Berrettini senza limiti: salva tre match-point, poi va agli ottavi di Wimbledon

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Berrettini senza limiti: salva tre match-point, poi va agli ottavi di Wimbledon

LONDRA – L’immenso coraggio di Matteo Berrettini lo porta alla seconda settimana di Wimbledon. Schwartzman cede dopo più di 4 ore di battaglia. Sfiderà Federer negli ottavi di finale

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Londra, il nostro inviato

[17] M. Berrettini b. [24] D. Schwartzman 6-7(5) 7-6(2) 4-6 7-6(5) 6-3

La partita che è chiamato ad affrontare Matteo Berrettini sul campo 18 di Wimbledon, come facevo notare in sede di preview tecnico-tattica stamattina, non è affatto semplice. “El Peque”, al secolo Diego Schwartzman, 1.70 per 64 chili di grinta, velocità, senso dell’anticipo e cattiveria agonistica è un cliente a dir poco rognoso. Già a Roma quest’anno, nell’unico precedente, dopo la gran vittoria su Alex Zverev Matteo aveva subito un doloroso stop nel torneo di casa a opera di Diego, vediamo oggi sull’erba come andrà.

Per quasi tutto il primo set, i servizi la fanno da padrone, non si vede l’ombra di una palla break fino al 5-5, la cosa preoccupante è che quello a cedere più punti alla battuta è Matteo (9 contro 4). Quando nell’undicesimo game Berrettini piazza il break quasi a sorpresa le cose sembrano mettersi bene per l’azzurro, che è anche fortunato con il nastro a favore. Purtroppo, però, Matteo subisce la reazione di Schwartzman, che approfitta di un paio di incertezze del nostro giocatore, gli strappa a sua volta il servizio, e acchiappa il tie-break. Qui l’argentino sale subito fino al 4-1 e poi al 6-3, chiudendo al terzo set point grazie a un dritto fallito da Berrettini, che rispetto al solito appare un po’ nervoso, forse sente l’importanza della partita. Peccato, l’occasione persa è stata grossa.

Matteo spinge, Diego “rema”, da fondocampo il livello è pari, la bravura del “Peque” sta nel riuscire a limitare molto – come le statistiche analizzate prima del match suggerivano – i punti diretti concessi al servizio di Berrettini, che non va oltre i 4 ace e sta al 30% di “unreturned serves“, nonostante i consueti missili sopra i 200 kmh scagliati con il 57% di prime in campo, non esaltante ma nemmeno un disastro. Bravo Schwartzman, poco da fare.

Nel secondo set, un primo momento significativo avviene sul 4-3 Berrettini, con Diego alla battuta che va sotto 0-30 (bel pallonetto dell’italiano), ma riesce a salvarsi grazie anche agli errori di Matteo, che sta sbagliando un po’ troppo (in questo momento, per lui 26 vincenti e 30 gratuiti, 9-8 per l’argentino). Ancora Schwartzman con l’acqua alla gola sul 5-4, quando si trova ad affrontare due palle break non consecutive che sono anche set point. Bravo lui ad annullarle, sulla prima un pallonetto da sotto la rete, al termine di uno scambio in cui è stato l’argentino a spingere, scappa via lungo a Berrettini, sulla seconda la sua pressione costringe all’errore l’italiano.

Davvero un osso duro Diego, molto intelligente tatticamente, sa quando forzare e prendersi i rischi, e quando tenere per poi contrattaccare. Visto da vicino e di fianco sull’erba la sua velocità di piedi è impressionante, con quel fisico minuto non si arriva alle soglie della top-10 (best ranking 11 ATP) senza qualità straordinarie al di fuori della potenza e dell’esplosività. Si arriva nuovamente al tie-break, e qui Matteo riesce a salire di livello, forza bene, trova qualche errore di Diego, e chiude 7-2 con l’undicesimo ace della partita. Bene così. Oltre al punteggio anche le statistiche dell’azzurro si sono equilibrate, siamo a 38 vincenti, 38 errori (14-16 Schwartzman).

