Williams, Konta, Svitolina e Halep contro quattro “unseeded”

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Williams, Konta, Svitolina e Halep contro quattro “unseeded”

A Wimbledon le favorite rimaste si misureranno contro quattro giocatrici fuori dalle teste di serie

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Karolina Muchova - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

dal nostro inviato a Londra

Il lunedì della seconda settimana di Wimbledon è il giorno più ricco di partite importanti e, per la stesso motivo, anche il più complicato da seguire. Dalle 11.00 in poi (ora locale) il programma prevedeva quattro match in contemporanea. Mentirei se dicessi di avere visto ogni singolo quindici della giornata; a una parte ho dovuto rinunciare, una parte l’ho seguita in diretta e altri passaggi decisivi li ho recuperati con i “video playback” della sala stampa.

Complessivamente è stata una giornata ricca di sorprese. Considerato che si disputavano otto match, è stato forse il giorno con più risultati inattesi rispetto ai precedenti tre turni. Procediamo in ordine di tabellone.

 

È uscita la numero 1 Ashleigh Barty, e lo ha fatto dopo aver vinto il primo set contro Alison Riske. Alison, una volta di più, ha confermato di essere una grande combattente, che non molla mai e che diventa molto difficile da sconfiggere quando trova il ritmo di gioco. Nel secondo set è entrata in modalità “non sbaglio mai” e per Barty è diventata dura fare punti (3-6, 6-2, 6-3). Straordinarie le sue statistiche sugli errori non forzati nei set conclusivi: appena 2 nel secondo set e 4 nel terzo. Sostanzialmente un muro che non regalava più nulla. In più sappiamo che Riske non disdegna di venire avanti e spingere se si presenta l’occasione, e si capisce come in queste fasi possa diventare davvero un ostacolo impegnativo.

Quello che forse si può rimproverare a Barty è che quando la partita ha cominciato a cambiare direzione, lei non è stata in grado di alzare la sua intensità, e ha finito quasi per diventare la comprimaria della situazione. È la numero 1 del mondo, ma a un certo punto del match quella più dietro in classifica sembrava lei. Dopo aver lasciato le briciole alle avversarie dei primi turni, Ash è apparsa agonisticamente impreparata ad affrontare le difficoltà.
In una giornata non felice, come consolazione avrà la certezza di non perdere il primato del ranking, visto che è stata eliminata anche l’unica contendente rimasta, Karolina Pliskova.

Secondo match: Serena Williams contro Suarez Navarro: (6-2, 6-2 in 64 minuti). Non voglio usare giri di parole: non ho seguito nemmeno un quindici. Ero convinto che la partita avesse un esisto scontatissimo, visti i precedenti tra Serena e Carla. Figuriamoci poi su erba. Per questo in una giornata del genere ho deciso di dedicarmi ai match più aperti.

Mertens contro Strycova era a mio giudizio il confronto più “vicino” in partenza, tanto che non avrei saputo chi scegliere come favorita. Mertens era testa di serie, ma Strycova è più erbivora. Barbora è uscita alla distanza, recuperando da una situazione molto complicata visto che era sotto 4-6, 2-5. Ma a quel punto ha infilato un parziale di nove game consecutivi a cavallo dei due set che hanno ribaltato la situazione. Con i primi cinque game Strycova ha vinto il secondo set (da 2-5 a 7-5); con i secondi quattro ha indirizzato il set decisivo, visto che sul 4-0 ha poi gestito la situazione tenendo i propri turni di servizio.

Mertens ha pagato il pessimo game disputato al servizio nel secondo set sul 5-3, quando ha avuto l’occasione di chiudere il match. Ecco come ha perso i quattro punti di quel game: due gratuiti evitabili di dritto (il suo colpo più instabile), una volèe mal riuscita (che si è trasformata in un assist) e addirittura una interruzione di gioco, convinta che la palla dell’avversaria fosse uscita quando invece era rimbalzata sulla riga. Da lì tutto è girato (4-6, 7-5, 6-2).

