Parigi dà, Parigi toglie: un anno di Marco Cecchinato

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Parigi dà, Parigi toglie: un anno di Marco Cecchinato

Dalla semifinale del Roland Garros 2018, al primo turno del 2019. Dall’obiettivo top 10, al numero 40 del mondo. Da Vagnozzi a Uros Vico. Un bilancio degli ultimi 12 mesi di Marco, che oggi debutta sull’erba del Queen’s contro Raonic

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Marco Cecchinato - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

È il 18 giugno 2019 e due settimane fa Marco Cecchinato ha perso il suo incontro di primo turno al Roland Garros, facendosi rimontare due set da Nicolas Mahut (non certamente avvezzo alla terra battuta). È invece notizia di una settimana la separazione con il suo allenatore Simone Vagnozzi (potete leggere qui l’intervista realizzata con lui dal direttore), con cui ha condiviso tutta la fase ascendente della sua carriera. Un anno fa tutto questo non sembrava possibile. Dopo la storica vittoria contro Novak Djokovic a Parigi, e una sconfitta onorevole in semifinale contro Thiem, per Marco Cecchinato sembravano essersi aperte le porte di orizzonti inesplorati da decenni nel tennis italiano.

La vittoria di Umago a luglio 2018 aveva lasciato la sensazione di un giocatore che era esattamente quello visto al Roland Garros, un top 5 sulla terra. Fino a qui, tutto bene. Ma come continua un noto film, il problema “non è la caduta, ma l’atterraggio”, che in questo caso è ben rappresentato dai 720 punti persi con la sconfitta contro Mahut. Quello che vogliamo fare è provare a riavvolgere il nastro, partendo proprio dal post Roland Garros per vedere cosa è andato storto nella stagione e soprattutto nel tennis di Marco Cecchinato.

Marco Cecchinato – Roland Garros 2018 (foto via Twitter, @rolandgarros)

DA PARIGI A LONDRA – Dopo la sbornia del Roland Garros l’avventura di Cecchinato sull’erba non partiva con premesse incoraggianti. In tutta la carriera aveva giocato solamente una partita sull’erba, al primo turno di Wimbledon 2017 contro Nishikori (sconfitto 6-2 6-2 6-0). In generale proprio il gioco di Cecchinato, estremamente tarato per la terra battuta con il suo spin su dritto e rovescio, non dava molte speranze per una grande stagione su erba. Quindi non c’erano molte pressioni per Cecchinato ai nastri di partenza di Eastbourne 2018, dove si presentava come quarta testa di serie. Alla fine raggiunge un buon risultato, perdendo solo in semifinale contro Lacko, giocatore molto più adatto alla superficie. In generale nelle sfide vinte con Millman (5-7 6-3 6-2) e Istomin (4-6 6-4 7-5) si intravedeva un giocatore non proprio da erba ma che aveva comunque nel servizio e nel dritto due buone armi per non sfigurare sui prati.

A Wimbledon il sorteggio gli riserva il Next Gen De Minaur, di sette anni più giovane ma con già trenta partite sull’erba in carriera e generalmente dei colpi molto più piatti e adatti al veloce. La partita è molto lottata e dopo aver perso il primo set Cecchinato sembra addirittura poterla rimettere in carreggiata, ma paradossalmente il tennista australiano fa valere la miglior esperienza sulla superficie e chiude 6-4 6-7 7-6 6-4. In sostanza si può definire la stagione 2018 sull’erba come discreta, contando le premesse iniziali e la poca esperienza. Dei miglioramenti sul veloce che potevano far ben sperare in vista dell’estate sul cemento americano, che invece comincerà a mostrare le prime crepe nel gioco di Cecchinato. Ma il calendario ATP viene in aiuto di Marco con una nuova possibilità di riscatto (e di accumulo punti), lo swing estivo su terra, e Ceck decide di giocare Umago e Amburgo.

