Wimbledon: Konta rimonta Stephens. Barty e Serena in rotta di collisione

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Wimbledon: Konta rimonta Stephens. Barty e Serena in rotta di collisione

LONDRA – Anche Kvitova pienamente convincente, fuori Bencic che subisce il ritorno di Riske

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Johanna Konta - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

da Londra, il nostro inviato

Johanna Konta si conferma tabù per Sloane Stephens e conquista la seconda settimana di Wimbledon con una impresa in rimonta. Ha vinto una partita in cui si è rivelata determinante la sua forza di carattere, che le ha permesso di resistere senza soccombere a una lunga fase di partita in cui è apparsa in difficoltà. Ma ciò che conta è il dato finale: ora lo score dei confronti diretti recita 4 vittorie a zero per Konta.
Dopo aver trascorso le loro carriere senza mai incrociarsi, è infatti la quarta volta che si incontrano in questa stagione, sempre con lo stesso esito. Da ricordare che il match più recente si riferisce all’ultimo Slam (Roland Garros 2019) dominato da Konta in due set.

Si gioca sul Court 1, con cielo coperto e una brezza leggera e discontinua. Apre al servizio Stephens, con un avvio senza sussulti: entrambe tengono i proprio turni di servizio senza particolari problemi. Palle break zero.

 

Si dovrà attendere quasi mezz’ora di gioco perché la partita si accenda, con Konta alla battuta sul 3-4: un lob perfetto di Stephens, e un gratuito di Konta mettono Johanna in difficoltà. Stephens risponde a ogni servizio, entra nel palleggio con regolarità e ottiene gli altri due punti necessari al break: prima con un vincente di dritto e poi con un altro errore di Konta: 5-3 e servizio Stephens. Sloane continua il suo percorso alla battuta senza particolari ostacoli, chiudendo il set 6-4 in 32 minuti.

Come previsto Konta ha raggiunto velocità più alte in battuta, ma la vera differenza l’ha fatta il passaggio a vuoto nell’ottavo game. Al contrario Stephens è riuscita ad approdare alla fine del set senza aver concesso nemmeno una palla break. Sul piano tecnico Konta ha sofferto nelle occasioni in cui ha alzato le traiettorie, perché sulle palle ad altezza spalla spesso Sloane è stata capace di ricavare vincenti di dritto.

Secondo set. La perdita del primo set ha comprensibilmente scosso Johanna, che nel terzo game rischia: avanti 40-0 perde quattro punti di fila e deve affrontare una palla break. Si risolve con un thrilling: prima di servizio sulla riga (con tanto di nuvoletta di gesso) e risposta di Stephens che impatta sul nastro, si impenna ma alla fine non riesce a scavalcare la rete. Intanto Sloane continua il suo percorso netto: servizio consistente, pochi errori gratuiti e un bel dritto potente. Ma il vero spettacolo è la mobilità: agile, veloce e reattiva come nelle grandi occasioni.

Quinto game, Konta è ancora in difficoltà: altre palle break da affrontare. Le prime due di fila poi una terza, salvate soprattutto aggrappandosi al servizio. Quando riesce a portare a casa questo soffertissimo game, lo stadio si accende in un applauso liberatorio. Pericolo scampato, set ancora in equilibrio.

Stephens ha giocato meglio, ma Johanna ha avuto il merito di rimanere attaccata al punteggio con tutte le sue forze. Fino al 4-4 è stata una specie di traversata del deserto, da cui alla fine è uscita senza danni. E ora, nel finale di set, può avvantaggiarsi del fatto di servire per prima. Sul 4-5 Sloane sente la pressione del punteggio e concede prima una palla break (salvata con un vincente di dritto), poi una seconda che si rivela determinante. Il vincente di dritto questa volta è di Konta, che chiude il set a proprio favore sul 6-4 in 59 minuti. Stephens chiude il parziale con un saldo vincenti errori non forzati di +8 (13/5), Konta di -5 (11/16), ma non sempre le statistiche possono spiegare tutto del tennis.

Terzo set. Ora la giocatrice psicologicamente in difficoltà è Stephens, mentre Konta disegna traiettorie precise per il campo. Con uno perfetto slice di rovescio che atterra all’incrocio delle righe ottiene una palla break, subito convertita grazie a un dritto fuori misura di Stephens: break e servizio per Konta, che consolida sul 3-0.

