Federer-Nadal, riecco la sfida infinita (Scanagatta). Con Federer-Nadal l'erba diventa show (Crivelli, Marcotti, Azzolini, Rossi, Clerici). A Wimbledon è sempre Serena (Crivelli, Semeraro)

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Federer-Nadal, riecco la sfida infinita (Scanagatta). Con Federer-Nadal l’erba diventa show (Crivelli, Marcotti, Azzolini, Rossi, Clerici). A Wimbledon è sempre Serena (Crivelli, Semeraro)

La rassegna stampa del 12 luglio 2019

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Federer-Nadal, riecco la sfida infinita (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

DA 48 ORE imperversa la febbre del ‘Fedal’, cioè la spasmodica attesa per la semifinale di Wimbledon Federer-Nadal, puntata n.40 della telenovela più amata nel microcosmo tennistico la cui prima puntata, girata a Miami andò in onda 15 anni fa (2004). Partì col botto, la vittoria a sorpresa (63 63) del diciottenne Nadal su un Federer (23 anni) considerato ben più attrezzato sul cemento del maiorchino cresciuto sulla terra rossa della sua isola. Era nata la più grande rivalità del terzo millennio, vissuta attraverso 39 sfide quasi tutte memorabili. Fra tutte le tre giocate qui a Wimbledon in tre finali consecutive, 2006, 2007, 2008, le prime due vinte da Roger, la terza da Rafa 9-7 al quinto in quella che per me è una delle più belle partite di sempre. Questa rivalità è ancora viva, vivissima fra due campionissimi di 37 anni e 11 mesi (Roger con i suoi 20 Slam) e 33 e 1 mese (Rata con 18). 70 anni in due, la più vecchia dell’era open. Oggi forse solo in Serbia e in Spagna si dedica qualche attenzione anche a Djokovic-Bautista Agut. Eppure lo spagnolo, alla sua prima semifinale Slam contro il serbo campione in carica con 4 Wimbledon in bacheca (2011, 2014, 2015 e 2018), quest’anno lo ha battuto due volte su due, a Doha e a Miami. Sul centre court le sedie sono 14.789. Le richieste dal mondo? Milioni. Il mercato nero prolifera. Via Internet ci sono offerte autorizzate: per oggi si trovano ancora pochissimi biglietti da 6.380 sterline (7.100 euro) a 9.000 (10.000 euro l’uno). Quello della finale passa da 3.700 sterline a 5000. Nadal conduce nei confronti diretti 25 a 14. Ma si è avvantaggiato non poco di quelli giocati sul “rosso”, a lui molto più favorevoli. Ha vinto 12 Roland Garros, Federer uno. Tre settimane fa Rafa lo ha battuto nettamente. Se l’ultima sfida erbosa fra i due leggendari duellanti risale a 11 anni fa è perché Federer ha sempre preferito preparare i Championships ad Halle (torneo vinto 10 volte), mentre Nadal optava per il Queen’s. O se ne stava a casa infortunato (2009 e 2016). E’ stato anche più cagionevole di salute: non avrebbe perso 2 volte al secondo turno, una al primo e un’altra in ottavi fra il 2012 e il 2015, se fosse stato al 100 per 100. Diversamente da 10 anni fa i bookmakers oggi danno favorito Nadal anche sull’erba: lo pagano 1,72 la posta. Federer 2,10. Saranno i quasi 38 anni a lasciarli perplessi? Il suo tennis sembra ancora straordinario. Forse si dubita sulla tenuta. Ma Rafa non è più un bambino neppure lui. Djokovic ha una quota scoraggiante 1,08, Bautista Agut incoraggiante 7,50. Su www.ubitennis.com l’intervista di Serena Williams dopo il 61 62 (59 m) senza storia alla Strycova. Domani è a caccia del 24mo Slam, record della Court. Halep ha vinto 61 63 (lh e 13m) su Svitolina ma con Serena ha perso 9 volte su 10.

Federer-Nadal, undici anni dopo torna sull’erba la sfida più bella (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Ci sono i concerti. E poi c’è Woodstock. Ci sono le serie tv. E poi c’è Twin Peaks. Ci sono le partite di tennis. E poi c’è Federer contro Nadal. Eventi che diventano simboli iconici della cultura popolare. Un biglietto per la semifinale di oggi, al momento della prevendita, costava 185 sterline (206 euro): adesso, sul secondo mercato, ne vale 7.200 (circa 8000 euro). Quaranta volte di più. Come 40 saranno, alla fine della giornata, i loro confronti diretti, con Rafa per ora avanti 25-14. Ancora loro Un mese fa, sulla terra del Roland Garros, un’altra loro semfinale, non ebbe storia, con il dominio del maiorchino. Ma quella era la casa di Nadal, come questo è il giardino del Maestro. Eppure, sull’erba, si sono affrontati solo tre volte e sempre qui: tutte finali. L’ultima, nel 2008: uno dei match più spettacolari di sempre. Lo vinse Nadal.[…] E se Nole, malgrado le due sconfitte stagionali contro Bautista Agut, l’imbucato alla festa, è nettamente favorito, per i bookmakers il nuovo capitolo del romanzo Fedal è tutto da scrivere, con lo spagnolo leggermente avanti (1.72 a 2.10). Lo dicono anche i numeri: nelle quattro semifinali Slam ha sempre vinto lui e nelle partite tre su cinque il bilancio è 12-4 per il mancino, che ha conquistato 9 sfide su 10 quando si è imposto nel primo set. Comunque vada, faranno la storia. Una volta di più

