totale. Anche solo come la palla ti esce dalle corde con le rotazioni diverse, è proprio un’altra cosa. Quindi bisogna abituarsi in fretta, non c’è tempo da perdere. È per questo che devo affrontare senza paura le palle in rotazione, quelle tagliate, quelle in kick, ed è ciò che farò venerdì.

Prima in spagnolo gli hanno riferito quello che hai detto in campo, che sei felice di essere in semifinale e di affrontarlo. E lui ha risposto che crede alla prima parte, ma non troppo alla seconda. Perché, come sai, l’ultima volta che hai battuto Rafa sulla terra è stato a Madrid nel 2009 e nel 2007 ad Amburgo. Quindi, dopo tutti questi anni, cosa può essere cambiato da renderti più ottimista prima di affrontarlo?
Come contro chiunque, c’è sempre una possibilità. Altrimenti nessuno starebbe a guardarla sugli spalti perché saprebbe già il risultato. E penso che sia lo sport, che ogni partita deve essere giocata per essere decisa. Ed è quello che pensa chiunque affronti Rafa, sanno che sarà difficile, ma non si può mai dire. Potrebbe avere un problema, potrebbe stare male. Non puoi saperlo, magari giochi alla grande, o magari lui fa fatica. Magari c’è un vento incredibile, pioggia, dieci interruzioni per pioggia. Semplicemente non lo sai, quindi devi essere in quella posizione. Per me arrivare a Rafa non è facile, ho dovuto vincere cinque match per arrivare qui. È per questo che sono felice di giocare contro Rafa, perché se vuoi ottenere qualcosa sulla terra, inevitabilmente ad un certo punto dovrai affrontarlo, perché è forte e sarà lì. Quando ho deciso di giocare sulla terra era quello che speravo accadesse. Se avessi avuto l’intenzione di evitarlo, non avrei giocato su questa superficie. Credo che questa mentalità mi abbia aiutato a giocare bene qui.

Qualche volta nel corso della tua carriera hai detto che Rafa è l’unico giocatore per cui hai provato a cambiare il tuo gioco, specialmente sulla terra. Pensi che affrontandolo ora giocherai con il tuo stile naturale? È cambiato da quando hai modificato il tuo gioco?
Contro un mancino non è mai naturale, Rafa o altri. Semplicemente cambia tutto. Giochiamo l’80% delle volte contro destrimani, e quando giochiamo con un mancino è una partita diversa, interessante. Un tempo lo odiavo, ora mi piace, perché contro di loro è uno stimolo, e lui è il migliore che abbia mai affrontato. Non vedo l’ora di affrontare la sfida.

Cambio leggermente argomento. Voi ragazzi, tu, Rafa e Novak, avete salutato Andy Murray per il suo ritiro durante gli Australian Open. Avete girato un video in cui dicevate di essere dispiaciuti perché stava lasciando lo sport. Mi chiedo, come reagisci alla notizia che verrà al Queen’s e giocherà a tennis a livello professionistico tra un paio di settimane? Sei sorpreso che sia riuscito a tornare così velocemente?
Non molto. L’Australian Open è all’inizio dell’anno, e lui torna per giocare il doppio. Quindi da quel punto di vista lo sa lui. Lo sa solo lui. E da quel che avevo sentito alla conferenza stampa poteva essere la fine della sua carriera, quindi ci era stato chiesto “potete fare un videomessaggio?”. “Va bene, faremo un video”, ma speravamo che non fosse veramente così. Penso che sia lo stesso per Andy. Quando l’ho visto dopo la sua partita contro Bautista Agut mi pare, anche io avevo appena vinto il mio match. L’ho incontrato negli spogliatoi e gli ho chiesto come andasse, e se si stesse veramente ritirando. Lui non lo sapeva. Quindi ho pensato che ci fosse qualche malinteso o che lui stesso non fosse ancora sicuro. Penso che sia stato un momento molto emozionante, visto anche che c’eravate quasi tutti. Penso che fosse ad un momento di rottura in cui aveva appena realizzato di non poter più continuare in quel modo. È successo anche a me, come a Wimbledon nel 2016, quando ho capito di non poter continuare a fare quello che faccio in quella maniera. Non era più salutare, semplicemente. Era in quel momento e lo aveva appena realizzato. Quando abbiamo capito che non era sicuro speravamo tutti che tornasse. E da quel che ho sentito, ci sono due punti di vista: la sua salute viene  prima di tutto, e vogliamo che Andy stia bene, prima di essere un giocatore di tennis. Ma se oltre a ciò dovesse anche riuscire a giocare a tennis, sarebbe un super bonus. E credo che tutti noi top player saremmo entusiasti di vederlo tornare nel tour.

Hai avuto un sacco di palle break, difficili da convertire oggi, e chiudere è stato abbastanza complicato. Credo che tu abbia fatto un paio di doppi falli nell’ultimo gioco. Mats Wilander dice che invecchiando la pressione per te diventa più difficile da gestire. Mi chiedo se chiudere le partite oggi stia diventando un po’ più difficile per te.
No (ride). E salutatemi Mats. Non la prendo sul personale, ma comunque mandategli i miei saluti.