Il tifo del pubblico, tra cui come sempre gli italiani abbondano, è ben più rumoroso in favore di Berrettini, i “vai Matteo!” si sprecano, ma anche qualche “vamos Diego!” si fa sentire. Nell’ottavo game del terzo set, che stava andando via liscio seguendo i turni di battuta, momento di pericolo per l’italiano, che affronta una palla break, ma la annulla alla grande con un bel dritto a uscire. Simpaticissimo Diego che seduto al cambio campo fa i complimenti ad arbitro e giudici di linea, dicendo “they don’t miss a ball, so many close calls, bravo, what can I say?” (“non sbagliano una palla, così tante chiamate al limite, bravi, che devo dire?”) con un sorrisone, dopo che due punti prima il “challenge” gli aveva dato torto.

E qui si capisce perché Schwartzman è considerato uno dei giocatori più gradevoli dal punto di vista umano, in spogliatoio gli vogliono bene tutti, un po’ come era per Marcos Baghdatis. Essere un ragazzo adorabile, comunque, non impedisce all’argentino di arrivare a palla break, e quindi set-point, nel decimo game, sul 5-4. Ottimo Matteo con la legnata di servizio a cancellare il pericolo, ma due punti dopo una bella risposta lungolinea lo rimette con le spalle al muro, ancora set-point contro. Stavolta una seconda coraggiosa, sulla riga, seguita dal dritto diagonale lo salvano, ma poi arriva un doppio fallo, e la terza opportunità che un bell’attacco di Diego trasforma nel 6-4 e conseguente vantaggio di due set a uno. Peccato, ma bisogna ammettere che l’argentino sta meritando. Siamo a 49 vincenti e 52 errori per Matteo, 17-22 per Schwartzman, gli “unreturned serves” rimangono bassi per l’italiano, il 36%, si gioca lo scambio due volte su tre anche quando batte lui, è questo il dato che spiega le sue difficoltà, e di cui si era parlato anche alla vigilia.

 

Quando uno ti fa giocare tanto sulla tua battuta, poi sei anche più stanco nei game in cui rispondi, è questo il meccanismo che si innesca. La partita più difficile della mia vita come sensazioni, e difficoltà nello stare in campo

Il quarto set conferma le difficoltà di Matteo, che sta giocando bene, ci mette grinta, ed è bravissino a stare attaccato all’avversario, annullando due palle break nel quarto game, per poi fallirne a sua volta due nel nono, quando è bravo Diego a salvarsi e salire 5-4. Nel decimo game arriva un match point, Berrettini tira il dritto con gran coraggio e lo annulla, due game dopo, sul 5-6, è ancora 15-40, altri due match point, e qui il servizio esterno prima, e un passante che esce di poco poi, salvano Matteo, che arriva al terzo tie-break di questa partita. Schwartzman risponde spesso, e sullo scambio è insidiosissimo, ci vuole il massimo rischio per Berrettini per conquistare punti, è davvero dura.

Bravo Matteo a rete e in risposta adesso, si prende un prezioso minibreak che lo porta a servire avanti 5-4, ma lo spreca subito con un doppio fallo doloroso, con palla malamente affossata. Ottimo mentalmente, l’azzurro non si scompone, attacca ancora, e va 6-5, set point per lui: il passante sotto il nastro di Diego gli consegna il set, si va al quinto, che lotta entusiasmante, sono passate tre ore e 40. Statistiche a questo punto, Matteo 65-67 vincenti/errori, Diego 32-35, è la fotografia esatta della partita, regolarissimi entrambi nelle percentuali, con uno che spinge e rischia, essendo ovviamente costretto a farlo, circa il doppio dell’altro.

