Federer-Nadal, riecco la sfida infinita (Scanagatta). Con Federer-Nadal l'erba diventa show (Crivelli, Marcotti, Azzolini, Rossi, Clerici). A Wimbledon è sempre Serena (Crivelli, Semeraro)

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Federer-Nadal, riecco la sfida infinita (Scanagatta). Con Federer-Nadal l’erba diventa show (Crivelli, Marcotti, Azzolini, Rossi, Clerici). A Wimbledon è sempre Serena (Crivelli, Semeraro)

La rassegna stampa del 12 luglio 2019

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Federer-Nadal, riecco la sfida infinita (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

DA 48 ORE imperversa la febbre del ‘Fedal’, cioè la spasmodica attesa per la semifinale di Wimbledon Federer-Nadal, puntata n.40 della telenovela più amata nel microcosmo tennistico la cui prima puntata, girata a Miami andò in onda 15 anni fa (2004). Partì col botto, la vittoria a sorpresa (63 63) del diciottenne Nadal su un Federer (23 anni) considerato ben più attrezzato sul cemento del maiorchino cresciuto sulla terra rossa della sua isola. Era nata la più grande rivalità del terzo millennio, vissuta attraverso 39 sfide quasi tutte memorabili. Fra tutte le tre giocate qui a Wimbledon in tre finali consecutive, 2006, 2007, 2008, le prime due vinte da Roger, la terza da Rafa 9-7 al quinto in quella che per me è una delle più belle partite di sempre. Questa rivalità è ancora viva, vivissima fra due campionissimi di 37 anni e 11 mesi (Roger con i suoi 20 Slam) e 33 e 1 mese (Rata con 18). 70 anni in due, la più vecchia dell’era open. Oggi forse solo in Serbia e in Spagna si dedica qualche attenzione anche a Djokovic-Bautista Agut. Eppure lo spagnolo, alla sua prima semifinale Slam contro il serbo campione in carica con 4 Wimbledon in bacheca (2011, 2014, 2015 e 2018), quest’anno lo ha battuto due volte su due, a Doha e a Miami. Sul centre court le sedie sono 14.789. Le richieste dal mondo? Milioni. Il mercato nero prolifera. Via Internet ci sono offerte autorizzate: per oggi si trovano ancora pochissimi biglietti da 6.380 sterline (7.100 euro) a 9.000 (10.000 euro l’uno). Quello della finale passa da 3.700 sterline a 5000. Nadal conduce nei confronti diretti 25 a 14. Ma si è avvantaggiato non poco di quelli giocati sul “rosso”, a lui molto più favorevoli. Ha vinto 12 Roland Garros, Federer uno. Tre settimane fa Rafa lo ha battuto nettamente. Se l’ultima sfida erbosa fra i due leggendari duellanti risale a 11 anni fa è perché Federer ha sempre preferito preparare i Championships ad Halle (torneo vinto 10 volte), mentre Nadal optava per il Queen’s. O se ne stava a casa infortunato (2009 e 2016). E’ stato anche più cagionevole di salute: non avrebbe perso 2 volte al secondo turno, una al primo e un’altra in ottavi fra il 2012 e il 2015, se fosse stato al 100 per 100. Diversamente da 10 anni fa i bookmakers oggi danno favorito Nadal anche sull’erba: lo pagano 1,72 la posta. Federer 2,10. Saranno i quasi 38 anni a lasciarli perplessi? Il suo tennis sembra ancora straordinario. Forse si dubita sulla tenuta. Ma Rafa non è più un bambino neppure lui. Djokovic ha una quota scoraggiante 1,08, Bautista Agut incoraggiante 7,50. Su www.ubitennis.com l’intervista di Serena Williams dopo il 61 62 (59 m) senza storia alla Strycova. Domani è a caccia del 24mo Slam, record della Court. Halep ha vinto 61 63 (lh e 13m) su Svitolina ma con Serena ha perso 9 volte su 10.

Federer-Nadal, undici anni dopo torna sull’erba la sfida più bella (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Ci sono i concerti. E poi c’è Woodstock. Ci sono le serie tv. E poi c’è Twin Peaks. Ci sono le partite di tennis. E poi c’è Federer contro Nadal. Eventi che diventano simboli iconici della cultura popolare. Un biglietto per la semifinale di oggi, al momento della prevendita, costava 185 sterline (206 euro): adesso, sul secondo mercato, ne vale 7.200 (circa 8000 euro). Quaranta volte di più. Come 40 saranno, alla fine della giornata, i loro confronti diretti, con Rafa per ora avanti 25-14. Ancora loro Un mese fa, sulla terra del Roland Garros, un’altra loro semfinale, non ebbe storia, con il dominio del maiorchino. Ma quella era la casa di Nadal, come questo è il giardino del Maestro. Eppure, sull’erba, si sono affrontati solo tre volte e sempre qui: tutte finali. L’ultima, nel 2008: uno dei match più spettacolari di sempre. Lo vinse Nadal.[…] E se Nole, malgrado le due sconfitte stagionali contro Bautista Agut, l’imbucato alla festa, è nettamente favorito, per i bookmakers il nuovo capitolo del romanzo Fedal è tutto da scrivere, con lo spagnolo leggermente avanti (1.72 a 2.10). Lo dicono anche i numeri: nelle quattro semifinali Slam ha sempre vinto lui e nelle partite tre su cinque il bilancio è 12-4 per il mancino, che ha conquistato 9 sfide su 10 quando si è imposto nel primo set. Comunque vada, faranno la storia. Una volta di più

Con Federer-Nadal l’erba diventa show (Gabriele Marcotti, Il Corriere dello Sport)

Con tuto il rispetto per la solennità della finalissima di domenica, la 40esima sfida tra Roger Federer e Rafael Nadal – fin dalla compilazione del tabellone – è il match più atteso dell’edizione n.133 dei Championships. Già ribattezzata la sfida XL, non perché extra-large, quanto piuttosto perché appunto sarà la quarantesima partita In un paese che custodisce le proprie tradizioni con gelosia, la rinnovata rivalità tra i due tennisti di maggior successo della storia moderna sublima (quasi) lo stesso prestigio di Wimbledon. Un duello iniziato addirittura nel 2004, ormai più di 15 anni fa, sul cemento di Miami, con una sorpresa, la vittoria di un giovanissimo Nadal sull’allora detentore del suo primo titolo all’All England Club. Da allora lo spagnolo – favorito anche dai 16 confronti disputati sulla terra battuta – si è involato, e alla vigilia del quarto match sull’erba di Wimbledon conduce 24 a 15. Anche grazie all’ultima partita, poco più di un mese fa, che metteva in palio l’accesso alla finale del Roland Garros. Un epilogo non certo memorabile come viceversa la finalissima, vinta da Nadal, nel 2008. […] Una battaglia epica lunga quattro ore e 48′, e terminata nel oscurità (all’epoca non c’era ancora il tetto e l’illuminazione). «Sono elettrizzato dall’idea di giocare un’altra volta contro il miglior giocatore sull’erba di sempre – ha commentato Nadal – le vittorie del passato non contano nulla, se non a ricordarmi che dovrò giocare al mio meglio se voglio avere qualche possibilità di vincere e andare in finale. Affrontare Roger è sempre un’emozione unica, soprattutto perché lo ritrovo a distanza di 11 anni da uno dei match che più mi è rimasto nel cuore. Entrambi sono arrivati in semifinale con il vento in poppa. Federer ha smarrito finora due set, Nadal uno solo, ma entrambi hanno vinto i rispettivi quarti con piglio deciso. Sono 206 i vincenti dello svizzero in cinque match (a fronte di 88 errori gratuiti) che lo hanno portato a quota 100 vittorie sui prati di Wimbledon. Altrettanto dominante Nadal, che ha sofferto – a tratti – solo nel secondo turno contro Nick Kyrgios: per lui molti meno vincenti fin qui (109), ma pochissimi errori non forzati (34), a conferma di una regolarità che sfiora l’infallibilità. La storia recente dei match tra i due oscilla come un pendulo. Prima i cinque successi di fila di Nadal, nel biennio 2013-2014, quindi l’acuto di Federer a Basilea (2015) prima dell’exploit del 2017 (quattro successi di fila, compresa la finale thriller di Melbourne). All’ultimo Roland Garros la rivincita di Nadal, preludio al 12° trionfo parigino. «E’ semplicemente bello giocare una volta di più contro – il commento di Federer – significa per prima cosa che siamo ancora competitivi, perché in palio c’è una finale Slam. Ho sempre detto che sono grato a Rafa perché mi ha costretto ad essere un giocatore migliore».