Mats Wilander – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

La resistenza fisica di Stan ti ha stupito?
No, assolutamente. A meno che non sia infortunato, è in forma. Forse non mi sarebbe sembrato così veloce se fosse stato infortunato, voi potete pensare che non sia veloce come potrebbe, ma a me non è parso. Mi aspettavo un match difficile. Non è stato esplosivo sulla terra, soprattutto se gioca da molto dietro, e anche io ho deciso di giocare da dietro. Quindi abbiamo trovato un ritmo che andasse bene per entrambi. Non so, forse per me sarebbe stato meglio giocare più avanti e prendere la palla prima? Ma ha funzionato, e ne sono felice. Non mi stupisce che abbia raggiunto questo livello, perché sappiamo quanto sia forte mentalmente e fisicamente.

Hai potuto guardare le partite di Rafa in queste due settimane, pensando che magari l’avresti affrontato, oppure hai preferito non pensare a questa eventualità?
Beh, l’ho guardato giocare. Non ricordo quando, ma non ho guardato le sue partite pensando a cosa avrei fatto contro di lui, ho guardato i match come qualsiasi appassionato. Sinceramente non ne ho viste molte, l’ho visto giocare soprattutto a Roma e Madrid. Ma è sempre lui, è rimasto lo stesso in tutti questi anni.

Traduzione a cura di Alberto Tedesco

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Interviste

Guillermo Pérez Roldan: “Sono stato maltrattato da mio padre, lo sapevano tutti”

In un’intervista a ‘La Nacion’, l’ex tennista argentino ha raccontato una terribile storia di abusi subiti dal padre, che lo allenava. “Ho ricevuto un pugno in faccia, un’altra volta mi ha infilato la testa nel gabinetto, un’altra volta ancora mi ha preso a cinghiate”

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Guillermo Pérez Roldán e suo padre Raùl (credit "Historia del Tenis en la Argentina/R. Andersen y E. Puppo")

Questo articolo è una traduzione dell’intervista rilasciata da Guillermo Pérez Roldan a Sebastián Torok per La Nacion (giornale argentino)


Dopo una sconfitta si presentò in camera mia e iniziò a prendermi a frustate perché diceva che in campo non ero stato abbastanza reattivo”. È una confessione scottante e inedita quella che Guillermo Pérez Roldan, ex giocatore argentino di ottimo livello che nel 1988 toccò anche il numero 13 delle classifiche mondiali, ha affidato al media argentino “La Nación”. Guillermo ha aperto il suo libro dei ricordi con il giornalista Sebastian Torok, raccontando gli abusi e i maltrattamenti del padre-allenatore. E ha evidenziato con amarezza che gran parte del mondo del tennis argentino ignorò la situazione pur essendone a conoscenza.

Quello di Pérez Roldan è un nome che potrebbe non dire nulla agli appassionati di tennis più giovani, ma coloro che hanno più di 35 anni lo ricorderanno bene. Lo chiamavano “Rocky” per la potenza del dritto e per la forza fisica, come detto arrivò a essere numero 13 ATP e vinse 9 titoli nel singolare, il primo dei quali – a Monaco di Baviera nel 1987 – gli permise di diventare il tennista più giovane della storia a vincere un titolo del circuito maggiore, a 17 anni e 6 mesi di età. In Argentina Guillermo è ricordato anche per un tiratissimo incontro di Coppa Davis del 1988 contro gli Stati Uniti, quando diede battaglia a Buenos Aires a John McEnroe e Andre Agassi (l’Argentina perse comunque 4-1).

 

Non solo: per la sua avvenenza fisica, non era raro trovare Pérez Roldan sulle copertine di riviste non solo sportive. Ma la sua carriera è stata interrotta prematuramente da un infortunio al polso destro. Le sue ultime apparizioni in campo risalgono al 2006. Dal suo ritiro dalla scena del tennis in poi, Guillermo si è allontanato dalla luce dei riflettori e molto raramente ha concesso interviste. Ha mantenuto un profilo basso, insomma, portando avanti una carriera da allenatore. Oggi l’ex giocatore argentino vive proprio a Santiago, la capitale del paese andino, ma spesso è in Italia per lavoro: svolge un incarico per lo sviluppo e la crescita del TC di Cagliari ed è anche consulente della FIT.

Nel metodo di lavoro di Raúl Pérez Roldan, padre di Guillermo e creatore della prolifica scuola di tennis di Tandil, la disciplina e la severità sono state regole non negoziabili. Negli anni Ottanta aveva formato un team di giovani tennisti tra i quali c’erano i figli Guillermo e Mariana (anche lei tennista di ottimo livello: fu n. 51 WTA nel 1988), ma anche nomi noti come Franco Davin e Patricia Tarabini. Ma, secondo le parole di Guillermo, Raúl ha oltrepassato il limite causando sofferenze soprattutto ai suoi figli.

