Wimbledon, finale femminile: Halep tra Serena Williams e lo Slam 24

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Wimbledon, finale femminile: Halep tra Serena Williams e lo Slam 24

Williams alla caccia del record di Margaret Smith Court, Halep può diventare la prima rumena a vincere Wimbledon

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Simona Halep e Serena Williams - Wimbledon 2019

Scontri diretti Williams – Halep: 9-1
2019 Australian Open Hard [16] Williams d. [1] Halep 6-1 4-6 6-4
2016 US Open Hard QF [1] Williams d. [5] Halep 6-2 4-6 6-3
2016 Indian Wells Hard QF [1] Williams d. [5] Halep 6-4 6-3
2015 Cincinnati Hard F [1] Williams d. [3] Halep 6-3 7-6(5)
2015 Miami Hard SF [1] Williams d. [3] Halep 6-2 4-6 7-5
2014 WTA Finals Hard F [1] Williams d. [4] Halep 6-3 6-0
2014 WTA Finals Hard RR [4] Halep d. [1] Williams 6-0 6-2
2013 Cincinnati Hard QF [1] Williams d. Halep 6-0 6-4
2013 Rome Clay SF [1] Williams d. (Q) Halep 6-3 6-0
2011 Wimbledon Grass R64 [7] Williams d. Halep 3-6 6-2 6-1

Serena Williams, percorso a Wimbledon 2019:
Gatto-Monticone 6-2, 7-5
Juvan 2-6, 6-2, 6-4
[18] Goerges 6-3, 6-4
[30] Suarez Navarro 6-2, 6-2
Riske 6-4, 4-6, 6-3
Strycova 6-1, 6-2
Saldo complessivo vincenti/errori non forzati nel torneo: +49 (169/120)

Simona Halep, percorso a Wimbledon 2019:
Sasnovich 6-4, 7-5
Buzarnescu 6-3, 4-6, 6-2
Azarenka 6-3, 6-1
Gauff 6-3, 6-3
Zhang 7-6(4), 6-1
[8] Svitolina 6-1, 6-3
Saldo complessivo vincenti/errori non forzati nel torneo: +16 (103/87)

 

Ogni finale di Wimbledon è importante, ma alcune possono diventarlo di più nel momento in cui si trasformano in una pietra miliare nella carriera di una fuoriclasse, oppure in un momento storico per un intero movimento tennistico. Serena Williams è da due anni alla ricerca del titolo Slam numero 24, per eguagliare il primato di Margaret Smith Court. Simona Halep potrebbe ambire a fare addirittura meglio di Ilie Nastase (due volte finalista ma sempre sconfitto) e diventare la prima tennista rumena capace di vincere i Championships. Per analizzare la partita cominciamo dagli aspetti tecnico-tattici.

Williams contro Halep è una finale che parte da una condizione tennistica favorevole: abbiamo un contrasto di stili. Naturalmente questo non è sinonimo di sicuro spettacolo, ma ne aumenta le possibilità. Per avere grandi match occorre anche l’equilibrio di valori, e su questo non abbiamo certezze: ogni partita fa storia a sè.

Proprio a causa della diversità di stili delle due protagoniste, Williams e Halep avranno obiettivi tattici e tecnici opposti. E la vittoria, quasi sicuramente, sarà di chi riuscirà a portare con più frequenza la partita verso il proprio tipo di tennis. Un dato per spiegare la differenza fra le due contendenti: nei sei match disputati per arrivare in finale, Williams ha percorso in totale 7248 metri. Halep 11781.

Serena ha nei due colpi di inizio gioco, il servizio e la risposta, i maggiori punti di forza. Per lei il primo obiettivo sarà quindi tenere basso il numero medio di colpi per scambio, facendo sì che il match diventi un esercizio di potenza ed esplosività. Se la partita si svilupperà soprattutto in questo modo, non occorre nemmeno dire chi vincerà. Semplice e lineare: poco da aggiungere.

Un po’ più complessa la situazione per Halep. Simona cercherà di allungare lo scambio, in modo da obbligare Williams a muoversi molto in campo, mettendo in evidenza i suoi attuali limiti negli spostamenti. Sarà quindi importante capire quanto entrambe incideranno con il servizio, ma anche, e forse soprattutto, con la risposta.

