Babolat e le mille racchette di Rafa Nadal al Roland Garros

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Babolat e le mille racchette di Rafa Nadal al Roland Garros

Quante racchette usa un giocatore durante uno Slam? Che corde monta e con quale tensione? Nel laboratorio-officina Babolat del Roland Garros, abbiamo avuto le risposte a queste (e ad altre) domande. Comprese quelle sulll’equivalente tennistico del martello Mjolnir di Thor: la Pure Aero di Rafa

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Rafa Nadal - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

dal nostro inviato a Parigi

In tutti i film di fantascienza che si rispettino, il laboratorio in cui si mettono a punto le armi dei protagonisti o l’officina in cui vengono forgiate le armi dei supereroi, sono nascosti ed inaccessibili agli occhi dei comuni mortali. Poteva essere diverso per le “armi” degli eroi moderni, ovvero le racchette dei tennisti e delle tenniste del Roland Garros? Ovviamente no. E come capita nei film, talvolta un gruppo di eletti ha il privilegio di accedere ai luoghi inaccessibili.

Ok, va bene, ci siamo fatti trasportare dall’analogia cinematografica: non esageriamo, abbiamo semplicemente ricevuto l’invito della Babolat – incordatrice ufficiale del Roland Garros – e l’unico merito è stato quello di essere già belli e pimpanti di prima mattina davanti allo storico e bellissimo campo n. 1, quello che dal prossimo anno non ci sarà più, pegno necessario per avere il tetto sullo Chatrier. Perché proprio nella “pancia” del campo n. 1 c’è la sala dove lavorano gli incordatori ufficiali del torneo. Scendendo per le scale – all’incirca un paio di piani – ci troviamo davanti al grande desk dell’accettazione. “È qui che ad inizio torneo si raccolgono da parte dei giocatori tutti i dati su racchette e corde” ci spiega, dopo averci accolti, Shirley Ribeiro, responsabile dei rapporti con i media per la Babolat. “In modo che poi quando arrivano gli ordini per le racchette nei giorni successivi i dati sono già caricati e le racchette vanno direttamente agli incordatori che sanno già come procedere”.

 

Subito dietro il desk, eccoli. Sono tutti lì. Sono come quelli che nei film supportano i protagonisti davanti ad una serie di monitor, pc e device vari nel loro furgone attrezzato da centrale operativa o in un laboratorio: sono tra i migliori nel loro campo. Qui a Parigi il team di supporto è composto da diciotto professionisti che arrivano da ogni parte del mondo, i diciotto incordatori che dall’inizio del torneo (qualificazioni comprese) preparano per allenamenti e match le racchette dei giocatori e delle giocatrici dello Slam parigino. E come le persone comuni che si ritrovano nel avveniristico laboratorio di cui fino a quel momento avevano soltanto sentito parlare in modo misterioso, restiamo per un attimo in silenzioso stupore. Ovviamente, dato che siamo stati invitati, rispetto ad un film sci-fi qui non c’è nessun protocollo di segretezza da rispettare e Shirley Ribeiro ci lascia infatti alle spiegazioni di uno dei responsabili Babolat, Sylvain Triquigenaux, che ci fa così entrare veramente dentro al mondo delle incordature di uno Slam.

Si inizia con la spiegazione del processo operativo: l’arrivo della racchetta, il caricamento dell’ordine al desk, la stampa dell’ordine e la consegna della racchetta all’incordatore, l’incordatura, il disegno del logo sulle corde – che non è compito dell’incordatore, ma di un altro addetto – ed infine la preparazione della racchetta per il ritiro o la consegna al giocatore (in genere assieme alle corde: qualche giocatore le lascia sempre lì, la maggioranza invece le consegnano e le riprendono ad ogni incordatura). “Considerate che quando una racchetta ci viene consegnata durante una partita, da quando arriva qui a quando viene riportata al giocatore in campo passano 20-25 minuti” sottolinea con orgoglio Sylvain, che ci spiega che con l’andare dei giorni il numero degli incordatori diminuirà e ne rimarrà uno solo. Non perché ci sia in atto una sfida stile Highlander, ma semplicemente perché con la progressiva riduzione dei giocatori e dei match ne serviranno sempre meno.

