Il trionfo di Parigi sul dolore di Indian Wells: la primavera di Nadal

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Il trionfo di Parigi sul dolore di Indian Wells: la primavera di Nadal

Dopo il ritiro in California, a marzo, il maiorchino aveva pensato di stoppare la sua stagione. “Ero stanco di sentire sempre dolore, volevo fermarmi ma non ho mai pensato al ritiro”. Poi la rinascita, a Barcellona, dove è nato il dodicesimo Roland Garros

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Rafa Nadal - Roland Garros 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Tornando indietro agli albori della primavera, l’ennesimo epilogo trionfale per Nadal a Parigi non rappresentava certo la soluzione più naturale. “Un mese e mezzo fa non mi sarei aspettato tutto ciò. Ma se sono arrivato a questo successo è perché credevo di poterlo fare, altrimenti avrei percorso una strada diversa“. A freddo, il maiorchino parla così in esclusiva al sito ATP mettendo in fila tutto ciò che c’è stato prima del dodicesimo Roland Garros. Il convincente successo a Roma che gli ha fatto capire di trovarsi sulla strada giusta, ma anche le tre semifinali perse consecutivamente a Montecarlo, Barcellona e Madrid. Scivoloni che non avevano restituito quelle certezze perse per strada dopo il ritiro a Indian Wells.

A marzo, serve ricordarlo, l’annata di Rafa ha rischiato di sbandare. Senza ritorno. Lo racconta lui stesso, tornando su quell’infortunio al ginocchio destro che l’ha costretto al forfait prima della semifinale contro Roger Federer. E sulla voglia di fermarsi per riflettere e recuperare. Senza mai pensare a chiudere la carriera, ma mandando precocemente in archivio la stagione.

Rafa Nadal – Indian Wells 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

MOMENTO BUIO – Il numero due del mondo è tornato così su quanto accaduto a marzo. “Ho sofferto di un blocco mentale dopo quel ritiro a Indian Wells. Ho pensato di chiudere lì la stagione, per vedere se il mio corpo avrebbe recuperato a tutti gli effetti. L’altra opzione era continuare a giocare sul dolore. In ogni caso, le prospettive erano cupe. Quel momento ha richiesto un cambio di mentalità, che non matura da un giorno all’altro. Ho sofferto troppi infortuni negli ultimi 18 mesi, troppe battute d’arresto. Avere la sensazione di non essere in grado di allenarmi e di competere è stato frustrante“.

In quei giorni, fu coach Carlos Moya ad alimentare il pessimismo, parlando di un Nadal “mai visto in quelle condizioni”. Il proposito di fermarsi stava maturando. “È stata una situazione unica, diversa da quelle simili già vissute in carriera. Il dolore derivante dalla lesione del tendine mi aveva fatto esitare seriamente. Normalmente una lesione viene diagnosticata, si passa dalla riabilitazione e dal ritorno agli allenamenti, poi si ricomincia a giocare senza grossi problemi pur dovendo coesistere con il dolore. Questa volta invece il dolore è tornato prima del rientro alle competizioni, segnale che non si poteva ignorare dopo tutti gli infortuni subiti dai quali ho dovuto recuperare. A un certo punto mi sono semplicemente sentito stanco di tutto questo. Ero stufo di sentire sempre dolore. Dopo Indian Wells, mi sono preso tempo per riflettere su tutto questo. Solo a Montecarlo ho iniziato a essere un po’ più ottimista“.

Rafa Nadal e Fabio Fognini – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

LA SVOLTA – A Barcellona, il successo su Leo Mayer è arrivato senza convincere particolarmente. Lasciando per strada il primo set. “Dopo quella partita siamo rimasti a lungo nella stanza, in riunione io e il mio team , mi sono ripromesso di arrivare al Roland Garros per giocarmela con il giusto atteggiamento e l’energia necessaria. Volevo darmi l’opportunità di tornare a competere sulla terra ai più alti livelli, abbiamo cercato la chiave per riuscirci. Avevo bisogno di trovare motivazioni. Per quelle a breve termine va bene anche Youtube, ci sono dei video utili. Ma dovevo anche valutare la mia forza interiore a lungo termine. Non ero nella situazione di aver perso la voglia di giocare a tennis, ma stavo valutando di prendermi tempo libero per recuperare. Non ho mai pensato al ritiro, solo a prendermi del tempo.