La sfida dei Fedal (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Goat e big Goat. Due capre allo scontro finale… Meglio, due caproni. Pronti ad azzuffarsi a colpi di coma appuntite, come se non ci fosse un domani, e poi tremolanti per i molteplici schianti e frastomati dal mondo che gira intorno come una giostra, di nuovo pronti a dichiararsi “fraterni rivali; o “nemici amici; come hanno sempre fatto. Due numeri uno in lotta anche per il titolo del Più Grande, che vi sia, o vi sia stato, o che per sempre sarà. […] Una rivalità nella piena accezione del termine, sinonimo di concorrenza, competizione, opposizione, lotta, emulazione. In una parola, lo sport. Di nuovo di fronte sull erba, Federer e Nadal. A Wimbledon ancora ricordano quelle finali. Furono tre, di seguito, le prime due per Roger, l’ultima per Rafa. Le ricordano e ne parlano, per i ribaltoni cui dettero vita, gli inseguimenti sul filo del baratro, e le infinite giocate, gli applausi che venivano giù come showers, le premiazioni quasi a notte fonda. Eppure sono lontane, lontanissime, appartengono a un altro decennio, e le avessero giocate altri, si sarebbero già fatte di polvere. Dal 2006 al 2008, l’ultima fu undici anni fa. Poi i due hanno continuato a regnare, dividendosi gli spazi, i tornei, le reciproche zone di influenza, ma sull’erba non si sono più ricongiunti, né a Wimbledon né altrove. Fino all’appuntamento di oggi, al quale sono giunti per strade diverse, ma non cosi comode come lo sono state per Djokovic. Roger ha avuto di seguito Pouille, Berrettini (secondo nella classifica dei servizi più veloci con uno sparo da 228,5 orari, per dire…), infine Nishikori. Ha lasciato due set, ma via via ha trovato quel po’ di forma che andava cercando. Rafa è sembrato invece in una condizione perfetta: l’erba così lenta certo lo mette di buon umore. Ha accompagnato alla porta l’erbivoro polemico Kyrgios, l’erbivoro inconcludente Tsonga, l’erbivoro che non sa di esserlo Querrey. Ha lasciato un set all’australiano, che l’ha costretto anche a due tie break, ma in linea generale ha compiuto uno dei migliori percorsi che gli abbiamo mai visto fare nei Championships. Ci si chiede, piuttosto, quanto siano cambiati i due in undici anni. Erano ragazzi, sono uomini maturi. Hanno perso la verve giovanile, le rincorse brucianti che il fisico concedeva a entrambi, e forse un pizzico di resistenza allo sforzo, com’è normale per uno che va per i 34 e l’altro che lo precede sulla linea dei 38. Sono i numeri due (Rafa) e tre (Roger) del ranking anche se i Championships hanno invertito i moli facendo venire il nervoso a Nadal. E sono uno a 18 Slam l’altro a 20, dunque in piena corsa per stabilire chi, alla fine, ne vincerà di più. Ma quel che sorprende, più dei mille record conquistati, è che sono anche migliorati. Insomma, giocano meglio di una volta. Sono più godibili. Federer per aver recuperato lo stile “verticale” degli inizi, che lo libera degli scambi continui e lo spinge a rete. Un tennis aggressivo, istintivo, bellissimo da vedere. E Nadal per aver dimezzato – anche lui – gli scambi prolungati, per non alterare il difficile equilibrio dei suoi tendini e delle ginocchia. È cresciuto nel servizio, pescando proprio sull’erba le percentuali migliori della carnera: 47 ace finora, dodicesimo nell’apposita classifica, dove Federer figura 17° con 42 centri; l’83 per cento di prime palle tramutate in punti e il 71 per cento di seconde palle, cui Federer risponde con l’82% e il 79%. Sarà una sfida antica, e per alcuni aspetti anche nuova. Roger si dice «eccitato», Rafa «anche di più»… Vale l’approdo alla 31a finale Slam per Roger, la 12a a Wimbledon dove ha vinto 8 titoli. E alla 27a finale per Rafa, la sesta sull’erba, 2 titoli. Ed è il 40°

Federer-Nadal, l’Inghilterra ha già scelto (Paolo Rossi, La Repubblica)

LONDRA — Chi dei due arriverà per primo oggi al match point e, nel silenzio totale del tempio, dove si sente anche il singolo colpo di tosse o lo spillo che cade, godrà dell’esplosione del pubblico? Federer? Oppure Nadal? Una cosa è certa: lo spagnolo nella semifinale di oggi gioca fuori casa. Se il rosso del Roland Garros è di sua proprietà, il verde è da sempre appannaggio dello svizzero. La curva sud, che a Wimbledon poi sarebbe il Royal Box, ha il cuore già impegnato da tempo con Roger. George, primogenito dei duchi di Cambridge, 6 anni il prossimo 22 luglio, ha una grande passione sportiva, il tennis. Dicono che sia nata un paio di anni fa, quando Roger, Mirka e tutti i gemelli, Myla Rose, Charlene Riva, Leo e Lennart furono invitati nella residenza di famiglia a Norfolk. Nacque qui un feeling tra i bambini (il principino George ha la stessa età di Leo e Lennart), e la curiosità di sapere chi fosse quel papà così sportivo. […] Non è dato sapere se, come Berrettini, il piccolo George gli abbia chiesto il costo della lezione. Se non altro ha confermato che i nobili scelgono il tennis, come nella storia e tradizione di questo sport. Ma Federer attrae tutti, non solo i discendenti di sangue blu: il suo ultrà Vip più scalmanato di tutti per lui è noto da tempo, ed è John Bercow, lo Speaker della Camera dei Comuni, l’uomo che pretende “order, order” in parlamento. Non è un tifoso sfegatato: di più. E non da oggi. Famose le sue battute tipo: «La Brexit? Meno male che Federer ha vinto». Oppure: «La cosa migliore della Svizzera? Non è il cioccolato o gli orologi. È Roger Federer!». Una volta, nel 2014, ha perfino confessato di aver mancato dei tornei dal vivo dello svizzero, nel senso che lui puntava al 100 per cento di presenze. Come avrebbe potuto, considerando anche i suoi impegni di lavori, è un bel mistero. Eppure l’altro giorno, mentre lo svizzero lasciava il campo vittorioso contro il francese Pouille e si fermava a firmare autografi, non è stato riconosciuto dal tennista che, nello sbirciare un signore brizzolato con una delle sue t-shirt stilizzate gli urlava a squarciagola: «Roger, tutti noi ti amiamo». Ed era talmente entusiasta che magari deve aver preoccupato Federer e le guardie del corpo. Ma Bercow, ex tennista da giovane, non si è offeso, già proiettato verso il match di oggi dove soffrirà come tutti. Anzi, sarà il capo di tutti gli ultrà.