Nella finale dell’anno scorso fra Williams e Kerber, la risposta di Angelique fu probabilmente l’elemento chiave per indirizzare il match. Occorre però chiarire le cose. Ci sono sostanzialmente due modi diversi di interpretare la risposta: uno molto offensivo, che tende a rovesciare la conduzione dello scambio all’istante, attraverso un colpo di grande aggressività. E uno più di contenimento, nel quale ciò che conta è l’alta percentuale di palle tenute in campo. Naturalmente tenute in campo con una accettabile profondità, in modo da fare sì che il successivo colpo avversario (quello in uscita dal servizio) non diventi quello definitivo.

Questa seconda opzione fu quella adottata da Kerber lo scorso anno. Angelique per tutto il torneo di Wimbledon 2018 ebbe altissime percentuali di riposte in campo, e anche in finale contro Williams tenne in campo tutti i servizi umanamente gestibili (contro certe battute di Serena si deve accettare l’ace e basta). In sostanza Kerber non cercava di avere subito la meglio contro la battuta di Serena; si accontentava piuttosto di stemperare l’inerzia del servizio avversario. E lo faceva con una prima risposta tenuta in gioco, poi sostenuta dalla propria eccezionale copertura del campo che le permetteva di rimandare di là anche il quarto colpo del palleggio.
A quel punto l’inerzia del servizio di Williams era in gran parte ammortizzata, e Kerber si trovava in una situazione di vantaggio fisico-tecnico nello sviluppo del gioco. In questo modo Angelique finì per vincere il match quasi senza soffrire (6-3, 6-3), grazie a questo processo di “diluizione” della potenza della battuta di Serena attraverso una sequenza di colpi di contenimento.

Va ricordato però che Kerber è probabilmente la migliore di tutte in questo tipo di gestione della fase di risposta (negli ultimi due anni ha avuto le percentuali più alte in assoluto a Wimbledon). Non possiede cioè la replica al servizio fulminante di Serena o di Azarenka, ma quando è in forma risulta comunque terribilmente efficace, perché riesce ugualmente a spostare sul proprio terreno un gran numero di punti. Ed è anche grazie a queste doti che è riuscita a battere Serena in due finali Slam.

Ecco, anche se Halep non ha probabilmente la stessa abilità di Kerber in questo tipo di situazione, per aumentare le proprie possibilità di successo dovrà cercare di imitarla. In fondo Simona è molto brava in difesa, pur senza raggiungere i livelli fenomenali di Angelique.

Questo in fase di avvio del punto. Attenzione però a dare per spacciata Serena una volta che lo scambio è avviato. Sicuramente oggi non ha più la mobilità e la resistenza di qualche anno fa, ma rimane una tennista espertissima che ha il naturale istinto agonistico per capire quando occorre dare un quid in più per vincere punti inaspettati. Anche perché, nello scambio, Serena e Halep sono forse le migliori del mondo in due “specialità” differenti.

Halep è unica nella facilità con cui esegue i lungolinea. D’altra parte Serena è in grado di trovare angoli stretti inconcepibili per quasi tutte le altre giocatrici. Per questo Halep dovrà stare attenta a non abusare nell’utilizzo dei lungolinea: perché se non saranno sufficientemente incisivi, potrebbe esporsi alla replica in cross stretto di Serena che la coglierebbe fuori posizione.

Per concludere le questioni tattiche, aggiungo un ultimo aspetto, che fa riferimento agli ultimi due confronti diretti giocati fra di loro: US Open 2016 e Australian Open 2019. Partite che hanno avuto un andamento molto simile. Primo set per Serena, reazione di Halep nel secondo e terzo set con ritorno di Williams. Beh, in entrambe le occasioni secondo me Simona ebbe delle responsabilità nelle scelte tattiche del set decisivo.

Dopo essere riuscita a mettere in difficoltà la sua avversaria nel secondo set facendola muovere molto, nel terzo set spesso Halep si era “innamorata” dell’angolo sinistro di Serena: troppi rovesci incrociati e dritti (lungolinea e inside-out) indirizzati nella zona di campo dove Williams tendeva a stazionare, facendola in questo modo colpire molte volte da ferma. E il risultato di quella scelta lo si può leggere nei punteggi finali dei match.

Infine qualche considerazione sulle questioni mentali e psicologiche. Serena parte dal grosso vantaggio di avere vinto nove match su dieci contro Simona; l’unica sconfitta nel Masters 2014 è stata sì di proporzioni sorprendenti (6-0, 6-2), ma a conti fatti si è rivelata ininfluente, visto che arrivò nel round robin e la stessa Serena si rifece immediatamente nella finale del torneo.