 

IL RITORNO SUL ROSSO – In Croazia Cecchinato si presentava come secondo favorito del seeding, con le altre tre teste di serie rappresentate da Dzumhur, Ramos-Vinolas e Rublev (in quel momento storico in cui sembrava ancora una promessa) e altri come Pella, Haase, Fucsovics e Paire. Sicuramente non un tabellone eccellente, ma comunque con tennisti di buon livello ed esperti della superficie. Marco porterà a casa il titolo, soffrendo soltanto all’esordio contro Jiri Vesely, e battendo poi nell’ordine (senza lasciare set per strada) Djere, Trungelliti e Pella. Guardando la finale, la sensazione era che Cecchinato fosse nettamente fuori scala per il livello di un ATP 250, con una brillantezza di tennis, tra palle corte e un dritto alla Fernando Gonzalez, che sembrava confermare il livello raggiunto contro Djokovic a Parigi.

Un’idea non scalfita nemmeno dalla sconfitta contro Monfils al primo turno di Amburgo. Una battuta d’arresto riconducibile al classico teorema per cui chi vince il torneo precedente, perde (quasi) sempre al primo turno di quello successivo. E per Cecchinato arrivava così il primo vero banco di prova per il suo nuovo status, la stagione sul cemento americano. Che poteva addirittura portargli in dote una clamorosa top 10 (Marco era numero 9 della Race in quel momento).

IL FLOP CEMENTO – La prima partita di Cecchinato sul duro è estremamente esemplificativa dell’efficacia del suo tennis sul cemento fino a quel momento. Perde contro Tiafoe (7-6 6-1) a Montréal, dando l’impressione di non riuscire praticamente mai a prendere il tempo in risposta a un ottimo battitore come lo statunitense, una costante delle sue prestazioni sul veloce. Storia simile contro Mannarino a Cincinnati, altro giocatore molto più esperto di lui sulla superficie, dove perde 6(7)-7 6-2 7-6(7) lasciando per strada quattro palle break nel terzo e addirittura un match point sul 6-5 sul servizio di Mannarino.

I miglioramenti sono incoraggianti ma rimane evidente un aspetto del suo tennis sul cemento, scarsa capacità in risposta (soprattutto in relazione all’anticipo sulla palla) e dipendenza quasi totale dal servizio, tanto che le sue partite per tutto il finale di stagione sul cemento avranno punteggi karloviciani con ben dieci tiebreak giocati e numerosissimi set chiusi sul 7-5 o 6-4. Non abbastanza per competere sulla superficie. Cecchinato arriva ai nastri di partenza dell’US Open con zero vittorie sul cemento nel circuito maggiore, ma il sorteggio è favorevole e gli mette contro un Benneteau in odore di ritiro. Cecchinato disputa due set ottimi, finalmente con un’ottima costruzione di gioco, mostrando soprattutto grande confidenza col dritto che sembra finalmente essersi tarato per potenza (sempre avuta) con il duro.

Vince il primo set 6-2 in scioltezza e va subito avanti 2-0 nel secondo, tutto sembra andare nella direzione giusta. Cecchinato però ha un passaggio a vuoto nel game successivo e subisce il controbreak. È la svolta della partita, Benneteau si aggrappa allo schema servizio-dritto e vince il tiebreak del secondo set. Nonostante manchi un’infinità e Benneteau non sembri proprio il Djokovic del 2011, Cecchinato perde completamente intensità da fondo e la partita scivola via 2-6 7-6(5) 6-3 6-4. Una sconfitta per certi versi incredibile, che chiude la parte di stagione sul cemento americano con zero vittorie all’attivo. E si inizia ad intravedere un Cecchinato molto diverso a livello mentale da quello visto sulla terra, molto più bloccato e che tende a disunirsi appena le cose si complicano.

ULTIMI SCAMPOLI DI STAGIONE – La trasferta asiatica riserva molte più soddisfazioni al tennista italiano, che coglie la sua prima vittoria nel circuito maggiore sul cemento (indoor) di San Pietroburgo contro quel Lacko che l’aveva battuto in semifinale ad Eastbourne. Al turno successivo perde 7-6 6-3 contro Bautista-Agut, ma è una sconfitta che può starci, vista la differenza di esperienza sul duro. A Pechino arriva invece la prima vittoria in carriera sul cemento outdoor, battendo un Baghdatis (1-6 6-4 7-5) che lo domina nettamente nel primo set ma che diventa letargico nel prosieguo dell’incontro. L’azzurro viene poi eliminato al turno successivo da Fucsovics in una partita senza storia.