L’esempio di ordine che ci viene mostrato non poteva essere più in linea con l’analogia tra arma e racchetta, dato che si tratta dell’incordatura di Olga Kalashnikova

Il nostro interlocutore vorrebbe continuare con la sua dettagliata e ben preparata spiegazione, ma viene travolto dopo poco da un fiume di domande (ha il tempo però di evidenziare un altro dato sulla bravura e rapidità degli incordatori, ovvero che riescono a incordare una racchetta in un quarto d’ora “quando un principiante ci mette anche un’ora e mezza“). La prima è se il servizio è disponibile per tutti i giocatori del torneo. “Sì per tutti, dalle qualificazioni fino al tornei juniores”.

La domanda successiva a quel punto è scontata, ovvero se se ne servono anche i Big Three. “Federer e Djokovic no. Hanno il loro incordatore. Da quanto ne so Federer porta il suo incordatore personale ad ogni torneo”. Tra i clienti c’è invece il testimonial Babolat per eccellenza e soprattutto colui che da quindici anni a questa parte è “il” campione del Roland Garros, Rafa Nadal. E dato che parlavamo di armi e supereroi, il paragone che sorge spontaneo vedendo tutti quegli incordatori intenti nel loro lavoro e tutte quelle racchette che vanno e vengono mentre si parla del fuoriclasse spagnolo, è quello tra la Pure Aero di Rafa ed il martello Mjolnir di Thor: del resto, sono molti a sostenere che il maiorchino sia un semidio del tennis sulla terra battuta…

Intanto le domande scendono più sul tecnico. Dalle dimensioni del piatto corde (La stragrande maggioranza usa ovali da 100 pollici quadrati. Serena arriva a 104 con la sua Wilson) a quale tipo di corde usano i migliori pro. “Facendo una media, i top 15 usano per metà l’ibrido e per metà il monofilamento puro”. Scatta anche qui la domanda sui Big Three. “Federer e Djokovic giocano con l’ibrido, Federer invertendo il budello ed il monofilamento rispetto al montaggio classico su corde verticali ed orizzontali. Rafa usa il monofilamento”. Nel sottolineare come il budello rimanga una corda con caratteristiche uniche, che nessuna corda sintetica è riuscita sinora a replicare, Sylvain spiega anche il perché praticamente nessun professionista monta solamente corde in budello. “Una delle caratteristiche del budello è la potenza. Questi giocatori non hanno certo bisogno di una corda che aumenti la potenza dei loro colpi, dato che ne hanno in abbondanza. Ecco allora la preferenza al monfilamento ed al maggiore controllo che questo tipo di corda può dare”.

Ma le tensioni?Diciamo che mediamente siamo sui 24 kg. Siamo un po’ scesi come media rispetto agli anni scorsi, quando eravamo attorno ai 25 kg”. Gli estremi? “Beh, mi ricordo qualche anno fa l’italiano Volandri che incordava a 16 kg, adesso c’è Mannarino che fa lo stesso, 16-17 kg. La tensione massima? Dustin Brown arriva a 36-37 kg”. Un po’ di sorpresa – ma non troppa, dato che anni fa su Ubitennis avevamo già parlato delle sue tensioni altissime – per il dato relativo al 34enne funambolo tedesco, alla quale segue subito la curiosità di sapere quante corde è stato costretto a cambiare con quella tensione ( “Beh non molte, non ha giocato molto qui quest’anno, è stato eliminato nelle qualificazioni” ci viene risposto con una battuta), che introduce il quesito successivo: perché rispetto al passato le corde in partita si rompono molto meno?È vero, ma non è legato all’evoluzione dei materiali come si potrebbe pensare, ma al fatto che i giocatori al giorno d’oggi cambiano racchetta durante il match molto più di frequente. Alcuni addirittura ad ogni cambio palle. Di conseguenza è molto più difficile che si arrivi ad usurare ed a rompere le corde”.