La partita si è rovesciata e adesso è Stephens che deve soffrire e lottare per non farsi travolgere. Sull’1-4 Konta si procura una nuova palla break: ne nasce lo scambio più bello della partita, intenso, elaborato e concluso con una volèe a campo vuoto. È letteralmente il colpo del K.O. eppure Stephens trova la forza e la sportività per applaudire l’avversaria: 1-5 per Konta, che di slancio vince anche il game successivo. 3-6, 6-4, 6-1 in due ore e 2 minuti totali. Saldo vincenti/errori non forzati: Konta –5 (25/30), Stephens + 10 (29/19). Parziale del solo terzo set: Konta +3 (8/5), Stephens -4 (5/9). La prossima avversaria di Konta nel lunedì degli ottavi di finale sarà Petra Kvitova. Precedenti sull’erba: 1-1.

KVITOVA SPEDITA – Pronostico rispettato in pieno dalla testa di serie numero 6 Petra Kvitova che batte Magda Linette, 70 posizioni più indietro nella classifica mondiale, con un netto 6-3 6-2. La grossa differenza, come spesso capita quando in campo c’è la ceca, l’ha fatta il servizio: mentre quello di Petra ha funzionato alla perfezione, è stata la polacca a tentennare un po’ troppo e le sue frequenti seconde palle sono state preda delle straripanti risposte di Kvitova. Quest’ultima sui suoi turni di battuta non ha concesso neanche le briciole e la vittoria è arrivata in 70 minuti. Per la prima volta da quando vinse il titolo qui nel 2014, Petra raggiunge la seconda settimana (ci è riuscita senza nessun torneo preparatorio sull’erba).

Petra Kvitova – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

BARTY A QUOTA 15 – Affrontare la numero 1 del mondo sul Campo Centrale di Wimbledon è l’ambizione più grande per gran parte dei tennisti, ancor di più forse se si è un giocatore britannico. Purtroppo però difficilmente Harriet Dart, 22enne londinese, avrà ricordi positivi di questa esperienza. La sua infatti è stata una vera e propria mattanza contro una Ashleigh Barty che non ha neanche spinto con troppa convinzione sull’acceleratore. All’australiana infatti è bastato mettere in pratica il suo gioco caratterizzato da efficacissimi back di rovescio e con il punteggio di 6-1 6-1 ha raggiunto gli ottavi di finale in appena 52 minuti, sotto gli occhi attenti di Navratilova. Quella odierna è stata la 15esima vittoria consecutiva per la n. 1 del mondo.

SERENA DOMA ANCORA GOERGES – Dopo aver affrontato due qualificate a testa, Serena Williams e Julia Goerges si ritrovano a Wimbledon dopo la semifinale dello scorso anno. Anche in questo caso la vittoria da parte dell’ex numero 1 è piuttosto netta e arriva con un 6-3 6-4 in un’ora e 13 minuti. Serena si è presentata sul Campo 1 con percentuali alla battuta altissime che raramente hanno permesso alla tedesca di entrare nello scambio. Tuttavia nelle occasioni in cui Goerges è riuscita a mettere in mostra le sue abilità nel variare il gioco sono emerse ancora le difficoltà di spostamento, soprattutto in avanti, di Williams. Quest’ultima però non ha mostrato alcun tentennamento nelle fasi nevralgiche della partita, come magari le era capitato nel turno precedente, e con un break per set ha gestito una partita che non l’è mai sfuggita di mano. Considerando anche il valore dell’avversaria (n. 17 del mondo), con la quale ha avuto anche un piacevole scambio di battute a fine match, questa è stata un’ottima prestazione per Serena, una delle migliori della stagione. Suarez-Navarro, che la incrocerà agli ottavi, è avvisata.