L’apogeo (finora) della carriera di Cecchinato sul veloce è quello del Masters di Shanghai, dove fa una mezza impresa battendo Simon al primo turno, avversario decisamente temibile sul cemento, per 6-7 6-4 7-6, nella classica partita tirata del ‘Cecchinato-sul-duro’, che sostanzialmente sul cemento gioca come i grandi battitori. Al turno successivo Cecchinato dà altre buone indicazioni sul suo stato mentale rimontando anche Chung in una partita pressoché identica a quella con Simon, regalandosi i sedicesimi nel rematch contro Djokovic. Un Nole che, giusto per dovizia di particolari, nel frattempo ha fatto il percorso opposto di Cecchinato, vincendo due Slam. Incredibilmente nel primo set la partita è tirata.

Marco ha anche la chance per il break nel quarto game, ma dopo aver perso la battuta sul 3-3, Djokovic chiude 6-4 il primo set e la partita sostanzialmente finisce lì, con Cecchinato che chiude il suo, alla fine positivo, viaggio asiatico rimediando un bagel. Essenzialmente chiude a Shanghai anche la stagione 2018, dato che perde, senza vincere nemmeno un set, contro Mannarino, Laaksonen e Sousa negli ultimi tre tornei stagionali. Partite giocate con la spia della riserva accesa. Il finale di stagione negativo non toglie nulla alla clamorosa cavalcata di Cecchinato, che chiude il 2018 con il best ranking di 20 del mondo ed un clamoroso guadagno di 89 posizioni.

Marco Cecchinato – Parigi-Bercy 2018 (foto Erika Tanaka)

SEGUE A PAGINA 2: IL 2019 DEL CECK

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Storie di tennis: Renée Richards, la donna che visse due volte

Non come intendeva la questione Hitchcock, ma nel senso che è stata la prima atleta transgender dello sport professionistico

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Teatro di questa puntata di “storie di tennis” è l’Open degli Stati Uniti. In tempi normali avrebbe quindi visto la luce più in là nel tempo ma, poiché i tempi che stiamo vivendo di normale hanno ben poco, abbiamo deciso di raccontarvela adesso. Protagonista della storia è una stimata oftalmologa americana ed ex tennista professionista: Renée Richards.

L’eccezionale avventura umana e sportiva di questa donna, che ha ispirato due autobiografie e due film, comincia a New York nel 1934 quando in una ricca famiglia borghese viene al mondo un neonato di nome Richard, Richard Raskind. Richard è un’atleta eccellente e mostra una notevole predisposizione per ogni tipo di sport; al liceo eccelle nel football, nuoto, tennis e baseball, sport per il quale riceve l’invito a un provino dai New York Yankees. Raskind decide però di dedicarsi esclusivamente al tennis e negli anni ‘50 partecipa per cinque volte allo Slam nord americano senza però mai andare oltre il secondo turno in singolare. L’ultima apparizione di Raskind agli US Open risale al 1960 quando al primo turno perde contro il futuro vincitore, Neil Fraser.

Il 1960 è anche l’ultima stagione che lo vede partecipare a un torneo maschile. Quell’anno il nostro protagonista abbandona il tennis e si dedica con successo all’esercizio della professione medica e contemporaneamente a combattere i conflitti interni che lo tormentavano sin dall’adolescenza. Alla fine della battaglia nel 1975 – sposato e padre di un bambino di 3 anni – Richard Raskind decide di accettare la sua natura e di sottoporsi all’operazione che gli consentirà di riapparire di fronte al mondo con il nome di Renée (in francese “rinata”) Richards.

Renée ha 41 anni, è una dottoressa di grande successo ma non è riuscita a venire a patti con la sua passione per il tennis agonistico ad alto livello. Dopo avere divorziato si trasferisce in California dove – parallelamente alla sua professione medica – riprende a calcare i campi da tennis in tornei semi-professionistici femminili nascosta sotto lo pseudonimo di Renée Clark. L’anonimato durò poco. La sua statura (188 cm) e il suo stile di gioco aggressivo e atletico attirano l’attenzione di un reporter che nel volgere di un giorno scopre la sua identità originaria e la rende di dominio pubblico.