Roger vai a rete se vuoi frenare il diritto di Rafa (Gianni Clerici, La Repubblica)

Sul match tra Roger e Rafa, che da questo istante chiamerò per nome, e non col cognome dei loro avi, mi hanno interrogato un numero impressionante di persone, alcune delle quali lettori: «Chi vincerà?». Ho cercato di defilarmi dicendo: «A Wimbledon ha vinto due volte Roger e una Nadal» credendo però, per obiettività, di aggiungere «perché l’erba favoriva largamente lo svizzero». A questo punto, ovvia la domanda: «Perché, cos’hanno messo al posto dell’erba?». La risposta non era facile: «E come se su un green di golf, intorno alla buca avessero seminato della gramigna. Prima la palla vi scivolava, si usavano spesso colpi tagliati. Adesso rimbalza quasi come sulla terra». Superata, in modo approssimativo, questa iniziale difficoltà, i curiosi hanno voluto sapere qualcosa di più sulle statistiche. «Sui fondi diversi dall’erba Nadal ha vinto 23 partite e Federer 13» ho risposto, senza che questo, ho sottolineato, valesse più del 10% di un similpronostico. I curiosi hanno insistito. «Ma quali sono le tattiche dei due, e cosa dà più fastidio dell’uno all’altro?». A parte il servizio, che entrambi tentano a giocare slice, Rafa da sinistra, e Roger da tutte e due le parti e spesso piatto al centro, Nadal ha spesso inguaiato Federer con il suo diritto mancino dal centro o dall’angolo destro, un colpo del tutto nuovo che gli ha creato lo zio Toni, che Roger non si trova ad affrontare contro nessun altro». «Ma come può Roger evitarlo?». «Tenendo più che può l’iniziativa, e la palla bassa sul rovescio di Rafa. E andando a rete il più possibile». «Ma Roger si trova male con tutti i mancini, o solo con Nadal ». «Con i mancini esiste sempre un’accentuazione di disagio, per un destro. Ricordo che, nel 2013, Roger venne battuto da un certo Stakhovsky, che non si è mai più sentito ma che ebbe l’ammirazione del sindacato dei giardinieri». […] Non spaventatevi, perché invece, secondo il mio collega Semeraro, è bassissimo il numero di volte in cui Roger ha anticipato un giudizio del cosiddetto Falco, soltanto il 13% delle volte, mentre Rafa arriva al 75%. Si dovrebbe chiedere il perché a un oculista, o a uno psichiatra. In fondo, per riparlare di età avanzata, Roger a 37 anni e 310 giorni non è il più vecchio dei campioni dell’era Open perché Ken Rosewall di una cui cartolina mi sto servendo quale segnalibri, era stato il più vecchio a giocare le semi di Wimbledon 74, a 39 anni e 240, forse 250 giorni. Scusatemi ma non so contare, e non so nemmeno di dirvi chi vincerà.

Serenità Williams. “Il record di Slam? Non fa differenza” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Provaci ancora, Serena. […] Il 24° Slam conquistato nel tempio rappresenterebbe l’apoteosi per la Williams minore, forse il solo sigillo che manca sulla strada per diventare la più forte giocatrice di sempre. Grande carriera Ci è già passata due volte, Serena, e sono state delusioni tremende. Proprio a Wimbledon, un anno fa, perse dalla Kerber, poi agli Us Open si arrese alla Osaka nel giorno più brutto della carriera, quello degli insulti all’arbitro Ramos, della sceneggiata in mondovisione, dei nervi saltati a tal punto da dover ricorrere, nei mesi successivi, all’aiuto di uno psicologo per recuperare il giusto feeling con le proprie emozioni. Tonfi che segnano, e che invitano al basso profilo adesso che l’opportunità si ripresenta, forse più risplendente che mai: «Non mi curo del 24, del 23 o del 25, l’unica cosa che conta è uscire là fuori e dare tutto quel che ho dentro. Alla fine, avrò avuto comunque una grande carriera» . Tornare giovane Non vince un torneo da due anni e sette mesi, Serena, dagli Australian Open 2017 conquistati con la piccola Alexis Olympia nel grembo ma senza sapere ancora di essere incinta. A 37 anni e 291 giorni, diventa la più vecchia finalista di sempre in un Major, meglio di Martina Navratilova, però il suo cammino a Church Road ha mostrato una giocatrice sicuramente molto più centrata fisicamente di quella che aveva giocato appena 12 partite in stagione e decisamente più in fiducia. Nella semifinale contro la sorpresa Strycova, al solito non concede nulla al servizio (appena 3 punti con la prima) e resta costantemente un metro dentro il campo, non consentendo all’avversaria di trovare gli angoli per spostarla. Qualità che serviranno anche contro la Halep in finale, avversaria più tosta, talentuosa e tatticamente intelligente della ceca, ma con la quale è avanti 9-1 nei precedenti: «Sono molto calma – ammette la Williams – e rispetto a alle due finali che ho giocato l’anno scorso sono in una posizione diversa. Alzandomi al mattino ho pensato al primo Wimbledon che vinsi qui nel 2002, ho cercato di tornare giovane e di calarmi di nuovo in quelle emozioni. Cominciai quella partita (contro la sorella Venus, ndr) con un ace. Ero davvero tranquilla». La dedica Secondo coach Mouratoglou, Serena non è mai stata così in equilibrio da quando è tornata: «Finalmente non ha più dolore, qui vive in una casa con il marito e la figlia e da tre settimane si allena con grande intensità. Per me il problema dei 24 Slam non si pone, può prendersene ancora altri tre o quattro». Trionfare a Wimbledon, però, diventando la quarta mamma vincitrice di Slam (Court, Goolagong e Cljisters le altre) e uguagliare finalmente il primato dei Major, toglierebbe un’ombra per riportare il sole. Con una dedica speciale: «Mi chiedete se penserò a mia figlia, oppure a tutte le madri lavoratrici, o ancora a Meghan Markle (la moglie del principe Hany, ndr) che resta una mia cara amica. Intanto, sono contenta di essermi regalata un’altra esperienza memorabile, ma credo che giocherò la finale solo per me stessa. E per quelli che un mese fa avevano detto che non sarei mai più arrivata a questo punto». Gli artigli della pantera non graffiano solo in campo.