Serena Williams – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

BERTENS OUT – La sorpresa (?) di giornata l’ha messa a segno Barbora Strycova. La 33enne ceca, alla sua 16esima partecipazione ai Championships, ha raggiunto gli ottavi a Wimbledon per la seconda volta in carriera (sfiderà Elise Mertens), superando per 7-5 6-1 la quarta favorita del seeding Kiki Bertens. Un match che si è sostanzialmente deciso nel lunghissimo nono gioco del primo set, quando Strycova ha annullato sei palle break e si è poi aggiudicata il game al secondo tentativo. Nel gioco successivo è stata brava Bertens ad annullare a sua volta due set point, cosa che non le è invece riuscita sul punteggio di 5-6. Ne ha cancellati infatti altri due, prima di capitolare al terzo del game (il quinto in totale). Forte del vantaggio acquisito, Strycova ha continuato a tessere la sua rete di tagli, variazioni e gioco di volo, imbrigliando sempre più la potenza di Kiki, che nel secondo parziale ha rimediato solo un gioco.

CHI NON RISKE NON ROSICA – La sconfitta della n. 13 del mondo Bencic segue uno dei copioni più classici della WTA, con la svizzera che nel set decisivo era in ampio controllo della partita e alla fine, preda delle sue emozioni, ha sfasciato tutto quanto di buono aveva costruito. Belinda Bencic e Alison Riske non sono certo rinomate per la loro grande solidità mentale e anche oggi ne hanno dato prova. L’ex top 10 è stata quella che ha spinto di più mentre Riske, dotata forse di maggior sensibilità, ha cercato più variazioni ed è andata a rete con più frequenza, ma ovviamente sono stati i cali di prestazione a decidere l’incontro. I primi due set infatti sono stati decisi da due passaggi a vuoto di natura psicologica nelle fasi conclusive.

Nel primo set è stata l’americana a calare sul più bello (cedendo il parziale 6-4 con un doppio fallo) mentre nel secondo è toccato a Belinda fare cilecca nel nono game e ciò le è costato carissimo. Nel set conclusivo tuttavia, Bencic era riuscita a partire bene ma presto si è ritrovata a vivere uno dei peggiori incubi della sua carriera: salita subito in vantaggio non è riuscita a sfruttare tre palle del 4-0 e da lì in poi, vittima delle sue emozioni, ha finito per perdere 6-4 giocando in lacrime gran parte degli ultimi game. La n. 55 del mondo Riske riesce così, al quarto tentativo, a raggiungere gli ottavi di finale a Wimbledon (risultato raggiunto in precedenza a livello Slam solo agli US Open nel 2013).

ha collaborato Paolo Di Lorito

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Wimbledon, la nostalgia dei segni

L’ultima concessione alla nostalgia del Wimbledon 2020 che non c’è stato. E ora appuntamento al 2021

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

NOTA DELLA REDAZIONE – Sarebbe dovuto essere il lunedì dedicato al commento, dopo le due finali di Wimbledon. Invece nulla è stato e nulla sarà fino al prossimo luglio. Con questo breve pensiero, ci congediamo dalla nostalgia e diamo appuntamento al prossimo anno


Cala il sipario su un Wimbledon privo di vincitori e vinti mentre un percettibile ‘down’ reclama la sua parte di mestizia. L’indomani dei tornei è sempre un po’ così: poca realtà tanti ricordi! Sullo stesso tono, il lato etereo degli Championships si trascina ormai da un anno e un altro ancora dovrà attendere prima di tornare in sé. E in un clima ovattato, il lato onirico della faccenda rimanda ad applausi scroscianti ridotti a brusii appena percepiti e a palline gialle senza più rumore. Quindi evoca bianchi soggetti che tra le righe si muovono qua e là con fare felpato mentre tutt’intorno, visi attoniti esprimono stupore per via di un proprio linguaggio.

Un ‘oooh’ breve vale un fastidioso doppio fallo così come un ‘oooohhh’ esteso premia un passante andato a segno. Un ‘ooooooohhhhh‘ infinito rimanda, invece, a un gratuito madornale. Immagini che restituiscono all’immaginario collettivo dissolvenze opache e surreali cullate in un’improbabile nebbia londinese di metà luglio. Un Purgatorio dantesco in cui tutto è fermo ai maledetti match point di un anno prima, buttati alle ortiche da un Federer frettoloso contro un Djiokovic freddo e calcolatore.

