Williams, Konta, Svitolina e Halep contro quattro “unseeded” - Pagina 2 di 3

Wimbledon

Williams, Konta, Svitolina e Halep contro quattro “unseeded”

A Wimbledon le favorite rimaste si misureranno contro quattro giocatrici fuori dalle teste di serie

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Karolina Muchova - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Nella parte bassa del tabellone mi aspettavo più lotta fra Svitolina e Martic (che sull’erba consideravo leggermente favorita). A conti fatti il match si è deciso nel primo set, durato ben 65 minuti, con tanti game ai vantaggi, anche oltre i dieci minuti. Nel finale di primo set Martic ha cominciato a lasciar trasparire qualche difficoltà fisica (gamba destra e schiena), tanto che in campo è entrata la fisioterapista prima del secondo set.

Il secondo parziale è stato quasi a senso unico (6-4, 6-2). A mio avviso nel primo set il problema principale di Martic è stato un servizio al di sotto dei suoi standard: un solo ace (e due doppi falli) ma soprattutto l’86% di palle ritornate in campo da Svitolina. Anche grazie a questa ottima prestazione in risposta, Elina ha avuto la meglio.

Avversaria di Svitolina sarà Karolina Muchova, che ha sconfitto nel derby ceco Karolina Pliskova (4-6, 7-5, 13-11, in 3 ore e 17 minuti). Risultato per me inatteso, visto che nell’unico fresco precedente (Australian Open 2019) Pliskova aveva regolato la connazionale lasciandole appena 5 game. Sto seguendo Muchova con attenzione da un po’ di tempo, perché mi aveva colpito molto agli US Open dello scorso anno, e quindi comincio a conoscerla. E a mio avviso il vero, grande progresso di questo match rispetto al passato è la consistenza. Che sapesse “giocare a tennis” ne ero sicuro: possiede un repertorio molto ampio, e sa cosa fare in qualsiasi parte del campo, incluso quando scende a rete.

 

Quello che però spesso la penalizzava erano gli errori evitabili, i passaggi a vuoto, le distrazioni. E a volte anche il gusto per le soluzioni spettacolari, ma troppo difficili. Tutte cose che alla fine pesano sul punteggio. Nel tennis un punto vinto con una prodezza vale quanto un banalissimo quindici ottenuto con un errore gratuito. Contro Pliskova, Muchova ha limitato i regali all’avversaria e la conseguenza è che è rimasto il meglio del suo gioco.

Da parte sua, Pliskova ha probabilmente sofferto il ruolo di grande favorita, e lo ha pagato sotto forma di “braccino” in diversi frangenti: sul 5-6 del secondo set, ma anche nelle due volte del terzo set in cui ha servito per il match (sul 5-4 e sull’11-10) e regolarmente si è trovata sotto 0-40, finendo poi per perdere il servizio. Stessa cosa sull’11-12: subito sotto 0-40 e match perso. A questo aggiungerei una giornata al servizio non delle migliori (7 ace e 7 doppi falli contro i 14 ace e 6 doppi falli di Muchova).

Evidentemente era scritto che non si disputasse il primo tiebreak nel set finale a Wimbledon (con le nuove regole previsto sul 12 pari), visto che il punto conclusivo è arrivato per colpa di un nastro, che ha frenato poco oltre la rete la risposta di Muchova, rendendola assolutamente imprendibile per la sfortunata Pliskova. Dopo l’avvio di torneo sfolgorante, la Karolina più famosa ha perso una occasione d’oro per arrivare come minimo in semifinale. Partita comunque di alta qualità; per entrambe un saldo vincenti/errori non forzati ampiamente positivo: Muchova +11 (54/43), Pliskova +12 (51/39).

Una nota sulla pattuglia della Repubblica Ceca. Nel lunedì di Wimbledon erano ancora in corsa quattro giocatrici. In ordine di classifica: Pliskova (numero 3), Kvitova (6), Strycova (54), Muchova (68). Alzi la mano chi avrebbe pensato che le due sopravvissute sarebbero state quelle con il ranking più basso.