Questo per quanto riguarda il confronto diretto. C’è poi una questione psicologica che riguarda l’importanza che avrebbe questo titolo per la carriera delle due giocatrici. E qui il peso della situazione potrebbe rovesciarsi. Williams è una tennista espertissima, abituata a qualsiasi confronto e qualsiasi palcoscenico. Però si può dire che in questa finale dei Championships (come già accadde lo scorso anno a Wimbledon, ma anche qualche mese dopo a New York) Serena giocherà contemporaneamente contro due avversarie: Simona Halep e Margaret Smith Court. Da una parte l’attualità, fisica e reale, di chi la fronteggia in campo; dall’altra quella del tutto virtuale ma psicologicamente non meno pesante della detentrice del record dei 24 Slam.

Un record ottenuto a cavallo fra era amatoriale ed era open e che fino a qualche anno fa veniva sempre citato fra virgolette. Ma di recente è stato eletto come nuovo limite su cui misurarsi per poter passare alla storia come la più titolata di tutte.

Il 24: questo numero potrebbe rivelarsi per Serena un’arma a doppio taglio. Da una parte è lo stimolo migliore per affrontare i sacrifici necessari per essere ancora competitiva, a quasi 38 anni. Dall’altra potrebbe trasformarsi in una specie di ossessione, con il rischio di gravare come un fardello insopportabile al momento di raccogliere definitivamente il frutto di quei sacrifici.
Quello che accadde nel 2015 a New York contro Roberta Vinci, quando era così vicina a conquistare il grande Slam lo ricordiamo tutti. Riuscirà Serena a sconfiggere le sue avversarie, reali e virtuali, per compiere un ulteriore passo avanti nella storia del tennis? Avremo la risposta fra poche ore. Ma una cosa è certa già ora: per tutti questi motivi la finale di Wimbledon 2019 non sarà una finale qualsiasi.

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Per Caruso, Umago è come Parigi: battuto Coric. Sinner eliminato

Dopo gli exploit del Roland Garros, Salvatore Caruso protagonista anche in Croazia. Supera in tre set un falloso Borna Coric e raggiunge per la prima volta i quarti di un torneo ATP. Sinner lotta ma cede a Bedene

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Salvatore Caruso - Umago 2019 (foto Felice Calabrò)

Dai nostri inviati ad Umago, Michelangelo Sottili e Ilvio Vidovich

[Q] S. Caruso b. [2] B. Coric 6-2 3-6 6-1

Continua alla grande l’avventura umaghese di Salvatore Caruso: proveniente dalle qualificazioni e battuto al primo turno il talentino Moutet, elimina la seconda testa di serie del torneo Borna Coric schiantandolo con un perentorio 6-1 al terzo set e prendendosi il primo quarto di finale ATP in carriera. Davvero una prestazione maiuscola di “Sabbo” il cui rovescio, almeno oggi, non ha avuto nulla da invidiare a quello del suo più blasonato avversario, che pure sul lato sinistro ha il suo colpo migliore; anzi, è probabilmente su quella diagonale che si è deciso il match. A Parigi, Djokovic aveva suggerito di non giocargli sul rovescio (“sì, quella diagonale la faccio abbastanza bene” scherza Salvatore, “però il tennis è fatto di tante altre cose”). Entrambi ogni tanto si perdono il dritto, ma è la spettacolare preparazione atletica del ventiseienne di Avola (“un applauso al mio preparatore Pino Maiori, con me da dieci anni”) che vola su smorzate e drop volley croate e soprattutto ribatte efficacemente i tentativi di sfondamento a cui Coric è costretto dalla maggiore regolarità dell’avversario.

 

Coric rientra dall’infortunio alla schiena patito ad Halle (ma non cerca scuse, “ha giocato meglio lui” dice, “è stato un periodo difficile e non sapevo se avrei giocato, ma oggi non avevo dolore”) e inizia sbagliando un po’ tutto e anche di parecchio. È anche sfortunato quando, al primo scambio in vantaggio, subisce la smorzata vincente e involontaria di Caruso; beh, così impara a non andare avanti quando l’altro è in allungo spalle alla rete. Ci va poco dopo, Borna, e la volée esce di metri: come non detto. In ogni caso, il croato entra in partita e muove il punteggio quando è già sotto 0-4: troppo tardi perché, solido e autoritario, Caruso tiene i turni di battuta e chiude 6-2.