La Nacion ha contattato Guillermo Pérez Roldan pensando a un’intervista-amarcord, incentrata sui migliori momenti della carriera tennistica di Guillermo. In un primo momento, il padre Raúl è stato menzionato solo in un paio di passaggi. “Lo dico senza paura – ha affermato Guillermo – è stato un visionario del tennis, straordinario nella cura dei dettagli tecnici, insomma, un ottimo allenatore. E aveva creato un sistema perfetto nella sua scuola di tennis. Ma purtroppo era mio padre. Avrei preferito avere un allenatore peggiore e un padre migliore, semplicemente. Oppure avrei preferito fare l’avvocato, per esempio, in modo da non essere allenato da lui. È un lato oscuro della mia vita. Oggi, comunque, come tecnico, mi tolgo il cappello di fronte a lui. E spero che un giorno potremo riavvicinarci, perché alla fine è sempre mio padre: oggi non abbiamo più alcun contatto”.

Poi, poche ore dopo l’intervista, Guillermo – che compirà 51 anni a ottobre e aspetta la nascita del terzo figlio – ha ricontattato “La Nación” tramite WhatsApp. Aveva deciso, dopo aver riflettuto molto, di sfogarsi. Di raccontare il suo incubo. Aveva bisogno, evidentemente, di riportare alla luce una situazione che lo angustiava da quasi trent’anni. E così ha fatto, prima con dei file audio, poi rispondendo ad altre domande del giornalista.

Avrei voluto un padre migliore“, ha raccontato Guillermo. “Vedremo se un giorno mi abbraccerà e smetterà di vedermi come un modo per fare soldi. Come ero in campo, così sono nella vita: non mollo mai, prima di perdere le speranze devono proprio stendermi. È un peccato. Ho due figli e sta per arrivare il terzo: fatico ancora a credere a quel che è successo. Fa male, tanto, anche se sono passati tanti anni: oggi continuo a lavorare nel tennis, a cinquant’anni suonati, e ho più voglia di vivere che mai. Ma la verità è questa. La sanno in molti, ma nessuno la dice. E io non l’ho mai confessata a un giornalista. Però è andata così. Un giorno, appena persa una partita, sono tornato in camera e ho ricevuto un pugno in faccia da mio padre. Un’altra volta mi ha infilato la testa nel gabinetto, un’altra volta ancora mi ha preso a cinghiate. Oppure potrei raccontarvi di quando i miei genitori hanno firmato documenti per prosciugarmi il conto in banca: quattro-cinque milioni di dollari guadagnati giocando a tennis che sono spariti da un giorno all’altro”.

E così, proprio colui che in casa non fa mostra di alcuno dei trofei vinti perché “rimanere troppo attaccati al passato ti impedisce di guardare avanti”, ha deciso di dire tutto riguardo ai tempi che furono. “Ho sempre tenuto riservata la mia vita privata, ma mi sono stancato di nascondere a tutti le cose che ho subito. Sono stato maltrattato fisicamente, e lo sapevano tutti. La cosa era iniziata con mia sorella, poi, quando ho iniziato a guadagnare di più, lei passò in secondo piano. Mio padre è stato un allenatore fenomenale tanto quanto un padre di m… Vincere una partita era un sollievo perché voleva dire sfuggire alla sua ira. Avevo diciannove anni, vincevo parecchio ma non potevo godermi nulla. Un giorno gli chiesi di continuare il suo cammino senza di me, dicendogli che in caso di bisogno lo avrei chiamato. Comprati un cavallo, gli dissi, ma lasciami tranquillo“.

Dopo di lui non ho avuto altri coach. Per molti anni ho giocato da solo o con degli allenatori a gettone come Kiko Carruthers, che mi seguivano solo per determinati tornei. Tutto quello che ho raggiunto come giocatore di tennis lo devo a mio padre, ma io mi riferisco alla vita familiare, che era un disastro. Nel 1987, a 17 anni, vinsi tre titoli ATP. Un giorno, dopo aver vinto a Buenos Aires, mi trasferii a Itaparica. Al primo turno incontrai un ragazzo di nome Tore Mainecke, fu un match difficile per il cambio di superficie e per il caldo che faceva. Fui sconfitto e dopo la partita mio padre entrò in camera mia e iniziò a prendermi a cinghiate perché diceva che non ero stato abbastanza reattivo”.

Guillermo è un fiume in piena. E spiega anche che Raúl non si limitava ai maltrattamenti fisici. “Mio padre ha smesso di picchiarmi a 18 o 19 anni, perché altrimenti avrei smesso di giocare, glielo dissi chiaramente. Successe dopo un torneo a Palermo, mi pare nel 1989. Mi sedetti sull’aereo e gli dissi: Guarda, dall’anno prossimo voglio viaggiare da solo, altrimenti tirerò solo pallate fuori dal campo e perderò il ranking. Oppure appenderò la racchetta al chiodo’. Non ce la facevo più. Da lì le cose sono in parte migliorate, ho iniziato a godermi di più gli anni della giovinezza, fino a quando mi sono sposato per la prima volta a 24 anni. Quel giorno scoprii che mio padre si prese tutti i miei soldi senza nemmeno avvisarmi. Erano conti familiari con tre firme. Gli assegni dell’ATP erano a mio nome, ma firmando insieme i miei genitori potevano prelevare denaro. A quell’età ti fidi di tuo padre. Io ho scoperto tutto nel 1994, a 24 anni. Non avevo più nulla, inoltre fui costretto a terminare la mia carriera per un infortunio e iniziai a lavorare con Guillermo Vilas. La vita mi ha portato in Italia, dove ho vissuto per dieci anni. Sono stato molto bene e poi mi sono trasferito qui in Cile, ma le mie figlie sono in Italia”.