Il quarto di finale che completa la parte bassa di tabellone sarà Halep contro Zhang. Simona Halep ha sconfitto Coco Gauff in una partita piuttosto lineare (6-3, 6-3). Nella cronaca trovate il dettaglio degli avvenimenti, qui sottolineo solo un paio di concetti. Il primo: Gauff andava verificata contro una Top 10 solida come Halep. L’esame è arrivato al settimo match del suo torneo (tre partite di qualificazione, quattro di tabellone principale) e non è riuscita a superarlo. Il tutto secondo me è assolutamente logico, sarebbe occorso un miracolo o un suicidio di Simona per avere un esito differente. Tecnicamente si è avuta la conferma che il dritto di Gauff è un colpo che va migliorato per poter ambire a traguardi molto ambiziosi.

Secondo concetto. Halep ha interpretato la partita con grande esperienza e abilità. Ha sempre controllato la situazione e non si è fatta trascinare in un confronto emotivo, in cui il pubblico (pro Gauff) sarebbe potuto diventare un fattore. Molto lucidamente, ha approfittato degli alti e bassi di Coco. Davvero un esempio di tennis professionale nel senso migliore del termine, che ha evidenziato i limiti di una tennista quindicenne: sicuramente di grande talento, ma pur sempre molto inesperta.

Ultimo ottavo di finale quello vinto da Zhang Shuai su Dayana Yastremska. Un match che sono riuscito a seguire poco, e che mi ha parzialmente sorpreso nell’esito (6-4, 1-6, 6-2 in 106 minuti). Zhang era una delle giocatrici meno pronosticabili di questo Slam, visto che in passato aveva vinto zero match nel tabellone principale di Wimbledon.

Nei turni precedenti l’avevo vista giocare contro Wickmayer (una parte) e poi contro Wozniacki, e sono portato a interpretare il match contro Caroline come quello della svolta. Dopo essersi trovata sotto 0-4 nel primo set, Shuai aveva cambiato atteggiamento: aveva aumentato di parecchio l’aggressività e in questo modo ha dato un nuovo senso alla sua partecipazione a Wimbledon. Sullo slancio ha sconfitto Caroline, poi Yastremska e ora si trova addirittura fra le otto “elette” del torneo. I numeri della sua partita contro Yastremska non sono però trascendentali. Saldo vincenti/errori non forzati: Zhang -10 (15/25), Yastremska -15 (29/44).

a pagina 3: Scontri diretti e favorite dei quarti di finale

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Focus

Wimbledon, appuntamento al 2020. Con una serie di citazioni

Prima di sciogliere definitivamente l’abbraccio con Wimbledon, le più belle citazioni sul (e dal) torneo inglese. Qual è la vostra preferita?

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Mancano soltanto 342 giorni all’inizio di Wimbledon 2020. Ne sono trascorsi invece già nove dall’epica finale dell’edizione 2019, che pure sembra si sia giocata ieri; ma non solo il tennis non è finito, come qualcuno temeva dopo la stretta di mano di domenica 14 luglio, ma addirittura ci sono già stati altri tornei, altri vincitori, e altri ce ne saranno.

La fine di uno Slam però, se per certi versi è un sollievo, per altri è molto simile a un dolore. Per superare il quale ci si affida alle solite cinque fasi. Siamo persuasi di essere finalmente arrivati all’ultima, quella dell’accettazione. Per tagliare definitivamente il cordone, e darci appuntamento al 2020, ecco una carrellata di citazioni illustri (raccolte dalla nostra collaboratrice Beatrice Di Loreto) che hanno Wimbledon come minimo comune denominatore.

Bye bye, Wimbledon. E grazie di tutto, come al solito.

“Puoi scoprire tutto quello che vuoi sapere su una persona facendola giocare sul Centre Court di Wimbledon”

John Newcombe

“Se dici qualcosa durante una partita di tennis, lo fanno sembrare come se avessi commesso un omicidio o qualcosa del genere”

 
John McEnroe

“Non avevo mai realizzato quale fosse il significato di tutto il resto. Niente, e intendo proprio niente, si può paragonare a vincere Wimbledon”

Andre Agassi

“Finché vinco, o muoio”


Ivan Lendl, su quanto a lungo avrebbe provato a vincere Wimbledon

“Puoi arrivare a Londra essendo il N. 1 del mondo, ma nessuno pensa che tu sia qualcuno finché non hai vinto Wimbledon. Si comportano come se avessero il più grande torneo del mondo. E hanno ragione, ce l’hanno. È proprio questo” 

Pete Sampras

“Il modo più semplice per diventare soci qui è vincere il torneo”

Anonimo, sull’All-England Tennis Club

“Non giocherò a Wimbledon perché sono allergico all’erba”

Ivan Lendl

“Amo il Campo Centrale. Vorrei poterlo abbracciare qualche volta”