Con Federer-Nadal l’erba diventa show (Gabriele Marcotti, Il Corriere dello Sport)

Con tuto il rispetto per la solennità della finalissima di domenica, la 40esima sfida tra Roger Federer e Rafael Nadal – fin dalla compilazione del tabellone – è il match più atteso dell’edizione n.133 dei Championships. Già ribattezzata la sfida XL, non perché extra-large, quanto piuttosto perché appunto sarà la quarantesima partita In un paese che custodisce le proprie tradizioni con gelosia, la rinnovata rivalità tra i due tennisti di maggior successo della storia moderna sublima (quasi) lo stesso prestigio di Wimbledon. Un duello iniziato addirittura nel 2004, ormai più di 15 anni fa, sul cemento di Miami, con una sorpresa, la vittoria di un giovanissimo Nadal sull’allora detentore del suo primo titolo all’All England Club. Da allora lo spagnolo – favorito anche dai 16 confronti disputati sulla terra battuta – si è involato, e alla vigilia del quarto match sull’erba di Wimbledon conduce 24 a 15. Anche grazie all’ultima partita, poco più di un mese fa, che metteva in palio l’accesso alla finale del Roland Garros. Un epilogo non certo memorabile come viceversa la finalissima, vinta da Nadal, nel 2008. […] Una battaglia epica lunga quattro ore e 48′, e terminata nel oscurità (all’epoca non c’era ancora il tetto e l’illuminazione). «Sono elettrizzato dall’idea di giocare un’altra volta contro il miglior giocatore sull’erba di sempre – ha commentato Nadal – le vittorie del passato non contano nulla, se non a ricordarmi che dovrò giocare al mio meglio se voglio avere qualche possibilità di vincere e andare in finale. Affrontare Roger è sempre un’emozione unica, soprattutto perché lo ritrovo a distanza di 11 anni da uno dei match che più mi è rimasto nel cuore. Entrambi sono arrivati in semifinale con il vento in poppa. Federer ha smarrito finora due set, Nadal uno solo, ma entrambi hanno vinto i rispettivi quarti con piglio deciso. Sono 206 i vincenti dello svizzero in cinque match (a fronte di 88 errori gratuiti) che lo hanno portato a quota 100 vittorie sui prati di Wimbledon. Altrettanto dominante Nadal, che ha sofferto – a tratti – solo nel secondo turno contro Nick Kyrgios: per lui molti meno vincenti fin qui (109), ma pochissimi errori non forzati (34), a conferma di una regolarità che sfiora l’infallibilità. La storia recente dei match tra i due oscilla come un pendulo. Prima i cinque successi di fila di Nadal, nel biennio 2013-2014, quindi l’acuto di Federer a Basilea (2015) prima dell’exploit del 2017 (quattro successi di fila, compresa la finale thriller di Melbourne). All’ultimo Roland Garros la rivincita di Nadal, preludio al 12° trionfo parigino. «E’ semplicemente bello giocare una volta di più contro – il commento di Federer – significa per prima cosa che siamo ancora competitivi, perché in palio c’è una finale Slam. Ho sempre detto che sono grato a Rafa perché mi ha costretto ad essere un giocatore migliore».