Nel momento più complesso, si è fatta sentire anche la forza del legame con le radici. Non scontato per chi è dolcemente condannato a vivere in giro per il mondo. Ho la fortuna di non sentirmi mai solo, non importa dove io mi trovi. Ci sono persone che considero amici da quando avevo tre anni e ho la mia famiglia a Manacor. La vita del villaggio è diversa da quella in una grande città. Comunico quotidianamente con loro. A volte ho bisogno dell’aiuto di persone che mi conoscono bene e che mi amano. In questo senso, sono sempre stato molto fortunato. Ci sono però sempre dei momenti in cui solo tu sai come ti senti.

 

IL PESO DEL PRONOSTICO – La cavalcata trionfale delle due settimane parigine poggiava su queste basi, probabilmente non le più solide. Ciò da ancor più valore all’impresa, arrivata anche con la pressione psicologica dell’essere favorito a tutti i costi. “Ciò che la gente pensa non ha alcun effetto su come gioco. Quando faccio del mio meglio, ottengo i risultati attesi. È stato sempre così durante la mia carriera. L’ho detto a Barcellona quest’anno: tutto quello che dovevo fare era guarire. Mi hanno chiesto se dovevo vincere a Roma per vincere al Roland Garros. No, tutto ciò che devo fare è sentirmi bene per giocare bene“.

Rafa Nadal – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

IL FUTURO – I tornei vissuti consecutivamente senza acciacchi sono cinque, da Montecarlo a Parigi. Oltre che con il trofeo più importante, la campagna europea su terra si è chiusa con incoraggianti segnali di solidità fisica che autorizzano uno sguardo in prospettiva. “Il percorso non finisce qui, c’è ancora del lavoro da fare. Dovrò aggiustare la mia programmazione, ma è una questione che discuterò con il mio team. Dopo Wimbledon, voglio essere in grado di giocare nel migliore dei modi ogni torneo a cui scelgo di partecipare. L’opzione di prendersi un po’ di tempo libero, come ho pensato qualche mese fa, resta sul tavolo dopo tutto quello che ho passato. Chiaramente la terra ha un impatto meno invasivo sulle articolazioni rispetto alle superfici più dure“.

L’approccio ai Championships rimane prudente, ma propositivo. “Realisticamente, ho fatto vedere le cose migliori a Wimbledon quando sono stato al top della forma. Ho giocato cinque finali consecutive tra il 2006 e il 2011 (non prese parte al torneo nel 2009, ndr), ci sono arrivato a un passo l’anno scorso. Vincere al Roland Garros mi ha sicuramente dato una spinta di fiducia. Se sarò in buone condizioni e mi sarò preparato nel modo migliore, vedremo cosa succederà“.

Rafa Nadal – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

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Il profile di Donnay si chiama Formula 100 Unibody e vi aiuterà molto

Il test in campo del nuovo profile di Donnay, la Formula 100 Unibody, potenza e comfort al servizio di tutti.

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Classico non vuol dire certo non assecondare le richieste del mercato. Ecco perché nella gamma delle racchette Donnay è presente anche la Formula 100, un telaio profile. Ovviamente, Donnay ha cercato anche in una racchetta del genere ci conservare le caratteristiche chiave dei suoi modelli, e cioè un “contatto” con la palla molto piacevole e confortevole ma capace, allo stesso tempo, di offrire potenza e rotazione. Formula 100 adotta la tecnologia Unibody, la novità Donnay del 2020, e cioè una costruzione del telaio interamente in grafite in tutti e quasi i 70 cm del telaio, questo significa che il manico, un punto troppo spesso ritenuto meno importante del resto, è costruito senza ricorrere a pallets o schiuma poliuretanica. Con questa tecnologia Donnay lo costruisce interamente in grafite, come il resto della racchetta, che diventa così ancora di più un corpo unico, consentendo di avere una resa migliore in termini di feeling con la palla, la priorità quando su un telaio c’è la serigrafia Donnay. Esteticamente, nei lati del piatto corde troviamo in bianco sul nero opaco le scritte Donnay e Formula. Il fusto cambia spessore dai 21 millimetri degli steli ai 26 del cuore, in testa la racchetta è larga 24 millimetri.