Pérez Roldan passa poi a raccontare un episodio risalente al suo secondo matrimonio, celebrato in Cile qualche anno dopo. “Mia moglie mi convinse a invitare i miei genitori. Mio padre mi chiese perdono davanti a tutti, poi mi disse che avremmo potuto risolvere anche i problemi relativi ai soldi. Ma poi ha rovinato di nuovo tutto. Sono andato a Tandil e gli ho detto: restituiscimi qualcosa di quel che mi hai tolto. Ma lui si è rifiutato più volte. A quel punto gli ho detto: papà, tu per la tua strada e io per la mia. Ora conto solo sul mio lavoro”.

Una storia terribile che assume connotati ancora più sgradevoli quando Guillermo racconta la verità sull’infortunio che ha posto fine alla sua carriera a soli 24 anni: “Nel 1993 dopo il Roland Garros ero a Genova con mio padre, avevo un giorno libero e allora decidemmo di andare a Milano per vedere Mariano Zabaleta, impegnato al Torneo dell’Avvenire. Durante il viaggio decidemmo di fare una sosta in un’area di servizio. Fu lì che, mentre parlavo al telefono, mio padre venne aggredito da due persone, litigarono per un motivo stupido, sulla precedenza nel fare benzina. Mi avventai su di loro e tirai alcuni pugni. Mi feci male, misi del ghiaccio sulla mano e continuammo per la nostra strada, ma il giorno dopo mi svegliai col polso destro gonfio che pareva quello di un elefante. Capii di aver riportato una frattura. Tornammo in Argentina, per il resto della stagione riuscii a giocare pochi tornei e sempre con infiltrazioni. Mi sono operato svariate volte ma non sono mai riuscito a risolvere davvero il problema e ancora oggi la mano non è a posto. Insomma, non mi sono infortunato giocando. Al massimo, a causa dell’attività tennistica ho avuto qualche problema agli addominali. La causa del mio ritiro fu l’aver difeso d’impeto mio padre nonostante tutto quel che aveva fatto. E lui mi ha ripagato comportandosi malissimo. Non gli ho mai fatto causa, ma mi ha preso tantissimi soldi. Dei guadagni dei primi anni della carriera non ho più niente”.

Ma nonostante tutto, Guillermo dice che riabbraccerebbe volentieri suo padre e sua madre. “È già accaduto che sembrava volesse riavvicinarsi a me, come durante il matrimonio, ma poi è tornato a pugnalarmi alle spalle. Quindi è difficile pensare che questo possa succedere davvero. Ma mi piacerebbe, finché siamo entrambi in vita. Io ho avuto il mio percorso e con mia moglie abbiamo vissuto altre sofferenze terribili, come la morte di sua sorella a 36 anni e delle figlie di 6 e 9 anni in un incidente stradale, tre anni fa qui in Cile. Insomma, dei soldi ormai mi interessa poco. Però si tratta sempre dei miei genitori. Vorrei parlare con loro e chiedere perché mi hanno fatto tutto questo male”.

E alle figlie Agustina (di 25 anni) e Chiara (14 anni), Guillermo ha mai raccontato questa storia? “Loro non hanno alcun rapporto con mio padre. Ma hanno intuito delle cose col passare del tempo. Gli unici a sapere davvero tutto sono mia moglie e i miei amici più intimi: Franco Davin, Eduardo Infantino, Mariano Zabaleta. Oggi rendo pubblica la mia storia perché spero che chi dovesse vivere qualcosa di simile abbia quel coraggio di denunciare tutto che io non ho mai avuto”.

Il quotidiano argentino “La Nación” ha tentato di mettersi in contatto con Raúl Pérez Roldan per conoscere la sua versione dei fatti, senza successo.

Si ringrazia per la traduzione Gianluca Sartori

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Interviste

[ESCLUSIVO] Istomin: “Sono d’accordo con Djokovic, il vaccino deve essere una scelta”

Dal suo isolamento in Kazakistan, Denis Istomin parla di questi mesi senza tennis, di aiuti economici, di vaccini e della possibile ripresa del circuito

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Denis Istomin - Australian Open 2017 (foto Roberto Dell'Olivo)

Intervista di Silvia Aresi

La maggior parte degli appassionati italiani conosce Denis Istomin almeno per l’impresa compiuta all’Australian Open nel 2017, quando al secondo turno sconfisse in cinque set l’allora numero due del ranking, nonché campione in carica Novak Djokovic. La classifica congelata ATP vede il tennista uzbeko, classe 1986, occupare la posizione 156, ma il suo best ranking risale al 2013, quando si issò fino al numero 33.

