Nei Dintorni di Djokovic sull’erba: Petra sì, Cilic no. Ma c’è Nole, cuore e acciaio

Nei dintorni di Djokovic

Nei Dintorni di Djokovic sull’erba: Petra sì, Cilic no. Ma c’è Nole, cuore e acciaio

L’analisi dei risultati (e le dichiarazioni) dei giocatori dei paesi dell’ex Jugoslavia a Wimbledon. Nel complesso – solo in tre oltre il II turno – peggio che a Parigi. ma la fantastica vittoria di Djokovic fa passare tutto in secondo piano

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Diciotto in totale – 10 uomini e otto donne – i rappresentati dei paesi dell’ex Jugoslavia nei due tabelloni di singolare. Un mese e mezzo fa a Parigi erano stati in diciannove, con la semifinale di Nole, i primi quarti di Perta Martic, gli ottavi di Donna Vekic e tanti qualificati al terzo turno a certificare per l’ennesima volta la buona qualità media del tennis balcanico. A Londra alla seconda settimana ci sono arrivati solo in due, Nole e Petra, e oltre al loro al terzo turno è approdata solo Polona Hercog. Ma volete mettere la vittoria di Novak?

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CROAZIA IN CHIAROSCURO – “Non so cosa dire, è dura perdere così“. Era affranta Donna Vekic dopo la sconfitta al primo turno contro Allison Riske, match nel quale si era trovata in vantaggio per 4-1 nel terzo set prima di subire la rimonta della statunitense. “Brava lei, ha fatto dei punti incredibili, ma io ci ho messo del mio con tutti quei doppi falli” l’obiettiva analisi della neo23enne tennista di Osijek. Certo aveva ragione ad osservare che, da testa di serie, trovare Riske – fresca vincitrice di due tornei sull’erba, l’ITF di Surbiton e ‘s-Hertogenbosch –  al primo turno non è stato certo il massimo (“Non ho avuto un sorteggio fortunato”), ma non si può non sottolineare come ancora una volta Donna abbia mancato l’esame per dimostrare di poter aspirare a qualcosa in più che stazionare tra la 20esima e la 30esima posizione WTA. 

Poteva avere qualche rammarico anche Petra Martic, che invece dopo la sconfitta contro Elena Svitolina è parsa serena, come certificato dal suo proverbiale sorriso. Dopo i quarti a Parigi, la spalatina ha raggiunto la seconda settimana di uno Slam anche a Londra, battendo nell’ordine Brady, Potapova e Collins, prima di arrendersi alla solidità dell’ucrainaa e – da qui il possibile rammarico – alla sua schiena. Che non le ha permesso di andare oltre alle tre palle break sul 4-3 a suo favore nel primo set. “Purtroppo devo conviverci. Mi sono svegliata stamattina e ho sentito che avevo dei problemi. Ho cercato perciò di accorciare gli scambi, ma lei era solida, prendeva tutto e non sbagliava. Forse se avessi fatto il break, chissà, perché stavo giocando bene”. 

Annullate quelle Svitolina prendeva il volo e per la croata il sogno di bissare i quarti del Roland Garros svaniva: “Nel secondo set lei ha giocato ancora più sciolta e non c’è stato niente da fare”. Per Petra e la sua schiena ora un po’ di riposo (“Ripeto, ci devo convivere, e credo non sia niente di grave. Starò ferma un paio di giorni, andrò da uno specialista, ma spero di ripartire dal Canada”), ma portando a casa comunque un regalo da Londra: la top 20, sesta croata della storia a raggiungere questo risultato.

SLOVENIA SOTTO I RIFLETTORI – Ben quattro le tenniste slovene in tabellone, a conferma che in campo femminile qualcosa si muove nel paese che ha dato i natali alla campionessa del Roland Garros 1977 Mima Jausovec. Salutava subito il resto della compagnia solo Dalila Jakupovic, sconfitta nettamente da Filipkens, mentre Tamara Zidansek batteva 8-6 al terzo quella che un tempo – quando arrivo in semifinale sugli stessi prati londinesi – era una grande promessa, Eugenie Bouchard, prima di raccogliere solo tre game contro Wang.  

Ma chi si è fatto notare sono state Kaja Juvan e Polona Hercog. La 18enne Kaja ha superato le qualificazioni ed ha vinto il suo primo match in uno Slam, prima di arrendersi solo 6-4 al terzo a Serena Williams, non prima di averla un po’ spaventata vincendo il primo parziale. “Non ho molto da rimproverarmi. Ho lottato fino in fondo, anche nel terzo quando ero indietro nel punteggio, non ho mai mollato. Sono molto soddisfatta per questo. Forse le ho giocato troppo sul dritto, tornassi indietro cambierei questo, ma comunque lei è Serena” ha commentato, comunque soddisfatta, la grande promessa slovena dopo la sconfitta.