Billie Jean King

“Restituirei tutto il mio prize money pur di vincere Wimbledon”


Andy Murray

“Scendevo a rete attaccando il suo dritto e mi passava; scendevo a rete attaccando il suo rovescio e mi passava. Restavo a fondocampo e anche lì mi passava”

Andy Roddick, dopo aver perso la finale di Wimbledon 2005 contro Roger Federer

“I newyorkesi amano vederti sputare l’anima là fuori; sputa l’anima a Wimbledon e ti fanno fermare e pulire” 


Jimmy Connors

“Se non dovessi vincere più una partita non mi importa. Qualsiasi cosa farò nella mia vita, ovunque andrò, sarò sempre un campione di Wimbledon”

Goran Ivanisevic

“Quando la folla gridava ‘Roger’ io sentivo ‘Novak’. Sembra sciocco, ma è così”

Novak Djokovic

(per i cultori del ‘tutto in lingua originale’: alla pagina successiva trovate le citazioni in inglese)

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Focus

Il vero eroe di Wimbledon

Sul podio: Ostapenko che colpisce tutti, Woody Harrelson ubriaco sugli spalti e soprattutto il vero eroe del Fedal: il ragazzino appassionato di vichingi

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E cosa altro vorresti raccontare. Quello lì, quello che c’ha un sacco di anni e continua a fare così incredibili, ha battuto in semifinale quell’altro che l’aveva appena battuto – meglio, dominato – a Parigi. Poi, in finale, non è stato capace di convertire match point, per la 22esima volta in carriera, contro quel terzo signore che più non lo amano e più lui vince, vince, vince. Ha vinto più di chiunque altro in questo decennio, e chissà nel prossimo.

Il primo, quello lì, ha sublimato il concetto di sconfitta: non in senso alchimistico e neanche spirituale, ma proprio per quanto attiene al suo significato in psicologia. Quello che è accaduto dal mancato 9-7 all’effettivo 12-13 è già letteratura, già in grado di esercitare una fascinazione collettiva persino superiore a una vittoria.

Sono state quarantotto ore fuori da ogni logica, o magari perfettamente in linea con la nuova logica applicata al tennis – meglio: imposta – da Federer, Nadal e Djokovic. Ne ha fatto mirabile sinossi Matteo Codignola su Rivistaundici, chiudendo così un articolo che vi consiglio caldamente di leggere.

Si tratta di giocare ancora un match, e un altro, per allontanare il più possibile quello che ormai  tutti quanti, a cominciare da Roger, Rafa e Nole – temiamo succeda: che al primo ritiro di uno dei tre, di colpo, il tennis come lo abbiamo conosciuto smetta di esistere. Sembra l’ultima scena di un episodio neanche troppo riuscito di Al di là della realtà, d’accordo. Ma francamente a cos’altro abbiamo assistito, sul Centre Court, fra il 12 e il 14 luglio 2019?

Il torneo femminile lo ha vinto Simona Halep, mamma che brava. Le è toccato fare la parte della guastafeste agli ottavi contro la bimba prodigio Cori Gauff, ma dopo aver lottato per un set contro Zhang ai quarti ha sostanzialmente triturato il resto della concorrenza: non l’ha vista Svitolina in semifinale, l’ha vista se possibile ancora meno Serena in finale. Ora è socia dell’All England Club e potrà venirci anche solo per mangiare a sbafo a ‘spese’ della duchessa di Cambridge, Kate Middleton, che da tre anni può vantare il patrocinio di questo modesto circoletto londinese (un gradito regalo della regina Elisabetta).

 
L’eleganza sconvolgente di Kate, l’inchino doveroso di Nole (AELTC/Florian Eisele)

C’è stato però un altro Wimbledon, un Wimbledon di faccende meno altisonanti ma non per questo meno degne d’essere raccontate. Il vero Wimbledon, insomma.

Per assonanza con l’ambito patro-cinio di Kate viene in mente il sacrosanto don’t patro-nize me‘ di Johanna Konta al gionalista del Daily Express che pretendeva di parlarle come si fa ad una figlia quindicenne che non ha rispettato il coprifuoco. Brava Johanna, al 6,5 del nostro Garofalo mi sento di aggiungere almeno un paio di voti.