Intanto ci siamo avvicinati agli incordatori. Ed il primo è proprio colui che ha l’onore (e l’onere) di preparare il Mjolnir nadaliano. Lo spagnolo (basco, come ci ha sottolineato) Gorka Alday è l’incordatore che quest’anno al Roland Garros prepara le Babolat del fuoriclasse maiorchino in modo da permettergli di sprigionare le sue incredibili rotazioni mancine, l’equivalente tennistico dei fulmini scagliati dal figlio di Odino. Scopriamo così che in un Roland Garros Nadal fa incordare un’ottantina di racchette: “Usa tre racchette per allenamento, poi circa 5-6 in partita”. Come detto incordatura in monofilamento – Babolat RPM Blast, per essere precisi – “con una tensione di 25 kg“. Questo vuol dire che complessivamente, in questi quindici anni (e dodici trionfi), sono all’incirca 1.000 le racchette incordate per Rafa al Roland Garros.

Il fatto che quest’anno sia un suo connazionale a farle è un puro caso. “I giocatori non ci vengono assegnati in base alla nazionalità, è il desk che assegna i giocatori in base al carico di lavoro” ci conferma l’incordatore croato Zelimir Furjan, al suo sesto anno qui al Roland Garros. Lui, ad esempio, dei suoi connazionali ha incordato solo Karlovic. A Zelimir chiediamo anche quante racchette incorda al giorno. “Dipende dalle giornate, ma diciamo tra le 20 e le 30”. In realtà poi scopriremo che l’assegnazione non è proprio del tutto casuale. In particolare negli ultimi anni, con lo straordinario susseguirsi delle vittorie del maiorchino al Roland Garros, l’assegnazione della racchetta di Nadal ad uno degli incordatori ad inizio torneo vuole essere una specie di premio per il prescelto. Anche solo per il fatto che in genere è la garanzia che sarà lui quello che rimarrà a Parigi fino alla fine del torneo…

Ma come si fa a diventare un incordatore professionista? Qual è il background di competenze richiesto? Uno spaccato ce lo offre Karin, britannica, all’ultimo giorno di lavoro nei sotterranei del campo n. 1. “Non incordo né Nadal, né Djokovic…“, ci spiega e ci rassicura che non le rechiamo alcun disturbo mentre imperterrita continua ad operare sul telaio, ricordando una tessitrice dell’epoca della rivoluzione industriale. “Gestisco diversi negozi di articoli per il tennis in società con mio marito. Quello che faccio qui è un extra. In genere seguo tre tornei dello slam all’anno: quest’anno sono stata in Australia e andrò a Wimbledon, ma io in genere faccio le qualificazioni e la prima settimana. Poi torno a casa“.

Alcuni degli incordatori del Roland Garros al lavoro: in primo piano Gorka Alday che sta incordando la racchetta di Rafa Nadal

Mentre parliamo, tutti continuano a lavorare. E Sylvain continua, cortese e sorridente, a rispondere alle nostre domande. Come quella se ci siano talvolta degli ordini particolarmente complicati da eseguire. “Non ci sono richieste particolari. Magari può essere un attimo più complicato gestire una racchetta con quattro nodi rispetto a due, ma sono cose marginali. Considerate, come dicevo, che loro incordano una racchetta in quindici minuti. Quando i giocatori chiedono di incordare la racchetta durante i match, può capitare che sia più il tempo che ci si mette a portarla qui e a riportarla in campo che quello che ci mettono loro”.