Dove hai vissuto durante questi mesi di quarantena?
Sono stato, e mi trovo tuttora, ad Almaty (città del Kazakistan, ndr), con la mia famiglia.

 

Hai ripreso ad allenarti e giocare a tennis in questi giorni?
Ad Almaty hanno appena riaperto i circoli di tennis, quindi per il momento sto facendo allenamento fitness, probabilmente riprenderò a giocare a tennis il 25 Maggio.

Hai avuto modo di parlare con qualche tuo collega durante questi mesi, a proposito della situazione attuale? Nadal ha detto che, a suo avviso, il circuito ATP non ripartirà nel 2020. Qual è l’opinione diffusa tra voi professionisti al riguardo?
Ho parlato con alcuni colleghi riguardo alla situazione che stiamo vivendo. Secondo me, e secondo altri giocatori, il tennis professionistico non riprenderà nel 2020.

Vale lo stesso anche per i due restanti tornei Slam, US Open e Roland Garros?
Mi piacerebbe che si disputassero. Ma, secondo me, c’è una probabilità molto, molto bassa che questo accada.

Cosa pensi della decisione della Federazione francese di posticipare l’evento?
Hanno fatto ciò che era conveniente per loro e non hanno tenuto conto del calendario o dei giocatori. In questa situazione, se ci sarà comunque un torneo, allora di certo sarà un bene per la maggior parte dei giocatori, perché ciò che vogliono davvero è poter giocare.

Djokovic, Federer e Nadal hanno proposto la creazione del Player Relief Fund per aiutare i colleghi che si trovano fuori dalla top 100 ATP. Cosa pensi di questa iniziativa?
Penso che sia una grande idea, perché sono tempi davvero difficili per tutti i giocatori, ma soprattutto per quelli di basso ranking, che non hanno possibilità di giocare Slam e tornei ATP, e sicuramente molti di loro stanno pensando di abbandonare il tennis professionistico. Spero che il denaro promesso dal Fondo li aiuti a mantenere alta la motivazione per continuare a giocare.

Dominic Thiem ha inizialmente criticato il progetto, dicendo che alcuni giocatori, in tornei come i Futures, non si impegnano realmente. Sei d’accordo con queste affermazioni?
Non gioco i Futures da diverso tempo, ad ogni modo ognuno ha la propria opinione! Di sicuro esistono giocatori che non si impegnano un granché qualche volta! Allo stesso modo ci sono molti giocatori che lavorano duramente e non hanno denaro per viaggiare e raggiungere quei tornei, non hanno possibilità di essere seguiti da un coach. Se vedete il montepremi dei Futures negli ultimi 20 anni non c’è stato un grande incremento. Non posso dire di essere al 100% in accordo o in disaccordo. Entrambi i punti di vista hanno un senso. L’unica cosa che non mi piace è che Dominic lo abbia detto pubblicamente, avrebbe dovuto riferirlo all’ATP o parlarne tra giocatori.

Lo stesso Thiem, e anche Matteo Berrettini, hanno dichiarato che ognuno dovrebbe essere libero di decidere a chi fare donazioni per scopi benefici, per esempio un ospedale o altre fondazioni, e che non spetta all’ATP obbligare nessuno ad aderire al Player Relief Fund. Cosa pensi al riguardo?
Su questo sono d’accordo. Ognuno ha la propria situazione finanziaria, e credo che ognuno debba contribuire secondo le proprie possibilità, non dovrebbero esserci obblighi. Ciascuno dovrebbe decidere per se stesso come e chi aiutare o meno.

Novak Djokovic ha rivelato che, in caso di vaccino obbligatorio contro il COVID-19, si opporrebbe. Questo ha sollevato un polverone, con molte accuse a Novak di essere contrario alla scienza. Qual è la tua posizione al riguardo?
Lasciamo che accusino anche me, allora! Ma sono d’accordo con Novak! Non può esserci una vaccinazione obbligatoria, ogni persona deve avere una scelta fra il vaccinarsi o meno.

Hai qualche idea su quando il circuito tennistico riprenderà con i tornei ATP?
Penso che i prossimi due anni saranno veramente difficili per il circuito ATP! Spero si riprenda presto, ma dobbiamo essere preparati allo scenario peggiore. Dal momento che la pandemia non è ancora terminata, l’obiettivo principale resterà la salute.

Cosa pensi dell’iniziativa di Patrick Mouratoglou, l’Ultimate Tennis Showdown, il torneo di esibizione da lui organizzato?
È un’ottima idea! I tennisti hanno bisogno di giocare partite, non importa se sono esibizioni o tornei. Spero che tutte le federazioni di tennis seguiranno il suo esempio e organizzeranno qualcosa del genere per i propri giocatori.