Poi tutto si attarda sui fili d’erba! I miliardi del grande centrale offrono dimora a macchie color dell’ocra foriere di una loro verità circa l’evoluzione di questo sport. La più corposa si spande da destra a manca a ridosso di una polverosa baseline e dice che il taglio a 8mm ha spostato il gioco all’indietro favorendo la via dello scambio in luogo dell’attacco puro che, ai tempi, dilungava volentieri il coloraccio verso rete sulla scia di Edberg, Sampras e McEnroe.

Lungo gli out, poi, aloni ristretti rimandano a raccattapalle lesti e sempre all’erta mentre altri più lontani lasciano rimpiangere compassati giudici di linea per i quali ogni chiamata vale un pezzo d’amor proprio. Un viottolo giallastro dai contorni definiti rasenta rapido il giudice di sedia vagheggiando campioni ciondolanti verso una sospirata panca e solerti fisioterapisti al capezzale di eroi più malandati.

In un clima di amarcord degno del miglior Fellini, i Championships 2020 consumano così il loro pizzico di nostalgia, scevri da soverchie pandemie che vorrebbero privarli della guadagnata eternità. Qualcosa svanirà, altro rimarrà: il resto è già attesa! Questo Wimbledon va in archivio così, senza lo straccio di un rumore. Sssssst… tutto tace: luglio 2021 è ancora lontano.

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Fiabe a Wimbledon: chi sarà l’erede di Federer?

Federer tornerà a Wimbledon forse un’altra volta, per salutare il suo giardino. Nel frattempo è già partita la caccia all’erede

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Roger Federer - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Nell’ideale collettivo, Wimbledon è il torneo temprato a tutto: pioggia, critiche e ogni sorta di imprevisto. Un appuntamento che incurante di tutto va dritto alla meta con il suo seeding prettamente erbivoro – anzi, non più: è stato appena eliminato – concepito talora in barba al ranking, quello vero. Preso in contropiede da un virus sferico malamente spelacchiato, anche il torneo più importante al mondo si è arreso a ragioni di salute pubblica cancellando l’ottimismo che per breve durata ha serpeggiato tra le stanze al dieci di Dowining Street. Senza rinunciare al solito aplomb, il comitato organizzatore ha sorvolato su possibili negoziati con ITF e ATP rimandando ogni cosa al 2021. Con grande eleganza, ha persino deciso di elargire un montepremi compensativo ai giocatori che avrebbero preso parte al torneo per classifica. 

Per quest’anno, dunque, non ci saranno che gli highlights erbivori di cui straripa il web, scegliendo, magari, quelli più evocativi degli abbondanti tre lustri ormai alle spalle. Per apprendere che, tolto qualche estemporaneo finalista, nello stesso periodo lo Slam londinese, più degli altri tre, ha espresso bene l’idea di dominio, quello ristretto al perimetro dei Fab Four. Come se il tennis degli ultimi anni non fosse stata che una questione da dipanare tra quattro anime o poco più. 

E se a giugno prossimo quelli appena oltre gli …enta saranno certamente ai nastri di partenza, l’unico sull’orlo degli …anta potrebbe incappare, invece, negli inconvenienti  dell’età. Si tratta di un re vestito di bianco vicino ad abdicare, seppure ancora felicemente regnante. Insensibile, ormai, a faccende di fredda classifica, Roger Federer sopravvive più arzillo che mai, per la gioia di un popolo sterminato che lo considera unico e irripetibile. Senza impedire, nondimeno, che a un anno dai prossimi Championships il quesito affiori di getto: tornerà col piglio di sempre o gli acciacchi avranno la meglio? Con i marcantoni in giro per il circuito non sarà facile tenere botta.

 

Dunque il pensiero del  ‘dopo’ prende corpo via, via che il tempo scorre impietoso. E anche se otto titoli e quattro finali restituiscono al mondo un fuoriclasse inarrivabile, l’idea della successione serpeggia furtiva insieme all’incognita di un gioco arduo da replicare. Oltre ai naturali successori, ben oltre la trentina, toccherà dunque a un moderno randellatore della Next Gen raccogliere lo scettro o sarà piuttosto un cesellatore a tutto campo, magari un po’ vintage? Dalla nuvola di supposizioni  piove anche qualche certezza: per accedere al cuore della gente, l’erede dovrà comunque avere grande dignità, talento da vendere e portamento regale. Qui non si tratta solo di scalare il ranking ma di bucare il video salvando il tennis dalla noia

Fosse stato Dickens a scrivere il seguito della fiaba, avrebbe fatto del successore un bel giovane dall’infanzia negata, chiamato a grandi privazioni  pur di guadagnare la via del successo. Dalla penna di Perrault, sarebbe, invece uscito il profilo di uno sfigato Pollicino che vive il tennis con tenera furbizia. Meglio avrebbero fatto i fratelli Grimm che, tagliando corto, sarebbero andati dritti a un principe volleatore che risveglia Biancaneve e tutto il resto.  