Dopo la vittoria di Strycova poteva profilarsi un derby ceco, in caso Petra Kvitova avesse sconfitto Johanna Konta, ultimo match femminile di giornata. Ma invece la partita sul Centre Court ha fatto felici gli spettatori inglesi, che una volta di più hanno applaudito Johanna vincitrice (4-6, 6-2, 6-4). Era la partita più “nobile” della giornata, visto che si affrontavano la testa di serie numero 6 con la 19.

A dispetto del ranking, consideravo Konta leggermente favorita, perché Kvitova è reduce da un infortunio al braccio sinistro (e lei è mancina) che l’ha obbligata a non impugnare la racchetta fino al sabato alla vigilia del torneo. Dopo aver vinto un primo set molto equilibrato, Petra non è riuscita a tenere la stessa intensità agonistica e fisica nei set successivi, nei quali Konta ha sempre condotto, forse in modo anche più netto di quanto non lasci intendere il punteggio finale.

Per Kvitova vale il discorso fatto qualche giorno fa per Giorgi: uno Slam non si improvvisa. Rispetto a Camila è riuscita a fare più strada, perché si sa che Petra non ha bisogno di molto allenamento per giocare discretamente, e quindi riesce a ovviare con il talento alla mancanza di preparazione. Resta il fatto che in tutto il torneo ha giocato con un dritto piuttosto insicuro, specie in risposta.

E i dati ci dicono che proprio nei colpi di inizio gioco si è formata la differenza sostanziale nel match contro Johanna. A Wimbledon gli scambi vengono divisi per numero di colpi in tre categorie: da 0 a 4 colpi, da 5 a 9, oltre 9. Ebbene Kvitova ha vinto più scambi medi (addirittura il doppio: 20 a 10) e più scambi lunghi (5 a 3). Ma ha fatto 19 punti in meno sugli scambi brevi (85 a 66). Segno che ha risposto peggio e servito peggio di Johanna.
Quindi quella che è riuscita ad accedere ai quarti la si potrebbe definire una Konta in versione simil-Serena Williams. Ultima curiosità. Come già contro Stephens, il saldo vincenti/errori non forzati dà esito rovesciato: Kvitova +6 (40/34) Konta +1 (22/21).

a pagina 2: La parte bassa del tabellone

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Wimbledon 2021, tre opzioni al vaglio: porte aperte, porte chiuse o pubblico ridotto

Lo Slam londinese, che non si è disputato quest’anno, sta cercando la miglior soluzione possibile per il 2021

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I grounds di Wimbledon (foto AELTC/Chris Raphael)

Il sito ufficiale del torneo più antico del mondo, Wimbledon, ha iniziato a fornire degli aggiornamenti sullo stato attuale della prossima edizione in seguito alla cancellazione di quella del 2020. Stando al comunicato stampa dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, il circolo che organizza i Championships, la pianificazione per Wimbledon 2021 è in attiva fase di svolgimento; gli scenari considerati sono “molteplici”, ma ricadono “essenzialmente in tre categorie”, la cui attuabilità dipende da quali saranno le linee guida per la salute pubblica in vigore il prossimo luglio.

La prima opzione è quella consueta, vale a dire uno Wimbledon a pieno regime (nel 2019 si era toccata la cifra record di 500.397 biglietti venduti), con panna, fragole, Henman Hill o Murray Mount che dir si voglia, insomma tutti gli elementi che rendono quello londinese il torneo di tennis più riconoscibile al mondo.

La seconda è quella di un contingentamento del pubblico sulla falsariga del Roland Garros appena conclusosi. Va detto che attualmente il circolo ha una dimensione di circa 17 ettari contro i 12 di quello parigino, e quindi potrebbe esserci la possibilità di garantire le distanze a più spettatori. L’AELTC ha acquistato i terreni del Wimbledon Park Park Club nel 2018, una mossa che triplicherà le dimensioni del torneo (circa 48,5 ettari), consentendo di giocare le qualificazioni in situ invece che a Roehampton, ma solo a partire dal 2022, visto che fino al 31 dicembre 2021 il circolo continuerà ad essere attivo – è anzi probabile che l’espansione si finalizzi ancora più avanti, data l’enormità del lavoro.