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Interviste

Nel mondo di Musetti: “Mi sento simile a Tsitsipas. Porte chiuse? Basta che ci sia Simone”

Lunga chiacchierata con il classe 2002 più promettente del mondo. Le ambizioni, il coach come un secondo padre e gli allenamenti con i big a Melbourne: “Djokovic mi ha impressionato più di tutti”

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Lorenzo Musetti - Pre qualificazioni Internazionali d'Italia 2019 (foto Felice Calabrò)

Sono tornato a giocare dal 4 maggio dopo un mese di inattività. Non è stato difficile perché in quarantena mi sono allenato tutti i giorni fisicamente, ma nemmeno semplice perché non ho sentito la pallina per un mese“. Se gli chiedi quanto tempo gli servirebbe per essere pronto a tornare in campo, la risposta è l’avverbio di tempo che chiude questa intervista – una risposta che tradisce tutta l’energia della sua fresca maggiore età. Lorenzo Musetti è il tennista nato nel 2002 più alto in classifica (è 284°, suo best ranking), uno che se non fosse arrivato Jannik Sinner a cambiare le regole del gioco occuperebbe la prima riga di ogni taccuino italiano.

Campione dell’Australian Open dei piccoli nel 2019, Musetti ha abbandonato l’attività junior dopo il Roland Garros dello stesso anno ed è passato definitivamente tra i grandi, dimostrando subito di essere fatto di una pasta interessante. Un quarto e una semifinale a livello challenger, l’ultimo turno di qualificazione raggiunto all’Australian Open di quest’anno e il dignitosissimo esordio nel circuito maggiore a Dubai, contro Rublev, conquistato partendo dalle qualificazioni. “Il torneo più bello della mia vita. Affrontavo uno dei giocatori più in forma del momento ma gli sono stato attaccato alle caviglie sin da subito. Lui alla fine mi ha fatto i complimenti, gliel’ho fatta sudare“.

Lo dice miscelando modestia e ambizione nelle giuste proporzioni. Ogni volta che si inorgoglisce un po’ per i suoi traguardi – ‘mi sento migliorato, per me parlano anche alcuni risultati‘ – rimette dopo pochi istanti i piedi per terra, come una compensazione inevitabile – ‘so di dover imparare a tenere un livello ‘medio’ più alto, anche in allenamento“. Lorenzo insiste parecchio su questo argomento durante l’intervista, alti e bassi che devono essere livellati sia tra una partita e l’altra che all’interno della stessa partita. O anche tra tornei diversi: “In Sudafrica (dove ha giocato gli ultimi due tornei – un challenger e un ITF – prima del lockdown, ndr) ho giocato molto male, ed era solo una settimana dopo Dubai“.

 

Tutto passa per la continuità e l’abnegazione, specie quando la genetica ti ha dotato di un talento nel toccare la palla che schiude leciti scenari di grandeur. Il rovescio – ci racconterà che lo sente come il suo colpo naturale – è bello e coraggioso, il servizio fa più male di un anno fa e la creatività nelle soluzioni offensive non gli è mai mancata. Non che basti per diventare uno di quelli forti davvero, o anche solo per entrare in top 100, ma Lorenzo da Carrara (una trentina di chilometri da La Spezia, dove si allena) in campo sa fare più o meno tutto. Onestamente è meglio partire da questa base, se proprio si deve scegliere, per costruire il resto.

Che tipo di ragazzo è? Lo avevamo conosciuto lo scorso anno a Barletta, riconoscendogli subito una certa eleganza nei modi e una chiarezza espressiva che non caratterizza molti suoi coetanei, e lo abbiamo risentito qualche giorno fa in una chiacchierata su Skype. Legato, anzi legatissimo al suo allenatore Simone Tartarini – ‘Quando cresci un tennista sin da bambino è come diventarne il secondo padre’ – Lorenzo ha soltanto due piccoli nei: uno sul mento, l’altro è una certa inclinazione a lamentarsi in campo, certo sempre con se stesso, tendenza che il suo coach cerca di non assecondare anche se il rischio di eccedere con il bastone è dietro l’angolo. Deve sempre esserci una carota pronta da qualche parte.

Simone Tartarini e Lorenzo Musetti

Il resto, potete apprenderlo direttamente dalle sue risposte. Un paio potete ascoltarle anche dalla sua viva voce.


D: Lorenzo, parlaci della tua ripresa dopo un mese di inattività.
R: Ho avuto la fortuna di ritornare in campo con Alessandro Giannessi, che è di La Spezia, e ci alleniamo tutti i giorni presso il circolo Junior Tennis San Benedetto: stiamo facendo un ottimo lavoro e ci siamo adattati bene a questa situazione (bene come si trova con Giannessi, Musetti dice di trovarsi solo con Giulio Zeppieri, suo grande amico e compagno di doppio, ndr). Giochiamo spesso dei punti ‘dal basso’ e a fine allenamento facciamo sempre un paio di cesti di servizio. Nel pomeriggio faccio cesto con Simone e a volte lui mi serve da tre quarti di campo, così alleno anche un po’ la risposta. In generale stiamo lavorando più sul movimento, sulla fatica, che sui colpi di inizio gioco perché manca ancora tanto alla ripresa.