Di fronte a un tennis ricco di denari ma povero di creatività, gli scribi dell’era moderna ipotizzano pretendenti alla Thiem, Tsitsipas, Zverev. Figure di spicco, per carità, ma forse poco inclini alla nobile magia con cui il monarca ha disegnato traiettorie stellari facendo dei colpi una sfilza infinita di rime baciate. Non dimentichiamo, ad ogni modo, che il terzo giocatore più vincente del torneo in Era Open è ancora in attività e si chiama Novak Djokovic, che condivide il gradino più basso del podio con Bjorn Borg, entrambi a cinque successi. Non si può parlare però di Djokovic come un vero erede, prima di tutto perché il serbo ha vinto durante l’epoca di Federer, e poi perché, pur sei anni più giovane di Federer, è comunque nella fase finale della sua carriera.

Come ricordare, dunque, il passaggio storico di un re tanto amato? A molti basterebbe l’iscrizione in qualche albo d’oro o nella Hall of Fame. Un privilegio non da poco rispetto ai comuni mortali in fila al botteghino, ma poca cosa per quel sovrano che per tante volte ha deliziato l’anima dei 15.000, Windsor inclusi, stipati fianco a fianco nell’atmosfera unica del Centre Court

Non sappiamo come i neonati di oggi che, bontà loro, giocheranno un giorno a tennis, penseranno in futuro a quel re dai modi garbati e amante del bello. Molti ne sentiranno parlare da genitori  rigati da qualche luccicone, altri si getteranno in biografie ricche di minuzie mentre i più curiosi spulceranno filmati su YouTube. Per venire al corrente, che tra vittorie e finali, si narra anche della splendida vittoria del 2009 contro Andy Roddick finita 16-14 al quinto dopo che l’americano aveva fallito un set point d’oro su una facile volée alta di rovescio. O del match clou del 2008 perso con Nadal 9-7 al quinto, giudicato da tutti come il più bello di Wimbledon versione Open. E un po’ di amaro scorrerà per i maledetti 68 game dello scorso anno snocciolati contro un Djokovic irriducibile e finiti male per via di due match point gettati alle ortiche per questioni d’ansia. 

Ma bando alla mestizia, panta rei dice Eraclito, tutto scorre. E poiché le fiabe finiscono sempre per salvare capra e cavoli, l’epilogo migliore potrebbe essere che in futuro, accanto al vincitore in Church Road, troverà spazio il classico tormentone della nonna: ‘Eh, mio caro lei…. se ci fosse stato Lui!’. E quando anche quest’epopea sarà fuggita via, noi contemporanei ripenseremo al King Roger di questi anni come alle ninfee di Monet o ai girasoli di Van Gogh. 

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La top 10 delle migliori performance nella storia di Wimbledon

Da Djokovic 2015 a Federer 2017, passando per Becker, Borg e Sampras. Abbiamo provato a classificare i migliori di sempre nello Slam londinese in base al rendimento su edizione singola

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Roger Federer con il trofeo di Wimbledon 2017

Si può determinare chi ha vinto “meglio” di altri? Ovviamente no. Troppi fattori incalcolabili, l’impossibilità di pesare le assenze, e un certo lassismo statistico nel tennis che sfavorisce gli albori dello sport (come si vedrà in seguito) rendono il compito esageratamente aleatorio – senza considerare che la comparazione di ere diverse non ha mai avuto senso, in particolare dall’inizio dell’evoluzione tecnologica del tennis dalla metà degli anni Ottanta. Seppur largamente insufficienti, dei mezzi oggettivi esistono, e possono consentire di approssimare delle idee, se non altro nel limite dell’estensione dei parametri stessi.