Qui la recensione del modello Allwood 102 di Donnay

Caratteristiche

Piatto corde 100 inch2
Peso 300g
Schema corde 16×19
Bilanciamento 320 mm
Rigidità 57 RA
Profilo 21-26-24 mm
Lunghezza 68.6 cm

 
Il manico interamente in grafite: è la tecnologia Unibody

Test in campo

I vantaggi del sistema Unibody si fanno sentire, con un valore di rigidità al di sotto dei 60 punti, Formula Unibody restituisce i vantaggi di un telaio con rigidità maggiore. Specie i colpi piatti escono dalle corde in maniera energica, con il plus però di avere controllo e stabilità frutto grazie all’innovazione delal nuova tecnologia. Che risulta migliore, in termini di feeling e di maggior potenza a disposizione, rispetto a Hexa.  Rispetto alla Allwood o anche alla Pro One stessa, il top di gamma per gli agonisti in casa Donnay, Formula risulta un telaio meno sensibile ma perché è più adatto a cercare la potenza. Si ci gioca bene da fondo campo, chi non ha ancora sbracciate poderose può trovare in questo telaio un compagno ideale per far uscire la pallina con velocità nonostante il poco sforzo avendo in cambio una sensazione di comfort praticamente impareggiabile. Non ci sono vibrazioni, questo anche perché il telaio è molto stabile. Non abbiamo in mano un telaio progettato per generare spin, e di fatto le soluzioni ottimali si ottengono quando imprimiamo giusto un po’ di copertura alla palla, senza esasperare. Questo perché Formula si rivolge a un pubblico magari ancora non di livello agonistico. Il vantaggio nelle esecuzioni dei colpi piatti si percepisce soprattutto al servizio, ma anche a rete dove risulta molto sensibile. Da fondo la palla esce con facilità e velocemente, le caratteristiche che un amatore cerca in un telaio del genere, solo che Donnay aggiunge più feeling e delicatezza di impatto rispetto alla concorrenza.

Conclusione

Formula Unibody è unna racchetta profilata ideata per giocare in maniera classica, cercando precisione e con una buona spinta a disposizione grazie alla massa del telaio, molto reattivo. State riprendendo a giocare da poco o dopo un infortunio? Questa è una delle scelte possibili.

Testata con corde String Project Magic(1,25 tensione 23/24Kg), String Project Hexa Pro (1,25 tensione 23/24 Kg e 1,20 tensione 23/24 Kg)

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Area test

Donnay Allwood 102 Unibody, il classico moderno di Donnay

Il test della Allwood 102 di Donnay: i vantaggi dell’old school con le necessità delle racchette moderne. La nostra recensione dal campo.

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Avevamo già parlato delle intenzioni di Donnay di riportare le racchette moderne a quel feeling old school tutto comfort, sensibilità e flessibilità agli impatti, quelle sensazioni che chi ha giocato con una racchetta di legno conosce bene. Ma questo non significa affatto che i nuovi telai Donnay non siano adatti al gioco moderno.

L’azienda ha presentato la gamma delle racchette 2020 rinnovando i tre modelli Pro One 97 Unibody, Formula 100 Unibody e Allwood 102 Unibody, la racchetta oggetto di questo test. Anzitutto le principali novità che caratterizzano tutta la gamma. È presente l’oramai classico sistema Xenecore aggiornato alla versione Hexa che rende “piena” la racchetta senza aggiungere significativamente peso rendendo il telaio stabile anche su colpi non perfettamente centrati. La grande novità prendo il nome di Unibody, e cioè una tecnologia che consente la costruzione delle racchette utilizzando unicamente la grafite per tutte le parti della stessa, ci riferiamo al manico, che di solito è costruito con materiali come pallets o poliuretano e che invece, con Unibody, diventa ancora di più parte integrante del telaio.

Detto ciò, veniamo alle caratteristiche in campo della Allwood 102, un piatto corde molto generoso pesante 300 grammi e con il classico schema 16×19, tutte le caratteristiche che cerca il giocatore di club in una racchetta moderno. Il telaio, dichiara Donnay, “è capace di fondere il feeling assoluto di una racchetta classica e le rotazioni di una racchetta moderna”. Il piatto corde molto ampio consente impatti molto facili, questo fattore è compensato dal profilo stretto e costante del telaio, solo 22 millimetri, che rende la racchetta adatta ad avere controllo di palla e penetrazione nell’aria per swing decisi, specie per chi è in cerca di spin.