A Wimbledon è sempre Serena. E ora vuole il primo titolo da mamma (Stefano Semeraro, La Stampa)

Serena Williams, una e centomila. «Stamattina mi sono vegliata e ho pensato alla prima volta che vinsi qui, contro Venus. Ero così calma. Le cose sono diverse quando sei giovane. Ho provato a rimettermi dentro la Serena di allora. A ritrovare la mentalità vincente». Sono passati 17 anni, la Pantera è di nuovo in finale a Wimbledon. L’11a. Ne ha vinte 7, come Steffi Graf. Solo Helen Wills Moody (8) e Martina Navratilova (9) hanno fatto meglio: per ora. L’anno scorso perse contro la Kerber, domani le tocca Simona Halep. «Una piccola centrale elettrica», un’altra ex numero 1. La più anziana nell’era Slam In semifinale ha azzannato l’intrusa Strycova in 59′, 6-1 6-2: la crudeltà di Madre Natura, un documentario del National Geographic. Il benedetto 24° Slam, quello del record di Margaret Court che insegue da sempre, soprattutto dagli Australian Open 2017 – l’ultimo torneo che ha vinto, quando già era incinta – è li, pronto sull’erba. Per chi lo vuoi vincere, mamma Serena? Per la tua amica principessa Meghan Markle («non potrei avere un’amica migliore»), per tua figlia Alexis Olympia («Oddio, l’anno scorso aveva solo 10 mesi…»), per i tifosi, per le mamme lavoratrici d’America, di cui sei (vorresti essere) insieme il sindacato e l’eroina? «Forse stavolta voglio vincere per me stessa. E per chi un mese fa non credeva che sarei arrivata fin qui». […] Le unghie smaltate di bianco, la tutina con i mezzi guanti in conferenza stampa, le pajettes sul baffo della Nike. «Ho ricominciato a usare le mie gambe, a ritrovare il mio servizio. E in doppio con Murray ho messo a posto le volée». A 37 anni e 291 giorni è la più anziana finalista di uno Slam nell’era Open («ma con la scienza di oggi Jordan giocherebbe ancora a basket») può diventare la quarta mamma a vincerne uno dopo Court, Goolagong e Clijsters. «È una sensazione strana. Invece di non avere nulla da perdere sento di avere qualcosa da perdere. O forse nulla. Insomma, mi sento divisa». Dopo la lite degli Us Open con l’arbitro Ramos è andata in analisi, scritto una lettera di scusa a Naomi Osaka, ma è ancora convinta di avere subito un’ingiustizia («pensate a cosa devono subire le donne»). Il tempo di riparare il torto, di riscrivere la storia, è arrivato. Come Serena, c’è solo Serena. A proposito di storia, oggi (dopo Djokovic-Bautista Agut delle 14) c’è il 40° Federer-Nadal, primo a Wimbledon a 11 anni dall’epica finale 2008. Nadal è in vantaggio 24-15 nei precedenti.

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Troppo Nadal, Sonego travolto (Crivelli, Giammò, Azzolini). Il futuro è adesso (Bertolucci)

La rassegna stampa di domenica 3 luglio 2022

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Nadal con il trucchetto si lamenta per le urla (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il veleno arriva in coda a una partita fin lì senza pathos, dominata con imperiosa autorevolezza da Nadal senza concedere il minimo appiglio tecnico a un Sonego impotente. Ma alle 20.20 locali, con la luce naturale declinante, si decide di chiudere il tetto e di illuminare artificialmente il Centrale. Rafa è avanti di due set e di un break (4-2) e aspetta solo di celebrare la fine dell’ennesimo rito vincente, anche se avrebbe voluto continuare senza l’intoppo della sosta forzata. E infatti la pausa, durata in tutto venti minuti (il tetto è pronto in 10 ma non viene azionato subito, e completata l’operazione i giocatori fanno di nuovo il riscaldamento) raffredda gli ardori dello spagnolo, che nell’ottavo game perde per la prima volta il servizio e rimette in corsa Sonego. È li che, con un pizzico d’astuzia e il peso del blasone, Nadal chiama a rete l’avversario e, peraltro in toni civilissimi, si lamenta delle sue urla mentre gli scambi sono ancora In corso. Sonego, stranito, lancia sguardi di sorpresa verso l’arbitro francese Dumusois, chiede conforto e spiegazioni che non arrivano. A ogni modo, con il turno di servizio per salire 5-4, Lorenzo si incarta e perde la battuta, consegnandosi così alla sconfitta. Al momento del saluto finale, un lungo ma sereno conciliabolo tra i due servirà a ristabilire la pace. A mente fredda, però, l’italiano continuerà a ritenere un piccolo sopruso il gesto di Nadal: «Può succedere nei tornei di terza categoria o tra veterani ma non a questi livelli. Doveva rivolgersi all’arbitro, non chiamarmi a rete, anche se lo ha fatto con educazione. E poi è vero che grido in campo, ma lo faccio sempre e soltanto dopo aver ottenuto II punto. Certamente l’episodio in quel momento mi ha condizionato, alla fine mi ha chiesto scusa e ci siamo chiariti. Sulla partita, c’è poco da dire: nei primi due set è stato fenomenale, ha disinnescato tutte le mie armi». Rafa, come sempre sfiora la perfezione quando l’ostacolo richiede di alzare il livello: «La mia miglior partita del torneo contro l’avversario che aveva le caratteristiche più adatte per mettermi in difficoltà sull’erba. Non c’è stata malizia quando mi sono rivolto a lui, lo dico dal profondo del cuore. Se si è sentito offeso gli chiedo davvero scusa, ma non l’ho fatto con animo cattivo. Gli auguro di proseguire la stagione alla grande». […]

Troppo Nadal, Sonego travolto (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

 