 

Se la soluzione precedente è quella parigina, l’ultima è ovviamente quella newyorchese, vale a dire un torneo a porte chiuse. Questa via è certamente indigesta allo Slam londinese, che ha potuto annullare l’edizione 2020 grazie alla copertura assicurativa proprio per scongiurare le perdite monetarie che un evento senza pubblico né merchandising avrebbe causato. I circa 125-130 milioni di euro di rimborso per la pandemia erano però validi una sola volta, e quindi il torneo si dovrà svolgere anche qualora non fosse possibile accogliere gli appassionati.

Il comunicato sottolinea che la prima preoccupazione degli organizzatori rimane la salute di tutti gli interessati, dai giocatori allo staff agli astanti, e che si sta facendo di tutto per cooperare con il governo e con altre manifestazioni sportive per arrivare alla soluzione più appropriata.

Per rafforzare la comunicazione con l’ATP, la WTA e la ITF è stato coinvolto Jamie Baker, che supporterà la nuova direttrice del torneo, Sally Bolton, in veste di Head of Professional Tennis and Tournament Director. Baker, oltre che un ex-tennista (è stato anche N.2 del Regno Unito) è l’ex-responsabile delle Tennis Relations del circolo londinese, e avrà l’incarico di gestire tutte le questione legate al tennis giocato, collaborando fra gli altri anche con Tim Henman, presidente del Professional Tennis Committee.

In coda alle notizie sul futuro, il press release ha annunciato un prolungamento di contratto con Rolex, Jaguar e IBM (fra gli altri), oltre ad un nuovo accordo di sponsorizzazione con Sipsmith, il primo “Official Gin of The Championships”. Si è inoltre sottolineato il grande sforzo fatto dal torneo per sostenere i più bisognosi durante questi mesi, visto che la cucina del torneo ha fornito (e continuerà a fornire fino a Natale) 200 pasti caldi al giorno, mentre la Wimbledon Foundation sta valutando se donare altro denaro a varie associazioni benefiche locali, a rischio chiusura per colpa della pandemia, dopo aver già donato 1,2 milioni di sterline, 750.000 delle quali sono già state distribuite. Il torneo ha anche donato 30.000 asciugamani per il riutilizzo in campo medico e distribuito un prize money di 10 milioni ai 620 giocatori che sarebbero entrati in un tabellone (principale o di qualificazione) per meriti di classifica.

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Wimbledon, la nostalgia dei segni

L’ultima concessione alla nostalgia del Wimbledon 2020 che non c’è stato. E ora appuntamento al 2021

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

NOTA DELLA REDAZIONE – Sarebbe dovuto essere il lunedì dedicato al commento, dopo le due finali di Wimbledon. Invece nulla è stato e nulla sarà fino al prossimo luglio. Con questo breve pensiero, ci congediamo dalla nostalgia e diamo appuntamento al prossimo anno


Cala il sipario su un Wimbledon privo di vincitori e vinti mentre un percettibile ‘down’ reclama la sua parte di mestizia. L’indomani dei tornei è sempre un po’ così: poca realtà tanti ricordi! Sullo stesso tono, il lato etereo degli Championships si trascina ormai da un anno e un altro ancora dovrà attendere prima di tornare in sé. E in un clima ovattato, il lato onirico della faccenda rimanda ad applausi scroscianti ridotti a brusii appena percepiti e a palline gialle senza più rumore. Quindi evoca bianchi soggetti che tra le righe si muovono qua e là con fare felpato mentre tutt’intorno, visi attoniti esprimono stupore per via di un proprio linguaggio.