Come dicevamo: gli eroi dei film riescono nell’impresa perché hanno sempre un team di valore assoluto a supporto. Ci si distrae un attimo nel guardare le racchette pronte per la consegna (“Le racchette vengono messe in una busta di plastica e poi in una borsa per mantenere il più possibile le caratteristiche delle corde” ci spiega ancora Sylvain) perché vediamo quella di Matteo Berrettini, prima di fare la classica domanda finale. Ma quanto costa un’incordatura al Roland Garros?Il costo è di 25 € ad incordatura. Vengono detratti dal prize money”. Anche qui scatta, ovvia, la domanda: ma anche Rafa, che è vostro testimonial, paga? “Certo. Paga come gli altri, anche perché qui c’è un accordo tra Babolat e l’organizzazione del Roland Garros ed è poi appunto l’organizzazione che segue l’aspetto costi”.

Il viaggio nel laboratorio è finito. Ma, come da classica sceneggiatura da film di fantascienza, c’è sempre colui che sul finire tenta di impossessarsi dell’arma dell’eroe, convinto di poter usare Mjolinir e diventare come Thor.

E come nei film, si scopre che non è l’arma a fare il supereroe, ma che solo il supereroe può utilizzare l’arma progettata per lui. Anche perché quelli della Babolat, nostri amabili complici nella gag del video, hanno comunque preferito non darci una delle Pure Aero di Nadal. Non poteva accadere, ma meglio evitare qualsiasi rischio che un brizzolato giornalista italiano si mettesse a roteare dritti uncinati a 5.000 giri al minuto in giro per il Bois de Boulogne…

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ATP

ATP Roma LIVE: la finale infinita, Djokovic vs Nadal

Vivi con noi l’atto finale al Foro Italico nell’atto N.57 della sfida più giocata della Storia del tennis

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17:00 – La finale degli Internazionali d’Italia 2021 sta per cominciare: la giocheranno Novak Djokovic e Rafael Nadal: non serve aggiungere altro…

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WTA

WTA Roma: Swiatek tramortisce Pliskova in finale con un doppio 6-0 ed entra in top 10

La finale femminile degli Internazionali d’Italia 2021 dura solo 46 minuti: Swiatek lascia tredici punti a una Pliskova spaesata e vince il suo terzo titolo. Da lunedì sarà in top 10, e a Parigi tra le favorite

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Iga Swiatek - WTA Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

[15] I. Swiatek b. [9] Ka. Pliskova 6-0 6-0

Il quindicesimo e il sedicesimo bagel nella storia delle finali femminili degli Internazionali d’Italia si manifestano insieme, per grossi meriti di Iga Swiatek e cospicui demeriti di Karolina Pliskova, che perde la seconda finale di fila al Foro Italico senza alcuna possibilità di contendere il trofeo all’avversaria. Nel 2020 era stata la coscia sinistra, già fasciata a inizio partita, a costringerla al ritiro sotto 6-0 2-1 contro Simona Halep; quest’anno il fisico era (apparentemente) integro ma è mancato tutto il resto, primariamente la capacità di tenere la palla in campo.

Iga Swiatek ha dominato col doppio 6-0 una non-finale che si è conclusa in soli quarantasei minuti con lo scoraggiante score di 51 punti a 13 in favore della giocatrice polacca, al terzo titolo in carriera dopo il Roland Garros 2020 e Adelaide 2021. Grazie a questo successo, che in un certo senso ci si aspettava in virtù della sua maggior attitudine alla superficie ma che era certamente impossibile prevedere nelle proporzioni, Iga Swiatek farà il suo esordio in top 10 (e salirà al quinto posto nella Race). Quanto mai meritato, dopo le ultra-fatiche di sabato (giorno in cui ha dovuto superare sia i quarti che le semifinali, contro Svitolina e Gauff) e la prestazione impeccabile di questa domenica.

 

Sul match non c’è molto da dire, e poco da dire ha avuto anche Karolina Pliskova in fase di premiazione: “Purtroppo non è stata la mia miglior giornata. Ma devo fare i miei complimenti a Iga, che ha giocato davvero una grande partita. Ho giocato delle belle partite qui, cercherò solo di dimenticare quella di oggi!“.