Durissima, lui è uno che mi infastidisce come gioco, non mi fa stare bene in campo. Mi sono voluto male in campo a un certo momento. Ho dovuto lavorare tanto per fargli i punti

Berrettini serve per primo, annulla palla break (buon attacco più volée di rovescio) e tiene, nel secondo game ne arrivano due per lui: la seconda è quella buona, con il rovescio in rete di Schwartzman, 2-0 Berrettini, in tribuna stampa scappa un accenno di applauso anche se non si dovrebbe, capiteci. I due sembrano un minimo stanchi ora, anche nel terzo game l’azzurro si salva da un vantaggio esterno, ma il servizio lo cava d’impaccio, ed è 3-0. Quello che pare aver accusato maggiormente la rocambolesca conclusione del quarto set, comprensibilmente, è Diego, la delusione dei tre match point mancati (anche se senza grandi colpe, anzi) gli pesa, lo vediamo scuotere la testa spesso e tenere le spalle basse, lui che di solito è una piccola molla umana.

Sale 4-1 senza rischi Berrettini, il traguardo è in vista, bisogna tener duro e difendere il servizio a tutti i costi. Sul 4-2, Matteo va sotto 15-40, ed è eccezionale a mettere tre bombe di servizio vincenti consecutive e una seconda ben piazzata, siamo 5-2, il bravissimo Diego è sotto un treno ora. Due game dopo, scoccano le 4 ore e 19 minuti, Berrettini vede sfilare largo il rovescio di Schwartzman che gli dà il 6-3 finale, gli ottavi di Wimbledon, e un appuntamento con Roger Federer, speriamo sul centrale, per lunedì.

Facevo il tifo per Federer, il migliore di tutti. Ho dovuto smettere il giorno in cui per la prima volta ho letto il mio nome e il suo nello stesso tabellone

Matteo Berrettini – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Splendido soprattutto mentalmente oggi Matteo, a prescindere dai match point annullati, stare spalla a spalla con un diavoletto come Diego senza perdere mai la concentrazione è dote non banale. Chissà cosa succederà dopodomani, intanto godiamoci questo momento da favola.

“Contro Roger, sul centrale magari, voglio permettere a me stesso di farmi travolgere dalle emozioni, ma in modo positivo. Se non mi emozionasse una cosa del genere non sarei umano, ci sarebbe da preoccuparsi. Voglio vivermela

Prima di Berrettini nell’Era Open avevano raggiunto gli ottavi a Wimbledon altri quattro tennisti italiani: Adriano Panatta (quarti nel 1979), Davide Sanguinetti (quarti nel 1998), Gianluca Pozzi (ottavi nel 2000) e Andreas Seppi (ottavi nel 2013). In tempi ben più lontani gli 8 azzurri in ottavi erano stati: Uberto de Morpurgo nel 1928 (quarti), Giorgio de Stefani nel 1933 (ottavi), Rolando del Bello nel 1949 (ottavi), Gianni Cucelli nel 1949 (ottavi), Fausto Gardini nel 1951 (ottavi), Beppe Merlo nel 1955 (ottavi), Orlando Sirola nel 1959 e 1962 (sempre ottavi) e per cinque volte Nicola Pietrangeli: quarti nel 1955, ottavi nel 1956 e 1958, semifinali nel 1960 e ottavi nel 1965.

Adesso Matteo dovrebbe, mal che vada, ritrovarsi a n.18 nel ranking mondiale, a meno che Goffin, Bautista Agut e Raonic facciano risultati straordinari e lo scavalchino.

Ubitennis

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Djokovic, agenda piena: anche Adelaide prima dell’Australian Open

Dopo l’esibizione di Abu Dhabi e l’ATP Cup, il serbo scenderà in campo anche nella settimana immediatamente precedente allo Slam australiano. Dove difenderà il titolo

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Novak Djokovic - Australian Open 2019 (via Twitter, @AustralianOpen)

La scelta va in controtendenza: Novak Djokovic ha riempito la sua agenda fino all’Australian Open. Ai già noti impegni del Mubadala Tennis Championships (esibizione ad Abu Dhabi) e della neonata ATP Cup, il numero due del mondo ha aggiunto l’iscrizione al 250 di Adelaide in programma dal 12 al 18 gennaio. Sarà quindi in campo anche nella settimana che precede immediatamente lo Slam di Melbourne. Decisione atipica per i big, nello specifico anche per il serbo che solo tre volte in carriera ha optato per questa soluzione.