La sfida dei Fedal (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Goat e big Goat. Due capre allo scontro finale… Meglio, due caproni. Pronti ad azzuffarsi a colpi di coma appuntite, come se non ci fosse un domani, e poi tremolanti per i molteplici schianti e frastomati dal mondo che gira intorno come una giostra, di nuovo pronti a dichiararsi “fraterni rivali; o “nemici amici; come hanno sempre fatto. Due numeri uno in lotta anche per il titolo del Più Grande, che vi sia, o vi sia stato, o che per sempre sarà. […] Una rivalità nella piena accezione del termine, sinonimo di concorrenza, competizione, opposizione, lotta, emulazione. In una parola, lo sport. Di nuovo di fronte sull erba, Federer e Nadal. A Wimbledon ancora ricordano quelle finali. Furono tre, di seguito, le prime due per Roger, l’ultima per Rafa. Le ricordano e ne parlano, per i ribaltoni cui dettero vita, gli inseguimenti sul filo del baratro, e le infinite giocate, gli applausi che venivano giù come showers, le premiazioni quasi a notte fonda. Eppure sono lontane, lontanissime, appartengono a un altro decennio, e le avessero giocate altri, si sarebbero già fatte di polvere. Dal 2006 al 2008, l’ultima fu undici anni fa. Poi i due hanno continuato a regnare, dividendosi gli spazi, i tornei, le reciproche zone di influenza, ma sull’erba non si sono più ricongiunti, né a Wimbledon né altrove. Fino all’appuntamento di oggi, al quale sono giunti per strade diverse, ma non cosi comode come lo sono state per Djokovic. Roger ha avuto di seguito Pouille, Berrettini (secondo nella classifica dei servizi più veloci con uno sparo da 228,5 orari, per dire…), infine Nishikori. Ha lasciato due set, ma via via ha trovato quel po’ di forma che andava cercando. Rafa è sembrato invece in una condizione perfetta: l’erba così lenta certo lo mette di buon umore. Ha accompagnato alla porta l’erbivoro polemico Kyrgios, l’erbivoro inconcludente Tsonga, l’erbivoro che non sa di esserlo Querrey. Ha lasciato un set all’australiano, che l’ha costretto anche a due tie break, ma in linea generale ha compiuto uno dei migliori percorsi che gli abbiamo mai visto fare nei Championships. Ci si chiede, piuttosto, quanto siano cambiati i due in undici anni. Erano ragazzi, sono uomini maturi. Hanno perso la verve giovanile, le rincorse brucianti che il fisico concedeva a entrambi, e forse un pizzico di resistenza allo sforzo, com’è normale per uno che va per i 34 e l’altro che lo precede sulla linea dei 38. Sono i numeri due (Rafa) e tre (Roger) del ranking anche se i Championships hanno invertito i moli facendo venire il nervoso a Nadal. E sono uno a 18 Slam l’altro a 20, dunque in piena corsa per stabilire chi, alla fine, ne vincerà di più. Ma quel che sorprende, più dei mille record conquistati, è che sono anche migliorati. Insomma, giocano meglio di una volta. Sono più godibili. Federer per aver recuperato lo stile “verticale” degli inizi, che lo libera degli scambi continui e lo spinge a rete. Un tennis aggressivo, istintivo, bellissimo da vedere. E Nadal per aver dimezzato – anche lui – gli scambi prolungati, per non alterare il difficile equilibrio dei suoi tendini e delle ginocchia. È cresciuto nel servizio, pescando proprio sull’erba le percentuali migliori della carnera: 47 ace finora, dodicesimo nell’apposita classifica, dove Federer figura 17° con 42 centri; l’83 per cento di prime palle tramutate in punti e il 71 per cento di seconde palle, cui Federer risponde con l’82% e il 79%. Sarà una sfida antica, e per alcuni aspetti anche nuova. Roger si dice «eccitato», Rafa «anche di più»… Vale l’approdo alla 31a finale Slam per Roger, la 12a a Wimbledon dove ha vinto 8 titoli. E alla 27a finale per Rafa, la sesta sull’erba, 2 titoli. Ed è il 40°

Federer-Nadal, l’Inghilterra ha già scelto (Paolo Rossi, La Repubblica)

LONDRA — Chi dei due arriverà per primo oggi al match point e, nel silenzio totale del tempio, dove si sente anche il singolo colpo di tosse o lo spillo che cade, godrà dell’esplosione del pubblico? Federer? Oppure Nadal? Una cosa è certa: lo spagnolo nella semifinale di oggi gioca fuori casa. Se il rosso del Roland Garros è di sua proprietà, il verde è da sempre appannaggio dello svizzero. La curva sud, che a Wimbledon poi sarebbe il Royal Box, ha il cuore già impegnato da tempo con Roger. George, primogenito dei duchi di Cambridge, 6 anni il prossimo 22 luglio, ha una grande passione sportiva, il tennis. Dicono che sia nata un paio di anni fa, quando Roger, Mirka e tutti i gemelli, Myla Rose, Charlene Riva, Leo e Lennart furono invitati nella residenza di famiglia a Norfolk. Nacque qui un feeling tra i bambini (il principino George ha la stessa età di Leo e Lennart), e la curiosità di sapere chi fosse quel papà così sportivo. […] Non è dato sapere se, come Berrettini, il piccolo George gli abbia chiesto il costo della lezione. Se non altro ha confermato che i nobili scelgono il tennis, come nella storia e tradizione di questo sport. Ma Federer attrae tutti, non solo i discendenti di sangue blu: il suo ultrà Vip più scalmanato di tutti per lui è noto da tempo, ed è John Bercow, lo Speaker della Camera dei Comuni, l’uomo che pretende “order, order” in parlamento. Non è un tifoso sfegatato: di più. E non da oggi. Famose le sue battute tipo: «La Brexit? Meno male che Federer ha vinto». Oppure: «La cosa migliore della Svizzera? Non è il cioccolato o gli orologi. È Roger Federer!». Una volta, nel 2014, ha perfino confessato di aver mancato dei tornei dal vivo dello svizzero, nel senso che lui puntava al 100 per cento di presenze. Come avrebbe potuto, considerando anche i suoi impegni di lavori, è un bel mistero. Eppure l’altro giorno, mentre lo svizzero lasciava il campo vittorioso contro il francese Pouille e si fermava a firmare autografi, non è stato riconosciuto dal tennista che, nello sbirciare un signore brizzolato con una delle sue t-shirt stilizzate gli urlava a squarciagola: «Roger, tutti noi ti amiamo». Ed era talmente entusiasta che magari deve aver preoccupato Federer e le guardie del corpo. Ma Bercow, ex tennista da giovane, non si è offeso, già proiettato verso il match di oggi dove soffrirà come tutti. Anzi, sarà il capo di tutti gli ultrà.