 

Esteticamente, il telaio si presenta molto bene. Donnay ha abbandonato la colorazione nera glossy, e cioè lucente, per scegliere un nero opaco più discreto con i tocchi di colore sul core che richiamano i vecchi modelli di legno. Anche qui: un’ottima trovata che combina classico e moderno, il trademark Donnay. La scritta Allwood di fronte a quella Donnay a ore 3 e a ore 9 del piatto corde sono bianche e grandi, riconoscerle non sarà un problema. Una scala di colori dal giallo all’arancio abbellisce il cuore guardando la racchetta frontalmente. Veramente molto bella ed elegante.

Caratteristiche

Piatto corde 102 pollici
Peso 300g
Schema corde 16×19
Bilanciamento 320 mm
Rigidità 50 RA
Profilo 22 mm
Lunghezza 68.6 cm

Test in campo

La resa in campo conferma ampiamente le premesse in fase di presentazione: impatti morbidi e confortevoli, palla che fila via velocemente, che prende rotazione con facilità e una flessibilità del telaio che il braccio può solo ringraziare: la Allwood è da amore a primo impatto, diremmo. Abbiamo in mano una racchetta che ha circa un RA, un valore di rigidità, di circa 50 punti, un dato molto al di sotto della media degli altri telai. Questo significa che il dwell time, il tempo in cui la pallina rimane sulle corde durante l’impatto, è prolungato, ne consegue che l’impatto è morbido, quasi delicato diremmo. La racchetta spinge, e spinge bene, più della versione precedente della Allwood, quella 2018, che non poteva contare sulla tecnologia Unibody. Infatti se il modello attuale conserva le altissime sensazioni di sensibilità e comfort proprie della Allwood 2018 (ma di tutti i telai Donnay), il fattore Unibody rende la racchetta più dinamica dal punto di vista della rigidità.

Giocando dal fondo si percepiscono tutte le qualità migliori del telaio, e cioè un’uscita di palla molto facile e un controllo dei colpi che richiede un po’ di spin, senza considerare la Allwood come una racchetta indicata a chi fa un uso estremo delle rotazioni. In questo caso il topspin serve per chiudere swing facili e veloci, per imprimere una sicurezza ulteriore al controllo di palla. Ecco, lo spin funziona bene anche in versione back, tagliando la palla. In generale, da dietro, la sensazione è che un braccio dotato di swing ampi e solidi possa generare uscite di palla molto decise e veloci tenendole in campo con un tocco di top spin. La racchetta scorre con buona facilità in aria, risulta molto maneggevole e questo si traduce in una facilità di impatti anche nei pressi della rete; al servizio è da preferire la soluzione con effetto che il colpo piatto.

Conclusione

Allwood 2020 è quindi un telaio stabile, dall’ottimo feeling, ha uno spin marcato e si propone come una soluzione più semplice e piacevole rispetto a telai di pesi maggiori conservando le stesse caratteristiche di questi.

Testata con corde String Project Magic (1,25 tensione 23/24Kg), String Project Hexa Pro (1,25 tensione 23/24 Kg e 1,20 tensione 23/24 Kg)

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Focus

Matteo Berrettini in esclusiva su Ubitennis: “Non vado a cuor leggero a New York”

Il vantaggio di allenarsi con Tsitsipas. Il ricordo di WImbledon, prima e dopo Federer. Matteo Berrettini parla anche del nuovo format di Mouratoglou

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Matteo Berrettini, conferenza - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tra la sconfitta di ieri contro Tsitsipas nella settima giornata dello Ultimate Tennis Showdown, il nuovo circuito messo in piedi da Patrick Mouratoglou, e la sfida di oggi (ore 18:30) contro Popyrin in un match decisivo per la qualificazione, Matteo Berrettini si è ritagliato un po’ di tempo per farsi intervistare in diretta su Facebook.

C’è stato qualche piccolo problema tecnico ieri sera, quando vi avevamo promesso di andare in diretta alle 19:30, e quindi siamo andati LIVE questa mattina. Mi avete visto un po’… emozionato? Beh, in fondo è normale: ero pur sempre con il numero uno d’Italia!