I precedenti – per quanto dilazionati nel tempo – non sono incoraggianti: nell’ormai lontano 2006 è passato da ‘s-Hertogenbosch prima del ko ai sedicesimi di Wimbledon contro Mario Ancic. Nel 2009 ha optato per una soluzione paragonabile a quella attuale: due tornei (Brisbane e Sydney) prima di Melbourne, dove però la corsa si è fermata ai quarti di finale contro Andy Roddick. Più di recente, nell’estate 2017, la parentesi di Eastbourne ha preceduto l’eliminazione ai quarti di Wimbledon per mano di Tomas Berdych.

Stringendo il focus sull’approccio al primo Slam dell’anno – il preferito del serbo che l’ha conquistato sette volte, l’ultima a gennaio – la strada scelta è stata quasi sempre diversa rispetto a ciò che vedremo tra qualche settimana e a quanto accaduto nel precedente del 2009. Nel 2007 – unica apparizione ad Adelaide prima del 2020 – il serbo vinse il torneo in finale contro Chris Guccione per poi fermarsi agli ottavi dell’Australian Open contro Federer. Dal 2015 al 2019 il calendario è stato abbastanza uniforme: con la sola eccezione del 2018, Djokovic ha sempre preparato il primo Major passando da Doha (appuntamenti non immediatamente successivi). Due i successi in Qatar (2015 e 2016), tre quelli a Melbourne Park (2015, 2016 e 2019).

A cambiare il quadro per la prossima stagione è chiaramente intervenuto il nuovo torneo per nazioni che verrà ospitato proprio in Australia. Per non andare in sovrapposizione, l’esibizione di Mubadala (ci sarà anche Nadal) è stata anticipata di una settimana rispetto alla passata stagione (19-21 dicembre) al fine di consentire ai giocatori spostamenti più comodi verso l’emisfero Sud.

Djokovic, insieme a Dusan Lajovic, difenderà i colori della Serbia dal 3 gennaio nel girone di ATP Cup di Brisbane che comprende anche Cile, Francia e Sudafrica. Da consigliere in quota giocatori, il serbo ha parlato di recente a Madrid dell’opportunità di un tavolo di discussione tra ATP e ITF per arrivare a una fusione tra la nuova Davis e l’ATP Cup. Strada ancora lunga da percorrere. L’obiettivo più importante e più immediato rimane per lui la difesa del titolo dell’Australian Open. Con Adelaide tappa intermedia.

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Tsitsipas vince una bella edizione delle Finals: è Maestro a soli 21 anni

LONDRA – La finale è la degna conclusione di uno splendido torneo. Thiem si fa rimontare ma esce dal campo con onore. Stefanos è il più giovane Maestro dal 2001

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Stefanos Tsitsipas - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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[6] S. Tsitsipas b. [5] D. Thiem 6-7(6) 6-2 7-6(4) (da Londra, il nostro inviato)

Stefanos Tsitsipas soffia la polvere dai libri di storia dell’ATP vincendo il torneo di fine stagione a soli 21 anni e tre mesi. Il greco è il ‘Maestro’ più giovane dallo Hewitt poco più che ventenne che si impose nel 2001, ed è soprattutto il vincitore all’esordio più giovane dai tempi del 19enne McEnroe nel 1978, praticamente una vita fa. Maestro a 21 anni come, nel recente passato, Zverev lo scorso anno (21 anni e sette mesi) e soprattutto Djokovic nel 2008 (21 anni e sei mesi).