La 28enne di Maribor, invece, dopo aver battuto Kuzmova in rimonta ed eliminato la tds n. 17 Madison Keys, è arrivata per due volte ad un passo dai suoi primi ottavi Slam – leggasi i due match point sprecati, specie il secondo con un clamoroso doppio fallo – prima di sciogliersi davanti allo sfrontato talento di Coco Gauff. “Evidentemente è scritto che io non debba arrivare alla seconda settimana di uno Slam” ha commentato Polona dopo il match, guardando però agli aspetti positivi piuttosto che a quelli negativi. “Dura arrivare così vicino, ma essere così lontani. Ma devo pensare a come ho giocato i primi due set, se giocherò a questo livello i risultati nei prossimi tornei arriveranno. E anche la seconda settimana in uno Slam”.

 
Polona Hercog – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

POCA SERBIA, MA CON ONORE Aleksandra Krunic ha lottato per un set prima di arrendersi nel match di esordio a quella Muchova che poi si sarebbe spinta fino ai quarti di finale battendo persino Karolina Pliskova. Chi invece ha fatto una gran bella figura è stata Ivana Jorovic. Dopo aver battuto in due set l’olandese Kerkohve, la 22enne Ivana ha ceduto solo 9-7 al terzo alla già citata Allison Riske, che più in là nel torneo avrebbe fatto tremare Serena. “Ho giocato bene, ma in questo momento non riesco ad esserne contenta, dopo aver perso una partita così tirata” ha detto a caldo dopo la sconfitta la tennista di Cacak. “Qui ho lottato alla pari contro una specialista dell’erba, come avevo lottato alla pari al Roland Garros contro una specialista della terra (perse contro Jennifer Brady 7-5 al terzo, ndr). Questo mi fa dire che sono sulla strada giusta”.

TABELLONE MASCHILE

CROAZIA, LA CRISI DI MARINAssente Borna Coric, che non è riuscito a recuperare in tempo dal problema agli addominali che lo aveva costretto al ritiro ad Halle, in Croazia in molti speravano che sull’erba di Wimbledon si rivedesse il vecchio Marin Cilic, quello capace di sfiorare la vittoria contro Federer nei quarti nel 2016 ed arrivare in finale nel 2017. Invece la crisi del 30enne di Medjugorje – accompagnato nell’occasione dall’ex top ten Wayne Ferreira, scelta che ha destato diverse perplessità in patria, ovviamente espresse post eliminazione – continua: la sconfitta in tre set al secondo turno contro un giocatore come Joao Sousa, da lui sempre sconfitto nelle 4 sfide precedenti e non certo uno specialista dell’erba (12 vittorie in carriera su 31 incontri prima di incontrare il croato) è di quelle veramente pesanti per il morale.

Per Cilic quest’anno da segnalare solo i quarti a Madrid (dove peraltro si è dovuto ritirare per l’ennesimo problema fisico), per il resto solo delusioni, specie negli Slam: sconfitta a Melbourne negli ottavi, secondo turno a Parigi e a Londra. Ed una classifica che dal n. 7 di inizio anno lo vede attualmente dieci posizioni più indietro, in 17esima posizione. In Croazia ci si interroga su quali siano i motivi di questo crollo, se sia legato ai ricorrenti problemi fisici oppure c’è dell’altro, considerato che Marin non è mai stato fortissimo dal punto di vista mentale e forse potrebbe fare fatica a metabolizzare l’insieme di infortuni e sconfitte. Chi si è invece fatto notare in positivo è stato  l’eterno Ivo Karlovic, che a furia di mazzate di servizio (92% di punti con la prima, 21 ace) ha superato Andrea Arnaboldi ed ottenuto un altro primato di longevità: era infatti dai tempi di Ken Rosewall che un quarantenne non vinceva un match in singolare a Wimbledon (che poi un quasi 38enne stesse per vincerlo, beh, è un’altra storia…), prima di cedere all’altro italiano Thomas Fabbiano senza grossi rimpianti “Lui ha giocato molto bene, non sbagliava mai. Il mio back di rovescio non gli ha dato mai fastidio”.

Marin Cilic – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

GLI ALTRI LOTTANO, MA NON BASTA – C’erano anche lo sloveno Aljaz Bedene ed il bosniaco Damir Dzumhur in tabellone, usciti al primo turno ma con l’onore delle armi. Il tennista di Lubiana ha giocato un bel match ed ha impegnato severamente Berrettini, che ha avuto bisogno di quattro set, e di un tie-break nel quarto, per avere la meglio sullo sloveno. Continua invece il periodo nero di Dzumhur, in un’annata piena di problemi fisici. “Dovevo vincere in tre set. Invece mi son fatto rimontare da 5-2 sopra nel secondo set. Sono riuscito a vincere il terzo, ma sapevo che con tutti gli infortuni e gli stop dell’ultimo periodo non ero in grado di reggere tanto tempo a quel livello in campo. Dovevo vincerla prima” ha commentato, un po’ sconfortato il 27enne di Sarajevo dopo la sconfitta al quinto contro Cuevas. Sconfortato ma non certo disposto a mollare. “Devo solo tornare ad allenarmi con continuità ed intensità”.