Un ‘oooh’ breve vale un fastidioso doppio fallo così come un ‘oooohhh’ esteso premia un passante andato a segno. Un ‘ooooooohhhhh‘ infinito rimanda, invece, a un gratuito madornale. Immagini che restituiscono all’immaginario collettivo dissolvenze opache e surreali cullate in un’improbabile nebbia londinese di metà luglio. Un Purgatorio dantesco in cui tutto è fermo ai maledetti match point di un anno prima, buttati alle ortiche da un Federer frettoloso contro un Djiokovic freddo e calcolatore.

Poi tutto si attarda sui fili d’erba! I miliardi del grande centrale offrono dimora a macchie color dell’ocra foriere di una loro verità circa l’evoluzione di questo sport. La più corposa si spande da destra a manca a ridosso di una polverosa baseline e dice che il taglio a 8mm ha spostato il gioco all’indietro favorendo la via dello scambio in luogo dell’attacco puro che, ai tempi, dilungava volentieri il coloraccio verso rete sulla scia di Edberg, Sampras e McEnroe.

Lungo gli out, poi, aloni ristretti rimandano a raccattapalle lesti e sempre all’erta mentre altri più lontani lasciano rimpiangere compassati giudici di linea per i quali ogni chiamata vale un pezzo d’amor proprio. Un viottolo giallastro dai contorni definiti rasenta rapido il giudice di sedia vagheggiando campioni ciondolanti verso una sospirata panca e solerti fisioterapisti al capezzale di eroi più malandati.

In un clima di amarcord degno del miglior Fellini, i Championships 2020 consumano così il loro pizzico di nostalgia, scevri da soverchie pandemie che vorrebbero privarli della guadagnata eternità. Qualcosa svanirà, altro rimarrà: il resto è già attesa! Questo Wimbledon va in archivio così, senza lo straccio di un rumore. Sssssst… tutto tace: luglio 2021 è ancora lontano.

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Focus

Fiabe a Wimbledon: chi sarà l’erede di Federer?

Federer tornerà a Wimbledon forse un’altra volta, per salutare il suo giardino. Nel frattempo è già partita la caccia all’erede

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Roger Federer - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Nell’ideale collettivo, Wimbledon è il torneo temprato a tutto: pioggia, critiche e ogni sorta di imprevisto. Un appuntamento che incurante di tutto va dritto alla meta con il suo seeding prettamente erbivoro – anzi, non più: è stato appena eliminato – concepito talora in barba al ranking, quello vero. Preso in contropiede da un virus sferico malamente spelacchiato, anche il torneo più importante al mondo si è arreso a ragioni di salute pubblica cancellando l’ottimismo che per breve durata ha serpeggiato tra le stanze al dieci di Dowining Street. Senza rinunciare al solito aplomb, il comitato organizzatore ha sorvolato su possibili negoziati con ITF e ATP rimandando ogni cosa al 2021. Con grande eleganza, ha persino deciso di elargire un montepremi compensativo ai giocatori che avrebbero preso parte al torneo per classifica. 

Per quest’anno, dunque, non ci saranno che gli highlights erbivori di cui straripa il web, scegliendo, magari, quelli più evocativi degli abbondanti tre lustri ormai alle spalle. Per apprendere che, tolto qualche estemporaneo finalista, nello stesso periodo lo Slam londinese, più degli altri tre, ha espresso bene l’idea di dominio, quello ristretto al perimetro dei Fab Four. Come se il tennis degli ultimi anni non fosse stata che una questione da dipanare tra quattro anime o poco più. 

E se a giugno prossimo quelli appena oltre gli …enta saranno certamente ai nastri di partenza, l’unico sull’orlo degli …anta potrebbe incappare, invece, negli inconvenienti  dell’età. Si tratta di un re vestito di bianco vicino ad abdicare, seppure ancora felicemente regnante. Insensibile, ormai, a faccende di fredda classifica, Roger Federer sopravvive più arzillo che mai, per la gioia di un popolo sterminato che lo considera unico e irripetibile. Senza impedire, nondimeno, che a un anno dai prossimi Championships il quesito affiori di getto: tornerà col piglio di sempre o gli acciacchi avranno la meglio? Con i marcantoni in giro per il circuito non sarà facile tenere botta.