E’ della Spagna il primo punto del doppio confronto con l’Italia che oggi vivrà il suo secondo atto con la sfida tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. Troppo forte Rafa Nadal per Lorenzo Sonego, una vittoria mai in discussione, quella del maiorchino, che ne rilancia la candidatura tra i favoriti di questo Slam confermando anche la bontà della terapia a cui ha sottoposto il suo piede malandato dopo il Roland Garros. La testa di serie n.2 ha impiegato poco più di un’ora per portarsi sul 2-4 in un crescendo di colpi e soluzioni che non lasciavano trasparire alcun indizio circa le precarie condizioni fisiche con cui ha dovuto fare i conti in questa prima metà di stagione. Se l’anno scorso la sconfitta per Sonego aveva in sé il suono riconciliante del ‘puf…puf… puf’ del tennis di Federer, quest’anno i colpi usciti dalla racchetta dello spagnolo hanno risuonato per lui su quello stesso campo come i rintocchi di un’inesorabile sentenza. A ritardarne l’esecuzione non poteva bastare l’ottimismo con cui l’italiano si era calato nel match («l’erba è la superficie migliore per provare a batterlo»), occorreva anche altro: una strategia, poca propensione all’errore e la capacità di mantenere il suo gioco su standard più elevati rispetto alle sue ultime uscite. Al contrario, fin dalle prime battute, Nadal ha cominciato a macinare gioco tessendo una tela che in breve ha finito col soffocare il piemontese. A Sonego va dato almeno merito di non aver alzato bandiera bianca. Ma la lezione è di quelle severe, perché era da tempo che non assistevamo a un Sonego così impotente di fronte al tennis altrui, lui che sempre con tempra e coraggio era riuscito a colmare le iniziali distanze che lo separavano da avversari dal ranking migliore. Per quanto severa pero non cancella quanto di buono fatto dall’azzurro durante il torneo, autore di due vittorie diverse tra loro ma altrettanto convincenti per conduzione e caratura degli avversari. Farne tesoro sarà adesso importante per calibrare bene i prossimi step, magari ripensando e ripartendo da quell’ottavo game del terzo set in cui Sonego è riuscito a strappare a zero il servizio al suo avversario. In nessun altro sport le cose possono cambiare così in fretta come nel tennis, e anche se Nadal si è dimostrato ancora una volta impermeabile a crisi di questo tipo restituendo subito il break, quel po’ di nervosismo da lui tradito per l’unico passaggio a vuoto che ha concesso all’azzurro l’unico break della partita E qui le proteste di Nadal. Il maiorchino si è lamentato prima con l’arbitro quindi con lo stesso Sonego, “convocato” a rete, per rimproverargli un grido di troppo durante lo scambio. Un siparietto che si è ripetuto al termine del match (6-1 6-2 6-4), con il torinese visibilmente contrariato e lo spagnolo con un altrettanto visibile piglio da maestro. «Mi dispiace moltissimo se gli ho dato fastidio – ha poi dichiarato lo spagnolo a fine match – volevo dirgli qualcosa e volevo farlo in modo gentile e mi dispiace tantissimo che ci sia rimasto male» . […]

Duellanti ai ferri corti (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Esiste un linguaggio dei campioni. Lorenzo Sonego ne era al comente, lo aveva già sperimentato con Federer, proprio sullo stesso Centre Court un anno fa. E pure con Djokovic che una volta ha battuto a Vienna e un’altra, in una notte romana, ha spinto fino al terzo set. E’ una lingua composta quasi esclusivamente da segnali, da articolazioni fonetiche, assai semplificate, il più delle volle gutturali. La domanda utile, per inoltrarsi nella lingua dei Rafa e dei Roger è la seguente: che cosa c’è sotto? Normalmente, la risposta è opposta al divenire dei fatti. L’esempio è facile trarlo dallo stesso match di ieri tra Nadal e Sonego, su un Centre Court ormai spelacchiato a metà. Mi sta tritando, è la domanda che inevitabilmente Sonego è stato indotto a porsi, dopo i primi due set che sulla propria autostima hanno avuto l’effetto di uno tsunami… Gli sto antipatico? No. Nessuna antipatia. Sono un bocconcino troppo comodo per lui? No, anche in questo caso. E allora? Mi teme? No, ci mancherebbe altro. Rafa non teme nessuna Ma la risposta è già più appropriata. L’urgenza di Nadal nel condurre così rapidamente la propria azione di smantellamento dei capisaldi del tennis di Sonny, nasce dalla buona considerazione che lo spagnolo ha del nostro. Ha ritenuto questo match tra quelli difficili nella fase iniziale del torneo. E lo ha detto a fine partita nell’intervista in campo. E ha scelto di giocare al massimo della sue attuali possibilità. Il risultato è quello che si è visto, ormai agli atti. In tutti e tre i set, Rafa ha fatto il break alla prima occasione. Match non c’è stato, sebbene Sonego uscito dal frullatore dei primi due set, abbia tenuto il campo (e gli scambi con Rafa) in modo più adeguato. Nel terzo il punteggio è stato sempre più vicino, e dopo lo stop di una ventina di minuti dovuto alla chiusura del tetto, per poter accendere le luci e trasformare il match in una notturna (una richiesta che Lore aveva già rivolto in più occasioni all’arbitro), Sonego ha avuto modo di ottenere l’unico break del suo incontro e pareggiare quello di Rafa, riportando il punte o sul 4 pari. E’ stato alla fine di quel game che Rafa ha organizzato un insolito cazziatone pubblico a Sonny. Lo ha chiamato a rete per chiedergli di smetterla con i suoi grunt. Conclusione mesta del match. In tutti i sensi. Subìto il break Rafa se l’è subito ripreso e la partita è finita lì. Ma le incomprensioni non fanno bene al tennis, vanno chiarite subito. «Voglio andare subito da lui per spiegarmi», spiega infatti Rafa. «Io gli ho posto un problema, ma ho cercato di farlo senza animosità alcuna. Mi dispiacerebbe se lui l’avesse presa male. Il suo grunting, sul campo, è molto forte, vivace e a tetto chiuso rimbomba ovunque. Gliel’ho detto, proprio perché era una situazione insolita». […]

Il futuro è adesso (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Se guardiamo all’età, nell’ottavo di oggi si affronteranno due sbarbatelli: 40 anni e 29 giorni in coppia. Nella seconda settimana di Wimbledon, bisogna risalire all’edizione del 1985 per trovare una partita con protagonisti più giovani nella somma degli anni: quarto di finale tra Becker e Leconte, 39 anni e sette mesi. Tuttavia, se guardiamo all’aspetto tennistico, quella tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz è la sfida tra i futuri dominatori del ranking mondiale. L’erba è ostica e richiede esperienza. Entrambi, prima di questo Wimbledon, avevano maturato pochissima esperienza sull’erba: Alcaraz ci aveva giocato due partite con una vittoria e una sconfitta, Sinner quattro senza mai ottenere un successo. I prati necessitano di tempo prima di dare confidenza, ma la forza di entrambi è che posseggono l’intelligenza e la struttura tecnica per imparare in fretta. Forse non sarà mai la loro superficie preferita, ma la capacità di adattamento, l’equilibrio tra tutti gli aspetti del gioco e la velocità di apprendimento lasciano ben sperare. E poi, alla quarta partita, i campi sono sicuramente più lenti: aspettiamoci dunque una partita più vicina ai canoni della terra. Aggressione da fondo, continuità nel pressing. Jannik secondo me non parte favorito, visti i precedenti e le caratteristiche tecniche dell’avversario. Inutile cercare di impostare la partita su una diagonale piuttosto che sull’altra. Al centro dell’attenzione metterei però la capacità di condurre le danze senza dover arretrare. Un pressing asfissiante lontano dal tennis percentuale potrebbe rivelarsi un fattore decisivo. La sfida contro Isner, per Sinner, è stata giocata a cento all’ora ma su pochi scambi; oggi, invece, il nostro dovrà essere in grado di mantenere la stessa velocità per un intervallo di tempo ben più superiore. Le altre armi, servizio e risposta, cambiano gli equilibri. Se la strategia è chiara, essa tuttavia va realizzata attraverso due armi fondamentali: la percentuale del servizio e la qualità della risposta. Un alto numero di prime, e l’abilità di leggere le traiettorie della battuta altrui rimettendo in gioco il maggior numero di palle, sarà alla base del successo tanto per l’azzurro quanto per lo spagnolo, perché consentirà di prendere in mano lo scambio, dettando ritmi e velocità sottraendosi all’immediata aggressione dell’avversario. […] La sfida contro un torello come Alcaraz rappresenta un test probante anche per valutare I progressi di Sinner sotto il profilo della resistenza. La testa. Sono simili: solidi e determinati. Su una cosa tutti gli esperti concordano: per mentalità, Sinner e Alcaraz sono decisamente i più forti giocatori della loro generazione. La loro testa, cioè, è già resettata per tutti i dettagli che devono formare un campione: malgrado la giovane età, sono professionisti che ragionano per l’obiettivo massimo, e questa determinazione si riverbera già sulla preparazione. Jannik e Carlos affrontano senza battere ciglio allenamenti da supermen, consapevoli che solo attraverso il sudore e il sacrificio si ottengono quel miglioramenti che servono a ottenere in campo i risultati desiderati. Sinner ci aggiunge un’altra qualità straordinaria: quando si trova di fronte a circostanze avverse, con le spalle al muro, in bilico sullo strapiombo riesce, nonostante tutto e contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà e a superarle in virtù di un cuore e un cervello da campione. Sorprende per la capacità di sopportare lo stress e la pressione senza abbattersi e addirittura è capace di reagire di fronte alle avversità. È in grado di prendere decisioni risolutive in pochi istanti con la naturalezza di un giocatore esperto e navigato. Possiede il «rifiuto della sconfitta», una dote che lo accomuna senz’altro all’avversario odierno: Alcaraz ormai ha dimostrato ampiamente di non soffrire la pressione ed anzi si esalta nel clima da battaglia e di fronte ai rivali più forti, senza venirne soggiogato dal blasone. Ecco perché la sfida di oggi è l’anticipazione di una rivalità destinata a cambiare il destino del tennis del futuro.