Roger vai a rete se vuoi frenare il diritto di Rafa (Gianni Clerici, La Repubblica)

Sul match tra Roger e Rafa, che da questo istante chiamerò per nome, e non col cognome dei loro avi, mi hanno interrogato un numero impressionante di persone, alcune delle quali lettori: «Chi vincerà?». Ho cercato di defilarmi dicendo: «A Wimbledon ha vinto due volte Roger e una Nadal» credendo però, per obiettività, di aggiungere «perché l’erba favoriva largamente lo svizzero». A questo punto, ovvia la domanda: «Perché, cos’hanno messo al posto dell’erba?». La risposta non era facile: «E come se su un green di golf, intorno alla buca avessero seminato della gramigna. Prima la palla vi scivolava, si usavano spesso colpi tagliati. Adesso rimbalza quasi come sulla terra». Superata, in modo approssimativo, questa iniziale difficoltà, i curiosi hanno voluto sapere qualcosa di più sulle statistiche. «Sui fondi diversi dall’erba Nadal ha vinto 23 partite e Federer 13» ho risposto, senza che questo, ho sottolineato, valesse più del 10% di un similpronostico. I curiosi hanno insistito. «Ma quali sono le tattiche dei due, e cosa dà più fastidio dell’uno all’altro?». A parte il servizio, che entrambi tentano a giocare slice, Rafa da sinistra, e Roger da tutte e due le parti e spesso piatto al centro, Nadal ha spesso inguaiato Federer con il suo diritto mancino dal centro o dall’angolo destro, un colpo del tutto nuovo che gli ha creato lo zio Toni, che Roger non si trova ad affrontare contro nessun altro». «Ma come può Roger evitarlo?». «Tenendo più che può l’iniziativa, e la palla bassa sul rovescio di Rafa. E andando a rete il più possibile». «Ma Roger si trova male con tutti i mancini, o solo con Nadal ». «Con i mancini esiste sempre un’accentuazione di disagio, per un destro. Ricordo che, nel 2013, Roger venne battuto da un certo Stakhovsky, che non si è mai più sentito ma che ebbe l’ammirazione del sindacato dei giardinieri». […] Non spaventatevi, perché invece, secondo il mio collega Semeraro, è bassissimo il numero di volte in cui Roger ha anticipato un giudizio del cosiddetto Falco, soltanto il 13% delle volte, mentre Rafa arriva al 75%. Si dovrebbe chiedere il perché a un oculista, o a uno psichiatra. In fondo, per riparlare di età avanzata, Roger a 37 anni e 310 giorni non è il più vecchio dei campioni dell’era Open perché Ken Rosewall di una cui cartolina mi sto servendo quale segnalibri, era stato il più vecchio a giocare le semi di Wimbledon 74, a 39 anni e 240, forse 250 giorni. Scusatemi ma non so contare, e non so nemmeno di dirvi chi vincerà.

Serenità Williams. “Il record di Slam? Non fa differenza” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Provaci ancora, Serena. […] Il 24° Slam conquistato nel tempio rappresenterebbe l’apoteosi per la Williams minore, forse il solo sigillo che manca sulla strada per diventare la più forte giocatrice di sempre. Grande carriera Ci è già passata due volte, Serena, e sono state delusioni tremende. Proprio a Wimbledon, un anno fa, perse dalla Kerber, poi agli Us Open si arrese alla Osaka nel giorno più brutto della carriera, quello degli insulti all’arbitro Ramos, della sceneggiata in mondovisione, dei nervi saltati a tal punto da dover ricorrere, nei mesi successivi, all’aiuto di uno psicologo per recuperare il giusto feeling con le proprie emozioni. Tonfi che segnano, e che invitano al basso profilo adesso che l’opportunità si ripresenta, forse più risplendente che mai: «Non mi curo del 24, del 23 o del 25, l’unica cosa che conta è uscire là fuori e dare tutto quel che ho dentro. Alla fine, avrò avuto comunque una grande carriera» . Tornare giovane Non vince un torneo da due anni e sette mesi, Serena, dagli Australian Open 2017 conquistati con la piccola Alexis Olympia nel grembo ma senza sapere ancora di essere incinta. A 37 anni e 291 giorni, diventa la più vecchia finalista di sempre in un Major, meglio di Martina Navratilova, però il suo cammino a Church Road ha mostrato una giocatrice sicuramente molto più centrata fisicamente di quella che aveva giocato appena 12 partite in stagione e decisamente più in fiducia. Nella semifinale contro la sorpresa Strycova, al solito non concede nulla al servizio (appena 3 punti con la prima) e resta costantemente un metro dentro il campo, non consentendo all’avversaria di trovare gli angoli per spostarla. Qualità che serviranno anche contro la Halep in finale, avversaria più tosta, talentuosa e tatticamente intelligente della ceca, ma con la quale è avanti 9-1 nei precedenti: «Sono molto calma – ammette la Williams – e rispetto a alle due finali che ho giocato l’anno scorso sono in una posizione diversa. Alzandomi al mattino ho pensato al primo Wimbledon che vinsi qui nel 2002, ho cercato di tornare giovane e di calarmi di nuovo in quelle emozioni. Cominciai quella partita (contro la sorella Venus, ndr) con un ace. Ero davvero tranquilla». La dedica Secondo coach Mouratoglou, Serena non è mai stata così in equilibrio da quando è tornata: «Finalmente non ha più dolore, qui vive in una casa con il marito e la figlia e da tre settimane si allena con grande intensità. Per me il problema dei 24 Slam non si pone, può prendersene ancora altri tre o quattro». Trionfare a Wimbledon, però, diventando la quarta mamma vincitrice di Slam (Court, Goolagong e Cljisters le altre) e uguagliare finalmente il primato dei Major, toglierebbe un’ombra per riportare il sole. Con una dedica speciale: «Mi chiedete se penserò a mia figlia, oppure a tutte le madri lavoratrici, o ancora a Meghan Markle (la moglie del principe Hany, ndr) che resta una mia cara amica. Intanto, sono contenta di essermi regalata un’altra esperienza memorabile, ma credo che giocherò la finale solo per me stessa. E per quelli che un mese fa avevano detto che non sarei mai più arrivata a questo punto». Gli artigli della pantera non graffiano solo in campo.