Questo è ciò che si è fatto per determinare chi siano stati i vincitori più assertivi nel singolare maschile Wimbledon durante l’Era Open, in omaggio al torneo che si sarebbe dovuto disputare in questi giorni. Mesi fa, un pezzo simile era stato scritto sulle prestazioni dei vincitori Slam in generale, ma l’unico criterio era il ranking medio degli avversari, dato facilmente falsato se si incontra il N.323 al primo turno e il 112 al secondo. Stavolta, visto anche la quantità inferiore di campioni, sono stati aggiunti altri fattori, alcuni vicini, altri apparentemente antitetici.

Al ranking medio degli avversari (si suggerisce la lettura dell’articolo sopracitato per i caveat del caso) è stata appaiata una statistica ribattezzata “top player battuti, che in scala decrescente attribuisce un valore numerico ai giocatori affrontati, in ossequio alla struttura dei tabelloni Slam – 7 per i Top 2, 6 per i Top 4, 5 per i Top 8, 4 per i Top 16, 3 per i Top 32, 2 per i Top 64, 1 per i Top 128, 0 per tutti gli altri. In questo modo i valori degli avversari dal ranking più basso è calmierato, dando più valore agli avversari incontrati nelle fasi calde dei tornei.

 

Le altre due categorie considerate sono molto simili fra loro, e.g. set persi e game persi. Sono due dati per certi versi arbitrari, perché se qui si è premiata la manifesta superiorità di chi ha concesso poco, qualcun altro potrebbe opinare che forse è chi fatica di più a meritare gli onori delle cifre – opinione condivisibile, che avrebbe il merito di includere le finali più leggendarie, ma quando si parla dei migliori raramente si parla di gente che sarebbe potuta uscire da ogni sliding door. Una volta calcolati i parametri, i primi venticinque di ogni categoria sono stati messi in fila, con punteggi decrescenti (25 al primo, 24 al secondo, ecc) – i valori finali scaturiscono dalla somma dei quattro rendimenti.

Come già detto, purtroppo i dati sul ranking sfavoriscono le prime edizioni Open, visto che dal 1971 al 1973 non esisteva ancora la classifica computerizzata, mentre fino alla metà degli anni Ottanta abbiamo a disposizione quasi sempre solo la Top 100, e questo non consente di avere dati completi sulle edizioni del 1978 e su quelle comprese fra l’81 e l’83 – addirittura c’è un caso di ranking desaparecido, quello della prima settimana di Wimbledon ’76, ma fortunatamente è disponibile la classifica immediatamente precedente. Il corollario è che per i poveri Laver, Newcombe e Smith non c’è troppa gloria, ma è probabile che stanotte dormiranno bene comunque.

In realtà, ci sarebbe stato un parametro in grado di riequilibrare lo studio, ovvero quello relativo ai minuti spesi in campo. Infatti, è fatto abbastanza noto che il passaggio al lolium perenne 100% nel 2001 e soprattutto l’introduzione delle palline Type 3 l’anno successivo abbiano dilatato i tempi di gioco sull’erba dando più tempo di reazione in risposta.

Due dati esemplificativi: la media dei minuti in campo del vincitore è passata da 865 minuti nel periodo 1991-2000 (laddove i dati sono disponibili) a 1002 nel periodo 2008-2019 (il periodo intermedio ha un glitch del videogame estremamente fotogenico e con quattro figli), e che la durata media di un set dal terzo turno in poi è sempre stata sotto i 39 minuti fino al 2001, mentre da allora si è scesi sotto quella soglia in tre circostanze su diciotto – la durata media dei set è aumentata di oltre tre minuti laddove quella dei tie-break e dei set a oltranza è aumentata solo di 0,21 minuti all’anno, cioè di 0,007 a partita.

Di conseguenza, è ragionevole pensare che i vincitori delle ere passate, specialmente nell’era delle racchette di legno, procedessero più rapidamente nel tabellone di quanto si faccia oggi, ma sfortunatamente per loro mancano i riscontri, e pertanto le cifre di questa categoria sono state tralasciate – il tempo di gioco è stato usato in una sola circostanza per spezzare un ex-aequo.