 

Un torneo già di grande livello trova quindi nella finale una conclusione meravigliosa. Tsitsipas ha battuto con merito un grandissimo Thiem, capace di risorgere dopo aver vinto un primo set di livello eccelso ed equilibratissimo e perso nettamente il secondo. La maggiore propositività di Tsitsipas, molto solido anche in difesa, oggi avrebbe steso sin da subito molti giocatori. Non Thiem, che ha annullato un set point e poi ha sfruttato l’unico vero errore di Tsitsipas, un rovescio quasi steccato che Thiem ha trasformato nel 7-4 finale. Nel secondo set l’austriaco è però sparito dal campo, seppellito da una versione di Tsitsipas simile a un Federer ateniese. Non tanto per qualche colpo di pregio ma per la capacità di variare degna dello svizzero, come volare in campo per chiudere a rete, offrire dal fondo parabole di rovescio e dritti imprevedibili. Il terzo set è stato l’epilogo più alto di queste Finals, con Tsitsipas che salito 3-1 ha subito l’orgoglio e il grande gioco di Thiem, che ha subito contro-breakkato portando il match al tie-break. Stefanos è salito fino al 4-1 con due servizi a disposizione, ma ancora una volta in un’arena ormai tutta per Stefanos, Dominic ha impattato sul 4-4. Un altro errore di dritto però, il suo colpo più deficitario oggi, ha mandato Tsitsipas sull’Olimpo, Maestro a 21 anni.

PRIMA DELLA PARTITAStefan Edberg, Maestro nel 1989, segue da ospite d’onore nello Star Box B (quello dietro il giudice di sedia), in attesa di premiare il vincitore di questa edizione. Nell’altro box degli ospiti d’onore, lo Star Box A (esattamente di fronte al B, quasi perché i VIP si guardino negli occhi invidiando i privilegi altrui o vantandosi dei propri), ci sono Hugh Grant e Woody Harrelson. Entrambi sono grandi appassionati sportivi. nel calcio capita spesso di vedere il bellone di Notting Hill sugli spalti di Craven Cottage per i match del Fulham, mentre il capo della polizia Bill Willoughby di Tre Manifesti a Ebbing Missouri compare ogni tanto con maglie da calcio del tutto imprevedibili (un vecchio tweet lo immortalava addirittura con quella della Reggina). L’ultima immagine di Harrelson ‘sport addicted’ è però il magico show offerto a Wimbledon, quando con addosso un’evidente sbornia ha tentato di riguadagnare il suo posto sul Central Court, venendo invece respinto dallo steward. Nacque addirittura un account Twitter celebrativo, poi tornato alla normalità, ma chi non conosce la storia può rimediare cliccando qui. I precedenti dicono 4-2 Thiem, con Tsitsipas che ha vinto solo uno dei quattro incontri sul duro al 1000 (Toronto 2018).

UN ROVESCIO COSTA CARO A STEF – La finale parte molto bene, anche se notiamo qualche posto vuoto qua e là: è un peccato per l’ultimo grande match dell’anno (Davis by Cosmos a parte) ma i prezzi sono da grande evento londinese. L’intensità degli scambi è subito molto forte, i servizi ben oliati ma gli scambi superiori ai tre colpi sono parecchi. Sul 1-1 40-0 servizio Tsitsipas, Thiem indovina un gran rovescio lungolinea, uno dei colpi migliori e più dolorosi per l’avversario, ma è troppo presto per capire se lo potrà utilizzare spesso nella partita. Il finalista degli ultimi due Roland Garros annulla una palla break sul 2-1 e poi sul 4-3, mentre nel gioco prima, è il due volte giustiziere di Federer (qui ieri e all’Australian Open, non proprio due vittorie in tornei da poco) a salvare il servizio in un’occasione. Il tie-break viene deciso da un rovescio sbagliato da Stefanos nel momento peggiore e dopo aver annullato con uno smash a rete un set point. Poco più di un’ora di grande tennis, che si porta a casa il freddo viennese.