Senti che questo periodo di stop ti ha frenato un po’? In Sudafrica non hai giocato benissimo, ma venivi dalla bella settimana di Dubai e sei al tuo best ranking.
Credo che mi abbia fatto abbastanza bene perché l’ho gestito bene. Ho passato un po’ di tempo con la mia famiglia, una cosa che noi tennisti facciamo poco oramai, e mi sono dilettato in alcune cose che di solito non posso fare, ad esempio la cucina. Abbiamo fatto il tiramisù, la pizza, la polenta: qualche cosa abbiamo sperimentato, dai! Ma il piatto preferito sono sempre gli gnocchi della nonna.

Durante l’anno come è la tua routine di allenamento?
Dipende dal tempo che ho a disposizione tra un torneo e l’altro. Se ho una-due settimane vado anche qualche giorno a Tirrenia, visto che Roberto (Petrignani, il suo preparatore atletico, ndr) lavora e mi segue da lì. Se invece ho solo pochi giorni sto a casa e mi alleno al San Benedetto.

Qual è il tuo rapporto con gli studi? Tu frequenti il quarto anno di scuola superiore di un istituto paritario, di solito durante l’anno come ti organizzi con la scuola? E cosa è cambiato durante il lockdown?
Durante i tornei preferisco non pensarci e mettermi in pari quando ritorno qui a casa o comunque quando ho del tempo libero. Quando vado in campo preferisco concentrarmi sul torneo. In queste settimane mi hanno mandato del materiale didattico via mail, come fanno più o meno tutto l’anno perché io sono sempre in giro e le video-lezioni in pratica non esistono. Ho studiato un po’ quel materiale e a fine anno farò l’esame ‘interno’ per accedere all’anno successivo.

In Australia hai avuto l’opportunità di allenarti con Federer, ma anche con Djokovic e Medvedev. Dicci come è stato scambiare con loro e se davvero la palla che propone Federer è così diversa rispetto a quella degli altri.
È difficile giudicarli basandosi su una mezz’ora, anche se con Djokovic e Medvedev ho giocato un’oretta. Con Roger è stato un riscaldamento, non ho fatto nessun punto o esercizio particolare, ma sono d’accordo con i suoi tifosi che lo considerano il migliore di tutti: è il mio idolo tennistico. Ma se devo essere sincero, quello che mi ha impressionato di più è stato Djokovic: fa impressione per come è stabile, fermo, sempre in equilibrio e per come risponde. Con lui ho fatto qualche punto ed è quello che mi ha fatto più effetto dei tre. Medvedev invece è un giocatore molto particolare e credo che in partita sia veramente ostico perché gioca molto profondo. Non ha una velocità di palla pazzesca ma è talmente solido e preciso che fargli il punto è veramente tosta.

Ascolta la risposta di Musetti su Federer e Djokovic

Un anno fa ci siamo conosciuti a Barletta, e quel giorno ci dicesti che ti sentivi più sicuro con il dritto. Come valuti oggi l’equilibrio tra i due colpi?
Forse la situazione si è un po’ capovolta. Con il rovescio sono migliorato tanto e ho preso tanta sicurezza, e secondo me è dovuto anche tanto alla parte atletica: soprattutto in questa quarantena mi sono ingrossato parecchio e ho preso qualche chilo – ma non di grasso! (Lorenzo ci ha raccontato di aver portato a casa qualche peso dal circolo, da utilizzare nel periodo di isolamento, ndr) Il rovescio mi viene più naturale, mentre il dritto, quando ho meno fiducia, lo perdo un po’ e a volte ‘non lo tiro’.

Ricordiamo le dichiarazioni del tuo coach sulla crescita della velocità del tuo servizio, lo scorso anno in Australia. Sei riuscito a mantenerla? Il servizio è un colpo che ti dà sicurezza oggi?
Sì, credo di sì. A Dubai ho fatto tanti ace e ho avuto un’ottima percentuale di prime: credo di essere migliorato molto con il servizio. La velocità di palla credo si possa aumentare ancora un po’ (qui Lorenzo fa riferimento alla totalità dei suoi colpi, ndr) e spero di poterlo fare, il tempo non mi manca. Si tratta proprio di dettagli tecnici su cui bisogna lavorare, e magari curando un determinato aspetto guadagni piano piano chilometri orari.

Riavvolgiamo il nastro all’8 maggio 2019. Stadio Pietrangeli, semifinale delle pre-qualificazioni degli Internazionali d’Italia: Sinner ti batte dopo due ore e quaranta di una partita bellissima. Che ricordi hai?
È stata molto bella, combattuta e la ricordo molto volentieri anche se ho perso fallendo un match point nel secondo set. Lui era molto in forma e anche io stavo giocando bene, poi è stata la mia prima emozione al Foro e giocavamo su un campo così importante come il Pietrangeli. E so che tutti volevano vederci giocare contro.