SERBIA, (TANTISSIMO) NOLE E POCO ALTRO – Se a Parigi oltre alla semifinale di Djokovic si erano visti anche altri tre serbi al terzo turno, a Wimbledon invece oltre al n. 1 del mondo nessun tennista di Belgrado e dintorni è riuscito ad andare oltre il secondo turno. Dusan Lajovic non ha onorato la sua prima testa di serie ai Championship ed è uscito subito per mano del polacco Hurcakz, e anche Filip Krajinovic ha fatto subito i bagagli, battuto dalla wildcard tedesca Kopfer in quattro set. “Quel tie-break è stato decisivo” ha osservato il 27enne di Sombor dopo il match, riferendosi al tie-break del terzo set perso 11-9, dopo il quale si è letteralmente “sciolto”. Inutile dire che da entrambi ci si attendeva qualcosa in più, dopo i buoni risultati sul rosso.  

Hanno fatto un turno in più gli altri tre tennisti serbi. Sicuramente da elogiare Janko Tipsarevic, che riesce finalmente a superare di nuovo un turno in uno Slam, dopo le due battaglie perse al primo turno a Melbourne e Parigi contro Dimitrov. Qui vince un’altra battaglia (6-2 al quinto contro Nishioka), prima di dare filo da torcere al finalista dello scorso anno Kevin Anderson. Tutto sommato, non si poteva chiedere di più neanche agli ultimi due. Miomir Kecmanovic ha battuto Carballes Baena prima di ritirarsi all’inizio del terzo set conto Benoit Paire: problemi alla caviglia per lui, forse legati alle tossine non ancora smaltite del torneo di Antalya della settimana precedente (cinque tie-break giocati tra semifinale e finale). Laslo Djere ha battuto un giocatore che è ancora più terraiolo di lui, l’argentino Andreozzi, prima di incontrare un Millman che non è uno specialista dei prati, ma da australiano sicuramente se la cava molto meglio del 24enne di Senta.

Su Nole non c’è veramente cosa aggiungere a quello che è stato scritto su Ubitennis e altrove per celebrare la sua vittoria. Il fuoriclasse di Belgrado si era presentato a Wimbledon sorprendendo un po’ tutti, dopo aver chiamato Goran Ivanisevic a far parte del suo staff (scelta che in Serbia non tutti hanno preso bene, ricordando alcune frasi di un giovane Goran ai tempi della guerra nell’ex Jugoslavia). Ma le sorprese da parte di Nole finivano lì. Dopo aver regolato facilmente Kohlschreiber e Kudla, cedeva un set a Hurkacz (“Ci voleva, ma ha dato una sveglia”), triturava Humbert e Goffin, anche se la prima parte del primo set contro il belga lo aveva visto un po’ contratto (“All’inizio ero teso, poi recuperato il break mi sono come liberato“) e poi si imponeva nettamente alla distanza su Bautista Agut. Infine, il capolavoro contro Federer. E contro la spinta dei 15.000 del Centrale per lo svizzero. E chissà di quanti altri seduti a casa davanti al televisore.

Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

Jeeg va, cuore e acciaio, cuore di un ragazzo che senza paura sempre lotterà” recitava la sigla di un noto cartone animato giapponese trasmesso in Italia negli anni Ottanta. Non sappiamo se sia stato trasmesso anche in Serbia, certo è che quelle parole calzano benissimo sul Novak Djokovic visto domenica. Cuore e (nervi) d’acciaio. E tanto, tanto talento: perché per giocare sempre, sempre, sempre vicino alla riga, qualsiasi tipo di palla gli arrivasse in seguito alle magie di Roger, ce ne vuole veramente tanto. Come si dice in Serbia: svaka ti cast, Nole (congratulazioni, Nole).

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Nei Dintorni di Djokovic: Donna Vekic sogna in grande. “Nel 2020 punto alla Top 10”

Dopo un ottimo 2019 che l’ha vista arrivare ai quarti a NY (“Il più bel momento della stagione”) ed entrare nella top 20, la 23enne tennista croata alza l’asticella: “Quest’anno ho battute diverse delle prime dieci, non è un caso”

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Donna Vekic - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Dopo una rigenerante vacanza alle Maldive, adeguatamente documentata sul suo profilo Instagram, dalla seconda metà di novembre Donna Vekic ha iniziato la preparazione per la prossima stagione agonistica. Stagione che la vedrà ai nastri di partenza – per la prima volta – da top 20. Per la precisione da n. 19 WTA, il best ranking che ha raggiunto ad inizio novembre. Merito di un ottimo 2019, che ha visto la 23enne tennista croata arrivare per la prima volta ai quarti di finale di uno Slam (a New York) e conquistare due finali, a San Pietroburgo e a Nottingham. Ma se la maggiore soddisfazione dell’anno è arrivata da un risultato Slam, lo stesso dicasi per la maggiore delusione, come ha confidato lei stessa in un’intervista rilasciata ai media croati: l’eliminazione al primo turno di Wimbledon – 7-5 al terzo – per mano della statunitense Allison Riske, capace poi di arrivare sino ai quarti di finale (e lottare fino alla fine con Serena Williams).