Una critica che si potrebbe muovere ai parametri scelti è che si possono tranquillamente suddividere in due coppie all’interno delle quali un valore è in qualche modo superfluo rispetto all’altro. Vero ma non totalmente, per due motivi: innanzitutto ci sono alcuni casi di valori scollati, che cioè performano bene in un dato e non nel fratello minore e viceversa; e poi perché i dati migliori sono quelli che figurano in tutte e quattro le graduatorie, permettendo così di distinguere fra un buon dato isolato (esempio, per numero di top player sconfitti Michael Stich nel 1991 risulta essere il migliore, ma non avendo altri grossi exploit non arriva fra i primi dieci).

Anche dei bonus erano stati presi in considerazione, per Slam o altri tornei su erba vinti nella medesima stagione, ma si è deciso di escluderli per privilegiare la prestazione nel torneo singolo. Inoltre, c’è un ultimo vantaggio dell’avere due categorie paronomastiche, vale a dire la possibilità di utilizzare i valori dell’una per risolvere i parimeriti dell’altra – in parole povere, a parità di set persi arriva davanti chi ha perso meno giochi e viceversa.

Finito il panegirico, di seguito potete vedere la Top 10 dei migliori performer di Wimbledon in base a questi quattro parametri arbitrari, con un chiaro vincitore:

10. Novak Djokovic, 2015

Novak Djokovic – Wimbledon 2015

Score: 48 punti. N.23 per set persi, N.2 per ranking medio degli avversari, N.5 per top players battuti.

Nel bel mezzo della sua stagione più dominante (anche se forse il Djokovic della prima metà del 2011 aveva uno strapotere superiore da fondo, perché appiattiva molto più naturalmente con il dritto), questa performance di Nole è al secondo posto per ranking medio degli avversari, curiosamente alle spalle di quella dell’anno precedente, che però rimane fuori dal gotha.

La finale contro Federer fu la meno bella delle tre (non per demerito, le altre due sono fra gli azimut del gioco e probabilmente dell’umanità), e forse anche la meno giustificabile da parte del pubblico britannico, partigiano ai limiti della decenza e forse anche un po’ oltre, soprattutto nel tie-break del secondo. Al di là di questo, il percorso di Djokovic si ricorda soprattutto per la due giorni contro Kevin Anderson con annessa rimonta fra buio e pioggia, e per essere stata l’inizio del Grande Slam sghembo che sembrò segnare la fine della sua traiettoria, a cui però mancava la discesa agli inferi per qualificarsi come vera e propria epopea. Missione compiuta, verrebbe da dire.

9. Roger Federer, 2003

Federer e Philippoussis, Wimbledon 2003

Score: 48 punti. N.9 per game persi, N.8 per set persi, N.13 per ranking medio degli avversari.

Cosmogonia. La prima vittoria di Federer fu un evento particolare, perché scaldò il cuore di tanti boomer disillusi dalla finale fondista dell’anno precedente (Hewitt-Nalbandian), e al contempo consacrò un ragazzo la cui temperanza nei grandi tornei era stata messa in dubbio da più parti – per molti fu una riedizione del celebre “se questo ragazzo non vince Wimbledon entro cinque anni smetto di scrivere di tennis” di tommasiana memoria (lui si riferiva a Stefan Edberg), visto che lo svizzero aveva portato a casa il trofeo juniores nel 1998.

Quella finale con Philippoussis non è granché discussa oggi, perché sembra quasi che il quindicennio successivo fosse già scritto, ma non è assolutamente così, visto che la continuità non sembrava essere la qualità migliore del virgulto. L’unica cosa certa è che il suo tennis sia stato immediatamente adottato dal pubblico, inizialmente preso da un talento da imbottigliare nella sua effimerità. Qualche mese dopo, a Houston, si iniziò a intuire che le coincidenze erano solo apparenti, e il resto lo conosciamo.

Piccolo caveat: questa è l’unica circostanza in cui il tempo passato in campo è stato un fattore per determinare il piazzamento finale (960 minuti per Nole, 745 per Roger).

8. Bjorn Borg, 1976

Bjorn Borg – Wimbledon 1976

Score: 53 punti. N.3 per game persi, N.1 per set persi, N.21 per top players battuti.

