Coco Gauff batte Venus Williams a Wimbledon: "Voglio essere la più grande"

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Coco Gauff batte Venus Williams a Wimbledon: “Voglio essere la più grande”

A meno di quindici anni e mezzo, ‘Coco’ Gauff sorprende la campionessa di cinque Wimbledon, di 24 anni più anziana. Obiettivo? “Vincere il torneo”

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Cori Gauff - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Londra, il nostro inviato

Cori Gauff ha sconfitto in due set Venus Williams, ha vinto il match di giornata e conquistato il pubblico del Court 1 in una volta sola, in un crescendo di emozioni a dispetto del punteggio molto lineare (6-4, 6-4).

Nessuna delle due protagoniste è testa di serie, eppure sul Court 1 va in scena una partita attesissima. È il match dei record tra due giocatrici da record: Venus 39 anni, cinque Championships vinti e nessuna intenzione di smettere, visto che “il tennis continua a divertirmi”. Gauff 15 anni, la più giovane tennista dell’era Open ad avere raggiunto il tabellone principale di Wimbledon passando dalle qualificazioni. E 24 anni di differenza fra di loro.

 

Agli opposti per età eppure simili fisicamente, e nell’interpretazione del tennis: una somiglianza evidente a colpo d’occhio, a partire dal modo di camminare, con i piedi un po’ trascinati. Gauff si presenta per la prima volta nel tabellone principale di Wimbledon e lo fa con la scomoda etichetta di predestinata: è da almeno un paio d’anni che ha attratto l’interesse di tecnici e sponsor, e già firmato contratti milionari come quello recente con Barilla.

Difficile dire per chi parteggi il pubblico all’avvio. Certo, Venus è una leggenda, ma questo non significa che sia facile “tifare contro” una ragazzina così giovane. Dopo i game iniziali abbiamo la prima notizia: la partita è equilibrata e Cori non sembra soffrire di particolari timori reverenziali.

Fino al quinto game nessuno scossone. Poi, con Williams al servizio sul 30 pari, quattro corvi si affacciano sul campo, inseguendosi fra loro. Venus è obbligata a fermarsi e il tutto si trasforma in un segno premonitore, visto che perderà i due successivi quindici e di conseguenza anche il game: 3-2 Gauff e servizio. Che consolida sul 4-2, tenendo il proprio turno di battuta addirittura a zero. Cori ha preso il comando del punteggio e anche quello dell’applausometro: il Court 1 ha scelto di sostenere lei.

Prima di salire 5-3 Gauff riceve una piccola lezione di esperienza: la sua avversaria scivola durante uno scambio, e allora si limita ad appoggiare la palla di là, convinta di avere chiuso il punto. Invece Venus si rialza, recupera la palla e tiene vivo il palleggio. Occorrerà un altro colpo a Gauff per vincere il quindici: mai dare troppo presto per vinto qualsiasi punto.

Il set si chiude senza sorprese, visto che Gauff non trema al momento di chiudere il parziale: 6-4 in 33 minuti. La cosa più bella di Gauff? A mio parere il fantastico atletismo quando scende bassa di gambe per spingere con il rovescio: comunica un dinamismo straordinario. Sembra di vedere la Venus dei bei tempi…

Secondo set. Venus prova ad aumentare la pesantezza della sua palla, e qualche volta Gauff deve concedere campo. Ma anche da una posizione più arretrata riesce a controbattere senza farsi mettere sotto. Esattamente come nel primo set, al quinto gioco arriva il bresk: è un passaggio a vuoto di Williams, che sbaglia davvero troppo, suggellando il tutto con un doppio fallo. 2-3. Gauff consolida e sale 4-2.

Ma vincere a tennis non è mai facile, soprattutto se ci si ritrova per la prima volta a Wimbledon davanti a uno stadio di 12mila persone praticamente pieno. La piccola flessione di Cori arriva nell’ottavo gioco: comincia il game con un doppio fallo e lo conclude con un altro doppio fallo. Venus risale in parità sul 4-4.

Gli ultimi due game sono la parte più intensa del match. Due game prolungati ai vantaggi, con Venus che perde nuovamente la battuta malgrado l’aiuto di un nastro imprendibile sul 30-30. Il credito con la sorte di Gauff viene quasi subito ripagato da una risposta steccata che si trasforma in un vincente. Due volèe mal gestite da Venus procurano il break.