I quarti a New York sono stati il più bel momento della stagione. Il peggiore, la sconfitta contro Riske a Wimbledon. Avevo grandi aspettative per Wimbledon, anche se già il giorno prima del sorteggio avevo sognato che avrei giocato contro Riske ed è proprio andata a finire così. Quella sconfitta mi è rimasta dentro, ma mi prenderò la rivincita la prossima volta”.

Sebbene già con il precedente coach, Nikola Horvat, la tennista di Osijek era riuscita ad uscire da quella spirale negativa in cui si era ritrovata tra il 2015 e la prima metà del 2016, quando non era riuscita a confermare i risultati che nelle due stagioni precedenti l’avevano fatta conoscere al grande pubblico (forse anche per le difficoltà a gestire, da teenager, la pressione generata dalle tante aspettative che prima l’ingresso nella top 100 a neanche 17 anni e poi la vittoria al torneo di Kuala Lumpur aveva generato in patria), è innegabile che la scalata vera e propria di Donna Vekic verso le posizioni più nobili della classifica sia iniziata con coach Torben Beltz. Sono due anni che la giocatrice croata è seguita dall’ex allenatore di Angie Kerber, che insieme al 43enne connazionale aveva conquistato due Slam e raggiunto il vertice della classifica mondiale, ed è sempre più soddisfatta della sua scelta.

Ho un ottimo team, abbiamo tutti la stessa visione su come deve svilupparsi il mio cammino e ci troviamo bene insieme. Ci troviamo bene anche fuori dal campo e anche quando ho qualche problema di carattere personale lui (Torben Beltz, ndr) c’è sempre per me. Ha indirizzato il mio lavoro nel miglior modo possibile ed è per questo mi fido molto di lui. Quando in certe situazioni non la vediamo allo stesso modo, credo a lui”.

Se nel circuito maschile i “grandi vecchi” continuano a dettar legge, soprattutto a livello Slam, in campo femminile invece già da un paio d’anni le giovani generazioni stanno facendo con costanza la voce grossa nei Major. Ha iniziato Jelena Ostapenko – allora fresca 20enne –  al Roland Garros 2017 (ma già l’anno prima sulla terra parigina trionfò una 22enne Garbine Muguruza, capace poi di vincere anche Wimbledon l’anno successivo), ha proseguito un’altra rappresentante della generazione 1997, Naomi Osaka, con la doppietta US Open – Australian Open, è arrivata poi la vittoria dell’attuale Ashleigh Barty (coetanea di Donna) ed infine l’esplosione della teenager Bianca Andreescu: “Bianca ha giocato veramente bene a Indian Wells, a Toronto e a New York. Ma non so se reggerà senza infortuni. Ne ha già avuti diversi sinora. Serena? Sinceramente, non credo giocherà ancora a lungo”.

La domanda è: cosa manca a Donna per arrivare al loro livello, per fare un ulteriore salto di qualità?Niente di particolare, ma un po’ di tutto. Mi serve ancora un po’ di tempo e anche un po’ di fortuna, già quest’anno se 5-6 partite fossero girate a mio favore ora sarei una top 10. Non c’è grande differenza in termini di punti e di livello. Ma ognuna ha la sua strada, ha il suo modo di arrivare, io cresco di anno in anno. In questa stagione sono migliorata molto fisicamente, grazie al lavoro con Zlato Novkovic” (l’ex preparatore fisico di Ana Ivanovic, con il quale lavora da inizio 2019, ndr).

Un salto di qualità che Donna ha nel mirino già per la prossima stagione, ricca per lei di obiettivi. I primi sono quelli legati ai colori croati. A partire dalla promozione in Fed Cup, dove da anni la nazionale biancorossa è relegata nel gruppo I della zona Euro-Africana (“Il format è cambiato, ma il prossimo anno siamo ancora lì, da dove è veramente difficile salire”), ma il pensiero è in particolare alle Olimpiadi: “Sì, il prossimo è l’anno olimpico e io mi sono qualificata: giocare le Olimpiadi è sempre stato uno dei miei obiettivi e dei miei desideri”. Ma l’obiettivo più importante è ovviamente un altro, quello che certificherebbe il salto di qualità: la top ten. “Credo non si tratti di un obiettivo incredibile, ma realistico. Ho battuto diverse giocatrici tra le prime dieci quest’anno e non è stato un caso. Tutte noi top 30 siamo lì”.