C’è stato il ritorno di Murray in doppio, che doveva essere un ritorno un po’ in sordina ma la scelta di affiancarsi a Serena Williams per il doppio misto l’ha trasformato in una delle storyline più seguite dell’intero torneo. Due vittorie, poi la sconfitta agli ottavi contro i favoriti Melichar/Soares. L’anca di Andy sembra limitarlo ancora parecchio nei movimenti e per New York si vedrà, ma intanto un pieno di affetto e sostegno dei tifosi che non fa mai male.

Sapete chi altro, ben lontana dal mettersi in luce in singolare (pur giocando regolarmente, a differenza di Murray), ha fatto parlare di sé in queste due settimane? Jelena Ostapenko, la cui vittoria al Roland Garros sembra lontana 150 anni e invece risale appena al 2017. La lettone ha giocato una partita in singolare (sconfitta subito da Hsieh), una in doppio femminile (in coppia con Kudermetova, subito fuori contro Cornet/Martic) ma ben sei in doppio misto: in coppia con lo svedese Robert Lindstedt ha raggiunto la finale, poi persa contro Chan/Dodig.

Eppure, povera Jelena, mica ha fatto parlare di sé per qualche stop volley prelibata. Proprio non le riusciva di smettere di colpire avversari e partner!

Nel primo episodio è riuscita a fare punto tirando un servizio nel quadrato sbagliato… ma direttamente addosso all’inviperita Cornet;

soltanto i riflessi felini di Gauff hanno impedito che si concretizzasse subito un secondo episodio, al primo turno del torneo di misto. Eppure il meglio doveva ancora venire…

secondo e terzo turno, episodi tre e quattro. Jelena bombarda due volte la schiena del malcapitato Lindstedt, che nonostante i tentativi di sabotaggio rimane stoicamente in piedi.

MEDAGLIA D’ARGENTO E D’ORO – A proposito di colpi proibiti. Come dimenticare il missile di Kyrgios che ha colpito Nadal nei pressi della rete, durante l’unico match che c’abbia davvero fatto battere il cuore prima delle semifinali (a parte quell’ dell’addio di Marcos, di cui non parliamo per evitare di versare altre lacrime)? Non un gesto proibito, sembrava lì per lì, se non che Nick s’è divertito a raccontare in conferenza che proprio al petto voleva colpirlo. Nadal, ben tronfio dopo la vittoria, ha risposto smontando tutti i ‘se’ che accompagnano i progetti di grandeur del ragazzone di Canberra.

Si sale di tono, eccome se si sale di tono, verso i primi due gradini del podio. Interessano fino a un certo punto le rimostranze di Fognini nei confronti della corona britannica, rea d’averlo spedito su un campetto infame a combattere col discusso Sandgren. C’è invece il solito buco della serratura da cui noi profani guardiamo gli abitanti dei seggiolini più prestigiosi del campo centrale, dove s’avvicendano ogni anno fior di divi, dalla musica al cinema, passando per sport e politica. Nel Royal Box ha trovato spazio il golfista Francesco Molinari che proprio in questi giorni difenderà, primo italiano di sempre a tentare un’impresa del genere in un Major, il titolo conquistato l’anno scorso al British Open.

Il primo sabato del torneo s’è persino vista sugli spalti Theresa May, la grande sconfitta dell’epopea Brexit ancora lungi dal trovare un compimento. Ma si diceva di attori: Benedict Cumberbatch e Tom Hiddleston, l’habitué Hugh Grent (lei e Anne Vintour, mente di Vogue, davvero non mancano mai), ma in questa sede si vorrebbe parlare di Woody Harrelson. L’attore texano è riuscito a dare persino più spettacolo della partita cui stava assistendo, la finale del doppio maschile vinta da Cabal/Farah contro Mahut/Roger-Vasselin dopo cinque ore di grandi emozioni.

Emozioni ne ha regalate anche l’alticcio Woody, che deve aver abusato dei privilegi a lui concessi da quel posto sul Centre Court. La performance dell’attore è diventata prima un thread virale, anzi viralissimo su Twitter, per poi conquistare anche l’informazione generalista. Il Washington Post ha scritto, letteralmente, ‘Woody Harrelson diventa un meme a Wimbledon‘. È andata esattamente così.

Però, però, il primo posto emotivo di questo Wimbledon 2019 spetta di diritto al coraggiosissimo ragazzino che ha emulato, ed evidentemente perfezionato, le imprese di un altro temerario fanciullo beccato a leggere avidamente ‘Le avventure di Tintin‘ durante il secondo turno tra Muguruza e Kontaveit del Roland Garros 2017. Fu certo un’impresa ragguardevole, con tanto di cappellino del PSG e sguardo veramente assorto, ma cosa direste di un altro che, ipoteticamente, decidesse di aprire un libro nelle fasi cruciali del primo set della semifinale tra Federer e Nadal?