Dominic Thiem – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

TUTTO DA RIFARE PER DOMINIC – Nel secondo set Zeus interviene subito e affianca a Tsitsipas Ade, Dio degli inferi, perché la ferocia con cui reagisce per rispondere al set perso sembra del tutto adatta a mandare l’amico Dominic negli inferi. Naturalmente Ermes dai piedi alati è con lui dal primo turno contro Medvedev. Due divinità dalla tua spiegano bene perché il semifinalista di Melbourne, Roma e Shanghai si porti sul 4-0, ma il campo lo fa certamente meglio. Giunto sul 5-2 40-15 e servizio, la seconda sopra i 200 km orari sul secondo set point rimanda tutto al terzo set, dove Dominic è chiamato a non pensare neanche per un attimo perché in un amen ha perso il set di vantaggio ottenuto dopo più di un’ora di battaglia. Sul 3-0 pesante per Stefanos, la pausa è buona per inquadrare sui maxi-schermi il succitato Woody Harrelson. Anche per quanto detto sopra, un attore così poliedrico e insieme un personaggio così bizzarro, è difficile da odiare e infatti il pubblico si esalta in un’espressione di entusiastica sorpresa cui Woody risponde con un saluto e un’espressione delle sue. Il set non ha storia, complice anche la rottura prolungata dell’austriaco (25 punti a 12, nessun punto portato a casa da Thiem con la seconda di servizio).

LOTTA SENZA QUARTIERE – Apre Thiem al servizio e sul 30 pari un punto da colpi di velocità siderale viene deciso da un vincente lungo linea del n.6 del mondo che manda in visibilio tutta l’O2 Arena. Thiem deve annullare una palla break, ma il servizio viene ceduto due giochi dopo. Dopo 1 ora e 49 minuti di partita, sull’1 pari del terzo, si rompe l’equilibrio. Serve l’austriaco, ma il greco sale 15-40; la prima viene annullata da una buona volèe di Dominic (nonostante l’indegno urletto di disturbo appena prima del colpo di un cretino, versione peggiore dei discendenti della grande civiltà greca), ma sulla seconda il compagno di Kiki Mladenovic manda in rete il dritto in uscita dal servizio. Tsitsipas sembra inarrestabile, conferma il break e sale 3-1. A impressionare di Tsitsipas è l’intelligenza tattica ben superiore ai suoi 21 anni. I colpi difensivi liftati del greco per recuperare il campo quando viene cacciato indietro sotto le bombarde dell’artigliera asburgica sono eloquenti a tal proposito, un’astuzia degna di Ulisse ma senza il suo opportunismo (lui non avrebbe mai lottato alla morte con Nadal, meno male che nel XI secolo abbiamo Stefanos!).

A questo punto il trofeo dei Maestri sembra prendere la strada di Atene, ma la fanteria austriaca ha già mostrato le sue capacità di ricorrere alla rete e di non mollare niente (se non come Nadal – come lui a rifiutare la sconfitta chi altri? – certamente come Michael Chung). Quando Stefanos serve per sul 3-2 15 pari, spedisce inopinatamente lungo uno schiaffo al volo a rete e lo paga a carissimo prezzo: Dominic recupera correndo come Bolt (copyright del collega Ferri) e alla seconda palla del contro-break si giova di un errore di rovescio del greco, che lo scaraventa dall’Olimpo alla terra, nel luogo dove i comuni mortali contano le ore, a Greenwich. Nel momento a lui più sfavorevole e con un pubblico tutto per il semidio ateniese, Thiem mette in campo due dritti anomali mostruosi, giocati girando attorno alla palla, mostruosi perché non indirizzati lungolinea ma strettissimi a lambire la rete.

EPILOGOSul 5 pari, il Colosseo contemporaneo trova la sua estasi. “Tsitsipas, Tsitsipas, Tsitsipas”. L’acustica è perfetta, la battaglia di più. Ma Dominic Thiem, che per il pubblico è ora il cattivo, non fa una piega e serve da Dio sotto gli occhi dell’Olimpo. Dopo quasi due ore e mezza di sublime battaglia, l’epilogo al tie-break è il più giusto, il più epico. Sul 2-1 per il greco, la perfezione di Tsitsipas costringe Thiem ai due errori meno gratuiti di sempre, ma sul 4-1 il roccioso Thiem prima fa due punti sul servizio avversari, agganciandolo sul 4 pari, ma a quel punto dimostra anche lui di essere umano e fragile, con un dritto in rete che pone fine alla contesa. Sul 6-4, Tsitsipas chiude al primo match point e si laurea Maestro 2019.