Un obiettivo che condivide con l’altra top player croata, l’attuale n. 15 del mondo Petra Martic, e che se raggiunto da entrambe certificherebbe anche il sorpasso a livello nazionale del tennis femminile su quello maschile. Come Donna stessa sottolinea, non senza un pizzico di polemica (“Sì, sono molto orgogliosa di questo e credo che la cosa dovrebbe venir messa maggiormente  in evidenza. I ragazzi sono stati per anni al vertice, e adesso ci siamo arrivate anche noi ragazze”) ma allo stesso tempo con l’augurio che a condividere con lei e a Petra questo periodo d’oro del tennis croato in gonnella possa presto esserci anche la sfortunatissima Ana Konjuh: “Sì, sta tornando. È stato veramente catastrofico quello che le è accaduto. Spero che ora torni e possa rimanere nel tour per tanto tempo”.

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Focus

Nei dintorni di Djokovic: Olga Danilovic è tornata a casa. E a vincere

Dopo la vittoria al WTA di Mosca, un anno complicato per Olga Danilovic. Infortuni, crisi di risultati e di fiducia. Per ritrovarsi, la scelta di lasciare la Spagna e tornare a Belgrado (“Era quello di cui avevo bisogno”). La vittoria in un ITF in Svizzera pare essere il primo segnale che la 18enne serba sia sulla strada giusta

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Olga Danilovic - Mosca 2018 (foto via Facebook, @BalticOpenTennis)

Dopo la clamorosa vittoria dello scorso anno a Mosca, prima giocatrice nata nel nuovo millennio a vincere un torneo WTA, di Olga Danilovic si erano un po’ perse le tracce. Ma ad inizio settembre è arrivata l’affermazione in un torneo ITF in Svizzera, che ha fatto riaccendere i riflettori sulla 18enne tennista serba. Soprattutto in patria, ovviamente, dove dopo il ritiro di Ana Ivanovic e Jelena Jankovic sono alla disperata ricerca delle eredi delle due ex n. 1 del mondo. Ecco perciò che la vittoria di Olga nel W60 di Montreux, dove ha lasciato per strada un solo set (il secondo del quarto di finale contro la 18enne tennista di casa Simona Waltert, vinto poi 6-1 al terzo), ha riacceso le speranze in tal senso a Belgrado e dintorni.

Logico quindi che sia arrivata anche l’intervista alla giovane promessa serba, per sapere come si sente dopo questa vittoria che si spera abbia definitivamente messo fine al suo periodo no. “Sono molto contenta. Prima di tutto perché torno a raccogliere i frutti di tutto il lungo e bel lavoro fatto. Sono anche molto soddisfatta perché per un po’ di tempo non ho ottenuto buoni risultati, non ho neanche giocato bene e al livello che mi aspettavo. Ma qualche mese fa c’è stato il ‘click’, come si dice in gergo. Negli ultimi due mesi mi sono allenata veramente bene e finalmente ho giocato un torneo come posso e so fare, e l’ho portato a casa. Questo mi rende felice e soddisfatta. Dal momento in cui sono scesa in campo ho sentito di essere in fiducia: un aspetto su cui avevo lavorato nell’ultimo periodo, ed evidentemente il lavoro ha pagato”.

Altrettanto logico chiederle cosa è successo dopo quella vittoria di Mosca, dato che nei 12 mesi successivi è arrivato solo un quarto di finale nel 125K di Guadalajara. Tanto che dopo l’eliminazione all’ultimo turno delle qualificazioni di Wimbledon Olga ha deciso di concentrarsi esclusivamente sui tornei ITF, dove nell’ultimo mese e mezzo ha conquistato una vittoria, una finale ed una semifinale. Decisione che avrebbe forse dovuto prendere prima, come ha implicitamente ammesso lei stessa nel raccontare come mai questo ultimo anno non sia andato come sperava dopo aver battuto la coetanea Anastasia Potapova nella finale del torneo moscovita ed essere entrata poco dopo tra le top 100. Infatti, mentre le altre tenniste nate nel 2001 si facevano valere – oltre al consolidamento della top 100 della citata Potapova, c’era infatti l’esplosione di Anastasia Anasimova, semifinalista al Roland Garros, e di Iga Swiatek, che si spingeva sino agli ottavi dello Slam parigino –  Olga tra una sconfitta e l’altra scivolava nelle retrovie, fino alla 277esima posizione del ranking.

Tutti pensano sia successo qualcosa. Semplicemente è accaduto che in quella settimana a Mosca tutti i tasselli si sono incastrati perfettamente. In seguito, invece, alcuni dettagli hanno influito in modo negativo. In primis alcune mie scelte sbagliate sui tornei da giocare, poi un paio di piccoli infortuni, ed infine anche qualche brutto sorteggio che in alcuni casi mi è costato la sconfitta. La mancanza di risultati ha avuto come conseguenza il crollo della fiducia. Insomma, ci sono state un po’ di cose: in realtà niente di tragico, ma in quel periodo le ho vissute come qualcosa di terribile. Non vedevo le cose come faccio ora, semplicemente come una serie di circostanze sfortunate”.