La United States Tennis Association prende immediatamente posizione sulla vicenda esprimendo un parere negativo in merito alla sua partecipazione ai tornei professionistici precludendole di fatto così la possibilità di partecipare allo US Open. Posizione resa ancora più forte da un episodio coevo: quando un coraggioso organizzatore – ignorando il parere dello USTA – le dà una wild card per prendere parte il suo torneo, 25 giocatrici su un totale di 32 si ritirano immediatamente. Le altre giocatrici non volevano affrontare un’avversaria così alta e potente indipendentemente dal fatto che avesse superato i 40 anni di età e fosse inattiva a livello professionistico da 15 anni.

Siamo nel 1976 – per coincidenza anno in cui William Bruce Jenner, ora all’anagrafe Caitlyn Jenner, vince l’oro olimpico nel Decathlon a Montreal – e a Renée si presentano due opzioni: accettare la decisione dello USTA (prendendo anche atto dell’ostilità delle altre giocatrici) limitando così le sue performance tennistiche al club del quartiere, oppure dare battaglia legale. Sceglie la seconda strada perché “non mi piace che mi dicano cosa posso e cosa non poso fare”, avrebbe dichiarato anni dopo.

Fa quindi causa alla USTA presentando ai giudici incaricati le dichiarazioni del chirurgo che la aveva operata e di Billy Jean King – all’epoca seconda giocatrice del mondo – che ne garantiscono la femminilità fisica e psichica. La USTA si difende affermando la teoria che, in caso di sentenza favorevole a Richards, il mondo del tennis femminile avrebbe potuto subire un’infiltrazione massiccia da parte di altri atleti uomini. Il giudice dà ragione a Renee che nel 1977 può così iniziare la seconda parte di una carriera interrotta nel 1960 quando ancora si chiamava Richard Raskind.

Richard Raskind nel 1972 (foto AP)

Il debutto al primo turno dello US Open richiama una folla degna di una finale ma Virginia Wade la supera abbastanza facilmente in due set; Richards si toglie comunque la soddisfazione di raggiungere la finale del doppio nella medesima edizione e di arrivare al terzo turno nel singolare nel 1979, anno in cui raggiunge la ventesima posizione assoluta nel ranking. Sino al 1981 – anno del suo ritiro – le manifestazioni di ostilità contro di lei sono comunque forti e incessanti e culminano nel plateale ritiro dal campo prima dell’inizio della partita di una sua avversaria, Kerry Reid, australiana numero 7 del mondo.

Dopo l’abbandono dei campi da gioco, Renée non lascia il tennis e per i due anni successivi allena di una delle poche tenniste che si erano schierate sin dal primo momento al suo fianco insieme a Billy Jean King: Martina Navratilova.

Renée Richards è stata la prima atleta transgender nella storia dello sport professionistico. A distanza di oltre quarant’anni il dibattito su questo argomento nel mondo dello sport è ancora vivo e aspro, come dimostra la travagliata vicenda che riguarda la mezzofondista sudafricana Mokgadi Semenya. Nel mondo del tennis, a schierarsi contro la partecipazione delle atlete transgender ai tornei femminili è stata Martina Navratilova.

Quanto sia delicato il tema e labile il confine tra giusto e sbagliato lo dimostrano a fortiori le affermazioni rilasciate dalla stessa Renée Richards nel corso di un’intervista risalente allo scorso anno, nella quale afferma di aver deciso di competere nel circuito femminile solo perché il suo vantaggio atletico era a suo parere compensato dall’età; in caso contrario si sarebbe astenuta dal farlo dato che altrimenti – parole testuali – avrebbe “fatto polpette” delle sue avversarie. E non le sarebbe sembrato giusto.

 

Renée Richards, la transessuale che ha fatto storia – Un articolo del 2010

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In memoria del vecchio campo n.1 del Roland Garros

O anche ‘Bullring’, come veniva chiamato per la sua configurazione circolare, simile a un’arena. Ora demolito, è stato teatro dell’esordio di Nadal e di altre partite storiche

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Un mese fa, lunedì 1 Giugno, il giornalista del New York Times Christopher Clarey ha condiviso tramite il suo account Twitter una foto del cantiere in corso nell’impianto del Roland Garros: sotto un cielo senza nuvole e al cospetto del nuovo Chatrier si vedono gli operai che hanno ricominciato a lavorare dopo la pausa imposta dalla pandemia. Fino a qualche mese fa sulla distesa di terra in primo piano sorgeva l’iconico Campo N. 1, il cosiddetto Bullring.