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Sonego e Sinner speranze azzurre (Crivelli). Sonego si regala un giorno con Nadal (Giammò). Sonego torna a essere Sonego (Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 1 luglio 2022

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Sonego e Sinner speranze azzurre (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Se Wimbledon è il paradiso, come lo ha definito Sinner ammirato dalla perfezione di ogni dettaglio, le chiavi per accedervi richiedono giustamente la celebrazione di cerimonie sovrannaturali. Perso per Covid Berrettini, che aspirava decisamente ad ascendere al cielo, l’Italia del tennis, mai così poco rappresentata al terzo turno dal 2013, si aggrappa al fattore S, quello di Sonego e Sinner; ma l’ammissione alla visione celeste della seconda settimana richiede di passare attraverso esami terribili contro Nadal e Isner, cioè il vincitore di 22 Slam, tra cui due su questi prati nel 2008 e nel 2010, e il gigante americano redivivo capace di servire 90 ace in 50 turni di servizio, che significa in pratica partire quasi da 30-0 a ogni game di battuta: sull’erba, un’arma più che letale. Lollo si guadagna i galloni dell’affascinante sfida di domani con Rafa, probabilmente il Centrale, sul quale era stato sconfitto da Federer un anno fa, grazie alla miglior partita dell’anno, con la mortifera combinazione servizio-dritto a scardinare i tagli mancini del francese Gaston. Così, dopo aver affrontato due volte il Maestro di Basilea e due volte Djokovic, Sonego ha l’onore di incrociare la terza persona della trinità, che sta coltivando sotto traccia sogni di Grande Slam: «Fisicamente credo che Nadal stia bene, perché quest’anno i tornei importanti che ha giocato li ha vinti tutti, anche se magari sull’erba fa più fatica rispetto alla terra e al cemento. Le mie armi per batterlo sono sicuramente il servizio e il dritto. Non dovrò assolutamente giocare sulla difensiva, ma attaccare e rischiare. La palla qui salta meno e di solito rimane all’altezza del fianco: Rafa cercherà di farmi giocare tanti rovesci e dovrò fare in modo che i miei colpi siano profondi e veloci. L’evoluzione del mio tennis mi ha portato a cercare di fare il punto invece di attendere. Sono nato per difendermi, ma ora gioco per attaccare. Aspettare, a questi livelli, non paga mai». Lorenzo alla carica: contro i big ha sempre trovato motivazioni ed energie supplementari. Certo, la strada per un viaggio agli ottavi resta impervia, per lui e anche per Jannik, che tuttavia la sta percorrendo con la consapevolezza di una crescita graduale su una superficie ancora da digerire. Il test di oggi pomeriggio contro i due metri e otto di Isner e i suoi traccianti record al servizio (con una prima a 253km/h detiene il primato nella classifica riconosciuta dall’Atp), è il primo vero step di apprendimento per un ragazzo che sull’erba non aveva mai vinto una partita Atp fino a lunedì: «Non ho cambiato la mia routine della vigilia – racconta davanti a un caffé – perché sono abituato a concentrarmi sul mio gioco: so che devo tenere lo scambio io e non dargli occasioni sul mio servizio. Lui ha la miglior battuta del circuito, dovrò provare a leggere le traiettorie e poi sarà fondamentale l’aspetto mentale, perché non mi darà ritmo e dovrò abituarmi in fretta anche a una partita sporca, magari brutta. Dovrò avere un equilibrio perfetto in campo». […]

Sonego si regala un giorno con Nadal (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

 

Dopo Jannik Sinner impegnato oggi contro John Isner, l’Italia porta un altro uomo al terzo turno di Wimbledon. Merito di Lorenzo Sonego, che ieri in tre set (7-6(6), 6-4, 6-4) si è disfatto di Hugo Gaston al termine di una partita combattuta all’inizio e progressivamente risoltasi in suo favore. Partite ricche di insidie, quelle contro avversari simili. Sonego è giocatore che continua a dimostrarsi in crescita proprio perché in crescita sono ormai le sue prestazioni in match come quello di ieri. Giocare al meglio dei cinque set è condizione poi che ben si accorda a uno spirito che non conosce arrendevolezza e che sembra ricavare sempre più fiducia da risultati simili. Ieri il francese, intuita la consistenza del suo avversario nello scambio prolungato, ha provato a cambiare ritmo affidandosi a diverse smorzate che Sonego non solo è riuscito a disinnescare, ma da cui ha saputo anche innescare i suoi contrattacchi, tra lo stupore del pubblico presente. Adesso per Sonego il premio per il terzo turno sarà una sfida contro Nadal, lui che l’anno scorso aveva salutato il torneo sul Centrale perdendo da Federer. E non poteva esserci avversario migliore per tornare a specchiarsi su quel campo: crescita, progressi, solidità. Un anno dopo Rafa ci dirà quanta strada è stata fatta. «Dovesse essere Nadal? – ha scherzato Sonego a fine match – beh, lui è uno che ha vinto qualcosa ma forse l’erba è la superficie migliore per incontrarlo. Difendersi qui non conviene a nessuno e dovrei provare a essere aggressivo sia col servizio che col dritto. […] L’evoluzione del mio gioco è arrivata quando ho capito di poter contare su due armi come servizio e dritto e che dovevo andare a cercami il punto. A questo livello non si può aspettare».