 

In realtà qualcosa è successo. Gli infortuni, le sconfitte la sfiducia, hanno portato ad una decisione importante: il cambio del coach ed il ritorno in Serbia. “Non sono in più in Spagna, sono tornata a Belgrado che adesso è la mia base per gli allenamenti. Ho lasciato l’accademia di Alex Corretja: ci siamo separati perché lui aveva troppi impegni e a causa di tutte le altre attività di cui si occupa non era in grado di viaggiare con me nei tornei. Mi ha sempre aiutato per quanto ha potuto, ma abbiamo deciso comunque di interrompere la nostra collaborazione. Ora mi alleno con Tatjana Jecmenica (ex giocatrice, attuale capitano della nazionale serba di Fed Cup ndr), con la quale avevo già lavorato prima di trasferirmi in Spagna. Sono a Belgrado dalla fine del Roland Garros e posso dire tranquillamente che questo cambiamento e il ritorno a Belgrado era quello di cui avevo bisogno”.

Olga Danilovic

Il cambiamento ha ovviamente coinvolto anche le altre figure del team di Olga e mai come in questo caso si può parlare di un vero e proprio ritorno a casa. Il suo preparatore fisico è adesso Vlada Radonijc, per lungo tempo preparatore fisico della squadra di basket del Partizan Belgrado, quella in cui papà Sasha ha iniziato la sua favolosa carriera e di cui è stato in seguito vice-presidente e presidente, una volta appese le scarpette al chiodo. “Da quanto abbiamo iniziato a lavorare assieme non mi sono mai sentita così bene. Questo vuole dire molto per me, perché influisce molto sulla fiducia in campo. Vlada Radonjic è molto esigente, ma devo ammettere che con lui sono cresciuta molto. Prima di tutto, lavorando con lui sono riuscita a riprendermi dagli infortuni che ho avuto ed ho trovato una soluzione ai problemi che si sono presentati dopo essere cresciuta tanto velocemente. Mi sono rafforzata, ora mi sento più stabile e forte e sento che posso reggere gli sforzi più intensi”.

La stagione si sta avviando verso la conclusione, ma si spera che per Olga ci sia il tempo di prendersi ancora qualche soddisfazione. Lo conferma lei stessa, anche se la risposta evidenzia come abbia imparato la lezione di questo ultimo anno: nessuna aspettativa eccessiva, nessuna pressione. L’obiettivo è continuare a crescere. “Mantenendo questa continuità negli allenamenti e in partita, giocherò qualche Challenger, ma entro la fine dell’anno ho in programma anche un paio di tornei WTA. Sono molto contenta di aver migliorato la classifica (con la vittoria in Svizzera è rientrata tra le top 200 ndr), ma non mi pongo obiettivi troppo ambiziosi o qualche altro tipo di pressione, quello che conta è proseguire con questo ritmo e tutto sarà ‘super’!”.

Chissà che non sia così “super” da permettere alla giovanissima tennista serba di ripercorrere la stessa strada di un’altra 18enne, quella che batté lo scorso anno al primo turno delle qualificazioni dello US Open e che in quel periodo stazionava anche lei attorno alla 200esima posizione mondiale. Di chi parliamo? Eh sì, proprio della neocampionessa Slam Bianca Andreescu. Più “super” di così…

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Nei dintorni di Djokovic: Petra Martic stupisce, Nole non tradisce

12 giocatori e 7 giocatrici: sempre folta la rappresentanza Slam dei paesi dell’ex Jugoslavia. Nel maschile, la Serbia non è solo Nole, che raggiunge i quarti Slam n. 44 e punta alla semifinale n. 35. Nel femminile la grande protagonista è Petra Martic

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Novak Djokovic - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

dal nostro inviato a Parigi

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RIMPIANTI SLOVENI – La Serbia in campo femminile sta vivendo le stesse difficoltà dell’Italia: con l’addio delle grandi campionesse – in questo caso le ex n.1 del mondo Ana Ivanovic e Jelena Jankovic – che non hanno trovato al momento delle degne sostitute. Aleksandra Krunic fa quello che può: qui a Parigi ha sfruttato al primo turno il ritiro dopo poco più di un set di Daria Gavrilova e poi ha lottato con la grinta che le è consueta con Lesla Tsurenko, cedendo solo 11-9 al terzo. Ma alla 26enne originaria di Mosca forse non si può chiedere di più di quello che sta facendo ed ottenendo: un buon posto fisso tra le prime 70-80 giocatrici del mondo. Lottava anche la giovane Ivana Jorovic che costringeva al terzo la statunitense Jennifer Brady.