Perché è successo, è successo davvero, sul 5-4 15-30 in favore di Federer (servizio Nadal): il centrale avvolto in un’atmosfera da brividi, quei due in campo che avrebbero rinunciato a un paio di Masters 1000 pur di portarsi in vantaggio, e lui a leggere “Viking Myths and Sagas: Retold from Ancient Norse Texts“.! Come se la storia non gli stesse scorrendo davanti, come se guardare Federer e Nadal sfidarsi per un posto in finale a Wimbledon non fosse tra gli eventi sportivi più esclusivi del pianeta, nell’anno di grazia 2019.

Quanto si deve essere deliziosamente superiori alle convenzioni per preferire l’accattivante prosa di Rosalind Kerven a un passante in corsa di Nadal, specie quando siedi a venti metri scarsi dalle schermaglie tra i due tennisti più rappresentativi di questa epoca e non su un divanetto del reparto ‘letteratura norrena’ di Barnes&Noble?

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ATP

Djokovic alieno: annulla 2 match point a uno splendido Federer e vince il suo quinto Wimbledon

LONDRA – La finale più emozionante del decennio sui campi di Wimbledon finisce al tie-break decisivo. Federer commovente, Djokovic eguaglia Borg e vola a 16 Slam

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

[1] N. Djokovic b. [2] R. Federer 7-6(5) 1-6 7-6(4) 4-6 13-12(3) (da Londra, il nostro inviato)

Un tie-break al quinto set. Al primo tentativo. Questa finale di Wimbledon non poteva regalare più emozioni. Match point annullati, come non se n’erano visti da Parigi 2004 all’atto decisivo di uno Slam, Roger Federer che ancora una volta perde da Novak Djokovic con due match point a favore, come era accaduto già due volte nelle semifinali dello US Open.

Un match che Federer, il quale alla fine ha vinto 14 punti in più dell’avversario, sembrava avere in mano sul’8-7 del quinto set, quando ha servito per il set, ma invano. Ma anche prima di quell’episodio cruciale della partita c’erano stati momenti in cui avrebbe potuto ottenere il suo nono Wimbledon, come nel tie-break del primo set e nel set point avuto nel terzo. E invece è stata la giornata di Novak Djokovic, capace di vincere una partita incredibile, servendo in maniera altrettanto incredibile e dimostrandosi il più freddo nei momenti decisivi.

 

La contemporaneità quasi perfetta dell’inizio della finale del singolare maschile di Wimbledon e della partenza del Gran Premio di Formula 1 a Silverstone sembra sottolineare il “tafazzismo” imperante della Gran Bretagna contemporanea. Il tema tattico iniziale è quello largamente atteso: Federer cerca di muovere il gioco, Djokovic presidia il fondo e contrattacca. La prima chance break è per lo svizzero sul 2-1, e se ne va con un diritto sparacchiato fuori alla ricerca di un contropiede eccessivo. Subito dopo Federer recupera da 0-30 affidandosi alla prima di servizio.

Lo svizzero gioca sui cambi di ritmo e rotazione negli scambi, ma Djokovic non si fa ingannare e risponde colpo su colpo. Federer arriva a due punti dal set sul 5-4 con due eccellenti diritti in chop, arriva a 20 centimetri dal set-point, ma il n.1 del mondo esce dal passaggio pericoloso con grande autorità. Nel tie-break è Federer che ha l’iniziativa sulla racchetta, perde due punti sul servizio di Djokovic che avrebbe dovuto vincere con due errori di diritto (dopo 21 e 13 colpi), riesce comunque ad andare avanti per 5-3 con due splendidi vincenti da fondo, ma poi cede quattro punti consecutivi (tre gratuiti) per consegnare il primo set a Djokovic dopo 58 minuti (curiosamente due in più della finale femminile di sabato).

Ma il rush finale del tie-break costa caro al serbo, che inizia a commettere quegli errori da fondo che non erano affiorati fino a quel momento e concede due break consecutivi, lasciando scappare Federer sul 4-0. Con un terzo break sul 5-1, chiuso da due punti quasi buttati via da Djokovic, Federer pareggia i conti in 25 minuti con un set da 26 punti a 12. Novak è passato da 14 vincenti e 6 gratuiti nel primo set a 2 vincenti e 10 gratuiti nel secondo.