Come detto non era andata granché bene nemmeno lo scorso anno; Karolina deve così ad archiviare un misero game vinto nelle ultime due finali giocate a Roma, dopo aver vinto quella del 2019 contro Konta. Subisce inoltre l’undicesimo e il dodicesimo bagel della carriera nel circuito maggiore, ma c’è un precedente piuttosto bizzarro che risale alla sua carriera a livello ITF; nel marzo 2009, pochi giorni dopo aver compiuto 17 anni, aveva subito un doppio 6-0 (l’unico della sua carriera prima di oggi) nei quarti dell’ITF giocato a Latina presso il Tennis Club Nascosa, meno di novanta chilometri di distanza dal Foro Italico. Speriamo solo abbia voglia di tornare a giocare a tennis nel Lazio, verrebbe da pensare.

Appare però doveroso concentrarsi sul tennis offerto da Iga Swiatek. Se non c’è mai stata partita, al netto dei sei doppi falli commessi dalla giocatrice ceca e del suo senso di generale impotenza, è principalmente per merito di una Swiatek che ha perso solo tre punti al servizio e interpretato l’incontro alla perfezione, trovando profondità e spin immediatamente con il primo colpo dopo il servizio (o direttamente in risposta) per impedire a Pliskova di colpire alle sue condizioni. Se infatti Karolina è una colpitrice di rara pulizia ed efficacia quando ha il tempo di trovare gli appoggi, quando deve colpire in corsa o è costretta a indietreggiare per trovare la giusta distanza, entra facilmente in confusione e inizia a sbagliare.

Oggi è successo questo, e dall’altra parte ha trovato una giocatrice che ha chiuso praticamente tutti i punti che voleva col vincente. E che ha dimostrato di avere una straordinaria facilità nei movimenti sulla terra battuta, sfruttando alla perfezione l’arte dello scivolamento per raggiungere la palla nel modo migliore e scoccare un vincente.

Con questo biglietto da visita, che è anche il primo 6-0 6-0 nella storia delle finali degli Internazionali d’Italia (ambosessi), Iga Swiatek si presenterà a Parigi con tutte le credenziali per difendere il trofeo sollevato lo scorso ottobre. Non sarà una passeggiata, ma se esisteva un modo ideale per arrivarci, beh, era esattamente questo.

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Editoriali del Direttore

Ancora i soliti due, Nadal e Djokovic. Rischiano, ma alla fine sono i più forti [VIDEO-COMMENTO]

ROMA – Sonego che batte il n.15 Monfils, il n.4 Thiem, il n.7 Rublev e lotta alla pari con il n.1 Djokovic è la storia più bella che poteva capitare al tennis italiano, già protagonista in tutti i Masters 1000 dell’anno. Il Connors de noantri

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Rafa Nadal e Novak Djokovic - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

da Roma, il direttore

I soliti due. Dov’è la notizia? Non c’è dubbio che la notizia più clamorosa sarebbe stata quella di un Sonego in finale, come lo fu per l’ultima volta qui al Foro Adriano Panatta nel ’78 battuto da Bjorn Borg al quinto set nel famoso match in cui un calabrone ingaggiò un duello con la Donnay di Borg che dovette schivare anche qualche monetina lanciata da qualche italopiteco che fu rimbrottato perfino da Adriano Panatta, quando lo svedese disse: “Se me ne tirate un’altra me ne vado!”.

Mi pare giusto ricordare, a questo punto, che anche l’anno prima un italiano aveva raggiunto la finale, e cioè Tonino Zugarelli che perse in quattro set contro Vitas Gerulaitis, così come in quattro set nel ’76 era stato Panatta ad avere la meglio su Guillermo Vilas.