A Wimbledon è sempre Serena. E ora vuole il primo titolo da mamma (Stefano Semeraro, La Stampa)

Serena Williams, una e centomila. «Stamattina mi sono vegliata e ho pensato alla prima volta che vinsi qui, contro Venus. Ero così calma. Le cose sono diverse quando sei giovane. Ho provato a rimettermi dentro la Serena di allora. A ritrovare la mentalità vincente». Sono passati 17 anni, la Pantera è di nuovo in finale a Wimbledon. L’11a. Ne ha vinte 7, come Steffi Graf. Solo Helen Wills Moody (8) e Martina Navratilova (9) hanno fatto meglio: per ora. L’anno scorso perse contro la Kerber, domani le tocca Simona Halep. «Una piccola centrale elettrica», un’altra ex numero 1. La più anziana nell’era Slam In semifinale ha azzannato l’intrusa Strycova in 59′, 6-1 6-2: la crudeltà di Madre Natura, un documentario del National Geographic. Il benedetto 24° Slam, quello del record di Margaret Court che insegue da sempre, soprattutto dagli Australian Open 2017 – l’ultimo torneo che ha vinto, quando già era incinta – è li, pronto sull’erba. Per chi lo vuoi vincere, mamma Serena? Per la tua amica principessa Meghan Markle («non potrei avere un’amica migliore»), per tua figlia Alexis Olympia («Oddio, l’anno scorso aveva solo 10 mesi…»), per i tifosi, per le mamme lavoratrici d’America, di cui sei (vorresti essere) insieme il sindacato e l’eroina? «Forse stavolta voglio vincere per me stessa. E per chi un mese fa non credeva che sarei arrivata fin qui». […] Le unghie smaltate di bianco, la tutina con i mezzi guanti in conferenza stampa, le pajettes sul baffo della Nike. «Ho ricominciato a usare le mie gambe, a ritrovare il mio servizio. E in doppio con Murray ho messo a posto le volée». A 37 anni e 291 giorni è la più anziana finalista di uno Slam nell’era Open («ma con la scienza di oggi Jordan giocherebbe ancora a basket») può diventare la quarta mamma a vincerne uno dopo Court, Goolagong e Clijsters. «È una sensazione strana. Invece di non avere nulla da perdere sento di avere qualcosa da perdere. O forse nulla. Insomma, mi sento divisa». Dopo la lite degli Us Open con l’arbitro Ramos è andata in analisi, scritto una lettera di scusa a Naomi Osaka, ma è ancora convinta di avere subito un’ingiustizia («pensate a cosa devono subire le donne»). Il tempo di riparare il torto, di riscrivere la storia, è arrivato. Come Serena, c’è solo Serena. A proposito di storia, oggi (dopo Djokovic-Bautista Agut delle 14) c’è il 40° Federer-Nadal, primo a Wimbledon a 11 anni dall’epica finale 2008. Nadal è in vantaggio 24-15 nei precedenti.

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Per Travaglia finisce il sogno (Benvenuti)

La rassegna stampa del 20 luglio

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Per Travaglia finisce il sogno (Daniele Benvenuti, Tuttosport)

Si spegne dopo 2 ore e 23 minuti di confronto il sogno di Stefano Travaglia di approdare alle semifinali del Playa Laguna Croatia Open Umag (Atp 250). Condizionato da un fastidio al gomito sinistro, il marchigiano è stato costretto a cedere alla distanza sotto i colpi dell’ungherese Attila Balazs. Eccellente il set iniziale, chiuso dopo 40′ per 6-3: dopo un immediato break e controbreak, gli equilibri erano stati spezzati dal servizio strappato al magiaro nel corso dell’ottavo game per un 5-3 completato dal successivo servizio, blindato senza concedere alcun punto. Più equilibrato il secondo set: Travaglia non riesce a sfruttare il break ottenuto nel primo gioco, facendosi riagganciare sul 2-2 e andando infine a un tie-break nel corso del quale Balazs è stato assai più efficace (2-7). Nel terzo set Travaglia manca due volte la ghiotta opportunità per strappare il servizio all’avversario proveniente dalle qualificazioni che approfitta per allungare sul 2-1 con un break. Poi, dopo il time concesso per l’intervento del fisioterapista, controlla con puntiglio fino alla chiusura al primo match point. «Ho preso delle scelte sbagliate e ho giocato male, pur avendo dato il massimo – il commento a caldo di Travaglia -. Non ho nulla da recriminare, neppure per il problema al gomito. Mi servirà di lezione per evitare di compiere gli stessi errori in futuro. Credo fermamente in quello che sto facendo con il team». SEMIFINALE A BUCAREST PER LA DI GIUSEPPE Con un drop-shot il sogno diventa realtà Martina Di Giuseppe si ritrova per la prima volta in una semifinale Wta. Sulla terra di Bucarest, in Romania, la 28enne romana, n.211 del mondo promossa dalle qualificazioni, sconfigge per 6-4 6-4 la ceca Krejcikova,132 Wta.