Sul 6-4, 5-4 va in scena il game più lungo del match: a Cori non bastano tre match point per chiudere; anzi concede una palla break, salvata con una soluzione al limite della follia: una seconda servita a 108 miglia orarie, non controllata da Venus. Il match point buono è il quarto, quando Venus conclude lo scambio con un dritto in rete. 6-4 in 46 minuti (79 minuti totali).

Cori Gauff e Venus Williams – Wimbledon 2019 (Roberto Dell’Olivo)

Naturalmente il tema che questo match ci propone è: dove può arrivare in futuro Cori Gauff? Abbiamo assistito alla nascita di una campionessa?

In queste occasioni è facile lanciarsi in previsioni mirabolanti, tanto poi è raro che qualcuno le ricordi in caso si rivelino sbagliate. E dopo una vittoria che ha scaldato 12 mila persone è ancora più difficile non farsi prendere dall’entusiasmo. Allora ricordo un paio di aspetti contrari. Primo: oggi Venus è scesa al numero 44 del ranking, e anche se sull’erba sicuramente vale una posizione più alta, non è più la miglior Venus. Per esempio quella dei tempi d’oro avrebbe coperto più rapidamente la rete, difficilmente sbagliando le due volèe che le sono costate punti decisivi per l’ultimo break.

Secondo aspetto: la maggior parte delle fuoriclasse sono state precoci, ma non tutte le giocatrici precoci si sono rivelate fuoriclasse. Insomma, solo più avanti scopriremo il valore di Gauff e allora sapremo se la stretta di mano a fine match con Williams è stato un semplice saluto o anche un passaggio di testimone.

In sala interviste si è presentata una raggiante Gauff: ” Per la mia prestazione di oggi mi darei il massimo dei voti. Sono super-scioccata di avere vinto, ma anche super-grata con gli organizzatori per avermi dato una wild card per le qualificazioni. Quali sono gli obiettivi nella mia mente? A breve termine vincere il torneo, a lungo termine diventare la più grande. Mio padre quando avevo 8 anni mi disse che avrei potuto farcela. Al momento della stretta di mano con Venus non mi sono scusata, l’ho ringraziata per tutto quanto ha fatto per il nostro sport. Serena dice che le ricordo sua sorella Venus? Lo so, è vero: siamo tutte e due alte, ci assomigliamo fisicamente e anche nel modo di giocare. Ma poi quando sono in campo sono solo me stessa”.

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Wimbledon, la nostalgia dei segni

L’ultima concessione alla nostalgia del Wimbledon 2020 che non c’è stato. E ora appuntamento al 2021

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

NOTA DELLA REDAZIONE – Sarebbe dovuto essere il lunedì dedicato al commento, dopo le due finali di Wimbledon. Invece nulla è stato e nulla sarà fino al prossimo luglio. Con questo breve pensiero, ci congediamo dalla nostalgia e diamo appuntamento al prossimo anno


Cala il sipario su un Wimbledon privo di vincitori e vinti mentre un percettibile ‘down’ reclama la sua parte di mestizia. L’indomani dei tornei è sempre un po’ così: poca realtà tanti ricordi! Sullo stesso tono, il lato etereo degli Championships si trascina ormai da un anno e un altro ancora dovrà attendere prima di tornare in sé. E in un clima ovattato, il lato onirico della faccenda rimanda ad applausi scroscianti ridotti a brusii appena percepiti e a palline gialle senza più rumore. Quindi evoca bianchi soggetti che tra le righe si muovono qua e là con fare felpato mentre tutt’intorno, visi attoniti esprimono stupore per via di un proprio linguaggio.

Un ‘oooh’ breve vale un fastidioso doppio fallo così come un ‘oooohhh’ esteso premia un passante andato a segno. Un ‘ooooooohhhhh‘ infinito rimanda, invece, a un gratuito madornale. Immagini che restituiscono all’immaginario collettivo dissolvenze opache e surreali cullate in un’improbabile nebbia londinese di metà luglio. Un Purgatorio dantesco in cui tutto è fermo ai maledetti match point di un anno prima, buttati alle ortiche da un Federer frettoloso contro un Djiokovic freddo e calcolatore.