 

Non è andato in finale, rimpiangerà forse le tre palle break iniziali del terzo set (“La partita avrebbe potuto prendere un’altra piega, comunque Sonego ha dimostrato perché aveva raggiunto le semifinali” gli ha subito riconosciuto Novak Djokovic), ma comunque così come nessuno ha dimenticato che Filippo Volandri raggiunse le semifinali qui nel 2007, nessuno dimenticherà che l’eroe azzurro di questa edizione è stato Lorenzo Sonego, un ragazzo capace di straordinari progressi che peraltro il suo coach Gipo Arbino mi aveva garantito di aver constatato già quando ci parlai a gennaio.

Lorenzo ha battuto in un solo torneo il n.15 del mondo Monfils, il n.4 Thiem, il n.7 Rublev e ha giocato per oltre due ore alla pari contro il n.1 del mondo, uno che ha vinto questo torneo cinque volte e che aveva fatto vedere contro Tsitsipas, al termine di un match bellissimo, la sua straordinaria bravura e irriducibilità.

Lorenzo Sonego – ATP Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Lorenzo è stato alla sua altezza, all’altezza di un supercampione come Djokovic, assolutamente, dimostrando un coraggio, una personalità e doti tecniche che un anno fa forse solo Gipo Arbino, il suo mentore, aveva intravisto.

Mi è piaciuto da morire anche, conoscendo la sua timidezza e umiltà fuori del campo, la sua grande educazione, quel suo modo di incitare la folla perché a sua volta lo incitasse, lo caricasse ancor più di adrenalina, quasi come se avesse bisogno di ancor più garra. Come se altrimenti potesse rischiare di mollare. Ma quando mai!

Lorenzo, e potrò venire accusato di blasfemia perché ovviamente in termini di risultati il paragone non regge, ma con quel suo modo di caricare la folla mi ha ricordato quel che faceva allo US Open nientemeno che Jimmy Connors. Bellissimo, trascinante. Uno vero, che non si nasconde dietro il politically correct perché corretto, correttissimo è in campo… tant’è che ha subito senza fiatare anche due errori arbitrali di cui si sono resi conto soltanto gli spettatori davanti alla TV.  Immagino la soddisfazione dei suoi sponsor, uno dei quali, Reale Mutua non poteva davvero immaginarsi un simile exploit del suo “ambassador” (ormai si dice così…, chissà perchè il sostantivo testimonial è passato di moda) proprio nel torneo di Roma di cui è sponsor. Giocando sul core business dell’antica società torinese d’assicurazione – sarà mica intervenuta nel mondo tennis perchè proprio a Torino ci saranno le finali ATP per i prossimi 5 anni? – si può dire che essa si è “assicurata” un tennista dal grande presente e da un probabilissimo grande futuro, al di là di ogni più rosea aspettativa: di certo al momento in cui hanno firmato …la polizza, i riflessi mediatici e televisivi di quella sponsorship non erano onestamente prevedibili. A volte nel firmare un contratto con un atleta non sai davvero dove puoi cadere. Ti può andare bene bene perchè quello improvvisamente comincia a vincere match su match o anche male, molto male. Pensate, giusto per accennare ad un paio di “immortali”: Barilla e Uniqlo hanno investito una fortuna su Federer e lo svizzero negli ultimi due anni non ha quasi giocato. Mi direte che a “prendere” un giocatore di 38 anni ci sta che scivoli nella vasca da bagno mentre fa il bagnetto a un gemellino e si rovini un ginocchio, così come ci sta che una prima operazione non basti, ma avete idea degli investimenti, anche se Federer è e resta icona mondiale anche quando non gioca a tennis e gira uno spot in cucina con un Master Chef. Idem il primo anno, disastroso, di Djokovic con Lacoste. Un 2011, un 2015 e i primi 6 mesi del 2016 da Mille e Una Notte, poi un pessimo secondo semestre del 2016, tanto che pure avendo un margini di punti pazzesco nei confronti di Murray, finì proprio con le finali ATP di Londra per perdere la leadership.