La prevedibile reazione di Coric gli vale il 2-0 e, nonostante “Sabbo” lo riprenda subito, si fa più intraprendente (“è un grande campione” dice Caruso, “ha provato tutto, ha messo in campo tutto quello che aveva”), si carica con il pugno sul gratuito del nostro, chiede e ottiene il sostegno del pubblico amico e si prende il break che rimanda tutto alla partita finale. Qui, Caruso è il più lesto a uscire dai blocchi e vola 4-1. Dagli spalti, sale l’incitamento “Sabbo, Sabbo” quando conquista due palle del doppio break con un nuovo recupero in avanti, stavolta con la complicità del ventiduenne di Zagabria, non esattamente impeccabile a chiudere la volée. Il successivo doppio fallo è il segnale di resa.

Venerdì, secondo incontro dalle 20, la meritata sfida valida per la semifinale contro Facundo Bagnis, mancino argentino n. 152 ATP: sognare è lecito anche se “l’obiettivo è andare più avanti possibile, ma si va partita per partita e restiamo con i piedi per terra”.

A. Bedene b. [WC] J. Sinner 7-6(3) 6-3

Dopo Caruso, non riesce l’impresa dell’altro tennista italiano impegnato oggi ad Umago. È infatti quasi mezzanotte quanto Aljaz Bedene si fa l’ultimo regalo per il 30esimo compleanno (è nato il 18 luglio 1989) e con un servizio vincente chiude a suo favore il match contro Jannik Sinner. Nonostante la sconfitta, l’incontro ha confermato quanto di buono ha fatto vedere in questi mesi il 17enne altoatesino, che sul piano del ritmo e dell’intensità degli scambi ha fatto assolutamente match pari con il n. 87 del mondo e, anzi, spesso ha avuto la meglio quando gli scambi ad alte velocità si allungavano. Sinner a questi livelli paga ancora pegno per qualche pausa e qualche ingenuità di troppo, come del resto è comprensibile per un under 18. Bedene ha saputo sfruttare le occasioni  che Sinner gli ha concesso per raggiungere per la terza volta in stagione i quarti di finale in un torneo ATP. Del resto – tanto per capire il differenziale di esperienza tra i due – questo è stato il 101esimo incontro ATP sulla terra rossa di Bedene (51-50 il bilancio), mentre per il tennista di San Candido si è trattato appena dell’ottavo incontro totale nel circuito (3-5).

Il match era iniziato con un po’ di tensione da entrambe le parti, come testimoniato dai tre break consecutivi dei primi tre giochi, due  dei quali subiti da Sinner. Bedene coglieva l’attimo e grazie anche ad un’ottima resa della prima di servizio, che si rivelerà un fattore determinante per tutto il match (7 ace e 77% di punti con la prima), era il primo ad invertire la rotta, per poi arrivare senza grossi scossoni (a parte una palla break nel sesto gioco) a servire per il set al decimo gioco. Lo sloveno arrivava a due punti dal parziale ma qui sentiva un po’ la tensione, ed era bravo Sinner a indovinare un paio di risposte per strappare nuovamente la battuta al suo avversario. Si arrivava così al tie-break, dove però non c’era storia: alcuni errori di troppo dell’azzurrino permettevano a Bedene di involarsi sul 6-1 e chiudere poi per 7-3.

Il secondo set iniziava con un paio di palle break non sfruttate da Sinner, per poi proseguire senza grossi scossoni fino al sesto gioco. Qui, all’improvviso, un black out dell’italiano sul 40-15 a suo favore consentiva a Bedene di infilare una serie di nove punti consecutivi e di ritrovarsi a due punti dal match sul 5-2. Ma Jannik confermava la sua tempra agonistica e si rifiutava di andare subito negli spogliatoi, arrivando addirittura alla palla del contro-break. Bedene però si aggrappava nuovamente al servizio per regalarsi i secondi quarti in carriera ad Umago, dove affronterà il serbo Lajovic, tds n. 4. Sinner può comunque consolarsi con i secondi ottavi a livello ATP, l’ingresso nei top 200 e soprattutto la consapevolezza di potersela giocare alla pari a questi livelli. A diciassette anni non è poco, anzi, è “tanta roba” come si suol dire adesso.