Stefanos Tsitsipas a terra – ATP Finals 2019 (via Twitter, @atptour)

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ATP

Thiem: “Ho un buon rapporto con Tsitsipas, ma sul campo è sempre battaglia”

LONDRA – Le ambizioni dell’austriaco crescono, alla vigilia della sua venticinquesima finale in carriera. Questa sarà la più importante

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Dominic Thiem - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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Dominic Thiem è forse l’unico giocatore, tra quelli nati negli anni ’90, che sinora è stato capace di inserirsi con una certa continuità all’inseguimento delle quattro leggende del tennis. Il suo salto di qualità è arrivato soprattutto negli ultimi due anni, un lasso di tempo in cui ha vinto otto tornei (metà dei quali sul veloce, dove a inizio carriera difettava parecchio), battuto nove volte giocatori compresi in top 5 – tra questi due volte Nadal, due volte Djokovic, tre volte Federer – e raggiunto due volte la finale al Roland Garros. Adesso l’austriaco sembra pronto per fare persino qualcosa in più, ovvero iniziare a togliere qualche titolo pesante ai mostri sacri, come ha già saputo fare quest’anno battendo Federer in finale a Indian Wells. Intanto giocherà da favorito contro Tsitsipas (inizio del match alle 19 italiane), che ha battuto in quattro confronti diretti su sei.

 

Domani affronterai Stefanos Tsitsipas che hai avuto modo di conoscere meglio alla Laver Cup. Ce ne puoi parlare un po’?
Ho sempre avuto un buon rapporto con lui ma sicuramente alla Laver Cup ci siamo conosciuti tutti meglio. C’era una bellissima chimica tra tutti noi. Ci siamo divertiti molto. Sono tutti ragazzi simpatici. E anche negli altri tornei passiamo dei bei momenti insieme. Ma quando siamo sul campo combattiamo una battaglia e per due o tre ore mettiamo da parte l’amicizia.

Quella di domani sarà una finale con due giocatori con il rovescio a una mano, cosa che non capitava da 13 anni. Ci sapresti dire cosa fa si che questo modo di giocare il rovescio renda lo spettacolo più interessante e gradevole?
È una bella cosa perché per un lungo periodo ci sono stati pochi giocatori con questa caratteristica. Ora grazie a me, Stefanos, Shapovalov avremo modo di vederlo per 10 o 15 anni e credo sia grandioso. Se lo si sa giocare bene come noi sulle superfici indoor offre grandi vantaggi perché offre molte opzioni.

Poco fa Zverev ha detto che secondo lui nel 2020 qualcuno vincerà un torneo dello Slam per la prima volta. Condividi?
Sì. Non al 100%, ma lo credo possibile anche io pur se i primi tre continueranno ad essere ancora i favoriti. Per quel che mi riguarda spero che nel 2020 riesca a proseguire nella mia crescita che mi pare vada nella giusta direzione. Perciò dopo questo torneo mi prenderò un po’ di riposo ma poi tornerò ad allenarmi per migliorare ancora. Sono molto motivato e credo che nel 2020 farò ancora meglio di quest’anno.

A fine anno sarai numero 4 al mondo. È meglio che essere il numero 3 per qualche settimana durante l’anno? Ci sono 5 anni di differenza tra te e Tsitsipas come tra Federer e Nadal. Ti fa pensare a nulla questo fatto?
In vista dell’Australian Open è certamente importante. Meglio arrivare allo Slam come quarta testa di serie che come quinta. Per quanto riguarda la differenza d’età è una curiosa coincidenza. Ho visto una foto in cui ci alleniamo insieme nel 2016. Credo che nessuno dei due potesse anche solo immaginare che tre anni dopo saremmo arrivati qui.

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