Chiusa qui la parentesi sponsor – e non ho accennato al discorso pandemia, ai 6 mesi di stop dovuti al virus, chi poteva immaginarli? E quelli che avevano firmato un contratto di un anno soltanto per il 2020? – avremo certo modo di riparlare degli incredibili progressi mostrati da Lorenzo Sonego, ora che è 12° nella Race è la possibilità che ci sia anche lui fra i tre italiani che lotteranno per arrivare a disputare le finali ATP di Torino alla luce di quanto si è visto in questi primi quattro mesi dell’anno, c’è, è reale, non è pura utopia, un sogno impossibile. Per carità, che ce la facciano tutti e tre, Berrettini, Sinner e Sonego è quasi impossibile, siamo onesti. Però quel quasi uno ce lo può mettere, e io ce lo metto, senza passare da illuso sciovinista. Ragazzi, quando si batte tre top 15 in un torneo, ci sta tutto. Quando si fanno due finali di un Mille con due giocatori e una semifinale con un terzo, sognare è lecito e non è detto che si debba cascare dal letto.

Sonego e Djokovic – ATP Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

VERSO LA FINALE – Pur con tutto il rispetto e l’ammirazione per lo straordinario torneo di Sonego, devo passare ai due sfidanti della finale maschile. Ancora loro, i duellanti degli ultimi tre lustri che si sono sfidati fino a oggi la bellezza di 56 volte e giocheranno per la sesta volta per il titolo degli Internazionali d’Italia. Snocciolo subito altri numeri, così me li levo tutti di torno. Djokovic ha vinto in 29 occasioni, Nadal in 27. Nelle nove finali di Slam Nadal conduce 5-4, negli incontri giocati in toto negli Slam (16) Nadal è avanti 10-6. Nelle finali dei Masters 1000 invece è avanti, anche lui di misura, Djokovic, 7-6. Nei Masters 1000, fra finali e non, i due si sono incontrati 28 volte e Djokovic è avanti 16 a 12.

Infine eccoci a Roma, dove Nadal ha trionfato nove volte (2005-2006-2007-2009-2010-2012-2013-2018-2019) ed è a caccia della “Decima”. Djokovic si è imposto 5 volte (2008-2011-2014-2015-2020) e cerca le “Sesta”. In totale, sono arrivati in finale rispettivamente 12 e 11 volte (compresa questa) e il Masters 1000 di Roma vanta una particolarità: dopo il 2004, quando Moya batté Nalbandian, in finale c’è sempre stato uno dei due. In cinque occasioni ci sono arrivati entrambi e Nadal conduce 3-2 avendo vinto l’ultima finale nel 2019, 6-0 4-6 6-1. Come dicevo all’inizio di questa sfilza di dati, si contenderanno per la sesta volta il trofeo dei nostri Internazionali.

In totale a Roma però si sono affrontati otto volte e il bilancio è di cinque vittorie per Nadal e tre per Djokovic. Quale anno, quale turno e quale duello fra loro, quale vincitore, quale risultato?

Ecco qua:

  • 2007, quarti, duello n.4, Nadal 6-2 6-3; 
  • 2009, finale, duello n.17, Nadal 7-6 6-2; 
  • 2011, finale, duello n.27, Djokovic 6-4 6-4; 
  • 2012, finale, duello n.32, Nadal 7-5 6-3;
  • 2014, finale, duello n.41, Djokovic 4-6 6-3 6-3; 
  • 2016, quarti, duello n.49, Djokovic 7-5 7-6; 
  • 2018, semifinale, duello n.51, Nadal 7-6(4)6-3; 
  • 2019, finale, duello n.54, Nadal 6-0 4-6 6-1.

Sei loro duelli si sono conclusi in due set, mentre soltanto due sfide – curiosamente – sono andate al terzo. E a Roma le loro non sono sempre state grandi partite. Speriamo che lo sia quella odierna. Anche se Djokovic ci arriva dopo due notevoli battaglie, mentre Nadal, che aveva annullato due match point nei quarti, ieri ha avuto una giornata decisamente più leggera.

A mio avviso nessuno dei due è al massimo, però. Nonostante questo, in fondo sono arrivati ancora una volta loro.

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