Nel grande progetto di rinnovamento del parco in cui si svolge lo Slam parigino vi è la creazione di una grande area verde da cui, durante le due settimane di torneo, si potranno vedere le partite su un maxi schermo installato sul Philippe-Chatrier. Durante tutto il resto dell’anno la zona rimarrà aperto al pubblico come estensione del giardino delle serre d’Auteuil.

 

Amatissimo dagli spettatori del Roland Garros, il Bullring deve il suo nome alla particolare configurazione circolare che lo faceva somigliare a una arena per corride piuttosto che a un campo da tennis e la vicinanza del pubblico al terreno di gioco creava un’atmosfera da Cinco de la tarde, all’opposto dell’eleganza chic degli altri due palcoscenici del Suzanne-Lenglen e del Philippe-Chatrier. 

L’idea bizzarra di costruire un contenitore circolare per un campo rettangolare si deve all’architetto Jean Lovera, che curiosamente ebbe un passato da tennista di alto livello: raggiunse il secondo turno dell’Open di Francia nell’edizione del 1974 e ancora oggi dirige il suo studio a Grenoble continuando a disegnare palazzetti e campi da tennis. Il Bullring venne inaugurato nel 1980 alla presenza di Jean Borotra (uno dei quattro Moschettieri del Tennis francese) e fu concepito come un “Centrale bis”, forte dei suoi 4.300 posti (poi diminuiti a 3.800). Venne poi superato nel 1994 dall’arrivo del Suzanne-Lenglen, che ha una capacità di circa 10mila spettatori.

Proprio perché era diventato il terzo campo nella gerarchia del torneo (l’anno scorso addirittura il quarto con l’inaugurazione del Simonne-Mathieu), vi andavano in scena molti match considerati non “di cartello” che tuttavia sono poi entrati nella storia del torneo, e in 39 anni di servizio non sono mancati i colpi di scena. Per esempio un certo Rafael Nadal ha tenuto qui il suo battesimo a Parigi nel Maggio 2005, prima di diventare Re due settimane più tardi, alla sua prima partecipazione allo Slam. L’americana Chris Evert, sette volte campionessa, invece vi giocò l’ultima partita al Roland Garros nel 1988, perdendo al terzo turno dalla Sanchez Vicario. 

Sempre su questo campo nel 1997 un giovane brasiliano, Gustavo Kuerten, fece scalpore eliminando Thomas Muster al terzo turno e conquistando successivamente la prima delle sue tre Coppe dei Moschettieri. E come non ricordare la volta in cui Marat Safin si abbassò i pantaloncini al termine di uno scambio forsennato e memorabile durante una maratona combattuta su due giorni (6-4, 2-6, 6-2, 6-7, 11-9). Il pubblico se la rise di gusto, l’arbitro meno, tanto che lo sanzionò.

A far perdurare la memoria di questo mitico campo, oltre alle immagini e ai ricordi di Christopher Clarey e di noi tutti, restano oggi una serie di oggetti realizzati con materiali di riciclo derivati dalla sua demolizione: sedie, borse e portafogli fatti con i teloni pubblicitari e clessidre riempite di terra rossa. Tutta la collezione è andata esaurita in 24 ore e il ricavato di circa 30.000 euro è stato devoluto alla fondazione Fête le Mur, patrocinata da Yannick Noah.

Pietro Tovaglieri

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Brandon Nakashima: “Amo Federer ma il mio tennis è simile a quello di Djokovic” (intervista esclusiva) 

Il suo ricordo più vivo è l’allenamento con Rafa Nadal a Wimbledon. I duelli con Musetti e Tseng Chun-Hsin, la stima per Sebastian Korda e Hugo Gaston. “Non amo le discoteche”. Cosa gli dice il nuovo coach Pat Cash

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Brandon Nakashima - ATP Delray Beach 2020 (foto via Twitter @DelrayBeachOpen)

Brandon Nakashima, nato il 3 agosto 2001, ha 18 anni. Il suo nickname è B-Nak. È nato 13 giorni prima di Jannik Sinner. Numero 220 ATP (best ranking di 218) è secondo solo all’altoatesino nel ranking dei 18enni. Il cognome è giapponese, ma il nonno con il quale ha cominciato a giocare a tennis all’età di poco più di tre anni era quello materno, vietnamita. Alto 1.85×78 kg, i tratti fisici sono orientali, ma lui è nato a San Diego e anche il padre Wesley è nato in California, mentre la madre è nata in Vietnam ma a cinque anni si è trasferita in California. I genitori sono entrambi farmacisti.