Poi tutto si attarda sui fili d’erba! I miliardi del grande centrale offrono dimora a macchie color dell’ocra foriere di una loro verità circa l’evoluzione di questo sport. La più corposa si spande da destra a manca a ridosso di una polverosa baseline e dice che il taglio a 8mm ha spostato il gioco all’indietro favorendo la via dello scambio in luogo dell’attacco puro che, ai tempi, dilungava volentieri il coloraccio verso rete sulla scia di Edberg, Sampras e McEnroe.

Lungo gli out, poi, aloni ristretti rimandano a raccattapalle lesti e sempre all’erta mentre altri più lontani lasciano rimpiangere compassati giudici di linea per i quali ogni chiamata vale un pezzo d’amor proprio. Un viottolo giallastro dai contorni definiti rasenta rapido il giudice di sedia vagheggiando campioni ciondolanti verso una sospirata panca e solerti fisioterapisti al capezzale di eroi più malandati.

In un clima di amarcord degno del miglior Fellini, i Championships 2020 consumano così il loro pizzico di nostalgia, scevri da soverchie pandemie che vorrebbero privarli della guadagnata eternità. Qualcosa svanirà, altro rimarrà: il resto è già attesa! Questo Wimbledon va in archivio così, senza lo straccio di un rumore. Sssssst… tutto tace: luglio 2021 è ancora lontano.

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Fiabe a Wimbledon: chi sarà l’erede di Federer?

Federer tornerà a Wimbledon forse un’altra volta, per salutare il suo giardino. Nel frattempo è già partita la caccia all’erede

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Roger Federer - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Nell’ideale collettivo, Wimbledon è il torneo temprato a tutto: pioggia, critiche e ogni sorta di imprevisto. Un appuntamento che incurante di tutto va dritto alla meta con il suo seeding prettamente erbivoro – anzi, non più: è stato appena eliminato – concepito talora in barba al ranking, quello vero. Preso in contropiede da un virus sferico malamente spelacchiato, anche il torneo più importante al mondo si è arreso a ragioni di salute pubblica cancellando l’ottimismo che per breve durata ha serpeggiato tra le stanze al dieci di Dowining Street. Senza rinunciare al solito aplomb, il comitato organizzatore ha sorvolato su possibili negoziati con ITF e ATP rimandando ogni cosa al 2021. Con grande eleganza, ha persino deciso di elargire un montepremi compensativo ai giocatori che avrebbero preso parte al torneo per classifica. 

Per quest’anno, dunque, non ci saranno che gli highlights erbivori di cui straripa il web, scegliendo, magari, quelli più evocativi degli abbondanti tre lustri ormai alle spalle. Per apprendere che, tolto qualche estemporaneo finalista, nello stesso periodo lo Slam londinese, più degli altri tre, ha espresso bene l’idea di dominio, quello ristretto al perimetro dei Fab Four. Come se il tennis degli ultimi anni non fosse stata che una questione da dipanare tra quattro anime o poco più. 

E se a giugno prossimo quelli appena oltre gli …enta saranno certamente ai nastri di partenza, l’unico sull’orlo degli …anta potrebbe incappare, invece, negli inconvenienti  dell’età. Si tratta di un re vestito di bianco vicino ad abdicare, seppure ancora felicemente regnante. Insensibile, ormai, a faccende di fredda classifica, Roger Federer sopravvive più arzillo che mai, per la gioia di un popolo sterminato che lo considera unico e irripetibile. Senza impedire, nondimeno, che a un anno dai prossimi Championships il quesito affiori di getto: tornerà col piglio di sempre o gli acciacchi avranno la meglio? Con i marcantoni in giro per il circuito non sarà facile tenere botta.