Negli altri due incontri, l’argentino Facundo Bagnis, prossimo avversario di Caruso, ha spento senza grossi problemi con un doppio 6-3 le velleità della wild-card locale Nino Serdarusic. Senza grossa storia anche l’altro match, che invece alla vigilia si prospettava interessante, quello tra Andrey Rublev e Dusan Lajovic. Troppo solido il tennista serbo per il campione di Umago 2017, che pare essersi fermato nella sua crescita e non riesce a fare quel salto di livello che ci si attendeva da lui dopo l’ottima stagione 2017. I suoi colpi viaggiano sempre che è un piacere, ma senza significative variazioni tattiche a supporto: e per un top 40 come Lajovic dopo un inizio equilibrato non ci sono stati grossi problemi nell’incanalare il match a proprio favore.

Risultati:

[4] D. Lajovic b. A. Rublev 6-4 6-3
[Q] S. Caruso [2] b. Coric 6-2 3-6 6-1
A. Bedene b. [WC] J. Sinner 7-6(3) 6-3
F. Bagnis b. [WC] N. Serdarusic 6-3 6-3

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Il nostro sport è davvero straordinario

Riflessioni sugli aspetti pedagogici del tennis e sui valori educativi che permette di trasmettere. Con un focus sul wheelchair tennis

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Questa è l’epoca in cui non ci si riesce a fermare un solo attimo a riflettere sugli aspetti pedagogici e sui valori che trasmette il tennis. La grande scommessa pedagogica è quella di far socializzare, insegnare a condividere e promuovere il benessere ed i valori educativi, elementi indispensabili per la crescita generazionale.

L’allenamento sportivo è un processo pedagogico multilaterale, pertanto lo sport è un laboratorio permanente, un apprendere facendo, che sia contesto e metodo di co-costruzione di specifiche intelligenze che si intrecciano, si specificano, per potersi di nuovo intrecciare dinamicamente. Ciò permette alle idee innovative e ai progetti educativi di crescere e di fare scuola; la diversità personale e culturale, come risorsa, le abilità per apprendere, l’affettività come sostegno per l’intelligenza, e la produttività dell’intelligenza, la resilienza, concorrono per far acquisire alle new gen le basi su cui applicarsi.

Il tennis cos’è, se non il riassunto di tutti questi elementi? Occorre un confronto introspettivo quando si passa dal momento in cui si teorizza al momento in cui ci si cala nella realtà, esattamente come quando ci si trova sul campo pronti ad affrontare una partita di tennis o un avversario che mette in difficoltà e si cerca la giusta strategia di gioco e mentale. L’obiettivo è quello di dimostrare ai lettori che cosa si riesce a fare con delle palline da tennis ed una racchetta. Il tennis è uno sport coinvolgente e può diventare molto appassionante per chi lo pratica, in quanto, a differenza di altri sport, permette di rinforzare fisico e mente, consentendoci di scaricare stress e nervosismo e di trasformare quest’ultimo in sana competizione con l’avversario e con se stessi. Lo farò riferendomi all’ambito del wheelchair tennis.

Joachim Gerard/Stefan Olsson – Wimbledon 2019 (foto AELTC/Chloe Knott)

Partiamo dalla doverosa premessa che si tratta di una disciplina alla quale gli atleti si avvicinano partendo da una situazione critica e dolorosa anche a livello mentale – come l’incidente stradale che ti porta a passare il resto della tua vita su una sedia a rotelle – e attraverso la quale si raggiunge un obiettivo principale: continuare a credere in qualcosa e soprattutto credere in sé stessi. Affinché ciò avvenga è fondamentale, in base alla mia esperienza di allenatore, che si instauri un buon rapporto con il coach, che in questo contesto deve lavorare attraverso fasi diverse.

 
  • Prima fase: scelta dell’attrezzo di gioco. La scelta dipende da diverse variabili come il livello di abilità nel gioco, la forza e la struttura fisica, l’età, ma può essere determinante anche la disabilità.
  • Seconda fase: l’apprendimento motorio. Può essere definito come l’insieme di processi associati con l’esercizio o l’esperienza che conduce a cambiamenti nella capacità di azione e che non può essere osservato direttamente ma che può essere riferito solamente in base a trasformazioni nel comportamento manifesto determinando un miglioramento relativamente permanente nella prestazione o nelle potenzialità di comportamento (tecnico).
  • Terza fase: organizzazione dell’attività psicomotoria, per esperienza personale anche attraverso la pratica della bioenergetica che può essere applicata ma che può far parte del metodo di lavoro del singolo allenatore. La bioenergetica è una tecnica psico-corporea che si serve di tecniche respiratorie, di esercizi fisici, di posizioni e contatti corporei, associati a un’analisi psicologica e del carattere. La formazione e l’esperienza del coach agisce sull’interpretazione di quelle che vengono chiamate tecniche relazionali che ricadono nella collettività, nel mondo dello sport.