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Addio a Merlo, l’inventore del rovescio a due mani (Scanagatta, Clerici, Crivelli)

La rassegna stampa di giovedì 18 luglio 2019

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Addio a Merlo, inventò il rovescio a due mani (Ubaldo Scanagatta, Giorno-Carlino-Nazione Sport)

L’ho conosciuto e ammirato fin da bambino. Se avessimo avuto, in tempi recenti, un tennista capace di conquistare due semifinali consecutive al Roland Garros (1955-56), di raggiungere due finali agli Internazionali d’Italia (1955-57), e di battere — come ebbe orgogliosamente a ricordarmi anni addietro — 6 vincitori di Wimbledon (Jroslav Drobny, Vic Seixas, Roy Emerson, che di Slam ne ha vinti 12, Neale Fraser, Budge Patty e Chuck McKinley) beh oggi non ci sarebbe chi non lo ricorderebbe come uno dei più grandi tennisti italiani di sempre. Non sarà così solo perché Beppe Merlo, figlio del custode del tennis Merano dove era nato l’11 ottobre 1927 – è mancato ieri a 91 anni a Milano – quei risultati li ha ottenuti soprattutto a metà degli anni ’50, anche se la sua carriera è stata così lunga che — prima categoria già a 21 anni — 25 anni dopo giocava ancora i campionati italiani assoluti, da lui vinti 4 volte battendo in momenti diversi, Nicola Pietrangeli, Fausto Gardini e Orlando Sirola i nostri «moschettieri» dell’epoca, capaci di conquistare assieme a lui le prime finali di Coppa Davis azzurre, gli storici Challenge Round del 1960 e 1961. Per la nostra Davis aveva giocato 35 singolari vincendone 25. Nel ’73 a Modena, agli assoluti indoor allo Zeta2 cui partecipavo per aver vinto in doppio i campionati nazionali di seconda categoria, pur più giovane di 22 anni ci persi in due set (63 64?) e scrissi ammirato sulla rivista di Rino Tommasi «Tennis Club»: «Con la sua spazzolata di rovescio la palla mi tornava indietro ancor prima che mi fossi ripreso dall’azione del servizio». Già, il rovescio a due mani era il suo marchio di fabbrica, uno dei primi al mondo a utilizzarlo. Dal 39 al ’49 l’australiano John Bromwich, mancino che serviva con la destra e giocava il rovescio a due mani, aveva vinto due Slam giocando fra singoli e doppi 35 finali. Avevo 4 anni quando Beppe, amico di mio padre, mi insegnò a tenere la Maxima troppo grande e pesa con due mani per «reggere» il rovescio: «Non fare come me, però! Tu metti la mano destra sotto la sinistra». Già, lui, forse sedotto dalle immagini della leggenda Bromwich che però era mancino, aveva fatto il contrario e così quando doveva tirare il dritto con la mano destra impugnava la racchetta a metà manico, vicino al cuore, perdendo quindi una ventina di cm di allungo. Saltava sulla racchetta incordata di fresco — le incordava lui stesso — per rallentarne la tensione. Diventava una sorta di fionda. «Me la chiamano racchetta cipolla, i francesi che mi prendono in giro, ma se li batto stanno zitti» scherzava. Quando con Merlo, aria compunta, modi mansueti, l’Italia battè nella finale europea la Svezia di Davidson e Bergelin — il futuro coach di Borg — l’Equipe pubblicò una sua foto con una dida: «Non ha servizio, non ha dritto, ma con la risposta vince». La finale persa al Foro Italico con il “vampiro” Gardini che pretese il ritiro per i suoi crampi sul 6 pari al quarto, dopo che Merlo era già stato portato a braccia negli spogliatoi a fine terzo set – allora c’era il riposo – uscendone subissato di fischi, è rimasta storia incredibile. Nicola Pietrangeli, compagno di mille battaglie, lo ricorda così: «Un gran giocatore, buono come il pane. Era un po’ chiuso, molto fortunato a poker, aveva un gran successo con le donne. In tanti hanno pianto dopo averci giocato contro. Non faceva gruppo, ma non era per darsi delle arie. Era molto attento a cosa mangiava, a quanto dormiva. Se noi volevamo riposarci, lui voleva allenarsi. Non un giocherellone, ma davvero una persona buona».

Merlo, l’inventore del rovescio bimane (Gianni Clerici, Repubblica)

 