 

Dunque il pensiero del  ‘dopo’ prende corpo via, via che il tempo scorre impietoso. E anche se otto titoli e quattro finali restituiscono al mondo un fuoriclasse inarrivabile, l’idea della successione serpeggia furtiva insieme all’incognita di un gioco arduo da replicare. Oltre ai naturali successori, ben oltre la trentina, toccherà dunque a un moderno randellatore della Next Gen raccogliere lo scettro o sarà piuttosto un cesellatore a tutto campo, magari un po’ vintage? Dalla nuvola di supposizioni  piove anche qualche certezza: per accedere al cuore della gente, l’erede dovrà comunque avere grande dignità, talento da vendere e portamento regale. Qui non si tratta solo di scalare il ranking ma di bucare il video salvando il tennis dalla noia

Fosse stato Dickens a scrivere il seguito della fiaba, avrebbe fatto del successore un bel giovane dall’infanzia negata, chiamato a grandi privazioni  pur di guadagnare la via del successo. Dalla penna di Perrault, sarebbe, invece uscito il profilo di uno sfigato Pollicino che vive il tennis con tenera furbizia. Meglio avrebbero fatto i fratelli Grimm che, tagliando corto, sarebbero andati dritti a un principe volleatore che risveglia Biancaneve e tutto il resto.  

Di fronte a un tennis ricco di denari ma povero di creatività, gli scribi dell’era moderna ipotizzano pretendenti alla Thiem, Tsitsipas, Zverev. Figure di spicco, per carità, ma forse poco inclini alla nobile magia con cui il monarca ha disegnato traiettorie stellari facendo dei colpi una sfilza infinita di rime baciate. Non dimentichiamo, ad ogni modo, che il terzo giocatore più vincente del torneo in Era Open è ancora in attività e si chiama Novak Djokovic, che condivide il gradino più basso del podio con Bjorn Borg, entrambi a cinque successi. Non si può parlare però di Djokovic come un vero erede, prima di tutto perché il serbo ha vinto durante l’epoca di Federer, e poi perché, pur sei anni più giovane di Federer, è comunque nella fase finale della sua carriera.

Come ricordare, dunque, il passaggio storico di un re tanto amato? A molti basterebbe l’iscrizione in qualche albo d’oro o nella Hall of Fame. Un privilegio non da poco rispetto ai comuni mortali in fila al botteghino, ma poca cosa per quel sovrano che per tante volte ha deliziato l’anima dei 15.000, Windsor inclusi, stipati fianco a fianco nell’atmosfera unica del Centre Court

Non sappiamo come i neonati di oggi che, bontà loro, giocheranno un giorno a tennis, penseranno in futuro a quel re dai modi garbati e amante del bello. Molti ne sentiranno parlare da genitori  rigati da qualche luccicone, altri si getteranno in biografie ricche di minuzie mentre i più curiosi spulceranno filmati su YouTube. Per venire al corrente, che tra vittorie e finali, si narra anche della splendida vittoria del 2009 contro Andy Roddick finita 16-14 al quinto dopo che l’americano aveva fallito un set point d’oro su una facile volée alta di rovescio. O del match clou del 2008 perso con Nadal 9-7 al quinto, giudicato da tutti come il più bello di Wimbledon versione Open. E un po’ di amaro scorrerà per i maledetti 68 game dello scorso anno snocciolati contro un Djokovic irriducibile e finiti male per via di due match point gettati alle ortiche per questioni d’ansia. 

Ma bando alla mestizia, panta rei dice Eraclito, tutto scorre. E poiché le fiabe finiscono sempre per salvare capra e cavoli, l’epilogo migliore potrebbe essere che in futuro, accanto al vincitore in Church Road, troverà spazio il classico tormentone della nonna: ‘Eh, mio caro lei…. se ci fosse stato Lui!’. E quando anche quest’epopea sarà fuggita via, noi contemporanei ripenseremo al King Roger di questi anni come alle ninfee di Monet o ai girasoli di Van Gogh. 

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La top 10 delle migliori performance nella storia di Wimbledon

Da Djokovic 2015 a Federer 2017, passando per Becker, Borg e Sampras. Abbiamo provato a classificare i migliori di sempre nello Slam londinese in base al rendimento su edizione singola

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Roger Federer con il trofeo di Wimbledon 2017

Si può determinare chi ha vinto “meglio” di altri? Ovviamente no. Troppi fattori incalcolabili, l’impossibilità di pesare le assenze, e un certo lassismo statistico nel tennis che sfavorisce gli albori dello sport (come si vedrà in seguito) rendono il compito esageratamente aleatorio – senza considerare che la comparazione di ere diverse non ha mai avuto senso, in particolare dall’inizio dell’evoluzione tecnologica del tennis dalla metà degli anni Ottanta. Seppur largamente insufficienti, dei mezzi oggettivi esistono, e possono consentire di approssimare delle idee, se non altro nel limite dell’estensione dei parametri stessi.