Se l’attività è legittimata da me coach, che so anche enfatizzarla, allora sarà legittimata dagli atleti poiché c’è da dire anche che l’unione di tre fattori (giudizio positivo, fiducia e concentrazione) favoriscono una sostanziale armonia interiore. Si tratta di prendere in esame quali siano le relazioni della teoria della mente, che fanno perno nel cercare di comprendere “io che cosa penso che tu pensi”, che è poi la base di quelle che sono le relazioni umane. Sono state studiate nell’autismo, e si è visto che comunque esistono dei canali di attivazione in questo senso anche nello sport. Vi sono atleti e coach (molti di essi sono spesso anche abili preparatori mentali) che fanno già uso della teoria dei neuroni specchio, sia quando propongono esercizi corporei e di concentrazione, sia quando osservano i movimenti dei compagni e avversari e questo in particolare nel tennis in carrozzina, dove bisogna muoversi in tempo utile per controbattere la palla dell’avversario con grande coraggio e straordinaria forza di carattere.

Ritengo di avere, come allenatore e come mental coach, ancora bisogno di evitare una teorizzazione schematica; preferisco portare alla riflessione, alla discussione e alla critica questo materiale che indica, a parer mio, quanto il rapporto con l’allenatore sembri suscitare un processo di sviluppo autonomo e quindi di quanto sia importante la relazione. Quando vedo qualcuno esprimere col proprio volto un’emozione, ne comprendo il significato (è questa la ratio dei neuroni specchio, ndr): l’emozione dell’altro è assorbita dall’osservatore e compresa grazie a un meccanismo di simulazione che produce nell’osservatore uno stato corporeo condiviso con l’attore di quella espressione. È per l’appunto la condivisione dello stesso stato corporeo tra osservatore e osservato a consentire questa forma diretta di comprensione, che potremmo definire “empatica”.

Per Darwin è a causa di questa generale utilità che alcuni stimoli sono in grado di attivare il sistema nervoso ed indurre espressioni facciali, posture e mimiche simili in tutti i membri di una stessa specie che abbiano un antenato comune. Pertanto, Darwin ritiene che le espressioni facciali siano universali e quindi decifrabili dagli individui, indipendentemente dalla loro cultura o etnia di appartenenza e a tale proposito riporto qui uno studio sull’universalità delle espressioni facciali eseguito alla popolazione dei Fore in Nuova Guinea. I Fore furono sottoposti a una prova di associazione di volti esprimenti emozioni e storie riuscendo ad associare pur completamente ignari della cultura occidentale, le foto con le storie appropriate: paura, felicità, rabbia.

Questo è anche ciò che ci succede quando manteniamo il discorso in ambito sportivo, da quando assistiamo ad una partita di tennis a quando invece ne diventiamo gli attori principali. Tutto ciò si traduce in una delle caratteristiche peculiari dell’essere vitali e quindi attori principali ed è la capacità di essere in contatto con le proprie emozioni, in contatto con tutto ciò che si trova nel raggio della propria campana o bolla vitale (spazio vitale), ed anche oltre, ed alla portata delle percezioni sensoriali. Essere in contatto vuol dire diventare consapevoli di ciò che accade dentro ed intorno a sé stessi. L’atleta capace di sentirsi, è avvantaggiato rispetto a colui che esegue il gesto senza percepirsi, senza stare in contatto con tutto il proprio corpo. E questo perché la percezione del Sé corporeo è la chiave per aprire la “porta” che dà sul mondo esterno, che investe il corpo ed i sensi.

Matteo Berrettini – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Pertanto, più vitali si è più diventano acute le percezioni. Perciò, per aumentare le capacità percettive bisogna accrescere la vitalità. Ed arriviamo così a quello che – dal mio punto di vista – dovrebbe essere l’obiettivo finale di un allenamento mentale nel wheelchair tennis. Nello specifico, ritengo perciò che un programma di allenamento mentale per un gruppo  di tennisti è tale se prevede una  combinazione adeguata di esercizi di stress, esercizi di contatto ed esercizi di rilassamento. Il tutto al fine, appunto, di rispettare e addirittura accrescere la propria energia corporea. 