Ha giocato per il college dell’University of Virginia ed è stato dichiarato freshman (matricola) dell’anno nel 2019 della Atlantic Coast Conference, per poi passare professionista. Dal torneo di Delray Beach di quest’anno è allenato da Pat Cash e lì subito ha raggiunto i quarti battendo quattro Top 100. Il colpo migliore è il rovescio, l’idolo è Roger Federer. Poderoso atleta, è considerato uno dei migliori talenti statunitensi. Si considera timido ma non appare poi troppo in questa intervista, una volta sbloccatosi. Va matto per il sushi ma, confessa, anche per i dolci. Nell’intervista dice quali siano già state le vittime di maggior prestigio, il prestigio delle quali fa pensare che il suo attuale ranking sia bugiardo.

IL VIDEO DELL’INTERVISTA

 

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

Minuto 00:00: Introduzione con annesso elenco dei suoi scalpi di maggior prestigio: Sam Querrey, Cameron Norrie, Jiri Vesely, Marcos Giron, Salvatore Caruso, Yuichi Sugita.

03:40: Come si è comportato durante la pandemia: “Indosso sempre la mascherina in pubblico, cerco di stare attento quando esco”. È grato della possibilità che ha avuto di allenarsi su campi privati, così da poter continuare a lavorare e giocare match con avversari di livello.

05:07: Il rapporto speciale con il nonno materno: “È originario del Vietnam, ed è stato lui a portarmi in campo a tre anni e mezzo. Abbiamo iniziando sui campi pubblici, e da allora ho iniziato ad allenarmi tutti i giorni”.

06:45: Come sta andando con il suo nuovo coach, Pat Cash, e come è cambiato il loro legame durante la pandemia? “Ci siamo visti per la prima volta dopo il mio match d’esordio a Delray Beach. Da lì abbiamo iniziato con qualche sessione d’allenamento qui in California, e soprattutto nell’ultimo periodo è diventato sempre più presente. Siamo entrambi contenti di star creando un legame sempre più stretto”.

07:38: Cash ha detto di aver subito notato la straordinaria manualità del ragazzo – pensa anche lui che sia la sua qualità migliore? “Ho sempre avuto una buona mano, e infatti da piccolo ero bravo in tanti sport diversi. Da quando lavoro con Pat ho continuato a migliorare sotto questo aspetto, perciò sì, credo che la manualità sia probabilmente la mia qualità migliore”.

08:42: Il loro primo incontro: “Avevamo un paio di amici comuni al tempo del mio ingresso fra i pro, e io stavo cercando un buon allenatore. Pat mi è stato consigliato da più parti, così ci siamo sentiti al telefono per conoscerci meglio. A Delray Beach era un periodo di prova, ma dopo un paio di settimane abbiamo deciso di proseguire a tempo pieno sul tour”.

11:53: Chi sono i suoi idoli d’infanzia? “Mi è sempre piaciuto veder giocare Federer, ma penso che il mio gioco sia più simile a quello di Djokovic”.

12:40: Com’è stato allenarsi con Nadal? “Un paio d’anni fa stavo giocando Wimbledon juniores, e ho conosciuto Rafa mentre si scaldava per uno dei suoi match. È stata una grande esperienza; lui era ovviamente focalizzato sull’incontro, ma è stato veramente carino e rispettoso nei miei confronti. Prima di allora non avevo mai giocato con nessuno che avesse colpi tanto arrotati sia sul dritto che sul rovescio!

14:36: Chi sono i migliori talenti del tennis europeo? “Nel 2018 ho giocato le ITF Junior Finals in Cina, quindi ho affrontato I sette migliori altri junior. Ho giocato contro gente come Musetti e Tseng Chun-Hsin, e penso che avranno tutti un grande avvenire. Hugo Gaston è un altro giocatore di grande talento, e si muove bene”. Per quanto riguarda gli USA, la sua scelta ricade su Sebastian Korda, con cui gioca spesso nel Challenger Tour.