Questo è ciò che si è fatto per determinare chi siano stati i vincitori più assertivi nel singolare maschile Wimbledon durante l’Era Open, in omaggio al torneo che si sarebbe dovuto disputare in questi giorni. Mesi fa, un pezzo simile era stato scritto sulle prestazioni dei vincitori Slam in generale, ma l’unico criterio era il ranking medio degli avversari, dato facilmente falsato se si incontra il N.323 al primo turno e il 112 al secondo. Stavolta, visto anche la quantità inferiore di campioni, sono stati aggiunti altri fattori, alcuni vicini, altri apparentemente antitetici.

Al ranking medio degli avversari (si suggerisce la lettura dell’articolo sopracitato per i caveat del caso) è stata appaiata una statistica ribattezzata “top player battuti, che in scala decrescente attribuisce un valore numerico ai giocatori affrontati, in ossequio alla struttura dei tabelloni Slam – 7 per i Top 2, 6 per i Top 4, 5 per i Top 8, 4 per i Top 16, 3 per i Top 32, 2 per i Top 64, 1 per i Top 128, 0 per tutti gli altri. In questo modo i valori degli avversari dal ranking più basso è calmierato, dando più valore agli avversari incontrati nelle fasi calde dei tornei.

 

Le altre due categorie considerate sono molto simili fra loro, e.g. set persi e game persi. Sono due dati per certi versi arbitrari, perché se qui si è premiata la manifesta superiorità di chi ha concesso poco, qualcun altro potrebbe opinare che forse è chi fatica di più a meritare gli onori delle cifre – opinione condivisibile, che avrebbe il merito di includere le finali più leggendarie, ma quando si parla dei migliori raramente si parla di gente che sarebbe potuta uscire da ogni sliding door. Una volta calcolati i parametri, i primi venticinque di ogni categoria sono stati messi in fila, con punteggi decrescenti (25 al primo, 24 al secondo, ecc) – i valori finali scaturiscono dalla somma dei quattro rendimenti.

Come già detto, purtroppo i dati sul ranking sfavoriscono le prime edizioni Open, visto che dal 1971 al 1973 non esisteva ancora la classifica computerizzata, mentre fino alla metà degli anni Ottanta abbiamo a disposizione quasi sempre solo la Top 100, e questo non consente di avere dati completi sulle edizioni del 1978 e su quelle comprese fra l’81 e l’83 – addirittura c’è un caso di ranking desaparecido, quello della prima settimana di Wimbledon ’76, ma fortunatamente è disponibile la classifica immediatamente precedente. Il corollario è che per i poveri Laver, Newcombe e Smith non c’è troppa gloria, ma è probabile che stanotte dormiranno bene comunque.

In realtà, ci sarebbe stato un parametro in grado di riequilibrare lo studio, ovvero quello relativo ai minuti spesi in campo. Infatti, è fatto abbastanza noto che il passaggio al lolium perenne 100% nel 2001 e soprattutto l’introduzione delle palline Type 3 l’anno successivo abbiano dilatato i tempi di gioco sull’erba dando più tempo di reazione in risposta.

Due dati esemplificativi: la media dei minuti in campo del vincitore è passata da 865 minuti nel periodo 1991-2000 (laddove i dati sono disponibili) a 1002 nel periodo 2008-2019 (il periodo intermedio ha un glitch del videogame estremamente fotogenico e con quattro figli), e che la durata media di un set dal terzo turno in poi è sempre stata sotto i 39 minuti fino al 2001, mentre da allora si è scesi sotto quella soglia in tre circostanze su diciotto – la durata media dei set è aumentata di oltre tre minuti laddove quella dei tie-break e dei set a oltranza è aumentata solo di 0,21 minuti all’anno, cioè di 0,007 a partita.

Di conseguenza, è ragionevole pensare che i vincitori delle ere passate, specialmente nell’era delle racchette di legno, procedessero più rapidamente nel tabellone di quanto si faccia oggi, ma sfortunatamente per loro mancano i riscontri, e pertanto le cifre di questa categoria sono state tralasciate – il tempo di gioco è stato usato in una sola circostanza per spezzare un ex-aequo.