È morto un mio amico, Beppe Merlo, che perse sommerso dai crampi, dopo aver avuto due match point e mentre era avanti 2 set a 1, la finale degli Internazionali d’Italia 1955 contro Gardini, tennista implacabile che ne invocò il ritiro, sul 6-6 al 4°, mentre Beppe giaceva sul Centrale del Foro Italico […] Inventò, perché i pionieri furono gli australiani Vivian McGrath e John Bromwich, un suo rovescio bimane, mai visto in Europa, del quale ho sempre avuto una mia idea, incontrastata dallo stesso esecutore. Beppe era mancino e, di fronte a un racchettone di 15 once, non poté non reggerlo, a metà manico, con la destra: divenne il suo colpo più importante. Vidi i grandi del tempo attaccare quel suo insolito rovescio, e venirne quasi sempre passati. La battuta era tanto femminea da essere ancor più attaccabile, ma Beppe l’aveva resa difficilissima per il rimbalzo molto basso, svuotato di forza. Giocammo insieme un solo torneo di doppio, e non lo vincemmo per la finale ostacolata dalla pioggia. Lo ricordo non certo per vantarmene, ma perché Beppe mi disse: «Tu copri i 2/5 di campo a destra, io mi occuperò dei 3/5 a sinistra, con il rovescio». Beppe fu anche noto come malato immaginario. Aveva sempre con sé una valigetta piena zeppa di medicine, soprattutto contro i crampi, dei quali, corridore instancabile, era spesso vittima. Incapace di abbandonare il gioco, era abituale spettatore dei tornei, e chiedeva a tutti come mai la federazione non gli avesse riservato il ruolo di allenatore che avrebbe meritato. Credo sia morto con un simile dubbio nel cuore, povero Beppe.

Addio al rivoluzionario. Con il suo rovescio ha anticipato il futuro (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

A due mani nella storia. Siamo ormai cosi tanto abituati al rovescio bimane nel tennis da non immaginare quanto potesse essere rivoluzionaria quell’impugnatura negli anni 40 e 50, quando i gesti bianchi delle origini dettavano ancora lo stile. Ebbene: un trentennio prima di Connors e di Borg, gli sdoganatori ufficiali del colpo, da cui sono poi discesi milioni di adepti, fu un italiano a travolgere la tradizione e a giocare il rovescio in quel modo. Era Beppe Merlo, uno dei nostri giocatori più grandi e più amati, morto ieri mattina a 91 anni […] A partire dal modo di tenere la racchetta, fino alla scelta eversiva, raccontata in un’intervista alla Gazzetta di qualche anno fa: «Ero piccolo, magro, senza tante forze. La racchetta era troppo pesante, dovevo impugnarla a metà manico. Il rovescio a una mano sola non mi riusciva, con due sì. All’inizio sembravo ridicolo, ma era l’unica maniera in cui potessi essere competitivo. C’erano già altri due o tre giocatori che lo facevano, ma io sono stato il primo in Europa». Con un’impugnatura certamente non ortodossa, perché la mano sinistra era sotto la destra e non viceversa, come invece succede oggi […] Nel 1951, spendendo tre milioni, praticamente tutto il budget federale, la Fit lo manda in California per due settimane ad allenarsi coni più grandi dell’epoca: Budge, Sedgman, Gonzales e Segura. Due giorni prima di rientrare, viene invitato nella villa di Charlie Chaplin: il grande attore non c’è, ma lui può giocare contro Tilden, allora sessantenne, e lo batte 6-1. Gli anni successivi lo portano in vetta alle classifiche mondiali, allora stilate da giornalisti specializzati. Nel 1955 perde la finale di Roma contro Gardini, ritirandosi sul 6-6 del quarto set per crampi dopo aver avuto tre match point, e qualche settimana dopo, al Roland Garros, batte ai quarti Seixas, allora numero due del mondo, prima di perdere in semifinale con Davidson, che aveva battuto al Foro. Nel 1956, sempre nei quarti di Parigi, sull’8-8 del quinto contro il francese Remy, cede un punto chiamato a suo favore e perde il game, ma vincerà la partita 11-9 tra il tripudio della folla che fin lì lo aveva massacrato con il tifo contro. Nel 1957 è ancora in finale a Roma, da favorito, ma perde contro Pietrangeli, mentre sul Guerin Sportivo, per il fisico non certo erculeo, lo chiamano «il gracile dongiovanni della racchetta». Si ritira nel 1969, ma fino agli anni 80 insegna tennis in giro per il mondo. Nel 1973, quando già lavora in banca, palleggia al Caesar’s Palace di Las Vegas con Borg: quattro mani, una sola leggenda.

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Rassegna stampa

Fognini-Travaglia, tempo di derby (Benvenuti). Dietro la finale storica di Wimbledon un buco generazionale (Rossi). La olandese Bertens testa di serie n. 1 al Country (Tripi)

La rassegna stampa di mercoledì 17 luglio 2019

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Fognini-Travaglia, tempo di derby (Daniele Benvenuti, Tuttosport)

Buona la prima per Stefano Travaglia e anche per l’eterno Paolo Lorenzi nel tardo pomeriggio ad Umago. Già salutato Marco Cecchinato, ma in attesa di rivedere all’opera la giovane wild card altoatesina Jannik Sinner che lunedì sera aveva eliminato il portoghese Pedro Sousa, profuma di azzurro la 2a giornata di match a tempo pieno della 30a edizione del torneo inserito nel circuito ATP World Tour 250 series. Travaglia ha superato piuttosto agevolmente il connazionale Thomas Fabbiano e ora diventa anche il primo avversario di Fabio Fognini, testa di serie numero uno e approdato direttamente al 2° turno, per l’ennesima sfida fratricida: 6-3 6-2 il risultato finale in favore di Travaglia. Addirittura massacrante la prestazione vincente alla quale è stato chiamato l’irriducibile Lorenzi che si è imposto sul tedesco Peter Torebko (promosso dalle qualificazioni) al termine di un confronto teso ed equilibrato. Il 7-5 a favore di Torebko, al termine del primo set, è un eloquente biglietto da visita per un match che Lorenzi riapre subito con un palpitante 6-4, per poi andare a festeggiare al termine di un terzo set che si risolve prevedibilmente al tie break. Sotto di 3-1, l’esperto italiano conquista d’impeto la bellezza di sei punti consecutivi e, approfittando anche di un leggero problema fisico dell’avversario, festeggia il passaggio del turno in attesa di affrontare il serbo Laslo Djere.