Sonego torna a essere Sonego (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Un bel tweener non si nega a nessuno. Palla tra le gambe e via, fronte-retro, spalle alla rete in assetto di corsa come insegnò Vilas (ora lo chiamavano Gran Willy), o in demi volée, alla Kyrgios. E alla Gaston, íl francese meno fortunato dell’originale disneyano che Sonego ha attratto nel Palio dei Tweener, e si è fatto cogliere impreparato e un bel po’ balbettante sulla chiusura in volée del torinese. Metà primo set di una giornata che Gipo Arbino definisce la migliore del suo Lorenzo da lungo tempo a questa parte. «Finalmente in palla su tutti i colpi, in pace con se stesso e propositivo come voglio io». Tre set vista Rafa cui Sonny è felicemente arrivato nel momento migliore della sua stagione, quello in cui si sta ritrovando dopo infiniti alti e bassi. Pronto a regalare un tweener anche a Rafa. «Sarò propositivo. E’ vero, nasco difensore; da bimbetto lo ero a pieno titolo. Ma ho lavorato tantissimo per diventare più aggressivo. E propositivo, appunto. II tennis di oggi è così, e se non giochi per fare il punto, non arrivi da alcuna parte». Concetto ripreso e perfezionato da coach Arbino, che si dichiara grande appassionato di tutti coloro che non avevano le carte in regola per confrontarsi con i superatleti di oggi, ma non hanno rinunciato a essere aggressivi. «Guardateli, gente come Schwartzman, o anche Ruud, che certo non hanno i centimetri. Saltano sulla palla e la colpiscono come se non ci fosse un domani. Io li ammiro». Con Sonego è stato utile aspettare, la crescita ha portato i centimetri che servivano. «Ma convincerlo a lasciare le amate barricate difensive, è stato un lavoro lungo, insieme di convincimento e di pungolo». […]

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Berrettini, che sfortuna (Crivelli). Berrettini esemplare (Azzolini). Berrettini Covid, Wimbledon trema (Giammò). Orgoglio e fatica. Serena cede ai suoi 40 anni (Crivelli)

La rassegna stampa di mercoledì 29 giugno 2022

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Berrettini, che sfortuna (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Fuori prima ancora di scendere in campo. Le ambizioni che vanno in frantumi, le altissime aspettative personali ridotte in cenere da quel fuoco subdolo che si chiama Covid. Pensavamo fosse un incubo ormai lontano, e invece si è insinuato di nuovo, pesantemente tra di noi. Berrettini non giocherà a Wimbledon: un tampone positivo effettuato ieri mattina lo priva della possibilità di difendere la finale dell’anno scorso e soprattutto di andare oltre quel risultato, provando a vincere come gli pronosticavano tutti i bookmakers appena dietro il campione in carica Djokovic, che eventualmente avrebbe ritrovato all’ultimo atto, per una rivincita attesissima e scintillante. E così Matteo piomba di nuovo nel baratro apparentemente senza fondo del guai di salute che dal gennaio 2021, dal ritiro agli Australian Open prima degli ottavi con Tsitsipas a causa di uno strappo addominale, allungano ombre sulla sua carriera. Il conto con la sfortuna, adesso, comincia a farsi pesantissimo e se è vero che l’allievo di Santopadre è sempre uscito più forte dalle pause forzate, questa mazzata richiederà energie mentali supplementari per essere metabolizzata. Berrettini avrebbe dovuto scendere in campo alle 13 locali, le 14 Italiane, contro Garin. Il cielo minaccia pioggia, ma il Campo 1 ha íl tetto e dunque il match non può correre rischi. Solo che in agguato c’è un’altra tempesta. Attorno alle 11, infatti, prima ancora che il torneo emetta un comunicato ufficiale, è il profilo Instagram di Matteo a condividere con il mondo la ferale notizia: «Mi si spezza il cuore di dover annunciare il mio ritiro da Wimbledon a causa di un risultato positivo a un test per il COVID-19. Ho avuto un po’ di febbre e mi sono isolato nel corso degli ultimi giorni. Nonostante la mancanza di sintomi gravi, ho deciso di fare un altro test questa mattina (Ieri, ndr) per la salute e la sicurezza del miei colleghi e di tutti quelli coinvolti nel torneo. Non ho parole per descrivere quanto sono deluso. Per quest’anno íl sogno è svanito, ma tornerò ancora più forte. Grazie per il vostro supporto». Qualche minuto dopo, una scarna email degli organizzatori conferma il ritiro, aggiungendo che il suo posto verrà preso dal lucky loser svedese Elias Ymer. Nel frattempo, il tam tam dei social amplifica l’enorme delusione di milioni di appassionati, mentre alcuni segnali dei giorni precedenti diventano più decifrabili. Ad esempio, la mancata conferenza stampa pre torneo di Berrettini, incomprensibile per un finalista uscente, o ancora, i continui aggiornamenti del suo programma di allenamento fino alla definitiva cancellazione di domenica e lunedl. Peraltro, rimettendosi alle linee guida sul Covid del torneo, Matteo non era obbligato ad effettuare il tampone, nemmeno in presenza di sintomi. Cioè, avrebbe potuto tacere e giocare ugualmente, ma per senso di responsabilità ha optato per il test. La sua positività, come quella dell’altro ex finalista (nel 2017) Cilic, annundata lunedì, ha Improvvisamente fatto ripiombare íl torneo nei gorghi drammatici del terrore che íl virus possa stravolgere il tabellone: giovedì scorso, Berrettini e il croato si erano allenati sul Centrale rispettivamente con Nadal e con Djokovic, condividendone per un pomeriggio lo stesso spogliatolo. Significa perciò che in questo momento le prime due teste di serie del torneo sono contatti stretti di positivi, anche se in assenza della bolla è una situazione senza conseguenze immediate; e Infatti ieri lo spagnolo ha giocato il suo primo match, mentre il Djoker si è allenato tranquillamente con Sinner. Ma non c’è dubbio che l’esplosione di casi cui si sta assistendo sia seguita con una certa preoccupazione, anche se al momento gli organizzatori hanno riferito che non d saranno cambiamenti nel protocollo.

Berrettini esemplare (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Matteo si fa da parte. Ha il Covid. E lo dice. Anzi, si scusa. Lo fa tramite lnstagram. Voleva fosse il suo Wimbledon, lo lascia ad altri senza colpo ferire. Ha giusto un po’ di temperatura. Dicono che in quest’ultima versione quattro giorni di febbre siano assicurati, anche per i campioni del tennis. Lui, Matteo Berrettini, campione lo è per certo, e anche tessera ad honorem di correttezza. E di sfiga. Non basta… Da ieri il circo del tennis gli attribuisce anche la patente di “eroe fesso”. E questa, se permettete, merita una breve indagine. Eroe sembra un po’ troppo, chiediamo in giro, ma addirittura fesso è quasi inspiegabile. Tra le risposte ricevute, ne scegliamo una di un amico manager che chiede l’anonimato. Intervista autentica, se vi va di crederlo, al cento per cento. Dice l’amico: «Sì, un fesso da ammirare. Sembra strano, vero? Be, guardatevi intorno…», ci dice mostrandoci la lieta bagarre di saluti e sorrisi che si agita sulla terrazza riservata a giocatori e familiari, accesso consentito a un ristretto numero di giornalisti. «Ecco, di tutti i giocatori che vedete, le giocatrici, i loro accompagnatori, la metà ha il Covid. Ma non lo dicono. Tutti, esclusi Berrettini e Ciic, gli unici che si siano ritirati, sono pronti a giocare. Se va bene, tornano in campo dopo due giorni sperando che il Covid sia passato, se va male, diranno di avere una bua da qualche parte, e chi s’è visto s’è visto». La nostra espressione incredula, da un lato, e il subitaneo ricorso alla mascherina, dall’altro, ci costano un bel po’ di prese per i fondelli. «Tenete conto che Matteo, facendosi da parte, rinuncia a un premio intorno alle 100 mila sterline fra primo e secondo turno. Parliamo di 140 mila euro». Dunque, eroico? «Bé, Matteo ha preso una decisione per non creare problemi agli altri giocatori, una decisione che la gran parte non avrebbe preso. Ha carattere, non si tira indietro, paga di persona. Che volete di più? Eroico e fesso. Come si vede…». «Ai tennisti – racconta Jasmine Paolini – hanno detto di fare come se la sentivano». Senza regole, insomma. Allo stesso Benettini hanno detto che se avesse voluto giocane, nessuno si sarebbe opposto. L’ha fatto lui, anche per gli altri, Ha preferito non essere causa di problemi per nessuno. Ora il governo inglese è in agitazione e c’è chi chiede che si torni all’ufficialità dei tamponi. E il torneo si preoccupa per Djokovic (che si è allenato con Cilic, il primo a ritírarsi) e per Nadal, partner – guarda un po’ – proprio di Matteo. Resta la sfiga. E quella prima o poi dovrà pur finire.