Una critica che si potrebbe muovere ai parametri scelti è che si possono tranquillamente suddividere in due coppie all’interno delle quali un valore è in qualche modo superfluo rispetto all’altro. Vero ma non totalmente, per due motivi: innanzitutto ci sono alcuni casi di valori scollati, che cioè performano bene in un dato e non nel fratello minore e viceversa; e poi perché i dati migliori sono quelli che figurano in tutte e quattro le graduatorie, permettendo così di distinguere fra un buon dato isolato (esempio, per numero di top player sconfitti Michael Stich nel 1991 risulta essere il migliore, ma non avendo altri grossi exploit non arriva fra i primi dieci).

Anche dei bonus erano stati presi in considerazione, per Slam o altri tornei su erba vinti nella medesima stagione, ma si è deciso di escluderli per privilegiare la prestazione nel torneo singolo. Inoltre, c’è un ultimo vantaggio dell’avere due categorie paronomastiche, vale a dire la possibilità di utilizzare i valori dell’una per risolvere i parimeriti dell’altra – in parole povere, a parità di set persi arriva davanti chi ha perso meno giochi e viceversa.

Finito il panegirico, di seguito potete vedere la Top 10 dei migliori performer di Wimbledon in base a questi quattro parametri arbitrari, con un chiaro vincitore:

10. Novak Djokovic, 2015

Novak Djokovic – Wimbledon 2015

Score: 48 punti. N.23 per set persi, N.2 per ranking medio degli avversari, N.5 per top players battuti.

Nel bel mezzo della sua stagione più dominante (anche se forse il Djokovic della prima metà del 2011 aveva uno strapotere superiore da fondo, perché appiattiva molto più naturalmente con il dritto), questa performance di Nole è al secondo posto per ranking medio degli avversari, curiosamente alle spalle di quella dell’anno precedente, che però rimane fuori dal gotha.

La finale contro Federer fu la meno bella delle tre (non per demerito, le altre due sono fra gli azimut del gioco e probabilmente dell’umanità), e forse anche la meno giustificabile da parte del pubblico britannico, partigiano ai limiti della decenza e forse anche un po’ oltre, soprattutto nel tie-break del secondo. Al di là di questo, il percorso di Djokovic si ricorda soprattutto per la due giorni contro Kevin Anderson con annessa rimonta fra buio e pioggia, e per essere stata l’inizio del Grande Slam sghembo che sembrò segnare la fine della sua traiettoria, a cui però mancava la discesa agli inferi per qualificarsi come vera e propria epopea. Missione compiuta, verrebbe da dire.

9. Roger Federer, 2003

Federer e Philippoussis, Wimbledon 2003

Score: 48 punti. N.9 per game persi, N.8 per set persi, N.13 per ranking medio degli avversari.

Cosmogonia. La prima vittoria di Federer fu un evento particolare, perché scaldò il cuore di tanti boomer disillusi dalla finale fondista dell’anno precedente (Hewitt-Nalbandian), e al contempo consacrò un ragazzo la cui temperanza nei grandi tornei era stata messa in dubbio da più parti – per molti fu una riedizione del celebre “se questo ragazzo non vince Wimbledon entro cinque anni smetto di scrivere di tennis” di tommasiana memoria (lui si riferiva a Stefan Edberg), visto che lo svizzero aveva portato a casa il trofeo juniores nel 1998.

Quella finale con Philippoussis non è granché discussa oggi, perché sembra quasi che il quindicennio successivo fosse già scritto, ma non è assolutamente così, visto che la continuità non sembrava essere la qualità migliore del virgulto. L’unica cosa certa è che il suo tennis sia stato immediatamente adottato dal pubblico, inizialmente preso da un talento da imbottigliare nella sua effimerità. Qualche mese dopo, a Houston, si iniziò a intuire che le coincidenze erano solo apparenti, e il resto lo conosciamo.

Piccolo caveat: questa è l’unica circostanza in cui il tempo passato in campo è stato un fattore per determinare il piazzamento finale (960 minuti per Nole, 745 per Roger).

8. Bjorn Borg, 1976

Bjorn Borg – Wimbledon 1976

Score: 53 punti. N.3 per game persi, N.1 per set persi, N.21 per top players battuti.