Sebbene il successo più famoso dell’Orso sia l’ultimo, per via della leggendaria finale con McEnroe, il più enfatico fu senza dubbio il primo, caratterizzato come una grande sorpresa, sia perché Borg era considerato uno specialista, nonostante sulle superfici più rapide qualcosa avesse combinato (aveva vinto Wimbledon Juniores nel 1973 e raggiunto tre finali consecutive alle WCT Finals più una al Master del 1975, peraltro persa male contro il suo avversario a Wimbledon, Ilie Nastase), sia per il modo in cui zittì gli scettici, diventando il primo uomo a vincere i Championships senza perdere set durante l’Era Open.

Il novero degli scalpi è tutt’altro che disprezzabile, visto che negli ultimi quattro match gli si pararono davanti Brian Gottfried, Guillermo Vilas (non un erbivoro ma vincitore dell’unico Master giocato sulla superficie e di due Australian Open verdi ancorché farlocchi), Roscoe Tanner, e il sopracitato Ilie Nastase, suo vero e proprio antipode sul campo – fuori nemmeno così tanto, almeno post-ritiro.

Le vittorie di Bjorn a Wimbledon, però, furono soprattutto degli eventi culturali, in quanto forieri della novella Beatle-mania ribatezzata “strawberries and screams” (laddove gli strilli provenivano da adolescenti in preda a tempeste ormonali da arca di Noè, fondamentali per rendere il tennis lo sport di massa che è oggi), ma anche degli eventi tecnici, perché le vittorie sue e di Connors mostrarono un modo nuovo di adattarsi al tennis su erba, un modo che esaltava il fulgore balistico dei loro passanti bimani.

6 (ex-aequo). Boris Becker, 1986

Score: 59 punti. N.13 per game persi, N.14 per set persi, N.9 per ranking medio degli avversari, N.9 per top players battuti.

A proposito di giovani sorprese. Boris Becker aveva scioccato il mondo nel 1985, vincendo Wimbledon a neanche 18 anni (più giovane campione Slam fino all’avvento di Michael Chang quattro anni dopo), ma nessuno si aspettava che potesse ripetersi.

E invece il teutonico non solo si impose di nuovo, ma lo fece con insindacabile autorità, mettendo in fila nell’ordine Mecir, Leconte e il miglior Lendl di sempre, di fatto cementificando il proprio status di “padrone di casa” su Centre Court, consolidato attraverso la trilogia (quasi tetralogia) con Edberg e rimesso solamente in seguito alla sconfitta nella finale del 1995 contro Sampras.

6 (ex-aequo). John McEnroe, 1984

John McEnroe a Wimbledon nel 1980

Score: 59 punti. N.1 per game persi, N.3 per set persi, N.15 per ranking medio degli avversari.

Mac non poteva mancare, e la sua voce poteva solo essere legata alla stagione più dominante della carriera, e forse di sempre. Assimilata la botta tremenda di Parigi, dove un microfono e i lob di Lendl stralciarono una conclusione già scritta, Genius veleggiò per il Queen’s senza perdere set, e per poco non concesse il bis la settimana dopo, quando perse un tie-break al primo turno per poi concedere 48 giochi nei 19 set successivi – una notte d’amore fra una macchina perfetta e il più dionisiaco dei tennisti.

Wimbledon ’84 è ricordato con particolare piacere dallo statunitense, un po’ perché arrivò la quasi pleonastica doppietta singolare-doppio (casualmente lui e Fleming batterono in finale Paul McNamee, lo stesso che gli aveva tolto all’inizio della quindicinale), un po’ perché non gli sono mai interessate le partite leggendarie, almeno non quanto la perfezione del gioco.

McEnroe era talmente superomistico nel suo approccio al tennis (e ne aveva ben donde) da ritenere che se avesse giocato al massimo del proprio potenziale non ci sarebbe stata storia con nessuno, ed è precisamente ciò che dimostrò in finale contro Jimbo Connors, che due anni prima gli aveva soffiato il titolo dopo che era stato a due punti dal match: 6-1 6-1 6-2 con tre (tre) errori non forzati. Epica? E chi ne ha bisogno?

A pagina due, i cinque migliori successi della storia di Wimbledon

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