La vendicava la slovena Polona Hercog, che la superava 6-4 al terzo, dopo che all’esordio aveva eliminato la tds n. 32 Sasnovich, anche qui al set decisivo, chiuso addirittura 8-6. Vien da dire che chi di terzo set ferisce di terzo set perisce, dato che al turno successivo era la 28enne di Maribor a capitolare per 6-4 nel terzo contro Sloane Stephens. Con pochi rimpianti però, considerato che il match l’aveva riacciuffato per i capelli annullando 4 match point nel secondo e senza avere poi reali chances di portare a casa la vittoria. Rimpianti invece per l’altra slovena, Dalila Jakupovic, che cedeva a sorpresa al terzo ad una giocatrice in difficoltà come la n. 238 del mondo Kurumi Nara (sebbene ex n. 32 e qui proveniente dalle qualificazioni) e perdeva l’occasione di sfidare Serena Williams su un palco così prestigioso.

 

E rimpianti anche per la grande promessa del tennis sloveno, la 18enne Kaja Juvan, che da lucky loser quasi faceva il colpaccio contro l’esperta Sorana Cirstea, che però la spuntava in rimonta 7-5 al terzo dopo che la teenager lubianese aveva servito per il match sul 5-4. Kaja ha ancora tempo, ovviamente, però vincere queste partite aiuta magari a crescere un po’ più velocemente.

CROAZIA SUGLI SCUDI – Protagonista assoluta è stata la Croazia, con Vekic e Martic che stavolta hanno oscurato le gesta di Cilic e soci. Donna ha fatto il suo dovere da n. 23 del seeding ed è arrivata agli ottavi perdendo solo un set, forse più per distrazione che per altro, contro la svedese Peterson. E la netta vittoria contro la coetanea Belinda Bencic aveva fatto sperare in patria che finalmente fosse giunto il momento del tanto atteso salto di qualità, che un quarto di finale Slam avrebbe certificato. Invece Johanna Konta ha ridimensionato le ambizioni della 22enne di Osijek: verrebbe da dire per l’ennesima volta, ma il modo in cui la britannica si è poi sbarazzata della finalista dello scorso anno, Sloane Stephens, consente invece di concedere a Donna tutte le attenuanti del caso.

Tutto sommato, parliamo di una giocatrice che da quest’anno è entrata stabilmente nelle top 25, ha raggiunto gli ottavi in due degli ultimi quattro Slam ed ha appena ventidue anni e mezzo: forse nelle valutazioni nei suoi confronti, Vekic sconta ancora le (troppe) aspettative create dalla sua vittoria al torneo di Tashkent nel 2012, appena sedicenne. Chi invece una sua nuova dimensione l’ha finalmente trovata, dopo i tanti guai fisici, è Petra Martic. La 28enne spalatina è filata via come un treno nei primi tre turni – compreso il doppio 6-3 alla n. 2 del mondo Pliskova – e si è incartata un po’ (anzi parecchio, come avrebbe detto il compianto Enzo Jannacci) solo negli ottavi contro l’esperta Kaia Kanepi, quando si è resa conto che il sogno dei primi quarti di finale Slam era veramente ad un passo.

Ma di grinta e di cuore (ma anche grazie al bel braccio che si ritrova) si è regalata quel sogno. Putroppo l’enfant prodige Vondrusova ha fatto svanire il (doppio) sogno successivo: la prima semifinale Slam e la top 20. Con qualche rimpianto per quel primo set sfuggito via nel tie-break dopo aver avuto tre set point consecutivi nel dodicesimo gioco. Ma la Petra vista qui a Parigi, se la schiena le darà tregua, a quella top 20 può puntarci, come ci aveva detto lei stessa dopo la vittoria negli ottavi: “Credo che la top 20 sia un obiettivo reale di questa stagione. Ma quello che ci aspetta da domani lo scopriremo.

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GLI SCONTENTI – C’era poco da chiedere a Slovenia e Bosnia e poco infatti è arrivato. La nazione subalpina schierava Aljaz Bedene ed il qualificato Blaz Rola. Il primo strappava un set a Borna Coric ma di più il suo tennis – bello da vedere ma troppo leggero per impensierire seriamente un top 20 – non gli permetteva, il secondo perdeva nettamente la sfida tra qualificati contro lo svedese Ymer. Magari un po’ di più si poteva chiedere al bosniaco Damir Dzumur, uscito anche lui all’esordio contro la wild card francese Antoine Hoang, n. 146 ATP. Ma a parte i quarti di finale di Ginevra due settimane fa, la stagione del 27enne di Sarajevo è stata finora molto negativa e l’eliminazione parigina ne è purtroppo uno specchio fedele.

Eppure solo lo scorso anno di questi tempi Damir perdeva al quinto contro Zverev e stava per entrare nei top 25: sembra passato un secolo. Se Slovenia e Bosnia piangono, non ride molto neanche la Croazia. Che festeggia la vittoria di Ivo Karlovic su Feliciano Lopez nel match più “vecchio” del Roland Garros dal 1977, prima che il 40enne Ivo esca la secondo turno per mano dell’australiano Thompson, ma che avrebbe voluto festeggiare in modo diverso il sorpasso di Borna Coric ai danni di Marin Cilic come nuovo n. 1 croato. Perché l’avvicendamento è più demerito di Marin, che si è fatto rimontare un vantaggio di due set a uno da un redivivo Dimitrov al secondo turno, che merito di Borna, come ammesso onestamente da quest’ultimo in conferenza stampa: “Avrei preferito diventare il n. 1 croato perché avevo vinto uno Slam o ero arrivato in top 10”.