Fulvio Consoli

Fulvio Consoli è dottore in Scienze Sociali, coach GPTCA e preparatore mentale ISMCA.. Direttore tecnico e sportivo del Progetto “Fiori di Wimbledon” dove si allenano diversi ragazzi con problemi di disabilità fisica e relazionale, Consoli ha scritto “Un mondo in movimento” (2012), libro rivolto a coloro che intendono affrontare con serenità i problemi connessi al decadimento cognitivo e comportamentale, ai professionisti del settore socio-culturale e a chi vuole approfondire la conoscenza dei sistemi riabilitativi con gli sportivi.


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L’altra partita (politica) di Djokovic

Nole a Wimbledon ha dettato legge anche fuori dal campo. Gli oppositori all’interno del Player Council si sono fatti da parte. Ma l’obiettivo rimane la successione di Kermode

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via YouTube, @Wimbledon)

Prima che l’edizione 2019 dei Championships avesse inizio, tra le mura dell’All England Club è andata in scena un’altra partita. O per meglio dire l’ennesimo set di un match che va avanti ormai dalla scorsa stagione. Quello tutto interno all’ATP Player Council, l’organo che rappresenta i giocatori del circuito maschile. Qui non si gioca a colpi di dritti a sventaglio, rovesci lungolinea, servizi slice e drop shot. Ma bensì a suon di strategie politiche, rapporti di fiducia consolidati e, secondo i maligni, interessi personali da difendere. 

A Wimbledon si è arrivati con due fazioni ormai ben delineate all’interno del Council. Da una parte della barricata ci sono quelli che potremmo definire “rivoluzionari”, capeggiata dal n.1 del mondo Novak Djokovic, presidente dell’organo. Costoro hanno intrapreso una vera e propria crociata in favore di un radicale ribilanciamento della distribuzione dei guadagni tra tornei e giocatori. Insomma, chiedono, con ottime ragioni, maggiori soldi per tutti i tennisti, soprattutto quelli che non navigano nelle primissime posizioni di classifica.

I rivoluzionari hanno identificato in Chris Kermode, attuale capo della ATP, un ostacolo al raggiungimento del loro obiettivo, ritenendolo troppo attento alle esigenze degli organizzatori dei tornei e troppo poco verso quelle dei giocatori. Come suo possibile sostituto avevano selezionato l’ex tennista americano Justin Gimelstob. Peccato che quest’ultimo sia stato travolto da diverse accuse di violenza, per le quali ha patteggiato in aprile, ammettendo implicitamente la sua colpevolezza. A causa della pressione di diversi tennisti di spicco, compresi Stan Wawrinka e Andy Murray, Gimelstob si è dovuto dimettere da rappresentante del board ATP. 

 

Nonostante ciò, i rivoluzionari, assumendo una posizione alquanto controversa, continuano a difendere l’ex tennista americano fino ad auspicarne un ritorno nelle istituzioni del tennis appena le vicende giudiziarie si concluderanno definitivamente. Le ragioni di questo imbarazzante sostegno a Gimelstob sono politiche ma anche di natura personale. Ad esempio, John Isner e Sam Querrey, altri due rivoluzionari del player council, sono amici di lunga data del loro connazionale.

Anche lo stesso Djokovic pare essere legato a Gimelstob da un solido rapporto. I due si sono infatti incontrati alla vigilia del torneo. E così il campione serbo ha preso di petto l’accusa di un giornalista di non avergli voltato le spalle. “Ne riparleremo in una prossima conferenza stampa quando avrò letto tutte le carte, non c’è motivo per te di attaccarmi“, ha affermato Nole in maniera garantista. “Se dovesse emergere la certezza che abbia commesso un crimine cambierebbe del tutto il suo status. Mentre sarebbe diverso se ciò non dovesse essere accertato. Ha sempre rappresentato i giocatori ATP nel migliore dei modi, questo non mi sembra sia in discussione”. Peccato che appunto, come ha sottolineato opportunamente il giornalista, Gimelstob sia già da ritenersi colpevole in termini strettamente giuridici. Successivamente, il serbo ha addirittura sostenuto che Gimelstob stia subendo una ingiusta “campagna mediatica” solo perché “è uno dei giocatori più impegnati nella lotta per i diritti dei tennisti”.  L’apologia ad ogni costo del 42enne del New Jersey insomma è ormai sbandierata.