Federer aumenta il ritmo delle discese a rete a inizio terzo set, poi si ferma di più a palleggiare da fondo. L’inerzia del match sembra a suo favore dopo il “set horribilis” di Djokovic nel secondo, ma non riesce a concretizzare questa superiorità in punteggio. Lo svizzero si desta dall’apparente torpore e con una demi-volée di rovescio che fa esplodere il centrale conquista il set point, ma con la battuta lo svizzero rispedisce tutto al mittente. Il clima è quasi da Coppa Davis svizzera (almeno quella di una volta, chissà come sarà quella nuova), ma Djokovic non trema, e con il sapiente utilizzo del servizio al corpo arriva al tie-break che domina fino al 5-1, viene quasi ripreso sul 5-4, ma un errore di Federer sul punto successivo, dopo che il serbo aveva servito una seconda lentissima (80 miglia orarie) e in mezzo al rettangolo del servizio, decide la sorte del set.

In una situazione che ricorda un po’ a grandi linee la finale dello US Open 2015, dopo due ore e 16 minuti di gioco Federer si trova indietro per due set a uno senza aver fronteggiato l’ombra di una palla break e avendo avuto concrete chance di vincere entrambi i set perduti. A quinto game c’è un leggero calo al servizio di Djokovic, ma tanto basta: un doppio fallo, tre prime sbagliate e su una “steccata” di rovescio Federer ottiene il quarto break della giornata. Sul 4-2 Roger mette a segno una volée di rovescio smorzata che trasferisce la Davis svizzera in Sud America, tanta è la bolgia sul Centrale: serve per il set sul 5-2 ma perde il servizio per la prima volta nell’incontro. Due game più tardi è la volta buona e la finale va al quinto come era accaduto nel 2014.

Con Federer avanti di 15 nel computo totale dei punti si inizia il set decisivo. Sono un po’ saltati gli schemi, si diceva una volta nel calcio, Federer gioca più a briglia sciolta e anche Djokovic lo segue. È il serbo il primo ad avere palle break, sul 2-1: sono tre, che Federer annulla bene con il servizio. Le gambe dello svizzero però non sono più sotto i colpi come all’inizio del match, due rovesci scappano lunghi sul 2-3 e con un passante incrociato Djokovic guadagna l’importantissimo break di vantaggio. La posta in palio è altissima, nessuno è immune dalla tensione. Nole commette un doppio fallo sul 30-30 concedendo una palla del controbreak a Federer, che però sfuma con un diritto lungo. Ma il controbreak alla fine arriva, e alla soglia delle quattro ore di gioco la finale va ad oltranza.

Sul 5-5 Djokovic commette un doppio fallo, il nono, poi si salva con una volée in tuffo e tiene la battuta. Il gioco successivo Federer sbaglia uno schiaffo al volo sulla palla del 6-6, ma con un po’ più di fatica raggiunge comunque la parità. Sul 7-7 Djokovic va 30-0, subisce un diritto di Federer poi commette due errori gratuiti pesantissimi e sulla palla break non riesce a chiudere il diritto sotto rete e subisce il passante dello svizzero che va a servire per il match. Ma non deve finire così: Federer ha due match point, il primo lo sbaglia di diritto, sul secondo viene fulminato da un passante e poi arriva il controbreak. Sette punti consecutivi e si ritorna a giocare con le parità. 8-8, 9-9, 10-10, 11-11. Sul 40-0 Djokovic viene trascinato a palla break, con un “falco” molto controverso. Il passante di rovescio di Federer è fuori di un soffio. Su un secondo “falco” controverso sembra che abbia segnato l’Inghilterra quando sancisce la seconda palla break per Federer, ma con due colpi al volo tanto brutti quanto efficaci Nole annulla anche quella. Si arriva al tie-break, quello del 12-12, quello che mai si sarebbe pensato sarebbe servito in una finale.

Il minibreak decisivo arriva su un serve and volley di Federer al terzo punto, con la demi-volée che va in corridoio. Djokovic tiene i suoi servizi con grande freddezza, e una steccata di diritto chiude il match dopo 4 ore e 57 minuti consegnando il quinto Wimbledon a Novak Djokovic.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

IL TABELLONE MASCHILE COMPLETO (con tutti i risultati)

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