 

Dunque il pensiero del  ‘dopo’ prende corpo via, via che il tempo scorre impietoso. E anche se otto titoli e quattro finali restituiscono al mondo un fuoriclasse inarrivabile, l’idea della successione serpeggia furtiva insieme all’incognita di un gioco arduo da replicare. Oltre ai naturali successori, ben oltre la trentina, toccherà dunque a un moderno randellatore della Next Gen raccogliere lo scettro o sarà piuttosto un cesellatore a tutto campo, magari un po’ vintage? Dalla nuvola di supposizioni  piove anche qualche certezza: per accedere al cuore della gente, l’erede dovrà comunque avere grande dignità, talento da vendere e portamento regale. Qui non si tratta solo di scalare il ranking ma di bucare il video salvando il tennis dalla noia

Fosse stato Dickens a scrivere il seguito della fiaba, avrebbe fatto del successore un bel giovane dall’infanzia negata, chiamato a grandi privazioni  pur di guadagnare la via del successo. Dalla penna di Perrault, sarebbe, invece uscito il profilo di uno sfigato Pollicino che vive il tennis con tenera furbizia. Meglio avrebbero fatto i fratelli Grimm che, tagliando corto, sarebbero andati dritti a un principe volleatore che risveglia Biancaneve e tutto il resto.  

Di fronte a un tennis ricco di denari ma povero di creatività, gli scribi dell’era moderna ipotizzano pretendenti alla Thiem, Tsitsipas, Zverev. Figure di spicco, per carità, ma forse poco inclini alla nobile magia con cui il monarca ha disegnato traiettorie stellari facendo dei colpi una sfilza infinita di rime baciate. Non dimentichiamo, ad ogni modo, che il terzo giocatore più vincente del torneo in Era Open è ancora in attività e si chiama Novak Djokovic, che condivide il gradino più basso del podio con Bjorn Borg, entrambi a cinque successi. Non si può parlare però di Djokovic come un vero erede, prima di tutto perché il serbo ha vinto durante l’epoca di Federer, e poi perché, pur sei anni più giovane di Federer, è comunque nella fase finale della sua carriera.

Come ricordare, dunque, il passaggio storico di un re tanto amato? A molti basterebbe l’iscrizione in qualche albo d’oro o nella Hall of Fame. Un privilegio non da poco rispetto ai comuni mortali in fila al botteghino, ma poca cosa per quel sovrano che per tante volte ha deliziato l’anima dei 15.000, Windsor inclusi, stipati fianco a fianco nell’atmosfera unica del Centre Court

Non sappiamo come i neonati di oggi che, bontà loro, giocheranno un giorno a tennis, penseranno in futuro a quel re dai modi garbati e amante del bello. Molti ne sentiranno parlare da genitori  rigati da qualche luccicone, altri si getteranno in biografie ricche di minuzie mentre i più curiosi spulceranno filmati su YouTube. Per venire al corrente, che tra vittorie e finali, si narra anche della splendida vittoria del 2009 contro Andy Roddick finita 16-14 al quinto dopo che l’americano aveva fallito un set point d’oro su una facile volée alta di rovescio. O del match clou del 2008 perso con Nadal 9-7 al quinto, giudicato da tutti come il più bello di Wimbledon versione Open. E un po’ di amaro scorrerà per i maledetti 68 game dello scorso anno snocciolati contro un Djokovic irriducibile e finiti male per via di due match point gettati alle ortiche per questioni d’ansia. 

Ma bando alla mestizia, panta rei dice Eraclito, tutto scorre. E poiché le fiabe finiscono sempre per salvare capra e cavoli, l’epilogo migliore potrebbe essere che in futuro, accanto al vincitore in Church Road, troverà spazio il classico tormentone della nonna: ‘Eh, mio caro lei…. se ci fosse stato Lui!’. E quando anche quest’epopea sarà fuggita via, noi contemporanei ripenseremo al King Roger di questi anni come alle ninfee di Monet o ai girasoli di Van Gogh. 

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