Dietro la finale storica di Wimbledon un buco generazionale (Massimo Rossi, Libero)

 

Se alle sei della sera stai giocando la finale dello slam più importante che c’è, davanti a 15.000 spettatori ostili che inneggiano senza sosta al tuo avversario, e ti trovi sotto 7/8-15/40 al quinto mentre sta servendo l’altro, ma vinci il game e poi anche il match, ti chiami Nole Djokovic. Ma potresti anche chiamarti Roger Federer o Rafa Nadal perché questi tre signori sono assolutamente intercambiabili, e inimitabili per tutti gli altri che si trovano dal quarto posto in giù nella classifica mondiale. Il tennis da molti anni è roba loro, in un modo quasi imbarazzante per gli avversari, giovani e meno giovani. Imbarazzante soprattutto perché questa storia non sembra per niente finita qui, a dispetto dell’età, solo anagrafica, dei tre fenomeni: 38 Roger, 33 Rafa e 32 Nole. Quale può essere il perché di questo inarrestabile potere che rende tre soli giocatori padroni di 54 slam, per non contare le decine di Master 1000 e tutti gli altri tornei ATP? I perché sono fondamentalmente due. Il primo va ricercato nel fatto che questi grandi campioni, a differenza dei loro giovani colleghi della cosiddetta next gen, non hanno mai smesso di studiare, pur essendo, a turno, il numero 1 del mondo. E si vede. Ognuno di loro, ogni anno che passa, mostra chiari miglioramenti anche in quel pochissimo che ciascuno di loro ha da migliorare: Rafa ha oggi un servizio straordinario che prima non aveva, Roger un rovescio non più solo in back ma un colpo con il quale è in grado di condurre il gioco come con il diritto, Nole oltre ad aver superato la crisi di identità che lo aveva portato a perdere addirittura con Cecchinato l’anno scorso, ha trovato una sicurezza nei due fondamentali che di fatto non lo fa sbagliare mai. Cosa, quest’ultima, in cui Nadal è il numero uno indiscusso e che penalizza forse di più Roger, unico dei tre a risentire (si fa per dire…) un po’ di tensione nei momenti topici, tanto da non risultare certo il re dei tie break, come anche la recente finale di Wimbledon ha dimostrato. Inoltre il predominio assoluto di questi tre grandi giocatori va cercato nella loro contestualità. L’essersi trovati a convivere più o meno nello stesso arco di tempo, li ha costretti a migliorarsi a vicenda in un lungo rincorrersi di sfide e di rivincite. Non so se potrà mai ripetersi un fenomeno così. Di certo questi fragili campioncini della nuova generazione scompaiono di fronte a questi tre mostri sacri, e penso che una delle ragioni stia anche nella loro pigrizia, fisica e mentale, che impedisce loro di impegnarsi e sacrificarsi per migliorare sempre, giorno dopo giorno. Pensano di essere a posto così e aspettano che questi si scansino. Temo che abbiano sbagliato i conti, intanto che invecchiano loro.

La olandese Bertens testa di serie n. 1 al Country (Valerio Tripi, La Repubblica – Palermo)

La numero 5 al mondo, l’olandese Kiki Bertens, guida il tabellone principale della trentesima edizione degli internazionali di tennis di Palermo che si disputeranno da sabato al 28 luglio sui campi in terra rossa del Country Time Club. Dopo sei anni di assenza il grande tennis torna a Palermo con nomi di tutto rispetto se si pensa che a chiudere il tabellone sarà l’ex numero 4 al mondo, l’australiana Samantha Stosur, vincitrice degli Us Open nel 2011. Al “Palermo Ladies Open” le tenniste da battere non saranno solo Bertens e Stosur, ma anche Julia Goerges, n. 25 al mondo, e la ceca Karolina Muchova che, dopo l’exploit a Wimbledon dove ha raggiunto i quarti dopo avere battuto negli ottavi la connazionale Karolina Pliskova, ha scalato 25 posizioni nel ranking, arrivando alla posizione n. 43. Per rimediare all’assenza dal tabellone principale delle tenniste italiane, penalizzate dalla posizione di classifica, oltre alla wild card assegnata dagli organizzatori a Sara Errani, la scelta è stata proprio quella di assegnare gli altri tre pass alle azzurre che occupano la posizione migliore in classifica Wta: Jasmine Paolini, Martina Trevisan e Jessica Pieri. «La classifica mondiale – spiega il direttore del torneo Oliviero Palma – penalizza le nostre tenniste. Per questo in pieno accordo con la Federazione Italiana Tennis si è deciso di offrire l’opportunità alle azzurre di partecipare al torneo del Country concedendo le altre tre wild card. Da tempo, invece, avevamo deciso di assegnarne una a Sara Errani, giocatrice alla quale siamo legati e che a Palermo ha ottenuto alcuni fra i suoi migliori risultati». Lunedì scatteranno le partite del tabellone principale che si disputeranno sui tre campi del Country con turni di gioco che inizieranno alle 16 e andranno avanti fino a sera. […]

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