Trovate qui il video della nostra intervista:

 

In partenza abbiamo commentato la sua esperienza nel nuovo circuito di Mouratoglou. “Si usano più facilmente la carta del vincente che vale triplo e quella per rubare il servizio all’avversario. Mi sento bene fisicamente; è un tennis diverso, le partite sembrano andare in una direzione e poi può succedere di tutto. Nonostante il lungo stop, però, mi sento pronto per ricominciare. Questo evento è molto divertente ed è utile per avvicinarsi agli eventi ufficiali“. Berrettini però ci rassicura: ha giocato per troppo tempo con le regole classiche e ad agosto non avrà certo dimenticato come si fa.

Sulla partita con Tsitsipas, finita al ‘Sudden Death‘ (il quarto decisivo), Matteo commenta così “Un pochino troppo estremo!“, mi dice. “Però sto giocando partite di livello con avversari di livello – Goffin, Feliciano Lopez – e anche questo ha contribuito a farmi raggiungere la condizione che ho adesso“. A Montecarlo si è allenato anche con Sinner: “Gioca bene, devo stare attento quando giochiamo… mi devo impegnare: è giovane ma picchia duro“.

CAPITOLO US OPEN – “In questo momento veniamo testati due volte a settimana, e qui in Francia la situazione non è grave come a New York” esordisce Matteo. “Adesso la situazione negli Stati Uniti è nettamente peggiore; hanno trovato casi positivi sia in NBA che nel tennis stesso (si riferisce alla positività di Tiafoe, ndr). L’idea è quella di andare, ma bisogna vedere l’evolversi delle cose. Per tutti è importante capire cosa succederà nei vari tornei se un tennista verrà trovato positivo. Per queste cose ci vuole un parere scientifico“.

Matteo sta pensando di soggiornare in hotel, dovesse effettivamente partecipare allo US Open. “Dobbiamo cercare di adattarci, senza rischiare di fare casino” dice senza mezzi termini – e con un pizzico di apprezzata saggezza. “A cuor leggero credo che in questo momento non si faccia nulla, e se dovessi decidere di andare lo farei seguendo con tutte le precauzioni del caso. Cercherei di avere contatti solo con il mio team e rispettare i protocolli“. In ogni caso, per Berrettini sarà difficile avere tutte quelle persone a New York senza avere neanche un positivo.

Matteo fa poi una giusta puntualizzazione: “Senza nulla togliere alle persone ‘normali’, noi sportivi abbiamo una situazione particolare: se dobbiamo fare quarantena senza sintomi, a quel punto i successivi tornei diventano un po’ un casino perché non puoi allenarti. Essere positivi non è brutto solo per il rischio della malattia, ma perché andrebbe a influenzare tutta la programmazione“.

WIMBLEDON, VECCHIE RACCHETTE… E PROGRAMMI PER IL FUTURO – “La partita con Roger mi rimarrà dentro… sia per il punteggio, che per aver giocato contro di lui sul centrale. Un’emozione forte” (e qui gli ricordo, mio malgrado, del mio pronostico azzeccato… al contrario!). “Colpa mia, mica tua…” scherza Matteo. “Non ho servito bene, ed è successo. Ma a parte quello, è stata incredibile anche la partita precedente con Schwartzman, o quella con Baghdatis perché era la sua ultima partita. Sicuramente Wimbledon mi manca, mi mancano i tornei ‘normali’ e viaggiare”.

Lunedì mattina sarò a Kitzbuhel e giocherò martedì“, dice Matteo del suo prossimo impegno, l’esibizione ‘Thiem’s 7’. L’impegno si sovrappone in parte con le eventuali fasi finali dell’Ultimate Tennis Showdown, in programma domenica prossima: “Anche se dovessi fare il meglio possibile a Kitzbuhel, riuscirei a tornare qui in tempo per le semifinali. Probabilmente domenica mattina: nel caso, qualcosa mi inventerò!“.

In chiusura, gli chiedo se ha mai impugnato una racchetta di legno: “L’ultima volta ci ho giocato quattro o cinque anni fa con Vincenzo Santopadre. Lui giocava benissimo, era fastidiosissimo! Io per le mie impugnature facevo un po’ fatica, quindi alla fine ho impugnato continental e giocavamo solo slice… ma mi sono reso conto che, probabilmente, il mio gioco avrebbe pagato molto meno con quelle racchette“.

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