Pre-quali – Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, 8 Maggio, 2019. Foto Felice Calabrò

Quale superficie sceglieresti per riaffrontarlo? Più in generale, dove giocheresti la tua ‘partita della vita’?
Di sicuro non il veloce indoor, perché lì (Jannik, ndr) gioca veramente bene. Forse sceglierei di nuovo la terra. In generale, forse gioco meglio sul veloce: in Australia gioco sempre bene, anche quest’anno, e adesso i campi veloci sono comunque più lenti di una volta. Il mio campo ideale è un veloce ‘non troppo veloce’ insomma, anche se ho giocato benissimo a Ortisei dove il campo è velocissimo – praticamente ghiaccio! Lì non si scambia: altura, indoor… Sull’erba invece ho giocato una sola volta, per un Wimbledon junior. Diciamo che posso giocare bene su tutte le superfici.

C’è un tennista che ti somiglia? Uno a cui ti ispiri per stile di gioco e modo di stare in campo?
Tsitsipas è un giocatore su cui faccio riferimento perché le sue caratteristiche sono abbastanza simili alle mie. Ovviamente lui è molto più forte e molto più avanti, ma ha un concetto tennistico simile al mio sul quale spero di potermi basare nel corso della mia carriera.

Tsitsipas è il modello di Lorenzo Musetti

Qui raccontiamo a Lorenzo una cosa che sembra fargli piacere: due anni prima di incrociarlo, sempre a Barletta, avevamo conosciuto in circostanze simili un certo Stefanos Tsitsipas (all’epoca quasi 19enne e in fondo alla top 200). Anche in quel caso eravamo rimasti ben impressionati dall’estetica del rovescio. Sappiamo cosa è successo negli anni successivi e ci limitiamo a incrociare le dita.

Nel costruire il tuo tennista ideale in un’intervista, hai citato la volée di Edberg. Non è una risposta usuale per un ragazzo della tua età. Come lo conosci? Ti capita di rivedere partite del passato?
Beh, la volée di rovescio di Edberg è talmente famosa che la conoscono tutti, è un’icona del tennis. Il mio allenatore Simone poi me ne parla spesso, in riferimento al suo gioco di rete perfetto.

Hai saputo qualcosa del torneo di Todi? Ci sarai?
Se lo organizzeranno, perché per il momento è ancora ufficioso e non si sanno ancora tante cose, valuterò. Per questo non sono ancora sicuro di partecipare. Devo ancora parlarne con il mio allenatore e decidere cosa fare: al momento non posso dirti sì o no.

Non sappiamo quando riprenderà il circuito, ma con quale torneo ti piacerebbe ricominciare? (Lorenzo ci lascia a malapena finire la domanda)
Roma! Aspettavo solo maggio per giocare al Foro Italico, c’è un’atmosfera bellissima e da italiano vale ancora di più. Voglio rivivere le emozioni dello scorso anno contro Jannik, negli altri match di pre-quali e contro Ruud nelle qualificazioni. Spero però non a porte chiuse…

Non ti piacerebbe giocare senza tifosi?
Ora ti dico così perché sono qui in camera, ma se fossi in campo andrebbe bene anche senza nessun tifoso: basta che ci siano l’arbitro e Simone. Anche se ho visto quel circuito in cui hanno giocato Opelka e Kecmanovic, e se posso dire la mia da vedere è un’oscenità! Dal punto di vista televisivo è proprio brutto.

“Basta che ci sia Simone”. Il vostro sembra un rapporto speciale. Senti di avere ancora molti stimoli lavorando con lui?
Assolutamente sì. La forza del nostro rapporto è quella, come è successo a Max Sartori con Seppi. Quando cresci un tennista sin da bambino è come diventarne il secondo padre: io ho iniziato a nove anni con lui. Prima mi allenavo a Carrara, poi mi sono spostato al Circolo Tennis Spezia che è un po’ più grosso, lì Simone ha lavorato per tanti anni. Nonostante fosse molto qualificato per attrezzature, era però un circolo con molti soci e lì è difficile allenarsi per un agonista. Quindi cinque anni fa ci siamo trasferiti al San Benedetto, che è molto più familiare: ha solo tre campi, una piccola palestra e molti spazi verdi. Poi facciamo quello che vogliamo perché Simone è il presidente del circolo e suo padre è il direttore sportivo. Stiamo da Dio!

Proiettati a fine 2021, fra un anno e mezzo. Quale obiettivo vorresti aver raggiunto? E quale colpo senti di dover migliorare di più?
Entrare nel tabellone principale di uno Slam, grazie al ranking o passando per le qualificazioni (quest’anno in Australia ci è andato vicino, perdendo al turno decisivo contro Griekspoor, ndr). E fare più male con il dritto, avvicinandomi alla linea di fondo. Questo credo sia fondamentale nel mio gioco.

Bene, ci sembri pronto per riprendere a giocare. Quanto tempo ti servirebbe per prepararti?
Tempo? Va bene anche domani!

Lorenzo Musetti (foto Ufficio Stampa Park Tennis Club Genova)


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