Sebbene il successo più famoso dell’Orso sia l’ultimo, per via della leggendaria finale con McEnroe, il più enfatico fu senza dubbio il primo, caratterizzato come una grande sorpresa, sia perché Borg era considerato uno specialista, nonostante sulle superfici più rapide qualcosa avesse combinato (aveva vinto Wimbledon Juniores nel 1973 e raggiunto tre finali consecutive alle WCT Finals più una al Master del 1975, peraltro persa male contro il suo avversario a Wimbledon, Ilie Nastase), sia per il modo in cui zittì gli scettici, diventando il primo uomo a vincere i Championships senza perdere set durante l’Era Open.

Il novero degli scalpi è tutt’altro che disprezzabile, visto che negli ultimi quattro match gli si pararono davanti Brian Gottfried, Guillermo Vilas (non un erbivoro ma vincitore dell’unico Master giocato sulla superficie e di due Australian Open verdi ancorché farlocchi), Roscoe Tanner, e il sopracitato Ilie Nastase, suo vero e proprio antipode sul campo – fuori nemmeno così tanto, almeno post-ritiro.

Le vittorie di Bjorn a Wimbledon, però, furono soprattutto degli eventi culturali, in quanto forieri della novella Beatle-mania ribatezzata “strawberries and screams” (laddove gli strilli provenivano da adolescenti in preda a tempeste ormonali da arca di Noè, fondamentali per rendere il tennis lo sport di massa che è oggi), ma anche degli eventi tecnici, perché le vittorie sue e di Connors mostrarono un modo nuovo di adattarsi al tennis su erba, un modo che esaltava il fulgore balistico dei loro passanti bimani.

6 (ex-aequo). Boris Becker, 1986

Score: 59 punti. N.13 per game persi, N.14 per set persi, N.9 per ranking medio degli avversari, N.9 per top players battuti.

A proposito di giovani sorprese. Boris Becker aveva scioccato il mondo nel 1985, vincendo Wimbledon a neanche 18 anni (più giovane campione Slam fino all’avvento di Michael Chang quattro anni dopo), ma nessuno si aspettava che potesse ripetersi.

E invece il teutonico non solo si impose di nuovo, ma lo fece con insindacabile autorità, mettendo in fila nell’ordine Mecir, Leconte e il miglior Lendl di sempre, di fatto cementificando il proprio status di “padrone di casa” su Centre Court, consolidato attraverso la trilogia (quasi tetralogia) con Edberg e rimesso solamente in seguito alla sconfitta nella finale del 1995 contro Sampras.

6 (ex-aequo). John McEnroe, 1984

John McEnroe a Wimbledon nel 1980

Score: 59 punti. N.1 per game persi, N.3 per set persi, N.15 per ranking medio degli avversari.

Mac non poteva mancare, e la sua voce poteva solo essere legata alla stagione più dominante della carriera, e forse di sempre. Assimilata la botta tremenda di Parigi, dove un microfono e i lob di Lendl stralciarono una conclusione già scritta, Genius veleggiò per il Queen’s senza perdere set, e per poco non concesse il bis la settimana dopo, quando perse un tie-break al primo turno per poi concedere 48 giochi nei 19 set successivi – una notte d’amore fra una macchina perfetta e il più dionisiaco dei tennisti.

Wimbledon ’84 è ricordato con particolare piacere dallo statunitense, un po’ perché arrivò la quasi pleonastica doppietta singolare-doppio (casualmente lui e Fleming batterono in finale Paul McNamee, lo stesso che gli aveva tolto all’inizio della quindicinale), un po’ perché non gli sono mai interessate le partite leggendarie, almeno non quanto la perfezione del gioco.

McEnroe era talmente superomistico nel suo approccio al tennis (e ne aveva ben donde) da ritenere che se avesse giocato al massimo del proprio potenziale non ci sarebbe stata storia con nessuno, ed è precisamente ciò che dimostrò in finale contro Jimbo Connors, che due anni prima gli aveva soffiato il titolo dopo che era stato a due punti dal match: 6-1 6-1 6-2 con tre (tre) errori non forzati. Epica? E chi ne ha bisogno?

A pagina due, i cinque migliori successi della storia di Wimbledon

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