Dall’altra parte della barricata, nel meeting londinese, c’erano una serie di giocatori che possiamo definire “moderati”. E diciamo c’erano perché dopo sette ore di discussione, dalle cinque di pomeriggio a mezzanotte, quattro di loro si sono dimessi. Si tratta dell’ex coach di Dimitrov Daniel Vallverdù e dei tennisti Robin Haase, Jamie Murray e Sergiy Stakhovsky. Pare che Haase non abbia atteso nemmeno la fine della riunione per andarsene dalla stanza. L’olandese ha affidato ad un tweet le motivazioni della sua decisione. Haase ha definito l’ultimo anno “improduttivo” per il player council e ha sostenuto che “i temi che ha portato sul tavolo non sono stati discussi abbastanza approfonditamente”. In un’altra dichiarazione, il n.76 al mondo è stato più severo nei confronti dei suoi colleghi. “Spero che facciano un buon lavoro. Ma non voglio farne parte”, ha detto.

Tramite lo stesso social network, Stakhovsky ha ribadito il concetto ma con toni ben più accesi del collega. “Le cose che verranno alla luce presto gettano discredito sulla struttura del player council e sulla nostra autonomia di rappresentare i giocatori”, ha scritto Stakhovsky. È molto triste vedere che interessi personali e vendette sono alla base dei dissidi all’interno di questo organo”. Il tennista ucraino ha concluso affermando di essere “molto deluso” riguardo alla direzione presa dal council. La direzione impressa da Djokovic si intende in maniera implicita.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Jamie Murray. In una conferenza stampa in seguito all’eliminazione dal torneo di doppio, nel quale era impegnato insieme al connazionale Neil Skupsky, lo scozzese si è sfogato di fronte ai giornalisti. “Dallo scorso anno le cose si sono fatte molto più politiche all’interno del council, ha rivelato. “Ci sono persone che sono lì per il loro tornaconto personale e magari prendersi anche alcune rivincite. Mi sono stufato di stare seduto per sei o sette ore in questi incontri in cui non si parla di tennis. Non ho più voglia di perdere il mio tempo. Ci sono persone che cercano di prendersi il potere e portare avanti i loro interessi. Non voglio aver a che fare con questa direzione”. Parole al vetriolo insomma da parte di Murray. E viene ancora da pensare che siano dirette all’opposta fazione e al suo leader.

Jamie Murray at net, ATP Finals 2017 (foto di Alberto Pezzali Ubitennis)

Vallverdù, Haase, Murray e Stakhovsky, pur naturalmente condividendo l’obiettivo di dare ai tennisti una fetta maggiore della torta, non sono evidentemente convinti riguardo al modus operandi che sta seguendo il council. E, soprattutto, considerano Gimelstob ormai indifendibile. A far traboccare il loro vaso è stata la sostituzione ad interim di Gimelstob come rappresentante dei giocatori nel board con Weller Evans, navigato uomo ATP che secondo indiscrezioni sarebbe a favore della rimozione di Kermode. A Roma, poco meno un paio di mesi fa, il council si era equamente diviso per 5 a 5 tra lo stesso Evans e l’ex giocatore ecuadoriano Nicolas Lapentti. Una nuova elezione era stata messa in calendario nei prossimi mesi. Nel frattempo, però gli altri due rappresentanti dei giocatori del council, David Edges e Alex Inglot, hanno scelto Evans come sostituto pro tempore, mandando su tutte le furie i moderati. Che dietro ci sia lo zampino dei rivoluzionari, capaci di convincerli ad insediare il loro uomo prima del tempo?

Insomma, ad imporsi è sempre Djokovic, tanto in campo quanto nelle faccende politiche. Così come la finale contro Federer, il serbo sembra aver vinto anche questa partita. Per ritiro degli avversari, sfiniti dalla sua pressione continua e da stratagemmi a dir poco efficaci. La certezza assoluta l’avremo quando saranno nominati i nuovi membri del council e, in maniera ufficiale, il terzo rappresentante nel board ATP. Se apparterranno alla sua fazione, vorrà dire che i moderati sono stati definitivamente sconfitti. Ma il torneo del n.1 al mondo e dei suoi fiancheggiatori, quello che ha come primo premio la poltrona di Kermode, è ancora lungo e tutto da giocare.

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