Berrettini Covid, Wimbledon trema (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

Proprio nel giorno del suo debutto. Per di più nel torneo che l’anno scorso lo vide finalista e che stavolta avrebbe affrontato con legittime ambizioni di vittoria, Il Covid non poteva scegliere momento meno opportuno per mettere fine ai sogni inglesi di Matteo Berrettini, risultato positivo ieri mattina a un tampone e per questo costretto a ritirarsi dal tabellone di Wimbledon. A darne l’annuncio è stato lo stesso azzurro dai suoi profili social: «E’ col cuore spezzato – si legge nel suo post – che sono costretto a ritirarmi da Wimbledon a causa di un tampone risultato positivo. Ho avuto alcuni sintomi influenzali e sono rimasto in autoisolamento negli ultimi giorni. Nonostante i sintomi fossero lievi ho deciso che fosse importante sottopormi a un altro test stamattina (ieri, ndr) per salvaguardare la salute dei miei colleghi e di tutte le persone coinvolte nel torneo. Non ho parole per descrivere quanta io sia dispiaciuto. Per quest’anno il sogno finisce qui, ma tornerò ancora più forte. Grazie a tutti per il vostro sostegno». Vittorioso al Queen’s lo scorso 19 giugno e allenatosi con Rafa Nadal (che ieri ha giocato e vinto) sul Centrale giovedì 23, il contagio dovrebbe esser avvenuto nei giorni successivi: domenica infatti Berrettini aveva cancellato la sua sessione di allenamento e la conferenza stampa che aveva in programma. L’amarezza è tanta, così come la sfortuna che questa stagione sembra perseguitare Berrettini. Se nelle occasioni precedenti Berrettini aveva sempre dato prova di caparbietà, l’italiano questa volta ha dimostrato anche grande responsabilità. I protocolli anti Covid a Wimbledon quest’anno sono infatti assai laschi e tutto è lasciato alla discrezionalità e all’iniziativa dei giocatori. Nessun obbligo di tampone a gestirne il via vai all’interno dell’AEC né tantomeno negli spogliatoi, ambienti comuni per eccellenza dove il virus ha più probabilità di proliferare. Una gestione discutibile, vista la recrudescenza di casi cui si sta assistendo, che però sembra trovare riscontri anche altrove a giudicare da quanta dichiarato da Alizé Cornet al termine del match da lei vinto contro Putintseva: «Al Roland Garros c’è stata un’epidemia di Covid e nessuno ne ha parlato. Tutti l’hanno avuto negli spogliatoi, e quando abbiamo saputo del ritiro di Krejcikova (risultata positiva dopo aver perso al primo turno) ci siamo resi conto di avere gli stessi sintomi. Dev’esserci stato un tacito accordo – ha poi concluso la francese – non ci siamo autotestati per non metterci nei guai da soli, ma ho visto colleghe indossare la mascherina e questo mi ha fatto pensare». Cornet ha poi precisato che di sospetti si tratta, e che prove a sostegno della sua tesi non ce ne sono. Ma il rischio, ora, è che anche Wimbledon debba fare i conti col suo focolaio.

Orgoglio e fatica. Serena cede ai suoi 40 anni (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ci vuole Armonia. Per comprendere che l’era della gloria, così fiammeggiante nel lunghi periodi di dominio, resta ormai un dolce ricordo: Wimbledon, dove ha vinto sette volte in carriera, e probabilmente il tennis, non sono più la casa di Serena Williams. E alla soglia dei 41 anni (li compirà a settembre), con interessi multiformi ed extrasportivi da gestire fuori dal campo e il fisico ammaccato da mille battaglie e altrettanti infortuni, è probabilmente il prezzo normale da pagare, nonostante la passione mia sopita e il sogno mai davvero abbandonato di conquistare finalmente il 24° Slam della leggenda per staccare la Court. Festeggia dunque Harmony Tan, che alle nipoti, quando la carriera agonistica sarà un ricordo, potrà dire di aver battuto un mito dello sport. La francese con radici cambogiane e vietnamite era alla prima partita di sempre sui sacri prati di Church Road e non ha tremato di fronte alla monumentale grandezza della rivale, neppure quando ha fallito il match point sul 6-5 del terzo set o si è ritrovata sotto 4-1 nel super tie break. Aiutata, va detto, dall’ombra di Serena, arrugginita dalla lunghissima assenza (in singolare, non giocava una partita dal 29 giugno 2021, quando si ritirò qui al primo tunro contro la Sasnovich) e senza più l’esplosività degli anni ruggenti: «Per me è un sogno, qualcosa di incredibile – dirà un’ emozionatissima Tan – sono cresciuta ammirandola in tv». Sic transit gloria mundi. Intanto, il martedì nero del tennis italiano, con il ritiro forzato di Berrettini e le eliminazioni di Musetti, Paolini e Giorgi, trova un pizzico di conforto solo nel faticoso successo di Sonego su Kudla al culmine di una battaglia di 3 ore e48′. Neanche a dirlo, a ergersi a protagonista di giornata è il solito, ineffabile Kyrgios, e non tanto per la vittoria da pronostico, anche se molto più difficile del previsto, contro la wild card inglese Jubb, ma piuttosto per le solite mattane, iniziate con un battibecco con la giudice di sedia, continuate con la polemica contro i giudici di linea ( «Hanno 90 anni, non possono vederci bene») e culminate con uno sputo a uno spettatore ripreso dalla tv e da lui stesso confermato: «Qualcuno del pubblico mi ha mancato di rispetto. È vero, gli ho sputato, ma non l’avrei mai fatto a qualcuno che mi stava sostenendo. La colpa è anche dei social, noi atleti siamo i più odiati. Rispettate il nostro lavoro, non ho mai visto nessuno rimproverare un addetto al supermercato che mette a posto le verdure». Fuoco alle micce.

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