17:20: Brandon ci parla della transizione dai junior ai professionisti: “Per me è stato fondamentale andare all’università [a Virginia, ndr] per una stagione a 17 anni, ha aiutato tantissimo il mio gioco e mi ha fatto maturare come persona. Consiglierei a un sacco di giocatori di provare l’esperienza universitaria, perché è un modo per verificare se si è pronti o meno a passare pro. In autunno ho deciso di provare a giocare dei Challenger e ho ottenuto dei buoni risultati; ho capito che il mio gioco era pronto per il tour professionistico e che ero abbastanza maturo da provarci, e così ho deciso di fare il salto”.

19:45: Un breve riassunto dei suoi migliori risultati negli Slam juniors: “Il primo anno [2018, ndr] ho fatto i quarti a Parigi e New York, mentre la scorsa stagione sono arrivato in semifinale a Flushing Meadows”.

21:25: Come si sta sviluppando il suo gioco con Pat Cash? “Durante gli allenamenti qui in California abbiamo deciso di lavorare tanto sul gioco in avanzamento e su quello a rete, così da poter variare maggiormente gli schemi. Ovviamente Pat era uno dei migliori giocatori di serve-and-volley, quindi sto solo cercando di imparare da lui e dalla sua competenza”.

Pat Cash, Brandon Nakashima e Angel Lopez (via Twitter, @angelprotennis)

23:55: Quali sono i suoi piani sul breve termine? “Ora come ora è difficile programmare, visto che non sappiamo quando e se si inizierà a giocare, ma stiamo lavorando come se lo US Open si dovesse disputare normalmente [l’intervista è avvenuta prima dell’annuncio della USTA di mercoledì scorso sullo Slam americano, ndr]. Mi sto preparando dal punto di vista fisico, anche se il mio ranking non è abbastanza alto da entrare direttamente in tabellone, e non sono sicuro che ci saranno le qualificazioni [in seguito all’annuncio di cui sopra, le qualificazioni sono infatti state cancellate, ndr], quindi la mia unica opzione è chiedere una wildcard”.

25:35: Come la pensa sul tennis a porte chiuse: “Sarà interessante, siamo tutti abituati ad avere persone che ci guardano mentre giochiamo, quindi credo che per molti sarà un po’ strano all’inizio. Per quanto mi riguarda non sarà una questione importante, mi sto concentrando sul mio gioco e credo di poter fare bene con o senza di loro”.

26:47: La vita fuori dal campo: “Cerco di rilassarmi e divertirmi. Mi piace giocare ad altri sport, quindi nei giorni liberi gioco a golf con gli amici o sto a casa a guardare la TV, cerco di distrarmi dal tennis. Non mi piace andare in discoteca, non è mai stata la mia idea di uscita – preferisco le serate tranquille con gli amici”.

30:04: Quanto ne sa di storia del tennis? “Non molto, in realtà. Mi piace però guardare partite del passato, incontri di decenni fa, per notare le differenze con il gioco attuale. Il loro stile era completamente diverso, tutto serve-and-volley, si cercava di prendere rapidamente la rete. È interessante vedere quanto il gioco sia cambiato, quanto i giocatori siano cambiati”.  

31:30: Le prospettive di Brandon per il 2022/2023: “L’obiettivo è di migliorare a livello di risultati e di classifica. Forse per allora sarò riuscito a raggiungere la Top 10”.

33:20: Dopo i Big Three, chi diventerà il nuovo N.1? “Fra i Top 10 attuali, credo che Medvedev e Tsitsipas abbiano le chance migliori di vincere degli Slam. Fra noi giovani, invece, i NextGen, trovo che Shapovalov abbia un buon gioco, e anche Auger-Aliassime ha buone possibilità di fare bene”.

36:10: I consigli più frequenti di Pat Cash: “Devo migliorare il footwork, soprattutto nell’ottica dei match al meglio dei cinque, e devo lavorare sulla condizione atletica. Il dritto e il senso del campo devono salire di livello. Pat mi dice spesso anche di variare il gioco e di offrire palle diverse all’avversario, cose che credo potranno aiutarmi a vincere tante partite e a non essere troppo prevedibile. Imparare ad avanzare verso la rete mi aiuterà anche a variare di più da fondocampo”.   

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