Parole che rilette due giorni dopo sono sembrate profetiche, quasi il 22enne zagabrese se la sentisse che la delusione sarebbe arrivata anche per lui, dato che al turno successivo cedeva 11-9 al quinto a Jan-Lenard Struff. In una partita in cui le occasioni per qualificarsi per la prima volta agli ottavi dello Slam parigino e fare un altro importante passettino verso la citata top ten Borna le avute.

(QUASI) GRANDE SERBIA – La parte del leone l’ha fatta sicuramente la Serbia, che già partiva con ben sei rappresentanti, come tutti gli altri paesi dell’ex Jugoslavia messi insieme. E Nole e soci si prendevano subito la scena, con Janko Tipsarevic che nel tentare l’ennesimo comeback rimontava orgogliosamente due set all’ottimo Dimitrov visto a Parigi, prima di arrendersi al quinto. Il 19enne Miomir Kecmanovic era bravo a passare un turno battendo al quinto lo statunitense Kudla, prima di cedere abbastanza nettamente in tre set a David Goffin, in un match in cui è apparso ancora un po’ immaturo dal punto di vista tattico per impensierire seriamente un giocatore di livello come il belga. Però il potenziale per crescere c’è. Ma i riflettori si accendevano soprattutto sugli altri membri della pattuglia serba: Krajinovic, Djere e Lajovic.

Il primo prendeva forse un po’ troppo alla lettera il fatto che a Porte d’Auteuil si giochi al meglio dei cinque set, tanto da vincere al quinto sia contro il n. 32 del seeding Tiafoe, che però quest’anno non ha entusiasmato sulla terra rossa, sia contro lo spagnolo Carballes Baena. E quando, a quel punto, sembrava dovesse essere la vittima predestinata di Stefanos Tsitsipas, Filip si ricordava di essere soprannominato “l’Agassi di Sombor” e soprattutto ricordava a tutti che se solo il fisico gli desse tregua sarebbe un gran bel giocatore. Il n. 60 del mondo costringeva infatti il giovane greco a scendere in campo per due giorni di fila, per un totale di più di tre ore e mezzo, prima di avere la meglio sul 27enne serbo. E solo per un soffio al tie-break del quarto, con Krajinovic che può recriminare per le occasioni non sfruttate (in primis il set point nel jeu décisif) per allungare la partita.

Non erano da meno le due teste di serie “minori” serbe, la n. 30 Dusan Lajovic e la n. 31 Laslo Djere, che – sempre al terzo turno – costringevano entrambi al quinto due top ten come Nishikori e Zverev. Djere la perdeva al fotofinish 8-6 del quinto e forse sta ancora pensando a quel 3-0 “pesante” che non ha saputo sfruttare nel parziale decisivo, mentre invece Lajovic cedeva di schianto dopo essersi trovato in vantaggio per due set a uno (curiosamente nello stesso modo dello scorso anno: anche dodici mesi fa il 28enne belgradese vinse 6-4 il terzo e poi perse nettamente gli ultimi due parziali 6-1 6-2) e rimpiangendo così quel break di vantaggio sprecato nel primo set che alla resa dei conti – come ha ammesso nel post match – gli è costato caro. Per entrambi comunque la conferma che nella loro nuova dimensione, attorno alla trentesima posizione mondiale, ci stanno bene e con merito.  

Restava quindi – al solito – Novak Djokovic a difendere i colori serbi. Nole ha letteralmente passeggiato fino ai quarti di finale, perdendo appena 31 giochi nei dodici set giocati (vinti). Mentre scriviamo, il fuoriclasse belgradese si sta preparando per affrontare per la quinta volta in carriera Sascha Zverev, la prima in uno Slam. Dovrebbe trattarsi del primo ostacolo un po’ più impegnativo nella corsa di Djoker al secondo “Slam poker” della carriera. Usiamo il condizionale, perché il Djokovic visto finora ha impressionato, pur senza dover mai alzare i giri del motore (“La sua continuità è incredibile. Non cala mai” ha osservato Salvatore Caruso, che lo ha incontrato nel terzo turno), ma soprattutto perché in questi giorni la sua espressione, le sue parole, il suo sguardo, i suoi gesti, tutto testimoniava che Nole è qui con tutto se stesso per un solo obiettivo: alzare la Coppa dei Moschettieri domenica prossima sullo Chatrier.

È tornato ad essere un muro” aveva detto John McEnroe, nell’evento organizzato da Eurosport la scorsa settimana a Parigi. Difficile dargli torto. E i muri, allo Chatrier, hanno finito di buttarli giù lo scorso anno…

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